Angelo Baumgartner
Castelnuovo don Bosco
Notizie storiche
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Il volumetto Castelnuovo don Bosco, Notizie storiche pubblicato nel 1979 dal maestro Angelo Baumgartner (9 febbraio 1916 - 15 gennaio 1991) è purtroppo difficilmente reperibile. Dopo ricerche infruttuose ho scoperto che si trova integralmente nella pagina Facebook Baumgartner Angelo maestro, pagina che però sembra non più aggiornata da molto tempo.
Ho deciso di pubblicare questa trascrizione non solo per il valore del contenuto, che nella sua sintesi contiene una grande messe di notizie interessanti, ma soprattutto come ricordo di un personaggio che è rimasto nella memoria dei Castelnovesi come loro concittadino tutto dedito all’educazione dei giovani.
Ho riedito con la massima cura il testo e le immagini. Alcune minime integrazioni o correzioni sono contenute in riquadri segnalati, come questo testo, da un effetto di ombreggiatura che li fa apparire come foglietti appoggiati sulla pagina.
Con la stessa grafica è segnalato l’Indice che ho premesso al testo.
Castelnuovo
don Bosco
Notizie storiche
raccolte compendiate e coordinate a cura di
Angelo Baumgartner
edizione extracommerciale 1979
Indice
- 1 - Origine del nostro territorio
- 2 - Antichi abitanti della nostra zona
- 3 - Invasioni barbariche
- 4 - Carlo Magno e il feudalesimo
- 5 - L’Abbazia di Vezzolano
- 6 - Nascita di Castelnuovo
- 7 - Un po’ di cronistoria
- 8 - Fine del nostro castello
- 9 - Castelnuovo libero comune
- 10 - Il casato dei Rivalba
- 11 - Governo cittadino
- 12 - L’annessione a Casa Savoia
- 13 - Oltre un secolo di epidemie
- 14 - Castelnuovo nel secolo XVIII
- 15 - Sulla strada del progresso
- 16 - La condizione delle strade
- 17 - Denominazione di Castelnuovo
- 18 - Lo stemma di Castelnuovo
- 19 - Antiche parrocchie di Castelnuovo
- 20 - La nostra chiesa parrocchiale
- 21 - Erezione del monumento a Don Bosco
- 22 - Glorie religiose castelnovesi
- 23 - Altri uomini illustri
- 24 - Nostalgia di Castelnuovo
- Oltre 100.000 castelnovesi...
- Parroci della nostra parrocchia
- Primi cittadini di Castelnuovo
- La Fornaca
- Mappa di Castelnuovo
- Oltre 100.000 Castelnuovesi...
- Madonna di Cornareto
- Castelnuovo don Bosco - Notizie storiche quadro riassuntivo delle principali opere consultate
- Luigi Marchisio, nel 1928 campione italiano indipendenti.
- Via Monferrato
- Ditta Fratelli VIGO
- Via Mercandillo
- Stemma sec. XVIII
- Semma attuale
1 - Origine del nostro territorio
La natura geologica delle nostre colline è la stessa per tutto il Monferrato. In tempi remotissimi il mare Adriatico penetrava largamente e profondamente nella pianura padana e nelle valli alpine. Dapprima comunicava col Mar Ligure attraverso le depressioni dei Giovi e di Cadibona; in seguito, abbassatosi il livello delle acque, costituì un vero golfo.
Per un risveglio di occulte quanto grandiose forze interne della Terra, si ripeterono frequenti corrugamenti e sollevamenti della crosta terrestre e si formarono anche le nostre colline sottomarine che poi affiorarono dalle acque in una lunga e gracile isola.
In conseguenza di questo intenso e formidabile sforzo di sollevamento e di consolidamento le acque del nostro mare si ritirarono verso oriente a colmare l’abisso del mare Adriatico che a sua volta era sprofondato, ed il Monferrato emerse gradatamente come una semplice ruga collinosa in mezzo alla pianura.
Grandi masse d’acqua scendendo dagli immensi ghiacciai alpini e alimentate altresì dalle straordinarie precipitazioni pluviali, costituirono spesso delle fiumane potenti ed estese che scavarono le vallate e, trasportando grandi quantità di sabbia e detriti, colmarono gli avvallamenti e finirono per ridurre il nostro suolo a quelle serie di colline allungate verso oriente e di paesaggi che noi oggi possiamo ammirare.
Ecco perché ci è possibile scoprire nelle nostre campagne, sparse fra le argille e le sabbie, i resti di una antichissima fauna di origine marina, specialmente di molluschi, le cui conchiglie svariatissime sono ancora ben conservate. Inoltre in zone d’acqua poco profonde, per la rapida evaporazione marina, favorita dalle temperature abbastanza elevate soprattutto nelle stagioni estive, si depositò quella interessante formazione calcarea ricca di zolfo consolidatasi nel tempo, che caratterizza il territorio della nostra Bardella e da cui sgorga la benefica acqua sulfurea.
Mentre si svolgevano questi grandiosi fenomeni, le colline di Castelnuovo si ammantavano di vegetazione sempre più fitta e si popolavano di animali selvatici, nonché di quelli di facile governo. Quanto sopra sommariamente descritto avvenne molto lentamente durante un periodo superiore ai dieci milioni di anni, detto era terziaria o cenozoica, e si concluse con la comparsa dell’uomo sulla Terra. Ebbe così inizio la preistoria dell’umanità.
2 - Antichi abitanti della nostra zona
I primi abitanti della nostra zona, come di tutta l’Italia, provenivano dall’Asia in epoca molto lontana. Discendenti dalla stirpe di Ario, erano selvaggi, dimoravano nelle caverne e nelle selve, si cibavano di frutta selvatica e di caccia e si coprivano con pelli di animali.
Essi furono distrutti o interamente assorbiti da popolazioni appartenenti ad una stirpe mediterranea: i Liguri. Oltre 2000 anni a.C. questi dalla Gallia passarono nella regione che da loro fu denominata Liguria, donde si diffusero in Piemonte occupando anche la nostra plaga. Possedevano già un certo grado di civiltà; erano avvezzi a patire, rotti ad ogni fatica, forti nelle armi. Giunsero in Italia una tribù alla volta e diedero il loro nome a diverse regioni: i Taurini si stabilirono sulle sponde del Po; gli Stazielli tra il Tanaro e la Bormida; gli Eubririati nell’Astigiano. La nostra zona fu probabilmente abitata dai Taurini. Tutti vissero in pace nell’epoca del predominio in Italia degli Etruschi, popolo che per primo si elevò a maggior grado di civiltà e potenza. Quando nel VI secolo a.C. iniziò la loro decadenza, si ebbe una nuova invasione gallica.
Infine Roma divenuta potente, attraverso lunghi decenni di piccole guerre trionfò sugli Etruschi, sui Galli e sulle popolazioni primitive, conquistando l’intera penisola nel III secolo a.C.; completò poi definitivamente la conquista della nostra zona, che faceva parte della Gallia Cispadana, pochi decenni prima dell’inizio dell’era cristiana.
I pochi abitanti delle nostre campagne, che originariamente praticavano l’idolatria, col tempo furono attratti dalla buona novella d’amore e di pace divulgata dal Cristianesimo. La fede cristiana li aiutò a sopportare numerose carestie e pestilenze e, come in ogni angolo della penisola, devastazioni e saccheggi per opera dei barbari invasori. La Chiesa, salvando la civiltà latina, con la sua immensa forza morale inculcò anche in loro lo spirito della carità fraterna.
3 - Invasioni barbariche
Le nostre campagne durante le invasioni barbariche medioevali si ricoprirono di foreste e si ripopolarono di animali selvatici, essendo state abbandonate dalla gente dei campi costretta a sfuggire alle feroci e frequenti stragi, devastazioni e carestie. Mentre intorno al 500 i Goti avevano cercato la convivenza col popolo romano, non altrettanto fecero i Longobardi settant’anni dopo. Col loro avvento crollarono le istituzioni romane e decaddero le città. Tuttavia nel secondo secolo del loro dominio, convertitisi al cristianesimo, prepararono inconsciamente il terreno alla futura economia feudale. Infatti incrementarono il numero dei latifondi, affidati in gran parte ai servi della gleba che sostituirono gli antichi schiavi romani. Anche gli abitanti della nostra plaga ritornarono nelle terre conquistate dagli invasori. Nonostante che essi dovessero lavorare a prevalente vantaggio dei padroni, accettarono e sopportarono con umiltà e pazienza il loro doloroso ed inevitabile calvario di rigorosa sottomissione.
4 - Carlo Magno e il feudalesimo
Ai Longobardi che dominarono in Italia per oltre due secoli, subentrarono i Franchi guidati dal loro re Carlo Magno, che fu incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero a Roma nel 799 per la difesa del popolo e della Chiesa cattolica.
Col sistema feudale da lui fondato, il territorio italiano venne diviso in tanti staterelli o feudi affidati ai feudatari. Era una specie di scala gerarchica a capo della quale stava l’imperatore. Da lui dipendevano i grandi vassalli, da questi i vassalli, quindi venivano i valvassori poi i valvassini. Ogni signore, conte o marchese, aveva obblighi di fedeltà e di obbedienza verso colui che lo aveva investito, così come il signore maggiore gli doveva protezione ed aiuto. Anche il nostro territorio fece parte di questa immensa organizzazione. Tramontato il feudalesimo dopo tre secoli, i titoli acquisiti rimasero per via ereditaria a perpetuo ricordo come distintivo di nobiltà.
Carlo Magno lasciò ai posteri un ricordo incancellabile, vivificato dal fascino delle leggende che il popolo intrecciò intorno al suo nome, e dalle quali non andò esente neppure il nostro territorio che in quel tempo faceva parte di una vasta regione dell’Italia settentrionale che dal precedente popolo invasore aveva preso il nome di Longobardia.
L’Imperatore aveva arricchito anche il clero di benefici e privilegi e non di rado gli aveva affidato importanti gestioni di carattere amministrativo, estendendo ai Vescovi i diritti feudali, anche perché ciò poteva servire a controllare l’intero sistema. Perciò monasteri ed abbazie di antica e di recente fondazione divennero centri di potere e di formazione civile e religiosa.
5 - L’Abbazia di Vezzolano
Una tradizione rimasta viva tra il popolo racconta che Carlo Magno, in una delle sue discese in Italia (773-800), venne cacciando da Torino o da altra città fino a Vezzolano. Qui, scampato da qualche pericolo, volle fondare una chiesa o semplicemente beneficarne una preesistente.
Nel collinoso Monferrato l’ambizione di ogni costruttore fu sempre di occupare il punto più elevato, perché l’edificio fosse visibile da lontano e prevalesse su ogni altro. Per contrasto, il primitivo monastero gestito dai Monaci Benedettini, che vissero di lavoro e di preghiera, secondo la regola del loro ordine dettata da San Benedetto da Norcia, sorse nascosto nel verde di una valletta appartata, onde evitare le bufere delle guerre e le incursioni. Malgrado ciò esso soffrì tra il 900 e il 950 delle incursioni degli ungari e dei saraceni. La ferocia di questi ultimi fu rilevante. Inizialmente, animati da odio religioso e da sete di ricchezza, assalirono, saccheggiarono e distrussero il sacro edificio che rimase deserto per oltre un secolo. Anche il celebre monastero della Novalesa in vai di Susa nel 906 fu saccheggiato, costringendo i monaci a cercare rifugio a Torino. Più tardi i saraceni si dedicarono anche alle serene opere di pace, attesero alle colture dello spirito e ritrovarono la gioia del lavoro nella coltivazione dei campi, nell’industria e nel commercio.
