Opere di
Don Giovanni Battista Rossi

La gioventù istruita
nella religione cristiana

con similitudini, apologhi e favole
ricavate dagli uccelli
Trattenimenti del Sacerdote

Rossi Giovanni Battista

Parroco di Castelnuovo d’Asti

Immagine di copertina
Respicite volatilia coeli
Vang. S. Matt. c. VI.

Torino
Tipografia Giulio Speirani e figli
Via San Francesco d’Assisi, 11
1886.

Edizione on line a cura della Cabalesta 2026

Le citazioni bibliche rimandano ai testi in italiano della Bibbia di Gerusalemme o in latino della Vulgata Clementina a seconda della lingua usata nel testo.

/VII/

Introduzione

Vi presento un libro, cari giovani, scritto unicamente per voi; leggetelo con attenzione, e vi troverete dentro una scuola eccellente; scuola però ben diversa da quelle che finora avete frequentato. Nelle scuole elementari vi faceva da maestro una persona patentata, e voi avete imparato a leggere, a scrivere, a far conti, ed altre cose consimili, tutte belle, utili ed importanti. Nella scuola invece, che troverete in questo libro, vi faranno da maestro quegli animali che più di tutti si tirano la vostra simpatia, che vi rallegrano e col loro canto melodioso, e colla varietà dei colori, e colla vivacità dei loro movimenti; voglio dire gli uccelli. Io darò loro le patenti, li farò parlare, e voi imparerete, sapete /VIII/ qual cosa? La più importante e più necessaria; imparerete cioè a vivere da buoni cristiani, e così a salvarvi l’anima. Ecco la scuola eccellente che troverete in questo libro. E voi lo leggerete volentieri? Spero che sì; spero anzi che lo studierete a memoria; e così d’ora innanzi osservando gli uccelli che volano per l’aria, considerando i loro svariati istinti, sentendo il loro canto, troverete in essi altrettanti maestri che ora cercano di allontanarvi dal male, ora di spingervi alla pratica del bene. Le loro lezioni sono facili a capirsi, dilettevoli a sentirsi, utilissime a praticarsi. Sentitele adunque con buona volontà, ed imparerete ad essere buoni fanciulli, e col tempo buoni cristiani, ed ottimi cittadini.

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/1/

Trattenimento I.

Scricciolo

Lo scricciolo.

Attualmente voi, cari giovani, siete piccoli di statura, ma poco per volta diverrete grandi, e da qui a dieci, dodici anni sarete uomini fatti. Ma basterà che voi cresciate di corporatura? No, perchè voi avete non solo il corpo, ma anche l’anima; epperciò mentre /2/ crescete di corpo, dovete crescere anche coll’anima. Per crescere di corpo dovete nutrirvi, e per crescere nell’anima che dovrete fare? Ve lo dirà il primo maestro che vi presento, cioè lo scricciolo. Quest’uccello, quantunque sia il più piccolo di quelli che vivono in mezzo a noi, trovò modo di diventar re degli uccelli, ed ottenne il nome di re pcit, che gli diamo noi piemontesi. Sentite in qual modo esso diventò re, e da questo modo imparerete a crescere coll’anima, e diventare altrettanti re nella sfera della vostra condizione.

Lo scricciolo d’estate si gode i freschi della montagna, dove fa la sua nidiata: d’inverno discende in mezzo a noi: saltella con grande agilità nei cespugli, nelle siepi; penetra anche nei nostri cortili, e sotto il tetto delle case rustiche: non istà mai fermo, ad ogni movimento alza la coda, e fa sentire un grido che sembra dire: pre, pre, pre. Voi, cari giovani, l’avete certamente visto più di una volta; avete anche cercato di prenderlo con sassate e con bastoni, ma sempre inutilmente, perchè la sua sveltezza, unita alla sua piccolezza ed al suo colore brunocenere, lo fa scomparire appena si è visto. I naturalisti parlano a lungo di quest’uccellino, e dicono varie cose degne di venir menzionate, lo però le passo sotto silenzio, e mi limito a raccontarvi il modo col quale esso diventò il re pcit degli uccelli.

Nei regni, nelle città, nei paesi, nelle famiglie vi è uno che comanda, ed altri che ubbidiscono. Gli uccelli, girando qua e là per l’aria, osservarono un /3/ dì quest’ordine tra gli uomini, lo trovarono bello, e conclusero: facciamoci un re anche noi.

Presa questa risoluzione, tutti gli uccelli si radunarono in assemblea: per la scelta del re fra loro, chi fece una proposta, e chi un’altra: finalmente, considerato che il volo forma la loro arma principale, di comune accordo si stabilì che farebbe da re quello che volasse più alto di tutti nel medesimo tempo.

Presa quest’intelligenza, ogni uccello concepì la dolce speranza di diventar re, e si preparò a prendere il volo. Questa speranza entrò pure nello scricciolo. Ma come fare? Esso, sì debole, sì piccolo!... volare più alto di tutti gli altri!... La speranza non poteva certamente appoggiarsi alle proprie forze; però esso non si perde d’animo, e mentre gli altri uccelli si provano a volare, di soppiatto si avvicina all’aquila, e sta attento all’ordine della partenza. Dato quest’ordine, ogni uccello prende il volo, e lo scricciolo, lesto e snello, spicca un salto, e si attacca ad un’ala dell’aquila, la quale prende il volo senza avvedersi del peso che portava con sè.

In un batter d’occhio il cielo fu coperto da una nube di uccelli, che si sforzavano per volare in alto: passato il tempo di prova chi si trovava a maggiore, chi a minore altezza: l’aquila toccava cinque mila metri, ed era la prima. Orgogliosa della vittoria, grida ad alta voce: Sono io la prima: sarò dunque il vostro re. Lo scricciolo, che fin’allora era stato attaccato all’ala dell’aquila, sentita questa voce, spicca un salto sopra di essa, e grida: Adagio, signora aquila, a metterti /4/ sul capo la corona reale: io sono più alto di te: dunque non tu, ma io sarò il re degli uccelli. A questa voce tutti gli uccelli si fermano: fissano lo sguardo tutto scricciolo, e sorridendo dicono: Ha ragione: è lui il vincitore, e lui sarà il nostro re. E siccome esso era il più piccolo di tutti, venne solennemente incoronato col nome di re pcit, come lo chiamiamo noi attualmente. Ecco il modo col quale il più piccolo degli uccelli diventò re dei medesimi, ed eccovi pure in quest’apologo la lezione dello scricciolo.

Cari giovani, voi al presente per età, statura e cognizioni siete altrettanti scriccioli in mezzo agli uomini. Volete anche voi diventare col tempo piccoli re? Si, lo desideriamo molto. Bene, sentile, lo non posso suggerirvi i mezzi per diventar re incoronati, che comandano a milioni di sudditi: per questo bisogna aver sortito natali diversi dai vostri: posso però suggerirvi i mezzi per diventare piccoli re secondo il vostro stato, cioè buoni padri di famiglia, valenti artigiani, esperti contadini, industriosi trafficanti, ottimi consiglieri comunali, ed anche sindaci nel vostro paese; a dir breve posso insegnarvi il modo di diventare re dei galantuomini. E questo modo ve lo insegna lo scricciolo. Esso, colle proprie forze sarebbe rimasto l’ultimo nella sfida; ma coll’aiuto dell’aquila riuscì il primo: voi, cari giovani, colle sole vostre forze non potete arrivare alla grandezza desiderala: potete però arrivarvi coll’aiuto di alcune aquile. Voi forse sorridete, e mi domandate: Oh bella! Vi sono anche aquile per noi? Si, vi sono anche aquile per /5/ voi. Esse non hanno nè artigli, nè becco, nè penne da aquila: però vi possono sollevare più alto dì quanto l’aquila sollevò lo scricciolo. Dì queste aquile, una l’avete in casa: un’altra nella scuola: una terza in chiesa.

In casa sono aquile per voi i vostri genitori. Essi vi stanno continuamente d’attorno, ed ora vi comandano di fare un lavoro, ora di studiare la lezione per la scuola, ora di portarvi in questo o quel luogo; ai comandi uniscono le proibizioni; ed ora vi proibiscono di uscir da casa, ora di giuocare, ora di frequentare un compagno. Non passa giorno in cui non sentiate la voce del padre, della madre, che comandano, o proibiscono. Ebbene, i vostri genitori col comando diventano vostre aquile: se voi vi attaccate a loro coll’ubbidienza diverrete laboriosi, amanti del ritiro, schiverete molti pericoli: e come lo scricciolo coll’aiuto dell’aquila divenne il re pcit degli uccelli, voi coll’ubbidienza diverrete piccoli re nella vostra casa, nel vostro paese. Invece se voi non volete saperne di ubbidirli, oppure li ubbidite unicamente per forza, per evitare i castighi, sarà di voi ciò che sarebbe stato dello scricciolo senza l’aiuto dell’aquila: esso sarebbe stato l’ultimo nella sfida: voi diverrete la feccia della società, il crepacuore dei genitori, lo scandalo del vostro paese. Guai ai giovani disubbidienti! Felici invece e fortunati gli ubbidienti! Ubbidienza adunque pronta, volenterosa ai vostri genitori, e voi sarete simili allo scricciolo che diventò re pcit per mezzo dell’aquila.

/6/ Nella scuola è aquila per voi il vostro maestro. Esso vi insegna a leggere, a scrivere, a far conti e molte altre cose. Per ora queste cognizioni vi costano assai più di quanto vi giovano: ma quando sarete grandi, capi di famiglia, padroni di bottega, allora ne sentirete il bisogno ed anche i vantaggi. Un buon numero dei nostri uomini che contano 60, 70 anni non sanno nè leggere, nè scrivere, perchè quando erano giovani non hanno frequentalo la scuola: e sapete ciò che dicono molte volte? Se nascessimo, dicono, un’altra volta, a qualunque costo vorremmo imparare a leggere e scrivere. Ciò che vorrebbero fare i nostri vecchi inalfabeti se potessero ritornare alla loro prima gioventù, potete farlo voi, cari giovani; ma per farlo dovete servirvi del maestro, che vi fa scuola, dovete cioè: 1° frequentare volentieri la scuola; 2° sentire con attenzione la parola del maestro; 3° studiare la lezione e fare il lavoro assegnatovi per casa.

Nel bel paese della Coccagna era sempre pronta una gran tavola coperta d’ogni sorta di cibi, ed ognuno poteva servirsi a piacimento senza costo di spesa. Era questa una gran fortuna per gli abitanti di quel paese! Ed essi, sapete che fecero? Molti ogni giorno si trovavano attorno a quella tavola, mangiavano, bevevano ed erano paffuti, grassi come tordi: altri invece o non si presentavano neppure a quella mensa, oppure si presentavano bensì, ma o si contentavano di guardare, odorare i cibi, o se li mettevano anche in bocca, ma nè li masticavano, nè li trangugiavano: li tenevano in bocca come fanno gli uccelli che portano /7/ l’imbeccata: e questi erano magri come i chiodi. Voi forse vi stupite di costoro, e date loro dei pazzi. Ma attendete. Il paese della Coccagna è il vostro: la scuola è la sala dove sta preparato il cibo del vostro intelletto, che è l’istruzione: il maestro è il cuoco, il distributore di questo cibo spirituale; il sindaco ve lo fa distribuire senza costo di spesa; la vostra presenza, la vostra attenzione sono la bocca, i denti per masticarlo: studiare la lezione, fare il lavoro di casa sono lo stomaco per digerirlo. Se voi frequentale la scuola, sentite con attenzione la parola del maestro, fate il lavoro di casa, studiate la lezione, voi prendete, masticate e digerite il cibo della vostra mente, imparate cioè quanto dovete sapere secondo il vostro stato, e col tempo farete bella figura nella società. Saprete sbrigare i vostri affari, tenere corrispondenza con lettere, registrare i contratti, le entrate e le uscite: e così eviterete inconvenienti. Ma se voi non frequentate la scuola oppure vi andate di cattiva voglia; se nella scuola vi contentate di guardare il maestro, i compagni e le mosche che volano, se non studiate la lezione, non fate il lavoro a casa, voi sarete simili a coloro, i quali o non si mettono a tavola, oppure vi si mettono, ma si contentano di guardare, odorare i cibi; oppure se li mettono in bocca, ma senza masticarli, nè mandarli nello stomaco. Costoro non restano nutriti: e voi non imparerete ciò che dovete imparare nella scuola. Diverrete grandi e grossi, ma ignoranti e stupidi; ed invece di essere poi piccoli re in /8/ fatto d’istruzione, sarete tenuti in nissun conto, perchè ignoranti. Frequentate adunque la scuola con buona volontà, ed il maestro diverrà per voi un’aquila benefica.

Qualora poi abbiate già terminato le scuole elementari, state attenti per non dimenticare ciò che avete imparato. Vi ha un buon numero di giovani che a dodici, quattordici anni sapevano leggere e scrivere convenientemente: arrivati ai venti, trenta anni, non sanno più che poco o nulla. E ciò per qual motivo? Perchè, terminate le scuole, non toccarono più nè libri, nè penna. Se non volete che capiti così anche a voi, continuate a leggere, esercitatevi a scrivere. Queste cose potete farle alla domenica, nella stagione d’inverno, ed anche frequentando la scuola serale, l’oratorio. L’istruzione è un tesoro; per non perderlo dovete esercitarvi attorno al medesimo coll’applicazione della mente.

Ecco, cari giovani, ciò che dovete fare per diventare piccoli re coll’aiuto della seconda aquila, cioè del maestro.

In chiesa è aquila per voi il sacerdote. Nella scuola imparate ciò che dovete sapere per tenere il vostro posto d’onore nella società: in chiesa imparate ciò che dovete sapere in fatto di religione: cioè i doveri che avete verso Dio, verso di voi medesimi e verso il prossimo: il modo di vincere il demonio, di frenare le passioni disordinate, di ricevere bene i sacramenti: a dir breve, imparate a salvarvi l’anima. E voi non amerete la chiesa, non la frequenterete /9/ portandovi al catechismo, alla predica, alle funzioni sacre? Non amerete, non sentirete volentieri, non rispetterete il sacerdote che vi insegna le cose più importanti e necessarie a sapersi? Guai ai giovani che non frequentano la chiesa alla domenica, che vivono lontani dal sacerdote! Essi diverranno lo scandalo del paese. Voi ricordatevi sempre che il sacerdote è un’aquila, la quale vi guida, vi solleva al paradiso, per il quale siete stati creati; state uniti con lui col vincolo dell’amore, del rispetto e sentite volentieri la sua parola.

Ecco, cari giovani, quali sono le tre aquile, che la Provvidenza mette a vostra disposizione: i genitori, il maestro ed il sacerdote: ed eccovi anche la bella lezione dello scricciolo. Esso, dall’altezza di cinque mila metri dice a tutto il mondo: Giovani, guardatemi: io sono il più piccolo degli uccelli: eppure son diventato loro re, e mi chiamo re pcit. Voi siete anche i più piccoli nella società: volete diventare re anche voi? Imitate il mio esempio: io son diventato re coll’aiuto dell’aquila: voi se volete diventar re nella sfera della vostra condizione attaccatevi alle vostre aquile, che sono i genitori, il maestro ed il sacerdote.

Non vi piace, cari giovani, questa lezione dello scricciolo? Parmi che sì... Bene, io conchiudo: d’ora innanzi, ogni volta che vedrete lo scricciolo, invece di cercare di prenderlo, ricordatevi della sua lezione, e questa vi porterà un vantaggio che vale assai più dello stesso scricciolo.

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Trattenimento II.

Passero

Il passero.

La specie più numerosa degli uccelli, che stanno con noi in tutte le stagioni, è senza dubbio quella dei passeri. Questi uccelletti vivono in tutta l’Europa; sono vivaci, astuti, arditi, irrequieti, battaglieri, loquaci: mangiano vermi, bruchi, larve d’insetti, grano, meliga, miglio: vivono in campagna, ed anche nel /11/ paese, dove saltellano per le vie, sulle piane, nei cortili, nei corridoi, e alcune volte penetrano anche nelle stanze. Essi sono i veri monelli, i birichini delle schiere alate; sono per conseguente il simbolo dei giovani, coi quali hanno comune la vivacità, l’instabilità, la loquacità e l’indole. Per questo motivo, quando un giovane non istà fermo, suolsi rimproverare dicendo: ah passerotto...! Questo titolo probabilmente più d’una volta venne regalato anche a voi, cari giovani; ebbene, giacché voi per molti riguardi siete simili ai passeri, io ve li presento come vostri maestri; e voi imparerete da loro, non a fare i monelli, a diventar birichini, ma cose molto buone ed utili tanto per questa, quanto per l’altra vita.

Per le nostre campagne è meglio che vi sieno, oppure non vi sieno i passeri? Questa questione non è nuova; fu fatta più volte dai dotti, dei quali alcuni hanno detto essere meglio distruggere i passeri per i danni che portano ai seminati: altri invece hanno detto essere meglio moltiplicarli per i vantaggi che portano ai nostri raccolti, distruggendo un gran numero di vermi, di bruchi, di larve d’insetti nocivi. Il Governo del Palatinato credette ai primi, ed aveva ordinato la distruzione dei passeri in tutte le parti del regno: ma sapete che ne segui? Gl’insetti nocivi alla campagna si moltiplicarono al punto, che distrussero una grande quantità dei raccolti, e quel Governo fu costretto a richiamare l’opera distruggitrice dei passeri. Quest’esperienza condanna la sentenza di coloro che propugnano la distruzione /12/ dei passeri: però non conferma la sentenza di quelli che vorrebbero moltiplicarli, perchè la loro moltiplicazione eccessiva tornerebbe troppo dannosa ai seminati. Conviene adunque prendere la via di mezzo: lasciare cioè il numero dei passeri che vi è presentemente, perchè i danni che cagionano alla campagna sono largamente compensati da’ vantaggi che portano alla medesima. Da ciò ne segue che se voi, cari giovani, volete frenare la moltiplicazione dei passeri prendendone le nidiate, dando loro la caccia, sia pure; non fate alcun male: ma non dovete guastarne le nidiate rompendo le loro uova, perchè questo vi renderebbe colpevoli di una capricciosa crudeltà. Premessa questa chiaccherata per introduzione alla scuola, io faccio salire sulla cattedra uno strupo piem. strop branco. Gribaudo, Diz. Piem. strupo di passeri, e voi sentite le lezioni di questi birichini delle schiere alate.

I passeri, quantunque piccoli e deboli, sono tuttavia prepotenti e ladri. Non rubano il cibo che mangiano; a questo hanno pien diritto: rubano un’altra cosa: e sapete qual è? Il nido dei balestrucci (cubianc). Non so se l’abbiate già osservato, ma è un fatto che i passeri alcune volte vanno ad occupare il nido dei balestrucci. Questi gridano, schiamazzano; ma inutilmente: il passero non lascia il loro nido. Questa è una vera prepotenza, un vero furto del passero a danno dei balestrucci, e merita un castigo. Questo castigo alcune volte non viene inflitto al passero usurpatore, il quale fa la sua nidiata nel nido usurpato, e vi alleva i suoi piccoli: però altre volte /13/ gli viene inflitto in modo severissimo. Sentite. Il balestruccio, proprietario del nido usurpato dal passero, col grido, col becco e colle ali fa di tutto per cacciarnelo fuori: altri balestrucci corrono in suo aiuto; si ingaggia una battaglia tra loro ed il passero: dopo un lungo battagliare, se il passero si dà per vinto, lasciando il nido, tutto è finito: ma se esso insiste, allora, non di rado, si vede una brutta figura. I balestrucci, di comune accordo, vanno a prendere della malta, e con essa, in breve tempo, chiudono l’apertura del nido: così che il passero vi resta imprigionato e vi perde la vita. Ecco come la natura punisce l’istinto prepotente e ladroneccio del passero; ed eccovi pure la sua prima lezione. Esso, dal nido usurpato, dove è costretto a perdere la vita, vi dice: Così vanno a finire i ladri: e dice una grande verità. I ladri, presto o tardi, vengono scoperti e condannati alla prigione, dove stanno rinchiusi per mesi ed anni, e dove perdono anche la vita. Vi piace, cari giovani, di trovarvi un dì in mezzo a due carabinieri, dinnanzi al pretore, e poi entrare in una prigione, e starvi là rinchiusi per lungo tempo in mezzo alle immondezze? No certamente. Ebbene, non rubate mai nulla. In casa non rubate nè formaggio, nè frutta, nè altre ghiottonerie, nè soldi, nè altro: fuori di casa non rubate nè pomi, nè pere, nè ciriegie, nè uva: insomma non toccate mai ciò che non è vostro; perchè questi piccoli furti sviluppano nel vostro cuore la passione del ladroneccio, e voi, fatti grandi, diverrete veri ladri, ed anche assassini; e /14/ come tali andrete a marcire in una prigione. Andate a interrogare i prigionieri, i galeotti: fatevi raccontare la storia della loro vita, e quasi tutti vi diranno: Da fanciulli cominciammo a rubare cose di poco valore: crescendo di statura, crebbero anche i nostri furti; ed ora ne facciamo la penitenza in questa prigione. Dunque, cari giovani, se non volete che capiti anche a voi la brutta figura del passero, che resta imprigionato, e muore nel nido usurpato al balestruccio, cioè se non volete andare in prigione col tempo, fin d’ora promettete di non toccare mai la roba degli altri.

I passeri sono vendicativi. Voi conoscete il gufo (ciuc): quest’uccello di rapina esce di notte, e volando qua e là divora molti passeri, che dormono sugli alberi, nelle rive. Da ciò ne segue che i passeri trovano nel gufo un crudele nemico. Ed essi che fanno? Di notte si lasciano divorare: di giorno si vendicano. E infelice il gufo che di giorno esce dal suo nascondiglio...! In breve tempo si vede circondato da un esercito di passeri, che lo assordano col loro cinguettio, gli danno schiaffi colle ali ed anche beccate. Non gli fanno un gran male; ma lo coprono d’insulti; e gli farebbero peggio se fosse loro possibile. Questa baldoria attorno al gufo che non si difende, perchè è acciecato dalla luce del giorno, è una vendetta per la strage che esso fa di loro durante la notte. E questa vendetta sapete qual vantaggio porta ai passeri? Vantaggio non ne porta alcuno, perchè il gufo non patisce nè il loro gridio, nè gli schiaffi delle loro ali: però, fin dai tempi antichissimi, /15/ portò loro un grave danno, perchè da essa nacque la caccia della pania. E sentite come andò la cosa.

Gli uomini avendo osservalo che i passeri si radunavano attorno al gufo, quando usciva di giorno, presero della materia attaccaticcia, detta vischio; con essa unsero i rami di un albero, nel mezzo del quale posero un gufo. I passeri, visto o sentito il gufo, si radunavano su quell’albero; saltando qua e là toccavano il vischio o coi piedi, o colle ali, ed alcuni restavano attaccati ai rami, altri cadevano a terra colle ali legate dal vischio: così che si potevano prendere con tutta facilità. Visto il buon esito delle prime esperienze, questo modo di cacciare i passeri, che prese il nome di caccia colla pania, divenne tosto usuale; e molti passeri hanno perduto la vita sull’albero, dove eransi raccolti per vendicarsi contro il gufo... Se non avessero quest’istinto di vendetta, non esisterebbe contro di loro il tranello della pania...

Cari giovani, che fate quando un fratello, una sorella, un compagno vi tocca, vi batte, vi dice una ingiuria, vi offende in qualche modo? Forse voi vi arrabbiate, vi sdegnate contro di lui, lo minacciate, o battete, lo insultate, gli fate il broncio e macchinate il modo di vendicarvi. Facendo così, voi fate contro i compagni, gli offensori ciò che i passeri fanno contro il gufo; e sarà di voi ciò che avviene dei passeri. Essi, tirati dalla vendetta, cadono nella pania, e diventano preda del cacciatore. Voi, vendicandovi delle offese, diventate preda del demonio, perchè la /16/ vendetta è peccato. Se i passeri sapessero che sull’albero dove veggono o sentono il gufo, vi è il vischio che lega loro le ali, rinunzierebbero certamente alla vendetta, e lo lascierebbero in pace... Voi sapete che la vendetta contro i compagni è un vischio che vi lega al demonio, dunque rinunziate alla vendetta, e mettete al suo posto il compatimento, il perdono. Non avete mai osservato come fanno i bambini di uno, due, tre anni? Di quando in quando rissano, si battono, si graffiano le mani e la faccia. Quindi piangono un poco, ma asciugate appena le lagrime, sono di bel nuovo amici, e non ricordano più la rissa. Cosi avete fatto anche voi da bambini, e così dovete fare ora e sempre: perdono, e non vendetta: perchè la vendetta è una specie di omicidio, è un peccato che sta troppo male in un cristiano. Così vi dice il passero caduto nella pania per vendicarsi del gufo. — E voi imparate questa sua seconda lezione.

I passeri sono diffidenti. Per questo motivo, quando si innoltrano nei corridoi, nelle stanze delle nostre case in cerca di cibo, si avanzano poco per volta; ad ogni passo guardano dattorno; ad ogni piccolo rumore prendono il volo: e se arrivano fino al cibo adocchiato, lo imbeccano rapidamente, e poi via... vanno mangiarselo in luogo sicuro... I nostri contadini, in vista di questa diffidenza dei passeri, fanno fantocci di paglia, mettono loro in mano una banderuola di carta e li portano nei campi seminati. Quei fantocci non contengono alcun pericolo per i passeri; /17/ potrebbero andarli beccare impunemente; ma non ci vanno, anzi non si posano neppure nel campo, perché quei fantocci hanno l’apparenza di uomini, e la diffidenza dei passeri li tiene lontani anche dai pericoli solamente apparenti. E buon per loro che sono diffidenti...! Perché, stando essi in compagnia degli uomini, senza tale diffidenza, non tarderebbero a diventarne loro cibo

Cari giovani, la diffidenza dei passeri sta bene anche in voi: essi diffidano degli uomini; voi diffidate dei vostri compagni; e prima di frequentarli, trattarli da amici e confidenti, studiateli attentamente. Se scoprite in essi un naturale superbo, litigioso; se li sentite a bestemmiare, a dire cose brutte, irreligiose; se vi invitano a giuocare, a rubare, a fare un male qualunque, fuggiteli, perchè essi sono cattivi, son nemici dei vostro bene. Se non scoprite in essi queste cattive qualità; però non li vedete in chiesa, non li sentite a parlare di cose buone, non trovate in essi cosa alcuna degna di venire imitata, diffidate di loro, non frequentateli. Il passero diffida del fantoccio di paglia; voi diffidate dei compagni che non vi danno buon esempio. Non saranno cattivi... ma possono essere tali, epperciò son simili ai fantocci di paglia, e voi diffidate della loro amicizia, statene lontani. La diffidenza salvò la vita a molti passeri: diffidate, cari giovani, dei vostri compagni, non frequentateli finchè non li conoscete per buoni ed esemplari, e la vostra diffidenza vi salverà da molti scandali. È questa la terza lezione che vi dà il passero.

/18/ La quarta ed ultima lezione il passero ve la dà colla favola seguente, che gli antichi raccontarono sul suo conto.

Un passero loquace e superbo, trovandosi un dì in compagnia di molti altri, prese la parola e disse: Da quanto pare, voi siete pieni di paura; quanto a me, non so che sia: vengano pure cento, duecento ed anche mille falchi, sparvieri ed aquile, io non li temo; basto io a metterli in fuga. Mentre così parlava, e tutti l’ascoltavano con ammirazione, compare da lontano un giovane sparviere. A quella vista la turba dei passeri dice tosto al compagno che si credeva un leone: La tua presenza è gran fortuna per noi: su, scagliati su quello sparviere, divoralo in un sol boccone: e questa lezione metterà un freno alle ricerche che gli altri fanno di noi. Il passero millantatore: Lo farei, rispose, ma ora non mi sento appetito: guai se ritorna un’altra volta! lo sbranerò! Ma intanto, per saggio della sua valentia, fu il primo a fuggirsene via. I compagni, accortisi della sua paura tanto contraria alle sue parole, unanimi si posero a dargli la baia, ed ogni volta che in seguito lo incontravano, sorridendo gli domandavano: L’appetito ti è già venuto? Il passero millantatore, vedendosi così deriso da tutti i compagni, pensò di associarsi alle rondini, e disse: Questo soggiorno mi annoia: voglio anch’io girare il mondo come fa la rondine. Intanto arriva l’autunno; le rondini si preparano alla partenza: il passero le osserva, e vistele prendere il volo, parte con loro. Vola, vola, vola e finalmente, /19/ stanco ed anelante, arriva alla sponda del mare. Le rondini spiccano il volo una seconda volta, ed arrivano all’altra sponda; il passero si mette alla prova, ma quando trovasi in alto mare, gli mancano le forze, cade nell’acqua e ne resta affogato. Povero passero! La sua alterigia lo fece aborrire dai compagni; il desiderio di incontrare miglior fortuna lo portò a girare il mondo; il giro del mondo gli portò la morte nel mare! Quanto sventure per la sua mania millantatace e girovaga!

Cari giovani, state attenti alla lezione di questo passero sventurato. Parlando coi vostri compagni, è facile per voi cadere nella millanteria, esagerando la vostra furberia, la vostra sveltezza, il vostro ingegno, la vostra forza; dicendo: Io qui, io là: se ci fossi stato io...! Questa millanteria vi farà abborrire dai vostri compagni, i quali vi daranno la baia, e schiveranno la vostra compagnia. Queste cose renderanno pesante la vostra vita, e voi, arrivati all’età di venti, trent’anni penserete forse a cercare miglior vita, girando il mondo, portandovi in Francia, nell’Africa, nell’America. E facendovi girovaghi, che troverete? Il passero morì nel mare: ai girovaghi capita una di queste tre cose: alcuni, sorpresi di una burrasca, diventano pasto dei pesci: altri arrivano alla terra desiderata; vi passano la loro vita, lontani dai congiunti, da Dio, dai sacramenti e dalle opere buone: vivendo alla bella meglio, e facendo una morte priva dei conforti della religione. Altri, e questi formano la maggioranza, vi si fermano per qualche tempo, e /20/ poi fanno ritorno in patria. E che cosa portano a casa? Danari, pochi o nessuni; vizi, d’ogni sorta. Chi gira il mondo vede del bene e del male: al bene non dà retta: il male lo fa tutto suo. Cosi attesta l’esperienza; e voi, cari giovani, se non volete mettervi al pericolo di una cattiva vita e pessima morte, non lasciatevi ingannare dalla manìa di fare i girovaghi qualora essa si faccia sentire dentro di voi per l’avvenire. E qualora qualche vostro compagno cercasse di indurvi a tenergli compagnia nel girare il mondo, raccontategli la favola del passero che volle tener dietro alle rondini. E questa favola farà un bene a quel compagno, ed un bene anche a voi.

Con questo il passero termina le sue lezioni, ed io termino il mio trattenimento.

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Trattenimento III.

GioventuIstruita_021

La rondine.

Quest’oggi, cari giovani, vi presento un maestro ricco di molte e belle qualità. La sua comparsa vien considerata come buon augurio: la sua loquacità è massima, però vien regolata in modo che diventa una bella canzonetta: i suoi movimenti, i suoi sguardi sono pieni di simpatia: il suo volo è rapidissimo: la sua coda forcuta portò la moda degli abiti da nozze e da grandi comparse. Questo maestro voi lo conoscete, l’amate, e forse l’avete in casa, ed è la /22/ rondine. Essendo essa da voi amata, mi sarà molto facile farvi amare anche le sue lezioni.

Più volte ho visto dei fanciulli a prendere a sassate le rondini ed i loro nidi: forse questa cosa la avete fatta anche voi. Comunque sia, io dico a tutti i fanciulli: lasciate che le rondini vivano in pace: i loro piccoli non si allevano; la loro carne è insipida: dunque perchè guastarne le nidiate? Inoltre le rondini ci portano un gran vantaggio: di buon mattino ci svegliano, ci rallegrano col loro cinguettìo, e ci invitano alla preghiera: lungo il giorno, volando qua e là, divorano un gran numero di zanzare (muschin), di mosche e di altri insetti, che formano l’unico loro cibo, e che ci portano non poche molestie. I dotti hanno inventato alcuni mezzi per liberarci dalle noie di tali insetti; le rondini, divorandone un trecento ciascheduna ogni dì, sono il migliore di questi mezzi, senza costarci neppure un centesimo.

Ora, se le rondini per una parte non portano alcun danno nè ai raccolti della campagna, nè a noi; per altra parte ci tornano molto vantaggiose, perchè non starà bene questa parola in loro favore? E voi, perchè non allontanerete dai vostri cuori la brutta mania di molestarle, di distruggerne le nidiate? Lasciatele vivere in pace, ed esse ci porteranno un po’ di pace contro le molestie di molti insetti troppo noiosi...

Le rondini si portano un grande amore fra di loro. Sovente noi vediamo i passeri, le gazze, le galline ed altri uccelli a rissare, altercare con altri della /23/ medesima specie; ma avete già visto una rondine a litigare con un’altra? Mai. Esse fanno i nido le uno in vicinanza delle altre; si trovano a centinaia sul medesimo cornicione; volano in grande numero nel medesimo tratto d’aria; ma non rissano mai tra di loro. L’affetto che le porta a convivere insieme, le allontana da ogni discordia. Di più, questo affetto scambievole le porta ad aiutarsi a vicenda. Quando una di esse principia la costruzione del nido, le compagne l’aiutano portandole fango e pagliuzze; quando una, posata si a terra, incontra qualche ostacolo a rialzarsi per l’aria, le altre volano vicino cercando di aiutarla a sollevarsi in alto; quando un cacciatore tira una fucilata contro di loro, e ne ferisce alcuna, le non ferite, invece di volarsene lontano, come fanno gli altri uccelli, continuano a volare in quel luogo, vanno a circondare la compagna ferita, facendo un gridi forte ed allarmante.

E qui, a proposito di questo affetto che si portano le rondini, voglio raccontarvi un fatto singolare di cui fu testimonio il francese Pierre Samuel du Pont de Nemours (1739 - 1817) filosofo, giornalista, economista, politico, diplomatico e imprenditore, durante la Rivoluzione si rifugiò negli Stati Uniti. Il Collège des Quatre-Nations, oggi Palais de l’Institut de France, fu fondato a Parigi dal cardinale Giulio Mazzarino Dupont di Nemours.

Alla grondaia del Collegio delle Quattro Nazioni era attaccata una cordicela, la cui estremiti terminava in un lacciuolo. Una rondine, volando in vicinanza del muro, pose un piede in quel lacciuolo e vi restò presa. La poverina, sospesa alla cordicella, cercava di volare, la rialzava un poco, ma poi ricadeva nel medesimo luogo. Nel fare questi inutili sforzi mandava acute grida. Le rondini del vicinato, sentite quelle grida, in più migliaia si raccolsero attorno alla /24/ prigioniera: sembravano una nube volante, che invece di lampi e tuoni, mandava acute ed allarmanti grida. Formavano uno spettacolo sorprendente. Ma il tutto non finì qui. Vedendo che il volare su e giù, il gridare non giovava a nulla, passarono ai fatti, e come fossero altrettanti soldati, che tirano nel muro di una fortezza per aprirvi una breccia, quelle rondini, l’una dopo l’altra, andarono a dare una beccata alla cordicella. Le loro beccate, ripetute ad ogni istante, e sempre nel medesimo punto, poco per volta finirono per tagliare la cordicella: la rondine prigioniera prese il volo, e tutte la salutarono con un grido di gioia.

Ecco fin dove arriva l’istinto che porta le rondini ad amarsi a vicenda!

Cari giovani, voi sovente protestate di amare i vostri compagni come voi medesimi: Amo il mio prossimo come me stesso per amor di Dio. Cosi dite recitando l’atto di carità. Sovente protestate di perdonare le ingiurie, le offese. Signore, perdonate a me come io perdono ai miei offensori: così dite recitando il Pater noster. Queste proteste fanno supporre in voi un amore che vi porti a trattare i vostri compagni come le rondini si trattano tra di loro, cioè con grande carità. Ma questa carità l’avete voi realmente? In casa voi forse rissate coi fratelli, colle sorelle: sulle piazze, per le vie rissate coi vostri compagni. In queste risse voi date ai compagni dell’asino, del birbante, dello assassino, del boia, e cento altre ingiurie: voi li prendete a pugni, a schiaffi, a calci; li graffiate colle /25/ unghie, ed arrivati anche a ferirli con coltelli, con pietre, com bastoni. Dopo queste risse, voi fate il broncio coi compagni, augurate ai loro tutti i mali del mondo, e dite: me la pagherai: ti aspetto... e trattare così i vostri compagni sarà amarli come voi medesimi? Sarà perdonarli come volete che Dio perdoni a voi i vostri peccati? Tutt’altro: questo è rabbia, sdegno, odio, vendetta; e peccato molto grave. Non basta cari giovani sapere che dovete amare i vostri compagni come amate voi medesimi; non basta dirlo con le parole, ma bisogna farlo. Lo fanno le rondini senza saperlo, e senza dirlo; fatelo anche voi che lo sapete e lo dite tante volte... a questo fine, dinanzi, amate i vostri fratellini, i vostri compagni; non date mai loro alcun dispiacere a bella posta; se hanno dei difetti, compatiteli; se li vedete angustiati, cercate di consolarli: se hanno bisogno di voi, fate loro volentieri qualunque servizio. Oh quanto sta bene in voi questa affezione verso i vostri compagni...! Le rondini colla loro affezione vicendevoli si tirano la nostra simpatia; voi, amando via vicenda, vi tirate la simpatia di Gesù Cristo. Esso, che già vi ama in modo speciale, perché siete fanciulli, oh quanto più vi amerà se vedrà nei vostri cuori, nelle vostre parole, nelle vostre opere la vera carità verso i vostri compagni...! Dunque, cari giovani, non contentatevi di ammirare nelle rondini la affezione che si portano tra di loro, ma i imitate loro esempio a amandovi, aiutandovi, compatendovi a vicenda. In tal modo, eviterete i peccati delle risse, /26/ vi farete amare dai vostri compagni, dagli uomini e anche dal Signore.

Le rondini ci tengono compagnia; non però per tutto l’anno. Esse arrivano qui, poche per volta, al fine del mese di marzo; ripartono, molte insieme, nel mese di settembre. Perchè, voi forse mi domandate, le rondini fanno ogni anno queste emigrazioni? Vi rispondo subito: Le rondini fanno queste emigrazioni per schivare il pericolo di perdere la vita. Mi spiego.

La temperatura non è uguale nè in tutto l’anno, nè in ogni luogo. Presso di noi è calda di estate, fredda d’inverno, mite nell’autunno e nella primavera. In altri luoghi, come per esempio vicino ai mari, nell’Africa è sempre o mite, o calda. Quando la temperatura è mite, o calda, volano per l’aria molte zanzare, mosche ed altri insetti: quando è fredda, questi insetti o muoiono, o si ritirano. La vita delle rondini dipende dalla temperatura. Se questa è fredda, la loro vita è spacciata, sia perchè non trovano più insetti, che formano l’unico loro nutrimento, sia perchè il freddo le intirizzisce facilmente: se invece è calda o mite, vivono allegramente. Cosi stando le cose, voi capite subito il motivo per cui le rondini ogni anno vengono a trovarci, e poi ripartono. L’istinto dice loro che da aprile a settembre in mezzo a noi trovano una temperatura conveniente e cibo in abbondanza; ed esse lasciano l’Africa ed altri luoghi, che in tale epoca son troppo caldi, e vengono nei nostri paesi: il medesimo istinto dice /27/ loro che da settembre ad aprile non possono vivere qui a motivo del freddo e eccessivo, e che invece possono vivere comodamente nell’Africa, ed in altri luoghi, dove in tale epoca la temperatura diventa mite; ed esse ritornano nell’Africa. Questi viaggi sono lunghissimi: devono attraversare il mare Mediterraneo: però non sono impossibili, perché col vento favorevole esse percorrono 40 miglia all’ora, epperciò trovansi presto al luogo sospirato; se il vento è sfavorevole, possono riposarsi sulle vele dei bastimenti, che solcano il mare, e nelle isole che sorgono qua e là. Ed ecco il motivo del modo delle emigrazione delle rondini: emigrano per lasciare i luoghi pericolosi alla loro vita e portarsi in luoghi favorevoli alla medesima.

Cari giovani, ciò che le rondini fanno una volta all’anno, voi avete bisogno di farlo non una, ma molte volte. Il mondo è pieno di luoghi in cui la vostr’anima, senza un miracolo, non può conservarsi viva, schivando il peccato mortale. Sono tali i luoghi dove si gioca, dove si tengono i divertimenti pericolosi, dove si danno spettacoli brutti: son tali i compagni che vi invitano a far del male, che vi allontanano dalla Chiesa: son tali insomma le occasioni pericolose all’anima vostra. Ebbene, quando venite a conoscere che un luogo, una persona è per voi occasione di peccato, diventate subito altrettante rondini: esse fungono dai luoghi freddi, perchè son pericolosi per loro: voi fuggite subito lontani dalle occasioni pericolose. E guai a voi se non ascoltate /28/ questa mia raccomandazione...! Se la rondine non dasse retta all’istinto che la invita ad emigrare, e volesse fermarsi con noi durante l’inverno, pagherebbe la sua temerità morendo di freddo o di fame: se voi, a dispetto di questa mia raccomandazione, non starete lontani, non fuggirete dai luoghi, dai compagni pericolosi, pagherete la vostra disobbedienza e temerità colla morte dell’anima, perchè cadrete nel peccato mortale. Ad esempio adunque dell’emigrazione delle rondini, voi emigrate dalle occasioni pericolose.

La rondine fa il nido nelle nostre case, e non lo nasconde: la nostra presenza non la spaventa, nè la fa fuggire: essa è dunque l’unico degli uccelli che è amico dell’uomo. Gli altri nascondono il nido alla nostra vista, fuggono alla nostra presenza: la rondine, da nostra buona amica, ama la nostra compagnia. Questa sua amicizia con noi ci porta naturalmente a pensare che essa facilmente si addomestica, adattandosi a vivere nelle nostre case senza cercare di fuggire, o per lo meno a vivere tranquilla dentro una gabbia. Ma questo è vero? Niente affatto. Diventano domestici i passeri, gli usignuoli, i merli, le gazze, le ghiandaie, i corvi, e quasi tutti gli altri uccelli che vivono con noi, o girando liberamente per casa, o dentro una gabbia. Ma avete già visto una rondine allo stato domestico? Mai. Si son fatte migliaia di prove, si sono usate migliaia d’industrie per allevare le rondini e farle vivere dentro gabbie anche spaziose: ma tutte le prove furono inutili. La /29/ rondine, privata della libertà, resa schiava dall’uomo, muore in pochi giorni. Così stando le cose, i sapienti antichi, alla rondine, che dal nido guarda l’uomo. Posero in bocca questa sentenza: amica sempre, serva nonmai. Con questo non intendo di allontanarvi dal prestare il vostro servizio in casa altrui, mediante un salario. Questo servizio non fa disonore, e voi, se così porta la vostra condizione, servite pure gli altri: il servizio da cui dovete star lontani è un servizio disonorante, peccaminoso, cattino: per esempio, voi volete mettervi a pregare; farvi il segno della croce prima e dopo il cibo; cavarvi il cappello, passando innanzi alla chiesa; entrare in chiesa e confessarvi e comunicarvi: volete insomma fare qualche opera buona: ma mentre volete farla, spunta un vostro compagno cattivo e guasto. Se voi fate quel bene alla sua presenza, e esso vi dà del bigotto, vi mette in burla; e voi per paura delle sue derisioni, lasciate di fare il bene. Non è forse vero che questa cosa può capitare, e forse capitò più volte a voi medesimi? Ebbene, chiunque lascia il bene, o fa il male unicamente per paura di venir burlato, costui diventa servo, schiavo degli altri; diventa cioè schiavo del rispetto umano. Ed è questa la servitù riguardo alla quale dovete dire colla rondine: amici sempre, servi mai. Amate pure i vostri compagni anche cattivi: ma non date retta ai loro sarcasmi, alle loro derisioni: /30/ lasciateli dire, ed anche ridere: e voi non lasciatevi far paura, non lasciatevi menar pel naso, lasciando di fare il bene alla loro presenza. Il giovane coraggioso pratica il bene alla presenza di chiunque: esso non si vergogna, ma si gloria di comparire cristiano nelle parole e nelle opere. Fate così anche voi, ed anche voi potrete dire ai vostri compagni colle parole della rondine: amici sempre, schiavi del rispetto umano, mai. La rondine sta con noi, ma non si addomestica: voi state pure coi compagni, ma fate con santa libertà ciò che vi detta la coscienza, e non diventate schiavi del rispetto umano.

