Goffredo Casalis

Dizionario
Geografico
Storico - Statistico - Commerciale
Degli Stati
Di S. M. il Re di Sardegna

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Castelnuovo d’Asti (Castrum novum Astensium), capo-luogo di mandamento nella provincia d’Asti, dioc. di Torino, div. d’Alessandria. Dipende dal senato di Piem., intend. prefett. ipot. d’Asti, insin. di Villanuova d’Asti.

Giace appiè di un ameno e ferace colle che lo ripara dai venti boreali: è cinto a levante dalle colline di Pino e di Mondonio; fertilissimi prati e campi lo adornano a mezzodì; ed una feconda collinetta lo divide a ponente da Moriondo a Lovanzito, terricciuole che gli stanno a poca distanza.

/193/ La sua positura è a maestrale di Asti, da cui è lontano quattordici miglia.

Le case delle persone civili sono poste in gran parte sul dorso del colle per una considerabil lunghezza, nel cui mezzo stanno la chiesa parrocchiale e la canonica, residenza d’un vicario foraneo: i contadini abitano al piano, per lo più verso ponente.

Oltre il tribunale di giudicatura, vi sono un uffizio di posta di quarta classe, ed una stazione di carabinieri reali comandata da un brigadiere.

A comodo e vantaggio della popolazione vi sono medici, chirurghi laureati, flebotomi, veterinarii, speziali che esercitano, ad un tempo la professione di droghieri, mercanti da panni, chincaglieri ed artigiani di ogni maniera.

Gli appartengono cinque villate: Morialdo, Ranello, Bardella, Nevissano e Schierone sic Schierone.

Come capo di mandamento ha soggetti i seguenti comuni: Albugnano, Berzano, Buttigliera, Moncucco, Mondonio, Pino e Primeglio.

Il territorio in generale è molto fertile, produce formento a sufficienza per la popolazione, ed abbonda soprattutto di vini eccellenti e sani.

Assai piacevole è il clima di questo capoluogo di mandamento: vi si respira un’aria saluberrima: l’estivo calore è quasi di continuo temperato da un soavissimo zefiro: di leggieri vi si trova quanto è necessario alla vita, e quanto può satisfare ai desiderii di un’agiata e civile persona.

Gli abitanti sotto la fisica influenza di un sì aggradevole clima, sono anch’essi costantemente di umore giocondo, di buona indole ed assai cortesi massimamente coi forestieri, i quali, oltre ai favori della natura, vi rinvengono quella sincera ospitalità, che generalmente ammirasi fra i popoli dell’Astigiana.

Delle sue vie, una, da ostro, conduce alla capitale, ed un’altra, da levante, mette al capoluogo di provincia.

Vi corrono due rivi; uno è detto dei Bardella sic dei Bardella, l’altro di Nevissano: raccolgono essi le acque provenienti dai colli vicini.

Sul rivo dei Bardella soprastà un ponte di cotto, formato sul disegno del cavaliere Barbavara.

La strada, che tende alla capitale, fu, non è guari, assai /194/ bene riattata a gran vantaggio degli abitanti di Castelnuovo.

Nel territorio esistono varie cave di gesso, donde proviene al paese un notevol profitto; perocchè sono intorno ad esse occupati di continuo non pochi lavoratori; e il molto gesso vendesi facilmente nella capitale, nella città di Chieri, e nei circonvicini paesi.

La chiesa parrocchiale è sotto il titolo di s. Andrea. Vi hanno parecchie altre chiese nell’estensione del territorio, fra le quali distingue quella, che chiamasi della Madonna del Castello, stata dipinta da valente pennello.

Il cimiterio è discosto sufficientemente dall’abitato.

Le malattie, da cui vengono talvolta assaliti i villici, che hanno poca cura della propria salute, sono le pleuritidi.

Nella pubblica scuola s’insegna fino alla quarta elasse.

Si fanno due fiere: una nel primo martedì dopo Pasqua; l’altra nell’ultimo lunedì di novembre. Il loro principale commercio è quello del bestiame, dei drappi e delle tele. Sono frequentate dai trafficanti e dai possidenti dei vicini paesi, e vi si godono i privilegii delle fiere di Moncalieri.

Il giovedì di ogni settimana vi è giorno di mercato pel traffico di varie sorta di commestibili e di altri oggetti per uso domestico.

Pesi, misure e monete di Piemonte.

In questo comune sono osservabili due ampie cantine ben fornite di botti, le quali sono di tale lunghezza, che tutto un colle attraversano. Nella superior parte del colle, a cui sottostà la prima, che è molto antica, sorge un tempietto. La seconda, che fa scavata in questi ultimi tempi, è molto più spaziosa dell’altra.