La ricostruzione dell’Abbazia nelle dimensioni attuali più vaste, fu iniziata al termine del secolo XI con la nuova chiesa dedicata ancora a Nostra Signora del Vezzolano, per continuare l’opera di solidale assistenza morale e materiale a favore delle popolazioni e delle numerose chiese da lei dipendenti. Infatti la comunità, non soggetta ad alcun vescovo, era retta dai Prevosti Agostiniani subentrati ai Monaci Benedettini; possedeva in varie parti del Piemonte vaste terre come a Cambiano e a Chivasso, che le procuravano un reddito considerevole in natura e in denaro. Basti ricordare la tenuta di ben 590 giornate denominata Oviglia in territorio di Riva, dal 1969 occupata in parte dalla società Aspera. L’attuale monumento con la sua architettura gotico-romanica, con i suoi mirabili affreschi, con il suo chiostro dall’agile colonnato, dall’imperatore medioevale iniziato od accresciuto, attraverso dieci secoli giunse vivo sino a noi.
Pare che l’inizio della sua ricostruzione sia dovuto all’interessamento di Re Arduino d’Ivrea e l’opera sia stata continuata lentamente per tutto il secolo XII grazie all’intervento dei Conti Radicati e dei Signori Rivalba, i quali nel secolo XIV dipinsero nel chiostro le glorie dei loro Casati.
L’Abbazia di Vezzolano non aveva autorità sulle chiese castelnovesi, tuttavia sorgendo appena oltre il confine settentrionale del nostro comune, fu meta di frequenti pellegrinaggi della nostra popolazione che fruì dei suoi benefici fino ai primi del 1600, dopo che una visita improvvisa compiuta dall’Arcivescovo di Milano San Carlo Borromeo durante un viaggio a Torino per venerare la Sacra Sindone, ne ebbe accertato lo stato di abbandono e di dissolutezza.
Da allora le fortune dell’Abbazia continuarono nella parabola discendente, anche in conseguenza del movimento culturale antitradizionale e sovvertitore che faceva appello alla scienza e alla ragione, di quel periodo storico che va sotto il nome di illuminismo. Si iniziò con il graduale allontanamento dei suoi monaci e con periodiche alienazioni dei suoi beni materiali a favore dei privati. L’antica fondazione pose fine definitivamente alle sue gloriose ed antiche funzioni intorno al 1800 allorché, in seguito alle ultime espropriazioni operate dall’occupazione francese del Piemonte, fu dichiarata bene nazionale.
6 - Nascita di Castelnuovo
Con la fondazione del Feudalesimo, anche nella nostra plaga si ebbe un notevole moltiplicarsi di villaggi, preferibilmente in alture isolate più facilmente difendibili. Avvenuta l’investitura per opera del Feudatario, il vassallo si recava nel feudo assegnatogli, costruiva in luogo adatto la propria sede o castello provvisto di torri merlate, si circondava di milizie e cominciava a governare, avendo sui suoi sudditi piena e legittima giurisdizione.
Il nostro territorio divenne autonomo solo in seguito al frazionamento della Contea di Porcile (in quel di Poirino). Anch’esso vide sorgere un castello, e precisamente sull’ultimo lembo della collina che scende dolcemente da Albugnano.
Non si hanno notizie precise sulla sua nascita, che si fa risalire intorno al 1160. Comunque molte persone delle zone vicine si rifugiarono alla sua ombra che divenne il cuore della vita politica ed economica. Grande era la miseria degli umili ai quali il lavoro assicurava appena il pane sufficiente. I prodotti del suolo, in particolare quelli della vite e dell’olivo, erano il denaro di quel tempo. Gli agricoltori che vivevano nelle campagne erano più direttamente soggetti al feudatario, del quale coltivavano la terra e a cui dovevano ubbidienza come ad un sovrano. La popolazione diventata stazionaria, viveva per intere generazioni sempre nella stessa casa senza muoversi mai, e finì per identificare la patria con il Castello, il mondo con il microscopico feudo.
Alla distruzione di Mercurolio avvenuta nel 1260 per opera dell’esercito astigiano, seguì uno sbandamento degli abitanti che, in parte, si trasferirono a Castelnuovo ad aumentarne la popolazione che raggiunse nel suo recinto le tre migliaia. Mercurolio risorse poco più a settentrione col nome di Buttigliera.
7 - Un po’ di cronistoria
La nostra plaga nel secolo IX era appartenuta ai conti di Torino i quali, promossi Marchesi, estesero la loro autorità militare su gran parte dell’odierno Piemonte. Nel secolo seguente Castelnuovo divenne possesso dei Marchesi d’Ivrea il cui capostipite era stato Anscanio da cui ebbero origine sia la famiglia dei Biandrate (in quel di Novara) che quella dei Rivalba. I Biandrate, che nel 1168 ebbero il castello nel Novarese distrutto dall’esercito della Lega Lombarda, erano Signori della Contea di Porcile che comprendeva Poirino, Buttigliera, Chieri e dintorni, essendo Signore Guido il Grande, che combatté per Federico Barbarossa. Nel 1152, come già accennato, il Conte Guido con la conferma del Barbarossa diede in feudo la nostra plaga alla famiglia Rivalba sua congiunta. Il nostro territorio però nel 1155, sempre per l’autorità dell’imperatore, passò ai Marchesi del Monferrato (capostipite Aleramo) a ricompensa della loro fedeltà, unitamente ad Asti e a Chieri che erano state poco prima incendiate.
Intanto le lotte tra la Lega dei Comuni Lombardi ed il Barbarossa si concludevano con la famosa battaglia di Legnano del 1176. La conseguente pace di Costanza del 25 giugno 1183, pur affermando il principio dell’autorità imperiale, concedeva ai Comuni i diritti da essi rivendicati, aprendo la strada alla più ampia autonomia.
Ne approfittò la città di Chieri che, resa più forte dalla suddetta pace, nel 1187 si impadronì di Castelnuovo. Però i Rivalba nel 1193 rivendicarono i loro diritti partecipando a un trattato di pace tra il Marchese Bonifacio di Monferrato e il Comune di Asti, i quali ritennero conveniente consolidare l’importante fortezza a difesa dai pericoli di Chieri e del Conte di Savoia.
Comunque il primo documento probante di Castelnuovo si ha appunto nel 1187 allorché già era appartenuta ai Rivalba, e dal quale risulta che era stata fondata tra il 1152 e il 1187 dai Rivalba stessi divenuti pertanto anche Signori di Castelnuovo.
Ma le peripezie della nostra terra erano appena cominciate. Si stava vivendo in quei calamitosi tempi in cui i feudatari si ribellavano all’autorità imperiale, ed era un susseguirsi continuo di guerriglie tra Ghibellini che parteggiavano per l’imperatore e per il potere civile, e i Guelfi che parteggiavano per il Papa e il potere ecclesiastico.
Nel 1224 Castelnuovo con altri paesi circostanti passò in feudo ai Marchesi di Monferrato; nel 1254 ritornò ad Asti e nello stesso anno ai Rivalba. Questi avevano esteso il loro dominio anche sui territori di Lovencito, Moriondo e Mombello, ma dovettero cedere ben presto Moriondo a Chieri. Nel 1264 i Rivalba divennero vassalli di Chieri, e nel 1290 la maggior parte del nostro territorio passò sotto il dominio di Asti.
Nel 1326 l’esercito dei Conti Radicati di Cocconato diretto contro il Comune di Chieri, saccheggiò il nostro territorio; lo stesso fatto si ripeté due anni dopo per opera dell’esercito di Chieri diretto contro i Radicati. Seguì un avvenimento penoso che esporrò nel prossimo capitolo: la distruzione del Castello che condizionò la vita politica ed economica della cittadinanza castelnovese.
All’inizio del 1400 un esercito francese, qui di passaggio e che agiva per conto di Casa Savoia, smantellò il castello di Albugnano. Poi Castelnuovo nel 1420 fu sede di trattative di pace tra i Marchesi di Monferrato e i Savoia.
Rammento per inciso che il ramo della casa Aleramica regnante fin dal secolo XI sul Monferrato, nel 1305 si estinse, ed ebbe origine la seconda casa ramo dei Paleologi, che nel 1431 trasferirono la capitale del Monferrato da Chivasso a Casale.
I confini del loro territorio comprendente gran parte delle colline a sud del Po e parte delle Langhe, subirono nei tempi notevoli variazioni.
Questi sono i fatti salienti di una serie ininterrotta di ribaltamenti, tra guerre, invasioni e prepotenze che rispecchiano le situazioni di quei tempi lontani in cui la nostra gente nutrì la speranza e cercò la pace rifugiandosi nella fede. Se il nome di Torino quasi non compare in questa concisa esposizione, si deve al fatto che il territorio di Castelnuovo non essendo confinante, non ebbe diretti contatti con quella antica città la quale, quando si sottrasse alle autorità feudali per reggersi a libero Comune, contava appena 5-6000 abitanti. Inoltre, vivendo anch’essa fra continue turbolenze e desolazioni lasciate dal passaggio di truppe, nonché a causa di nuovi mutamenti di signorie, nella seconda metà del secolo XIV vedeva ridotta la sua popolazione pari ai 2/3 rispetto a quelle di Chieri e di Asti che nel 1377 superavano entrambe i 6000 abitanti.
8 - Fine del nostro castello
I Visconti, antica famiglia di parte ghibellina, tennero la Signoria di Milano dal 1277 al 1447, sostituiti poi dalla famiglia Sforza. Verso la metà del secolo XIV Luchino Visconti aveva esteso la sovranità anche su Parma, Alessandria ed Asti, manifestando ostilità anche nei confronti del nostro territorio fortificato. Ma fu solamente il suo successore il tirannico Galeazzo II, il conquistatore di Pavia, che, salito al potere nel 1354, rivolse le armi contro Castelnuovo. Se i Signori Rivalba non fossero stati troppo perseveranti nella difesa della propria sovranità e indipendenza, l’esercito visconteo avrebbe potuto risparmiare il castello castelnovese, invece di ridurlo quasi completamente in rovina. Da documenti dell’epoca, redatti a misfatto compiuto, risulta appunto che il 29 marzo 1359 i Rivalba pattuirono con Galeazzo Visconti la rinuncia alla ricostruzione del castello e alla erezione di altre fortificazioni. Alla popolazione desolata e impoverita per i disagi sofferti, fu tra l’altro imposto l’esonero per un decennio dal partecipare ad atti di guerra.
Senza dubbio la demolizione del castello provocò un profondo turbamento fra i cittadini per l’offesa al loro orgoglio e per il tramonto delle ambizioni di potenza e di gloria dei Signori Oberto e Giovanni Rivalba.
Castelnuovo, posta in una zona di transito fra due territori, fu vittima di quel periodo torbido in cui le città di Asti e di Chieri e del Marchesato di Monferrato, anziché promuovere un’alleanza in difesa delle singole sopravvivenze, si combattevano fra di loro per imporre la propria supremazia o per vendetta, rappresaglia e invidia, ignorando le norme di buon vicinato: il più forte del momento assoggettava i più deboli e ne combatteva ogni virtuale possibilità di recare fastidio, ricevendo anzi dai vassalli fedeltà e omaggio. In quei tempi l’unica, grande e vera ricchezza era la terra, e quando avveniva una conquista, il miglior bottino erano i campi ed i terreni più fertili.