Esopo, Fedro e molti altri scrittori antichi erano soliti a far parlare gli animali. Tra gli altri, hanno fatto parlare anche la rondine, alla quale posero in bocca molte cose. Io vi racconto solo la seguente, che fa proprio per voi.

Volavano per l’aria due rondini, madre e figlia. La madre, prudente ed esperta quale era, ripeteva alla figlia: Vola dietro di me: sta bene all’erta, apri gli occhi, e bada, ve’, di non volare a sinistra. In quel muro io veggo piantate certe verghette... Esse sono un inganno, un tranello per noi... Guai se voli rasentando il muro...! Cadrai vittima del cacciatore... Io son vecchia: questi pericoli li conosco da lungo tempo... Attenta adunque, e metti in pratica il mio consiglio. La figlia, sentendo la madre che così le parlava, crollò il capo in segno di non curanza, e brontolando sotto voce, diceva: Che va sognando mia madre? Dice di essere vecchia, e lo è realmente: /31/ quello che dice proprio roba da vecchierella, che ha paura di tutto... Oh bella! Che male c’è a volare vicino al muro, dove sporgono quelle verghette? A me poco importa di volare colà: ma per convincere mia madre che farebbe meglio a tacere, e così indurla a tenersi per sé i suoi consigli per l’avvenire e lasciarmi vivere in pace, ed a mio talento, voglio appunto volare rasente quel muro. Ciò detto, spicca il volo verso il muro, tocca le verghette con le ali e vi resta attaccata dal vischio di cui erano coperte. Non volle accettare i consigli della madre vecchia, e morì giovane.

Cari giovani ciò che fu supposto dalla rondine madre è una realtà per i vostri genitori e superiori. Sovente essi vi dicono: non andate in quel luogo, non frequentate quel compagno, non fermatevi sulle piazze, non giocate ed altre cose consimili. Non è il capriccio o la vecchiaia che mette loro in bocca queste raccomandazioni: ma la prudenza, l’esperienza e l’amore che vi portano. Essi vengono dei pericoli per voi nelle cose da cui dicono di star lontani; e questi pericoli ci sono. E guai a voi, se non date retta, e brontolando li chiamate roba da vecchi...! La rondine figlia, non assecondando la raccomandazione della madre, andò a perdere la vita attaccata alle verghette: voi perderete l’innocenza, l’amor del bene, e diverrete cattivi. La rondine figlia, quando si senti le ali attaccate alle verghette, conobbe l’importanza dell’avviso della madre, e senti rincrescimento per non averlo assecondato: ma non fu più /32/ in tempo, e dovette morire vittima della sua temerità. Se voi disprezzate gli avvisi dei genitori, dei superiori, e volete vivere a vostro talento, toccherete con mano il vostro sbaglio, la vostra imprudenza e temerità: ve ne pentirete; ma forse non sarete più in tempo, e diverrete cattivi cristiani.

Ecco, cari giovani, terminata la lezione della rondine: essa vi invitò ad amarvi a vicenda; a fuggire le occasioni pericolose, ad essere amici con tutti, ma schiavi di nessuno per rispetto umano: a dare importanza agli avvisi dei più vecchi, e specialmente dei vostri genitori: ricordatevi di queste quattro lezioni ogni volta che vedete le rondini, e procurate di metterle in pratica.

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Trattenimento IV.

Pulcino

Il pulcino.

Gli uccelli, di regola ordinaria, nascono e vivono selvatici: alcuni però nascono e vivono domestici. Son tali le anitre, le oche, le galline faraone, i gallinacci, i colombi, le galline, e via... Questi uccelli una volta erano anch’essi selvatici; presi ed allevati dall’uomo, diventarono talmente domestici, che ora vivono nelle nostre case, senza neppur cercare di fuggire; colle uova e colla carne compensano largamente quel poco che mangiano, e così ci portano un vantaggio considerevole. E questo vantaggio sapete chi lo gode? Lo godete specialmente voi, cari /34/ giovani. Si sa da tutti: gli uccelli domestici sono il patrimonio delle madri di famiglia; e le madri impiegano questo loro patrimonio nella compra delle scarpe, dei pantaloni, del cappello, ed anche di frutta, di regali per la loro famiglia. Se non ci fossero gli uccelli domestici, voi manchereste di tante cose che avete. Ora, se voi godete in modo speciale i frutti degli uccelli domestici, è più che giusto che impariate qualche cosa da loro. Siccome però voi siete ancora giovani, io lascio che le anitre, le oche, i gallinacci, le galline facciano la loro scuola ai grandi, agli adulti, ed a voi presento unicamente come maestri i loro pulcini; anzi unicamente i pulcini della gallina, che sono i più conosciuti. Per conseguenza io metto sulla cattedra una chioccia circondata da 20, 30 pulcini: e questi piccoli uccelli domestici vi insegneranno il modo di vivere nella vostra famiglia, ed altre buone massime.

I pulcini, appena nati, stanno subito diritti sulle loro gambe; da principio barcollano un poco, e cadono anche per terra; ma in pochi giorni camminano senza difficoltà, e corrono qua e là: però non sono ancora capaci a cercarsi il cibo. Essi sentono questa loro incapacità, epperciò stanno tutti attorno alla loro madre; le corrono dietro, e col loro pigolio vanno ripetendo: abbiamo fame: madre, dateci da mangiare. E la madre li conduce qua e là per le stanze, nelle stalle, nel cortile: raspa in ogni angolo, e quando trova del cibo, con un rapido chiocicchio dice: venite qui, vi ha da mangiare. A questa chiamata /35/ corrono tutti i suoi pulcini, e trovano vermi, miglio, grano ed altre cose con cui si possono nutrire. Quanta sollecitudine, quante cure e quanti sacrifici non fa la chioccia per i suoi pulcini! E essa non pensa che a loro e non mangia neppure finché non li vede tutti col gozzo pieno, e totalmente sfamati! E nei pulcini, quanta riconoscenza, quanta ubbidienza e docilità! Alla sera vanno riposare sotto le sue ali: al mattino lasciano con essa il riposo: lungo il giorno le stanno sempre attorno, e corrono dovunque alle sue chiamate...! e buon per loro che fanno così: perché con l’aiuto, sotto la direzione della madri si allevano facilmente; imparano a cercarsi il cibo, sono difesi da molti pericoli, mentre da soli non sarebbero capaci a nulla...!

Cari giovani, voi siete stati altrettanti pulcini nella vostra casa. Per dieci, dodici mesi non eravate capaci a camminare: non capaci a prendervi il cibo, nè a masticarlo. Quindi cominciaste bensì a camminare colle vostre gambe, ed anche a masticare coi vostri denti, ma non eravate capaci a provvedervi nulla. E così fu di voi fino all’età di cinque, sette anni. In tutto quel tempo voi eravate simili ai pulcini dalla nascita ai 15, 20 giorni di vita. E chi è che provvide ai vostri bisogni? La vostra buona madre. Essa cominciò a nutrirvi col proprio latte, e poi vi provvedeva un cibo a parte, vi faceva la vostra zappetta, vi masticava il cibo. Di giorno vi stava vicino, vi portava sulle braccia, vi divertiva, vi accarezzava: di notte si alzava per provvedere /36/ Vostri bisogni, soddisfare i vostri capricci. Oh! quante cure vi prodigò la vostra madre: quanti sacrifici e spese fece per voi...! Essa fu per voi ciò che è la chioccia per i suoi pulcini...! Anzi molto più benefica...! E voi fino ai sei, sette anni avete trattato la vostra madre come i pulcini trattano la chioccia? Forse alcuni sì; ma altri no: comunque sia, quegli anni son passati, ed io non voglio parlarne. Piuttosto io parlo del presente e dell’avvenire, e vi dico: cari giovani, giacché la vostra madre non solo pel passato, ma anche al presente è per voi molto più benefica di quanto lo sia la chioccia verso i suoi pulcini, voi fate colla madre ciò che i pulcini fanno colla chioccia.

I pulcini tengono sempre dietro alla chioccia, stanno sempre attorno a lei: nel cortile vi sono forse 20, 50 galline: essi non le guardano neppure, ma guardano sempre la loro madre; e guardandola fanno tutto ciò che veggono in lei: se essa corre corrono anch’essi: se si ferma, se sbatte le ali, se raspa, essi si fermano, sbattono le ali, raspano. Con questo i pulcini dimostrano di conoscere la loro chioccia, di amarla, e di esserle riconoscenti. E voi fate altrettanto colla vostra buona madre. Vogliatele bene, amatela molto: credetelo, dopo Dio e Maria SS., nissuno vi ama di più della vostra madre: e voi, dopo Dio e Maria SS., di più d’ogni altra persona, amate la vostra madre. Coll’amore unite la riconoscenza: ha fatto e fa tanto per voi...! Questo amore, questa riconoscenza non contentatevi di /37/ averla nel cuore; ma procurate di manifestarla colle parole, e colle opere. I pulcini fanno sentire un pigolio attorno alla madre, e vogliono sempre averla vicina: voi parlate volentieri colla vostra madre, manifestate il vostro cuore, le vostre paure, i vostri desideri, domandatele i consigli di cui avete bisogno. State volentieri con lei, non solo in casa ma anche fuori; con lei andate in chiesa, a lavorare, a divertirvi; se la vedete afflitta, cercate di consolarla; se la vedete stanca attorno ai lavori di casa, aiutatela: se prega, pregate con lei. I pulcini stando colla chioccia, e facendo ciò che essa fa, vivono ed imparano a vivere; voi stando colla madre, imitando il suo esempio imparate ad essere laboriosi e vivere da buoni cristiani.

I pulcini, alcune volte si fermano in una parte del cortile o per mangiare, o per altro, e la chioccia va avanti, cosi ché essi ne restano più o meno lontani. Quando poi alzano il capo, e non vengono la madre, allora corrono qua e là e fanno sentire un pigolio forte lamentevole, che assomiglia ai pianto dei bambini. La chioccia se ne accorge, fa subito sentire forti chiocicchiate e corre verso di loro. I pulcini, appena la sentono, corrono verso di lei, ed appena la trovano si dimostrano contenti: quel momento diventa una festa vicendevole fra la chioccia ed i pulcini dispersi: la chioccia pare che dica: non allontanarvi più da me: ed i pulcini pare che rispondino: no, no, mai più...! Altre volte i pulcini vagano pel cortile alquanto lontani dalla madre: /38/ questa trova una spiga di grano, od altro cibo: fa sentire un rapido e ripetuto chiocicchio, che dice: qui, qui tutti... Ed i pulcini che fanno? Pronti corrono alla chiamata, e trovano a farla buona.

Cari giovani, fate così anche voi. Quando vi trovate lontani dalla madre, ricordatevi che siete lontani dalla vostra maestra, dalla vostra salvaguardia, epperciò non fermatevi troppo a lungo: piuttosto fate il possibile per ritornare al suo fianco. Quando vi divertite, giuocate, riposate nel letto, e sentite la voce della madre che vi chiama, lasciate subito il divertimento, il giuoco, il letto, e correte da lei. I pulcini correndo alla voce della chioccia che li chiama, trovano del cibo: voi correndo alla voce della madre, facendovi ubbidienti alle sue chiamate, ai suoi comandi, troverete il cibo della preghiera al mattino ed alla sera; vi meritate la sua affezione, ed un premio dal Signore. I giovani che fanno i sordi alla voce della madre: che si fanno chiamare molte volte prima di ubbidire, fanno male. Voi ubbiditela sempre con prontezza, e volentieri.

I pulcini quando sono alquanto grossi, specialmente i galletti, rissano facilmente; si danno beccate, cercano di ferirsi collo sprone saltando l’uno contro l’altro in modo che sembrano due soldati che combattono colla lancia. Alcune volte il duello dura poco; altre volte non finisce più: i duellanti sono già stanchi, hanno già perduto alcune piume, ed anche versato sangue sul campo di battaglia, e tuttavia continuano a rissare. In questi casi la chioccia /39/ che sorveglia sempre i suoi pulcini, s’accorge della loro rissa: con tre o quattro forti chiocciate intima loro di lasciare l’alterco, e se non è ubbidita, corre sul luogo della battaglia, dà una beccata a ciascheduno, e così li pacifica. Terminata la rissa, i due galletti si danno una scossa alle ali, e poi questione finita: ciascheduno canta una volta, e va in cerca di cibo: sono di bel nuovo amici come prima. Non è forse vero che i galletti fanno così? Sì... è verissimo: l’abbiamo visto più volte, ed abbiamo fatto una buona risata nel vederli a combattere. Buon pro vi faccia la vostra risata; ma vi faccia anche buon pro la lezione che essi vi danno. In casa e fuori di casa voi, cari giovani, non di rado fate anche i galletti: per una cosa da nulla vi mettete a rissare coi fratelli, coi compagni: rissate a parole, ed anche con pugni, colle unghie, con calci, con pietre e con bastoni. Ma che cosa guadagnate colle risse? Ciò che guadagnano i pulcini: essi versano sangue, perdono penne, si stancano, ricevono un rimprovero ed anche beccate dalla chioccia: ecco il bel guadagno...! E voi fate altrettanto. Rissando vi prendete dei pugni, degli schiaffi, dei calci, delle graffiature: la vostra madre vi rimprovera, e se non basta, vi regala due schiaffi, e voi terminata la rissa, avete la pelle che vi brucia, la faccia che fa sangue, gli abiti stracciati. Ecco il guadagno delle risse. Esse portano sempre danno, e mai vantaggio. Conviene adunque rissare? No... mai...! Dunque dai pulcini he rissando si fanno un male a vicenda, e si tirano /40/ il castigo della chioccia, imparate a non rissare tra di voi. Qualora poi d’ora innanzi, sorpresi dalla collera, vi capitasse di rissare o coi fratelli, o colle sorelle, o coi compagni, imparate un’altra cosa dai pulcini. Essi, quando rissano, se sentono la voce, o le beccate della chioccia, lasciano subito l’alterco: e terminata la rissa, ritornano subito all’amicizia di prima. Voi, sentita la voce della madre, o di altra persona, che vi intima di lasciare la rissa, lasciatela subito, e fate anche subito pace col vostro avversario, perdonandovi a vicenda, perchè il broncio, il desiderio della vendetta dopo la rissa, aggiungono altri peccali a quello della rissa.

Quando i pulcini cominciano mettere la cresta, corrono facilmente, e prendono anche il volo, la chioccia li conduce nei campi, nei prati attigui alla casa del loro padrone. Là essi girano in cerca di cibo, si allontanano anche dalla madre, la quale alcune volte si trova quasi sola. In tali circostanze credete voi che essa dimentichi i suoi pulcini? Tutt’altro. Essa cammina colla testa alta; guarda all’intorno, guarda in alto, sorveglia attentamente. Sorvegliando non di rado vede per l’aria lo sparviero, che cerca di piombare sui pulcini e divorarli. A questa vista la chioccia fa sentire un grido allarmante, che dice: pulcini, fuggite, venite meco, un uccello vi minaccia della vita... Ed i pulcini che cosa fanno? La maggior parte corrono al grido della madre, e con lei si salvano contro le ricerche dello sparviero; altri invece, trovano a farsela buona in quel luogo, /41/ continuano a girare senza darsi alcun fastidio. E che capita loro? Lo sparviero li adocchia, piomba loro adosso, li afferra cogli artigli, e via... Va divorarli a suo bell’agio in un luogo solitario. Quanti pulcini son diventati pasto dello sparviero in questo modo! Cari giovani, la vostra condizione vi obbliga ad uscire di casa, ad allontanarvi dalla madre, a portarvi in mezzo al mondo. Dovete far così o per frequentare la scuola, o per imparare un’arte, o per lavorare, o per altri motivi. E sia pure... lo non pretendo che stiate sempre attaccati al grembiale della madre; uscite pure di casa per i motivi suddetti, ed anche per divertirvi un poco. Voglio però che sappiate esservi nel mondo molti sparvieri anche per voi. Questi sparvieri voi, essendo giovani, non li conoscete; li considerale come vostri amici. Però li conosce l’occhio della vostra madre, che vede assai più di quello che voi vel credete; e conoscendoli vi dice: figlio, non frequenta il tal compagno... Non fermati nel tale luogo... Non prendi parte al tale divertimento, al tal giuoco... Non fa questo, non fa quello... Oh quante volte la madre vi parla in questo modo...! Ebbene con queste parole essa vi dice che quel compagno, quel luogo, quel divertimento, quel giuoco, quella cosa, sono altrettanti sparvieri per voi; e guai a voi se non date retta alla vostra madre!...

I pulcini che non fuggono quando la chioccia li avverte esservi lo sparviero, ne diventano preda: voi cadrete negli artigli del demonio, perchè prenderete certamente scandalo, e diverrete cattivi. Quanti giovani /42/ son diventati tali per non aver voluto assecondare la voce della madre...! Non sia così di voi... Piuttosto voi imitate i pulcini, i quali, sentito l’allarme della chioccia, corrono subito attorno a lei. Questi si mettono al sicuro contro le insidie dello sparviero; voi assecondando la voce della madre, schiverete le insidie dei cattivi compagni, e dei luoghi pericolosi.

Come vedete, cari giovani, nei pulcini che tengono dietro alla chioccia, voi avete altrettanti maestri, che vi insegnano il modo con cui dovete regolarvi colla vostra buona madre. Ritenete a memoria le loro lezioni a questo riguardo, ed io passo ad accennarvene ancora due altre.

La chioccia si affaccenda tutto il giorno per non lasciar mancare il cibo ai suoi pulcini: ma essi non stanno inoperosi; anzi girano, corrono, raspano qua e là. In tali ricerche, a motivo dolla loro debolezza e poca esperienza, non trovano molto cibo; ma qualche poco lo trovano; e questo poco, unito a quello che vien loro scoperto dalla chioccia, basta a sfamarli.

Cari giovani, dai pulcini che girano, corrono, raspano qua a là in cerca di cibo, imparate a lavorare fin d’ora secondo le vostre forze. La vostra mente ha bisogno del cibo dell’istruzione; questo cibo dovete cercarlo voi, e per trovarlo dovete raspare nei libri collo studio. Il vostro corpo ha bisogno del vitto, della vestimenta, della calzamenta; è vero, a questo vi pensano i vostri genitori; ma voi dovete /43/ cooperarvi sia coll’aiutarli nei loro lavori, sia col fare quei lavori per i quali avete la capacità. I giovani che passano il giorno nell’ozio, nei divertimenti, nel dolce far niente, fanno male, e col tempo saranno poi fannulloni pesanti alla società, alle famiglie, ed a loro stessi: quelli invece che sono laboriosi, col tempo saranno amanti del lavoro; e lavorando, secondo il loro stato, saranno da tutti amati e rispettati. Ricordatevi di questa verità ogni volta che vedrete i pulcini a cercarsi il cibo raspando qua e là, e dite così: questi pulcini lavorano quantunque siano piccoli, e la madre non lascia mancar loro il cibo necessario: anche noi vogliamo lavorare secondo le nostre deboli forze: lavorare collo studio per la nostr’anima; colle braccia per il nostro corpo.

Non avete mai osservato come fanno i pulcini a bere? Essi mettono il becco nell’acqua, ne assorbiscono una goccia; e poi alzano il becco. Facendo così per quattro o cinque volte restano abbeverati secondo il loro bisogno. E non è forse vero che, alzando essi il becco verso il Cielo dopo aver preso una goccia d’acqua, sembra che vogliano dire: Signore, voi ci avete vestiti di piume, ci date il cibo per nutrirci, quest’acqua per dissetarci: Vi ringraziamo di questi favori...? Povere bestioline...! Esse non conoscono Dio; l’istinto però le porta a lodarlo, a ringraziarlo; ed esse pagano questo tributo sollevando il becco verso il Cielo.

Che bella lezione per voi, cari giovani...! Voi lo conoscete il Signore; sapete che vi ha creati, vi /44/ conserva in vita, vi ha redenti, vi ha fatto e vi fa continuamente dei grandi benefizi. Ebbene, imitate i pulcini: essi alzano il becco verso il Cielo, per far discendere nel gozzo la goccia d’acqua che hanno preso: voi sollevate sovente gli occhi, le braccia, la parola, la mente, il cuore al Cielo per ringraziare il Signore dei benefizi che vi ha fatto. Specialmente ringraziate il Signore facendo il segno della santa croce prima e dopo il cibo. Prendete questa bella abitudine, e mettetela in pratica non solo in casa, ma anche fuori.

I pulcini vorrebbero ancora continuare la loro scuola; ma voi forse ne avete già abbastanza: e ne ho abbastanza anch’io. Dunque ritenete a memoria le lezioni che essi vi hanno dato, ed io vi metto in libertà.

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Trattenimento V.

Gufo

Il gufo.

Gli scuolari, entrando nella scuola, danno subito uno sguardo al maestro. Questo sguardo datelo subito anche voi all’uccello, che vi si presenta come /46/ vostro maestro. Osservatelo: esso tiene il corpo quasi verticale sul ramo di appoggio: nella sua grossa testa mostra un becco adunco, due occhi grossi e rotondi, con due cornetti: i suoi piedi sono armati di forti e lunghi artigli; la sua voce è rauca ed ingrata: il suo aspetto è si fiero, pettoruto e meditabondo, che sembra un filosofo, che medita il gran problema della vita. Per questo motivo i Greci antichi lo chiamarono il simbolo della sapienza. Noi però non gli facciamo tanto onore; lo chiamiamo gufo in italiano, e ciuc in piemontese; lo facciamo il simbolo della paura e della bruttezza: sei brutto come un gufo... Se questo si dica a ragione, oppure a torto, non oso giudicarlo; vi dico però che la bruttezza reale od apparente del gufo, la paura che vi incute la sua presenza, mi aiutano benissimo a farvi abborrire due vizii, che in esso sono figurati, e che convertono l’uomo in un gufo.

A motivo della vostra tenera età, voi, cari giovani, non conoscete ancora i caffè, le osterie, i bagordi, l’ubbriachezza; però, a misura che crescete, questi luoghi, questi disordini camminano verso di voi, e voi camminate verso di loro. Per conseguenza un giorno o l’altro li avrete di fronte, li sentirete a picchiare alla porta del vostro cuore, a dirvi molte cose, a farvi molte promesse. Mi spiego: — Quando arriverete ai 15, 16 anni i vostri genitori vi lascieranno qualche soldo da spendere a vostro piacimento: alla domenica incontrerete facilmente dei compagni che vi diranno: venite con noi; andiamo fare una /47/ partita al caffè, all’osteria; andiamo bere una volta. Quest’invito vi sarà ripetuto dalla curiosità, dalla voglia di divertirvi, ed anche dalla gola. E guai a voi se lo asseconderete...! Spendendo i vostri soldi al caffè, all’osteria, nella partita alle boccie, alle carte, alla morra, non tarderete a prendere il vizio dell’osteria, a diventare bettolieri, ubbriaconi; e diverrete, sapete qual cosa? altrettanti gufi senz’ali, si, ma veri gufi, e brutti gufi. Sì, cari giovani, voglio che lo sappiate fin d’ora: il vizio dell’osteria, dell’ubbriachezza, converte l’uomo in un brutto gufo. E se volete vederlo fate meco un breve confronto tra il bettoliere, l’ubbriacone, ed il gufo.

Il gufo ha ricevuto dalla natura due occhi, che hanno la pupilla molto larga, simile a quella dei gatti. Questa pupilla riceve un gran fascio di luce; e questa, quando è viva, come lo è di giorno, diventa troppo abbondante, ed il gufo, invece di vedere, ne resta abbagliato, e quasi acciecato. Per questo motivo, lungo il giorno, esso riposa nei buchi delle torri, nei crepacci degli alberi, ed in altri luoghi solitarii e nascosti. Quando poi spunta la notte, e la terra non è più illuminata che dalla luce della luna, o da luce debole, allora il gufo, che vede benissimo, fa sentire il suo lamentevole grido, ripetendo ciuc, ciuc, ciuc per ore intiere: lascia il suo nascondiglio, e senza fare strepito alcuno, vola da un albero all’altro, si posa anche a terra, ed intanto divora uccelli, che sorprende addormentati, topi, surmolotto, rattus norvegicus, ratto delle chiaviche surmolotti ed altri animali, che formano il suo /48/ nutrimento principale. In tal modo il gufo, che durante il giorno se ne sta accovacciato nei nascondigli, durante la notte diventa il disturbatore della nostra quiete colla sua voce ingrata; il terrore, il flagello di molti animali, che divora in grande quantità.

L’uomo, a differenza del gufo, è creato per riposare di notte, e girare, lavorare di giorno: ma il vizio dell’osteria, dell’ubbriachezza che ne fa? Lo converte in un gufo. Durante il giorno della domenica, della fiera, del mercato, il bettoliere sta nascosto nei caffè, nelle osterie; a notte avanzata ne esce fuori; gira qua e là, percorre le vie del paese, strilla, schiamazza, grida, canta brutte canzonacele a gola squarciata, minaccia percosse, la morte a chi lo avvicina. In tal modo esso disturba tutto il paese, spaventa il suo prossimo, diventa per conseguenza simile al gufo.

Il gufo, sia per causa di ciò che mangia, sia per altri motivi, manda un odore ributtante; odore che fa arricciare il naso a sentirlo. Cari giovani, avvicinatevi a quell’uomo, che vedete là sdraiato vicino a quel muro: esso è un bettoliere, che poco fa usci ubbriaco dall’osteria: non potendo più star diritto, trovò un letto sulla via, ed ora riposa. Chinatevi verso di lui, mettete il naso nelle sue esalazioni: che fetore ributtante di vino, di liquori, e di altre cose in fermentazione...! Bisogna torcere il naso all’indietro, e partirsene... Oh si! odorate un gufo, e poi odorate un ubbriaco; e voi sentirete due fetori tanto simili, che vi sembrerà di odorare due gufi.

/49/ Il gufo, volando di notte, va sorprendere nel sonno i passeri, i fringuelli, le capinere, ed altri uccelli; e sapete che ne fa? Li afferra cogli artigli, e poi in un momento li divora; e notate che ingoia tutto insieme: piume, penne, carne ed ossa; così che non lascia alcuna traccia del suo assassinio sul luogo dove l’ha commesso. Ma digerirà anche tutto? No: il gufo non ha lo stomaco organizzato in modo da digerire le penne e le ossa degli uccelli: e dopo averle ingoiate, in vece di digerirle, ne forma una pallottola bene compatta, e poi, facendo uno sforzo e contorcendosi a destra, a sinistra, all’indentro, all’infuori, la rigetta via. Per questo motivo suol dirsi a conto del gufo, che col vomito paga il pasto.

Il bettoliere, l’ubbriacone, girando da un’osteria all’altra, si ingozza di vino, di liquori, di carne, di peperoni, e di altri cibi; e siccome la sua ingordigia non dice mai basta, lo stomaco, oppresso dal cibo eccessivo che nuota nel vino, se ne risente, muove lagnanze, domanda sollievo; ed il nostro bettoliere, osservatelo, si porta vicino ad un muro, vi appoggia il capo sostenendolo con una mano, e poi contorcendosi, facendo sforzi di stomaco d’alto in basso, e viceversa, rigetta, vomita una massa informe schifosa, e ributtante. Mettetegli vicino un gufo, nell’atto che rigetta in pallottole le penne, e le ossa degli uccelli ingoiati, e voi vedrete due gufi: uno colle ali, che è un uccello, l’altro senza ali, che è un bettoliere, un ubbriacone.

Il gufo ha un istinto feroce e battagliero: questo /50/ istinto lo porta a passi temerari, a combattere con uccelli più forti di lui, senza eccettuare l’aquila stessa. In questa battaglia, quando si sente vinto battendosi corpo a corpo, si rovescia supino per terra, e poi cogli artigli distesi, col becco minaccioso cerca di far indietreggiare il suo nemico, Il più delle volte resta vinto, e colla vita paga la sua temerità: però alcune volte riesce anche vittorioso, o per lo meno non resta vinto senza grave scapito del suo avversario. A proposito il Bailly dice d’aver assistito ad una battaglia sui monti della Savoia tra un gufo reale, ed un’aquila fulva, e che, dopo cinque minuti di ferite d’ambe le parti, i due combattenti si conficcarono gli artigli a vicenda nelle carni in modo da non poterli più estrarre nè l’uno, nè l’altro, e morirono tutti e due.

Cari giovani, volete vedere un gufo a combattersi con altri uccelli, forse più forti di lui? Entrate nei caffè, nelle osterie, specialmente nei giorni di festa, e là vedrete coltelli che trattano un corpo umano come fosse un mellone; vedrete mani intrise di sangue: vedrete un uomo che, disteso supino per terra, colle mani, coi piedi, coi denti, colle minaccio cerca difendersi: vedrete forse anche un lago di sangue, e uno, due, tre cadaveri. Chi sono costoro? Sono altrettanti bettolieri, ubbriaconi: per natura erano forse i più pacifici del mondo; ma si lasciarono dominare dal vizio dell’osteria, e questo vizio lasciò dentro di loro uno spirito superbo, insolente, battagliero: li convertì in gufi, che rissano anche a /51/ costo di battersi con altri uccelli più forti di loro. Il Bailly vide una volta sola un gufo ed un’aquila morti cogli artigli conficcati a vicenda nelle carni: la società vede molte volte due uomini vittima di una rissa, che ebbe principio, sviluppo, e compimento nelle osterie: e questa vittima sarete forse voi medesimi, cari giovani, se diverrete bettolieri, ed ubbriaconi.

Il gufo alcune volte è costretto ad uscir fuori dal suo nascondiglio, e lasciarsi vedere anche di giorno. Ed in tali casi sapete che cosa gli capila? Due cose degne di venir ricordate. La prima è che, siccome è abbagliato dalla luce troppo viva, volando va urtare ora dentro di un muro, ora nel tronco di un albero; ora cerca di aggrapparsi al ramo di un albero per fermarsi, ma lo sbaglia e trabocca a terra. Esso non ignora questi pericoli, epperciò non vola che a brevi distanze; e quando è posato sopra di un ramo, a preferenza di riprendere il volo, tollera le sassate dei monelli che l’hanno scoperto. La seconda cosa che gli capita è questa: i passeri, i fringuelli, le capinere, ed altri passeracci lo circondano, e facendo un gridio assordante gli danno beccate e colpi di ali alla sfuggita; lo insultano in tutti i modi di cui sono capaci. Ed il gufo, che di notte farebbe fuggire un esercito di quegli uccelli, non si muove, fa stridere il becco, dimena stupidamente il capo, e riceve questi insulti senza lagnarsi. Ecco quanto capita al gufo quando esce di giorno.

Cari giovani, tenete dietro ad un ubbriaco che /52/ esce dall’osteria, e voi vedrete attorno a lui tutta la scena del gufo che esce di giorno. Il gufo non vede a sufficienza perchè è gufo: l’ubbriaco non vede neppure a sufficienza perchè il vino l’ha accecato. Il gufo volando urta ora in questo, ora in quell’ostacolo, e trabocca anche a terra: l’ubbriaco cammina barcollando, tien tutta la via, va urtare in questo, in quel muro, stramazza per terra, dove si ferma anche a dispetto di venir calpestato da chi passa. Il gufo diventa lo zimbello dei passeracci, che lo insultano colla voce, cogli scherzi, e colle percosse: l’ubbriaco diventa lo zimbello di tutti, e specialmente di voi, cari giovani, che lo circondate, gli date dei pizziconi, gli gettate polvere, pietruzze, acqua addosso, gli cavate le scarpe, gli prendete il cappello e lo giuocate alla palla, gli fate ogni sorta di insulti colle opere ed anche colla voce gridando: dalli, dalli!.. bibi, ubriacone, lat. med. bibiones, bibones, moscerini del mosto, Drosophila melanogaster. Ducange. bibi... bibi!.. dalli al bibi... Ed esso, in mezzo a questo baccanale, manda fuori qualche grido rauco, ed incompiuto, fa qualche minaccia, stravolge gli occhi, cerca di camminare; ma non si muove, e tutti i suoi gesti sono accolti con fragorose risate. E tutto questo non lo rende forse simile al gufo? Cari giovani, confrontate ciò che capita, e ciò che fa il gufo quando esce di giorno, con quello che capita, e che fa l’ubbriaco quando esce dalla osteria, e voi avrete dinanzi due scene non solo simili, ma quasi identiche: e conchiuderete con me: è proprio vero: l’ubbriachezza converte l’uomo in un gufo.

/53/ Vi ho già fatto considerare il gufo sotto cinque aspetti diversi, e sempre abbiamo ravvisato in lui ciò che vediamo negli ubbriachi; con ragione adunque io scrivo sulla porta delle osterie: nido di gufi. e sulla fronte del bettoliere, dell’ubbriaco: tu sei uomo per natura, ma sei gufo per il vizio dell’osteria.

E voi, cari giovani, diventando grandi vorrete diventare altrettanti gufi? Voi mi rispondete, no... mai... ebbene non entrate mai nei caffè, nelle osterie, nelle bettole; perchè questi luoghi sono altrettanti nidi dove si allevano i gufi; e se voi fatti grandi, li frequenterete, diverrete certamente beltolieri, ubbriaconi, epperciò altrettanti gufi con grave discapito della vostra salute, del vostro onore, e dell’interesse: e ciò che è peggio ancora, con grave discapito dell’anima vostra.

Questa prima lezione del gufo fu alquanto lunga: è però molto importante, e voi dovete ricordacene sempre, ma specialmente quando vi sentirete in qualche modo invitati ad entrare nei caffè, nelle osterie.

Il gufo tanto cogli artigli, quanto col becco esercita una forza straordinaria in paragone della sua grossezza: però per servirsi di questa forza ha bisogno della notte, delle tenebre. E se non ci fosse la notte, la sua forza non gli servirebbe a nulla, ed esso dovrebbe presto morir di fame. Per questo motivo fu detto dagli antichi che: la forza del gufo sta nelle tenebre.

Ai nostri di vi sono uomini che esercitano una /54/ forza straordinaria nella società; ma sapete in qual modo? Colla segretezza, nelle tenebre della notte; epperciò essi sono la forza delle tenebre, di cui parlò S. Paolo: potestas tenebrarum in realtà l’espressione è in Luca 22,53 potestas tenebrarum. Son tali, tutti coloro che danno il nome alle società segrete, tutti i framassoni. Essi passano la metà del giorno dormendo saporitamente; e poi, durante la notte, si radunano dentro sotterranei, in sale appartate, e nascoste; e là esercitano la loro forza, che tende a perseguitare, a distruggere l’autorità sì civile che ecclesiastica; a distruggere la religione cristiana, e così sostituire l’incredulità alla fede, il vizio al buon costume. Pur troppo che i loro sforzi non sono inutili, come non sono inutili le ricerche del gufo fra le tenebre della notte; ma intanto noi con tutta ragione possiamo dir loro: voi siete altrettanti gufi, perchè la vostra potenza vien dalle tenebre, come dalle tenebre viene quella del gufo: potestas tenebrarum.

Cari giovani, col tempo sarete forse anche voi invitati a dare il vostro nome a queste società segrete, framassoniche; oppure sarete invitati ad entrare in società dette operaie, ma che in realtà non sono altro che diramazioni della framassoneria di cui portano lo stemma, e con cui dividono le idee ed uniscono le forze. Attenti a questi inviti, e non date mai il vostro nome ad alcuna società, la quale non sia approvata dalla Chiesa, perchè diversamente voi entrate in una società di gufi, e diventate gufi anche voi; e gufi a danno vostro, e degli altri.

Oltre dei framassoni, e dei semi-framassoni suddetti, /55/ ai nostri di si incontrano sovente altri individui, che, secondo il loro giudizio, sono una gran cosa nella società, ma in realtà non sono altro che gufi. Avvicinate quel giovane sedicenne, quell’uomo pettoruto, altiero, e ben vestiti: osservateli; mentre con una mano si lisciano i baffi e coll’altra premono il sigaro, e dimenano leggermente il capo, dicono in tuono dottorale: che farne delle campane, delle processioni, dei sacramenti, dei preti...? Son tante anticaglie da medio evo... La confessione, il purgatorio, l’inferno son tutte invenzioni dei preti. Quanto a me non credo più a nulla, e non entro più in chiesa. Chi è costui che parla così? Egli si chiama studente, letterato, dottore, uomo spregiudicato; io però lo chiamo un saputello incredulo, epperciò un vero gufo. Quest’animale chiude gli occhi in faccia alla luce viva, perchè ne resta acciecato: il nostro saputello incredulo, acciecato dalla superbia, chiude gli occhi dinanzi alla luce, che illumina tutto il mondo, non crede alla parola di Dio, e si ravvolge nelle tenebre dell’errore, dell’incredulità, e così si riveste di una qualità caratteristica del gufo e diventa un gufo.

Il saputello incredulo, simile al gufo nel chiudere gli occhi alla luce del Vangelo, gli è ancora più simile nel temere la luce della verità. Il gufo, volando qua e là di notte, precipita sugli uccelli che trova appollaiati sugli alberi, e li divora senza che essi facciano alcuna resistenza. Però, se fosse possibile far uscire dagli uccelli una luce viva nell’atto che /56/ il gufo sta per piombare loro addosso, questo si fermerebbe sull’istante, diverrebbe stupido, ed invece di divorare quelle innocenti prede, diverrebbe zimbello dei loro scherzi, e dei loro insulti. Ma siccome questa luce con compare a vantaggio degli uccelli, il gufo, che trova la forza nelle tenebre, ne fa grande strage. E così avvien pure del saputello incredulo: esso spiffera mille errori in fatto di religione, si spaccia pel primo dottore del mondo quando si trova circondato da ignoranti, che non sanno difendere le verità della nostra religione. Ma se arriva un prete, oppure un’altra persona capace a diradare le tenebre dei suoi errori, e far comparire le verità nel loro splendore, allora esso mette tosto berta in tasca, e non osa più parlare. È un fatto che i saputelli increduli, come pure tutti quelli che parlano male della religione, siano essi artisti, esercenti, contadini, ricchi, poveri, dotti, ignoranti, parlano solo quando si trovano con ignoranti loro pari in fatto di religione, e tacciono quando è presente chi è capace a confonderli, a smentire le loro dicerie: e questo non è forse un operare da gufo? Eh si...! Perchè, come il gufo valente e forte predatore di uccelli nelle tenebre, diventa stupido, imbecille al comparire della luce; così questi tali, che ostentano tanta scienza quando parlano cogli ignoranti, diventano muti quando comparisce una persona istrutta nelle cose di religione.

Voi intanto, cari giovani, che avete ancora la fede viva nei vostri cuori, fuggite la compagnia di /57/ quelli che parlano contro la fede: essi sono gufi, e chi li frequenta diventa gufo anche lui.

Con questo il gufo termina la lezione: esso vi ha detto che il vizio dell’osteria, l’ubbriachezza, le società segrete, le società operaie non approvate dalla Chiesa, l’incredulità convertono l’uomo in un gufo. E voi che avete paura di questo uccello notturno, concepite una grande paura dei vizi, dei disordini suddetti; teneteli lontani da voi non solo ora che siete giovani; ma per tutti i giorni di vostra vita. A questo fine ogni volta che vedrete un gufo, o sentirete il suo lamentevole grido, dite così: dei gufi alati in mezzo a noi non ve ne sono molti: vi sono però molti gufi senz’ali; son tali i bettolieri, i framassoni, i semi-framassoni, gli increduli: noi non vogliamo aumentarne il numero già troppo grande, epperciò giuriamo guerra ai vizi, ai disordini che dell’uomo ne fanno un gufo.

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Trattenimento VI.

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L’aquila.

I trattenimento precedente vi si presentò come maestro uno degli uccelli rapaci notturni, detto gufo: in questo trattenimento vi si presenta come maestro /59/ un altro uccello anch’esso rapace, non però notturno, ma diurno, detto. aquila. Quest’uccello è molto grosso; vive nell’Asia, nell’America, su tutte le montagne dell’Europa, non escluse le nostre alpi: siccome però non discende quasi mai nelle nostre pianure, voi probabilmente non l’avete ancora visto, ed io per farvelo conoscere cedo la parola a lui medesimo. Sentite adunque dall’aquila le sue virtù e miracoli.

Io sono coraggiosa, forte e potente. Se spicco il volo in alto arrivo all’altezza di cinque mila metri; se volo orizzontalmente percorro 28 miglia all’ora; se un temporale mi sorprende, giro intrepida fra le nubi senza temere nè le tenebre, nè il vento, nè il lampo, nè il tuono. Se fisso gli occhi sulla terra, dall’altezza di due mila metri veggo un topolino che corre tra le foglie: se li fisso nel sole, lo guardo intrepida senza restare abbagliata dalla sua luce diretta. Se mi metto a lottare col becco, colle ali, cogli artigli riporto vittoria su tutti gli uccelli, sui serpenti, sulle lepri, sui caprioli, sul lupo, e anche sull’uomo, se disarmato si accosta al mio nido. Se afferro cogli artigli un cane, una pecora, un fanciullo di otto o dieci anni, in un momento lo trasporto sulla cima delle montagne. E questi miei pregi sono conosciuti, ammirati in tutto il mondo. Il mio nome, la mia figura si trova accanto a Giove, Dio del Cielo, gli Assirii, i Persiani, i Romani mi vollero dipinta sulle loro bandiere; l’Austria ed altre potenze d’Europa mi prescelsero per loro stemma: l’Apostolo della carità, San Giovanni, mi pose al suo fianco; /60/ gli ingegni più sublimi si sono onorati chiamandoli aquile. Insomma dovunque e sempre io sono stata prescelta qual simbolo di forza, di coraggio, di potenza si fisica, che morale, e tutto il mondo si gloria d’avermi vicina, e sentirsi dire: è un’aquila.

Avete sentito, cari giovani, il bel panegirico che l’aquila s’è fatto da sè stessa? Veramente se fosse un uomo che parlasse così di sè stesso, costui sarebbe un vanitoso, un superbo: ma essendo un’aquila, si può tollerare, perchè non disse che la pura verità. È proprio vero: l’aquila coi suoi pregi si guadagnò il titolo di re degli uccelli, e venne prescelta dagli uomini qual simbolo della vittoria, della forza, della potenza, dell’ingegno sublime.

Probabilmente questi onori conseguiti dall’aquila hanno lasciato nel vostro cuore il desiderio di diventare aquile, o almeno aquilotti anche voi. E sia pure: questo desiderio è buono, ed io voglio appunto insegnarvi il modo di diventare buoni aquilotti. Sentite.

Il giovane per diventare un aquilotto deve fare tre cose: 1° deve mettersi ai fianchi due ali, lunghe un metro ciascuna, come sono quelle dell’aquila: 2° deve munirsi di due occhi, che resistano alla luce più viva: 3° deve armarsi i piedi di forti artigli. Voi forse sorridete, e chiamate impossibili queste tre cose. Esse però, tutt’altro che impossibili, non sono neppur difficili, ma facilissime. Mi spiego.

Voi sapete leggere, potete frequentare la scuola, l’oratorio, il catechismo, le prediche: leggendo il /61/ catechismo, buoni libri; frequentando i luoghi dove vi viene imparlila l’istruzione al profana che religiosa, la vostra mente si arricchisce di cognizioni, le quali vi fanno conoscere i doveri che avete verso Dio, verso di voi, e verso il prossimo: vi fanno conoscere ciò che è bene, e ciò che è male, il modo di vincere le passioni disordinale, di vivere da buoni cristiani, e così salvarvi l’anima. Ebbene queste cognizioni, ed altre consimili, di cui facilmente potete fare acquisto, sono altrettante penne, che concorrono a formarvi l’ala sinistra da aquilotti, perchè vi sollevano alla cognizione della verità, e non vi lasciano ingannare dagli errori, che si spacciano pel mondo.

Buone letture adunque, studio, frequenza al catechismo, alle prediche, e voi avrete l’ala sinistra dell’aquila, che consiste nella istruzione della vostra mente.