Sonovi due sorgenti d’acqua minerale; una propria dei chiarissimi dottori Cantù, Bertini e Carassi, l’altra dei teologo Francesco Cottino, parroco di Moncocco. Trovandosi l’una e l’altra vicine, e contenendo gli stessi principii medicamentosi, basterà il dare della prima i necessarii ragguagli.

Trovasi questa sorgente ad un miglio da Castelnuovo, dal lato occidentale, nell’amenissima valle detta dei Bardella o dei Begana, formata da due fertili colline, tra le quali scorre uno dei predetti rivi, il quale è perenne, anche nei tempi di siccità: esso è prodotto dalla riunione dell’acque di varie fontane, /195/ che passò passo s’incontrano nel corso della valle, che si estende verso Bersano.

È situata a manca della via, che da Castelnuovo tende a Moncucco e Cinzano, in distanza di dieci trabucchi da essa, alle falde della collina, a pochi passi dalla sponda dell’anzidetto rivo e quasi a suo livello: è riparata e chiusa per mezzo di una piccola casa, costrutta su profonde e ben salde fondamenta, la quale è ordinata in modo, che quelli che vanno per bere di quell’acqua salutare, vi scorgono quella limpidità e purezza che si richiede per essere allettati a cominciare e perseverare nell’uso della medesima: e vi ritrovano un conveniente sito per riposarsi e ripeterne le bibite a loro bell’agio.

Gli stanno ben dappresso tre ameni paesettj, Moriondo, Moncucco ed Albugnano.

La sorgente zampilla di basso in alto da un terreno toffaceo, molto ricco di selce e di ferro; l’acqua vien raccolta in un tubo cilindrico di pietra, la base del quale si adatta esattamente al suolo per mezzo di un cemento tenace a pozzolana, con che l’acqua è costretta ad ascendere nella cavità del tubo, dal quale sorte continuamente per mezzo di un’apertura che porge la facilità di prenderne col bicchiere od empirne bottiglie.

La quantità d’acqua, che scaturisce nello spazio di un’ora, per calcolo approssimativo, è di 150 bottiglie ordinarie.

La temperatura della sorgente è dagli otto a nove gradi del termometro reaumuriano, essendo quella dell’atmosfera a 18.

Mentre l’acqua sorge e si raccoglie nel tubo, svolgonsi di quando io quando certe bulle di un fluido aeriforme, composto per la massima parte di gaz azoto, di poco gaz ossigeno, con sensibili traccie di gaz idrogeno solforato ed acido carbonico.

L’acqua raccolta nel serbatojo è perfettamente limpida; il suo odore è analogo a quello delle uova fracide, ma molto meno spiacevole; il gusto è salso piccante, analogo a quello del brodo freddo di carne vitellina. L’acqua, che sorte dal serbatojo e viene al contatto dell’aria, conserva per alcune ore quasi intieramente la sua limpidità, il suo odore ed il suo sapore; ma se vi rimane per Jungo tempo, diventa lattiginosa, perde il sup odore ed in parte il suo sapore, e lascia intanto precipitare una polvere bianchiccia, tenuissima, che è per la massima parte idrato di zolfo, ossia: un /196/ vero composto chimico d’acqua e di zolfo, analogo al così detto magistero di zolfo, che da lunga età si adopera in medicina nelle malattie croniche del polmone e in consimili casi.

Qualora l’acqua che per l’azione dell’aria divenne lattiginosa e perdette il suo naturale odore, venga esattamente rinchiusa in un’acconcia bottiglia, ritorna in pochi giorni limpida come prima, e racquista l’odore smarrito.

Secondo l’analisi chimica di quest’acqua statane fatta dal dottissimo professore Cantù, del cui dettato sulla medesima ci valemmo per la parte idrologica di quest’articolo, la naturale composizione di essa è la seguente:

Principii gazosi

{ 1.° Gaz acido idrosolforico (idrogeno solforato).
2.° Gaz acido carbonico (acido aereo).
3.° Gaz azoto.
4.° Gaz ossigeno.

Principii fissi

{ 5.° Idroclorato di soda (muriato di soda o sal marino).
6.° Idroclorato di magnesia (muriato di magnesia).
7.° Solfato di soda (sal mirabile di Glaubero).
8.° Solfato di calce (selenite).
9.° Carbonado di calce (calce aereata).
10.° Carbonato di magnesia (magnesia aereata).
11.° Carbonato’di ferro (ferro aereato).
12.° Materia estrattiva vegeto-animale.
13.° Selce.

L’egregio Cantù pubblicò quest’analisi nel 1823. Per mezzo d’ulteriori ricerche riconobbe poi nella medesima la presenta del jodio; ond’è che i medici hanno potuto rendersi facilmente ragione dell’efficacia medica della detta acqua nel debellare le malattie prodotte e sostenute da ingorgamenti e lente flogosi locali, e le variatissime affezioni erpetiche, ed altri dolorosi morbi del corpo umano.