Del nostro Castello, vera rocca di frontiera, presente ormai solo nella fantasia come un sistema di fortificazioni erette in un punto strategico importantissimo, mal visto dai vicini e da loro disputato, fin d’allora non rimasero oltre alla torre, che delle rovine che ancora oggi possiamo scorgere dalla via sottostante. In questo punto culminante della collina da cui il potente feudatario governava l’intero villaggio, ora sorge il santuario della Madonna Assunta, in gran parte ricostruito due secoli or sono.
Dal cortile dell’edificio, che per quasi sessantanni fu sede del collegio salesiano e in cui taluni ritengono esistesse un’antica sede dei Signori di Castelnuovo, una grande galleria, scavata nel tufo e senza alcun rivestimento, attraversa la collina. Da questo scavo si sale ad altro sotterraneo diviso in più vani che venivano adibiti alla preparazione e conservazione dei vini. Inoltre pare che una scaletta a chiocciola salga fin sotto l’altare, dov’era forse la segreta del castello. Si vuole ancora che altri sotterranei a scala o in pendenza discendano in varie direzioni nella vallata sottostante. La fantasia ci ricrea l’ambiente di quell’epoca con i suoi frastuoni di armi, i calpestìi ed i nitriti dei cavalli, il lamento dei prigionieri, le grida festose dei vincitori, gli striduli inni guerreschi: tutto ciò in contrasto con l’odierno silenzio che regna oggi all’ombra della torre antica e della Madre Celeste, speranza e conforto di tutti gli afflitti, ispiratrice di pace, serenità e fratellanza.
Un pensiero di riverente riconoscenza giunga in questo momento al compianto Prevosto don Bartolomeo Calcagno che distribuì a tutte le famiglie della parrocchia la bellissima icona riproducente la pala che domina il marmoreo altare del santuario. Nel pregevole dipinto del Milocco, la Madonna col Bambino consegna la cintura a Sant’Agostino e Santa Monica. Questa immagine è cara a tutti i fedeli che durante le novene fanno risuonare nell’aria le armonie delle lodi, mentre il loro pensiero vola molto indietro nel tempo a ricordare la vittoria di Lepanto (8-10-1571) in cui fu decisa la supremazia cristiana sui turchi e fu istituita la recita del Rosario. Ma scendiamo le tortuose strade del paese. Contemplando il panorama da ponente possiamo seguire l’ancora esistente poderosa cinta di mura dell’antica cittadella, riedificata nei secoli seguenti la parte caduta in rovina, e restaurata quella pericolante a sostegno delle abitazioni.
Come nota dolente sottolineo l’abbattimento avvenuto nel 1955 dell’ultimo arco o portone d’ingresso alla cittadella. Lo scopo fu di agevolare la costruzione del bastione che sorregge il cortile delle Scuole Elementari, nonché di eliminare la strettoia che causava notevole difficoltà al transito degli automezzi. Il rammarico è grande, anche se si trattava di un rifacimento. Un altro portone esisteva in antico alla Fornaca al limite di Via Argentero.
Giova anche ricordare il sito che conserva ancora la sua denominazione originale di « Prato della Braida » a levante di Piazza Dante. Esso fungeva da piazza d’armi, ed il popolo vi si esercitava al maneggio delle armi in preparazione delle imprevedibili ma frequenti guerriglie. La gioventù invece vi si dilettava nella ginnastica e nei giochi propri dell’età spensierata. Almeno un cenno meritano altri castelli minori che nel medioevo facevano corona a quello principale. Oltre a quello di Castiglione già menzionato, esisteva in una zona appartata a mezzogiorno del nostro territorio, il castello di Mainito che cessò di esistere da oltre cinque secoli. A ponente c’era quello di Lovencito appartenuto per lunghi periodi ai Signori Rivalba e di cui fino a qualche decennio fa si scorgeva ancora una parte della vecchia torre rotonda. Un quarto castello svettava nella zona ove ora sorge la chiesa della Confraternita di San Bartolomeo. Tutti questi fortilizi ebbero vita effimera: di essi non avanzano che esigui resti, spesso individuabili soltanto dall’occhio esperto dell’archeologo.
Neppure il castello di Mondonio (Mons Domini) ebbe lunga vita. Tra le costruzioni posteriori che circondano il sito, spicca ancora l’antica, rovinosa, massiccia torre quadrata, mentre intorno si intravedono tracce di mura. Tutti questi castelli nel loro insieme giustificavano la denominazione di « fortezza di Castelnuovo ». Peccato che la presunzione dei Signori Rivalba-Castelnuovo non abbia favorito la sopravvivenza anche da noi di un modesto castello, come in tanti piccoli centri dei dintorni.
9 - Castelnuovo libero comune
In seguito alla rivolta generale contro il sistema feudale e l’autorità imperiale, subentrò a poco a poco un nuovo periodo che vide le città rifiorire. Fu allora che, favoriti anche dall’aumento della popolazione, i Castelnovesi cercarono il proprio sviluppo economico fuori della cittadella nella quale per tanto tempo avevano trovato maggiore difesa dai nemici.
Nel territorio liberato dal dominio assoluto del Signore apparve allora la nuova classe dei contadini liberi che coltivavano un proprio fondo. La loro condizione di servi della gleba, legati ereditariamente al terreno che coltivavano e col quale potevano essere venduti, faceva ormai parte del passato. Anche la borghesia vide la sua redenzione nel potenziamento dell’artigianato familiare, reso ormai necessario dall’aumento della popolazione rurale.
Si costruirono case e borghi e tutti si affollarono nelle strette vie del paese e aprirono botteghe. Grazie anche alla zecca dei Conti Radicati di Passerano, la piccola monetina d’argento incominciò a diventare più comune, insinuandosi pure nelle campagne a sostituirsi al baratto dei prodotti della terra. I cuori dei nostri antichi avi si aprirono alla speranza di una vita migliore.
10 - Il casato dei Rivalba
I Signori Rivalba di Castelnuovo, celebri nei secoli XII, XIII e XIV, si associarono alla vita del Comune e scomparvero mescolati con la borghesia nutrendo ancora vivo interessamento per la vita della comunità. I loro discendenti presero dimora nel palazzo, in parte demolito e rimaneggiato nel secolo scorso, e che ancora esiste di fianco alla chiesa parrocchiale con fronte verso l’attuale piazza San Cafasso, che venne adibita a piazza del mercato. Ma la sua costruzione originale viene attribuita da taluni alla Marchesa Matilde di Savoia figlia di Emanuele Filiberto, durante il suo mandato nel nostro territorio, a cui accennerò in seguito.
Il nobile casato dei Rivalba si estinguerà solo sul finire del secolo XVII. Alcuni loro antenati ebbero sepoltura nella vicina Abbazia di Vezzolano, ove affreschi ed iscrizioni testimoniano di una delle più antiche ed insigni famiglie nobili piemontesi. In particolare, contro le ingiurie del tempo, in un arco del chiostro è ancora decifrabile la prima parte dell’epigrafe che segna la sepoltura di Oberto Rivalba Castelnuovo: « Hoc est sepulchrum spectabilis et generosi Oberti de Rivalba... ».
11 - Governo cittadino
Come altrove, anche a Castelnuovo i nobili formavano il principale nucleo del governo cittadino. Il Comune rurale difficilmente riusciva a spezzare tutti i legami feudali; e per ottenere un regime autonomo doveva lasciare aperto l’ingresso all’antico Signore, il quale talvolta si riservava la nomina o l’approvazione dei magistrati comunali. Inizialmente quindi i nobili avevano il sopravvento, occupando quasi tutte le cariche, anche se il Consiglio Generale era l’assemblea di tutti i cittadini maggiorenni del Comune.
Però verso la fine del secolo XIII la vecchia nobiltà venne impoverita di fronte alla pretesa che a lato del Podestà entrasse a far parte del governo anche il Capitano del Popolo. Infatti a poco a poco tutta l’azione del Comune fu diretta verso una completa autonomia dal Signore e Feudatario, sollevando contro di lui i lavoratori dei campi con il miraggio della piena libertà. Tuttavia se la condizione giuridica delle classi rurali migliorò, di fatto non variò molto il loro stato economico, poiché esse passarono spesso dalla servitù del feudatario alla dipendenza del Comune con patti non meno gravosi. Da una pergamena risulta che Castelnuovo nel 1359 otteneva accolto da Galeazzo Visconti, signore di Milano ed Asti, un ricorso per cui si riconoscevano i propri Statuti con l’ufficio di Podestà, al quale era concessa ampia giurisdizione nelle cause civili e criminali; veniva eletto ogni anno ed aveva la pienezza del potere esecutivo. Egli doveva delegare un Vice Podestà, il quale aveva l’obbligo di risiedere nel Palazzo del Comune; dopo di che gli si consegnava lo scettro. Gli Statuti erano veri codici politici, civili e penali dei liberi Comuni: la legge dei tempi nuovi, a salvaguardia della sicurezza del territorio e dei suoi abitanti.
12 - L’annessione a Casa Savoia
Intanto anche per la democrazia comunale arrivò la parabola discendente e nella maggior parte d’Italia ci si avviò verso lo Stato moderno. In luogo di tanti comuni, grandi e piccoli, andarono sorgendo dei veri Principati, vasti e forti, che miravano ad estendersi sempre più. Anche Castelnuovo si apprestò a perdere definitivamente la sua autonomia conquistata meno di due secoli prima.
Con la pace di Cateau Cambrésis del 1559, la Spagna subentrò alla Francia nel dominio in Italia. Emanuele Filiberto potè allora restaurare in pochi anni l’integrità del suo Ducato col benestare della Spagna, in compenso dei servigi che il Duca stesso le aveva reso nella famosa battaglia di San Quintino contro i Francesi (1557). Appunto in seguito ai suddetti avvenimenti Castelnuovo nel giorno 17 dicembre 1559 giurò fedeltà al Duca di Savoia, al quale passò definitivamente quattro anni dopo, allorquando la capitale del Ducato veniva trasferita da Chambéry a Torino.
Chieri si era data ai Savoia nel 1418; Asti, dopo alterne vicende, seguirà la stessa sorte nel 1575; il Marchesato di Monferrato, restringendo gradatamente i suoi confini territoriali, perderà l’indipendenza solo nel 1713.
Con l’annessione a Casa Savoia, Castelnuovo ne condivise le sorti benigne ed avverse.
Carlo Emanuele I, successore di Emanuele Filiberto, dovette sostenere lunghe lotte contro Francesi e Spagnoli, al fine di ingrandire i territori del suo Ducato. Perciò verso il 1625 Castelnuovo fu soggiorno dell’intera armata sabauda diretta a Verrua (presso Cresccntine) per liberarla dall’assedio spagnolo. Nel frattempo, durante un periodo di vassallaggio francese, nel 1619 il territorio castelnovese con Buttigliera, fu concesso dal Duca Carlo Emanuele I in feudo al Conte Ernesto Mansfeldt, in segno di riconoscimento dei servigi resi come colonnello durante le guerre contro la Spagna. Morto questi nel 1627, fu ceduto dal Duca alla propria sorella Marchesa Matilde nell’occasione delle sue nozze col nobile Carlo Giovanni Simiana. Passerà poi agli Imperiali Principi di Francavilla.