Voi potete pregare mattino e sera, ed anche lungo il giorno; potete assistere alla santa messa, accostarvi alla santa Comunione, confessarvi con frequenza: potete consolare i vostri genitori coll’ubbidienza, col rispetto, dar buon esempio ai vostri compagni colla vostra condotta: potete, a dir breve, praticare il bene, la virtù. Ebbene ogni opera buona è una penna che concorre a formarvi l’ala destra da aquilotti, perchè vi solleva al vostro Dio, al nobile fine della vostra creazione. Vivete adunque da buoni figli, e voi avrete nel vostro cuore la vera pietà, che forma l’ala destra da aquila. Ecco, cari giovani, il modo di mettervi le ali da aquila: istruzione /62/ e pietà: con questi due mezzi vi solleverete ai primi posti, alle prime cariche, ai primi onori mentre vivete su questa terra; e dopo morte spiccherete un volo così sublime, che arriverete al bel Paradiso. Cosi ha fatto un San Pietro Damiani: da giovane, povero ed abbandonato, coll’istruzione e colla pietà si sollevò al cardinalato in vita, all’onore degli altari dopo morte: così hanno fatto cento altri; e così potete fare anche voi. L’aquila colle sue ali esercita una forza muscolare straordinaria: voi coll’istruzione e colla pietà eserciterete una forza straordinaria presso gli uomini e presso Dio.

Notate però che non vi basta avere solamente l’una o l’altra di queste due ali; ma dovete averle amendue. Il giovane che studia ed impara molto, ma tiene una cattiva condotta, è munito dell’ala sinistra, ma manca della destra: il giovane che è buono ma ignorante ha l’ala destra, ma manca della sinistra. E questi due giovani sono simili all’aquila, a cui manca un’ala. Essa non può volare quantunque sia un’aquila: i nostri due giovani che si contentano o della sola istruzione, o della sola pietà, faranno bella figura solo dinanzi agli uomini, o solo dinanzi a Dio: ma non dinanzi a tutti due; perchè il premio di essere stimato dal mondo e da Dio è riservato unicamente a chi è contemporaneamente e buono e istrutto.

In secondo luogo per diventare aquilotti dovete mettervi due occhi da aquila. E gli occhi dell’aquila sapete come sono? Sono simili a quelli degli altri uccelli; però hanno due qualità particolari: /63/ essi veggono a grandi distanze oggetti anche piccoli: di più hanno la facoltà, piuttosto unica che rara, di fissare direttamente il sole senza restarne abbagliati. Da ciò ne segue che se voi trovaste una nidiata senza sapere di quale uccello essa sia, fate così: prendete gli uccellini, e obbligateli a fissare gli occhi nel sole: se resistono alla sua luce diretta, sono certamente aquilotti: se non resistono sono uccelli di altra specie.

Dunque, cari giovani, per avere gli occhi dell’aquila voi dovete fissare direttamente il sole senza restarne abbagliati. Ma quale sarà questo sole? Forse quell’astro così grosso, e tanto distante da noi, che riscalda, illumina tutto il mondo? No: quel sole ha una luce troppo viva per i nostri occhi; e se voi lo fissate direttamente, ne restate abbagliati, ed anche acciecati. Il sole che dovete poter fissare per essere aquilotti è un sole spirituale; sole che illumina la nostra mente, dirada le tenebre dell’errore; è il sole dei cristiani, il vero Dio, Gesù Cristo. Da questo sole emanano tanti raggi di luce divina, e vivissima. Per esempio: vi è Dio che premia i buoni, e castiga i cattivi, è un raggio di quella luce. Vi è un Dio solo, e tre persone realmente distinte; è raggio di quella luce. La seconda persona della SS. Trinità si è incarnata e fatta uomo per salvarci; altro raggio di quella luce. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo: Esso è realmente presente nell’Ostia consacrata: vi è l’inferno: vi è il purgatorio: vi è il paradiso: Maria SS. è vera Madre di Dio, e vergine immacolata: per ottenere il /64/ perdono dei peccati mortali bisogna confessarli; sono altrettanti raggi della luce del nostro sole: come pure ne sono altrettanti raggi tutti gli altri misteri che la Chiesa ci propone a credere. Questo sole risplende in tutto il mondo: tutti lo guardano, come tutti guardano il sole materiale: ma che avviene? Eh! precisamente ciò che avviene nel fissare il sole materiale... Gli animali, gli uomini restano abbagliati dalla sua luce diretta; l’aquila sola lo fissa senza restarne acciecata. Fra tanti milioni d’uomini che fissano il nostro sole, il nostro Dio, Gesù Cristo, la grande maggioranza restano abbagliati dai raggi della sua luce: non potendo capire i misteri, non li credono; e non credendoli diventano poveri ciechi che errano nelle tenebre dell’errore. Però alcuni sanno e credono i misteri che riguardano Dio e le sue opere: ebbene questi hanno gli occhi dell’aquila perchè, tutt’altro che abbagliati, restano illuminati dalla luce dei misteri, e conoscono verità le più sublimi.

Dunque, cari giovani, se volete avere gli occhi da aquilotti dovete conservare viva nei vostri cuori la virtù della fede: con questa virtù voi da questa terra vedete in cielo; là scoprite grandi verità, tanti misteri; li credete fermamente, e credendoli diventate aquilotti cari a Dio ed agli uomini. Dicono alcuni naturalisti che l’aquila, quando alleva i suoi aquilotti, li obbliga a fissare gli occhi nel sole: se resistono, li alleva: se restano abbagliati, li considera come adulterini, come non aquilotti, e li precipita /65/ giù dal nido. Così farà pure cogli uomini il signore nel giorno del giudizio: osserverà se hanno creduto, se furono aquile colla fede, o no: ai primi darà il Paradiso: Marco 16,19 qui crediderit, salvus erit: i secondi li precipiterà nell’inferno: qui non crediderit condemnabitur.

Vi ho già insegnato in qual modo potete munirvi delle ali, e degli occhi dell’aquila, mi resta ancora ad insegnarvi quello di mettervi ai piedi i suoi artigli che sono otto uncini forti e stringenti. Dovete sapere che l’aquila cogli occhi scopre bensì la preda a grande distanza; colle ali le piomba bensì addosso in un batter d’occhio, ma non la rende sua. Ciò che la mette in grado di divorarla sono gli artigli; con essi l’afferra, la ferma, la sventra, la porta in luogo sicuro, e così la divora. Da ciò ne segue che gli artigli sono l’arma più necessaria per l’aquila; e senza di essi tornerebbe quasi inutile la forza della sua vista, e del suo volo, perchè ciò che la nutrisce non è la vistalo la vicinanza della preda, ma il divorarla.

Ora, questi artigli tanto necessarii all’aquila, di qual cosa saranno figura per noi?

Rispondo; essi sono la figura del coraggio di cui dobbiamo essere armati nel mettere in pratica, nel far nostro, quanto scopriamo cogli occhi della fede, ed avviciniamo colle ali dell’istruzione e della pietà. Credere, sta bene: conoscere i nostri doveri, sta bene: ma se vogliamo salvarci dobbiamo inoltre parlare, operare secondo la fede, dobbiamo adempire i nostri doveri. Dunque cari giovani, se volete /66/ portare non solo le ali, non solo gli occhi, ma anche gli artigli dell’aquila, dovete armarvi di un santo coraggio, e così superare tutti gli ostacoli che si incontrano nel mettere in pratica ciò che sapete, e credete come cristiani. Per esempio, si tratta di pregare, di portarvi a sentire la Messa, al catechismo, alla predica; si tratta di ubbidire i vostri genitori, d’andarvi a confessare, di perdonare un’ingiuria, di studiare, di lasciare un compagno cattivo, di fare un lavoro, e via... E voi non ne avete voglia; sentite la difficoltà, il peso dell’opera buona: ebbene mettetevi gli artigli dell’aquila, fatevi coraggio, superate ogni difficoltà, e fate il vostro dovere. Si tratta di portarvi ad una processione, di scoprirvi il capo passando dinanzi ad una Chiesa, di astenervi dalla carne nel venerdì e sabato, di portarvi alla comunione, di allontanarvi da compagni cattivi, di non prendere parte ad una birichinata; si tratta insomma o di fare un’opera buona, o di lasciarne una cattiva, voi siete disposti a fare il vostro dovere: ma facendolo i vostri compagni vi mettono in burla, vi danno del Erano chiamati bizzocchi alcuni laici del terzo ordine france­scano, o seguaci di altri ordini, che conducevano una vita esagerata­mente povera e devota. bizzocco, dell’impostore; ebbene voi mettetevi gli artigli dell’aquila, fatevi coraggiosi, e superate il grande ostacolo del rispetto umano. In tal modo voi diventate veri aquilotti, perchè oltre delle ali, e degli occhi, avete anche gli artigli dell’aquila. Ma se voi vi lasciate spaventare dalle difficoltà che sono inerenti alla pratica del bene, ed alla fuga del male: oppure vi lasciate spaventare dal rispetto umano, praticando il bene in casa, in privato, e non /67/ in pubblico, voi sarete aquilotti senta artigli; e la vostra istruitone, la vostra pietà, la vostra fede vi serviranno a poco o nulla.

Ecco, cari giovine ciò che dovete fare per essere aquilotti al presente, e aquile per l’avvenire. L’istruzione e la pietà vi mettono le sue ali: la fede vi mette i suoi occhi: il coraggio nel superare le difficoltà che sono inerenti alla pratica del bene, alla fuga del male, e nel vincere il rispetto umano, vi arma dei suoi artigli. Servitevi di questi mezzi, e come l’aquila conseguì il posto di onore in mezzo agli uccelli, ed anche in mezzo agli uomini, così voi conseguirete un posto d’onore in mezzo agli uomini, ed un posto d’onore in mezzo ai santi del Paradiso.

L’aquila principiò la sua lezione facendo il panegirico della sua forza, delle sue buone qualità, e degli onori conseguiti; ed io la termino raccontandovi un suo difetto. Sentite. L’aquila, quantunque sia molto coraggiosa, forte e potente, tuttavia essa alcune volte diventa così debole, che non può più sollevarsi al volo, e deve camminare per terra. E quale ne sarà la causa? Forse l’età troppo avanzata? No: a cento, ed anche a cento e cinquant’anni l’aquila è ancora molto robusta. Sarà la scarsità del cibo? Neppure: o qui, o là, o in un modo, o in un altro essa trova sempre di che sfamarsi, e d’altronde sopporta facilmente il digiuno anche per giorni intieri. L’unica causa che indebolisce, e fa perdere momentaneamente le forze all’aquila, consiste in un suo difetto, nella sua voracità ed ingordigia nel mangiare. /68/ Quella sua ingordigia, quando il caso le presenta no cibo abbondante, la porta a riempirsi al punto, che essa resta debole, indolente, pigra, ed incapace a spiccare un alto volo. È vero che, fatta la digestione, essa ritorna ad essere quella di prima: ma è vero altresì che non di rado, per questo motivo, diventa preda dei cacciatori. Per esempio, nella Scozia, dove abbondano le aquile, si costuma di far così, in uno spazio chiuso da quattro muri piuttosto alti si gettano grossi pezzi di carne cruda; al piede di uno dei muri si lascia un buco di uscita, ed in esso si tende una trappola. L’aquila, tirata dalla carne, discende in quello steccato, ne mangia una grande quantità; l’eccesso la intorpidisce al punto che essa non può più spiccare il volo sopra i muri di cinta: volendo tuttavia uscirne fuori, cerca un’uscita, la trova nel buco; vi si mette dentro, ed il nodo scorsoio della trappola le strozza il collo. Ecco gli effetti che produce nell’aquila la sua ingordigia nel mangiare: le fa perdere la forza, e la conduce nella trappola.

Cari giovani, procurate di diventare valenti aquile coi mezzi che sopra vi ho accennato; ma ricordatevi che come l’aquila perde la sua forza, e cade nelle trappole per la sua ingordigia e voracità, così voi, se mangierete, e beverete troppo, se sarete ghiottoni voraci, perderete le forze del corpo, vi guasterete la salute, andrete nella tomba prima di tempo, e quel che è peggio, cadrete nelle trappole del demonio, commettendo molti peccati di gola, e molti altri di /69/ cui il vizio della gola è la radice. Si, cari giovani, se volete mangiar e bere per molti anni, mangiate poco; il cibo preso con moderazione conserta la vita, preso con eccesso la abbrevia. Nell’anno 1883 a Bogotà, cittì della repubblica dì San Salvatore in America, moriva un certo Michele Solis nell’età di 180 anni. Come ha fatto ad arrivare a quest’età? Mangiando poco. Si seppe infatti che egli digiunava al primo e quindicesimo giorno di ogni mese, non prendendo in tali giorni altro che acqua: negli altri giorni mangiava una sola volta, e sempre cibi freddi e con moderazione. Con questo non voglio dire che digiuniate anche voi: il digiuno, attesa la vostra età, potrebbe pregiudicare la vostra crescenza: voglio solamente dirvi che non mangiate a tutte le ore, non mangiate troppo. E ciò che vi dico pel presente sia detto anche per l’avvenire. Dovete mangiare e bere per vivere, e non vivere per mangiare e per bere. Imitate adunque l’aquila nella sua forza, nel suo coraggio: ma non imitatela nell’ingordigia, che fa perdere la sua potenza.

Con questo l’aquila chiude la sua scuola, ed io chiudo il mio trattenimento.

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Trattenimento VII.

Aquila coi piccoli

Seconda scuola dell’aquila.

Gli uccelli che fin’ora si sono presentati a voi, cari giovani, nella qualità di maestri, in una sola scuola vi hanno detto tutto quello che sapevano: l’aquila avrà fatto così anch’essa? Eh no... Come re degli uccelli, essa ne sa di più degli altri: nella scuola precedente non ebbe tempo a vuotare il sacco del suo sapere, ed ora, per vuotarlo vuol continuare la sua scuola. E voi non la sentirete volentieri? Son certo che si, perchè la parola del re si sente sempre più volentieri di quella dei sudditi. Dunque sentiamo la parola del re degli uccelli per questa seconda volta.

/71/ Di regoli ordinaria gli uccelli mangiano un po’ di tutto: l’aquila però fa recezione a questa regola; essa si ciba unicamente di carne viva, e vive cacciando. I corvi, le cornacchie, i fagiani, i gabbiani, ed altri uccelli: i cerbiatti, i caprioli, le marmotte, i topi, ed altri quadrupedi, formano il suo pasto ordinario. Colla sua vista acuta li scopre a grandi distanze; in un battere d’occhio piomba sopra di loro; cogli artigli, col becco li ferma, li porta via, li sventra, li divora. Cosi che le sue armi da caccia sono la vista, la velocità nel volo, e la forza muscolare del becco, e degli artigli. Dovete però sapere che con queste armi l’aquila non può fare una caccia, che sembra esserle prediletta: non può cioè dare la caccia al cervo. Questo quadrupede, che vive sulle montagne, ed è grosso come un vitello di dieci, o dodici mesi, corre sì velocemente, che l’aquila non può arrestarlo, nè portarlo via cogli artigli. Ma credete voi che per questo essa rinunzi alla caccia del cervo? Niente affatto: piuttosto ricorre ad un’altra arma, che ci fa conoscere la sua grande astuzia.

Sentite: l’aquila dall’alto dell’atmosfera vede il cervo che va pascolando lungo i sentieri della montagna: ne congettura la direzione per questo o quello ed a qualche distanza va posarsi a terra in vicinanza del medesimo. Là, starnazzando le ali, le riempie di polvere, o di sabbia, quindi si nasconde dietro un sasso od un cespuglio. Supponendo che il cervo prenda realmente quella direzione, l’aquila, quando se lo vede vicino, spicca improvvisamente un /72/ salto, e va aggrapparsi fra le sue corna. Quindi si mette a sbattere le ali; e siccome esse sono piene di polvere, con essa accieca il cervo, che spaventato si dà a precipitosa fuga, portando con sè il suo nemico. Le montagne son piene di precipizi; così che il cervo correndo qua e là ne incontra uno presto o tardi, e siccome noi vede, vi balza dentro. Mentre poi il cervo va trovare la morte in fondo di quel precipizio, l’aquila distende le sue ali: a suo bell’agio cala essa pure in quel fondo, vi trova il cervo o morto, o palpitante, e lo divora. Chi sa quanti cervi diventarono preda di quest’astuzia di cui si serve l’aquila per dar loro la caccia!

Cari giovani, in quest’astuzia colla quale il re degli uccelli, l’aquila, dà la caccia al cervo, io veggo figurato il re dei vizi, l’incontinenza. Quest’aquila invisibile gira per tutto il mondo; entra nel nostro paese, nelle nostre case, nella nostra mente, nei nostri cuori, e dovunque fa strage orribile di cristiani, ed anche di fanciulli buoni, timorati di Dìo, docili ai genitori, come siete voi; di fanciulli che corrono sul sentiero del Paradiso, come un cerbiatto corre pei sentieri della montagna; Non vorrei che alcuno di voi diventasse vittima di questa brutta aquila, vittima della disonestà; epperciò voglio farvi conoscere i cespugli, dietro i quali sta in agguato questo vostro fatale nemico.

Il primo cespuglio, dietro il quale sta nascosta per voi l’aquila dell’incontinenza, sono le vostre sorelline, le vostre cugine, le figlie in genere, colle quali /73/ vi divertite in casa, e fuori di casa. Stando voi in compagnia delle figlie, divertendovi con loro, l’aquila invisibile vi mette sotto gli occhi cose che non si possono vedere, vi porta le mani su cose che non si devono toccare; e così per meno della vista, del tatto, cerca di penetrare nella vostra mente, e poi nel vostro cuore. Ed oh quante volte vi riesce.....! Oh! quanti giovani vostri pari diventarono preda dell’aquila della disonestà nascosta dietro questo cespuglio...? Se non volete restarne preda anche voi, state sempre lontani dal medesimo. A questo fine divertitevi coi figli, e mai colle figlie, sieno esse vostre congiunte, o no: non giuocate con loro, non frequentatele. È questo l’unico mezzo per non cadere nel tranello che vi tende l’aquila dell’incontinenza colla compagnia delle figlie.

Formano il secondo cespuglio alcuni libri, e canzoni. Quando andate in qualche grande città, per esempio a Torino, voi vedete molti banchi coperti di libri: ne vedete anche qualche volta nel vostro paese per uno, due, o tre giorni. Non di rado vedete una carovana di tre, quattro vagabondi, o ciarlatani, che girano pel paese strimpellando un vecchio violino, suonando una tromba irrugginita, cantando canzoni, e facendo anche qualche salto. Costoro, terminato il fracasso e lo spettacolo, presentano ai curiosi, che fanno loro corona, un pezzo di carta, su cui è stampata la canzone cantata, dicendo: chi la vuole...? si regala per un soldo...! Attenti, cari giovani, in una gran parte dei libri e delle canzoni /74/ suddette vi sono immagini, racconti, parole, fatti, scene, sotto le quali sta nascosta l’aquila della disonestà. Guai a voi se comprate, guardate, leggete questi libri, queste canzonaccie!... Sarete certamente vittima dell’incontinenza... Per evitare questa disgrazia fate così: non comprate mai nè libri, nè canzoni senza parlarne prima coi genitori, col confessore: di più non correte dietro ai vagabondi, ai ciarlatani, che passano per il paese di quando in quando; non v’ha mai nulla da imparare da loro, e v’ha quasi sempre da temere qualche scandalo. E qualora dessero qualche rappresentazione alla sera, non andatela vedere, perchè di regola ordinaria, queste rappresentazioni contengono sempre qualche oscenità, epperciò sono anch’esse un cespuglio, dietro il quale sta nascosta l’aquila dell’incontinenza.

Il terzo cespuglio consiste nel ballo. Questo divertimento l’ha inventato il demonio dell’incontinenza chiamato Asmodeo è un demone che compare solo nel Libro di Tobia 3, 8 e sgg. Asmodeo: l’incontinenza lo conserva, io propaga, vi chiama molta gioventù, la quale non tarda a perdervi il pudore, e diventar disonesta. Voi, cari giovani, per ora non ballate ancora; ma non è forse vero che quando sentite la musica, il fracasso di un ballo, vi vien subito voglia di andarlo a vedere, e forse vi andate? Ebbene ricordatevi che nel centro del ballo vi sta l’aquila dell’incontinenza; che potrebbe spiccare un salto sì lungo da andar ghermire anche gli spettatori; epperciò frenate fin d’ora il desiderio del ballo, e non portatevi neppure a vederlo, sia perchè esso è un pericolo anche per /75/ gli spettatori, sia perchè chi da piccolo vede il ballo, fatto grande diverrà un ballerino di primo rango.

Il quarto cespuglio consiste nei vostri compagni scandalosi. Non è forse vero che fra i vostri compagni, se ne trovano alcuni che sono maliziosi, che vi raccontano cose brutte, vi invitano ad andarvi bagnare, e portarvi in luoghi appartati, a fare cose oscene, vi mostrano anche immagini sporche, e fanno cose indecenti alla vostra presenza? Ebbene questi compagni sono altrettanti cespugli dietro i quali sta nascosta per voi l’aquila dell’incontinenza. Quest’aquila sta nella loro bocca, nelle loro mani, nei loro occhi, nei loro tratti: e guai a voi se li avvicinate, li frequentate... Da angeli di purità diverrete certamente demonii d’incontinenza. Per conseguenza se conoscete qualche compagno di questa fatta, fuggitelo a quattro gambe, e fatelo fuggire dai vostri compagni.

Il quinto ed ultimo cespuglio consiste nella solitudine. Quando vi trovate soli nel letto, in una stanza, in campagna, nel cesso, può essere che sentiate una voce, la quale vi dice: sei solo... nissuno ti vede... fa questo... fa quello... ne sarai contento... Questa voce è il cespuglio dietro il quale vi aspetta l’aquila della disonestà; e guai a voi se vi prestate fede!... Diverrete preda di questo vizio... Per evitare si grande disgrazia invece di prestar fede a questa voce ingannatrice, rispondetele così: bugiarda, ingannatrice... Tu mi dici che nessun mi vede... Vi è Dio che mi vede... vi è il mio angelo custode... Dunque taci là, e lasciami in pace. Qualora poi /76/ l’aquila insistesse a tentarvi sotto il cespugli o della solitudine, lasciate il luogo dove vi trovate, oppure mettetevi a pregare. In tal modo schiverete le insidie di quest’ultimo cespuglio.

Ecco, cari giovani, quali sono i cespugli principali, dietro ai quali sta nascosta per voi l’aquila dell’incontinenza. Se il cervo avesse la ragione, e mentre si avvicina al cespuglio dove lo attende l’aquila, io gli dicessi: non passa colà perchè vi è l’aquila che ti aspetta, il cervo passerebbe ancora vicino a quel cespuglio? No certamente. Ebbene, cari giovani, la ragione che non ha il cervo, l’avete voi: io vi ho accennato i cespugli, dietro ai quali sta nascosta l’aquila dell’incontinenza, e voi vorrete ancora passare vicino ai medesimi? Se voi ne starete lontani, il Signore vi assisterà, vi benedirà, e voi non perderete la bella virtù della castità, che ora vi rende carissimi a Gesù, ed a Maria: Ma se voi, a dispetto di questi avvisi, vi accosterete a qualcheduno di questi cinque cespugli, sarà di voi ciò che è del cervo, che passa vicino all’agguato dell’aquila. Esso ne resta acciecato; cerca di mettersi in salvo colla fuga; ma l’aquila lo accompagna, ed esso finisce coll’andar trovare la morte in fondo di qualche precipizio. E del giovane che diventa vittima dell’aquila dell’incontinenza, che ne verrà? Sentite la sua dolente storia.

Consumato il primo peccato, il giovane disonesto sente una voce segreta, che gli dice: hai fatto male... Questa voce gli fa sentire una pena, una noia, un /77/ affanno, uno sdegno contro di se stesso. Per liberarsi da quest’affanno egli ricorrerà forse a Dio colla preghiera, andrà forse confessarsi, prometterà di mai più commettere quel peccato: ma son parole e non fatti. Pochi giorni dopo la promessa egli ricade anche più volte nel suo peccato. Ritornerà dal confessore; rinnoverà la promessa; ma essa dura come la prima; ed egli finisce per aprire la porta del suo cuore all’aquila dell’incontinenza, ve l’accoglie come dentro di un nido, e diventa abituato nel commettere il suo peccato. Ecco il primo punto della storia del giovane incontinente... Come il cervo, assalito dall’aquila, dopo un giro più o meno lungo di corso affannoso, incontra un precipizio, e vi cade dentro; così il giovane che comincia essere disonesto, dopo una resistenza più o meno lunga, avrà la mente ingombrata da continue immaginazioni sconcie; il cuore agitato da affetti, e desideri osceni: la lingua, gli occhi, le orecchie, le mani ingolfate nel pantano dell’incontinenza: e così, quasi senza avvedersene, esso cade nel precipizio dell’abitudine nella disonestà. E fatto questo primo passo, caduto nel precipizio dell’abito disonesto, che sarà di lui? Ciò che è del cervo: esso, incontrato il precipizio, va trovare la morte in fondo del medesimo, e la sua carne diventa pasto dell’aquila. Il giovane nell’abitudine disonesta trova un fatale precipizio, lungo il quale vi sono alcuni ripiani. E noi, giacché l’abbiamo accompagnato fino all’orlo di questo precipizio, accompagniamolo nei rotoli che fa lungo il medesimo.

/78/ L’avete visto? Il nostro giovane abituato nella disonestà, dopo cinque o sei rotoli lungo il suo precipizio, si ferma sopra il primo ripiano, sul quale sta scritta la parola: sacrilegio. Chi sa che voglia dire questa fermata...! Eh cari giovani! Vuol dire che il giovane abituato nella disonestà qualche volta va ancora confessarsi: il suo cuore vorrebbe vomitare il veleno, che lo strazia continuamente, confessando le sue mancanze; ma, quale assassino che chiude la bocca al passeggiero perchè non domandi aiuto, così l’aquila dell’incontinenza che ha fatto il nido dentro di lui, col timore, colla paura gli chiude la bocca; ed egli tace a bella posta i suoi brutti peccati; riceve l’assoluzione, va fare la Comunione... Ed eccolo in tal modo caduto nel sacrilegio, primo ripiano del precipizio: e ripiano sul quale si ferma la grande maggioranza dei disonesti... Cari giovani, se non volete diventar sacrileghi nel tacere i peccati in confessione, non lasciatevi vincere dalla incontinenza; perchè l’incontinenza porta quasi sempre a questi orribili sacrilegi... Ma torniamo al nostro giovane. Caduto nel ripiano del sacrilegio, egli sente un affanno che lo priva della pace, e persino del sonno: vorrebbe ritornare dal confessore; forse vi ritorna; ma continua a tacere i suoi peccati; in tal modo ripete i suoi sacrilegi per cinque, dieci, venti ed anche più anni; e finisce per fare un secondo rotolo lungo il suo precipizio, e va fermarsi sul secondo ripiano, sa cui sta scritto: incredulità.

L’aquila, quando si aggrappa alle corna del cervo, /79/ lo accieca gittandogli sabbia, o polvere negli occhi; l’aquila dell’incontinenza coi sacrilegi accieca gli occhi della fede dei disonesto, ed egli diventa incredulo. Noi crediamo che vi è Dio: che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo: che nell’ostia consacrata vi è Gesù Cristo: che vi è l’inferno: che per ottenere il perdono dei peccati mortali, bisogna confessarli: crediamo molte altre verità. Il disonesto sacrilego chiama queste verità, storie di nonna, non le crede, e così perde la fede, diventa incredulo. Sono molti i disonesti che si fermano sul ripiano della incredulità? Sono quasi tanti, quanti sono gli increduli, perchè la disonestà è la causa principale per cui si perde la fede.

Mentre io ragiono con voi, veggo il nostro giovane disonesto, che si alza dal secondo ripiano: una disgrazia, una muta di esercizi, gli hanno fatto sentire la voce di Dio, che lo chiama a penitenza: a questa chiamata egli alza gli occhi, vorrebbe uscir fuori dal precipizio, lasciare i suoi peccati; ma come fare...? Bisogna confessarsi... Bisogna lasciare quelle soddisfazioni illecite... Bisogna abbandonare quei luoghi di peccato... E come è possibile far così...? Eh no... Non posso confessarmi... Non posso emendarmi... Andrò all’inferno... Pazienza... Ma emendarmi no, non voglio, non posso... Cosi ragiona il nostro giovane, e mentre ragiona così, invece di risalire in cima del suo precipizio, fa quattro rotoli all’ingiù, e va fermarsi sul terzo ripiano, su cui sta scritto disperazione. Un Caino nella Bibbia non è narrata la morte di Caino morte di Giuda in Matteo 27,5 mori disperato per aver /80/ ucciso il suo fratello Abele: Un Giuda morì disperato per aver venduto Gesù Cristo: ma molti si son gettati in un fiume, si sono impiccati, si son tolta la vita con un colpo di pistola, son morti disperati per aver menato una vita disonesta. La è così: l’incontinenza abituale porta all’impenitenza finale.

Lungo il precipizio in cui è caduto il nostro giovane disonesto, non veggo più alcun ripiano: veggo però ancora il suo fondo, su cui sta scritto: inferno. Il cervo che viene assalito dall’aquila, dopo un giro affannoso più o meno lungo, incontra il precipizio, va trovare la morte in fondo del medesimo e diventa pasto del suo nemico. Il giovane che diventa preda dell’aquila dell’incontinenza, dopo una vita più o meno lunga di pene e di affanni portati dai suoi peccati, dai sacrilegi, dall’incredulità, e dalla disperazione, va trovare la morte eterna nell’inferno, dove sarà tormentato per tutta l’eternità. Ecco la storia genuina del giovane disonesto: essa forse vi spaventa; e sia pure, perchè è molto meglio aver paura e fuggire la disonestà mentre siete in vita, che lasciarvi dominare da questo vizio, che forma la porta grande dell’inferno, e che da solo vi fece piombare dentro più cristiani, che non tutti gli altri vizi presi insieme. Dunque, cari giovani, se siete ancora innocenti, prendete una ferma risoluzione di conservare la vostra innocenza, vivendo sempre lontani dai cespugli, dove vi attende in agguato l’aquila dell’incontinenza: se per vostra disgrazia avete già commesso qualche peccato di questo genere, o peggio vi /81/ siete già abituati, imitate l’aquila quando arriva alla vecchiaia.

Dicono alcuni naturalisti che l’aquila vecchia può ringiovanire. A questo fatto sembra che voglia alludere il re Davide colle parole: Salmi 103 (102),5 renovabitur ut aquilae iuventus tua: la tua gioventù sarà rinnovata come quella dell’aquila. In qual modo poi l’aquila ringiovanisca non si sa con certezza. Questo mito compare nel Physiologus, testo scritto originaria­mente in greco poi tradotto e varia­mente adat­tato in latino e in molte altre lingue. Nell’Exameron 6,74 Ambrogio cita questo passo dei Salmi per dire che gli uccelli, e l’aquila in modo particolare, sono destinati al cielo, così come gli uomini: nostra autem conversatio in coelis est (Filippesi 3,20). Agostino, Commento al Salmo 102,9. Alcuni dicono che quando è vecchia, e si sente pesante, si porta alla massima altezza possibile sopra un lago di acqua limpida. Là se ne sta quasi immobile finché è ben riscaldata dal sole, e poi piomba rapidamente sulle acque del lago; vi si tuffa dentro e poi spicca il volo al suo nido, dove passa in sudore accovacciandosi sotto le ali dei suoi aquilotti già bene allevati; e quando ne esce fuori si sente le forze ringiovanite. Cosi, tra gli altri, la pensava S. Ambrogio — Altri invece dicono che la parte adunca del becco dell’aquila vecchia diventa così lunga che essa non può più servirsene per mangiare. Allora essa si avvicina ad un sasso, mette il becco dentro una cavità del medesimo, e facendo uno sforzo ne rompe la punta. In tal modo ringiovanisce, cioè continua a nutrirsi, e vivere. Cosi, fra gli altri la pensava S. Agostino. Comunque sia, l’aquila che ringiovanisce suggerisce al giovane, già vecchio nella disonestà, il modo di ritornare alla vita casta della sua prima gioventù.

L’aquila vecchia ringiovanisce riscaldandosi al sole, tuffandosi nell’acqua, e poi sudando.

/82/ Il giovane già vecchio nella disonestà faccia altrettanto; cioè consideri l’offesa che ha fatto a Dio co’ suoi peccati, l’inferno che si è meritato; immerga la sua anima in una lagrima di sincero pentimento, li confessi con grande sincerità, ed esso ripartirà dal confessionario con l’anima ringiovanita, monda come se mai avesse peccato. Per fare questi passi gli toccherà di superare molte difficoltà, e direi quasi di sudare; ma pensi che si tratta di schivare l’inferno; e questo pensiero gli farà compiere l’opera del suo ringiovanimento mediante la penitenza.

Imitata così l’aquila, il giovane già vecchio nell’incontinenza, deve ancora imitarla nell’altro modo col quale essa ringiovanisce. Come vi dissi, secondo alcuni, l’aquila vecchia ringiovanisce rompendosi una parte del becco: il giovane abituato nella disonestà rompi così nel testo, anche oltre, e così perdi rompi la relazione coi cattivi compagni: rompi la frequenza ai luoghi pericolosi; rompi certe curiosità; rompi lutto ciò che lo invita a peccare, rompi, in una parola, la catena delle sue disonestà. In sul principio dovrà superare molte tentazioni: ma non si perdi d’animo: colla preghiera si vinceranno tutte. Quando poi avrà passato alcuni mesi, un anno combattendo e vincendo, allora scomparirà la forza dell’abitudine, diminuiranno le tentazioni, e quelle che verranno ancora a cimentarlo, saranno da lui allontanate con tutta facilità; ed egli vedrà di bel nuovo a spuntare nel suo cuore il giglio della castità, di cui fu derubato dall’aquila dell’incontinenza, /83/ e di cui fece riacquisto servendosi dei mezzi, coi quali l’aquila ringiovanisce.

Con questo l’aquila termina la sua seconda scuola; essa fu piuttosto lunga: ma se voi imparate quanto vi ha insegnato con l’astuzia nel dare la caccia, e col modo con cui ringiovanisce, sarete molto contenti, perché vivrete da giovani casti, ed avrete in paradiso una ricompensa speciale, che io vi auguro di tutto cuore.

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Corvo

Trattenimento VIII.

Il corvo.

All’avvicinarsi dell’inverno compariscono in mezzo a noi stormi di uccelli, che vengono dalle Alpi: essi hanno tutto nero: nero il becco, nera la pelle, nere le piume e le penne: mandano un odore nauseante, hanno la carne insipida, e quando fanno sentire il loro canto, non sanno gridare altro che quattro o cinque rauchi, ed ingrati quac – crac – quas – cras... Questi uccelli si chiamano corvi; voi li avrete visti /85/ più volte, e fors’anche perseguitati per allontanarli dai vostri seminati, dova portavano considerevoli danni. Così stando le cose, non è necessario che io spenda parole per farvi conoscere il maestro che vi presento in questa scuola; intendo però di spenderne alcune per farvi conoscere alcune sue qualità sì buone che cattive; qualità che vi daranno buono regole per fare il bene, e fuggire il male.

Il corvo, quantunque non abbia ricevuto dalla natura alcun pregio che lo onori in mezzo agli uccelli, tuttavia ha fatto parlare molto di sè stesso. Ne hanno parlato gli indovini del paganesimo, i quali dal suo modo di gracchiare, e di volare predicevano un tristo, o felice avvenire: ne hanno parlato i favolisti, i quali sovente l’hanno introdotto a sostenere una parte delle loro favole: ne parlò anche il Signore; e siccome tutte le sue opere, e parole contengono sempre qualche ammaestramento per noi, io comincio le lezioni del corvo da un fatto che si legge nella Bibbia. Questo fatto voi l’avete forse studiato nella storia sacra, ed è il seguente.

Nell’anno 1656 dopo la creazione del mondo, Iddio mandò sulla terra il diluvio universale: nelle acque di quel diluvio furono annegati tutti gli uomini, e tutti gli animali, ad eccezione di Noè, e della sua famiglia, non che di una coppia delle varie specie di animali, che si salvarono dentro un’arca grandissima, la quale galleggiò sulle acque per nove mesi, e finalmente si fermò sulle montagne dell’Armenia, che cominciarono uscire dalle acque che si andavano /86/ consumando lentamente. Noè, sentendo ferma la sua arca, congetturò subito che la terra doveva fra poco essere asciutta: aspettò quaranta giorni, e poi per assicurarsi dello stato della terra ragionò così: mando fuori un uccello, se non trova dove posarsi, ritorna: se trova dove posarsi non ritorna più: dunque dal suo ritornare, o non ritornare io posso conoscere lo stato in cui si trova la terra. Presa questa determinazione, Noè apre la finestra che stava nel coperchio dell’arca, Genesi 8,6 e manda fuori il corvo. Veramente la terra non era ancora asciutta; però era già scoperta in molti luoghi, dove fra la melma comparivano carcami e cadaveri d’ogni sorta. E siccome il corvo si compiace di raspare nella melma, nelle immondezze, e trova un cibo prediletto nella carne anche già corrotta, esso trovò a farsela buona sulla terra, e non pensò più a ritornare nell’arca. Per fortuna che Noè seppe sospettare di lui, altrimenti sarebbe subito uscito dall’arca, ed avrebbe anticipata l’uscita con suo grande pregiudizio... Il sospetto lo indusse a ricorrere ad un’altra prova, e la indovinò.

Cari giovani, l’arca di Noè è una bella figura della nostra Chiesa, perchè nello stesso modo che nissuno fu salvo dalle acque del diluvio, fuori di quelli che erano dentro l’arca, così nissuno di quelli che sono fuori della Chiesa, potrà salvarsi. Voi, ricevendo il Battesimo, siete entrati in questa seconda arca di salvezza, siete entrati nella Chiesa. Negli anni passati essa, per mezzo dei sacerdoti, vi insegnò le cose più necessarie, facendovi il catechismo, ma ora /87/ che siete già alquanto grandicelli, il vostro parroco è costretto a fare con voi, ciò che Noè fece col corvo; è costretto cioè a dichiararvi abbastanza istrutti nel catechismo, a promuovervi per sempre alla santa Comunione, e così mandarvi in mezzo al mondo, fuori della chiesa parocchiale, come Noè mandò il corvo fuori dell’arca. E voi, appena sarete promossi per sempre alla Comunione, e così dispensali dall’intervenire al catechismo, se imiterete l’esempio del corvo, cioè non verrete più in chiesa, o non ci verrete che raramente, sapete chi diventerete? Altrettanti corvi, anzi peggiori, più brutti dei corvi.

Il corvo è nero in tutte le parli del suo corpo: il giovane che, promosso per sempre, non porta più i piedi in chiesa, non tarderà ad abbandonarsi a molti peccati, e così diverrà nero nell’anima, e più nero del corvo. Il corvo trova le sue delizie nella melma, nelle immondezze, nella carne putrefatta, nelle cose più schifose: ed il corvo di Noè amò tanto cotesti sudiciumi, che li preferì al cibo che aveva nell’arca, alla quale più non fece ritorno. Il giovane che abbandona la chiesa, specialmente alla domenica, prenderà quanto prima il pessimo gusto del corvo, e troverà le sue delizie nella melma del giuoco, dell’intemperanza, della disonestà, dell’insubordinazione; e così si imbratterà anima e corpo di tanto sudiciume fisico e morale, da muovere a schifo chiunque lo avvicina. Il corvo ha un istinto ladroneccio; istinto che non perde neppure quando viene addomesticato, poiché se trova monete, od altri oggetti /88/ luccicanti, li va tosto nascondere. Il giovane che volta le spalle alla Chiesa, per alimentare i suoi vizi ruberà in casa, e fuori; forse dovrà stare in prigione per qualche tempo: ma la prigione non lo renderà migliore, ed egli ne uscirà sempre ladro, come sempre ladro è il corvo. Il corvo ha una voce ingrata e monotona: esso non sa fare altro che gracchiare i suoi quac – cras – quas – crac. Il giovane che abbandona la Chiesa, non tarderà a gridare anch’esso: quac... quac... Questa voce la indirizzerà ad un sacerdote, e vorrà disprezzarlo dicendogli: sei nero come un corvo. A questo quac di disprezzo al sacerdote unirà ancora molti cras. Questa parola è latina, e vuol dire « domani. » Il corvo la pronunzia per istinto, e senza capirla: il giovane abbandonando la Chiesa, la ripeterà centinaia di volte, ma sempre inutilmente. I genitori, gli amici stomacati dai suoi disordini, lo esorteranno a farsi buono: il confessore, Iddio medesimo colla sua grazia, ed anche con qualche malattia, gli ripeteranno la stessa esortazione: ed egli, siccome è diventato simile al corvo, risponderà sempre: cras, cras... Mi farò buono domani; un’altra volta... Ma la sua promessa sarà sempre corvina; sempre cras, domani, e domani non verrà mai finchè non arrivi la morte... Cari giovani, voi conoscete certamente o fra i vostri fratelli, o vicini, qualche giovane sui 17, 20, 25 anni, il quale è lo scandalo del paese, il crepacuore dei suoi genitori, il disonore della sua famiglia, per i disordini a cui si abbandona. Ebbene, se voi interrogate chi l’ha /89/ conosciuto sui 13, 14 anni, costui vi dirà che in allora questo giovane era buono, timorato di Dio, come siete voi attualmente. E poi vi soggiungerà che, promosso per sempre alla Comunione, abbandonò la Chiesa, ed in pochi anni diventò scandaloso come è attualmente. La è così: il giovane che imita il corvo di Noè, diventa corvo nel colore dell’anima, corvo nel gusto del sudiciume, corvo nel rubare, e corvo anche nel gridare quac... e cras... E se voi, promossi per sempre, volterete le spalle alla Chiesa, nel giro di pochi anni sarete corvi anche voi.

Il corvo è dotato di molta astuzia nell’evitare i pericoli, e se ne serve in modo sorprendente. Per esempio quando vuol bere dentro di un vaso, dove vi è poca acqua, a cui non arriva col becco senza sporgersi molto all’indentro, invece di sporgervisi con pericolo di fare un capitombolo dentro il vaso, esso fa così: va in cerca di pietre, le getta dentro il vaso: in tal modo il livello dell’acqua si alza, ed esso la beve senza sforzo e senza pericolo. — Il corvo non può, nel medesimo tempo, mangiare e stare all’erta contro i nemici, specialmente i cacciatori; esso però trova modo di fare e una cosa, e l’altra.

A questo fine non si posa a terra se non quando ha dei compagni con sè. Mentre poi vanno pascolando molti insieme, uno di loro tiene la testa alta, la fa girare tutto all’intorno, sta all’erta, fa la guardia. Se non vede nulla, non dà alcun allarme, e dopo pochi minuti, un altro corvo vien rilevarlo, ed esso va pascolare cogli altri: se vede qualche pericolo, /90/ per esempio un cacciatore, che si avvicina, manda un grido, e prende il volo: i compagni fanno subito altrettanto, ed il cacciatore se ne resta con tanto di naso... Questi fatti, ed altri consimili che potrei citarvi ci fanno vedere nel corvo quello che vi dissi, cioè un istinto di grande furberia, e di precauzione più che ordinaria contro ogni sorta di pericoli.

Questa furberia, questa precauzione fa onore al corvo, il quale, sotto questo aspetto, è degno di essere imitato da voi, cari giovani. Sì, armatevi della furberia, della precauzione del corvo, contro i tanti pericoli da cui siete circondati... Ogni luogo dove si giuoca, dove si parla male, o si danno divertimenti contrarii al buon costume, è un pericolo gravissimo per voi: attenti contro di questo pericolo, altrimenti voi fate capitombolo nel peccato. Ogni pensiero cattivo che vi passa per la mente, ogni oggetto indecente che vi passa sotto gli occhi; ogni parola scandalosa che vi ferisce l’orecchio, ogni compagno cattivo per qualunque motivo, e cento altre cose, da cui siete circondati, sono gravi pericoli per voi: attenti contro di essi; e come il corvo visto il cacciatore, fa un grido e prende il volo; così voi, conosciuti questi pericoli, con una giaculatoria domandate aiuto al Signore; chiudete gli occhi, allontanatevi da quei compagni con prontezza. La precauzione dei corvi contro i pericoli, salvò la vita a molti di essi: la vostra precauzione contro le tentazioni, gli scandali, e le massime del mondo, vi preserverà da molti peccati.