Cenni storici. Anticamente chiamavasi Castelnuovo di Rivalba, perchè da questo paese ora scaduto era dipendente; e i signori di Rivalba, che avevano pure dominio sopra Moriondo, erano sotto la giurisdizione de’ Biandrati conti di Porcile (vedi Biandrate): ma la loro potenza essendo dicaduta dacchè vennero assaliti da quelli di Asti e di Chieri, con questi ultimi strinsero /197/ alleanza i rivalbesi signori, e se ne dichiararono poi vassalli, negli anni 1264 e 1290.

Estinti i Biandrati conti di Porcile, gli astesi acquistarono Castelnuovo, che a quel tempo era molto popolato di gente, industriosa ed applicatissima al commercio, cui esercitavano non solo in queste contrade, ma eziandio in Francia e nelle Fiandre.

Nel 1450 il comune d’Asti diede questo considerabile villaggio in feudo ai De-Grassi gentiluomini astesi di parte guelfa, dei quali furono Marco e Giovanni fratelli, entrambi giureconsulti riputatissimi: il primo di essi fatto conte e cavaliere aurato accrebbe la sua celebrità durante il suo soggiorno in Lucca; l’altro era insignito del titolo di conte Palatino, e veniva salutato monarca dei legisti: insegnò egli la giurisprudenza con molta gloria dapprima nell’università di Pavia, mettendo di tempo in tempo alle stampe dotti volumi di materie, legali; fu poi professore nell’università di Torino, la quale a’ suoi dì già era fiorente non meno delle altre più cospicue d’Italia.

Fondò questi in Torino (1457) un piccolo collegio a prò di quattro studenti nativi di Castelnuovo od anche d’Ivrea, dove era stabilito un ramo di sua famiglia, di cui fu stipite un altro suo fratello per nome Galeotto: ma dell’esecuzione, di questa sua volontà testamentaria o della dicadenza di essa, in caso che fosse stata eseguita, non si ha più memoria veruna.

Mancate le famiglie dei feudatarii di Castelnuovo d’Asti, fu esso devoluto ai duchi di Savoja, e venne dato in dote a donna Matilda figliuola di Emanuele Filiberto, la quale sposò Carlo Giovanni Simiana di una delle principali famiglie che fiorissero nella Provenza: era egli maresciallo di campo del re di Francia: venuto in Piemonte fu dal duca prescelto a governatore generale delle armi, a generale della cavallerìa di Savoja, e, venne quindi fatto cavaliere dell’ordine supremo della Nunziata nel 1602.

Questo ricco e splendido cavaliere in breve tempo acquistò con titolo di marchesato i feudi di Pianezza, Livorno, Castelnuovo Roatto, Masseto, Maretto; e con titolo, di principato i dominii di Dego, Cagna, Piana, Giusvalla e Montafia, e tutti questi feudi egli ottenne senza perdere quello di Albigny, e molti altri in Provenza e nel Delfinato.

Il figliuolo di lui Carlo Emanuele fu consigliere di stato nel /198/ consiglio segreto, gran ciambellano e cavaliere dell’Ordine Supremo nel 1608.

Carlo Giuseppe, trentadue anni dopo, ebbe l’alto grado di colonnello generale dell’infanteria, cospicue cariche di corte, è fu anch’egli cavaliere della Nunziata.

Castelnuovo d’Asti a buon diritto si gloria d’uomini che altamente si distinsero nelle scienze da loro professate, i quali sono:

Mercandile, o Mercandillo, Oddonello, celebre legista, che fiorì verso la metà del secolo decimosesto. La bella fama in coi era salito pel suo profondo sapere, e per le sue chiare virtù lo fece prescegliere a professore di giuscivile nell’università di Padova. Diede alla luce in Venezia negli anni 1550-51 varii suoi trattati di ragion civile, tra i quali si notano particolarmente = De jure FisciDe soluto matrimonio: ed un’Opera insigne sopra il capo secondo del codice.

Argentero, od Argenterio Giovanni: di questo celebre personaggio già toccammo nell’articolo Asti: dovendo noi ora parlar di proposito intorno al luogo che lo vide nascere, riferiremo le più rilevanti particolarità che lo riguardano.

Nacque in Castelnuovo l’anno 1513: studiò la medicina nell’università di Torino, e vi prese le insegne dottorali. In età di venticinque anni si condusse a Lione colà chiamato da Bartolommeo suo fratello, medico anch’egli di ottima fama, del quale parleremo qui appresso. In quella cospicua città della Francia Giovanni soggiornò durante un lustro, esercitandovi la medicina con tal distinzione, e con sì felice saccesso, che ad una voce era salutato col titolo di gran medico: di là passò in Anversa, d’onde dopo qualche tempo fece ritorno in Italia col medico Vincenzo Lauro, il quale fu poscia vescovo di Mondovì, e cardinale.