A proposito delle suddette investiture va rilevato che per quanto fosse stata decretata da lungo tempo l’abolizione in blocco di tutti i privilegi feudali, ne era rimasto qualche residuo, annientato più tardi dalla bufera rivoluzionaria napoleonica. Il feudo assegnato a questi Signori va pertanto considerato propriamente un reddito concesso in godimento vitalizio, personale, inalienabile; poteva essere revocato, e alla loro morte doveva ritornare al concedente.
13 - Oltre un secolo di epidemie
Il secolo che precedette il trattato di Cherasco del 1631 fu anche per il nostro paese un periodo infausto non solo per le guerre tra Spagnoli, Francesi e il Duca di Savoia, che mirava alla conquista del Monferrato, ma anche per le carestie rovinose e le frequenti grandinate e, peggio ancora, per la mortalità di molti suoi abitanti, non certo per il clima naturalmente salubre, ma a causa della peste che dilagò dal 1536 al 1559. Nel 1575 risulta che fu attenuato un nuovo contagio, grazie agli ordini impartiti dal Duca Emanuele Filiberto, con misure igienico-sanitarie e ferrea vigilanza.
L’epidemia pestilenziale ricomparve negli anni 1598 e 1599 in tutta la sua gravità e poi nuovamente nel 1630 dilagando su vasti territori. Quest’ultima, che nel nostro paese, solo nel mese di luglio, portò alla tomba 64 persone, fu descritta con grande efficacia dal Manzoni ne « I promessi sposi ». I colpiti dal male quasi tutti morivano e c’erano in tutte le case moribondi e languenti.
Neppure nel 1867 l’epidemia di colera risparmiò Castelnuovo ove nel mese di agosto si contarono 27 morti. In questa circostanza don Bosco acconsentì che don Cagliero portasse da Torino il conforto materiale e morale alla nostra popolazione provata da tanto flagello. Nella concomitanza di così gravi calamità, che soltanto severe misure profilattiche riusciranno in seguito a debellare, vennero concesse al Comune parecchie riduzioni di tasse.
Anche la nostra popolazione nutrì profondo amore per i Santi protettori degli appestati: San Sebastiano, San Defendente e San Rocco, a ciascuno dei quali dedicò una cappella. Quella dedicata a San Rocco si trovava nell’attuale largo Mons. Bertagna, e venne poi demolita e sostituita intorno al 1890 da quella oggi esistente ed assiduamente frequentata. Anche le attuali piazza Don Bosco e via Roma furono a lui dedicate. Come è noto, San Rocco, francese di nascita, visse nella prima metà del secolo XIV. Elargita la cospicua eredità paterna, peregrinò per l’Italia prodigandosi nella cura degli ammalati di peste, finché anch’egli ne fu colpito e costretto ad appartarsi. Viene raffigurato vestito di semplice mantello, mentre un cane l’accompagna recandogli il necessario per il suo sostentamento.
Per chiudere questo capitolo che suscita amarezza per le umane sofferenze, rammento le disastrose gelate del 1705 che fecero perire gran parte degli olivi di cui erano coperti i clivi meridionali delle colline da Castelnuovo a Cocconato.
L’olio prodotto era destinato in gran parte al consumo locale e del vicinato, anche perché non poteva reggere per qualità e quantità alla concorrenza di quello della riviera ligure favorita dal tiepido clima marittimo. Esso aveva tuttavia recato fino a quell’anno un contributo non indifferente all’economia della popolazione agricola locale.
Il territorio lasciato libero dagli oliveti fu coltivato a vite e si ebbe per qualche tempo una rinomata ed eccellente produzione di nebbiolo, alla quale subentrò quella del freisa.
Ma la serie nefasta delle disavventure per la nostra agricoltura non era finita. La filossera giunta dall’America in Europa intorno al 1880 con l’importazione di barbatelle infette, ridusse in rovina i nostri rigogliosi vigneti. Gli agricoltori dovettero ricostruire pazientemente le piantagioni con viti resistenti all’attacco di quei deleteri insetti. Solo con l’innesto di varietà nostrane su barbatelle americane si ebbero vigneti immuni dalla malattia.
14 - Castelnuovo nel secolo XVIII
Nell’anno 1703 a Castelnuovo vi fu un vero accampamento del nemico, qui in sosta con destinazione Albugnano, ed il paese fu posto a sacco. Questo fatto va collegato ad una delle più gloriose imprese del valoroso Duca e Principe Vittorio Amedeo II, futuro Re di Piemonte e Sardegna. Congiungendo le sue truppe con quelle austriache, capitanate dal cugino Eugenio di Savoia, riuscì a liberare Torino (7-9-1706) dal famoso assedio francese che eternò l’atto eroico di Pietro Micca (29-8-1706). Gli abitanti di Torino che esultarono erano circa 40.000. La vittoria di Torino tolse a Luigi XIV la speranza di veder mandati ad effetto i grandiosi progetti della sua ambizione.
Dal 1710 in poi per molti anni la nomina dei nostri Sindaci, subentrati ai Podestà medioevali, fu avocata a sé dai Principi Simiana di Francavilla, Grandi di Spagna, quali Marchesi di Castelnuovo, succeduti alla Marchesa Matilde di Savoia. Il nostro paese continuò a far parte del Regno Sabaudo che, estendendo i suoi domini sulle terre verso il Ticino, per lunghi periodi rimase l’unico stato italiano libero da ogni influenza straniera e militarmente organizzato, anche se dovette subire le ambizioni di grandezza di Napoleone Bonaparte.
Castelnuovo però fu risparmiata dal passaggio delle truppe d’oltralpe del 1796, che videro restringere i confini territoriali del Regno di Sardegna. Subì qualche molestia nel 1799 per opera delle truppe austro-russe che lo considerarono territorio di conquista, quantunque il loro intervento sia stato principalmente limitato a compiti di polizia contro i briganti che guazzavano nella generale anarchia, in un clima di grande miseria. Poi la parte del Piemonte al di qua del fiume Sesia, nel 1802 divenne territorio francese e in tale situazione rimase sino alla caduta di Napoleone (1814).
15 - Sulla strada del progresso
Divenuto il Piemonte il centro propulsore dell’unificazione italiana, la nostra popolazione, non priva di iniziative in ogni campo, seppe sempre mantenere vivo il sentimento di libertà, alimentato dalle speranze e dalle delusioni derivate dalle campagne napoleoniche e dai moti insurrezionali. Nessun cittadino della nostra plaga viene annoverato fra i volontari garibaldini, tuttavia i Castelnovesi seppero dare il loro valido contributo di coraggioso eroismo nelle varie guerre risorgimentali che portarono all’unità territoriale dell’Italia. I numerosi nomi dei Caduti nelle recenti guerre, atroci e sanguinose, scolpiti nel marmo a perenne ricordo, siano di esempio ammonitore alle nuove generazioni. La Patria si difende con le armi, ma la sua prosperità è subordinata alla fratellanza, all’istruzione e alla laboriosità del popolo. Ed i Castelnovesi anche in queste virtù seppero sempre emergere.
Fin dal secolo scorso a Castelnuovo ben poco rimaneva delle antiche disuguaglianze sociali, anche se la sua popolazione era ancora prevalentemente agricola. L’educazione e l’istruzione della gioventù che nel secolo XV era ancora a carattere familiare o veniva affidata al monastero, col volgere dei tempi era passata alle scuole parrocchiali. Questi furono i primi passi verso l’affermazione delle scuole rurali comunali, che in Italia dal 1859 i fanciulli avevano il diritto di frequentare e dal 1877 l’obbligo. Però in parecchie località del Piemonte le scuole rurali furono rese obbligatorie molto prima e concorsero tangibilmente alla formazione dei nuovi cittadini.
Non ebbe successo verso la metà del secolo scorso il tentativo dell’immigrato svizzero Johann Baumgartner di dare vita nel nostro paese all’industria tessile con l’installazione di qualche telaio, allorquando le donne più anziane erano molto tenacemente legate alla tradizionale filatura casalinga della canapa con la rocca e il fuso. Nei primi due decenni del novecento fiorì l’industria dei laterizi: una fornace della ditta Bosia & Paumgartner, situata in località Rivalta, fornì mattoni, tegole e quadrello per la costruzione di molte case di Castelnuovo e dintorni. Ebbe pure successo l’artigianato, tuttora fiorente, della lavorazione dei mobili in vimini e giunchi, ed ora anche in plastica, introdotto dai nostri concittadini fratelli Eugenio e Lorenzo Picollo, rimpatriati dall’America dopo aver acquisito una lunga e provata esperienza.
Nel 1922 apparvero nella nostra zona i primi apparecchi radiofonici costruiti in loco da un intraprendente ed ingegnoso nostro concittadino. Egli si affermò pure nel campo della meccanica automobilistica inventando un cambio automatico a ruote dentate sempre in presa (brev. 443369 del 17.12.1948), contribuendo alle ricerche tecniche per facilitare la manovra di guida. Alludo alla multiforme attività ed alla cara memoria di mio padre. Al Dott. Pietro Andriano, Cavaliere di Gran Croce, appassionatamente legato agli interessi ed ai problemi della sua gente, spetta tra l’altro l’onore della fondazione nel 1957 della Cantina Sociale di Castelnuovo, dell’esperimento di difesa antigrandine con gli aerei, nonché della realizzazione della nuova sede della Casa di Riposo per anziani. Ma il suo più grande merito riguarda la passata professione di medico veterinario essendo stato il promotore fin dal 1932 di una apprezzata esperienza: la fecondazione artificiale che portò alla selezione e al miglioramento della razza bovina piemontese.
Anche nello sport Castelnuovo annovera un figlio che si affermò nelle competizioni ciclistiche in campo nazionale ed internazionale: Luigi Marchisio. Nella Frazione di Ranelle ove ebbe i natali nel 1909, egli rievoca le vittorie conquistate durante la sua gagliarda giovinezza: fu campione italiano dilettanti liberi nel 1926 e campione italiano indipendenti nel 1928. Vinse il Giro d’Italia nel 1930 e conquistò la terza posizione in quello del 1931. Vinse la Barcellona-Madrid ed il Giro della Catalogna nel 1932. Terminò 18° nel Tour de France del 1932. Fu poi costretto, suo malgrado, a limitare l’attività sportiva in seguito ad una rovinosa caduta. Ritengo doveroso ricordare ancora la costruzione avvenuta dal 1930 al 1934 del grande acquedotto del Monferrato che, attraverso una rete di 1.100 Km di tubazioni, fornisce l’acqua ad oltre 80 comuni.
16 - La condizione delle strade
Durante il medioevo nelle nostre zone collinose si verificò la necessità di rendere più difficili i già limitati collegamenti stradali, in modo da garantirsi contro l’avanzata delle invasioni straniere. Questo fenomeno si accentuò allorquando la comunità si addensò in cima alla collina, nelle immediate vicinanze del castello.
Ciò limitava i contatti con le popolazioni vicine, ma dava al Signore la possibilità di accrescere la difesa del centro abitato. Pertanto il passaggio nella nostra plaga di reparti militari anche di modesta entità, non era certamente facilitato dalla limitatezza e dalle precarie condizioni della viabilità, ammesso che i viottoli adatti ai trasporti someggiati attraverso le nostre colline meritassero l’onore dell’appellativo di strade.