/91/ L’astuzia, la precauzione del corvo si estende ad ogni sorta di pericoli; e siccome esso ha inoltre la vista, e l’odorato sviluppatissimi, finissimi, torna molto difficile il cacciarlo tanto col fucile, quanto colle trappole. Però se voi volete prenderlo, e non morto, ma vivo, io ve ne indico il modo. Con pezzi di carta formate dei cartocci ad imbuto; ungeteli nella parte interna con qualche liquido vischioso, attaccaticcio, ed in fondo mettetevi un pezzo di carne in corruzione. Questi cartocci così formati portateli qua e là in un campo, avvertendo di metterli coll’apertura rivolta all’insù, quindi nascondetevi dietro qualche albero. I corvi del vicinato non tarderanno a sentire l’odore della carne, ed in buon numero andranno posarsi in quel campo. Ognuno si avvicinerà ad un cartoccio, e senza badare più che tanto, vi getterà il becco dentro per andar prendere la carne, alzerà la testa per inghiottirla; ma il poverino si troverà colla testa incapucciata dal cartoccio in modo che non potrà più vedere. Spaventato prenderà il volo; per l’aria farà cento ridicole contorsioni per scapucciarsi; ma inutilmente: epperciò dopo di avervi fatto ridere coi suoi gesti, sbalordito e confuso cadrà a terra, e voi potrete facilmente andarlo prendere. In tal modo vi sarete procurato una risata che varrà più della preda... Ora che cosa ci fa vedere questo fatto? Ci fa vedere che il corvo da tanto astuto, quale è, contro ogni sorta di pericoli, diventa minchione, folle, stupido in faccia a quello che può contentargli la gola: vince i pericoli; ma /92/ si lascia vincere dalla gola, dall’avidità del cibo... E ciò che avviene del corvo, avviene pur troppo altresì di molti giovani, vostri pari.

Quel giovane, per esempio, è buono sotto ogni aspetto: prega volentieri; ubbidisce, rispetta, ama i suoi genitori; fa il suo dovere nella scuola; fugge i compagni, i luoghi pericolosi; parla bene, è rispettoso in chiesa. A dir breve, è ricco di belle qualità, che sono il frutto delle sue precauzioni nel fuggire i pericoli di peccare. Ma se si tratta di contentare la gola con frutti, dolci, confetti, salame, formaggio, od altra ghiottoneria, esso non guarda più nè la proibizione dei genitori, nè il precetto di non rubare, nè il pericolo di venire scoperto e castigato, nè altro che lo possa trattenere; ma apre, rompe, si industria finché arriva alla ghiottoneria, che divora in fretta, e senza quasi assaporarla. Costui è simile al corvo, perchè se è corvo nel vincere ogni sorta di pericoli, è pur corvo nel lasciarsi vincere dalla ghiottoneria. E questo sta molto male in un giovane, perchè, come il corvo, imbeccata la carne in fondo del cartoccio, ne resta incapucciato, e diventa preda del cacciatore, così esso, mangiato il boccone ghiotto, dovrà nascondersi sotto molte bugie per non essere scoperto dai genitori; col tempo verrà a sapersi la verità, ed egli sarà screditato qual bugiardo, qual ladro, ed anche castigato; e quello che è peggio ancora, fa sviluppare nel suo cuore il vizio della gola, che lo porterà col tempo a pessime conseguenze, ed anche ad essere preda del /93/ demonio. E voi, cari giovani, che siete corvi nel premunirvi contro i pericoli di peccare, non diventate mai corvi col lasciarvi vincere dalla gola. Mangiate, bevete pure quello che vi danno i genitori; ma non lasciatevi mai tirare a stendere la mano sulla roba altrui, oppure a servirvi di cibi, o bevande contro il divieto dei vostri genitori, per contentare la vostra gola.

Il corvo si addomestica facilmente quando si prende giovane nel suo nido, come pure si può addomesticare prendendolo attempato. Allo stato poi di domesticità impara a pronunziare alcune parole, e Nat. hist. X, 121 sgg. Plinio dice che ai suoi tempi un corvo domestico girava per le piazze di Roma, e domandava le persone per nome. Di un altro corvo domestico si racconta che un cacciatore avendogli tirato un colpo di fucile, ed avendolo sbagliato, gli gridò dietro con voce solenne: imbecille...! Dì più in tale stato il corvo preferisce la casa del suo padrone alla libertà, e non prende la fuga, anche quando la potrebbe prendere. Si affeziona al suo padrone, lo accarezza, lo accompagna, ed arriva anche a riconoscerlo in mezzo a molti altri. Però esso è sempre nemico dei cani, e dei gatti, e con forti beccate cerca di prendere loro il cibo anche quando l’hanno già imboccato: di più è sempre ladro, e quando trova monete, spilli, ditali, cucchiai, ed anche cibi d’ogni genere li porta tosto in qualche nascondiglio. Che cosa è che porta il corvo a queste risse, a questi furti? La sua ingordigia e troppa avidità del cibo. Rissa coi cani, e /94/ coi gatti perchè li vede a mangiare ciò che potrebbe mangiare egli stesso: va nascondere gli oggetti luccicanti colla speranza che nell’oscurità diventino molli, e buoni al suo palato. La domesticità gli fa dimenticare le gioie della libertà, ma non gli fa perdere l’istinto dell’ingordigia, che ha ricevuto dalla natura.

Cari giovani, non è forse vero che voi trattate i vostri fratelli, le vostre sorelle, come il corvo domestico tratta i cani, ed i gatti, che vivono con lui? Non è forse vero che anche voi nascondete in casa cibi ed oggetti che allettano la gola, e la vista? Non è forse vero che voi non di rado rissate coi fratelli, colle sorelle per una mela, un confetto, un boccone di pietanza? E questa condotta sapete che cosa prova? Prova che nei vostri cuori è radicato un principio d’invidia, d’egoismo, d’ingordigia... E guai a voi se non lo frenate fin d’ora! Col tempo diverrete rissoni in casa e fuori di casa; l’egoismo vi farà abbonire da tutti: l’ingordigia diverrà intemperanza, ed ubriachezza. Dunque fin d’ora amate i vostri fratelli, le vostre sorelle come voi medesimi: non contendete mai con loro per causa di cibo o di bevanda, e non nascondete mai nulla colla speranza di servirvene da voi soli.

Sul principio di questa scuola vi diceva che il corvo ha dato materia da scrivere agli autori di favole. Mancandomi il tempo a ricordarvi tutto quello che ne hanno detto, mi limito alle cose principali, che compendio in questa proposizione: ambizione e vanità punite nel corvo.

/95/ Fuvvi un corvo, il quale, vedendo la brutta figura che faceva col suo colore tutto nero, pensò a migliorare la propria apparenza. A questo fine si presentò ad un pittore, e gli disse: dipingete le mie penne come quelle del pappagallo. Il pittore dà mano ai colori, ai pennelli, ed ecco il corvo divenuto pappagallo. Invanito nel vedersi così bello, ne paga generosamente il pittore; prende il volo e va trovare un falcone. Quale ti sembro, gli domanda con voce altiera, così bene vestito? Il più rozzo dei corvi gli risponde il falcone, e poi gli fece dietro una grande risata.

Indispettito il corvo dell’infelice esito nel cambiar colore, pensò a conseguire stima volando nelle più alte sfere. A questo fine raccolte le penne di un aghirone forma antica per airone, ca. 1336; dal longob. *haigirō, cfr. alto ted. ant. Heigir (De Mauro) aghirone, uccello che vola altissimo, se le adattò nel miglior modo che poteva. Quindi prese il volo, fiducioso di sollevarsi oltre le nubi: ma che...! non essendo abituato a sbattere ed agitare tali penne, arrivato all’altezza del tetto, si senti impacciato e stanco al punto, che capovolto precipitò a terra.

Vedendo il cattivo esito del suo tentativo, il nostro corvo pensò di conseguire stima colla forza degli artigli. A tale scopo si avvicinò ad un’aquila, disposto a contrastarle la corona di re degli uccelli. In quel frattempo l’aquila precipitò sopra una pecora, e la portò sulla montagna per divorarla. Il corvo adocchia anch’egli una pecora, con impeto le si avventa sopra. Ma, oltre di non poterla sollevare in alto, non può più liberare le sue unghie dalla /96/ lana: accorre il pastore, e fu somma grazia per lui l’essere macilento al sommo, altrimenti avrebbe pagato il suo tentativo andando a friggere in una padella.

Rimesso in libertà il nostro corvo era oramai rassegnato a passare i suoi giorni sotto le umili spoglie dei suoi simili, quando un dì incontrò fortuna. favola notissima in Esopo CLXV; Fedro I,13; La Fontaine I,2 Un negoziante da formaggio aveva perduto un bel cacio parmigiano; il corvo lo prese, lo portò sopra una antica quercia, disposto a fare un buon pasto. Una volpe che aveva visto ogni cosa, si portò ai piedi di quella quercia, e poi cominciò a dire: è proprio vero che non bisogna credere a quello che il mondo dice: mi fu detto che tu, o messer corvo, sei nero e fosco più della pece, e del carbone, e che sembri uno spazzacamino. Tu invece sei bianco come la neve, e tutto risplendi come un diamante. Affè che se alle bellezze esterne corrisponde la tua voce, tu sei il più bello, e più prezioso degli uccelli... Il corvo, che mai aveva sentito tanti elogii in suo favore, si diede una scossa alle ali, si gonfiò d’ambizione, e credette d’aver bella anche la voce. Ed affinchè la volpe, già persuasa delle altre sue bellezze, lo fosse pure della voce, aprì il becco, e cantò per tre volte: quac – cra – cras... ma siccome per cantare aveva aperto il becco, il formaggio cascò a terra, e la volpe tosto lo prese, lasciando al corvo tanto di appetito e di dispetto al posto della stima che aveva cercato cantando.

Cari giovani, nelle vicende di questo corvo ambizioso /97/ e superbo, avete la storia del giovane pieno di vanità, e di ambizione. Egli cerca sempre di fare bella figura, di farsi stimare: a questo fine parla molto di se stesso, si vanta di pregi che non ha, presta fede a chi l’adula, lo loda, intraprende cose superiori alle sue forze: e che cosa guadagnerà? Ciò che guadagnò il corvo: cioè sarà disprezzalo come superbo; non riuscirà nelle sue imprese, e perderà il merito delle sue opere, che sarà divorato dalla sua ambizione.

Ecco le lezioni del corvo; tenetele a memoria, ed io vi metto in libertà.

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Trattenimento IX

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Il pappagallo

Molti animali hanno la facoltà di far sentire una voce, un grido. I cani abbaiano, i buoi muggiscono, le pecore belano: i serpenti sibilano, le rane gracidano, /99/ le cicale cantano; e così si dice di molti altri animali; la voce, un grido è un dono che hanno ricevuto dalla natura. Questo dono tornerà loro certamente utile per qualche riguardo: ma riguardo a noi, di regola ordinaria, sarebbe meglio che non l’avessero ricevuto, perchè con esso alcuni ci spaventano, altri ci irritano, e quasi nissuno ci solleva. Però convien fare una eccezione in favore degli uccelli. Questi vaghi abitatori dell’aria, a differenza degli altri animali, ci fanno sentire la loro voce sotto la forma di un canto armonioso e regolato, ed alcuni anche sotto la forma della nostra parola. Per esempio, chi non ammira il canto del canarino, del cardellino, dell’usignuolo, della passera solitaria...? Chi non ha sentito, e forse con grande stupore, uno stornello, una gazza, una ghiandaia (gai), un corvo, un pappagallo a pronunziare alcune parole...? È vero, non sono molti gli uccelli che imparano a parlare, ma ve ne sono; ed io voglio appunto presentarvi questi uccelli parlanti come vostri maestri. Però, siccome quando molti parlano insieme, non si capisce nessuno, per evitare questa confusione, io lascio da parte gli uccelli parlanti di secondo e terzo ordine, e vi presento unicamente quelli di primo ordine, che sono i pappagalli.

Nelle scuole precedenti toccava a me far parlare i vostri maestri: oggi mi riposo, perchè il maestro che vi presento ha esso pure il dono della parola. E se i maestri precedenti, che erano muti, vi dissero tante cose, il pappagallo che parla, che vi /100/ dirà...? Preparatevi, cari giovani, a sentirne delle belle, e delle grosse...!

Chi, per la prima volta, vede un pappagallo, guarda con tanto d’occhio il suo becco adunco e magistrale, la sua testa grossa in parte gialla, in parte azzurra, le sue penne su cui domina il verde, i suoi piedi armati di quattro dita, che afferrano un pomo, e lo portano vicino al becco, il suo movimento tardo, grave e barcollante; e poi, sorpreso dall’ammirazione, vorrebbe domandare: che uccello è questo? Così realmente ha fatto un cotale dinnanzi al pappagallo di un suo amico; e sapete che avvenne? L’amico si tacque, ed il pappagallo rispose: io sono l’uccello dei paesi caldi; l’Africa, l’Asia, l’America sono la mia patria: là son nato, qui fui portato; là faceva aspre e disaccordi grida, qui sbadiglio, tosso, sternuto, canto e parlo. Quel cotale, già sorpreso dalla forma di quell’uccello, restò di stucco nel sentirlo a parlare in quel modo, nè più si sapeva che dire.

Forse anche voi, cari giovani, vi stupite altamente nel sentire quella risposta in bocca d’un pappagallo; ma bandite ogni stupore; il pappagallo è capace ad imparare quella risposta, e molte altre cose più difficili ancora, e più lunghe. Per esempio, si sa che nell’anno 1600 fu portato a Roma, e comprato con cento scudi d’oro, un pappagallo che recitava tutto il Credo. Jean-Benjamin de La Borde 1734-1794 compositore, storico, uomo di corte e funzionario francese. Ghigliottinato sotto la Rivoluzione. François Levaillant 1753-1824 esploratore e ornitologo, autore dell’Histoire Naturelle des Perroquets. De-la-Borde racconta d’aver visto sopra un bastimento un pappagallo, che faceva quasi da Cappellano, recitando le preghiere del mattino, della sera, ed anche il Rosario. Levaillant dice d’averne visto un altro che recitava il Pater coricato sul dorso, e stringendo le dita dei piedi, come noi giungiamo le mani pregando.

Nella città di Montpellier vi fu un pappagallo, il quale, quando i buontemponi gli passavano sotto schiamazzando, si metteva a cantare: quando bevo di questo buon vino, veggo tutto girarmi vicino. — Colla parola che sente, il pappagallo impara anche il gestire che vede; quindi esso ride, tosse, dondola come noi: miagola come un gatto; abbaia come un cane; fa inchini, moine, salti e via... Per questo motivo il pappagallo vien chiamato la scimia alata, perchè come la scimia è il primo dei quadrupedi nell’imitare il gestire dell’uomo: così il pappagallo è il primo degli uccelli nell’imitarne il gestire, e la parola. E giacché in questa sua parola si trova un magazzino di lezioni per voi; io le caverò fuori una per volta, e voi procurate d’impararle tutte.

Il gran filosofo Aristotile lasciò scritto: λόγον δὲ μόνον ἄνθρωπος ἔχει τῶν ζῴων “solo l’uomo tra tutti gli animali ha la parola” Aristotele Politica 1253a. le bestie hanno la voce: l’uomo solo ha la parola. Ora se l’uomo solo ha la parola, ed il pappagallo parla, vorrà forse dire, che il pappagallo sia un uomo...? Niente affatto, cari miei; il pappagallo è un uccello, e niente più di un uccello. Ma siccome ha la lingua molto grossa e carnosa, lingua che si presta facilmente a voltarsi come la nostra; ed ha pure molto sviluppato l’istinto dell’imitazione, sentendo continuamente la nostra parola, arriva a pronunziarla anche lui. Però non la pronunzia come noi; perchè noi ne comprendiamo il significato, e ce ne serviamo per manifestare /102/ i nostri pensieri: il pappagallo invece non capisce per nulla la parola che pronunzia, e questa per lui è un suono, una voce, e niente di più. Dunque la prima lezione, che dovete imparare dalla parola del pappagallo, è questa: il pappagallo, quantunque parli, non ha la ragione come noi, non è un uomo colle ali; ma una bestia che parla, un semplice uccello, che pronunzia materialmente le nostre parole, come un canarino canta un pezzo di musica, che ha sentito.

In qual modo il pappagallo impara a gestire, a parlare? Col vedere, vi rispondo, e col sentire. Mi spiego. Per educare un pappagallo bisogna far così: si ripetono le migliaia e migliaia di volte, alla sua presenza, i gesti, le parole, che gli si vogliono far imparare. Dopo un lungo esercizio di pazienza, il pappagallo comincia ripetere i gesti, le parole in modo imperfetto. L’educatore allora lo accarezza, gli dà dei pezzi di zuccchero, delle nocciole, ed altre ghiottonerie. Questi premi lo animano ad esercitarsi; e così, poco per volta, esso arriva a ripetere i gesti, le parole in modo distinto: impara ad unire una parola con un’altra, e così via, via, a pronunziare intiere e lunghe proposizioni. Da ciò ne segue che il gestire, il parlare del pappagallo sono frutto di gesti, e di parole pronunziate e ripetute alla sua presenza; son frutto dell’esempio.

Cari giovani, in fatto d’imitazione voi siete molto simili al pappagallo, perchè anche voi, quasi senza avvedetene, ripetete e ciò che vedete, e ciò che /103/ sentite: il pappagallo ha uno, ed anche più educatori; voi ne avete molti: il maestro, i genitori, i fratelli, le sorelle; i più vecchi di voi sono altrettanti educatori per voi, perchè voi vedete quello che fanno, sentite quello che dicono. Orbene confrontiamo un po’ i frutti che ricava il pappagallo da ciò che vede e sente, con quelli che avete ricavato voi da ciò che finora avete veduto e sentito.

Il pappagallo ripete i gesti che vede, pronunzia le parole che sente, tanto nel bene come nel male. Se vede un gesto disprezzativo, impara un disprezzo; se vede un gesto di rispetto, impara il galateo: se sente una bestemmia, impara a bestemmiare; se sente una giaculatoria, impara a lodare, a pregare Iddio. Esso non capisce ciò che fa, e dice; epperciò fa tutto con indifferenza, senza distinguere tra il bene, ed il male. E voi, che da più anni vedete quello che fanno, sentite quello che dicono i vostri genitori, le persone colle quali convivete, i vostri compagni, e cento altri, che cosa avete imparato? Eh! forse nel male siete stati ottimi pappagalli, l’avete imparato tutto. Un vostro fratello ha fatto i pugni dietro le spalle dei genitori; un vostro compagno ha fatto altrettanto col maestro: voi avete visto, ed avete subito imparato a far così anche voi. Avete visto a disprezzare i vecchi, ad imitare i difetti degli altri per farli arrossire, a fare cose indecenti, a giuocare, a rubare, a fare cento altri mali, ed avete imparato tutto con grande facilità. Avete sentito delle bestemmie, delle maledizioni, delle imprecazioni, /104/ delle parole sconcie, delle brutte canzonaccie; e voi le avete tosto imparate, pronunziate, cantate. Insomma voi avete forse imparato tutto il male che avete visto, o sentito. Non è forse vero, cari giovani, che le cose stanno così? Voi mi rispondete che sì, ed io vi soggiungo: dunque nel male voi siete eccellenti pappagalli. Ma siete anche tali nel bene? Vediamolo.

Da più anni vedete i vostri genitori, e specialmente la vostra buona madre, a pregare molto, a frequentare i Sacramenti, a stare in chiesa con divozione, a farsi il segno della croce prima e dopo il cibo, a fare cento altre opere buone; e voi avete già imparato a far così, fate anche così? Avete visto tanti vostri compagni a star buoni alla Messa, a servirla; a fare con diligenza il lavoro, a studiare la lezione della scuola; ad essere ubbidienti, rispettosi ai genitori, al maestro, ai Sacerdoti: e voi imitate già il loro buon esempio? — Avete sentito più volte il canto delle Litanie della Madonna, di lodi: le avete forse imparate, le cantate anche voi? Avete sentito le mille volte una voce che vi diceva; studiate, lavorate, andate in chiesa, lasciate quel giuoco, quella casa, quel compagno: non toccate la roba altrui, non rissate, non dite bugie, non fate alcun peccato; e voi le avete assecondate queste voci? Io ne dubito; e qualora realmente non abbiate imparato, nè messo in pratica il bene che avete visto, o sentito, voi siete da meno del pappagallo, perchè esso impara i gesti e le parole sì cattive, che buone; e voi imparate /105/ anche troppo a fare il male, che vedete, o sentite; e poi non imparate il bene. La forza del buon esempio si manifesta nel pappagallo; ma non si manifesta in voi. E questo non deve forse coprirvi di confusione? Non dà forse diritto al pappagallo di farvi questo predicotto?

Oh giovani! io pappagallo son migliore di voi, creature ragionevoli; perchè io faccio e dico ciò che veggo, e sento, tanto di buono, quanto di cattivo; voi invece fate e dite tutto il male che vedete, e sentite; ma non il bene: io son premiato con una carezza, con un po’ di cibo, tanto imitando il bene, quanto imitando il male: voi invece avete un premio imitando il bene, un castigo imitando il male: eppure il premio non vi alletta, il castigo non vi frena. Oh vergogna...! Gran vergogna...!

Ed il pappagallo ha ragione: è proprio una vergogna per voi, imparare dagli altri tutto il male che fanno, e quasi niente di bene...! Per liberarvi da tanta ignominia d’ora innanzi dite così: il pappagallo imita ciò che vede e sente, tanto nel bene, quanto nel male; e ciò non deve recarci stupore perchè esso è una bestia; per le bestie non vi è nè il bene, nè il male, è tutto indifferente. D’altronde esso vien premiato sempre ugualmente senza distinguere tra bene e male: noi invece sappiamo ciò che è bene, e ciò che è male nelle opere, e nelle parole degli altri: sappiamo che imitando gli altri nel male, saremo certamente castigati in questa o nell’altra vita: imitandoli nel bene, avremo certamente un premio. /106/ Dunque ci conviene, e vogliamo essere pappagalli alla scuola del buon esempio, che abbiamo nei superiori, e negli uguali: non essere pappagalli alla scuola dello scandalo che ci danno i cattivi. Se voi prendete questa risoluzione, d’ora innanzi imiterete gli altri nel buon esempio che vi daranno; non li imiterete negli scandali: in tal modo sarete pappagalli nel bene, e non nel male, ed avrete imparato la seconda lezione del vostro maestro, messer pappagallo.

Come fu detto più sopra, il pappagallo può imparare il Credo, il Pater, l’Ave Maria: quando poi ha imparato queste preghiere le recita, e nel recitarle prende anche un atteggiamento divoto, piegando il capo o a destra, o a sinistra; oppure congiungendo le dita dei suoi piedi. Ora, ditemi un po’, cari giovani, il pappagallo, facendo così, farà una preghiera? Eh...! una preghiera sì... perchè pronunzia parole di preghiera; ma una preghiera da pappagallo, come dice il proverbio, perchè esso nè capisce, nè sa quello che dice. D’altronde la vera preghiera è un atto che appartiene unicamente agli uomini ed agli angeli; dunque il pappagallo non può fare una vera preghiera. Ma se è vero che il pappagallo non può fare una preghiera da uomo; è vero pur troppo che molti uomini, e specialmente molti giovani, fanno preghiere da pappagallo.

Per esempio, non è forse vero che molti giovani recitano di cattiva voglia, ed anche piagnicolando le orazioni del mattino e della sera, il Rosario? Non è forse vero che molti altri, durante la preghiera /107/ che fanno, tengono, se volete, un atteggiamento divoto, le mani congiunte, le ginocchia piegate; ma intanto sbadigliano ad ogni momento, dimenano il capo, si contorcono, stiracchiano le braccia, quasi avessero la febbre addosso; la loro mente pensa alla colazione, alla cena, al divertimento; la loro lingua mozzica, salta, precipita le parole? Voi mi rispondete che si, anzi mi dite che voi medesimi pregate in questo modo. Ed io vi soggiungo: il giovane che prega in questo modo, fa bensì una preghiera; ma una preghiera da vero pappagallo, perchè non fa attenzione a quello che dice; non lo sa, non lo capisce: parla per abitudine, ossia da pappagallo, E le preghiere fatte così varranno qualche cosa? Di regola ordinaria valgono poco o niente. Eppure, cari giovani, voi avete gran bisogno di pregar bene: chi prega si salva, chi non prega si danna. Dunque dite così: il pappagallo recita il Pater, ed altre preghiere: ma non fa una vera preghiera: io sono qualche cosa di più del pappagallo; dunque quando prego voglio fare attenzione a quello che dico, voglio pregare volentieri. A questo fine voglio sempre ricordarmi che pregando io parlo col mio Angelo Custode, parlo con Maria SS., parlo con Dio medesimo. Prendete tutti, cari giovani, questa santa risoluzione, perchè la preghiera ben fatta è la chiave che vi chiude l’inferno, e vi apre il Paradiso; è il gran segreto che vi preserva dalle disgrazie, e fa piovere su di voi le benedizioni del Signore... E sia questa la terza lezione che imparate dalla parola del pappagallo.

/108/ Il pappagallo manca dei pregi che rendono preziosi gli uccelli. La sua carne non fa gola ai gastronomi: il suo canto è ingrato e discordante; i suoi movimenti sono il simbolo della pigrizia; la sua forma, i suoi colori non lo mettono al livello di mille altri uccelli. Eppure esso dalle solitudini in cui è nato, è passato in mezzo a noi; si compra a prezzo elevato, prezzo che oltrepassa anche le 500 lire; dimora in sontuose regie e ricchi palazzi; prende posto a laute mense, dove non manca il confetto per lui. Povero delle ricchezze proprie degli uccelli, esso occupa tuttavia un posto d’onore in mezzo a noi. E questo perchè? Perchè imita i nostri gesti, la nostra parola. Dunque la parola, pronunziata per imitazione, ha sollevato il pappagallo all’onore del mondo. Di più questa parola, a tempo debito da lui pronunziata, gli salvò anche la vita, come avvenne per esempio, al pappagallo del re Il poeta John Skelton dedicò un’opera satirica al pappagallo di Enrico VIII, non so però la fonte di quest’aneddoto Enrico VIII. Quel pappagallo, sentendo i barcaiuoli che pescavano sul fiume Tamigi, aveva imparato i loro modi di parlare più usuali. Un giorno cadde egli stesso in quel fiume; e trovandosi a mal partito, si mise a gridare: un battello! aiuto, un battello! venti lire a chi mi salva! Un barcaiuolo, credendo che qualche persona fosse per annegare, si slanciò tosto nel fiume, e trovò il pappagallo. Lo prese, ed avendo saputo che apparteneva al re, glielo portò raccontandogli il fatto e domandando la paga promessa. Il re ne rise assai, e pagò volentieri le venti lire.

Cari giovani, che sono mai i vantaggi che porta /109/ al pappagallo la parola, in paragone di quelli che questo dono del Signore apporta a voi? colla parola del vostro Maestro, dei vostri genitori, avete imparato quello che ora sapete: colla parola manifestate i vostri bisogni, i vostri pensieri ed affetti, le vostre cognizioni. Oh quanto è prezioso questo dono del Signore...! I muti che non l’hanno ricevuto, lo sospirano grandemente, e darebbero tutte le loro sostanre per averlo: e voi che l’avete ricevuto, voi che parlate benissimo, ne avete già ringraziato il Signore? ve ne servite secondo il fine per cui voi l’avete ricevuto? Questo fine consiste principalmente nel lodare, benedire, invocare quel Dio, che vi diede la parola. Dunque iodate il Signore colla vostra lingua; lodatelo cantando il vespro in chiesa, cantando lodi ed inni: beneditelo, invocatelo con giaculatorie, con preghiere. Il pappagallo di Enrico VIII, gridando: un battello! aiuto, un battello...! ne ebbe salva la vita. E voi invocando l’aiuto di Dio, di Gesù, e di Maria nelle tentazioni, nei pericoli, sarete preservati dal peccato. La parola è un dono preziosissimo del Signore; ce lo ricorda il pappagallo che dalla parola fu posto all’onore del mondo; ringraziate Iddio di questo dono: servitevene per benedirlo, lodarlo, invocarlo; e così avrete imparato la quarta lezione del pappagallo.

La parola ha posto il pappagallo all’onore del mondo: però, siccome esso pronunzia anche cose inconvenienti, qualche volta la parola gli costa cara. — Due coniugi convivevano come i cani ed i gatti: /110/ il marito sovente batteva la moglie, e questa inviperita, gridava: su... uccidimi., .! Uccidimi pure...! Avevano essi un pappagallo in casa, il quale aveva imparato benissimo le parole della padrona. Un giorno quel pappagallo ruppe un piatto; la padrona, indispettita, si pose a minacciarlo e batterlo, ed egli gridò: su... uccidimi...! Uccidimi pure...! La padrona, che già era in collera, provocata da queste parole, diede mano ad un bastone, e con un colpo sul capo lo uccise. Povero pappagallo...! La parola lo aveva fatto stimare: e poi una parola gli costò la vita...!

Se non volete, cari giovani, che capiti anche a voi, ciò che capitò a questo pappagallo, state attenti a non abusare della parola. Una bugia, una calunnia, una mormorazione, un’ingiuria, una provocazione, una derisione, sono tutti abusi della parola. Ma l’abuso più grave, e più fatale, sapete qual è? La bestemmia, lo strapazzo del nome di Dio. Il giovane che rissando, giuocando, nella collera, osa dire: Dio...! oh Dio... Cristo...! Sacramento...! Madonna...! O peggio ancora: Dio falso...! Cristo falso...! Questo giovane non potrebbe abusare della parola in un modo peggiore: E guai a lui...! Egli parla il linguaggio dell’inferno, diventa un diavoletto in carne, e dove andrà finire? Il pappagallo per aver detto alla padrona: su... uccidimi...! Uccidimi pure...! fu ucciso. Il giovane che bestemmia Iddio, Gesù Cristo, la Madonna nella sua gioventù, di regola ordinaria, li bestemmia ancor di più nella virilità, ed anche nella vecchiaia; e così nel giorno del giudizio sarà condannato /111/ dannato alla morte eterna nell’inferno... Il Signore vi preservi da si grave disgrazia...! Ma intanto, cari giovani, se siete già soliti a bestemmiare, frenate la lingua, mortificatela col farle baciare la terra, fregare un muro in modo di croce, finché disimpari questo vizio maledetto. Se non avete ancora bestemmiato, fate un buon proponimento di non bestemmiare neppure per l’avvenire. Ecco la quinta lezione del pappagallo.

Finalmente il vostro maestro desidera di darvi ancora due lezioni colla condotta che tiene in casa del suo padrone: e voi avete ancora voglia di sentirle? Parmi che sì: dunque mettiamoci subito all’opera.

Il pappagallo appartiene alla famiglia degli uccelli detti rampicanti: esso però nel rampicare, ben lungi dal manifestare una grande abilità, mette in pratica il proverbio, che dice: per riuscire nel mio intento — ho dovuto agir coi denti, e col mento: oppure, come dicono altri; ho dovuto servirmi di mani e piedi. La casa del pappagallo è formata da un legno verticale munito di alcuni piuoli: esso vi ascende e discende attaccandosi ai piuoli ora colle unghie dei piedi, ora col becco: sempre però adagio, lentamente. Alcune volte sembra che si debba fermare perchè manca di un appoggio; però trova sempre modo di riuscire nel suo intento. Questa lentezza, unita al suo naturale, che lo porta sempre a cambiar posto, fa sì che esso passa una gran parte della vita nell’ascendere e discendere lungo il legno, che forma la sua dimora.

/112/ Cari giovani, la via del Paradiso è simile ad una scala, la quale con una estremità tocca il Cielo, coll’altra poggia su questa terra. Voi, essendo giovani, vi trovate al principio di questa scala: ebbene ricordatevi, che per salirne alla cima dovete imitare il pappagallo. Esso per ascendere si serve del becco, e dei piedi, cioè di tutti i mezzi possibili: voi per salire verso il Paradiso dovete servirvi di tutti i mezzi possibili, e specialmente della preghiera, dei sacramenti, della fede, speranza, carità, umiltà, castità, ubbidienza. Il pappagallo cammina lentamente, ma non sta quasi mai fermo. Voi nel farvi buoni camminate pure lentamente, perchè nissuno si fa santo tutto in un momento; ma non lasciate passar giorno senza fare del bene. Il pappagallo se incontra un ostacolo, si industria finché arriva a superarlo. Sulla via del Paradiso si incontrano molti ostacoli: passioni disordinate da vincere, scandali da evitare, massime mondane da disprezzare: non perdetevi d’animo: coll’aiuto di Dio, che mai non manca, con una buona volontà arriverete a superare tutto. In tal modo voi sarete altrettanti pappagalli lungo la via del Paradiso, ed avrete imparato da lui a fare tutto il possibile, a servirvi di mani e piedi per salvarvi.

Il pappagallo ha buona gola: allo stato selvatico cerca i frutti della palma, del banano, del caffè, di cui ne divora i semi; va posarsi anche nei seminati, dove porta gravi danni. Allo stato domestico si dimostra bensì avido dei confetti, dello zucchero; però /113/ mangia di tutto: frutta, pane, carne, noci, nocciole; beve anche del vino, che lo fa diventare allegro e ciarliero. Vi sono però due cibi per lui velenosi: il prezzemolo, e le mandorle amare; se ne mangia non tarda a morire.

Con questo il pappagallo vi dà l’ultima lezione; e voi per impararla dovete avere la sua gola non solo riguardo ai dolci, ai confetti, ma anche riguardo a tutti gli altri cibi: dovete cioè fin d’ora avvezzarvi a mangiare non solo quello che vi contenta il gusto; ma anche quello che non vi piace, sia minestra, pietanza, od altro. Per l’avvenire non potete sapere se avrete o no i mezzi per mangiare lautamente: mangiando ora quello che vi danno i genitori, senza distinguere tra il mi piace, ed il non mi piace, avrete per l’avvenire una gola preparata per tutti i gusti, e non mancherete mai dei mezzi per soddisfarla: invece se voi vi accostumate a cibi ghiotti, avrete col tempo un’imposta troppo grave nelle esigenze della gola. Però, mentre mangiate volentieri tutto quello che vi danno i genitori, e non spendete i vostri soldi per provvedervi ghiottonerie, ricordatevi che anche per voi vi è del veleno in alcuni cibi. Per esempio la frutta acerba, immatura vi pregiudica la salute: tener sempre in bocca dolci, liquirizia vi guasta i denti: mangiare ad ogni momento, mangiare con eccesso, mangiar troppo in fretta son tutte cose per voi nocive. E se vi sta a cuore vivere lungamente, e goder salute, non mangiate queste cose, non mangiate in questi modi.

/114/ Mi accorgo troppo tardi che la mania di parlare del pappagallo rese troppo lunga la sua scuola: voi ne avete più che basta; ed io chiudo la scuola senza più.

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Trattenimento X

Il cuculo

Il cuculo.

Gli uomini nell’imporre il nome alle varie specie d’uccelli, hanno tenuto conto della loro forma, della voce, del colore, del cibo che mangiano, degli istinti che hanno. Per esempio, nella Nuova Guinea, ed /116/ isole circonvicine, vive un uccello bellissimo per le sue penne: esso fu chiamato uccello di Paradiso. Nel Brasile vive un uccellino non più grosso di un tafano; fu chiamato uccello mosca. Il nostro cardellino ha preso il nome dai cardoni, di cui mangia i semi: il torcicollo l’ha preso dal modo con cui dimena il collo e la testa. L’uccello poi che vi presento come maestro ha preso il nome dalla sua voce: esso quando la mette fuori non grida altro che cucu... cucu... cucu... cucu... Per questo motivo fu chiamato cuculo. Voi l’avete visto qualche volta, e più volte l’avete sentito a cuculiare. Ora diventa vostro maestro, e voi sentite le sue lezioni.

La storia dei grandi personaggi si racconta con tre parole: nacquero: vissero: morirono. Sviluppando queste parole, si ha tutta la loro biografia, dalla quale risulta che, di regola ordinaria, qual fu la nascita, tal fu la gioventù: qual fu la gioventù, tal fu la virilità, la vecchiaia, tutta la vita: e qual fu la vita, tal fu la morte. Io non intendo di mettere il cuculo al livello dei grandi personaggi: tuttavia voglio raccontarvi la sua vita colle stesse tre parole, colle quali si racconta la vita degli uomini insigni, perchè la nascita, la vita, e la morte del cuculo vi danno una lezione importantissima; vi dicono cioè che il figlio ladro nella sua gioventù, vivrà da ladro, e farà la morte del ladro. Vediamolo subito.

Dove, e come nasce il cuculo? — Rispondo: il cuculo nasce dentro di un nido come tutti gli altri uccelli: però in un modo ben diverso da quello con /117/ cui nascono tutti gli altri. Voi lo sapete, gli uccelli, quando vogliono fare la nidiata, si fanno un nido: vi depongono alcune uova, le covano finché sbucciano, e così nascono i loro uccelli. Il cuculo fa una eccezione a questa regola; eccezione molto strana ed unica nel suo genere. Sentile. — Il cuculo è ladro di professione, ed anche nel nascere vuol vivere a spese altrui. Per questo motivo la signora cucula, quando si tratta di fare la nidiata, invece di provvedersi un nido, essa fa un uovo per terra, quindi lo prende col becco, e vola qua e là finché trova il nido d’un usignuolo, d’un pettirosso, d’una capinera, di un merlo, o di un altro uccello. Scoperto questo nido, se non vi è dentro il padrone, vi depone senza più il suo uovo: se vi è il padrone aspetta che ne voli via, e poi tosto fa il suo deposito. Allo scopo poi di coprire la sua frode, la signora cucula, prima di partire da quel nido, prende un uovo di quelli dell’uccello padrone, e lo porla via. Collocato in tal modo il primo uovo in casa, ed a spese altrui, di li a cinque o sei giorni, ne fa un altro, e poi un altro fino al numero di otto o dieci nel giro di sei o sette settimane; per ogni uovo ripete la truffa che ha fatto col primo, portandolo nel nido di qualche uccello, e così ad opera terminata, essa è in possesso di otto, dieci nidi, che conten gono una delle sue uova in mezzo a quelli del vero padrone. Quest’uovo, covato cogli altri, sbuccia con essi, e ne esce fuori un cuculotto. Per questo motivo, voi, cari giovani, che andate in cerca di nidiate, /118/ non avete mai trovata quella del cuculo, e non la troverete mai, perchè esso si serve sempre del nido di altri uccelli. — Cosi stando le cose, a chi vi domandasse notizie della nascita del cuculo, rispondete così: il cuculo è figlio di genitori ladri, è nato in una casa usurpata, e fu allevato a spese del padrone di quella casa.

Questo modo tutt’affatto singolare, col quale il cuculo entra in questo mondo, ci fa pensare sinistramente sul suo avvenire; e non la sbagliamo. Sentite infatti ciò che fa il cuculotto nel nido usurpato. Esso è talmente vorace, che da solo mangia di più di quattro o cinque suoi compagni di nido: l’uccello padrone del nido, distribuisce equamente il cibo dando l’imbeccata ora ad uno, ora ad un altro: ed il cuculotto sapete che fa? Per liberarsi da quei commensali, mette il capo sotto di loro; poco per volta se li fa venire sul dorso; quindi s’arrampica sull’orlo del nido, e con una spinta li getta a terra. Liberatosi di uno, passa ad un altro; ed il più delle volle ripete la scena finché esso resta solo nel nido.

Cari giovani, se avete genitori timorati di Dio, buoni, esemplari, ringraziatene di cuore il Signore, perché il figlio che nasce da genitori cattivi, ladri, rissoni, ubbriaconi, è molto disgraziato. Il cuculotto, non per sua malignità, ma unicamente perché figlio di un ladro, covato colla frode, nutrito con rapina, prima di lasciare il nido, tutt’ora incapace a dar beccate, ed a volare, è già assassino, e per essere solo a prendere l’imbeccata, getta a terra, uccide i /119/ veri padroni del nido... E la grande maggioranza dei giovani, che sono ladri, impetuosi, bisbetici fin dalla prima gioventù, son tali non per loro cattiveria, ma unicamente perchè son nati da pessimi genitori. Il vizio, il disordine passa pur troppo da padre in figlio e da madre in figlia. Il cuculotto prova questa verità: e voi imparate da lui a ringraziare il Signore che vi ha dato dei buoni genitori, ed a pregare per i vostri compagni, i quali non furono fortunati come voi. Senza un miracolo della grazia del Signore, essi saranno simili, e forse peggiori dei loro genitori...!

Il cuculo, dopo d’essersi liberato dai commensali, privandoli della vita, si trova solo nel nido. I due uccelli che ne sono proprietari, siccome lo credono loro figlio legittimo, continuano a portargli l’imbeccata, che diventa per lui molto abbondante perchè è solo a riceverla. Intanto esso cresce rapidamente, e dopo una quindicina di giorni, dà l’addio alle sue balie senza pagarne il baliatico, prende il volo, e diventa un cuculo perfetto. Ma cesserà dall’esser ladro, assassino qual fu dentro il nido? Sentite il suo tenor di vita e poi giudicate.

Il cuculo arriva in mezzo a noi in aprile, e si ferma fino alla metà di agosto. In questo tempo fa la sua nidiata. E questa la fa in modo eminentemente ladro, perchè, come vi dissi, usurpa il nido, fa covare le sue uova, ed allevare i suoi cuculotti da altri uccelli. Sistema questo molto comodo, ma ingiusto... Quasi poi non bastasse lutto questo, il signor cuculo /120/ fa visite frequenti a quel nido dove si allevò egli stesso, o fece allevare i suoi piccoli, ed a titolo di ricompensa con una frode porta via un uovo, per mettervi il suo, oppure divora gli uccellini della sua madre balia: atto questo da crudele assassino... Con questi due atti concorda il resto della sua condotta. Non si vedono mai molti cuculi a dimorare nel medesimo luogo, perchè il più forte allontana gli altri per essere solo, e non aver rivali nel suo brutto mestiere: voi sentite sovente il suo grido, ma non lo vedete quasi mai, perchè sta nascosto sulla punta degli alberi: ogni anno arriva e poi riparte da noi, ma nissuno lo vede a viaggiare, perchè viaggia di notte, e sempre o da solo, o tutto al più con due o tre suoi compagni. È questo il tenor di vita del cuculo; tenore che lo fa comparire ladro in tutto: ladro nel viaggiare di notte, e riposare di giorno: ladro nel far sentire la voce, ma stando nascosto alla vista: ladro nel volere star solo nel circuito di sua dimora: ladro ed assassino nel rubare il nido, le uova, ed i piccoli di altri uccelli. Non saprei se i nostri ladri abbiano imparato a vivere dai cuculi, oppure i cuculi abbiano imparato dai nostri ladri: so però che il ladro ed il cuculo tengono la medesima condotta.

Cari giovani, il cuculotto che, ladro fin dal nido, diventa un cuculo ladro per tutta la sua vita, vi dice che il giovane ladro nella sua prima gioventù, diverrà un uomo ladro per tutta la sua vita. Per conseguenza il giovane che all’età di cinque, otto, /121/ dieci, dodici anni, nel nido della propria casa ruba salame, formaggio, frutta, pietanza, zucchero, confetti, soldi e via... Scoperto come ladro, cerca di coprirsi con cento bugie, e batte i fratelli, le sorelle, che ne hanno informati i genitori: questo giovane sarà ladro nella scuola, dove ruberà penne, libri, quaderni ai compagni: sarà ladro in campagna, dove ruberà pere, mele, ciriegie, uva, e frutta d’ogni sorta: sarà ladro in chiesa, dove ruberà moccoli di cera, ed anche soldi nel taschetto, nelle bussole. Da piccolo farà furti piccoli; da grande farà furti grandi, sarà ladro di professione, e come tale vivrà, come il cuculo, cioè esso dormirà di giorno, e girerà di notte in cerca di viaggiatori da assassinare, di case da svaligiare, di roba da prendere: i suoi furti diranno a tutto il vicinato: qui vi è il ladro, come la voce del cuculo dice: qui vi è il cuculo: ma nissuno lo scoprirà, come nissuno vede il cuculo che canta: per evitare le ricerche della giustizia passerà da un paese all’altro, come il cuculo trasmigra ogni anno, ma dovunque egli sarà sempre ladro, come il cuculo è sempre cuculo. Cari miei, fate la prova a farvi raccontare la propria storia dai ladri, e dagli assassini, e voi toccherete con mano che non tutti furono ladri da piccoli; ma che tutti i ladri da piccoli furono poi ladri da grandi; perchè come il cuculotto diventa un cuculo: così il giovane ladro diventa un uomo, ladro di professione: e terminerà la sua vita, sapete in qual modo? Come il cuculo.