Lesse la medicina in Anversa, Bologna, Pisa, Roma, Napoli, Mondovì, e finalmente nell’università di Torino, ristabilita nel 1566 dal doca Emanuele Filiberto. Invitato con generose offerte da Genova, dalla Francia, dalla Germania, Argenterio tutto pospose al nobile desiderio di ubbidire, e di secondare i savii dosamenti di quell’imnmrtale Monarca, il quale bramando richiamare a novella vita le scienze, e le buone lettere degli Stati suoi, eresse nella città di Mondovì un’uni- /199/ versità degli studii, la cui solenne apertura si fece nel 1560, e si valse del suffragio dell’Argenterio nell’invitare a’ suoi stipendii gli uomini più dotti, e più celebri di quella età. Di tale onorevole incarico gloriasi egli modestamente nella dedicatoria de’ suoi commenti sull’arte medica di Galeno a quel duca.

Essendosi alcuni anni dopo trasportata in Torino l’università degli stuclii, Argenterìo venne pur esso a leggervi, e contrasse parentela colla nobilissima casa Broglia, togliendo in moglie Margarita sorella di quel Carlo Broglia, che fu quindi arcivescovo di Torino. Di queste nozze nacque un figlio, Ercole, al quale è dovuta una bellissima edizione delle opere di suo padre.

Le principali di tali opere furono già da noi accennate nel vol. 1, pag. 486.

Giovanni Argenterìo eresse la cappella della B. V. del popolo nella chiesa parrocchiale di Torino sotto il titolo de’ Ss. Filippo e Giacomo, volgarmente detta di s. Agostino.

Morì in questa capitale il giorno 13 di maggio del 1572. Fu sepolto nella chiesa metropolitana, ove esiste tuttora il suo busto in marmo, col seguente epitafio:

D . O . M
IOANNI . ARGENTERIO
PARENTIBVS . ET . NATALI . SOLO . SVIS . TANTVM . NOTO
INGENIO . VERE . ARISTOTELICO
ET . IN . RE . MEDICA . DOCTISSIMIS
MONVMENTIS . LVSTRANDA . ORBI . NOTISSIMO
CVIVS . PERENNEM . FAMAM . ET . GLORIAM
NEVTIQVAM . CONSVMPTVRA . EST . VETVSTATIS . INIVRIA
HERCVLES . FILIVS . MOERENS . POSVIT
OBIIT . ANN . DOM . MDLXXII . TERTIO . IDVS . MAII
AETATIS . SVAE . LIX

Fra i molti dotti di varie nazioni d’Europa, che scrissero con molta lode del nostro Giovanni Argenterie, alcuni medici francesi mossi da invidia cercarono di menomarne la gloria, ma pare che alle loro menzogne e soffisterie i veri saggi non abbiano mai posto mente; e l’illustre dottore Bonino sospinto da carità di patria, e dall’amore del vero, nella sua accura- /200/ tissima biografia medica con molto corredo di dottrina, e con vittoriosi argomenti dimostrò fino all’evidenza l’ingiustizia dei detrattori di un nostro nazionale cotanto benemerito delle mediche discipline.

Bartolommeo, fratello di Giovanni Argenterio, nativo anch’egli di Castelnuovo d’Asti, erasi stabilito in Lione per esercitarvi la medicina circa il 1538. Multa collegit, dice il Rossotto, ex Galeni libris in gratiam studiosorum medicinae, quae Florentiae impressa sunt. La riputazione di eccellente medico, in cui venne Bartolommeo Argenterio, gli porse il facile mezzo di arricchirsi per modo, che gli venne fatto di acquistare considerabili poderi nel territorio di Castelnuovo, ed in quello di Riva, e soprattutto di comprare i feudi di Bagnasco nell’Astigiana, e di Grinzano nelle Langhe.

Fu egli lo stipite della famiglia Argenterio-Bersezio, la quale diede al Piemonte vescovi, abati, presidenti, dottori del collegio di legge, non che istrutti e prodi capitani.

Bartolommeo Argenterio fu padre di numerosa prole; due figliuoli di lui illustrarono vieppiù la sua famiglia; l’uno di questi, Fabio, fu presidente della camera de’ conti; l’altro, per nome Giorgio, conte di Cocconato, e di Bagnasco fu archiatro di Carlo Emanuele I.

Di alcuni altri cospicui personaggi della famiglia Argenterio, avremo l’obbligo di fare altrove parola.

Popol. 3006.