Nel settecento incominciarono ad affluire a Torino, provenienti da Bardella e da Moncucco, file di asinelli umili e pazienti che portavano gesso e vino sulle loro groppe. I loro conducenti erano costretti a seguire in carovana sempre gli stessi itinerari definiti « strade del gesso », diretti alla Madonna del Pilone. Essi erano animati da spirito di mutuo soccorso e miravano a scoraggiare sgraditi incontri che, anche in quei tempi, avvenivano di frequente, nel caso di viaggi isolati. La realizzazione di percorsi agevoli, il loro moltiplicarsi e il loro sfruttamento ebbero inizio solo nella prima metà del secolo scorso, essendo legati al notevole e rapido progresso dell’industria e della tecnica di costruzione e manutenzione.
Fu in questo periodo che ebbe inizio per opera di un certo « Baros » l’effettuazione tutti i lunedì e giovedì, di un servizio di conducente-vetturale da Castelnuovo a Torino, con recapito all’albergo « Cappel d’oro » ora scomparso.
Infatti la strada Chieri-Torino attraverso il valico del Pino, progettata nel 1790 con un nuovo percorso, fu ultimata solo nel 1823, richiedendo lunghi anni di manovalanza per la scabrosità del percorso e i limitati mezzi tecnici a disposizione. Nel 1850 fu migliorata la Castelnuovo-Chieri, mentre la Castelnuovo-Gallareto, con le tre gallerie, fu terminata coll’avvento dell’unità d’Italia (1861). Sulla terza galleria, la Sarino, l’Associazione Internazionale di geologia nel 1860 fece segnare con un cippo il passaggio dell’ottavo meridiano.
Dalla metà del secolo scorso gli animali da soma furono sostituiti da pesanti veicoli a due ruote. Lungo il tragitto i carrettieri incontravano stazioni per il cambio o riposo dei cavalli e per il rifornimento. Importante centro di sosta era l’ampio stallaggio annesso all’albergo « Ciocca » di via Monferrato, ora piazza Dante. Essi trasportavano vino nelle bonze, lunghe botti grosse e piatte adatte al carro: erano diretti a Torino al mercato di piazza Carlina, al quale attingeva anche Vittorio Emanuele II che nutriva predilezione per la Freisa frizzante ed asprigna. Spesso per affrontare la salita di Moriondo i conducenti erano costretti a ricorrere all’ausilio di un mulo che qualche abitante del borgo Vittoria metteva a disposizione dietro modesto compenso. Fu in questo periodo che fecero il loro ingresso anche nelle nostre strade i primi bicicli che a partire dal 1878, attraverso sostanziali modifiche, si trasformarono in biciclette di agile manovra. Un avvenimento importante avvicinò vieppiù la nostra popolazione di circa 4.000 abitanti a quella del capoluogo piemontese, che a metà del secolo si approssimava ai 140.000: fu l’istituzione del 1852 del servizio bisettimanale di diligenza a cavalli Castelnuovo-Chieri. È facile immaginare l’allegro e monotono tintinnio delle sonagliere, la tromba squillante del conduttore, gli schiocchi della frusta; tutti nei villaggi accorrevano al curioso e dilettevole trattenimento d’assistere al cambio dei cavalli e vedere i viaggiatori. Quante buone cose antiche rievoca il ricordo della diligenza! Le condizioni stesse creavano per necessità, fra il limitato numero dei passeggeri, la socievolezza e la familiarità.
Cinquant’anni dopo, nel 1902, fu tentato tra Chieri e Torino un servizio con due grossi automezzi a vapore, sostenuti da quattro robuste ruote di legno cerchiate di ferro, ansimanti e sferraglianti sulle ripide strade ghiaiose. Nel 1909 sul percorso Castelnuovo-Chieri entrò in funzione un automezzo poco dissimile nell’aspetto esteriore, ma dotato di un fragoroso motore a scoppio e di ruote di ferro cerchiate di gomma. Nel 1912 le autovetture salirono a tre; ma se era relativamente facile stabilire l’ora della partenza, era assai difficile prevedere l’ora dell’arrivo a causa delle improvvise soste lungo il tragitto, dovute ai capricci dei motori.
Intanto tutte le nuove strade intercomunali, nonché quelle del nostro concentrico selciate con ciottoli di fiume, erano ancora assai malagevoli, lungi dalle attuali condizioni. D’estate erano polverose e d’inverno piene di buche e di fango, perciò assolutamente contrastanti col rapido incremento della motorizzazione. La loro bitumazione, per quanto riguarda la nostra zona, risale solamente all’ultimo dopoguerra, e quelle delle frazioni al 1966. Anche la splendida illuminazione al neon delle vie e delle piazze del concentrico sostituì la fioca luce delle precedenti lampade ad incandescenza, che a loro volta avevano soppiantato quelle a gas dell’ottocento.
Dalle notizie su riferite risulta evidente che gli interessi della nostra zona gravitarono fin dall’inizio del secolo scorso, specialmente su Torino, che si disponeva a diventare un importante e popoloso centro industriale, passando dagli 80.000 abitanti del 1800 ai 330.000 del 1900. E Castelnuovo seguì da vicino il rapido progresso della grande città le cui vie acciottolate, dal 1845 furono percorse da diligenze a cavalli, i famosi omnibus a 14 posti a sedere; poi nel 1871 le corse divennero più celebri e silenziose con l’introduzione delle vetture a cavalli su rotaie, le cosiddette giardiniere. Nel 1897 infine le linee tranviarie furono elettrificate ed incrementate, mentre con la nascita delle due più rilevanti fabbriche di automobili, della Fiat (1899) e della Lancia (1906), il fenomeno dell’urbanizzazione accentuò la marcia impetuosa della città fino a sfiorare nel 1970 1.200.000 abitanti.
Dalla cronaca del tempo riporto ancora che nel 1913, quando già da qualche anno funzionava il modesto servizio di corriera su accennato da Castelnuovo alla stazione ferroviaria di Chieri, un Comitato formato da valenti personalità, e con l’appoggio dei Comuni interessati all’iniziativa, dopo tre anni di discussioni e di studi, era prossimo all’avvio della realizzazione della ferrovia Chieri-Castelnuovo, in prolungamento della Trofarello-Chieri. Ma, ahimè, per il sopraggiungere della crisi del ferro e peggio ancora per lo scoppio del primo conflitto mondiale, l’attuazione del progetto che avrebbe favorito il commercio e l’industrializzazione della nostra plaga, svanì nel rimpianto della popolazione che da oltre quarant’anni l’aveva accarezzata.
Dopo la seconda guerra Castelnuovo fu unita direttamente a Torino per mezzo di comode corriere, mentre sfumava anche l’illusione di una filovia, che senza dubbio avrebbe promosso ambite assiduità nei collegamenti. Dell’esecuzione di una filovia elettrica Castelnuovo-Torino se ne era già parlato nel 1902, ma per quei tempi il progetto era prematuro.
17 - Denominazione di Castelnuovo
Castelnuovo venne così chiamato dal castello che nei tempi antichi torreggiava sul colle a cui il paese era totalmente aggrappato. Oggi di quel castello, completamente distrutto da oltre sei secoli, non rimangono che i sotterranei ed i resti dei bastioni sulle cui rovine fu edificata nel secolo XVII la chiesa della Madonna Assunta, in seguito ricostruita.
Fu chiamato « Castrum novum » dagli stessi suoi fondatori, i Signori di Rivalba, forse per distinguerlo dal castello di Castiglione situato a breve distanza come avamposto della nuova roccaforte o da quello di Rivalba già di loro proprietà, e ancora oggi esistente ed adibito a istituto religioso.
Le carte del medioevo lo chiamano appunto « Castrum novum de Rippa alba » (di Rivalba), località a noi prossima in vai Rio Maggiore, che da Cinzano va a sfociare nel Po presso Gassino. Altre carte lo chiamano anche « Castrum novum ad Astam » e talvolta « Castrumnovum ad Astas », dopo che dal 1290, ad intervalli più o meno lunghi, fu compreso nei possedimenti astigiani. Successivamente, nella seconda metà del secolo XVI, allorquando Emanuele Filiberto rese obbligatorio nei pubblici atti l’uso della lingua italiana, passando sotto Torino assunse la denominazione tradizionale di « Castelnuovo Rivalba » (o dei Rivalba). In una mappa catastale del nostro territorio, risalente al 1742, viene indicato con il nome di « Castelnuovo in Astegiana ». Durante la dominazione napoleonica (1797-1814) coi suoi 2.500 abitanti, fece parte del « Département du Tanaro », che riuniva le tre province di Asti, Alba e Acqui, e fu chiamato Castelnuovo Astigiano. Nel 1815, in seguito alle deliberazioni del Congresso di Vienna, col nome di Castelnuovo d’Asti per cinque anni fu aggregato al territorio torinese, indi alla provincia di Asti. Dal 1859 Castelnuovo, capoluogo mandamentale, fece parte del circondario di Asti e della provincia di Alessandria. Infine, nel 1935 ritornò alla provincia di Asti ricostituita.
Oggi se il nostro paese non può vantare un castello secondo l’origine del suo nome, può tuttavia gloriarsi per gli eminenti uomini a cui diede i natali, primo fra tutti don Giovanni Bosco.
Il nome di Castelnuovo d’Asti, per suo merito ed a nostro onore, venne modificato in quello più glorioso di « Castelnuovo don Bosco » (R.D. n. 118 del 14 febbraio 1930, pubblicato nel G.U. n. 62 del 15-3-1930).
Cerchiamo di esserne degni figli!
18 - Lo stemma di Castelnuovo
Gli stemmi traggono la loro origine dalle bandiere e dai vessilli usati dai feudatari medioevali per distinguere le loro schiere di soldati. Anche le famiglie nobili e i grandi comuni assunsero un loro stemma che ebbe un valore d’arte per l’originalità delle disposizioni degli accessori e per le nuove e fantasiose forme decorative. Se questi emblemi perdettero col tempo l’antico significato militare, conservarono intatto il segno dell’onore. Anche Castelnuovo ebbe fin dalla sua fondazione un suo scudo gentilizio con ornamenti esteriori che indicavano la dignità e la funzione del possessore: fronde d’alloro e di quercia con corona, distintivo di sovranità, simbolo della giurisprudenza civile e militare dei Signori Castelnuovo-Rivalba. Accadde tuttavia che nei tempi lontani, attraverso le vicende delle guerre ed il conseguente passaggio del nostro territorio da un feudo all’altro, la foggia dello stemma originale del nostro Comune, fosse per diversi secoli dimenticata. Perciò nella mappa catastale del nostro territorio, disegnata negli anni 1740-42 dall’agrimensore chivassese Pezzanna, quello di Castelnuovo contiene tre fasce di nero curvate ad arco, in un’appariscente cornice che sembra opera di un esperto intagliatore: il tutto privo di corona gentilizia.
Dopo il dominio napoleonico apparve un altro emblema rispecchiante le insegne rosso-crociate del comune di Asti, sormontato da corona comitale (di conte, che nella gerarchia nobiliare è superiore a quello di barone e inferiore a quello di marchese). Ultimamente poi era stato adottato addirittura lo stemma reale. Queste situazioni derivate forse da concessione o da arbitrio, contravvenivano alle precise norme araldiche e non potevano e non dovevano protrarsi nel tempo.