I cuculi son tutti ladri per istinto: ma non tutti /122/ terminano la vita nello stesso modo. Il più delle volte la madre balia del cuculo continua a portargli l’imbeccata anche quando esso gettò a terra i suoi figli legittimi: però alcune volte essa, indispettita dal vedersi mancare i suo piccoli, abbandona il nido, ed il cuculotto, rimasto solo, vi muore di fame. — All’avvicinarsi dei freddi invernali, tutti i cuculi si cercano un mezzo preservativo: per questo motivo quasi tutti vanno nell’Africa; alcuni però si nascondono nei buchi degli alberi: fra quelli che trasmigrano, un buon numero perdono la vita durante il viaggio: e quelli che si nascondono, durante l’inverno depongono tutte le penne, e restano intorpiditi come le marmotte, i pipistrelli ed altri animali. Dunque i cuculi, dopo di essere stati ladri durante l’estate, diventano fuggitivi, o carcerati nell’inverno. — Il cuculo non si adatta a vivere nella schiavitù: preso adulto, a preferenza di vivere in una gabbia, muore di fame. Preso nel nido, mediante una speciale diligenza, si alleva; ma conserva sempre un fare sgradevole, ed un’indole stizzosa. Cosi stando le cose possiamo applicare al cuculo il proverbio: qualis vita, finis ita: la sua morte è l’eco della vita: vive da ladro, da assassino; e muore o di fame, oppure intorpidito in qualche buco, o trasmigrando dall’Europa in Africa, e viceversa. Ecco il modo vario sì, ma sempre infelice, col quale il cuculo termina la sua vita.

E tale precisamente sarà il modo col quale i ladri passeranno e termineranno la loro vita. Alcuni, /123/ sorpresi nel furto, nell’assassinio, perdono la vita sol luogo del delitto, come alcuni cuculi la perdono nel nido usurpato: altri scoperti ed inseguiti dalla giustizia umana, vanno in lontani paesi, dove passeranno giorni infelici, e faranno una morte da cane: altri cadono nelle mani della giustizia, e quai cuculi nascosti nei buchi durante l’inverno, vanno marcire in una prigione, in una galera; di là o non escono più, oppure ne escono bensì, ma per tornarvi presto, perchè come il cuculo non si addomestica, così il ladro non si corregge. Qualis vita, finis ita: il ladro vive coi delitti; ma la sua vita sarà amareggiata da continui timori ed affanni; e la sua morte sarà pessima, perchè la roba altrui non entra in Paradiso; ed egli parte per l’eternità con un peso enorme di roba rubata.

Vi piace, cari giovani, vedervi un giorno o l’altro inseguiti dai carabinieri; epperciò costretti o a fuggire di nascosto in lontani paesi; od a lasciarvi ammanettare, condurre in prigione, e fors’anche in galera, o sulla forca? Vi piace vivere e morire da ladro? Voi mi rispondete un no solenne: ebbene nè ora, nè per l’avvenire, non toccate mai la roba che non è vostra; perchè un furto ne chiama un altro: i furti piccoli diventano grossi; ed il giovane ladro nella sua prima gioventù, vivrà da ladro, e morrà da ladro. Ecco la grande ed importante verità, che vi fa conoscere il signor cuculo colla sua nascita, colla vita, e colla morte. E voi per mai dimenticarla, d’ora innanzi, quando sentirete il cuculo /124/ a cantare, dite così: non ti vedo, signor cuculo: ma ti sento e ti conosco; ladro sei nato, da ladro cresciuto, da ladro or vivi: ma da ladro un dì morrai. Non voglio esser cuculo tuo pari, ora che son piccolo, per non esser tuo pari per l’avvenire, cioè o un fuggitivo, o un prigioniero, o un galeotto, od un impiccato.

In alcuni paesi, i giovani quando vogliono dar la baia, far indispettire un compagno, un individuo qualunque, sogliono cantar da cuculo; si battono cioé la gola colla punta delle dita riunite della mano destra, ed intanto gridano cucu – cucu – cucu. — Questa consuetudine ebbe probabilmente origine dal fatto che il cuculo si fa sempre sentire, ma non si lascia quasi mai vedere: fatto che sembra dar la baia al cacciatore, perchè gli dice: son qui vicino, ma non ti temo: son cucu – cucu – cucu per le tue orecchie, ma non per la tua vista: contentati di sentirmi, e tienti le tue fucilate. — Secondo altri questa consuetudine ebbe origine dalla seguente favola.

Un cuculo, cantando sulla punta di una fronzuta quercia, era disturbato da un usignuolo che cantava nella riva sottostante. Per farlo tacere lo rimproverò chiamandolo un chiacchierone senza pari. L’usignuolo rimandò tosto l’accusa a chi l’aveva pronunziata, chiamandolo insipido d’orecchio, come era insipido di canto. Dopo alcune ingiurie vicendevoli dei due litiganti, il cuculo dalla punta della quercia vide che un asino stava per passar là sotto, e pensò tosto di approfittarne in suo favore. A questo fine disse /125/ all’usignuolo, per decidere la nostra lite ci vuole un terzo: e se così ti piace, la farà da giudice il primo che arriverà da noi. L’usignuolo che non aveva visto nulla, accettò la proposta. Dopo dieci minuti di aspettazione, ecco che comparisce l’asino, colle sue orecchie lunghe... Fermato dai litiganti, ed intesa la loro volontà, accettò l’incarico. Cantò allora l’usignuolo, e fece sentire una delle più delicate armonie. Quindi cantò il cuculo, e mise fuori cinque cucu – cucu... Il signor giudice crollò le sue lunghe orecchie, e poi disse: vista l’altezza da cui viene il canto del cuculo, e la conformità del medesimo col mio, si dichiara migliore di quello dell’usignuolo. — Pronunziata la sentenza, si dovette accettare: epperciò l’usignuolo si tacque, ed il cuculo continuando a cuculiare, diceva all’usignuolo: ti ho gabbato: tienti la realtà, ed io porto il nome di valente cantore.

In questa favola il cuculo inganna, e dà la baia all’usignuolo per mezzo di un asino: ed alcuni vogliono che di qui la voce del cuculo abbia principiato a prendersi come un mezzo per dar la baia, e far indispettire qualcheduno.

Comunque sia dell’origine di dar la baia cuculiando, è un fatto che in alcuni paesi vi è questa usanza; come pure è un fatto che il dar la baia, il far indispettire, arrossire gli altri in un modo, oppure in un altro, la è cosa molto frequente alla gioventù. E forse voi medesimi più volte avete dato la baia a qualche compagno, a qualche vecchio, a qualche individuo rinfacciandogli un difetto naturale, una /126/ mancanza, uno sbaglio; oppure dandogli dei titoli umilianti ed offensivi. E questo è sempre mal fatto. E male dar dell’asino, della bestia, dell’ignorante, del bigotto, dell’impostore, del boia, del sordo, del cisposo, del folle ad un vostro compagno; è male imitarlo nei difetti, per esempio nella balbuzie della parola, nei zoppicare, nel modo di ridere, di guardare: è male gridar dietro ad uno un soprannome, che lo offende, dar del bibi agli ubbriachi, della testa pelata ai vecchi, del corvo, sacco nero, tribecco ai sacerdoti... Insomma è male qualunque gesto, o parola la quale offende la persona a cui viene indirizzata. E voi, cari giovani, non fate i cuculi a questo riguardo, non date mai la baia, non deridete mai alcuno, perchè potrebbe capitare a voi, ciò che capitò ai giovani che beffeggiarono 2 Re 2,23-24 il profeta Eliseo. Mentre questo profeta da Gerico, si portava a Betel, uscirono da quella città alcuni fanciulli, o meglio birichini, i quali lo circondarono, e lo derisero dicendogli: vien su, o testa pelata; vien su, o calvo...! Eliseo si rivolse a quei fanciulli, e li maledisse nel nome del Signore. Ed il Signore approvò quella maledizione, poiché uscirono dal bosco due orsi, i quali sbranarono 42 di quei fanciulli. Voi lo sapete, le persone beffeggiate, di regola ordinaria, mandano maledizioni, imprecazioni ai beffeggiatori: sia pure che queste non abbiano l’effetto di quella di Eliseo; tuttavia non conviene mai provocarle perchè la derisione è un male anche quando il deriso non resta offeso. Dunque prendete la risoluzione di non cuculiare il /127/ vostro prossimo: ma piuttosto di mettere in pratica la massima di Gesù Cristo che dice: non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te.

Ecco, cari giovani, quali sono le lezioni del cuculo: fatene tesoro, ed io vi metto in libertà.

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Trattenimento XI

La colomba

La colomba.

Gli uccelli, considerati come nostri maestri simbolici, si distinguono in tre categorie. La prima comprende quelli che hanno istinti buoni e cattivi, misti /129/ insieme: la seconda quelli che li danno tutti cattivi: la terza quelli che li danno tutti buoni. I primi, che sono mollissimi, ci invitano alla pratica del bene, ed alla fuga del male: i secondi, che sono pochi, ci allontanano dal male: i terzi, che sono pochissimi, ci esortano a fare il bene. L’uccello che vi presento come maestro in questa scuola, la colomba, appartiene alla terza categoria. In essa tutto è simpatico, tutto è buono, e niente si trova di riprovevole. Ed io spero che voi, i quali attualmente siete innocenti come i colombotti, da questa scuola imparerete a diventare vere colombe per l’avvenire.

La colomba è nemica d’ogni immondezza, ed ama la pulitezza in sommo grado. Se cammina per terra, ed incontra melma, fango, o si ferma, o fa un salto, o un giro attorno, o prende il volo; ma non si imbratta i piedi. Se trova grano, miglio in mezzo ad immondezze, invece di andarvi raspar dentro, come fanno le galline, essa rinunzia a quel cibo, e passa oltre forse coll’appetito nello stomaco, ma colla sua pulitezza nel corpo. Se cade piccola pioggia, vola sul tetto, quasi per fare un po’ di bucato alle sue penne: se fa sole, le ripassa col becco, quasi le voglia pettinare, e spolverare. Se si tratta di far la scelta del luogo per fare il suo nido, preferisce sempre quello che è più mondo, ed attorno al medesimo non lascia le immondezze dei suoi colombotti. Insomma essa fa di tutto per conservarsi sempre pulita, e riesce nel suo intento, perchè realmente è sempre pulitissima da capo a piedi.

/130/ Cari giovani, se volete diventare col tempo uomini amanti della pulitezza, vere colombe, conservatevi puliti fin d’ora. Puliti nelle mani, nella faccia, nei capelli, in tutto il corpo: puliti nelle vestimenti, nella camicia, nelle scarpe: puliti in tutto. Per questa pulitezza vi basta un po’ d’acqua, un po’ d’attenzione nel divertirvi, nel mangiare, nel bere. Lavatevi adunque mattino e sera, ed anche lungo il giorno, se così occorre; pettinatevi sovente, non ravvolgetevi nella polvere, non sdraiatevi per terra. In tal modo osserverete la debita pulizia, la quale, mentre vi farà stimare da tutti, vi farà anche un bene riguardo alla sanità. Puliti come colombotti attualmente, sarete puliti come colombe per l’avvenire. Invece se voi lasciate crescere il sudiciume nella vostra persona; se avete le mani, la faccia, le vestimenta da spazzacamino, per l’avvenire sarete indolenti, trascurati in fatto di pulitezza, e farete una pessima figura nella società.

Puliti in quanto al corpo, dovete essere puliti anche in quanto all’anima, perchè anche l’anima si può sporcare, macchiare. E sapete che cosa è che insudicia l’anima? Non è l’inchiostro, o la pece, o il carbone, o il fango, o la polvere, od altra cosa che possa sporcare il corpo: l’anima vien macchiata da una cosa sola, dal peccato. Se esso è solo veniale, la macchia è piccola; ma se è mortale la macchia è bruttissima, e copre tutta l’anima. Attualmente voi non l’avete la macchia del peccato mortale sull’anima; però avete forse quella del peccato /131/ veniale. Questo vuol dire che siete puliti a sufficienza nell’anima, ma non perfettamente. Procurate d’ora innanzi di schivare non solo i peccati mortali, ma anche i veniali, almeno quelli che si fanno ad occhi aperti, avvertendo proprio che si fanno; perchè le macchie di questi peccati si allargano facilmente, fanno come quelle dell’olio sopra la carta, ed arrivano anche a coprire tutta l’anima, cioè a farvi commettere il peccato mortale.

Grande pulitezza esterna, grande pulitezza interna: ecco ciò che dovete fare per diventare simili alla colomba.

Dicono alcuni naturalisti che la colomba, a differenza di tutti gli altri uccelli, ed anche degli altri animali, non ha il fiele, il quale è la sede della bile, dello sdegno, della collera; di più è il simbolo della gelosia, perchè come il fiele è amaro, e rende amaro tutto ciò che tocca, così la gelosia rende amara tutta la vita del geloso. Sia poi vero, o non lo sia che la colomba manca del fiele, questo poco importa. Ciò che importa, e che è da tutti osservato, ed ammesso, si è che la colomba non rissa mai, non va in collera, non è gelosa. Il colombo alcune volte si dimostra indispettito, borbotta, si agita girando qua e là, e dà anche delle beccate: le galline, i gallinacci fanno ancora peggio: ma la colomba no: essa è sempre calma, tranquilla, e sempre si vede in lei scolpita la semplicità. L’ha scolpita nel modo di camminare, nel modo di far sentire i suoi gemiti, che partono non solo dal fondo della gola, ma proprio /132/ dal fondo dello stomaco; e specialmente l’ha scolpita negli occhi. La volpe ha uno sguardo torvo, irrequieto, vacillante: sembra che guardi da una parte, ed essa vede da un’altra: sembra che contempli le stelle, essa invece adocchia la preda per terra. E così è pure, dal più al meno, degli altri animali, perchè sono tutti dal più al meno, maliziosi, diffidenti. La colomba invece porta scolpita negli occhi la più grande ingenuità, e semplicità. Questa bella prerogativa comparisce anche nei cani, nei gatti, in tutti gli animali, ed anche negli uomini quando sono piccoli, bambini: ma coli’avanzarsi nell’età scomparisce in tutte le bestie, ed anche in quasi tutti gli uomini: però non scomparisce nella colomba. Per questo motivo Gesù Cristo, al quale stava molto a cuore che gli uomini fossero pazienti, tranquilli, mansueti, semplici, li mandò tutti a specchiarsi nella colomba, dicendo loro: procurate di essere semplici come la colomba: Matteo 10,16 estote simplices sicut columbae.

Ora, cari giovani, per essere voi veri colombotti al presente, e colombe per l’avvenire, sarà forse necessario che siate senza fiele anche voi? Niente affatto: perchè il fiele è bensì la sede dello sdegno, ma non porta necessariamente allo sdegno. Dunque tenetevi pure il fiele che tutti avete ricevuto dalla natura; ma non lasciatevi comandare da questo principio dell’ira; e voi sarete semplici come la colomba. Mi spiego. — Di quando in quando voi siete contrariati, le cose non vanno secondo il vostro desiderio: orbene in questa circostanza bisogna frenare /133/ la bile, lo sdegno: se non lo frenate voi venite rossi in faccia, vibrate sguardi minaceievoli come il serpente, prendete un fare impetuoso, fuorsennato; epperciò perdete la mansuetudine, la calma, la semplicità, e non siete più colombe. Medesimamente se voi guardate di mal occhio un fratello, un compagno, perchè è più buono, più studioso di voi; epperciò premiato, più amato dai genitori, dal maestro: oppure se voi trattate con diffidenza, con sospetto i vostri compagni, o superiori; se dite bugie, se vi offendete facilmente, se fate risi sardonici, date sguardi biechi, prendete un aspetto cupo, o fate altre cose consimili, voi assecondate il fiele, la bile, e perdete la semplicità. Invece se voi avete sempre la fronte serena, lo sguardo ilare, la verità sulle labbra; se siete affabili coi compagni, schietti coi superiori, pazienti nelle contrarietà, pronti a dimenticare le offese, voi avete la semplicità della colomba. E voi fortunati se avrete questa semplicità...! Essa vi rende carissimi a Gesù Cristo, il quale amava tanto i fanciulli appunto perchè erano semplici: carissimi anche ai compagni, ai superiori, a tutti, perchè questa prerogativa, quanto più è rara, tanto più piace a tutti. Dunque prendete la risoluzione di tenere in freno la collera, e di essere semplici di cuore, e di mente; semplici nelle parole, negli sguardi, nel gestire, in tutto il rostro portamento; ed io passo alla terza lezione che vi dà la colomba.

Nel trattenimento 8° vi diceva che Noè, per conoscere se la terra era già asciutta, aveva mandato /134/ il corvo fuori dell’arca. Quel corvo non ritornò piu pr il motivo che già sapete. E Noè sapete che fece? Ricorse al nostro maestro, Genesi 8,8 mandò cioè fuori la colomba. Questa avendo visto la terra coperta di melma, nè avendo trovato dove posare il piede senza imbrattarsi, ritornò presto nell’arca. Sette giorni dopo Noè rimandò fuori la stessa colomba: la terra era già alquanto asciutta, e la colomba avendo trovato dove posarsi senza pericolo di insudiciarsi, si fermò tutto il dì; ed alla sera ritornò nell’arca portando nel becco un ramo verde di olivo, quasi volesse dire a Noè: non ti stupire se mi sono fermata alquanto; l’ho fatto senza pregiudizio della mia pulitezza, perchè la terra è oramai ritornata allo stato di prima. Mandata fuori per la terza volta, non vi fece più ritorno, e Noè usci anch’esso dall’arca.

Cari giovani, il vostro parroco, dopo avervi insegnato le cose principali del catechismo, farà con voi ciò che Noè fece col corvo e colla colomba: esso li mandò fuori dell’arca; il parroco vi promuoverà per sempre alla comunione, e poi vi dispenserà dal catechismo solito a farsi nella piccola arca del vostro paese, cioè nella chiesa parrocchiale. Orbene se voi volete essere colombe, essere cioè sempre buoni, semplici, timorati di Dio, mondi dal sudiciume del peccato, dovete imitare l’esempio della colomba. Essa, la prima volta che fu licenziata dall’arca, vi ritornò subito, perchè non potè fermarsi senza pregiudicare la sua pulitezza; la seconda volta si fermò alquanto perchè trovò dove mettere i piedi sul sicuro; /135/ ma ritornò alla sera, perchè la notte poteva tornarle pericolosa. E voi fate altrettanto. Finché non siete promossi per sempre alla comunione, ritornate alla vostr’arca, alla chiesa, ogni domenica per assistere al catechismo, al canto del vespro, alla benedizione del SS. Sacramento: anzi, se potete, ritornate ogni dì per sentire, o servire la messa. Quando poi sarete promossi per sempre ritornate alla chiesa con frequenza sia per sentire le prediche, che per assistere alle funzioni sacre. Almeno ritornatevi ogni domenica per sentire la messa, e prendere parte alle altre funzioni, ed una volta al mese per accostarvi ai Santi Sacramenti. La colomba col primo ritorno che fu pronto vi raccomanda il ritorno settimanale alla chiesa; col secondo che ritardò d’un giorno, vi raccomanda il ritorno mensile ai Sacramenti. E voi l’asseconderete questa raccomandazione della colomba? frequenterete la chiesa parrocchiale? Nel caso positivo, con voi mi rallegro, e fin d’ora vi assicuro che la chiesa sarà per voi ciò che l’arca fu per quelli che vi erano dentro. L’arca li salvò dalle acque del diluvio; la vostra frequenza alla chiesa vi salverà dal diluvio degli scandali, che allagano il mondo; e voi sarete altrettante colombe che volerete sopra la melma del peccato senza restarne macchiati. Nel caso negativo, se cioè non frequenterete la chiesa, diverrete altrettanti corvi, come vi dissi, e vi spiegai nel Trattenimento 8°.

La colomba una volta era selvatica, vivea cioè alla aperta campagna come vivono attualmente gli uccelli /136/ in genere: essa però, fin da tempi antichissimi, fu addomesticala, come furono addomesticate le galline, le oche, le anitre, ed altri uccelli. Come domestica, la colomba ha due particolarità degne di essere notate. La prima è la velocità del suo volo: essa percorre 30 miglia all’ora; per conseguenza in ciò supera grandemente gli altri uccelli domestici, che hanno un volo sì pesante e tardo, che sembrano creati più per vivere sotto la custodia dell’uomo, che in libertà. La seconda è il suo affetto alla dimora, alla casa in cui si trova. Le galline, i gallinacci, le anitre stanno bensì abitualmente nella casa del loro padrone; ma si lasciano trasportare altrove, e cambiano domicilio con indifferenza: la colomba invece, trasportata anche a grande distanza dalla sua dimora, vi fa sempre ritorno: così che per farle fare san Martino, cioè cambiar domicilio, col suo padrone, bisogna servirsi di alcune industrie. Ecco le due particolarità della colomba domestica: è la più veloce nel volo, e la più affezionata alla sua dimora di tutti gli altri uccelli domestici: particolarità che si fanno contrasto, perchè la prima la porta ad amare la libertà, senza pericolo di mancar di cibo; la seconda la rende schiava del suo domicilio. Gli uomini, in vista di queste due particolarità della colomba, si servirono di essa come di un mezzo postale; e ciò specialmente nel tempo d’assedio. Gli assediati trovano modo di portar fuori alcune colombe: quando vi è una notizia importante, la scrivono sopra un pezzettino di carta; ne fanno /137/ un rotolo; lo attaccano alla gamba della colomba, e per le danno il volo. Questa in un momento si trova nella colombaia d’onde fu tolta, e porta colà la notizia, che è aspettata dagli interessati. Con questo mezzo nella guerra del 1870 e 1871 tra la Prussia e la Francia, i francesi assediati dentro Parigi, ricevettero 57 dispacci da quelli che erano fuori della città assediata. Lasciate che gli uomini utilizzino in questo modo la velocità del volo, e l’affetto al suo domicilio della colomba; e voi, cari giovani, servitevene per mettere nei vostri cuori l’affetto della colomba alla vostra casa. Lo so, la vostra vivacità, il vostro brio, la voglia di divertirvi, vi invitano a lasciare la casa dei vostri genitori, per portarvi sulle vie, sulle piazze, per la campagna, nei paesi vicini, ed anche lontani, come la velocità del volo invita la colomba ad emanciparsi dal suo padrone; ma, come la colomba preferisce la schiavitù del padrone alla libertà, così voi preferite il ritiro nella vostra casa al piacere che vi promette il girare qua e là; perchè facendo i girovaghi incontrate molti pericoli; in casa siete al sicuro. Se la colomba, fidandosi delle sue ali, abbandonasse il suo domicilio, non tarderebbe a mancar forse di cibo, e sarebbe certamente presa di mira dai cacciatori: stando invece col suo padrone, si assicura il cibo, e la vita; dunque essa fa bene a preferire la schiavitù alla libertà. E non altrimenti è di voi: se fate i girovaghi, diverrete vittima di qualche scandalo, di qualche compagno cattivo: stando ritirati in casa sarete al sicuro, ed /138/ avrete il buon esempio dei fratelli, che vi aiuteranno a farvi buoni, e laboriosi. Ma non vuole che usciamo mai di casa? No, non è questo che io voglio da voi. La colomba non sta sempre nel suo domicilio; se ne allontana in cerca di cibo; ma non si ferma di più del necessario; ma non perde l’affetto alla casa del padrone alla quale ritorna volentieri al più presto possibile. Cosi anche voi potete uscire da casa per andar fare una commissione, per andare alla scuola, in chiesa, a lavorare, ed anche per divertirvi qualche poco: ma non devote mai fermarvi troppo; dovete sempre ritornare a casa volentieri appena avete terminato le vostre faccende, ed arriva l’ora fissata dai vostri genitori per il ritorno. Ecco ciò che dovete imparare dalla colomba come domestica: grande affetto alla casa dei vostri genitori; grande affetto al ritiro, e sì grande da preferirlo alla libertà, alla voglia di girovagare qua e là. Imparate questa lezione; mettetela in pratica ogni giorno, specialmente alla domenica, ed il vostro ritiro in casa diverrà un gran mezzo per essere sempre vere colombe in fatto di semplicità, di bontà, di mondezza da ogni lordura di peccato.

Il Signore mandò gli uomini alla scuola degli uccelli in genere: Matteo 6,26 respicite volatilia coeli: più volte li mandò alla scuola di qualche uccello in particolare, come ha fatto per esempio della passera solitaria, del pellicano, della colomba, e di molti altri. E questo è certamente un onore per gli uccelli... Essere proposti da Dio come modelli di virtù agli uomini... /139/ Dovete però notare che la colomba ricevette da Dio un onore unico a questo riguardo: essa cioè fu proposta da Dio non solo qual modello di virtù, come molti altri uccelli; ma fu proposta come Matteo 3,16 Marco 1,10 Luca 3,22 Giovanni 1,32 simbolo dello Spirito Santo, terza persona, della SS. Trinità: Quando Gesù Cristo ricevette il Battesimo di penitenza dalle mani del Battista, lo Spirito Santo discese sopra di lui, e si fece vedere sotto la forma di una colomba: sub columbae specie: ed ecco come realmente la colomba fu prescelta come simbolo di Dio medesimo; cosa questa che non fu fatta di alcun altro uccello. E notate qui che la colomba non vien meno a questo suo nobile ufficio simbolico: essa colle sue qualità istintive rappresenta benissimo lo Spirito Santo nelle relazioni che ha con noi. E sentite in qual modo.

La colomba non posa il suo piede, non si ferma in mezzo alle immondezze: lo Spirito Santo non entra, non si ferma nelle anime macchiate dal peccato mortale. In queste anime abita il demonio, ma non lo Spirito Santo; come nei luoghi sucidi abitano alcuni uccelli, ma non la colomba. La colomba è timida, si spaventa facilmente, epperciò essa fogge anche dalla sola ombra dei pericoli. Lo Spirito Santo comunica alle anime, nelle quali dimora il tanto timor di Dio: timore che le tiene lontane non solo dal peccato, ma anche dai pericoli di peccare. La colomba è semplice, mansueta, epperciò è sempre affabile, tranquilla. La dolcezza, la semplicità, la mansuetudine che vediamo nelle anime pie, sante, /140/ è tutto frutto dello Spirito Sesto» che rive dentro di loro. — La colomba spicca dei voli rapidi, sublimi, e resiste per lungo tempo. Lo Spirito Santo porta le anime a spiccare voli sublimi verso il cielo, verso la perfezione cristiana, e dà loro la forza necessaria per superare gli ostacoli che sono inseparabili dalla pratica del bene. — La colomba è innocente, non ha malizia alcuna, come hanno tanti altri uccelli. Non mancano anime senza malizia, innocenti come colombe. Chi le conservò tali? Lo Spirito Santo dimorando in loro colla sua grazia, coi suoi doni. — Come vedete adunque, la figura corrisponde col figurato: la colomba è il vero simbolo di quanto fa lo Spirito Santo riguardo a noi. Per conseguenza è giusto che essa sia stata prescelta qual simbolo dello Spirito Santo; è giusto che i pittori con una colomba rappresentino questo Spirito Divino, che vivifica le nostre anime.

Cari giovani, come la colomba fu l’unico degli uccelli che ebbe l’onore di rappresentare Dio medesimo; così noi cristiani siamo i soli tra gli uomini, che abbiamo l’altissimo onore, la sublime dignità di essere, non simboli, non figure, ma vera casa, vera abitazione, vero tempio del vero Iddio, dello Spirito Santo. Questo Dio entrò nel nostro corpo, prese possesso della nostr’anima nell’atto che abbiamo ricevuto il Battesimo. Col Sacramento della Cresima perfezionò questo possesso: così che noi siamo la casa del nostro Signore: 1 Cor 3,16 templum Dei estis: et Spiritus Sanctus habitat in vobis.

/141/ Questo è per noi un grande onore: onore a cui fummo sollevati dal battesimo, dalla Cresima; e che non possono avere coloro che non hanno ricevuto questi due sacramenti. Ma quest’onore non l’abbiamo perduto? Distinguo: chi non ha commesso il peccato mortale, non l’ha perduto: fu sempre tempio vivo dello Spirito Santo. Ma chi ha peccato mortalmente, ha costretto lo Spirito Santo a partire dal suo cuore; perchè, come la colomba non si ferma fra le immondezze, così lo Spirito Santo non dimora nelle anime macchiate dal peccato mortale. Io spero, cari giovani, che nissuno di voi sia incorso in questa disgrazia: dunque voi avete lo Spirito Santo nel vostro corpo, nella vostr’anima: la è questa una grande fortuna per voi; procurate di conservarla fino al termine di vostra vita. E per conservarla ricordatevi che lo Spirito Santo si fece simboleggiare dalla colomba, e con questo ci dice che Egli si ferma volentieri, trova le sue delizie in chiunque ha le qualità della colomba; ha cioè il cuore mondo, mansueto, semplice, paziente. Conservate sempre tale il vostro cuore, e voi sarete colombe fino alla morte; e come la colomba rappresenta lo Spirilo Santo, così voi sarete sempre tempio del medesimo Spirilo Divino, e così terminerete una vita di pace, che vi guadagnerà la felicità eterna.

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Trattenimento XII

Il torcicollo

Il torcicollo.

Il nome di alcuni uccelli diventò il soprannome di alcuni uomini. Per esempio, chi vuol fare bella /143/ figura, o si crede di farla nel vestire, nel parlare, suol chiamarsi un pavone: chi è brutto deforme di faccia, suol chiamarsi un gufo: chi canta bene, un usignuolo; chi è ciarlone, una gazza: chi ha ingegno sublime, un’aquila: e chi finge di essere buono, senza esserlo, un torcicollo, che è l’uccello, il quale vi si presenta come maestro. La lezione che sta per darvi non è lunga; ma molto importante, e fa proprio per voi, perchè se è vero che vi sono dei torcicolli anche fra gli adulti, e che anche questi danno del torcicollo ad altri; è vero altresì che questo capita specialmente nella gioventù, la quale sovente dà del torcicollo ai compagni, e non dirado fa il mestiere del torcicollo. Il maestro essendo laureato per voi, dovete sentirlo volentieri.

Il torcicollo ha una bellezza sola, e questa consiste nelle vaghe ed irregolari chiazzette di cui sono tempestate le sue piume. Il suo cibo principale sono le formiche, che raccoglie tanto lungo il tronco degli alberi, quanto nei loro formicai. Nel primo caso, esso si attacca all’albero come un picco, colla differenza però che invece di correre lungo il tronco, vi sta fermo verticalmente anche per lungo tempo; sembra che voglia fare il testamento, esso invece raccoglie le formiche che vanno e vengono lungo il tronco dell’albero. Nel secondo caso esso dimostra una bella astuzia per fare dei grossi bocconi con piccole formiche. Trovato cioè un formicaio, vi getta dentro la sua lingua quasi rotonda, e molto lunga. Le formiche credendola un verme, vi si attaccano, /144/ la mordono colla speranza di fare un buon pasto; ma s’ingannano, poiché il torcicollo, quando si sente la lingua coperta di formiche, la ritira, e le formiche invece di mangiare, restano mangiate, cinque, dieci, ed anche più insieme. — Gli istinti poi più rimarchevoli del torcicollo sono due. Il primo è una specie di sibilo. Se trovate la sua nidiata nei crepacci degli alberi, disturbate in qualche modo i piccoli torcicolli, e voi sentirete a partire da loro un sibilo finissimo, simile al fischio dei serpenti insieme attorcigliati, e che incute paura. Il secondo istinto è quello che gli diede il nome di torcicollo, e consiste in ciò. Di quando in quando, specialmente quando vien disturbato, o irritalo, senza muoversi dal luogo, fa girare il collo come fosse una serpe, e nel medesimo tempo rovescia la testa sulla schiena, ora chiude, ora apre gli occhi, arriccia le piume del capo, ed allarga le penne della coda. In tal posizione ha un aspetto così strano, che vi ha da ridere, e da aver paura nel medesimo tempo: aspetto che non si vede in altri uccelli; e gli procurò il nome di torcicollo.

Cari giovani, se voi considerate la condotta dei vostri compagni nella scuola, in chiesa, nel tempo della preghiera, alla presenza dei genitori, dei superiori, ne trovate certamente alcuni, che rassomigliano al torcicollo. Tengono essi le mani congiunte, le ginocchia piegate; il collo un po’ torto a destra, od a sinistra; gli occhi ora chiusi, ora spalancati, e fissi in una immagine, in un crocifisso, verso il /145/ cielo; intanto mandano sospiri, gemono, pregano. Altre volte stanno immobili, come statue, dinanzi ad una persona; fanno attenzione a quello che si dice, o si fa: non osano girare gli occhi qua e là, sembrano insomma torcicolli attaccati ad un albero. Non è forse vero che vi sono dei giovani che fanno così? Voi mi rispondete che sì, e forse volete fare il nome a qualcheduno. Ebbene ditemi ancora, come chiamate voi questi vostri compagni? Vi veggo a sorridere, e vi sento a rispondere: torcicolli...! Ma dando questo titolo ai vostri compagni fate voi bene, oppure fate male? Può essere l’una cosa e l’altra: io mi spiego, e voi attenti a capirmi.

Il giovane, che voi chiamate torcicollo può essere buono, timorato di Dio, e può anch’essere cattivo, ipocrita, impostore. — Se è buono non dovete stupirvi del suo atteggiamento esterno, perché l’amor di Dio, la stima che ha della preghiera, della pietà, della messa, della comunione, del maestro, dei superiori, dei genitori, gli fanno prendere, senza che se ne avvegga, l’atteggiamento divoto, raccolto, rispettoso che manifesta, ogni volta che prega, che fa opere di pietà, che sta in chiesa, nella scuola, dinanzi ai superiori. In lui l’atteggiamento da torcicollo, ben lungi dall’essere una finzione maliziosa, è uno sfogo, una manifestatone naturale e del suo interno, come è naturale al torcicollo il suo atteggiamento caratteristico: anzi è un gran mezzo per conservare ed accrescere la sua pietà, è l’espressione, il linguaggio della sua bontà. E chiamare un /146/ giovane tale col nome di torcicollo, starà bene? Tutt’altro: questo nome lo fa comparire impostore, ipocrita, mentre egli non è tale; dunque gli getta sulle spalle il manto della calunnia, che è peccato gravissimo. — Saranno molti o pochi i giovani, che sono buoni in realtà sotto l’atteggiamento del torcicollo? Io non posso saperlo: so però che ve ne sono certamente. E voi non dovete chiamarli torcicolli; piuttosto chiamateli San Luigi, Santi Stanislai. Angeli in carne, modelli della gioventù: amateli, frequentateli, date ascolto ai loro consigli, specchiatevi nel loro buon esempio, ed imitateli sia nella bontà interna, che nell’atteggiamento esterno. Non sono torcicolli per ipocrisia; ma torcicolli per bontà, epperciò degni della vostra stima, ed ammirazione, e non del vostro disprezzo; come non dev’essere disprezzato il torcicollo perchè fa quello che è, cioè il torcicollo.

Qualora poi il compagno, a cui avete dato il nome di torcicollo, sia cattivo internamente, e faccia tutti i suoi gesti da torcicollo unicamente per comparire, farsi credere buono, divoto, diligente dai superiori, voi chiamandolo torcicollo gli avete dato il suo nome, perché torcicollo vuol dire impostore, ipocrita, ed egli è tale. Eh pur troppo che non mancano dei giovani i quali son veri torcicolli...! Cosa mai...! Molti giovani sono cattivi; non hanno voglia di prestudiare, di andare in chiesa, d’ubbidire ai genitori. Quindi è che, quando non sono sorvegliati, giuncano, bestemmiano, ne fanno di tutti /147/ i colori. Ma colla cattiveria essi hanno anche il desiderio di piacere ai superiori, e siccome per piacer loro debbono esser buoni, alla loro presenza fingono d’avere la bontà che non hanno, fanno cioè gesti, sospiri, smorfie come fossero santi; e così diventano san torcicollo. Tenetelo bene a mente, cari giovani; chiunque è cattivo in realtà, e finge una esteriore pietà, per comparire, farsi credere buono, e così guadagnarsi la stima degli altri, qualunque sia il modo con cui cerca di comparire buono, costui è un ipocrita, un impostore, un vero torcicollo. Come pure sarebbe un torcicollo chi fosse buono abbastanza, ma alla presenza degli altri sta più divoto di quanto ne abbia voglia, per farsi credere più buono di quanto lo sia in realtà. — Ora, sarà ben fatto dire del torcicollo a questi individui? No, questo non vi bene: e non va bene sia perchè nissuno può sapere chi si merita questo titolo, e chi no: sia perché questo titolo offende anche chi se lo merita. Dunque non date mai del torcicollo a nessuno; ma specialmente non fate gli impostori, i torcicolli voi medesimi, perchè questo è un brutto mestiere.

Un giorno entrava in una chiesa stipata di gente un uomo, il quale portava sulle spalle un ampio mantello, che nella parte dinanzi aveva due maniche per ricevervi le braccia. Queste braccia erano sostenute da una interna armatura in modo che stavano sollevate sul petto, e comparivano colle mani giunte, come fossero braccia di chi prega divotamente. Chi era quest’uomo? Era un tiraborse...! Facendo /148/ pressa sulla gente, lentamente cercava di passare fra la calca: col suo atteggiamento raccolto, divoto allontanava ogni sospetto sul suo conto: ed egli mentre le mani finte pregavano sostenendo una corona, colle mani di carne di soppiatto frugava nelle saccoccia altrui, e prendeva quanto vi trovava. Che pessimo uomo era quel tiraborse...! Servirsi della chiesa, di un atteggiamento divoto per rubare...! E che pessimo giovane è mai l’ipocrita, il torcicollo...! Egli si serve di un atteggiamento divoto per comparire buono, e così ruba una stima che non si merita...!

Ma ho detto male, ruba una stima; dovevo dire cerca di rubare; perchè non sempre riesce nel suo intento. Eh sì, cari giovani, i superiori non sono minchioni; essi sanno discernere tra il vero ed il finto, e tardi o tosto scopriranno il giovane ipocrita, ed allora? Allora sarà di lui ciò che è del torcicollo. Esso dimenando il collo, arricciando le piume, chiudendo ed aprendo gli occhi, crede di fare chissà qual grande impressione in chi lo guarda: ma costui, se non è minchione, non si lascia impressionare che per dire: ecco là un torcicollo! Non altrimenti il giovane ipocrita, scoperto come tale, invece di rubare la stima dei superiori, si fa chiamare col brutto nome di torcicollo; e così invece di guadagnare, egli perde. Dunque non conviene fare l’ipocrita, perchè l’ipocrita facilmente vien conosciuto, e così perde quello che cerca. Ed anche supposto che egli arrivi ad ingannare gli altri facendosi credere buono, che cosa guadagna? Un po’ di stima, un elogio, un /149/ premio di buona condotta: ma questo solamente dagli uomini, e mai dal Signore, il quale vede nell’interno, e dice all’impostore, guai a te! hypocritis (da correggere in hypocritae) Matteo 23,14 e sgg. sepulcra (da corr. in sepulchra) dealbata Matteo 23,27 vae hypocritis! Tu sei un sepolcro imbiancato: sepulcra dealbata. Capite, cari giovani, il senso di queste parole? Con esse il Signore dice all’impostore: guarda il sepolcro di un ricco proprietario: esso, esternamente è ornato di marmi, di miniature, di dipinti; la sua pulitezza, e simmetria merita una breve fermata per poterla osservare. Ma fa d’una cosa; alza su quella pietra che lo copre, entravi dentro, e guarda. Che vedi? Un brulicume di vermi schifosi, serpi, rospi, lucertole. Che senti? Un odore, una puzza soffocante ed un brivido che ti scuote da capo a piedi, e ti costringe ad uscirne fuori pieno di raccapriccio. Che differenza tra l’esterno e l’interno di questo sepolcro...! E la differenza che vi è in te, o giovane ipocrita. L’ipocrisia ti fa comparire buono, divoto, mezzo santo in faccia ai compagni, ai superiori: ma la tua cattiveria, i tuoi vizi, i tuoi peccati ti rendono schifoso, un diavoletto internamente. Ecco ciò che dice il Signore all’ipocrita, il quale arriva a farsi credere buono, mentre non è tale. Vi piace, cari giovani, essere simili ai sepolcri imbiancati? Vi piace sentirvi a dire dalla bocca di Dio: guai a voi? No: Ebbene non fate gli ipocriti, perchè il Signora non si inganna, e le sue minacele hanno sempre il loro effetto.

Il Signore chiama i torcicolli sepolcri imbiancati; ed io, se avessi da impor loro un secondo nome, /150/ vorrei chiamarli moneta falsa. — Attualmente il nostro governo ha messo in corso la carta al posto dell’oro e dell’argento; e questa carta si chiama monetaria. I malfattori, aguzzando la loro industria, arrivano ad imitare assai bene i biglietti governativi; ne fabbricano in grande quantità, e li spacciano per due, cinque, dieci, cento, mille lire. Ma quanto valgono? Niente: perché sono biglietti falsi, che rassomigliano bensì ai veri, ma non lo sono. I minchioni che non li conoscono, li ricevono in pagamento; e così questi biglietti possono passare in corso per qualche tempo. Ma tardi o tosto vanno nelle mani di un banchiere, di un individuo che discerne il vero dal falso, ed allora perdono il loro valore, non valgono neppure un centesimo. E se viene scoperto colui che ha fatto quella carta-moneta falsa, andrà in penitenza in prigione per molti anni

L’ipocrisia rende l’ipocrita una moneta falsa: la sua divozione esterna gli scrive sulla fronte: giovane buono: i suoi peccati gli stampano sul cuore: impostore, divoto falso. Forse qualcheduno può restare ingannato, e tenere l’ipocrita in conto di buono: come alcuni prendono per buoni i biglietti falsi. Ma gli esperti, ma Iddio lo tengono per quello che è; cioè per un torcicollo; e come tale lo disprezzano. Anzi, come chi spaccia biglietti falsi, se viene scoperto, vien condannato a gravissime pene: così l’ipocrita, che fa della sua persona un biglietto falso, se non si emenda, in vita sarà condannato alla perdita della stima di chiunque lo conosca come ipocrita; /151/ e dopo morte sarà da Dio condannato alla pena eterna all’inferno.

Così stando le cose riguardo al giovane torcicollo, io conchiudo la scuola del suo omonimo e maestro alato, e vi dico: Cari giovani, se siete buoni, docili, fervorosi, sfogate esternamente pure la vostra pietà col raccoglimento, con sospiri, con sguardi, con gemiti; queste esteriorità per una parte vi aiutano a conservare, ed aumentare il vostro fervore: per l’altra parte danno un buon esempio ai vostri compagni. Se siete cattivi, viziosi, trascurati, indolenti nella pietà, non cercate mai di mettervi sulle spalle il manto dell’ipocrisia col gestire da torcicollo, piuttosto lasciatevi conoscere cattivi quali siete, perché questa cognizione metterà nelle mani dei superiori, dei genitori un mezzo per farvi diventar buoni, quali dovreste essere: e quando sarete buoni, vi do licenza di fare i torcicolli, perché allora questo modo di agire non sarà più un’ipocrisia, ma una semplice lodevole manifestazione della vostra pietà e divozione

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Trattenimento XIII

L’usignuolo

L’usignuolo.