Ecco che il nostro concittadino Avv. Sebastiano Filipello, profondo intenditore di storia e di araldica, si interessò affinché l’antico ed originale blasone dei Signori Castelnuovo-Rivalba ritornasse ad onorare la nostra cittadina ed il suo gonfalone, oppure, in mancanza di precisi indizi al riguardo, si addivenisse ad una concessione, attraverso opportune ricerche storiche. Infatti si riscontrarono numerose prove: nella conferma del 1559 per opera del Duca Emanuele Filiberto; nell’ordinanza del Duca Carlo Emanuele I del 2-12-1613 conservata nell’archivio di Stato di Torino; nel « Dizionario feudale antichi stati sardi e della Lombardia degli anni 1923 e 1928 »; ne « La Casa Anscarica e le sue diverse diramazioni in Piemonte » di A. Ricca, Collegio Araldico di Roma. Tutte queste prove furono riconosciute ed autenticate dalla Consulta Araldica, che venuta poi a cessare con l’avvento della Repubblica, era presieduta dal ministro dell’interno e composta da consultori effettivi e onorari e di un Commissario del Re. Pertanto il 21-9-1936 il nostro Podestà inoltrò la richiesta della concessione, a riconoscimento dei nostri diritti, al Re e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. In data 13-1-1937 il Capo del Governo, con firma autografa di Mussolini, e rispettiva trascrizione nei registri della Consulta Araldica due giorni dopo, autorizzò Castelnuovo don Bosco a fregiarsi dello « scudo d’argento a tre fasce di rosso » con rispettiva corona. Inoltre il Comune potè disporre con orgoglio di un purpureo gonfalone le cui insegne possono a ragione destare l’invidia di tanti altri comuni più ragguardevoli: esso è cimato da corona marchionale.
19 - Antiche parrocchie di Castelnuovo
La prima chiesa parrocchiale di Castelnuovo, risalente alla seconda metà del secolo XII, fu quella dedicata a Sant’Eusebio, patrono della Diocesi di Vercelli, di cui faceva parte, mentre dipendeva dalla Pieve di Pino, posta sotto il patronato dei Conti Radicati di Cocconato. I restauri operati dai suoi Rettori, rispettando il suo originale stile romanico, consentirono ai posteri il ricordo tangibile di quei tempi antichi.
Tra le chiesette risalenti a quei tempi lontani, annoveriamo quelle della Madonna di Raseto a Mondonio, di San Michele e di Santa Maria di Cornareto, caduta quest’ultima recentemente in rovina per incuria: tutte edificate al centro di zone abitate, al servizio della pietà dei borghigiani e con il terreno circostante riservato alle sepolture. Alquanto posteriore è la chiesa di San Pietro in Zucca, poi ricostruita, ancora oggi ufficiata in qualche occasione e che probabilmente funzionò per un certo periodo come chiesa parrocchiale, mentre il terreno adiacente fu adibito a sepoltura degli appestati.
Nei tempi lontani, nel grande frazionamento dell’autorità statale, divisa in piccole entità luna all’altra avversa, nel disordine della vita sociale e nella poca sicurezza dei luoghi, rimaneva nella coscienza degli uomini la fede in Dio. Essi, anche per trovare modo di godere un po’ di pace nel travaglio delle discordie, delle ire e delle vendette, rivolsero la loro attività alla erezione di piccole chiese fuori dei consueti itinerari, dove era permesso affluire in sicurezza e vivere momenti di tranquillità. Sotto la protezione della Vergine e dei Santi, mentre le anime si aprivano alla speranza ed al bene, essi trovavano la pace e la possibilità di procurarsi quei modesti beni terreni necessari alla vita, pur nelle ristrettezze di una grama esistenza. Il che avvenne durante il medioevo e continuò nei secoli seguenti, propiziando la costruzione di nuovi santuari di maggiori dimensioni che testimoniano il fervore religioso della popolazione.
Verso la fine del secolo XVI Castelnuovo disponeva alla Fornaca, a lato di via Argentero, di un’altra chiesa parrocchiale intitolata a San Pietro, grande edificio a tre navate con diversi altari e con relativo cimitero. Un pilone e una lapide ne ricordano l’esistenza. Per quasi un secolo, finché le sue condizioni di stabilità lo consentirono, essa funzionò contemporaneamente alla nuova chiesa parrocchiale dedicata a Sant’Andrea Apostolo. Poi lo stesso edificio e il terreno adiacente ospitarono anche le sepolture della nuova parrocchiale fino alla costruzione del cimitero in regione Rivalta che accolse la prima bara il 1° giugno 1817.
La necessità di un camposanto isolato era maturata da diversi anni per motivi d’igiene, e la sua realizzazione si era fatta urgente ed indifferibile. Il materiale ricavato dalla demolizione della chiesa di San Pietro fu utilizzato nel 1820 nella costruzione della sua cappella. Dal 24 aprile 1977. dopo un’ennesima riparazione e nuova pavimentazione, essa ospita la salma di don Domenico Nizia (1881-1954) che per 38 anni fu nostro zelante e solerte Parroco e Vicario Foraneo.
Un primo ampliamento dell’area cimiteriale venne deliberato dal Comune nel 1931, destinandolo in buona parte alla erezione di sepolcri familiari, mentre un secondo è già stato deliberato e sarà realizzato prossimamente addossato alla collina.
20 - La nostra chiesa parrocchiale
La nostra chiesa parrocchiale, la cui costruzione risale ai primi del 1600, per opera dei suoi Prevosti animati da encomiabile spirito di iniziativa, attraverso quasi quattro secoli subì numerosi rifacimenti, ampliamenti e rifiniture, qui accennati in ordine di esecuzione.
Nel secolo XVIII fu fornita del pulpito e della tribuna del coro; fu alzata la volta centrale; l’altare maggiore di stile barocco, veramente superbo per disegno e ricchezza di marmi, fu reso ancora più appariscente con la collocazione del grandioso dipinto ovale dedicato al Santo Patrono, opera del Rassoso, con le relative artistiche decorazioni e i cinque leggiadri angeli di Ignazio Perucca. Il quadro, di notevole valore, rappresenta Cristo e i fratelli apostoli Sant’Andrea e San Pietro al ritorno dalla pesca.
Nel secolo scorso il Battistero che era servito al battesimo di don Bosco fu rimosso dalla parte sinistra dove era addossato al campanile e fu ricostruito al lato destro, arricchito con gli stucchi del savonese Antonio Brilla; si provvide all’acquisto della canonica nell’intento di promuovere chiesa parrocchiale la confinante Confraternita di San Bartolomeo, con la sua appariscente facciata barocca del secolo XVII; furono sistemate le quattro campane, opere dei Vellino di Bra, sulla torre medioevale innalzata di un piano; l’edificio fu ampliato ai lati per fare posto alle nuove cappelle; furono effettuate nuove riparazioni con abbellimenti sia all’interno che alla facciata; fu installato l’organo, opera di Felice Baldi di Centallo. Il primo altare a destra già dedicato al Sacro Cuore, fu dotato della maestosa pala dedicata alla Madonna del Rosario e rappresentante la Vergine col Bambino, Santa Caterina, San Domenico, i quindici misteri, Papi, Cardinali, Principesse e altri devoti. L’opera mirabile è attribuita al pennello di Guglielmo Caccia detto il Moncalvo per quanto riguarda i numerosi volti ivi effigiati, ed alla figlia Suor Orsola per le rifiniture particolareggiate. Inoltre la chiesa fu affrescata da Rodolfo Morgari e dal Marchisio; vennero indorati i capitelli e marmorizzato il colonnato; fu dotata delle statue dei Santi Pietro, Paolo, Lucia e Apollonia, opere del savonese Cav. Brilla.
Nel corrente secolo fu rinnovata la pavimentazione; furono approntati due nuovi altari in onore dei novelli Santi don Bosco e don Cafasso; fu poi arricchita con artistiche vetrate policrome in onore delle nostre glorie religiose, ideate dal pittore torinese Vittorio Piano e realizzate nell’officina d’arte vetraria di Cristiano Jorger.
L’opera di pressanti rifacimenti del tetto e dell’intonaco e la tinteggiatura nell’interno è stata ripresa con sollecitudine e ammirevole zelo dai Salesiani subentrati nella direzione della parrocchia nel 1975.
Nella nostra chiesa sono conservate le reliquie dei Santi Avventore, Ottavio e Solutore. Essa che fin dalle sue origini era stata alle dipendenze della Diocesi di Vercelli, nel 1805 passò sotto quella di Asti per legarsi definitivamente a quella di Torino nel 1817.
21 - Erezione del monumento a Don Bosco
La felice iniziativa del Parroco don Giovanni Battista Rossi di erigere un monumento a Don Bosco fu accolta con entusiasmo da tutti i Castelnovesi, gongolanti di vedere immortalata la memoria del loro compaesano che gran parte di essi avevano conosciuto e del quale ricordavano le singolari virtù e le grandiose opere.
I Membri della Municipalità con a capo il Sindaco Geom. Aventino Musso nel 1895 si riunirono in Comitato, del quale fece parte anche Don Rossi che in quell’anno andò Vescovo a Pinerolo, ma continuò ad apportarvi tutto il suo autorevole appoggio.
Raccolta con pubblica sottoscrizione la somma occorrente per la realizzazione del monumento ed alla quale pervennero contributi da tutto il mondo, fu bandito il concorso a cui parteciparono ben sedici concorrenti. Un gruppo di eminenti personalità nel campo dell’architettura, unitamente al Sindaco, attraverso una non facile selezione seguita da una votazione segreta finale, portò alla vittoria il trentatreenne scultore poirinese Antonio Stuardi (1862-1938).
Nel gruppo statuario in marmo bianco di Carrara, dal volto somigliantissimo del Santo emana la più affabile espressione paterna; Don Bosco stringe al suo fianco un giovane europeo il cui sguardo rivela intensamente venerazione e riconoscenza; un giovane patagone, ricoperto di pelle di guanaco, ginocchio a terra, bacia la mano al suo benefattore.
La scultura è alta circa tre metri e poggia su di un piedestallo in granito rosso di Baveno pure di tre metri. Alla base del monumento si accede attraverso due gradinate appositamente costruite.
Questa è l’opera artistica più attraente e più ammirata di Castelnuovo, come Don Bosco ne è la più pura e fulgida gloria. La sua inaugurazione avvenne domenica 18 settembre 1898 nel decimo anniversario della sua morte, con manifestazioni imponenti per intervento di autorità e di popolo.
Nel 1955 su tre lati del basamento venne ricostruita la cancellata in ferro, in sostituzione di quella asportata per necessità belliche durante l’ultimo conflitto mondiale. La sera del 31 gennaio 1968 fu inaugurata la suggestiva illuminazione notturna al monumento.
22 - Glorie religiose castelnovesi
Se è un gran vanto per una città il possedere superbi palazzi, piazze e vie spaziose, templi sontuosi e monumenti antichi, molto più lo è il poter annoverare tra i suoi figli uomini grandi, personaggi illustri. Non suscita gran meraviglia trovarne molti in una città popolosa; ma quando in un paese di campagna come Castelnuovo, se ne incontrano tanti e tanto grandi, allora viene da esclamare: « Ma questa è terra benedetta da Dio! ».