I maestri di scuola, quando sono invitati a dare il loro giudizio degli allievi son soliti a pronunziare più volte la parola, primo. Il tale è il primo per ingegno ma sa poco, perchè è pigro, indolente: il tale è il primo per applicazione allo studio, fa tutto che può: il tale è il primo per diligenza, ed attenzione nella scuola: il tale è il primo per ciarlare, disturbare, correre... E così di seguito. Esso /153/ trova negli allievi diverse qualità, che li fanno primeggiare sui compagni. È però raro il caso che egli trovi nel medesimo allievo il primato sui compagni, sotto ogni rapporto, tanto fisico, che morale, ed intellettuale. — Questa cosa la trovo anch’io negli uccelli. L’aquila è il primo degli uccelli per la forza: lo struzzo è il primo nel correre; percorre 17 miglia in un’ora: il pappagallo è il primo nel pronunziare parole: altri uccelli sono i primi per altri riguardi; e quello che ora si fa vostro maestro, l’usignuolo, è il primo nel canto. Da ciò si vede che anche gli uccelli sovrastano gli uni agli altri, chi per una qualità e chi per un’altra: non se ne trova però alcuno che sia il primo di tutti sotto ogni rapporto. Precedentemente avete già sentito le lezioni del re degli uccelli nella forza, e quelle del re nella parola: ora sentite quelle del re nel canto.

L’usignuolo è un uccello migratore: sta con noi nella primavera e nell’estate; l’autunno e l’inverno va passarli nell’Asia e nell’Africa. Gli altri uccelli migratori, di regola ordinaria, viaggiano molti insieme: l’usignuolo invece ama tanto la solitudine, che sta solo non solamente nei luoghi della sua di mora, ma da solo fa altresì i lunghi viaggi di emigrazione. Parte da solo, viaggia da solo, ed arriva da solo. — Quest’amore che l’usignuolo porta alla solitudine, sta bene anche in voi, cari giovani. Sì, amate anche voi il ritiro nella vostra casa, nell’oratorio, nella chiesa, nella scuola. In questi luoghi fate sempre qualche guadagno: invece mischiandovi /154/ colla turba di altri compagni, girovagando per le piazze, per la campagna, fate sempre qualche perdita. Una volta perdete la carità colle risse: un’altra il danaro col giuoco: un’altra l’innocenza col peccato... Ad esempio adunque dell’usignuolo, preferite il ritiro, la solitudine alla frequenza di compagni non sempre tutti buoni.

L’usignuolo non presenta alcuna bellezza speciale ai nostri occhi: ne presenta però una ammirabile, stupenda e carissima al nostro orecchio.. È delicato il canto della passera solitaria; è toccante quello del cardellino, del canarino, del verdone, della capinera: ma questi canti posti a confronto di quello dell’usignuolo, non sono altro che note, lettere dell’alfabeto, della scala musicale che è tutta sua propria. Quest’uccellino coi suoi gorgheggi svariatissimi, coi suoi forti colpi di gola, coi suoi strilli penetranti, riunisce tutte le note, tutto l’alfabeto musicale, e fa sentire un canto si melodioso, e dilettevole, che senza contestazione, da tutti vien proclamato re dei cantori alati; e possiam dire altresì, re di tutti i cantori, perchè nissuno, senza eccettuare neppure gli uomini, arriva ad eguagliare, e tanto meno a superare l’usignuolo nella melodia del suo canto.

Re degli uccelli canori, l’usignuolo è un re generoso: esso ci solleva di giorno, cantando dal mattino alla sera: ci solleva di notte, cantando dalla sera al mattino: è il vero cantore instancabile. Gli altri uccelli cantori, cantano un poco, e poi fanno lunghe pose: cantano di giorno; ma neppur uno /155/ canta di notte. L’usignuolo invece, dopo averci rallegrali per lunghe ore durante il giorno, allo spuntare, anzi nel cuore della notte, mentre il cupo silenzio delle tenebre non è interrotto che dal lamentevole grido del gufo, dagli strilli ingrati della civetta, e dal gracidare della rana, esso fa sentire il suo canto melodioso; canto che ravviva la natura sepolta nelle tenebre, e rallegra l’uomo, che da lontano, quasi estatico, tende il suo orecchio, e dice, bene, bravo, ad ogni sua canzonetta.

La melodia del canto non di rado priva l’usignuolo della sua libertà, e lo costringe a vivere schiavo dell’uomo, che per sentire il suo canto se lo tiene in casa dentro una gabbia. Ed anche qui l’usignuolo si dimostra re generoso, perchè, esso continua a cantare nella sua prigione, anzi aumenta il suo canto, perchè allo stato di libertà canta solo da aprile alla metà di luglio; nella gabbia canta per otto mesi intieri. Di più esso si dimostra sensibile ai suoni, che impara e ripete; sensibile al suo padrone, che saluta quando gli si avvicina, e tosto rallegra intuonando una canzonetta. Quante belle qualità in questo uccelletto, re dei cantori...! Peccato che in lui si trovi pure un difetto...! E questo sapete qual è? Il difetto che domina generalmente nei re, nei ricchi, nei potenti di questa terra, cioè l’orgoglio, la superbia, che lo portano alla gelosie, all’invidia, ed anche alla morte.

Per vedere questo difetto nell’asignaolo fate così. Avvicinatevi alla sua gabbia, fate attenzione, sorridete /156/ dete al suo canto, ed egli canterà tosto a tutta gola. Fategli sentire un canto dolce e delicato, una musica col flauto, col clarinetto, col violino, e lo vedrete da prima a fare rapidi salti nella sua gabbia, quasi voglia scuotere le sue forze; e poi darsi una scossa ed intuonare la sua canzone, che non finisce finché non cessa la musica. Se poi gli mettete vicino un canarino, un fringuello, od altro uccello valente cantore, allora crescono al sommo e la sua agitazione, ed i suoi sforzi nel canto. — Queste cose concordano nel manifestare nell’usignuolo una gran voglia di fare bella figura, di incontrare il gradimento di chi lo sente, anzi di sovrastare agli altri col suo canto. E fin qui io non trovo nulla a dire contro di lui, perché i suoi sforzi son frutto di emulazione; e l’emulazione, il cercare cioè di occupare i primi posti superando gli altri nei meriti, è cosa buona e lodevole. — Ma dovete sapere che l’usignuolo non si ferma qui; perchè se il suo competitore, l’uccello per esempio che gli canta vicino, non si dà per vinto col tacere, allora esso gonfia il gozzo, prende un aspetto furioso, e manda fuori strilli e garriti, coi quali dice abbastanza chiaro al competitore: o taci... o altrimenti... E se il competitore non tace, allora esso diventa melanconico, scoraggiato, ed alcune volte ben altro di peggio.

Racconta il Buffon che un usignuolo, mentre una valente cantatrice cantava vicino alla sua gabbia, da prima fece molti sforzi per superarla nella melodia, e farla tacere; in seguito, non tacendo la cantatrice, /157/ fece un atto di dispetto, e cadde morto. — Di un altro usignuolo racconta lo stesso naturalista che, quando gli si metteva vicino un canarino, e questo disponevasi a cantare, esso mandava fuori dalla gola garruli sì minaccievoli che gli imponeva silenzio. E questa condotta che cosa manifesta nell’usignuolo? Manifesta evidentemente esservi in lui una buona dose di superbia, e di gelosia. Sì, l’usignuolo è superbo, ed invidioso: esso è tale non v’ha dubbio, per istinto; ma questo non lo libera da un giusto biasimo, che oscura la sua valentia nel canto.

Cari giovani, la storia dell’usignuolo mi richiama alla mente una consuetudine che so esservi in alcuni paesi. Colà quando vuolsi rimproverare un giovane, gli si dice: Ah.., brutto usignuolo, ..! Ah... usignuolo...! Non saprei dirvi a qual difetto si riferisca questo rimprovero; so però che fra i giovani vi sono due sorta di usignuoli: cioè usignuoli brutti, ed usignuoli belli. Probabilmente di cotali usignuoli ve ne sono anche tra di voi, dunque io debbo spiegarmi, e voi procurate di capirmi.

Il tal giovane nella scuola riscalda sempre il banco dell’asino; in casa, nella bottega, in campagna, non sa fare i lavori che fanno benissimo i suoi fratelli, i suoi compagni, forse più giovani di lui. Posto a confronto degli altri, egli ne resta al disotto per ogni riguardo. Però egli canta due canzoni: una colla bocca: l’altra colla mente. Volete sentirle? Io, dice il nostro giovane, se studiassi ne saprei più di tutti: per ingegno, per memoria non temo alcuno: /158/ *** per forza ancora meno: ho rissato col tale, di tanto più alto di me, ma l’ho fatto cedere, e non andò pentirsi a Roma delle botte che ha preso. Non è per dire, ma io... Eh io...! Io qui... io là...! E che cosa è questo modo di parlare in bocca ad un giovane quale è il nostro? È una canzone da usignuolo, ma da usignuolo brutto. È canzone da usignuolo, perchè l’usignuolo si crede il primo dei cantori, ed il nostro giovane si mette sopra tutti i suoi compagni: è canzone da usignuolo brutto perchè l’usignuolo si gloria di un primato che ha, ed il nostro giovane si gloria di prerogative che non ha. Dunque ditegli pure: Ah... brutto usignuolo...! chè bene gli sta.

Questa prima canzone del nostro giovane invece di giovargli a qualche cosa, gli tira sul capo il disprezzo di tutti, ed egli vien posto nell’angolo della dimenticanza, mentre i suoi compagni son lodati, esaltati, ed anche premiati. Questa cosa gli sembra ingiusta, epperciò nel suo cuore egli sente una rabbia, uno sdegno contro dei compagni esaltati, vorrebbe vederli umiliati, castigati... E questa rabbia, questo sdegno, questo desiderio sapete che sono? Sono tre note della seconda canzone dei nostro giovane; canzone interna, canzone dell’invidia, della gelosia: canzone per conseguenza che lo rende un brutto usignuolo, perchè fa vedere in lui la gelosia dell’usignuolo, senza averne il pregio. Basti ciò per farvi conoscere l’usignuolo brutto, e passiamo a cercare l’usignuolo bello.

Quel giovane che voi conoscete, è ricco di belle /159/ qualità; ha un ingegno svegliato; si applica allo studio, al lavoro con grande impegno; è buono, adempisce con puntualità tutti i suoi doveri. Per questo motivo egli occupa i primi posti fra i suoi compagni, ed entra nei numero dei beniamini per i superiori. Se un compagno cerca di superarlo in qualche cosa, egli aumenta i suoi sforzi per non restargli dietro, però lo ama e lo stima. Che dire a questo giovane? Io lo lodo, come lodo l’usignuoloche canta bene, e cerca di cantar più bene di tutti gli altri uccelli. L’ingegno, le buone qualità son doni del Signore; i suoi sforzi per non restar dietro ai compagni sono frutto di emulazione bene intesa, e l’emulazione è cosa lodevole. Dunque il nostro giovane continui pure nella via intrappresa: egli è usignuolo per ingegno, ed emulazione.

Però, mentre lodo questo giovane, devo anche dirgli: sta attento contro il difetto dell’usignuolo. Esso canta bene, ma sa di cantar bene; e sapendo ciò cantando si gonfia la gola, cioè si insuperbisce, e la superbia lo porta all’invidia dei suoi competitori. E tu se ti glorii delle tue buone qualità, quasi fossero cosa tua, se ne meni vanto, li gonfii, e ti sollevi sopra i tuoi compagni, tu prendi la superbia dell’usignuolo. Se poi ti contristi, guardi di cattivo occhio i compagni che ti fanno ombra coi loro meriti, tu prendi inoltre l’invidia dell’usignuolo; e così diventi un usignuolo per superbia e gelosia. Non sei un usignuolo brutto, perchè sei ornato dei pregi dell’usignuolo: ma sei un usignuolo, bello se vuoi, ma /160/ usignuolo, perchè dell’usignuolo hai la superbia e la gelosia.

Ora, se è usignuolo brutto, quel giovane che si gloria di pregi che non ha; se è usignuolo bello quello che si gonfia, si invanisce dei pregi che ha; se è usignuolo brutto o bello quello che si solleva sopra i suoi compagni, ed è geloso, porta invidia a quelli che a lui sono superiori od eguali, credete voi che siano molti o pochi i giovani che si meritano il titolo di usignuoli? Vi rispondo: che si riconoscano come tali, sono pochi, pochissimi: che lo siano in realtà, sono molti, moltissimi, anzi moralmente tutti. Questa risposta essendo, a prima vista, contradditoria, ha bisogno di una breve spiegazione. — Ho detto essere pochissimi i giovani che si riconoscano per usignuoli, cioè superbi, invidiosi, perchè questi due vizi si nascondono talmente nel cuore di chi li ha, che esso non li vede. Se ha da fare con un compagno superbo, non tarda a riconoscerlo per tale, e dice tosto: costui è superbo: è superbo anche lui, e non lo sa, non lo conosce. Tutti abbiamo quattro occhi per scoprire la superbia negli altri, e la scopriamo anche maggiore della realtà: ma tutti siamo ciechi nel vedere questo vizio dentro di noi, epperciò non ci riconosciamo come superbi.

Ecco il motivo per cui ho detto, essere pochi, pochissimi i giovani che si riconoscano superbi ed invidiosi. — Ho poi detto che i giovani superbi, invidiosi in realtà sono molti, moltissimi, anzi moralmente tutti, perchè questi vizi si insinuano facilmente /161/ non solo nel cuore dei giovani cattivi, ma anche dei buoni. E realmente non è forse vero che anche i giovani più buoni parlano sovente, e molto volentieri di se stessi? hanno sempre in bocca il loro io... io... io...? E parlando di loro stessi si gloriano dei pregi che hanno, del bene che hanno fatto...? Non è forse vero che questi giovani se vengono esaltati in qualche modo, gongolano di gioia: se vengono umiliati si contristano fino a piangere di rabbia? Non è forse vero che quando veggono un loro compagno più stimato, onorato di loro, ne hanno dispiacere, lo guardano di cattivo occhio, lo vorrebbero vedere in qualche modo depresso, umiliato? E tutte queste cose, ed altre consimili che si avvicendano nella bocca, nella mente, e nel cuore dei giovani anche più buoni, che cosa sono? Sono altrettante note della canzone dell’usignuolo, cioè altrettanti passi della superbia e dell’invidia. — Ora se così avviene dei giovani più buoni, avviene certamente di peggio per gli altri, epperciò è vero che quasi tutti sono dal più al meno superbi ed invidiosi. — Per l’usignuolo che ha tante belle qualità, è sventura e disgrazia il difetto istintivo della superbia e dell’invidia; e per i giovani, d’altronde buoni, come siete voi, che cosa sono questi due vizi?

Rispondo. La superbia è la radice di molti peccati. Per esempio se dite bugie, se cercate di vendicarvi, se vi offendete facilmente, se tissate, te non ubbidite i genitori, voi peccate. Ebbene questi peccati sono una conseguenza della vostra superbia. Il /162/ giudizio non è mio, ma di Dio medesimo, che chiama appunto la superbia, radice di tutti i mali: radix omnium malorum, superbia Vengono qui uniti due passi: Radix enim omnium malorum est cupiditas 1Tim 6,10 e initium omnis peccati est superbia Sir 10,15 Deus superbis resistit 1Ptr 5,5 e Jac 4,6 Odibilis coram Deo est et hominibus superbia Sir 1,7 radix omnium malorum, superbia. — Di più la superbia, crescendo con voi, vi farà perdere tutte le buone qualità, che avete. Se voi seminate grano, fagiuoli, meliga, od altro seme consimile, sotto un albero, questi semi nascono, crescono alquanto; ma non portano frutti, perchè l’ombra dell’albero li fa deperire poco per volta. Orbene la superbia è simile ad un albero: se essa cresce nei vostri cuori, vi getta sopra un’ombra perniciosa, che farà deperire tutte le vostre virtù. — Finalmente la superbia costringe Iddio a negarvi le sue grazie, ad abbonirvi, e detestarvi: Deus superbis resistit: odibilis coram Deo superbia. — Vi fa disprezzare, abbonire anche dai superiori e dai compagni, che vi perdono la stima appena conoscono che voi la desiderate, e vi dicono... vah... che sei un superbo...! Ecco quello che è la superbia nei vostri cuori. — Cari giovani, il primo di tutti i peccati che si sono commessi, sapete qual fu? Un peccato di superbia. Lucifero, vedendosi il più bello degli angeli, si insuperbì della sua bellezza, e volle sollevarsi tant’alto, da diventare simile a Dio; ma che avvenne di lui? La superbia lo convertì nel più brutto dei demoni, e lo precipitò, nell’inferno. Vi convien adunque essere superbi? No certamente; ed io spero che voi cercherete di estirpare questo vizio dai vostri cuori, dalla vostra bocca, e dal vostro portamento esterno. A questo fine non curatevi di fare bella figura, di essere stimati dal mondo: non /163/ parlate mai di voi medesimi, eccetto quando non potete farne senza: non mettetevi sopra i vostri compagni: piuttosto cercate di piacere a Dio, tenete nascosti i vostri pregi, le vostre virtù. In tal modo invece del primo dei sette vizi capitali, avrete nel vostro cuore il fondamento di tutte le virtù, che è l’umiltà; e voi colla vostra umiltà sarete sempre i prediletti, i beniamini di Dio, e degli uomini, e sarete da tutti amati e stimati: qui se humiliat exaltabitur Luca 14,11, Luca 18,14. Matteo 23,12. humilibus Deus dat gratiam 1Ptr 5,5, Jac 4,6. Abele uccide Caino: Gen 4,3 sgg. Giuseppe venduto dai fratelli: Gen 37,3 sgg. Gesù consegnato a Pilato: Matt 27,1 sgg. Marc 15,1 sgg. Luca 23,1 sgg. Gio 18,28 sgg. qui se humiliat exaltabitur: humilibus Deus dat gratiam. Dunque amate la umiltà, e abborrite la superbia per i motivi suddetti.

Inoltre abborrite la superbia per non diventare anche invidiosi: chi è superbo è pur troppo anche invidioso; ed un giovane invidioso che cosa è? È un giovane infelice. Esso sente dispiacere nel vedere i suoi compagni onorati, stimati come lui, o più di lui: e questo dispiacere, oh di quali pessime conseguenze diventa causa...! Caino uccideva a tradimento il suo fratello Abele; chi guidò il suo braccio contro il suo fratello? L’invidia... I figli di Giacobbe vendettero il loro fratello Giuseppe ad alcuni negozianti d’Egitto: chi li indusse a quell’atto di tanta crudeltà? L’invidia... I Giudei obbligarono Pilato a condannare Gesù Cristo alla morte: chi li rese così perfidi? L’invidia... E se tanti giovani odiano, calunniano, mormorano, maledicono i loro compagni, che fanno loro ombra coi loro meriti, perchè fanno tutti questi peccati? Perchè sono invidiosi... E poi che cosa guadagna il giovane invidioso? Egli si mette una spina nel cuore; spina che lo punge continuamente, /164/ lo rende inquieto, cupo, melanconico; spina che diventa per lui, ciò che è la ruggine per il ferro. Questa rode il ferro insensibilmente; l’invidia rode l’anima, ed il corpo dell’invidioso: gli rode l’anima, che diventa crudele, e non sa più rallegrarsi se non quando vede gli altri a penare: gli rode il corpo, che diventa pallido, magro, e certe volle ammalato a morte. L’usignuolo diventa irrequieto, e muore anche di dispetto quando non tacciono i suoi competitori di canto: il giovane invidioso certe volte non fa diversamente, e muore di crepacuore. Attenti adunque, o cari giovani, contro il vizio dell’invidia; e d’ora innanzi vedendo i vostri compagni più buoni, più stipati di voi, invece di portar loro invidia, amateli in modo speciale, sforzatevi per eguagliarli, specchiatevi nel loro esempio, e da loro imparate a diventar migliori.

A questa lezione piuttosto lunga, l’usignuolo ne aggiunge un’altra molto più breve: ma non meno importante. Sentitela.

Un usignuolo, nell’interno di una oscura foresta, faceva sentire il suo canto melodioso. Ora vibrava a guisa di tromba, la sua rapida ed arguta voce; ora in tuono lamentevole e languido rompeva in soavi e svariate querele pietose. Mentre con quelle melodie rallegrava il silenzio della foresta, un corvo invidioso e male educato, con quattro suoi quac – quac – cra – qua, gli disse: finiscila una volta colle tue cantilene: io ne sono ristucco: tu ti credi di far miracoli; invece torni importuno a chiunque ti sente. O fai silenzio... /165/ o altrimenti hai da fare con me... Guarda questo mio becco... Guai se ti afferra...! L’usignuolo a queste tremende minaccio si tacque, e per il suo meglio credette bene di far silenzio lungo il giorno: e d’allora in poi, in ossequio agli ordini del corvo, non cantava che di notte. Ma non durò a lungo la sua scappatoia, poiché una bella notte un lurido gufo gli disse in tuono sepolcrale: se non lasci una volta il tuo canto ingrato, io perdo la pazienza, ed anche senza appetito, ti faccio passar per questa mia gola senza darmi la pena di spennarti prima. L’usignuolo, spaventato da questa minaccia, risolvette di tacere di notte. In tal modo per tema del corvo esso taceva di giorno: per tema del gufo taceva di notte. Soffrì la pena del silenzio per alcuni giorni, e poi disse: che corvo, che gufo d’Egitto... Io cantando faccio un bene a tutti, del male a nessuno: dunque io farò a modo mio: il gufo ed il corvo facciano a modo loro, non è il mio canto che torna ingrato; ma il loro gracchiare, e ciuccolare: io mi tengo il canta, e canterò quando mi gradirà: il corvo ed il gufo si tengano i loro spropositi colle loro minaccie. D’allora in poi continuò a cantare di giorno e di notte, e tanto il corvo, quanto il gufo non gli fecero male alcuno.

Che dite, cari giovani, di quest’usignuolo? Ha fatto bene a tacere per paura del corvo e del gufo che criticavano il suo canto? Oppure ha fatto bene e a non curarsi delle loro ciancio continuando a cantare? Voi mi dite: esso fu minchione nel temette il gufo ed il corvo; ed agì da astuto disprezzandoli. /166/ Ebbene voi non imitate quest’usignuolo nella sua minchioneria; piuttosto imitatelo nella sua astuzia. — Voi fate molte opere buone: per esempio andate alla Messa, la sentite col libro in mano: frequentate la chiesa, i Sacramenti nei giorni festivi; pregate tanto in pubblico che in privato: passando dinnanzi ad una chiesa, un’immagine sacra vi cavate il cappello; intervenite alle processioni; fate il segno della croce prima e dopo il cibo, e via... Orbene, facendo così, voi cantate da usignuolo: esso canta bene; e voi fate un gran bene per voi, e per chi vi osserva, però, ricordatevi, che anche per voi vi sono corvi e gufi che vorrebbero imporvi silenzio; impedirvi di fate queste buone opere. Son tutti i vostri compagni che cercano di spaventarvi chiamandovi impostori, bigottoni, stupidi, ignoranti; mettendovi in burla, canzonandovi, ed anche minacciandovi. E voi vorrete lasciare le vostre opere buone per stoppare la bocca a questi corvi e gufi senza ali? Oppure vorrete farle solo di nascosto? Sareste più minchioni dell’usignuolo che cominciò tacere di giorno per tema del corvo; e poi si tacque di notte per tema del gufo. Dunque lasciate che sieno cattivi i compagni che cercano di farvi paura colle loro burle e derisioni; e voi, da veri astuti, disprezzate le loro dicerie, e continuate a fare del bene anche pubblicamente. In tal modo i vostri compagni che vi trattano come il corvo ed il gufo trattarono l’usignuolo, non tarderanno a restar confusi della loro cattiva condotta, ed ammirare il vostro coraggio; e voi, /167/ invece di soffrirne qualche danno, sarete stimati anche da loro.

Con questo l’usignuolo termina la sua seconda ed ultima lezione, ed io tarmino la sua scuola dicendovi: tenete lontana dai ventri cuori la superbia e l’invidia dell’usignuolo; e mettete nel medesimo l’umiltà, l’amor fraterno, ed il coraggio necessario per non lasciare il bene per tema dei corvi e dei gufi, cioè dei compagni, che non essendo buoni essi stessi, cercano di allontanare anche voi dal bene colle derisioni, e colla maldicente.

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Trattenimento XIV

GioventuIstruita_168

L’uccello di paradiso.

Gli scuolari guardano sempre il loro maestro; ma lo guardano in modo speciale quando lo veggono sulla cattedra per la prima volta. Allora non si contentano di guardarlo vagamente; ma tengono gli occhi fissi in lui; osservando la sua fisionomia, la sua grandezza, il suo modo di parlare, di gestire; /169/ così che andando a casa sanno descrivere benissimo il loro nuovo maestro ai loro genitori. — L’uccello che vi presento come maestro è proprio un maestro nuovo per voi: voi non l’avete mai visto: non l’ho visto neppure io, e non l’hanno visto moltissimi altri, che ne parlano. Imbalsamato si vede in molti musei; ma vivo non si vede che dagli abitanti della Nuova Guinea, e delle isole circonvicine, che si trovano precisamente ai nostri antipodi, dove esso vive senta portarsi mai in altri luoghi molto distanti. Essendo quest’uccello nuovo alla vostra vista, avete diritto a guardarlo attentamente... Che ve ne pare, cari giovani? Vi piace quest’uccello? è bello? Bellissimo, sento che mi rispondete. E voi dite bene: esso è proprio bello, anzi il più bello di tutti gli uccelli per le sue penne e per i suoi colori. Ed i naturalisti, in vista di questa sua bellezza, l’hanno chiamato uccello di Paradiso. Quasi volendo dire: come il Paradiso è il centro delle bellezze, cosi in quest’uccello stanno concentrate tutte le bellezze di penne e di colori, che adornano gli uccelli. E se cosi bello è questo vostro maestro, qual lezione vi darà? Una lezione ancora più bella di lui. Attenti a sentirla, capirla, e tenerla a memoria.

I primi naturalisti che hanno parlato dell’uccello di Paradiso, ne raccontarono molte particolarità al tutto rare. Per esempio hanno detto che esso non ha gambe, che vola continuamente, che volando mangia, dorme, si riposa, che i vapori dell’aria e la rugiada formano il suo cibo, che fa la nidiata nelle /170/ proprie penne; hanno detto avere ancora altre particolarità non comuni ad altri uccelli, e che nel loro complesso vanno a conchiudere che quest’uccello vive nell’aria, come i pesci vivono nell’acqua. — Però queste particolarità non sono vere, o per lo meno contengono dell’esagerazione. — Riguardo alle gambe, dicono bensì alcuni che invecchiando le perde alcune volte; ma esso le ha, come gli altri uccelli; riguardo al volo, è bensì vero che l’ha agilissimo e facile; ma esso si riposa di notte, e anche di giorno, fermandosi sugli alberi ed anche per terra: riguardo al cibo è bensì vero che si nutre specialmente di aromi, che raccoglie sugli alberi; ma è pur vero che mangia frutta ed insetti. Certamente se l’uccello di Paradiso avesse le suddette particolarità, esse sarebbero formaggio sui maccheroni per il simbolo a cui lo destino; però anche senza di esse in lui è benissimo rappresentata la più bella, la più santa, la più amabile fra tutte le creature, voglio dire Maria SS. Ragioniamo.

Voi conoscete alcuni uccelli molto belli per i colori, la forma, e la combinazione delle penne e delle piume. È tale per esempio il pavone, il fagiano reale, cardellino; son tali l’uccello mosca, e molti altri che non vivono in mezzo a noi. Questi uccelli sono meraviglie di bellezza. Però non sono i più belli perchè le varie bellezze che si ammirano distribuite tra di loro, sono tutte concentrate in modo brillantissimo nell’uccello di Paradiso: il quale per conseguenza può dire con verità: io sono il più bello /171/ degli uccelli, che sono usciti dalle acque, quando il Signore disse: La trad. Vulgata di Gen 1,20: Producant aquæ reptile animæ viventis, et volatile super terram sub firmamento cæli è influenzata dalla corrispondente trad. greca dei Settanta, che fa di πετεινὰ πετόμενα (volatili volanti) compl. ogg. di ἐξαγαγέτω (produca). producano le acque gli uccelli: io sono per bellezza di colori, e preziosità di penne il re degli uccelli. Ed io sono persuaso che se ci fosse dato di possedere quest’uccello, ci fermeremmo per più ore a contemplarne le bellezze, e saremmo più presto stanchi, che sazii di vederlo.

Quel medesimo Iddio, che distribuì tante bellezze negli uccelli, distribuì pure molti favori, molte grazie e privilegi! alle sue creature ragionevoli, agli angeli cioè ed agli uomini. Ai nove cori di angeli, che sono spiriti bellissimi, diede a ciascuno un pregio particolare: agli uomini diede ad alcuni una gran fede, ad altri un grande amore, ad altri una illibata castità, un’umiltà, una pazienza a tutta prova. Però, come nell’uccello di Paradiso il Signore riunì tutte le bellezze, che si veggono qua e là distribuite negli altri, così fuvvi pure una creatura, nella quale esso riunì, concentrò tutti i favori, tutte le grazie, tutti i privilegi concessi ai nove cori di angeli, ed ai tanti milioni di santi. E questa creatura è Maria SS.

Il perchè, se mi fosse lecito chiamare uccelli gli angeli, ed i Santi del Paradiso, io direi che Maria brilla in mezzo a loro per bellezza, santità e privilegi, come in mezzo ai nostri uccelli brilla l’uccello di Paradiso. E noi che ci fermeremmo estatici, incantati a contemplare la bellezza dell’uccello di Paradiso, se potessimo vedere Maria in Paradiso, resteremmo quasi imparadisati. San Dionigi l’Areopagita o Pseudo-Dionigi è un autore del V sec. tradiz. identificato con il personaggio incontrato da San Paolo ad Atene Atti 17,22. Il passo citato dovrebbe essere in Sui nomi divini III,2 [da verif.] Queste piume sono caratteristiche dell’uccello maschio San Dionigi l’Areopagita la vide ancora vivente su questa terra, e lasciò /172/ scritto che, se non avesse saputo essere una creatura, l’avrebbe adorata per una una divinità, tanto fu sorpreso dalla grazia, e bellezza che le traspariva dalla faccia. Che sarebbe per noi vederla in cielo...? Oh sì in Paradiso gli angeli ed i santi, veggono sempre Maria, ma non sono mai sazi di vederla, tanta è la sua gloria, la sua bellezza, il suo splendore..!

Fra le svariate bellezze dell’uccello di Paradiso, spiccano e brillano in modo speciale due filamenti a cannoncino, che formano uno splendido contorno al suo corpo; come pure spiccano e brillano da quaranta a cinquanta piume lunghissime, che gli spuntano tra le ali e la coscia, si distendono all’indietro, e formano una specie di lunga coda, assai più bella di quella del nostro pavone, quando ne fa vista pomposa. Queste piume sono preziosissime, hanno un valore favoloso nel commercio, epperciò mentre lo abbelliscono, lo rendono anche prezioso. I due filamenti sono una particolarità esclusiva di quest’uccello; le quaranta o cinquanta piume, veggonsi anche in altri uccelli, però non disposte come lo sono in questo.

Fra le tante bellezze, virtù, e grazie di Maria, spiccano e brillano due privilegi a lei sola concessi: la sua Concezione Immacolata; ecco il primo privilegio: la sua Divina maternità; ecco il secondo privilegio. E chi può comprendere la gloria che ne ridonda a Maria? Fra tanti milioni di discendenti di Adamo, tutti nascendo riportarono la macchia del peccato originale: Maria sola ne fu eccettuata: la sua anima fu tutta candida e bella fin dal primo /173/ istante della sua Concezione...! Fra tante donne che ebbero l’onore della [maternità, Maria sola fu madre di Dio, perchè madre di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. E questo privilegio solleva Maria ad una gloria di cui non può darsi l’eguale... Oh si...! Come nell’uccello di Paradiso i due filamenti formano uno splendido contorno al suo corpo: così in Maria la sua Concezione Immacolata, e la sua Divina maternità son quasi due filamenti soprannaturali, che formano uno splendido contorno alla sua bellezza e santità. Di più, come nell’uccello di Paradiso vi sono quaranta o cinquanta piume che lo rendono non solo bello, ma anche prezioso; così in Maria si veggono tutte le virtù, e specialmente la verginità, l’umiltà, la fede, la carità, la pazienza, coltivate con una perfezione, alla quale non arrivò alcun’altra creatura. Epperciò mentre i privilegi la circondano dei due filamenti dell’uccello di Paradiso, la perfezione colla quale essa coltivò le virtù, la adorna delle 50 piume subalari: e noi abbiamo in Maria la bellezza e la preziosità dell’uccello di Paradiso.

Un viaggiatore che visitò la Nuova Guinea, per nome Charles de l’Écluse (Carolus Clusius) 1526-1609 non andò mai in Nuova Guinea, ma vide alcuni esemplari di uccelli pervenuti in Europa già morti, spesso privati delle zampe e delle ali, e tentò di ricostruirne l’aspetto. Ne parla in Exoticorum libri decem 1605 Clusio, dice che gli uccelli di Paradiso vivono molti insieme, come fanno i nostri passeri all’autunno, e che volando percorrono le più alte sfere, e sopra ogni strupo vola uno di essi; e questo da quell’altezza maggiore guida gli altri alle fontane, dove possono dissetarsi senza pericolo della vita.

Gli Angeli ed i Santi del Paradiso formano schiere numerosissime: sopra di quelle schiere fu sollevata /174/ Maria, la quale, da quel seggio glorioso di Regina di tutto il mondo, si fa guida di milioni e milioni di suoi divoti, che la contemplano, l’ammirano da questa terra; e qual guida sapiente, potente, ed esperta mostra ad ognuno la via del Paradiso, lo aiuta a fare i passi, lo difende dai pericoli, lo conforta nelle desolazioni; e così lo guida alla fontana dove scaturisce l’acqua di vita eterna, che rende felice chi la gusta. L’uccello di Paradiso volando sopra i suoi compagni, li guida a pascoli sicuri; Maria dal Paradiso protegge tutti i suoi divoti, e la sua protezione li guida alla patria celeste.

L’uccello di Paradiso tien fissa la sua dimora ai nostri antipodi, d’onde non si allontana mai per tratti considerevoli: di più se cade vivo nelle mani dell’uomo, non tarda a morire, e non si alleva ancorché si prenda ancor piccolo nel suo nido. Da ciò ne segue che nissuno può vedere quest’uccello vivo se non portandosi nella Nuova Guinea, o nei luoghi circonvicini. Però, se l’istinto di quest’uccello lo tien confinato ai nostri antipodi, la sua bellezza, la preziosità delle sue piume, lo fanno comparire in ogni angolo della terra. I pittori lo riproducono sulla tela e sulla carta: i naturalisti adornano i loro musei del suo corpo imbalsamato: i ricchi Indiani e Cinesi ne comprano le piume a carissimo prezzo, e con esse si adornano la spada ed il cappello: anche le nostre signore ne fanno oggetto di gran lusso attorno ai loro cappellini. In tal modo l’uccello di Paradiso, quantunque sia dall’istinto confinato in poche regioni, /175/ per la sua bellezza e preziosità, fa il giro di tutto il mondo, e comparisce nelle sale, sulle spade, sulle teste dei ricchi come uno dei più preziosi, più costosi, e più ricercati ornamenti.

Maria, col suo corpo e colla sua anima, si trova solamente in Paradiso, dove è contemplata, ammirata, lodata dagli Angeli e dai Santi. Essa però, come l’uccello di Paradiso, si trova in ogni angolo della terra. Le sue amabili sembianze compariscono in milioni e milioni di dipinti, di statue e di medaglie: milioni di santuari, di chiese, di altari, di abitini, di corone parlano del suo amore, della sua protezione verso gli uomini: milioni di cuori palpitano d’amore verso di lei; milioni di bocche cantano le sue lodi: non avvi angolo della terra, dove Maria non si trovi in qualche modo.

Le piume dell’uccello di Paradiso costano care assai a chi le porta: la protezione di Maria non costa altro che una buona volontà: le piume dell’uccello di Paradiso adornano solamente le teste dei ricchi: Maria colla sua protezione discende egualmente nel palazzo del ricco, e nel tugurio del povero; le piume dell’uccello di Paradiso aumentano la bellezza di chi le porta, ed in parte ne fanno scomparire la deformità: la protezione di Maria aumenta la bellezza dell’anima divota, purifica le lordure dell’anima peccatrice impetrandole il perdono dei peccati: le piume dell’uccello di Paradiso tirano lo sguardo su chi le porta; la protezione di Maria tira lo sguardo dei beati del Paradiso su chi ne è /176/ favorito, perchè scorgono in lui un predestinato, epperciò un loro futuro compagno.

I Papu, veri cannibali della Guinea, tirali dall’avidità del guadagno, danno la caccia all’uccello di Paradiso: e sapete in qual modo? Con freccia ottuse le quali lo gettano bensì a terra, ma non gli forano la pelle. I Papu fanno così per non macchiare col sangue dell’uccello le sue penne, e così conservare tutta la loro bellezza, e colla bellezza la loro preziosità nel commercio, che ne fanno coi mercanti Indiani. Da ciò ne segue che la preziosità delle penne dell’uccello di Paradiso mentre gli fa dare la caccia lo difende dalle ferite, e dal versar sangue.

I nemici della verità, gli eretici, peggiori dei cannibali della Guinea, più volte hanno gettato freccie contro le glorie, i privilegi di Maria: hanno negato la sua maternità divina, la sua verginità, la sua Concezione Immacolata. Ma Iddio rese ottuse le loro freccie, e Maria non venne macchiata dal sangue dell’errore: le freccio furono rimandate contro chi le ha scagliate, e Maria è sempre salutata, ed acclamata da tutto il mondo qual madre di Dio e Vergine immacolata. La preziosità delle piume dell’uccello di Paradiso fece trovar modo di prenderlo senza spargimento del suo sangue: la preziosità delle prerogative di Maria indusse il Signore a non permettere che venissero oscurate dall’errore.

Ed ecco, cari giovani, come Maria SS. regina del cielo e della terra, è benissimo simboleggiata nel re degli uccelli per la sua bellezza, cioè nell’uccello di /177/ Paradiso. Le bellezze svariate di colori e di penne che in esso sono concentrate, ci ricordano le bellezze celesti concentrate in Maria: i suoi due filamenti, e le piume subalari, son figura dei privilegi e delle virtù di Maria; nel suo modo di volare è figurata la protezione di Maria; e nel modo con cui vien cacciato dai Papu, si scorge la Provvidenza del Signore nel difendere la sua madre dagli attacchi dell’errore. Per conseguenza la lezione di questo vostro maestro consiste nel farvi sollevare la mente ed il cuore al Paradiso, e là farvi contemplare Maria qual primogenita dell’eterno Padre, quale sposa dello Spirito Santo, qual madre di Gesù Cristo, e qual madre di tutti i cristiani, sopra i quali fa discendere la sua protezione. — E voi, sapete qual cosa dovete fare per imparare questa lezione? Dovete fare verso di Maria, come fanno i bambini verso la loro madre. — Voi lo sapete, il bambino ha sempre la mamma in bocca: se ha fame dice: mamma ho fame: se cade a terra, domanda la mamma affinchè venga rialzarlo; se è ammalato, vuole la mamma vicino alla culla: se alcuno gli fa paura domanda la mamma in sua difesa: al mattino si sveglia, alla sera si addormenta colla mamma in bocca. Di più il bambino ama la sua mamma, la accarezza, mette in lei tanta confidenza che fra le sue braccia non teme più nulla, mentre da lei lontano ha paura di tutto.

Non è forse vero che il bambino fa così colla sua mamma? Voi mi dite che sì: anzi mi dite abbiamo fatto così anche noi, ed in parte lo facciamo ancora /178/ attualmente colla nostra mamma. E voi avete fatto e fate benissimo, perchè la vostra madre si merita tutte queste cose, ed altre ancora. Ma notate che Maria SS. è anche vostra madre; e madre più buona, più sollecita, più amante, più potente di gran lunga della vostra madre naturale: notate che voi, quantunque siate già alquanto grandinotti, tuttavia siete sempre bambini riguardo a questa madre spirituale: dunque fate con lei come i bambini fanno colla madre. A questo fine al mattino, appena svegliati, alla sera prima di chiudere gli occhi, dite così: o Maria, madre mia, assistetemi in questo giorno; assistetemi in questa notte! Quando vi sentite invitati a fare qualche peccato o dal demonio, o da qualche compagno, dite tosto: o Maria venite in mio soccorso! Quando andate confessarvi, comunicarvi, dite: o Maria aiutatemi a fare una buona Confessione, e santa Comunione! Quando cadete in qualche peccato, dite: o Maria, son caduto in un brutto precipizio, sporgetemi la vostra mano, rialzatemi dalla mia caduta! Invocate Maria con grande frequenza: è questo il primo modo di trattare con Lei come il bambino tratta colla sua madre. — Di più pensate sovente a Maria, amatela con grande amore; mettete in Lei una grande confidenza, perchè essa si merita tutto questo, ed altro di più da voi. A questo fine portate al collo qualche medaglia di Maria; recitate sovente e bene ì’Ave Maria; recitate volentieri il Rosario, accostatevi ai Sacramenti nelle sue feste. Ecco le cose principali che dovete fare verso di Maria /179/ vostra madre. L’uccello di Paradiso ve le ricorda; voi ricordatevi di Lei, fatevi bambini verso di Lei, ed io vi prometto che colla sua protezione diverrete veri uccelli di Paradiso dopo morte, perchè il divoto di Maria si salva certamente: Sir 24,31 qui elucidant me vitam aeternam habebunt.

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Trattenimento XV.

Uccellini nel nido

Gli uccellini nel nido.

Ai nostri tempi di quando in quando si fanno adunanze si chiamano Congressi scolastici. A queste adunanze prendono parte professori e maestri: ciascheduno pone il suo modo di vedere riguardo ai libri, alle materie ed alla maniera d’insegnarle nelle scuola. Combinando quindi insieme le idee manifestate, /181/ si adotta un sistema, che viene col tempo pubblicalo, e accettato come regola generale nelle scuole. Da ciò ne segue che ogni maestro, insegnando secondo il sistema del Congresso scolastico, può dire agli allievi: non sono io solo che parlo in questo modo: parlano così anche gli altri insegnanti.

Cari giovani, fin’ora voi avete sentito la scuola di quattordici uccelli in particolare: ora questi vostri maestri alati vogliono anch’essi radunarsi a Congresso, ed io cedo loro gratuitamente il locale; anzi preparo un posto anche per voi; e voi che fin’ora avete sentito da questo o quell’uccello svariate lezioni, prendendo parte a questo Congresso scolastico, sentirete quello che vi insegnano tutti gli uccelli insieme. E queste lezioni hanno maggiore importatnza, perchè ogni maestro, mentre parla, può dire: quello che vi insegno io, ve lo insegnano anche questi miei rispettabili compagni. E la prima adunanza di questo Congresso scolastico, dove possiam farla? Eh...! siccome tutti gli uccelli si allevano dentro un nido, il primo congresso lo raduno nel loro nidi. Mettetevi adunque attorno al nido, sala di congresso, e piena di di congregati, e sentite le loro lezioni.