Il primo che rifulge di vivida luce e che in tempi a noi vicini portò nel mondo la fama di questa terra feconda è Don Bosco (1815-1888), dichiarato Beato nel 1929 e Santo nel 1934. Luminoso esempio di virtù e di amore, da povero campagnolo diventò prete e fondò numerose scuole ed istituti per derelitti in ogni parte del mondo: opera meravigliosa di un uomo che rifiutò qualsiasi onore.
I compaesani gli dedicarono l’ex via San Rocco (ora via Roma) e l’ex piazza San Rocco nella quale gli innalzarono nel 1898 il bel monumento. Le spoglie del Santo, da vent anni Protettore degli apprendisti, riposano nel santuario di Maria Ausiliatrice a Torino, mentre presso la sua casa natale, dal grandioso tempio, che dal 1965 si erge a 75 metri, irradia la luce che continua la sua opera imperitura.
Un altro sacerdote castelnovese è San Giuseppe Cafasso (1811-1860). Fissò il suo domicilio nella chiesa di San Francesco d’Assisi in Torino, dove fu aperto il Convitto Ecclesiastico. Qui fu Maestro del clero piemontese ed educatore dei giovani. Sparse le parole della bontà al letto degli infermi: il suo confessionale era sempre attorniato da una quantità di gente di ogni ceto sociale. Compì un santo apostolato di redenzione nelle carceri di Torino accostandosi ai reclusi con le espressioni più tenere e avvicinandoli con carità alle più salutari meditazioni della grazia e delle virtù: essi poco alla volta ritornavano ai sentimenti della prima età. Accompagnò anche all’estremo supplizio, confortandoli e riportandoli alla fede, circa 70 condannati a morte. Beatificato nel 1925 e santificato nel 1947, Torino lo venera nel Santuario della Consolata, dove egli svolse gran parte della sua missione.
San Domenico Savio (1842-1857), beato nel 1950 e santo nel 1954, è l’angelico giovinetto di San Giovanni di Riva che nella sua breve vita, trascorsa in gran parte nel nostro paese, fu mirabile esempio di virtù. Morto a Mondonio e quivi sepolto nel vecchio camposanto, nel 1920 le sue spoglie furono recate nel santuario dell’AusiIiatrice vicino a quelle del suo grande Maestro. A Mondonio, a lato del cortiletto di casa sua, nel 1920 fu benedetta la statua che rispecchia l’immagine della sua rettitudine e delle sue virtù. L’antico villaggio che dal 1929 fa parte del nostro territorio comunale, con decreto P.R. n. 993 del 13-10-1969, registrato nel G.U. n. 2 del 3-1-1970, prese la denominazione di « Mondonio San Domenico Savio ».
Il Cardinale Giovanni Cagliero (1838-1926), fu il primo porporato salesiano. Seguì il corso di morale di Mons. Bertagna e si consacrò al ministero della predicazione. Valente musicista, pubblicò applauditissimi canti, oltre ad un ricchissimo repertorio di musica sacra. Nel 1875 capitanò la prima spedizione nell’America Latina gettando le basi della vasta missione salesiana. La Patagonia ove fondò innumerevoli istituti, chiese e scuole, divenne il campo prediletto delle sue fatiche. Eletto Vescovo nel 1882, divenne Cardinale nel 1915. Dopo 38 anni dalla tumulazione nel cimitero del Verano a Roma, nel 1964 la sua salma fu trasferita nella sua lontana Patagonia nella chiesa Mater Misericordiae, cattedrale di Viedma, per essere esposta alla venerazione di quelle genti, tra le quali aveva svolto, intervallati da altre incombenze, oltre quarant anni di apostolato.
Il Servo di Dio Canonico Giuseppe Allamano (181-8-1926), nipote di Don Cafasso, fu tesoriere per 46 anni dell’antico santuario della Consolata di Torino, da lui trasformato e portato all’attuale splendore. Fondatore delle Missioni estere della Consolata, dedicò la sua esistenza a formare santi sacerdoti, distinguendosi nella pratica delle virtù. La sua salma riposa a Torino nella cripta della casa madre di Corso Ferrucci. Nel 1944 fu aperto il Processo Informativo Diocesano che apre le porte al riconoscimento dei suoi meriti per la sua elevazione agli onori degli altari.
E non sono tutti qui i Grandi che fanno onore a Castelnuovo don Bosco. Quelli menzionati sono forse i rami più rigogliosi di un albero che continua a crescere ed elevarsi verso il Cielo, per rendere grazie e gloria al Creatore. Infatti altri germogli si svilupparono in questa feconda terra castelnovese.
Mons. Giovanni Battista Bertagna (1828-1905), attese con predilezione a coltivare la teologia morale prima nel Convitto di San Francesco d’Assisi e poi nel Santuario della Consolata, e per 18 anni fu il maestro di tutti i sacerdoti di Torino e di altre diocesi, che ammiravano la chiarezza e la profondità del suo sapere e la facilità di sciogliere i più scabrosi casi di coscienza. Fu annoverato tra i più insigni moralisti del suo secolo. Rettore del seminario di Torino, Vicario Generale della diocesi di Asti, fu eletto Vescovo di Cafarnao e poi Arcivescovo di Claudiopoli, mentre prestava la sua opera come Ausiliario dei Cardinali Alimonda e Richelmy.
Mons. Giovanni Battista Rossi (1838-1922) da Cavallermaggiore, professore nel seminario di Bra e poi di Chieri, a partire dal 1870 resse per 25 anni la nostra parrocchia. Apportò numerosi restauri alla chiesa; fece costruire il porticato a lato della piazza; fondò nel 1879 l’antico ospizio San Giuseppe che dopo quasi un secolo di attività è stato trasferito nella più idonea sede del nuovo e maestoso ricovero modernamente attrezzato, dove gli anziani possono ricevere più adeguata assistenza. Aprì l’edificio che, dopo notevoli modifiche di adattamento, anche per opera dei suoi successori, ed in particolare del viceparroco Don Carlo Bonaudo, fu adibito fino al 1967 ad oratorio festivo San Luigi, oltre che a sede per cinquant’anni del cinematografo parrocchiale. Il 27-9-1966, col primo colpo di vanga, iniziarono gli scavi per la fondazione del nuovo oratorio dedicato a Papa Giovanni XXIII. Don Rossi fece inoltre costruire la nuova chiesetta di San Rocco e fu il promotore dell’erezione del monumento a Don Bosco. Consacrato Vescovo, nel 1895 lasciò Castelnuovo con destinazione Pinerolo, ove sollecitò l’edificazione del seminario e della cappella dedicata alla Madonna delle Grazie attigua all’antica chiesa di San Maurizio.
Mons. Matteo Filipello (1859-1939), nipote di Mons. Bertagna, fu insegnante nel seminario di Torino; resse per otto anni di intenso lavoro, realizzando svariate opere, la parrocchia di San Francesco. In sostituzione di Mons. Richelmy eletto Arcivescovo di Torino, nel 1898 andò vescovo ad Ivrea ove per oltre quarant anni mise in evidenza le sue grandi doti di pietà e la sua consumata esperienza.
Mons. Francesco Cagliero (1875-1936), Vescovo missionario della Consolata, per vent anni fu Superiore delle Missioni del Vicariato di Nyeri (Kenia) e per dodici Prefetto Apostolico dell’Iringa (Tanzania). Fondò scuole, collegi, un monastero e un seminario indigeni, svolgendo instancabilmente multiformi attività in quelle terre lontane, di dove non fece più ritorno a causa di un deprecato incidente automobilistico.
23 - Altri uomini illustri
Qualche cenno meritano altri personaggi che pure onorarono Castelnuovo con le loro opere, specialmente nel campo del diritto e della medicina.
I fratelli Marco e Gioanni De Grassi vissero nel secolo XV. Marco primeggiò nella pratica della giurisprudenza a Lucca. Gioanni fu insegnante nell’università di Pavia e pubblicò molte opere legali, apprezzatissime nel Ducato di Savoia.
Oddonello Mercandillo visse nel XVI secolo. Scrittore di opere legali, fu insegnante di giurisprudenza a Padova e giudice ad Asti. Di lui un’iscrizione, un tempo esistente nell’antico palazzo comunale di Via Pietragamarra, diceva che « meriterebbe una statua d’oro ».
La famiglia Argentero, oriunda di Riva presso Chieri, fu contemporanea del Mercandillo. Divennero famosi i fratelli Giovanni e Bartolomeo e i figli di questi, Fabio e Giorgio. Bartolomeo, dotto scrittore, fu medico a Lione; il figlio Fabio, avvocato di grido, fu presidente della Camera e podestà a Biella; Giorgio fu archiatra di Casa Savoia; suo figlio Carlo fu vescovo di Mondovì.
Una via del paese è però intitolata a Giovanni (1513-1572), il « Gran medico di Lione », insegnante a Bologna, Anversa, Pisa, Roma, Napoli, Mondovì ed infine nell’università di Torino ristabilita da Emanuele Filiberto. Anche Asti e Torino hanno una via che onora la sua memoria. Sposò Margherita Broglia, sorella di Carlo Arcivescovo di Torino. Venne tumulato nella chiesa metropolitana, ove un busto con iscrizione rammenta il suo operato.
Nei tempi più vicini abbiamo il munifico Giovanni Pescarmona, fondatore dell’Asilo Infantile, il secondo del Piemonte per antichità (1848). A suo ricordo nella piazzetta del municipio nel 1913 gli era stato eretto un busto opera dello Stuardi, trasferito poi nel cortiletto dell’asilo che da quasi dieci anni è la sede della Scuola Materna Statale.
L’Avvocato Vincenzo Aliberti (1811-1880) oriundo di Casale Monferrato. Sindaco di Castelnuovo, fu sapiente amatore del bene d’Italia, a cui consacrò lunghi e dotti studi reggendo in Torino la Rivista amministrativa.
Il Medico Giovanni Barosso ebbe la riconoscenza dei poveri per la fondazione della Congregazione di Carità e per i lasciti destinati a sussidio degli studenti di Università.
Chiedo umilmente venia se a questo punto tralascio il ricordo di altri benemeriti personaggi la cui elencazione andrebbe oltre il mio proposito e mi limito a rievocare le benemerenze di uno studioso di epoca recente: l’Avvocato Sebastiano Filipello (1906-1935).
Il Filipello, giovane di mirabile elevatezza morale, civile e religiosa, conoscitore di parecchie lingue, Segretario della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, fu attivo ricercatore di notizie storiche della nostra plaga. La sua storia di Castelnuovo non potè essere portata a termine. L’immatura scomparsa del Filipello suscitò profondo rimpianto in tutti i suoi concittadini. A lui devo la mia gratitudine per avere invogliato ed ispirato con la sua opera questo modesto lavoro, guidandomi nella ricerca di immagini sbiadite dei tempi remoti.
24 - Nostalgia di Castelnuovo
Castelnuovo sorge a circa metà strada tra il capoluogo piemontese ed Asti, sulla strada del Monferrato. Pittorescamente addossato sul declivio di una collina, sullo sfondo di alti e ameni poggi, si estende al piano nella zona commerciale ed industriale e nel nuovo rione cosparso di ridenti fabbricati, offrendo a chi giunge da Moriondo un sorprendente colpo d’occhio. Al suo apparire, il Castelnovese che ritorna al suo domicilio, sente aprirsi il cuore ad un sospiro di sollievo. Passando davanti al camposanto che ospita i suoi avi, prova un senso di mestizia e di pace, specialmente la sera dopo il tramonto, mentre la luminaria veglia sulle case e crea quell’insolita malinconia che invade ogni cosa. È un fulmineo tuffo nel passato in cui affiora nella mente l’eco indelebile della propria infanzia e il rimpianto di una vita terrena troppo breve e irta di troppo lunghe contese.
Ma proprio allora ognuno sente di amare maggiormente Castelnuovo, la propria casa, la famiglia, il prossimo, nonché la grande aspirazione di incontrarsi con qualche compaesano, alla ricerca di calore umano che lontano difficilmente può trovare.
I profili dei tre campanili dominanti sul paese e confinanti col cielo rappresentano l’immagine più cara della nostra piccola patria di nascita o di adozione, ci seguono ovunque, durante tutto il corso della vita. In particolare quello più familiare della Madonna del Castello rimase impressa nella mente e nel cuore degli emigranti castelnovesi che intorno al novecento lasciarono le loro case e i loro cari. Costretti dalla crisi economica che incombeva in Italia, e ignari degli imprevedibili disagi che li attendeva, se ne allontanarono per cercare fortuna nelle lontane terre d’oltremare. Molti vi trovarono dollari, ma forse persero un poco di se stessi, e non ritrovarono la via del ritorno, pur conservando nel loro intimo i motivi del noto canto popolare dialettale che esaltò i sentimenti nostalgici del momento magico della loro partenza.
E il momento del rimpianto sta per giungere anche per me che sto per accomiatarmi da queste pagine; e con esso permane il rammarico di non aver saputo penetrare più a fondo e svelare più dettagliatamente i segreti di lontani ed oscuri eventi della nostra amata Castelnuovo. Mi conforta tuttavia la speranza di aver fatto cosa gradita ai miei concittadini.
Oltre 100.000 Castelnovesi...
Per la curiosità dei lettori, ecco un elenco di Comuni italiani con la denominazione dei loro abitanti.
- Castelnuovo Belbo (Asti) - Castelnovesi
- Castelnuovo Berardenga (Siena) - Castelnuovini
- Castelnuovo Bocca d’Adda (Milano) - Castelnovesi
- Castelnuovo Bormida (Alessandria) - Castelnovesi
- Castelnuovo Bozzente (Como) - Castelnuovesi
- Castelnuovo Calcea (Asti) - Castelnuovesi
- Castelnuovo Cilento (Salerno) - Castelnovesi
- Castelnuovo della Dàunia (Foggia) - Castelnuovesi
- Castelnuovo di Ceva (Cuneo) - Castelnovesi
- Castelnuovo di Conza (Salerno) - Castelnovesi
- Castelnuovo di Farsa (Rieti) - Castelnovesi
- Castelnuovo di Garfagnana (Lucca) - Castelnuovesi
- Castelnuovo di Porto (Roma) - Castelnuovesi
- Castelnuovo di Val di Cecina (Pisa) - Castelnuovini
- Castelnuovo di Verona (Verona) - Castelnovesi
- Castelnuovo don Bosco (Asti) - Castelnovesi
- Castelnuovo Magra (La Spezia) - Castelnuovesi
- Castelnuovo Nigra (Torino) - Salesi
- Castelnuovo Parano (Fresinone) - Castelnovesi
- Castelnuovo Rangone (Modena) - Castelnovesi
- Castelnuovo Scrivia (Alessandria) - Castelnovesi
- Castelnuovo Valsugana (Trento) - Castelnovesi
- Castelnovo Bariano (Rovigo) - Castelnovesi
- Castelnovo del Friuli (Pordenone) - Castellani
- Castelnovo di Sotto (Reggio Emilia) - Castelnovesi
- Castelnovo ne’ Monti (Reggio Emilia) - Castelnovesi
Oltre i 26 comuni elencati, esistono altre 25 località minori dette Castelnuovo e 2 Castelnovo.
Parroci della nostra parrocchia
- Don Domenico Vacha da Castelnuovo d’Asti (1625-1640)
- Don Francesco Vacha da Castelnuovo d’Asti (1640-1661)
- Don Giacomo Petrina da Chiusane (AT) (1661-1693)
- Don Giovanni Battista Durando da Druento (TO) (1693-1705)
- Don Carlo Giuseppe Montalenti da Castelnuovo d’Asti (1706-1722)
- Don Carlo Francesco Montalenti da Castelnuovo d’Asti (1722-1758)
- Don Paolo Avogadro da Collobiano (VC) (1758-1762)
- Don Giuseppe Antonio Boscasso da Castelnuovo d’Asti (1762-1811)
- Don Giuseppe Benedetto Sismondo da Castellinaldo (CN) (1812-1826)
- Don Bartolomeo Dassano da Cambiano (TO) (1827-1834)
- Don Michele Antonio Cinzano da Pecetto (TO) (1834-1870)
- Don Giovanni Battista Rossi da Cavallermaggiore (CN) (1870-1894)
- Don Michele Giovanni Vianzone da Torino (1894-1915)
- Don Domenico Nizia da Torino (1915-1953)
- Don Bartolomeo Federico Calcagno da Villafranca Piemonte (TO) (1954-1975)
- Don Giovanni Donghi da Verbania (NO) (1975)
Primi cittadini di Castelnuovo
Durante il dominio napoleonico in Italia il Piemonte, con un plebiscito manipolato dai Francesi, era stato unito direttamente alla Francia. Per conseguenza i Sindaci di Castelnuovo vennero chiamati con il corrispondente termine francese di Maires.
Ecco pertanto l’elenco cronologico dei nostri Primi Cittadini, con il periodo del loro mandato, dal 1800 ad oggi.
| Vercellio Desiderio | Maire | dal 1800 | al 1808 |
| Filippa Angelo | » | dal 1808 | al 1816 |
| Nocenzo Cap. Lorenzo | Sindaco | dal 1816 | al 1819 |
| Savio Filippo | » | dal 1819 | al 1821 |
| Filippa Angelo | » | dal 1821 | al 1832 |
| Pescarmona Giovanni | » | dal 1832 | al 1841 |
| Filipello Domenico | » | dal 1841 | al 1849 |
| Beltramo Not. Carlo Francesco | » | dal 1849 | al 1858 |
| Bertagna Matteo | » | dal 1858 | al 1860 |
| Montalenti Giovanni | » | dal 1860 | al 1862 |
| Bertagna Matteo | » | dal 1862 | al 1863 |
| Matta Giovanni Battista | » | dal 1863 | al 1867 |
| Cattassi Cav. Dott. Gaetano | » | dal 1867 | al 1872 |
| Bertagna Giuseppe Teobaldo | » | dal 1872 | al 1876 |
| Aliberti Avv. Cav. Vincenzo | » | dal 1876 | al 1882 |
| Andriano Dott. Pietro | » | dal 1882 | al 1885 |
| Turco Giovanni | » | dal 1885 | al 1836 |
| Clerico Col. Cav. Andrea | » | dal 1886 | al 1893 |
| Musso Geom. Aventino | » | dal 1893 | al 1896 |
| Musso Ten. Col. Cav. Spirito | » | dal 1896 | al 1921 |
| Filipello Dott. Comm. Giovanni Battista | » | dal 1921 | al 1923 |
| Marchisio Giacomo | » | dal 1923 | al 1924 |
| Ottolenghi conte Leone | Commiss. Prefett. | dal 1924 | al 1925 |
| Musso Vittorio | Delegato Prefett. | dal 1925 | al 1929 |
| Andriano Cav. Silvio | Commiss. Prefett. | dal 1929 | al 1932 |
| Andriano Cav. Silvio | Podestà | dal 1932 | al 1937 |
| Cagliero Osvaldo | Commiss. Prefett. | dal 1937 | al 1938 |
| Barbero Geom. Alessandro | Podestà | dal 1938 | al 1945 |
| Gabetti Prof. Vittorio | Sindaco | dal 1945 | al 1946 |
| Filipello Dott. Comm. Giovanni Battista | » | dal 1946 | al 1948 |
| Bava Cav. Stefano | » | dal 1948 | al 1960 |
| Musso Cav. Giuseppe | » | dal 1960 | al 1964 |
| Musso Cav. Domenico | » | dal 1964 | al 1966 |
| Bargetto Cav. Mario | » | dal 1966 | al 1970 |
| Musso Cav. Giuseppe | » | dal 1970 | al 1972 |
| Cagliero Geom. Valerio | » | dal 1972 | al 1975 |
| Ravinale Geom. Giovanni | » | dal 1975 | al 1980 |
| Andriano Dott. Cavaliere di Gran Croce Pietro | |||
| Consigliere Provinciale di Asti | dal 1960 | al 1965 | |
| Presidente dell’Amministr. Prov. di Asti | dal 1965 | al 1970 | |
| riconfermato Presidente Prov. di Asti | dal 1970 | al 1975 | |
| riconfermato Presidente Prov. di Asti | dal 1975 | al 1980 | |

Castelnuovo don Bosco - Notizie storiche
quadro riassuntivo delle principali opere consultate
- « Come si è formata l’Italia » di Federico Sacco da « Le vie d’Italia » del T.C.I. n. 1 del 1930
- « Storia d’Italia » di Gerolamo Olivati ed. Giusti 1930
- « Storia mediov. e moderna » di Alfonso Manaresi ed. Trevisini 1931
- « Vezzolano » di Achille Motta ed. tip. missioni 1933
- « L’Abbazia di Vezzolano » di Giusta Nicco da « Pro Piemonte » ed. Enit n. 2 1927
- « Ricordi storici di Castelnuovo » di Sebastiano Filipello 1932-34
- « 25° anniversario ordinaz. sacerdotale del Parroco Don Bartolomeo Calcagno » num. unico 1962
- « Corografia astigiana » di G.S. De Canis a cura di Renato Bordone ed. Cassa Risp. di Asti 1977
- « Descrizione statistica della Provincia d’Asti » idem
- « Festeggiamenti castelnovesi a Don Bosco » num. unico 1898
- « Torino come eravamo » ed. La Stampa 1978
- « Il tempio di Don Bosco » bollettini n. 8 del 1962 e n. 12 del 1967
- «fffCittà e paesi d’Italia » enciclop. I.G. De Agostini 1966
- « Annuario generale Comuni e Frazioni d’Italia » del T.C.I. 1968
- « Il Servo di Dio Giuseppe Allamano » bollettino n. 1 del 1974 ed. miss. Cons.
- « Attraverso i secoli » di Secondo Caselle da « Guida di Chieri » 1977
- « Dizionario enciclopedico » ed. Labor 1951
- « Annuario astigiano » Soc. ed. Piemontese 1969
- « Palmaverde » enciclopedia 1840 ed. Fontana
- « In alto » rassegna mensile n. 3 del 1920
- « Relazione del Comitato promotore sulla ferrovia Chieri- Buttigliera-Castelnuovo » 1913
- « Motti e detti piemontesi » di Paolo Bertoldi ed. Delfino 1967 » 1913
- « Guglielmo Caccia detto il Moncalvo » di Abele Truffa ed. Cenacolo 1968
- « Villanova d’Asti » di Edoardo Verona tip. S. Giuseppe 1949
- « Archivio comunale di Castelnuovo don Bosco »
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