***

Quando si entra in una sala, prima di tutto le si dà uno sguardo tutto attorno, e poi si dice nel cuore: è bella...! Oppure, che brutto arnese...! Vi hoi fatto sedere attorno alla sala di congresso dei vostri maestri, dunque prima di tutto diamo uno sguardo a questa sala, che si chiama nido. — Oh quanta varietà di forma...! Osservate: alcuni sono grossissimi, e larghi /182/ due metri e più: altri sono piccolissimi, non più grossi della metà di una noce: alcuni hanno una forma grossolana, come per esempio quello dell’aquila, della ghiandaia (gai) della tortora... Altri invece sono un capolavoro di miniatura. Per esempio, quanta maestria non si vede nel nido oriulo: varie specie della famiglia degli oriolidi, diffusi in Africa, in Indonesia e Nuova Guinea. uccello repubblicano: paradisea calva (Diphyllodes respublica) è un uccello passeri­forme della famiglia Paradi­saeidae. Il nome gli fu dato da Luigi Bonaparte, all’epoca (1850) Presidente della Repubblica Francese. rondine salangana Varie specie di uccelli del genere Collocalia. Alcune producono i nidi di rondine commestibili. dell’oriuolo, del cardellino, della rondine, del rigogolo, dell’uccello repubblicano, dell’uccello mosca. Bisogna dirlo, gli uccelli, specialmente piccoli, sono valenti architetti; col becco, colle gambe sanno fare il muratore, il sarto, il tessitore, il falegname, il minatore... Sembra che l’uomo abbia imparato da loro a fabbricarsi le case, e si crede che realmente l’arte della tessitura siasi imparata dalla rete nella quale alcuni uccelli ravvolgono il loro nido. Anzi vi è una specie di uccello, detto rondine salangana, che si fa il nido da valente cuoco. Esso va raccogliere una pianta marina, detta fuco; colla sua saliva ne cementa la sostanza gelatinosa, e si forma il nido: nido che è cibo delicatissimo, e che in Oriente si vende a carissimo prezzo. Il Buffon dà uno specchio del commercio di questi nidi, ed accenna spese che sembrano favolose. — Tra questi due estremi di nidi grossissimi ed informi, e di nidi piccolissimi, e ben formati, ve ne sono niente meno che altri sette mila, diversi gli uni dagli altri. Tutti i cardellini si fabbricano il nido nello stesso modo: tutti i merli egualmente: ma nissun cardellino si fabbrica il nido del merlo, e nissun merlo si fabbrica quello del cardellino. Ogni specie d’uccello si fa il nido a modo suo: e siccome /183/ le specie degli uccelli si fanno ascendere a 7000: si hanno pure 7000 nidi di forma diversa.

Dato questo sguardo alla forma delle sale, passiamo ai congregati. Osservateli, essi stanno a quattro, a sei, a dodici, ed anche più nel medesimo nido, e nissuno cerca di andare nel nido degli altri. Il passero ha un nido meschino a confronto di quello del cardellino: però il passero è contento del suo nido, e non ha mai desiderato quello del cardellino; e così è pure di tutte le altre specie di uccelli; ciascheduno ha un nido di forma speciale; ma, sia questa bella, elegante, o brutta, ognuno ama il suo nido, e non si cura di quello degli altri.

Cari giovani, il nido dove si allevano gli uccelli, è una figura delle case dove vi allevate voi. La sua forma varia col variare della loro specie; le vostre case variano col variare della vostra condizione. Alcune sono palazzi grandiosi, altre miseri tugurii: alcune sono eleganti, altre disadorne: alcune sono preziose, altre valgono poche centinaia di lire. La è proprio così; la varietà che si vede nel nido degli uccelli, si vede anche nelle vostre case. — Ebbene giacché avete la varietà delle case comune cogli uccelli, dovete aver comune con essi anche l’assetto alla casa che la Divina provvidenza vi ha destinato; cioè, come gli uccelli amano ciascheduno il suo nido, così voi dovete essere contenti della mostra casa, qualunque questa siasi. Se è bella, ricca, amatela pure: è il Signore che vi ha fatto nascere ricchi; e se voi siete contenti della vostra condizione, il Signore è anche /184/ contento di voi. Se la vostra casa è povera, meschina, amatela egualmente. Gesù nacque in una povera capanna; epperciò la povertà della vostra casa vi avvicina alla condizione prescelta da Gesù Cristo; ed è questa la migliore delle condizioni. Ecco la lezione che vi danno gli uccelli dal loro nido: essi vi dicono: siate contenti della vostra casa, della vostra condizione. Imparatela questa bella lezione, e voi sarete i più fortunati di tutti, perchè ciò che può rendervi felici in questa o quella condizione non sono le ricchezze, non è la nobiltà, ma è l’esserne contenti. Il più povero del mondo, contento del suo stato, è più felice, più fortunato del più ricco del mondo, ma non contento del suo stato.

Ogni uccello è contento del suo nido; l’avete sentito brevemente. Ora entrate meco in questa sala dei vostri maestri. Li vedete quei due uccelli che stanno sulla porta di entrata, e sembrano due soldati di guardia? Sono i padroni di casa, il padre e la madre. E quei quattro, sei, otto uccellini belli, vivaci come voi, che vi stanno accovacciati, sapete chi sono? Sono i figli, ancora piccoli, delle due guardie. Essi dimorano in quel nido per un quindici, venti giorni, e poi prendono il volo. Prima però di prendere il volo, essi vi danno molte e preziose lezioni. Sentitele una per volta.

Chi ha provvisto il nido agli uccellini che vi stanno dentro? Chi li difese dalla pioggia, dal freddo della notte? Chi portò loro l’imbeccata, il cibo? Siamo noi, rispondono tosto i due uccelli di guardia, /185/ il padre e la madre. Siamo noi che girando qua e là, e prendendo pagliuzze, fili d’erba, cotone, con grandi fatiche abbiamo fatto questo nido: siamo noi che colle nostre ali, abbiamo difeso questi uccellini dalle intemperie del tempo, noi che li abbiamo nutriti... Essi son nostri figli, e noi abbiamo loro provvisto tutto il necessario per allevarsi. — E le due guardie dicono la verità. E gli uccellini nel loro nido che fanno? Povere bestioline...! Essi sentono i benefizi del padre e della madre, li conoscono, li chiamano, assecondano le loro fatiche, stanno ai loro ordini. Se vengono sul nido, essi si nascondono sotto le loro ali, e stanno immobili nel godere qual beneficio: se tardano a portar loro l’imbeccata, li chiamano con un leggiero pigolio, e quando arrivano li salutano subito con un grido di gioia, aprono il becco, prendono l’imbeccata, e mentre la trangugiano con un grido speciale par che dicano, grazie, grazie... ad ogni boccone. È un fatto, cari giovavi, che gli uccellini, finché stanno nel nido, ricevono tutto dal padre e dalla madre; ed è pure un fatto che essi si dimostrano riconoscenti nel modo che è proprio della loro specie. —  Ed io vorrei che fosse pure un fatto vostro la vostra riconoscenza e docilità ai vostri genitori.

Voi avete una casa per abitarvi, zoccoli e scarpe per calzarvi, vestimenta per coprirvi, cibo e bevande per nutrirvi, una scuola per istruirvi. Chi vi ha provvisti di tutte queste cose nel giro dei dieci, dodici, quindici anni che contate? Il padre e la madre. E /186/ per provvedervi tutto questo quanti sacrifizi, quanti disturbi, quante fatiche, quante spese hanno fatto... E se gli uccelli dal loro nido sanno dimostrarsi riconoscenti al padre ed alla madre; voi che avete la ragione, non farete altrettanto? Oh! si, cari giovani, amate i vostri genitori; ubbiditeli volentieri e con puntualità; rispettateli colle parole e coi fatti; ringraziateli di quanto hanno fatto per voi. E non sia mai vero che alcuno di voi sia causa di dispiaceri per i suoi genitori... Se vedeste uno degli uccellini a prendere l’imbeccata, e poi cercasse di mordere la madre, da cui l’ha ricevuta; oppure se lo vedeste a prendersela contro di lei, quando lo copre colle sue ali, voi direste, oh petulante, oh ingrato uccellino...! E forse lo prendereste per una gamba, e lo gettereste giù dal nido, borbottando con sdegno: è questo il modo di trattare chi ti alleva...? Non sei degno di tanti benefizi...! Via di qua...! E che dire del giovane, il quale odia i suoi genitori, non vuol saperne di ubbidirli, li disprezza, li insulta con villanie, con segni, con fatti...? Io gli dico, tu fai un gran male; tu sei un ingrato e indegno di stare coi tuoi genitori... Non voglio cacciarti via dalla loro casa, perchè essi ti amano anche cattivo, ma ti dico, rientra in te stesso, piangi le tue mancanze, e d’ora innanzi tratta i tuoi genitori come gli uccelli trattano il padre e la madre finché stanno nel loro nido. Essi sono riconoscenti e docili per istinto, tu tale per dovere naturale, e per amor di Dio che ti dice: Es 20,12, Dt 5,16, Mt 15,4 onora il padre e la madre.

/187/ Sapete come fanno gli uccellini nel nido quando arriva il padre o la madre con l’imbeccata? Essi aprono tutti il becco e con un gridio confuso sembra che dicano: a me...! a me...! a me...! Il padre non ne contenta che uno per volta dandogli l’imbeccata, e poi riprende il volo in cerca di altro cibo. E ripartito il padre, gli uccellini che non hanno ricevuto l’imbeccata, si dimostrano forse offesi, oppure prendono a beccate il loro fratello che venne favorito? Niente affatto. Essi chiudono il becco e tutti egualmente contenti se ne stanno in pace aspettando in pace la fortuna per un’altra volta. E la fortuna arriva, perché il padre, uno per volta, dà a ciascheduno il cibo necessario.

La scena degli uccellini che stanno per ricevere l’imbeccata non è insolita per voi, cari giovani. I vostri genitori quando vi distribuiscono regali, cibi, pietanze, favori, frutta, vestimenta, molte volte non bossono contentarvi tutti contemporaneamente; ma solo uno, o due per volta. E voi come dovete regolarvi? Se così volete, aprite pure la bocca, domandate pure ciò che desiderate, come gli uccellini aprono il becco domandando l’imbeccata: ma se i genitori non soddisfano il vostro desiderio, imitate anche gli uccellini, cioè non offendetevi contro i genitori, non elevate pretese, non fate il broncio; non invidiate, non guardate di cattivo occhio i fratelli, che furono favoriti; piuttosto osservate un rispettoso silenzio aspettando che arrivi il vostro torno; ed il vostro torno arriverà, perchè, come gli uccelli non danno /188/ l’imbeccata sempre al medesimo dei loro piccoli, ma un po’ all’uno, ed un po’ all’altro, finché tutti hanno il loro conto, così i vostri genitori, se oggi soddisfano i bisogni od i desideri di un vostro fratello, domani soddisfaranno i vostri; e tutti avrete il necessario, ed anche il conveniente. Qualora poi penetrasse in voi il sospetto che i vostri genitori facciano preferenze ad un vostro fratello, dite così: o il mio fratello è più buono di me, ed in tal casa non devo offendermi delle preferenze che gli si fanno, o piuttosto devo guadagnarmi anch’io queste preferenza facendomi più buono di quello che sono. Se poi il mio fratello non è più buono di me, non è vero che sia a me preferito; ciò che mi sembra preferenza è una illusione, un inganno, portato dalla mia superbia, ed io devo ricredermi, e persuadermi che i miei genitori mi amano tanto quanto amano i miei fratelli.

Nel nido che avete sotto gli occhi vi sono cinque uccellini; a motivo della ristrettezza della loro casa, essi devono starvi così compatti che, a prima vista, sembrano un solo uccello con cinque teste. Questa ristrettezza li porta naturalmente ad urtarsi, respingersi, darsi beccate a vicenda per farsi un posto agiato. Ma essi sentono di essere fratelli, sanno che quel nido è fatto per tutti, e non solo per alcuni; epperciò cercano di impicciolirsi, godono a star compatti, e si mettono anche gli uni sotto gli altri... Non è forse vero che gli uccellini stanno in questo modo dentro il loro nido? E se è vero, non vi trovate /189/ nulla da imparare voi che nella casa dei vostri genitori siete come tanti uccellini nel loro nido? Probabilmente voi avete fratelli e sorelle in casa; con loro lavorate, con loro vi divertite, con loro dormite: mangiate alla medesima tavola, e forse nel medesimo piatto. Dunque voi siete altrettanti uccellini nel medesimo nido. Ma trattate voi coi vostri fratelli e sorelle, come gli uccellini trattano tra di oro? Quante volte la vicinanza coi fratelli e sorelle vi porta a darvi dei pugni, dei calci, degli schiaffi, degli urloni, dei pizziconi, delle graffiate colle unghie: vi porta a gridare con rabbia: ma...! non toccarmi...! lasciami stare...! guarda che io...! E dopo il lampo ed il tuono, vien giù la pioggia delle lagrime, dei bronci, delle vendette, delle maledizioni...! E far così tra fratelli e sorelle è forse imitare gli uccellini nel loro nido? Tutt’altro: è imitare i cani ed i gatti, che vivono nella medesima casa. E questa cosa che sta male in tutti, oh quanto sta male in voi, che siete quasi una cosa sola coi fratelli, e colle sorelle...! Cari giovani, desiderate voi di evitare i castighi, i rimproveri dei vostri genitori; di evitare molte pene, dispiaceri, ed angustie; di schivare molti peccati; di diventare i beniamini dei superiori, del Signore? Imitate gli uccellini che stanno compatti nel medesimo nido: essi si amano, si aiutano a vicenda, stanno vicini senza farsi alcun male, e facendosi del bene a vicenda; e voi fate altrettanto coi vostri fratelli e sorelle; amateli; aiutateli nei loro bisogni; compatiteli nei loro difetti; state volentieri con loro; tollerate, /190/ perdonate le offese che vi possono fare... la bella lezione che vi danno gli uccellini vivendo in pace nel loro nido.

Gli uccellini nel loro nido conoscono benissimo il loro padre e la loro madre. Quindi è che quando loro si avvicinano, aprono la bocca, e fanno sentire una voce, che forse nel loro linguaggio è un saluto. Invece se loro si accosta una persona, oppure un uccello estraneo, anche della specie del padre e della madre, essi fanno un movimento di allarme, stanno zitti, e si nascondono alquanto rannicchiandosi in fondo del nido.

Cari giovani, anche voi dovete fare come gli uccellini. Quando vi trovate coi vostri genitori, state con loro volentieri, aprite loro tutto il vostro cuore, i vostri dubbi, le vostre pene: aprite le orecchie per sentire le loro raccomandazioni, date grande importanza ai loro avvisi. L’uccellino aprendo il becco all’arrivo del padre, dellà madre, prende la imbeccata, e si alleva; voi dando ascolto alla parola dei genitori vi allevate buoni cristiani, e buoni cittadini. Quando invece vi trovate con persone incognite, con compagni un po’ sospetti, diffidate sempre di quello che vi dicono, perchè questa diffidenza è regola di prudenza. Gli uccellini se gridassero, aprissero il becco all’avvicinarsi di un uccello qualunque, non riceverebbero mai nulla di buono, ed alcune volte troverebbero la morte, o la schiavitù in chi loro si avvicina: col nascondersi e col tacere non di rado evitano questi pericoli. E voi se date ascolto, /191/ aprite il vostro cuore, fate confidenze con ogni sorta di persone e di compagni, non di rado vi metterete in cattive mani, e prenderete scandali fatali. Grande confidenza adunque coi genitori, col confessore, e con chi vi vuol bene: grande riserbatezza e diffidenza con chi non conoscete, o dubitate essere cattivo: ecco l’ultima lezione che per ora vi danno gli uccellini dal loro nido.

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Trattenimento XVI.

Uccellini nel nido 2

Gli uccellini nel nido.

I maestri, siccome insegnano cose che sono concatenate le une colle altre, non di rado principiano la scuola ricordando brevemente ciò che hanno detto nella precedente.

Gli uccellini, presentandosi una seconda volta come vostri maestri dal loro nido, vogliono fare anche così, e vi dicono: nella scuola precedente vi abbiamo insegnato ad essere riconoscenti ai vostri genitori, contenti della vostra condizione, caritatevoli coi vostri fratelli, confidenti con chi vi ama, diffidenti di chi non conoscete. Ora ci restano ancora più cose da insegnarvi, epperciò continuiamo la nostra /193/ scuola. — E voi, cari giovani, che tanto amate gli uccellini, non li sentirete volentieri questa seconda volta? Io son certo che sì, epperciò apro subito la scuola.

Tutti gli uccellini nascono in un nido: in esso crescono, si vestono di peluria, e poi di piume, e poi di penne. Ma avete già visto un uccellino a fermarsi per sempre nel nido, dove è nato? Mai: vi si fermano chi per dieci, chi per quindici, chi per venti giorni, e poi via: prendono il volo e non vi fanno più ritorno.

Cari giovani, voi siete nati e cresciuti su questa terra, sulla quale vivono circa mille e trecento milioni di persone. E questa terra così spaziosa sapete ciò che è per voi, per tutti gli uomini? È un grande nido. In questo nido attualmente mi trovo io, vi trovate voi, si trovano tanti altri; ma come nissuno degli uccellini si ferma per sempre nel nido, così nissuno di voi, nissuno degli uomini, si ferma per sempre sulla terra. Gli uccellini stanno nel nido dai dieci ai quindici, ai venti giorni, e poi prendono il volo: noi ci fermeremo su questa terra chi dieci, chi venti, chi quaranta, chi ottanta, chi cento anni, e poi l’anima nostra prenderà il volo per l’altra vita; il nostro corpo si fermerà ancora in questa terra fino alla fine del mondo, ma allora prenderà anch’esso il volo, ed andrà riunirsi all’anima.

Alla primavera moltissimi uccellini lasciano il nido ogni dì: e sapete quante persone lasciano la terra, muoiono ogni giorno dell’anno! Se ne contano tra /194/ cento e più milioni, il che vuol dire che ogni minuto ne muoiono oltre a venti mila. Fra questi un giorno o l’altro, presto o tardi, ci sarò anch’io, ci sarete anche voi. Ed io vorrei che vi ricordaste di questa verità ogni volta che vedete un nido di uccelli, perchè esso vi fa ricordare della morte e del giudizio universale; e questa ricordanza è molto vantaggiosa alle anime vostre.

Gli uccellini, per vivere nel loro nido, non hanno bisogno di vestirsi di piume o di penne: il nido li sostiene in alto, il padre e la madre li riparano dal freddo, dunque le penne sono per loro una superfluità, di cui non dovrebbero curarsi. Eppure che fanno gli uccellini riguardo alle penne? Ne hanno una gran cura. Per farle crescere prendono l’imbeccata; col becco le vanno ripassando una per una, facendo un atto che tende a stirarle, allungarle, svilupparle, e che realmente le sviluppa rompendo poco per volta il cannoncino che le contiene. E perchè tanta sollecitudine per le loro penne? Eh...! il perchè è chiaro: gli uccellini sentono di non esser creati per restare nel nido, ma per volare per l’aria: e siccome per volare son necessarie le piume e le penne, essi sono tutta sollecitudine per vestirsene al più presto possibile; e fanno bene; io li lodo.

Cari giovani, quel Dio che fa sentire agli uccellini di essere creati non per restar nel nido, dove si trovano, ma per volare, fa sentire anche a voi che non siete creati per questa terra, dove vi trovate, ma per altro fine ben più sublime e grandioso. E realmente, /195/ non è forse vero che il vostro cuore, quantunque piccolo, nutre un desiderio grandissimo, e che tocca l’infinito? Non è forse vero cioè, che voi desiderate di godere una felicità perfetta; felicità che appaghi ogni vostro desiderio, e che sia libera da ogni contrarietà? E questo desiderio sapete che vi dice? Vi dice che voi non siete creati per questa terra, perchè tutti gli onori, tutte le ricchezze, tutte le soddisfazioni, tutti i divertimenti, tutti i piaceri di questo mondo non sono sufficienti a rendervi felici; ma siete creati per qualche cosa di meglio: e questo meglio non è altro che Dio, il bel Paradiso. E siccome il desiderio della felicità è il Signore che ve lo scolpì nel cuore, ne vien per conseguenza essere il Signore che vi fa sentire di essere creati, non per questo mondo, ma per possedere Iddio, per volare in Paradiso, come è il Signore che fa sentire gli uccellini di esser creati, non per restare nel nido, ma per volare.

Ora, cari giovani, se voi siete creati per volare al bel Paradiso, dovete vivere su questa terra, come vivono gli uccellini nel nido: essi fanno di tutto per vestirsi di penne, e così prendere il volo: voi dovete far di tutto per volare al Paradiso dopo morte: essi non amano il nido che come mezzo per rendersi capaci a volare: voi non dovete amare e servirvi delle cose di questo mondo, che come di altrettanti mezzi, di altrettanti scalini, che vi sollevano al Paradiso. E queste due cose le fate tutti? Siete voi tutti solleciti per conoscere, amare, e servire il vostro /196/ Dio, come dovete essere per andarlo godere dopo morte; oppure trascurate tutto ciò, ed avete grande sollecitudine per conoscere frivolezze, ed anche cose cattive; per amare il cibo, le bevande, il danaro, gli onori, la stima degli altri; per servire il demonio, il mondo, le vostre passioni col commettere dei peccati? Guai al giovane che vive in questo modo! Sarà di lui ciò che sarebbe degli uccellini che nel nido cercassero, non di vestirsi di penne, ma unicamente di ingrassarsi; questi invece di volare a loro tempo marcirebbero nel nido: e questo giovane, invece di volare in Paradiso dopo morte, piomberà nell’inferno, dove soffrirà ogni sorta di dolori per tutta l’eternità. Per schivare questa disgrazia, non contentatevi di sentire, e di conoscere il nobilissimo fine per cui siete creati; ma fate il possibile per conseguirlo osservando puntualmente i comandamenti di Dio, quei della Chiesa, e le obbligazioni del vostro stato.

Le nidiate degli uccelli sono un oggetto piuttosto avido delle ricerche della gioventù; e voi, cari giovani, più volte ne siete certamente andati in cerca. Orbene, giacché giacché le nidiate sono una mercanzia della vostra età, vorrei sapere da voi quando convenga prenderle; se sia cioè meglio prenderle quando gli uccellini son già prossimi a prendere il volo, oppure quando non sono ancora ben coperti di penne: che ne dite? Distingue, sento che mi risponde il più astuto tra di voi: o si prendono le nidiate per mangiarne gli uccellini, o si prendono per allevarli, renderli domestici. Nel primo caso, convien /197/ prenderli quando son già prossimi a prendere il volo, perchè la loro carne è già alquanto saporita: nel secondo invece bisogna prenderli quando non sono ancora ben vestiti di penne, perchè aprono facilmente il becco, epperciò si allevano con facilità, il che non fanno più quando son già molto grossi.

Costui dice benissimo: è proprio così; gli uccellini presi dal nido quando non contano che sette, dieci giorni, non sospettano di nulla, aprono il becco, e si allevano: presi invece quando hanno compiuta la loro crescenza, sono diffidenti, maliziosi; invece di aprire il becco, cercano di nascondersi nel nido; se lo si apre colle dita, e poi vi si mette dentro qualche cibo, lo rigettano; e siccome non sanno ancora prendersi il cibo da loro stessi, muoiono di fame.

Cari giovani, questo fatto degli uccellini, vi dà una lezione importantissima. Sentitela. Per salvarvi voi dovete imparare e credere le verità principali della fede; dovete sapere ciò che è bene, e ciò che è male; dovete fare il bene, e schivare il male. Per fare queste cose avete bisogno di una mano benefica che vi dia l’imbeccata dell’istruzione religiosa, e vi insinui nel cuore l’amore della verità, e l’abborrimento del vizio; come l’uccellino preso dal nido ha bisogno di una mano che gli dia l’imbeccata per allevarsi. Ora quale sarà il tempo più conveniente per ricevere quest’imbeccata che vi alleva buoni cristiani? È quello che è più conveniente per alloevare gli uccellini. Essi vanno presi dai sette ai dodici /198/ giorni di vita; voi dovete istruirvi nelle cose di religione, e praticarne le massime dai sette ai dodici anni. A quest’età il vostro cuore è ancora innocente, e riceve facilmente le massime del Vangelo. Ma se voi aspettate a ricevere quest’imbeccata tanto salutare e necessaria quando vi avvicinate ai quattordici, ai sedici anni; quando cominciano a spuntarvi i baffi sotto il naso, e la lanugine sulla faccia, sarà di voi ciò che è degli uccellini presi dal nido troppo tardi. Essi non aprono più il becco, e muoiono di fame; e voi a quest’età non aprirete più il cuore alla fede, perchè sarete già maliziosi e diffidenti; chiamerete storie di nonna le verità più importanti, ed intanto invece di allevarvi nelle fede, e nel santo timor di Dio, troverete la morte spirituale nell’incredulità, e nel mal costume. Ecco la grande verità che dovete imparare dagli uccellini che si allevano, o no, secondo il tempo che si prendono dal nido: la ripeto: il giovane che si istruisce nella religione per tempo, si alleva e cresce buon cristiano: il giovane che aspetta ad istruirsi troppo tardi, diventa un incredulo scandaloso.

Ora, cari giovani, a chi dovete rivolgervi per ricevere per tempo l’imbeccata dell’istruzione religiosa? Ai libri? No, perchè, o non ne avete, o non li capite. Ai vostri compagni? Neppure, perchè o non ne sanno più di voi, o non hanno voglia di insegnarvi quello che sanno. Ai maestri di scuola? Per alcuni sì, per tutti no, perchè non tutti apprezzano convenientemente l’istruzione religiosa. Ai vostri genitori? /199/ Alla maggior parte sì: a tutti no, perchè non tutti sanno ciò che debbono insegnarvi, e non tutti sono buoni. Ma dunque non avrete voi una guida sicura a questo riguardo? Sì che l’avete questa guida: ve l’ha data il Signore, ed è il sacerdote. Vi sono persone così esperte nell’allevare gli uccellini, che allevano anche quelli che son difficili ad allevarsi: i sacerdoti sono così esperti nell’istruire la gioventù, che fanno imparare anche le menti più ottuse, ed insinuano le massime del Vangelo anche nei cuori meno docili. Dunque se volete allevarvi nella fede, e nel santo timor di Dio, prendete pure qualche imbeccata istruttiva sui libri, dai maestri, dai genitori; ma specialmente portatevi a prendere l’imbeccata dal sacerdote. A questo fine frequentate l’oratorio, il catechismo e le prediche: ma frequentateli fin dalla prima gioventù, perchè chi aspetta troppo tardi non sa più approfittarne.

Tutti gli uccelli nascono in un nido: nessuno ci ferma per sempre nel nido dove è nato — dunque tutti lasciano il nido. Ma lo lasciano tutti nel medesimo modo? No: la maggior parte, quando abbandonano il nido, volano a stento da un ramo all’altro degli alberi; cadono anche a terra, però senza farsi un gran male; si rialzano con tratti di volo: intanto con un pigolio quasi continuo domandano aiuto dal padre, e dalla madre: l’aiuto non manca loro, ed essi in breve diventano uccelli perfetti, capaci e spiccare rapidi voli, a provvedersi il cibo, ed a rallegrare la natura col loro cauto. — Altri abbandonano /200/ il nido prima di tempo, e mancando di penne sufficienti al volo, invece di volare piombano a terra, dove muoiono miseramente o per la caduta, o perchè qualche animale li calpesta o li divora. — Altri finalmente aspettano a lasciare il nido quando possono volare senza difficoltà; e questi, lasciato il nido, contenti ed allegri scherzano per l’aria, e fra le fronde degli alberi. — Da ciò si vede che gli uccellini, quantunque nascano tutti per volare, e tutti desiderino di volare lasciando il nido, tuttavia non tutti conseguiscono il loro destino e desiderio; piuttosto alcuni lo falliscono totalmente; altri lo conseguiscono subito dopo lasciato il nido: e la maggior parte se lo veggono ritardato, e poi lo conseguiscono.

Cari giovani, voi avete un corpo ed un’anima: e come la terra è il nido del corpo, così il corpo è il nido dell’anima. Questa vostr’anima, giunta l’ora fissata da Dio, lascierà il suo nido di carne, uscirà dal corpo. Ma dove andrà? Forse nel niente come quella delle bestie? No, perchè la nostr’anima è immortale; fuori del corpo non sarà più visibile, perchè è spirituale; ma continua a vivere, a pensare, ad amare, a sentire, a godere, od a soffrire. — Andrà forse nel corpo di un’altra persona che nasce, di una bestia, o nel tronco di un albero? Neppure; e chi la pensasse così, sarebbe un eretico. Dove andrà adunque? Sentite: sia che moriate giovani, sia che moriate vecchi, la vostr’anima, uscita appena dal corpo, si presenterà al tribunale di Dio per essere giudicata; e dopo il giudizio avverrà /201/ verrà di essa ciò che avviene degli uccellini che lasciano il nido. Questi o vanno trovare la morte a terra: o volano perfettamente: o volano a stento: la vostr’anima andrà certamente o nell’inferno, dove troverà la morte eterna: o nel purgatorio dove soffrirà per qualche tempo, e poi ne uscirà fuori: o andrà subito in Paradiso, dove godrà la felicità eterna. Ecco i tre luoghi dove andrà la vostr’anima quando lascierà il nido di carne in cui ora si trova. In quali di questi tre luoghi sia per andare, non so dirvelo, posso però dirvi tre cose senza timore di sbagliarmi.

Da prima vi dico che se la vostr’anima uscirà dal corpo, macchiata anche di un solo peccato mortale, andrà certamente nell’inferno. Sarà per conseguenza simile all’uccellino che, lasciato il nido, cade a terra, dove trova la morte. Era nato per volare, cercò di volare, ma mancando delle penne necessarie, incontrò la morte. La vostr’anima fu creata pel Paradiso; cercò di andarvi; ma, uscendo dal corpo col peccato mortale, dovrà andare all’inferno, dove sarà per sempre priva della vista di Dio, e soffrirà nel fuoco ogni sorta di tormenti. Voglio sperare che questa disgrazia capiti a poche anime cristiane, ed a nessuna delle vostre: ma guai a chi capita...! Dall’inferno non si esce più...!

In secondo luogo vi dico, che se la vostr’anima uscirà dal corpo senza peccati tanto mortali, che veniali, e senza alcun debito di far penitenza dei peccati perdonati, andrà certamente subito in Paradiso. /202/ Epperciò sarà simile agli uccellini, che, lasciato il nido, volano con perfezione. Creati essi per volare, volando son felici. La vostr’anima, creata pel Paradiso, appena entrerà in quel luogo di delizie vedrà Dio faccia a faccia; vedrà Maria SS. con milioni di Angeli e di Santi; sarà libera da ogni sorta di dolori, godrà ogni sorta di beni; sarà perfettamente felice...! Che bella fortuna per un’anima...! Io l’auguro all’anima vostra; ma ricordatevi che per conseguirla dovete schivare il peccato e far penitenza.

Finalmente vi dico che se la vostr’anima uscirà dal corpo macchiata di qualche peccato veniale, oppure aggravata dall’obbligo di fare penitenza, andrà certamente in purgatorio, e sarà simile all’uccellino che lascia il nido, volando bensì, ma a stento, e con imperfezione. Esso si prova a volare, fa dei salti, sbatte le ali tenendosi coi piedi fermo ad un ramo: si vede che muore dal desiderio di poter volare: ma vi deve rinunziare, e per questo egli soffre... La vostr’anima in purgatorio soffrirà molte pene: la pena d’esser da Dio lontana: la pena del fuoco simile a quella dell’inferno. Di mezzo a tante pene, cercherà ad ogni momento di uscirne fuori, farà sforzi per sollevarsi al Paradiso: ma i suoi peccati, i suoi debiti le tarpano le ali, ed essa dovrà fermatisi chi sa per quanto tempo. Però, buono per lei, la Chiesa vi pensa... L’uccellino che non può a sufficienza, vien aiutato dal padre, dalla madre che continuano a portargli l’imbeccata, ed /203/ esso presto diventa capace al volo perfetto. L’anima che discende in purgatorio viene aiutata dalla Chiesa, la quale le manda i suffragi dei vivi; e questi la aiutano grandemente ad uscir presto dalla sua prigione, e le aprono le porte del Paradiso.

Ecco i tre luoghi dove andrà certamente la vostr’anima quando uscirà dal corpo: o l’inferno; o il Paradiso; o il purgatorio: quest’ultimo è il più probabile; ed io vi auguro che almeno duri poco.

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Trattenimento XVII.

Il volo degli uccelli

Il volo degli uccelli.

I quadrupedi camminano, corrono sulla terra; i pesci guizzano nell’acqua: gli uccelli volano per l’aria: l’uomo, come re della terra, fa un po’ di tutto. Esso cammina e corre sulla terra, come i quadrupedi: viaggia sopra e anche sotto l’acqua, come i pesci, e vola anche per l’aria, non però come gli uccelli, perché il pallone che lo lo solleva, e lo sostiene /205/ in aria, va dove spira il vento, e non dove vuole egli stesso. È vero che si fanno grandi studi per trovare il modo di dirigere il pallone volante come si dirige un cavallo, ma questo modo forse non si troverà mai. Comunque sia, io lascio ad altri la ricerca del modo per dirigere i palloni volanti, ed auguro loro una felice riuscita; non lascio però il volo degli uccelli, e mettendovi sotto gli occhi questo loro carattere distintivo, voglio regalarvi due ali, colle quali volerete meglio di loro, senza servirvi dei palloni volanti.

Ho detto di regalarvi due ali, colle quali potete volare come gli uccelli. Ora per farvi questo bel regalo io non vado in cerca nè di piume, nè di penne, vi domando solo: cari giovani, siete buoni a pregare? Sì: ebbene pregate, e la vostra preghiera vi metterà due ali, e voi volerete meglio degli uccelli. Con questo non voglio dire che la preghiera prenda il vostro corpo, e lo porti qua e là per l’aria; questa cosa potrebbe farla, come l’ha fatta con alcuni santi, che nel tempo della preghiera stavano sospesi in aria; però non la fa di regola ordinaria: voglio solo dire che voi pregando volate coll’anima come gli uccelli volano col corpo. Voi forse non mi capite, ed io mi spiego facendovi un confronto tra il volo degli uccelli, e la vostra preghiera.

Col volo gli uccelli si portano con grande velocità da un luogo all’altro, da basso in alto, e scherzano per l’aria, come i pesci scherzano nell’acqua. Voi, quando colle ginocchia piegate, e colle mani congiunte, /206/ recitate il Pater l’Ave Maria, od un’altra preghiera qualunque, il vostro corpo non si muove, ma la vostr’anima spicca un volo sublime, si solleva fino al Paradiso, e là si presenta a Dio, a Maria SS.: dal Paradiso ritorna sulla terra, e passa da un’immagine ad una statua sacra; dalla statua ad un crocifisso; dal crocifisso al tabernacolo dove si conserva il SS. Sacramento. E tutti questi passi dell’anima che prega, non sono forse simili al volo degli uccelli? I pittori, per far conoscere la prontezza colla quale gli Angeli eseguiscono gli ordini di Dio, discendendo dal Cielo sulla terra, e dalla terra ritornando al Cielo, li dipingono con due ali ai fianchi. Queste due ali stanno anche bene ai fianchi dell’anima che prega, perchè essa passa rapidamente dalla terra al Cielo, e dal Cielo alla terra.

Gli uccelli, a motivo delle piume che sono leggerissime, non pesano gran cosa di più di un pari volume d’aria. Quindi è che, stando essi sospesi nell’aria, perdono una gran parte del loro peso, come lo perde il nostro corpo immerso nell’acqua. La parte di peso che non perdono, e che li farebbe precipitare a terra, la distruggono sbattendo leggermente le ali. Per questo motivo gli uccelli volano con tutta facilità; basta loro allargare le ali, e sbatterle leggermente. — E qual cosa è più facile a voi che il volo colla preghiera? Vi basta aprire la bocca, pronunziare parole che sapete a memoria: anzi vi basta pensare a Dio, e manifestargli colla mente i vostri bisogni tanto per l’anima, quanto pel corpo; /207/ tanto per l’altra, quanto per questa vita. E se la preghiera vi costa si poco, perchè non vorrete pregare? Che direste se un uccello si lamentasse d’aver le ali per il piccolo peso che gli fanno sentire sulla schiena: oppure rinunciasse al volo per non essere obbligato a distenderle, e sbatterle nell’aria? Diremmo che è un pazzo perchè si lamenta del primo dei favori che gli fece madre natura, e rinunzia a grandi vantaggi per risparmiare una fatica piccolissima... E che dire del giovane che trova un peso enorme nella preghiera, e che non prega per risparmiare il piccolo sforzo che gli costa la preghiera? Io dico: costui è un pazzo perchè si lamenta di un gran tesoro che Iddio gli mette in mano, chiama peso ciò che è sollievo, e rinunzia a grandi favori per una indolenza imperdonabile... Io non conosco alcun uccello che rinunzi al piacere che prova, ai vantaggi che ricava volando, per risparmiare la piccola fatica, che gli costa il volo. Non si dovrebbe trovare neppure alcun giovane che non preghi per schivare la piccola fatica che gli costa la preghiera. E spero che nissuno di voi vorrà fare un’eccezione a questa regola lasciando la preghiera.

Gli uccelli col volo schivano molti pericoli, e fanno molti guadagni. Un cacciatore si avvicina di nascosto ad un albero, sul quale riposa un uccello. Questo io vede da lontano, prende il volo, e via... Ed il cacciatore si ferma con tanto di naso, e colla saliva in bocca. Chi salvò la vita a quest’uccello? Il volo. — Le rondini, i balestrucci, i rondoni si nutrono /208/ unicamente di insetti: i passeri, le gazze, le ghiandaie, i colombacci si nutrono specialmente di grano, meliga, ghiande, e noci: gli usignuoli, i merli, e molti altri uccelli si nutrono specialmente di vermi, grilli, e larve d’insetti. Ora come farebbero questi uccelli a prendere tanti insetti, a trovare tanti vermi e granelli di cibo, quanti son necessarii al loro nutrimento, se non volassero per l’aria, da un albero all’altro, qua e là per terra? Sarebbe loro impossibile, e dovrebbero morir di fame. La è così, cari giovani, il volo non dà la vita, nè da mangiare agli uccelli; ma senza il volo essi non possono vivere. Epperciò i vantaggi che essi ricavano dal volo valgono tanto quanto vale la loro vita.

Voi, volando a Dio colla preghiera, schivate molti pericoli, e fate molti guadagni. Sentile almeno i principali, tanto riguardo al corpo, che riguardo all’anima. Il vostro corpo ha bisogno di mangiare, di bere, di calzarsi e vestirsi; ha bisogno della sanità. Ora la preghiera non vi cava certamente nè la sete; come pure non vi compra nè gli abiti, nè vi presta una medicina efficace contro una malattia. Tuttavia, come il volo degli uccelli conserva la loro vita indirettamente, così la preghiera vi provvede indirettamente il ncessario corporale, perchè essa fa discendere la benedizione di Dio sui vostri lavori, e sulle vostre campagne; e siccome senza di questa benedizione i frutti delle vostre fatiche non sono sufficienti amprovvedervi il necessario alla vita, ne vie /209/ per conseguenza che la preghiera indirettamente vi conserva la vita, e la sanità del corpo. Ed è appunto per questo motivo che Gesù Cristo ci fa dire nel Pater: dacci oggi il nostro pane quotidiano. Oltre al corpo voi avete anche l’anima: quest’anima per vivere ha essa pure bisogno di un cibo spirituale; cibo che si chiama grazia di Dio. Ora con qual mezzo potete guadagnarvi questo cibo dell’anima? Lo dice il piccolo catechismo: il principal mezzo è l’orazione, perchè Dio ci comanda di domandare a Lui le grazie di cui abbiamo bisogno. Per esempio, è di fede che senza l’aiuto della grazia di Dio voi non potete nè vincere le tentazioni del demonio, nè tenere in freno le passioni disordinate, nè ottenere il perdono dei peccati, nè perdonare un’ingiuria, nè fare un atto di fede, di speranza, di carità, nè osservare i comandamenti: è di fede insomma che senza l’aiuto della grazia di Dio non potete nè schivare il male, nè fare il bene; e siccome l’anima che non schiva il male, e non fa il bene, è un’anima morta, ne viene per conseguenza che per conservare viva la vostr’anima, vi torna indispensabile l’aiuto della grazia di Dio. E quest’aiuto soprannaturale come lo potete ottenere? Colla preghiera. Cosi ha stabilito la Divina Provvidenza, e così ha insegnato Gesù Cristo dicendoci da prima che senza il suo aiuto noi non possiamo fare niente di bene: Giovanni 15,5 Giovanni 16,24 sine me nihil potestis facere; e poi soggiungendo: il mio aiuto lo darò a colui che prega: petite, et accipietis. Ed eccovi come voi, volando a Dio colla preghiera, trovate il /210/ cibo e la vita dell’anima, cioè la grazia di Dio: ed eccovi anche accennati i grandi vantaggi che vi porta la preghiera. Gli uccelli col volo si salvano dalla morte, e trovano il cibo necessario: voi pregando schivate il peccato mortale, che dà la morte all’anima; ed ottenete la grazia di Dio, che è la vita dell’anima, non che le sue benedizioni sui vostri lavori; benedizioni che indirettamente vi conservano la sanità, e la vita del corpo...

E se tali sono i vantaggi della preghiera, non vorrete pregare, e pregare molto?

Ditemi un po’ in grazia vostra: se voi conosceste una parola così magica, che bastasse pronunziarla per farvi comparire dinanzi cibi, bevande, abiti, divertimenti, onori, piaceri, ogni cosa insomma desiderata: di più bastasse pronunziarla per liberarvi da una malattia, da una persecuzione, da un dispiacere, da una umiliazione; che uso fareste di questa parola? La dimentichereste, non la pronunziereste mai, o solo raramente? Tutt’altro. Dimentichereste tante altre cose; ma non questa parola magica: lasciereste di dire tante altre parole, ma non questa. E voi fareste ottimamente. Orbene la preghiera è precisamente una parola magica; parola che vi ottiene tutto: il cibo, ed il resto necessario al corpo ve lo ottiene indirettamente: il cibo spirituale, e la vita dell’anima, ve la ottiene direttamente. Dunque non dimenticate la preghiera; piuttosto pregate molto, perchè, S. Alfonso dei Liguori, Del gran mezzo della Preghiera I, III, Conclusione come dice S. Alfonso, chi prega si salva, chi non prega si danna.

/211/ Gli uccelli, volando in cerca di cibo, alcune volte son fortunati; trovano subito di che sfamarsi: altre volte invece non trovano nulla. Quella rondine gira qua e là per l’aria, e non trova neppure una mosca, una zanzara, un insetto: vola più in alto, più in basso, vicino ai muri, e niente di nuovo... Stride quasi per dispetto, e per rabbia, ma la rabbia non la sfama... Quel passero vola in un cortile, cerca di qua, cerca di là, e non trova niente: va posarsi in un campo, lungo le vie, sul tetto, fruga in ogni parte, ma non trova altro che terra e ghiaie: fa altre stazioni in altri luoghi, ma se ne parte sempre col gozzo vuoto... Queste ricerche inutili non sono tanto rare per gli uccelli, specialmente d’inverno. Ora, in questi casi, gli uccelli lasciano forse di volare? Tutt’altro: l’istinto dice loro; non perderti d’animo, chi cerca trova: ed essi riprendono il volo con fiducia di trovare quel cibo, che non hanno trovato coi voli precedenti. E continuando a volare trovano sempre il cibo necessario, ed è ben raro che essi muoiano di fame; il che capiterebbe frequentemente se cessassero di volare dopo aver volato inutilmente per qualche tempo.

Volando a Dio colla preghiera, molte volte ottenete subito la grazia desiderata; altre volte no. Tornate a pregare e niente di nuovo: ripetete la vostra preghiera per una settimana, un mese, ed anche di più, ma sempre inutilmente. Capita anche a voi ciò che capita agli uccelli, che volano in cerca di cibo, e non ne trovano. E quando vi capita così, dovete /212/ forse stancarvi a pregare, e lasciar di pregare? No: piuttosto dovete imitare gli uccelli: essi continuano a volare, e tardi o tosto trovano da sfamarsi: voi dovete continuare a volare a Dio colla preghiera, perchè essa deve essere perseverante: e continuando a pregare, sarete esauditi certamente. L’uccello che vola con perseveranza, non muore di fame: lo attesta l’esperienza: il cristiano che prega colla debita perseveranza, sarà esaudito: così ha insegnato e promesso Gesù Cristo; e Gesù Cristo non può mancar di parola. Dunque, quando domandate a Dio qualche grazia, se la ottenete subito, ringraziatene il Signore: se non la ottenete subito, continuate a pregare, e col tempo sarete esauditi.

Gli uccelli, volando in cerca di cibo, lasciano ciò che non fa per loro, e prendono solamente quello che loro conviene. E guai se mangiassero tutto ciò che incontrano...! Mangierebbero molte cose che invece di nutrirli, farebbero loro del male. Per esempio se il pappagallo mangiasse le mandorle amare, ne morirebbe avvelenato. Per questo motivo il Signore ha dato agli uccelli un istinto che li fa discernere tra cibo e cibo: ed essi imbeccano ciò che li nutrisce, e non si curano del resto, fosse anche il boccone più ghiotto che vi è.

Cari giovani, quel Dio che per mezzo dell’istinto guida gli uccelli ad imbeccare ciò che fa per loro, ed a lasciare il resto, colla sua parola vi dice ciò che dovete domandare volando a Lui colla vostra preghiera. Vi dice cioè, quando pregate, cercate, /213/ domandate prima di tutto il Paradiso: Matteo 6,33 quaerite primum regnum Dei. E siccome per andare in Paradiso dovete schivare il peccato mortale, praticare il bene, la virtù, ottenere il perdono dei peccati commessi; colle vostre preghiere, prima d’ogni altra cosa, dovete domandare il perdono dei vostri peccati, la grazia di vincere le tentazioni, la perseveranza nel bene, la pazienza in mezzo alle tribolazioni, la rassegnazione alla volontà di Dio. Ecco le cose che dovete domandare colle vostre preghiere. — Riguardo alle grazie temporali, per esempio, la sanità corporale, un premio, la vincita d’una partita, d’una sfida, le ricchezze, una buona riuscita nello studio, nel mestiere, schivare un castigo, una umiliazione, ed altre cose consimili, potete anche domandarle a Dio. Ma siccome queste cose, invece di grazie, potrebbero essere disgrazie per voi, invece di un bene potrebbero portarvi un male o col farvi insuperbire, o col mettervi nel pericolo di peccare, voi dovete domandarle colla condizione che esse siano vantaggiose all’anima vostra: e qualora il Signore non vi esaudisca, ben lungi dal prendervela contro di Lui, o di dubitare dell’efficacia della preghiera, dovete persuadervi essere meglio per la vostr’anima la negazione del favore domandato, e ringraziarne il Signore. — Non tutto ciò che sembra cibo per gli uccelli, è cibo in realtà: l’istinto però li guida a fare una scelta conveniente. Non tutto ciò che a voi sembra un bene, un vantaggio, è tale in realtà: la parola del Signore vi guida a fare una buona scelta, /214/ e voi dovete seguire questa guida nel pregare, come gli uccelli seguono il loro istinto nella ricerca del loro cibo.

Gli uccelli, quando volano, tengono gli occhi chiusi, o aperti? Che domanda, voi forse mi dite...! Certo tengono gli occhi aperti, perchè altrimenti, oltre di non trovare il cibo che cercano, urterebbero nei muri, negli alberi, e si romperebbero il becco. E voi dite bene. Ma ditemi ancora, voi quando volate a Dio colla preghiera, tenete gli occhi chiusi, o aperti? Alcuni li tenete aperti, perchè pregate con attenzione, con raccoglimento: e questi tali fanno bene. Ma alcuni pregate proprio cogli occhi chiusi: Per esempio chi si addormenta mentre assiste alla Messa, recita il Rosario, le preghiere del mattino e della sera, costui prega cogli occhi chiusi: chi recita le preghiere pensando alla scuola, al lavoro, alla cena, alla colazione, al divertimento, prega anch’esso cogli occhi chiusi, perchè non pensa a quello che dice pregando. E questi tali saranno da Dio esauditi? Niente affatto: gli uccelli se volassero cogli occhi chiusi, il volo porterebbe loro più danno che vantaggio: ai giovani che pregano di cattiva voglia, quasi per forza, con distrazioni volontarie, sonnacchiando, sbadigliando, stiracchiandosi, la preghiera porta più danno che vantaggio, perchè essi non pregano Dio, ma gli mancano di rispetto. Per conseguenza se volete che la preghiera sia efficace per voi, pregate sempre cogli occhi aperti; cioè non sonnacchiando, non pensando ad altre faccende: ma /215/ pronunciando bene le preghiere, ed accompagnandole con una buona volontà, coll’attenzione della mente, e coll’affetto del cuore.

Gli uccelli volano a tutte le ore del giorno; però essi volano specialmente al mattino, ed alla sera. Al mattino perchè hanno fame: alla sera per farsi una provvista di cibo durante la notte. E voi fate anche così: volate a Dio colla preghiera a tutte le ore del giorno, facendo delle giaculatorie. Dicendo per esempio, Dio sia benedetto: sia lodato Gesù Cristo: Gesù, Giuseppe e Maria vi dono il cuore e l’anima mia, e cento altre consimili invocazioni che sapete a memoria. Esse son voli brevi si, ma molto cari a Dio, e vantaggiosi a voi. E siccome son facilissime a farsi prendete la risoluzione di farne ogni dì, e fatene molte. Ma specialmente volate a Dio colla preghiera del mattino e della sera. Riguardo al corpo ogni mattina lo confortate colla colazione: ed ogni sera colla cena. Ebbene date anche la colazione, e la cena all’anima. La colazione consiste nelle preghiere del mattino: la cena in quelle della sera: le prime vi aiutano a passare il giorno senza peccati: le seconde a passare la notte fra le braccia del Signore, di Maria vostra madre, e dell’Angelo custode. Amate adunque, cari giovani, le preghiere del mattino e della sera, e recitatele sempre, e bene.

Tutti gli uccelli volano, ma non tutti nello stesso modo. Le quaglie, per esempio, le pernici, i passeri volano vicino alla terra: le rondini, i rondoni, i balestrucci, gli sparvieri volano alquanto in alto. La /216/ grande maggioranza volano orizzontalmente; alcuni però, come per esempio l’allodola, l’aquila, il condor, il grifone, volano verticalmente, e si portano a grandi altezze, dove alcuni cantano, altri fissano il sole, altri la terra per scoprirvi la preda, e piombarle sopra. Alcuni hanno un volo tardo e pesante, come le galline, i fagiani, i tacchini: altri hanno un volo leggiero, facile, e rapidissimo, come la tortora, la colomba, la rondine.

Tutti gli uomini pregano: preghiamo noi cristiani, pregano gli Ebrei, i Turchi gli idolatri: la preghiera è una specie d’istinto che porta l’uomo a Dio, e basta essere uomo per pregare in qualche modo. Ma se è vero che tutti gli uomini pregano, è vero altresì che non tutti pregano nello stesso modo. Gli Ebrei, i Turchi, gli idolatri pregano una divinità falsa, la quale può far loro del male, ma non del bene. Noi cristiani preghiamo l’unico vero Iddio, che può farci qualunque grazia, ma nissun male. Che bella fortuna adunque per noi essere cristiani...! I due terzi degli uomini pregano si, ma inutilmente, anzi commettendo un peccato di idolatria, o di superstizione: noi soli preghiamo con vantaggio delle anime nostre...! Ringraziamo il Signore che ci ha fatti cristiani...!

E noi cristiani preghiamo forse tutti nel medesimo modo? Eh...! no... Come gli uccelli volano in modi diversi, così in modi diversi voliamo a Dio colla preghiera anche noi cristiani. Alcuni colla preghiera spiccano voli sì sublimi, che si portano dinanzi a Dio, e là passano ore intiere quasi immobili, estatici; /217/ mai sazii di contemplare le sue grandezze, la sua bontà; mai sazii di lodarlo, e ringraziarlo: ed intanto guardano con occhio di dispreizo la terra, le ricchezze, gli onori mondani... Costoro son simili all’aquila, al condor: simili specialmente all’allodola, la quale, girando in forma di chiocciola, e cantando la sua graziosa canzone, si solleva in alto, va perdersi fra le nubi all’altezza di circa due mila metri; là si ferma quasi immobile e sempre cantando per lunghe ore; e non discende a terra se non per prendere un po’ di cibo, e poi riprende il suo viaggio aereo. Pregava in questo modo un S. Luigi Gonzaga; pregano in questo modo le anime che trovano la loro delizia nella preghiera, e pregherebbero sempre. Però la grande maggioranza dei cristiani non sentono tanto gusto nella preghiera, e pregando non volano tanto alto: anzi hanno un volo pesante, tardo, difficoltoso, epperciò non si sollevano gran tratto sopra la terra, dove ricadono ad ogni momento per pensare alle faccende umane. Costoro son simili alle quaglie, alle pernici, ai passeri, ed a tanti altri uccelli, che occupano gli ultimi posti in fatto di volo. E voi, cari giovani, a chi volete rassomigliare colle vostre preghiere? All’allodola? Io ve lo auguro: ma per questo ci vuole una grazia speciale del Signore, e pochi la ottengono. Alla quaglia? Sarebbe troppo poco. Procurate di rassomigliare almeno alla rondine. Essa non vola molto alto; ma vola facilmente e per molto tempo. Voi pregate volentieri, pregate a sufficienza, e procurate di pregar bene.

/218/ Un uccello senz’ali, non è più uccello, perchè manca del carattere distintivo degli uccelli. Un giovane senza preghiera, non è più un giovane, ma una bestia, perchè son solo le bestie che non pregano. — Un uccello colle ali rotte, o legate, è ancora uccello, ma siccome invece di volare per l’aria non fa altro che salti per terra, vive per qualche tempo in mezzo ad affanni, e presto incontra la morte. Il giovane che prega, ma non abbastanza, oppure prega male, farà qualche bene, ma a semplici salti, e non tarderà a cadere nel peccato mortale, e finirà per dannarsi. Un uccello che abbia le ali, e voli secondo le sue forze, nel volo trova le sue delizie, col volo si provvede il cibo, e si salva dalle ricerche del cacciatore. Il giovane che sa pregare e che prega secondo le sue forze, nella preghiera troverà un grande conforto; colla preghiera schiverà il peccato, e volerà in Paradiso. Ecco l’importante lezione che vi danno gli uccelli col loro volo: essa fu un po’ lunga; ma è così importante, che merita di essere ripassata di quando in quando.

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Trattenimento XVIII.

Gli uccelli ed i loro nemici.

Questa terra, su cui viviamo, non è luogo di pace, ma di guerra, e di contrasti. Dall’uomo all’ultimo animaluccio che striscia nella polvere, tutti hanno i loro nemici, epperciò tutti devono sostenere una specie di guerra. Questa guerra debbono farla anche gli uccelli, vostri maestri; e siccome se la cavano assai bene contro i loro nemici, voglio presentarveli nell’atto che combattono coi medesimi. Trattandosi di assistere ad una battaglia non basta più una sala; ci vuole una piazza, ed io ve la provvedo senza costo di spesa. Ecco, noi siamo nel centro di questa piazza: da una parte vi sono tutti gli uccelli, a partire dall’uccello mosca, non più grosso di un tafano, ad andare fino allo struzzo, che sembra un piccolo cavallo, e corre più del cavallo con un uomo sul dorso. Che esercito numeroso! Non cercate di contarli, perchè torna impossibile. Dall’altra parte stanno schierati i loro nemici, e formano un esercito ancor più numeroso: là vi sono cani, gatti, volpi, faine, /220/ serpenti, e cento altri animali, guidati dal re della terra, cioè dall’uomo, armato di fucile, di reti, di trappole, e di altri inganni. Questi due eserciti combattono da oltre a seimila anni. In questo frattempo vi furono bensì alcune tregue, e trattati di pace, ma la battaglia non cessò mai, e si fa ancora oggidì. Ho detto di mettervela sott’occhio, e mantengo la parola. E voi non abbiate paura: assisteremo a questa battaglia in modo da poter vedere chi vince, e chi perde, e così imparare qualche lezione di scherma; ma non ci getteremo nella zuffa, e neppure tanto vicini da prenderci qualche graffiata sulla faccia, o qualche palla nella schiena.

Prima di osservare i nostri combattenti, sarà bene dare uno sguardo alle loro armi. Gli uccelli, vostri maestri, hanno un’arma sola: le ali per fuggire e per nascondersi. È bensì vero che alcuni di essi portano una specie di sciabola nel becco, e negli artigli, ma questi son pochi, e la sciabola non l’adoperano che raramente. L’esercito nemico invece è molto armato; là vi sono gambe per correre, ed arrampicarsi sugli alberi; vi sono denti per mordere, e dilaniare, fucili per tirare schioppettate, reti, tranelli per ingannare. Questa grande disparità tra le armi dei vostri maestri, e dei loro nemici, forse vi fa sospettare che gli uccelli debbano soccombere; però sospendete il vostro giudizio; essi che si sono difesi dai nemici per il passato, sapranno difendersi ancora al presente, e per l’avvenire; ed osservate in qual modo.

/221/ Dall’esercito nemico, si scagliano contro i vostri maestri, milioni di cani, di gatti, di volpi, di faine, di serpenti, e di molti altri animali. I cani, ora si appiattano a terra per sorprendere quaglie, pernici, fagiani che hanno scoperto col loro finissimo odorato; ora corrono loro dietro ustolando per l’avidità di raggiungerli e sbranarli. I gatti, le volpi, le faine percorrono campi, prati e boschi; si arrampicano sugli alberi, e sui muri; stanno in agguato per lunghe ore, sempre intenti a prendere uccelli d’ogni sorta tanto nel nido, che fuori del medesimo. — I serpenti strisciano per terra, corrono sugli alberi, dove veggono un uccello. Poveri i vostri maestri...! da quanti nemici sono circondati...! E quante astuzie, quanti sforzi, quanta pazienza in essi contro di loro...! Ma il peggio non è qui: il peggio è che all’esercito degli animali, si unisce ancora un esercito di fanciulli che, arrampicandosi sugli alberi, o tirando sassate distruggono le loro nidiate: di più ancora un altro esercito di cacciatori, che danno loro la caccia col fucile, con reti, con trappole, con cani e via... Ed i vostri maestri come faranno a difendersi? Non temete: essi hanno un’arma difensiva potentissima, le ali: se ne servono per fuggire, e fuggendo si mettono al sicuro, e lasciano i loro nemici con tanto di naso... Non l’avete mai osservato? Quel cacciatore aveva tesa una rete: uno stormo di uccelli le si avvicinava, quando uno di essi la vede, fa un grido, e tutti se ne vanno lasciando la rete vuota. Quell’altro si avvicinava, di nascosto, ad un /222/ albero coperto di stornelli, stava già per puntare il fucile, quand’ecco che gli stornelli prendono il volo, ed esso può guardarli e niente di più. Quel gatto da più ore sta in agguato vicino a quel muro: i passeri gli vanno vicini, lo veggono e via... Ed esso deve contentarsi di vederli... È bensì vero che non tutti, e non sempre fuggono in tempo utile, ed allora diventano preda del nemico; ma è anche vero che colla fuga se ne salva la grande maggioranza. Per conseguenza l’esercito degli uccelli può scrivere sulla propria bandiera: fuga salutem petere: cercare la salvezza nella fuga è una frase proverbiale che si trova per esempio in Cesare, De bello gallico 4,14,2 fuga salutem: colla fuga ci salviamo; e dicono bene, perche senza la fuga si sarebbe già perduta la loro razza sulla terra: colla fuga vivono tutt’ora, e continueranno a vivere in quantità innumerevole.

Cari giovani, voi quando assistete ad una battaglia finta, state attenti, e poi la rinnovate tra di voi con bastoni, che diventano fucili e sciabole. Vi ho fatto contemplare la battaglia tra gli uccelli, ed i loro nemici, e voi imparate dai vostri maestri a combattere contro i vostri nemici. Questi non sono nè cani, nè gatti, nè volpi, nè faine, nè serpenti, nè cacciatori: i vostri nemici sono le occasioni pericolose. Mi spiego. Nel mondo vi sono molti giuochi; ogni giuoco è un’occasione pericolosa per voi, è un vostro nemico, che cerca di farvi rissare coi compagni, di mettervi la bestemmia in bocca, di farvi ladri, e profanatori della domenica, allontanandovi dal catechismo, dalla predica, dalla messa, e dalle altre funzioni religiose. Il mondo è pieno di osterie, di caffè, /223/ di bettole e di postriboli: questi luoghi sono altrettante occasioni pericolose par voi, son vostri nemici, che cercano di farvi perdere le fede, il timor di Dio, l’amore ai genitori, alle pratiche di religione, e vi portano all’ubbriachezza. alle risse, a disordini d’ogni genere, e finiscono per aprirvi la porta delle prigioni, del disonore, di crudeltà inaudite contro gli stessi vostri genitori. Nel mondo vi sono balli, festini, teatri, cattivi libri, immagini oscene. Anche queste cose sono per voi occasioni pericolose, son vostri nemici, che cercano di privarvi dell’innocenza, e mettere nel vostro cuore il brutto vizio della disonestà. Il mondo è pieno d’uomini, ed anche di giovani, che bestemmiano, parlano male, mettono in burla i sacramenti, le preghiere, i sacerdoti, ed i buoni cristiani: son tutti vostri nemici, che cercano di farvi perdere la fede, e la religione. — Ora se voi siete circondati da un esercito di nemici come lo sono gli uccelli, vostri maestri, come farete a vincere i loro assalti, a schivare le loro insidie? Avete un solo mezzo, una sola arma: e questa è appunto quella dei vostri maestri. Essi vincono i loro nemici colla fuga; e voi dovete vincere i vostri colla fuga. Fuggite adunque tutte le occasioni pericolose sopra accennate: ecco l’arma difensiva, che rende inutili gli sforzi dei vostri nemici. E guai a voi se non ve ne servite! Gli uccelli se non fuggissero lontani dai loro nemici, non tarderebbero a cadere loro vittima, e perdere la vita. Voi, se non fuggite lontani dalle persone, dai luoghi, dalle occasioni /224/ pericolose, non tarderete a cadere in gravissimi peccati. Invece se fuggite sempre, prontamente e lontani da queste occasioni, continuerete ad essere buoni; e così anche voi potrete scrivere sulla vostra bandiera: fuga salutem: ci salviamo colla fuga.

In tempo di guerra capitano sovente dei tradimenti: una parte cioè dei soldati, invece di voltare le armi contro il nemico, le voltano contro del loro esercito. Un tradimento consimile capita pure nell’esercito degli uccelli: il gufo, la civetta, il barbagianni di notte: l’aquila, lo sparviero, il falcone di giorno, invece di aiutare i loro confratelli alati, si rivoltano contro di loro, cercando di farne un pasto saporito. E come faranno gli uccelli a difendersi dagli assalti di questi traditori anch’essi alati? Forse colla fuga? No, perchè questi loro nemici volano anch’essi, e non tarderebbero a raggiungerli, e sbranarli. Dunque... Come faranno? Eh non abbiate paura; i vostri maestri non mancano di un’arma per difendersi anche contro di questi nemici... E questa sapete qual è? Nascondersi. Di notte si nascondono chi in un luogo, chi in un altro; e così schivano le ricerche dei loro nemici notturni: di giorno si nascondono in un luogo dove non possano passare, o non li veggano i loro nemici diurni. Questa manovra l’avrete già vista più volte tra i passeri, e lo sparviero. Quando questo rapace spicca il volo contro i passeri, che forse si divertono sopra un salice, questi lo veggono, e senza più si precipitano in una riva per terra, e vanno appiattarsi sotto le foglie, sotto /225/ l’erba, dove stanno immobili per due o tre minuti. Lo sparviero non potendo internarsi nella riva, perchè troppo grosso, e non vedendo la preda nascosta sotto l’erba, sotto le foglie, fa ritorno alla sua dimora cogli artigli vuoti; ed i passeri, dopo un momento di silenzio, e di spavento, sani e salvi escono dal loro nascondiglio, e si dicono a vicenda: per fortuna che ci fu questa riva, queste foglie, questa erba...! Per fortuna che fummo lesti a nasconderci...! Altrimenti ci divorava tutti quel maledetto sparviero...! oh! gridiamo pure: in velamento salus letteralmente “la salvezza nella copertura, nella protezione” non ha riscontri letterali, ma richiama due passi dei Salmi: 60,5 e 62,8 in velamento salus: il nascondiglio ci salvò...! Con questa seconda arma difensiva, cioè col nascondersi, moltissimi uccelli si sono salvati contro le ricerche dei loro nemici tanto diurni che notturni, anch’essi alati.

Dovete sapere, cari giovani, che non solo gli uccelli ma anche voi avete dei nemici e di notte e di giorno, contro dei quali non potete combattere colla fuga. Per esempio, il demonio vi gira sempre attorno, e qual leone affamato, cerca di divorarvi l’anima facendola cadere nel peccato: 1 Pietro 5,8 tamquam leo rugiens circuit, quaerens quem devoret. Dentro di voi vi sono passioni disordinate, cattive inclinazioni, che vi tirano al male. E come fare a schivare le insidie di questi due nemici colla fuga? Andate, fuggite dove volete; là vi portate con voi le vostre cattive inclinazioni; là si porterà il demonio tanto di giorno che di notte. Dunque contro di loro la fuga non giova a nulla. Di più, può essere che alcuno di voi abbia un nemico in un fratello, una sorella, un compagno, che /226/ gli danno scandalo in qualche modo, e da cui non può allontanarsi. Anche per costui la fuga non giova, perchè è impossibile. Questi nemici sono per voi, ciò che sono per gli uccelli il gufo, la civetta, l’aquila, il falcone, lo sparviero. E voi come dovete fare a difendervi dai loro assalti? Fate come fanno i vostri maestri: essi si nascondono; nascondetevi anche voi.

Mi spiego. Ogni volta che di giorno o di notte, in casa o fuori, da soli o con altri, vi entra nella mente una tentazione cattiva, un pensiero brutto, o contro la fede, o contro la carità verso i compagni, o contro l’umiltà: ogni volta che vi sentite quasi voglia o di rubare, o di vendicarvi, o di rissare, o di fare un altro peccato qualunque, fatevi il segno della croce: oppure dite: Gesù mio, misericordia: oppure: Maria SS. salvatemi; San Giuseppe proteggetemi; Angelo mio custode difendetemi; invocate insomma l’aiuto di Dio, e dei Santi in qualche modo, e poi non temete. La vostra invocazione fatta prontamente e con fiducia vi nasconderà sotto la croce, nel costato di Gesù, sotto il manto di Maria e di | S. Giuseppe, sotto le ali dell’Angelo custode, ed il demonio non potrà toccarvi, la tentazione cattiva partirà dalla vostra mente, il fratello o compagno scandaloso saranno confusi, la voglia di far del male scomparirà dal vostro cuore; e voi sarete vittoriosi contro di questi vostri formidabili nemici, che non potete vincere colla fuga... In tal modo anche voi potrete dire cogli uccelli vostri maestri; in velamento /227/ salus: invocando Iddio ci siamo nascosti sotto la sua protezione, ed abbiamo vinto la tentazione.

Alla porta del palazzo del re, come pure a quella del palazzo delle finanze, dei magazzini di polvere da fucile, dei quartieri dei soldati, e di altri pubblici stabilimenti, vi è una guardia che sorveglia notte e giorno. E ciò sta bene, perchè così si tengono lontani da questi luoghi i ladri ed i malfattori. E questa cosa sapete da chi fu imparata? Dagli uccelli, i quali, prima che vi fossero i palazzi dei re, ed i quartieri dei soldati, si difendevano dai loro nemici per mezzo di una guardia. E così fanno anche oggidì. Le grù, per esempio, quando dormono tengono la testa sotto un’ala. In tal posizione, se arrivasse un loro nemico, ne sarebbero subito sua vittima. Ed esse che fanno? Si mettono una guardia. E realmente quando dieci, venti gru riposano insieme, una di esse non dorme, tiene la testa alta, ed una gamba alzata con una pietra fra le dita; pietra che serve tanto a tenerla svegliata, quanto a svegliare le altre cadendo a terra all’arrivo del nemico. Questa grù così armata fa la guardia alle compagne che dormono, e le salva da tanti pericoli, perchè se ne vede alcuno, lascia cadere la pietra a terra, fa un grido, e prende il volo: e le compagne svegliandosi fanno altrettanto. Ciò che fanno le grù quando dormono, lo fanno i corvi, gli stornelli, i passeri quando molti insieme vanno in cerca di cibo, oppure stanno raccolti in conferenza. In queste circostanze, potrebbero venir sorpresi da qualche nemico; ma essi hanno sempre una guardia, /228/ che li avvisa a tempo debito. La è così: gli uccelli che vivono in società, quando non possono sorvegliarsi ciascuno per suo conto, uno di loro fa la guardia, e sorveglia per tutti.

Cari giovani, ciò che capita agli uccelli quando dormono, o mangiano, capita anche a voi in molte circostanze. Si, vi sono molti pericoli occulti, nemici nascosti, contro dei quali voi non potete sorvegliare perchè non li vedete, o non li conoscete per tali. E credete voi, che quel Dio, il quale diede agli uccelli l’istinto di mettersi una guardia quando mangiano, o dormono, non abbia pensato a voi quando siete minacciati da qualche nemico, o pericolo occulto? Tutt’altro, cari miei; il Signore pensò tanto a voi, quando vi trovate in queste circostanze, che vi destinò per guardia, non un giovane vostro pari, ma un principe del Paradiso, un Angelo, il quale, appunto perchè vi sta sempre alla destra di notte e di giorno, e in casa e fuori, si chiama il vostro Angelo custode, la vostra guardia celeste. E questa guardia sapete che cosa fa per voi? Sorveglia continuamente, ed ogni volta che scorge un pericolo per il vostro corpo, o per la vostr’anima, vi fa sentire al cuore una voce che vi dice: non va in quel luogo, lascia il tal compagno, non fa la tal cosa, vatti confessare, va al catechismo: questa voce è il suo allarme che vi avverte di qualche pericolo che ignorate, di qualche nemico, che non conoscete. E voi, quando sentite questa voce, dovete fare come fanno i vostri maestri, gli uccelli. Essi, sentito l’allarme /229/ della loro guardia, prendono subito il volo, e così si mettono al sicuro. Voi alla voce interna dell’angelo custode, lasciate quello che vi dice di lasciare; fate quello che vi dice di fare, e schiverete molti pericoli, e molti peccati. — Gli uccelli, se avessero la ragione, ringrazierebbero certamente il Signore, che diede loro l’istinto di mettersi una guardia, e la guardia stessa, che li avverte del pericolo: e voi che avete la ragione, perchè non ringrazierete il Signore del gran benefizio che vi ha fatto dandovi un Angelo per guardia; e l’Angelo stesso per la cura che si prende di voi? Oh si, ringraziate di cuore tanto Iddio, che l’Angelo custode: e ringraziateli recitando bene l’Angele Dei, pensando che l’avete sempre alla vostra destra, ed assecondando le sue inspirazioni.

Il nostro governo, per impedire in parte la distruzione degli uccelli, ne proibisce la caccia nel tempo delle loro nidiate; così che la primavera è per loro un tempo di tregua riguardo ai cacciatori. Però la tregua dura poco; in agosto cessa il bando; stormi di cacciatori percorrono campi e prati, rive e boschi: l’aria risuona delle loro schioppettate, e dei latrati dei cani: gli uccelli non sanno più dove rifugiarsi; però non mancano di servirsi di un’arma straordinaria in vista del pericolo aoch’esso straordinario. E questa sapete qual è? Il silenzio, il ritiro; oppure il convegno in quei tratti di terra, attorno ai quali si vede un cartello, su cui è scritto: divieto di cacciare. E realmente nei primi giorni di caccia sbandita, /230/ non si sente il canto degli uccelli, non si veggono a volare qua e là, come prima: vero segno che si sono rifugiati dove continua il bando; oppure stanno nascosti, ritirati sugli alberi. E fanno benissimo, perchè così si rendono quasi invisibili alla turba dei cacciatori, e schivano la morte.

Cari giovani, ciò che capita agli uccelli nel mese di agosto, capita anche a voi due, tre volte all’anno; anzi in parte vi capita una volta per settimana. Si, anche per voi vi sono i giorni di caccia sbandita. In questi giorni i cacciatori delle vostre anime fanno sentire un rumore di tamburi, di musiche, di balli; vanno e vengono, schiamazzano. Voi già mi capite: questi giorni sono le feste di pignatta, che si fanno nel vostro paese, od in quello dei circonvicini; in parte sono anche le domeniche. Credetelo, cari giovani, le domeniche, e specialmente le feste di pignatta, sono giorni di pericoli straordinari per le vostre anime; giorni di caccia sbandita. E voi in questi giorni dovete imitare gli uccelli nei primi giorni della caccia sbandita. Essi, o stanno ritirati e silenziosi sugli alberi, o si portano nei recinti dove la caccia è vietata; e voi nelle domeniche, nelle feste di pignatta, non fate i girovaghi; piuttosto state ritirati in casa, frequentate la chiesa: in tal modo voi passate questi giorni tanto pericolosi, in un recinto dove ai vostri nemici è vietato l’ingresso; epperciò schivate le loro trame, ed i loro scandali. Ritiro in casa adunque, frequenza alla chiesa; ecco l’arma di cui dovete servirvi per vincere i vostri /231/ nemici nelle domeniche, e nelle feste di pignatta, che sono per voi giorni di caccia sbandita.

Vista una battaglia finta, voi siete soliti a ripeterla tra di voi per divertimento. Vi ho fatto assistere alla battaglia tra gli uccelli ed i loro nemici; avete visto che i vostri maestri ora colla fuga, ora col nascondersi, ora colla guardia, ora col ritiro o col confinarsi in luoghi determinati, si difendono benissimo contro le ricerche, e gli assalti dei loro nemici. Imitate il loro esempio, rinnovate la battaglia a cui avete assistito ogni volta che vi si presenta un vostro nemico; combattete anche voi colla fuga, col nascondervi, colla guardia celeste, e col ritiro in casa, nella chiesa, e sarete anche voi vincitori contro i vostri nemici.

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Trattenimento XIX.

Il canto degli uccelli.

Gli uccelli colle loro penne, col loro volo, e coi loro colori si allontanano molto da voi, cari giovani, che siete creature ragionevoli. Essi però a voi si avvicinano per un dono che hanno ricevuto da Dio. E questo sapete qual è? Il dono della voce, dono che rassomiglia alla vostra parola. E veramente voi colla parola vi fate intendere dai vostri compagni, manifestate i vostri pensieri, ed i vostri affetti: gli uccelli colla voce si intendono tra loro, e manifestano il loro istinto. Voi colla parola combinate concerti musicali; gli uccelli, se non tutti, almeno una parte, colla voce combinano canti armoniosi. Ora se la voce degli uccelli è un dono che ve li avvicina, volete che la escludiamo dai temi della scuola che essi vi fanno? Sarebbe questa una grave omissione; ed io per non rendermene colpevole, vi presento gli uccelli come maestri di canto. Certamente essi non vi insegneranno nè a cantare in musica, nè a suonare il violino, o la tromba, o il clarinetto, od altro /233/ strumento musicale: non vi insegneranno neppure a parlare la lingua italiana, o francese, o tedesca: vi insegneranno però una cosa più importante di tutte queste, vi insegneranno cioè a parlare il linguaggio del cristiano.

Gli uccelli, per imparare a far sentire la loro voce non hanno bisogno di una scuola particolare: basta loro l’istinto. I figli sentono la voce del padre e tosto la cominciano balbettare, e poi pronunziare distintamente. Però quando si trattasse di farli parlare, allora ci vuole una scuola particolare; e scuola lunga, e paziente. Per esempio se voi volete far pronunziare da un pappagallo, uno stornello, una gazza, una ghiandaia, un corvo, la parola bestia, piove, giacomo, dovete prima di tutto tagliar loro lo scilinguagnolo, e poi far loro sentire queste parole, le migliaia e migliaia di volte. — Per conseguenza degli uccelli si deve dire che da sè possono cantare, ma non possono parlare.

Voi, cari giovani, per imparare a parlare non avete avuto bisogno di una scuola particolare: i vostri genitori parlavano, voi coll’udito avete sentito le loro parole, e le avete pronunziate anche voi: come l’istinto porta gli uccelli a far sentire la loro voce, così l’udito portò voi a far sentire la parola. Però, come gli uccelli hanno bisogno di una scuola speciale per imparare a parlare, così anche voi. avete bisogno di una scuola particolare per imparare, non dico a parlare, ma a parlar bene, a parlare da buoni cristiani quali siete. — Questa scuola ve la fanno gli /234/ uccelli col loro canto, tocca a voi sentirla, e poi metterla in pratica.

Tutti gli uccelli cantano, o fanno sentire una voce, un grido a loro modo: ma pochi, anzi pochissimi imparano a parlare. Questo fatto me ne ricorda un altro consimile riguardo a noi, ed a tutti gli uomini. Tutti parlano e parlate anche voi: ma quanti parlano bene? Pochi, e tanto pochi che Giacomo 3,2 l’Apostolo S. Giacomo chiama uomo perfetto, un santo colui che parla bene. Questa grande scarsità di persone, ed anche di giovani che parlano bene, vi fa vedere il gran bisogno che avete di questa scuola, epperciò anche il dovere che avete di sentirla volentieri.

Tutti gli uccelli hanno la voce, ma non tutti la fanno sentire nel medesimo modo. Il corvo, il gufo non sanno far sentire altro che un grido melanconico e lamentevole: il picco, la gazza, la ghiandaia, il passero fanno sentire qualche modulazione, ma strana ed ingrata: la griva, il merlo, lo stornello, il fringuello, il cardellino, il canarino, la passera solitaria, l’usignuolo, un canto regolato e melodioso. Cosi che nella voce degli uccelli vi è una lunga scala musicale, la quale principia con note irregolari e disaccordi, e termina con belle armonie. — Ora, fra tanti uccelli che cantano ciascheduno a modo suo, quali sono quelli che cantano di più? Son quelli che cantano bene, oppure quelli che cantano male? Sembra che dovrebbero cantar di più quelli che cantano bene: invece no, cantano di più quelli che cantano male. Il gufo, per esempio, la gazza, /235/ la ghiandaia, il corvo, il passero, cantano d’estate, ed anche d’inverno; cantano da fermi, ed anche volando; ad ogni momento mettono fuori il loro grido, la loro voce. Invece il fringuello, il merlo, l’usignuolo son muti durante la maggior parte dell’anno, e non cantano che in epoche determinate. Per conseguenza sopra la scala musicale fatta dagli uccelli, possiamo scrivere quest’avviso: qui canta bene, chi canta poco: canta male, chi canta moltoà.

Con questo fatto, cari giovani, i vostri maestri vi danno la prima regola per parlar bene; vi dicono cioè: se volete parlar bene, parlate poco: chi parla molto, il ciarlone parla male. Voi forse mi dite: ma... parlar poco contrasta troppo il nostro brio, la nostra vivacità; noi come non possiamo star fermi colle gambe, non possiamo neppure star fermi colla lingua... Capisco tutto; però vi ripeto cogli uccelli: frenate la voglia di parlare; parlate poco, e voi parlerete bene: ma se voi fate i ciarloni, e avete sempre la parola in bocca, parlerete male. Il gufo, il corvo, la civetta, la ghiandaia col loro canto ingrato contristano chi li sente; voi, facendo i ciarloni, contristate il Signore, perchè la mania di parlare vi porta facilmente a nominarlo invano; a strapazzare, e forse anche a bestemmiare il suo nome, quello di Gesù Cristo, e della Madonna: contristate i vostri genitori, il maestro, perchè li disturbate col vostro ciaramellare: contristate i vostri compagni, perchè date loro del bugiardo, del diavolo, del bigotto, del folle, del buono a nulla. Credetelo, il giovane ciarlone si rende /236/ odioso a tutti: a Dio ed agli uomini. E poi in quanti peccati non vi fa cadere la mania di parlare troppo! se parlate di voi, fate peccati di superbia, di millanteria, di vanità raccontando le vostre virtù e miracoli: se parlate dei compagni assenti, fate peccati di calunnia, attribuendo loro mancanze, difetti, che non sono veri; peccati di mormorazione, manifestando i loro difetti, che ancora non si sanno: peccati di derisione, mettendoli in burla per questo o quel motivo: se parlate di cose astratte, delle vicende del giorno, fate peccati di bugie, le quali fioccano nella bocca del ciaramellone: lo dice Dio medesimo: più precisamente: in multiloquio non deerit peccatum, Proverbi 10,19 in multiloquium non deest mendacium, Dunque, cari giovani, se volete evitare molti peccati, e molti dispiaceri tanto a voi, quanto agli altri, frenate la vostra lingua; non lasciatela parlare tutte le volte che ne ha voglia, e parlate poco. — Socrate, gran sapiente di una volta, un dì, facendo scuola erasi accorto che fra gli scuolari eravi un gran ciarlone. Terminata la scuola gli rivolse la parola e gli disse: « tu devi pagare due lezioni ». « Perchè, domandò il ciarlone, devo pagare due lezioni mentre non ne ho sentito che una? » E Socrate a lui: « una lezione la devi pagare a me che ti ho insegnato a parlare: l’altra devi pagarla a questi tuoi compagni, i quali ti hanno insegnato a tacere col loro silenzio ». Ciò che Socrate disse a quel ciarlone, gli uccelli lo ripetono a tutti voi: per questa lezione cioè essi vi domandano doppia paga; e ne hanno diritto, perchè quelli che cantano poco, ma bene, vi insegnano a parlar poco per parlar /237/ bene: quelli che cantano molto, ma male, vi insegnano a tacere un po’ più per l’avvenire, per non parlar male. E voi pagate queste due lezioni mettendo d’ora innanzi un freno alla vostra lingua, e parlando poco. Credetelo, cari giovani, saper tacere vale di più che saper parlare: un buon tacere vale di più di un buon parlare: molti si son pentiti di aver parlato; nissuno mai si è pentito di aver taciuto.

Gli uccelli che cantano molto, epperciò male, fanno sentire il loro grido sempre all’impensata; cantano sia volando che stando fermi, che saltando per terra; cantano mangiando, rissando, sonnacchiando. Quelli invece che cantano poco, epperciò bene, prima di cantare fanno come sogliono fare i nostri musici. Essi, prima di cantare si puliscono l’organo della voce con tre o quattro tossi; prima di suonare tastano le corde del violino colle dita, e coll’archetto, soffiano nella tromba, nel clarinetto, facendone uscire alcune note. Gli uccelli che cantano bene fanno altrettanto: essi, prima di cantare, prendono una posizione comoda, e provano la voce con brevi, sommessi e rapidi tratti. E con questo sapete che vi dicono, che fanno? Vi dicono che per parlar bene non basta parlar poco, ma bisogna ancora pensare a quello che si vuol dire, prima di dirlo: e così vi danno la seconda regola per parlar bene, che dice: bis ad mentem etc. la fonte potrebbe essere prius veniat sermo ad limam, quam linguam (la parola venga alla lima, prima che alla lingua), dalla Glossa Ordinaria al Salmo 48, 4: Os meum loquetur sapientiam, et meditatio cordis mei prudentiam (la mia bocca parla la sapienza, e la meditazione del mio cuore la prudenza). ruminatele: la ruminatio era una pratica devota monastica. bis ad mentem quam ad linguam: prima di far uscire le parole dalla vostra bocca, pensateci per due volte, ruminatele dentro di voi. Questa riflessione vi farà /238/ conoscere se sono buone, o cattive, epperciò se potete dirle, oppure dovete tenerle in bocca. Per esempio, vi vien voglia di dire una cosa riguardo ai vostri genitori, al maestro, a qualche vostro compagno. Voi, invece di dirla subito, ragionate così: se fosse qui presente la persona di cui voglio parlare, direi quello che ho voglia di dire?... Dopo una breve riflessione la coscienza vi dirà, si... la direi... oppure no... non la direi... Nel primo caso dite pure quella cosa, voi parlate con riflessione e bene: nel secondo caso non potete dirla, perchè dicendola parlereste male. Vi vien voglia di dire una cosa di una persona qualunque, o presente, o assente: prima di dirla pensate un poco:... Se un altro dicesse questo di me, mi farebbe piacere? Se la coscienza vi risponde che sì, dite pure quella cosa, voi parlate bene: se vi risponde che no, non ditela, perchè parlereste male. E così dite di qualunque altra circostanza in cui vi sentite stimolati a parlare: prima di parlare pensate al luogo dove vi trovate, alle persone che vi sentono, alle cose che volete dire: e questa riflessione, anche breve, vi farà conoscere la convenienza, o l’inconvenienza di parlare, e voi parlerete o tacerete secondo la convenienza, e così parlerete bene. Invece se voi dite sempre tutto quello che vi viene in bocca, senza riflettere a quello che dite, parlerete male, come cantano male gli uccelli che cantano all’impensata. Ecco dunque la seconda lezione che vi danno gli uccelli col loro canto: chi vuole parlar bene, pesi le parole sulla bilancia della giustizia, /239/ della carità, e della convenienza prima di pronunziarle.

Gli uccelli che cantano bene sono quasi tutti piccoli. Son piccoli gli usignuoli, i canarini, i cardellini, i verdoni, i fringuelli: sono un po’ più grossi ma ancora abbastanza piccoli, gli stornelli, i merli, le grive, le passere solitarie. Quelli invece che appartengono al numero degli uccelli grossi cantano male, e che io mi sappia non havvene neppur uno che canti bene, se si eccettua il cigno canoro, il quale canta assai bene, ed è molto grosso. Inoltre gli uccelli che cantano bene si fanno sentire specialmente nella primavera. Ora, queste due circostanze, gli uccelli che cantano bene sono i più piccoli, e questi cantano specialmente nella primavera, sapete che cosa vogliono dire? Vogliono dire che tutti debbono parlar bene, ma specialmente dovete parlar bene voi, che siete piccoli in confronto degli adulti, e che vi trovate nella primavera della vostra vita. E questo per due motivi: 1° perchè, essendo voi ancora piccoli, ed innocenti, il Signore gradisce in modo speciale le vostre lodi, l’omaggio dei vostri buoni discorsi. Anche il canto degli uccelli è un tributo di lode, che essi pagano a Dio: ma Iddio vuol ricevere questo tributo specialmente dagli uccelli piccoli, e di primavera; è dunque vero che voi parlando bene ora che siete piccoli, e nella primavera della vita, onorate Iddio in un modo che gli torna molto gradito. — In secondo luogo dovete fin d’ora farvi un impegno speciale di parlare bene, /240/ perchè chi parla bene da giovane, probabilmente parlerà bene per tutta la sua vita: ma chi da giovane parla male, parlerà certamente peggio per il resto di sua vita. Su cento che da piccoli parlano bene, cinquanta parleranno poi male da grandi: ma su cento che da piccoli parlano male, neppur cinque parleranno poi bene da grandi. Dunque se volete sperare di parlar bene per l’avvenire, parlate bene fin d’ora. In tal modo si vedrà tra voi ed i grandi la distinzione che vi è tra gli uccelli piccoli ed i grossi: i piccoli cantano bene, i grossi cantano male: parlate bene almeno voi che siete piccoli, perchè i grandi pur troppo parlano quasi, tutti male.

Gli uccelli, cantando secondo il proprio istinto, fanno due cose. Da prima lodano, benedicono, ringraziano il Signore che li ha creati: Daniele 3,80 benedicite omnes volucres coeli Domino. In secondo luogo si avvertono a vicenda dei pericoli che scoprono, e si confortano nei tempi più critici. Per esempio, quando uno strupo di stornelli riposano sulla punta di un albero, ed arriva un cacciatore, il primo che lo vede fa un grido allarmante, e fuggono tutti lontano da quel pericolo. Quando la femmina dell’usignuolo passa tutto il giorno e la notte covando le sue uova, l’usignuolo canta vicino al nido. Ed il suo canto solleva la madre annoiata sopra il nido. Da ciò si vede che gli uccelli colla voce, col canto esercitano una specie di vicendevole carità.

Cari giovani, ciò che per istinto fanno gli uccelli col loro canto, dovete farlo anche voi colla parola /241/ per dovere. — Gli uccelli col canto innalzano a Dio un inno di lode, e di ringraziamento: voi colla parola ringraziate il Signore che ve l’ha data. Potreste essere muti, come lo sono molti altri: e se non siete tali, è per grazia del Signore; dunque ringraziatelo di questo favore. Di più colla parola lodate, benedite il Signore, la cui maestà è infinita. A questo fine cantate volentieri le sue lodi, cantate i vespri nelle domeniche, il Tantum ergo nella Benedizione del SS. Sacramento, le Litanie della Madonna. Come è bello, sentire nelle chiese la voce dei fanciulli, unita a quella degli adulti, e sorpassarla nel canto delle lodi del Signore... Salmo 148,12-13 Iuvenes et virgines, senes cum iunioribus laudate nomen Domini... Impiegate, cari giovani, la vostra parola in questo modo, perchè se il canto degli uccelli è una lode muta che si innalza a Dio, il vostro canto è una lode parlante, che chiama su di voi la benedizione del Signore.

Inoltre impiegate la vostra parola a vantaggio dei vostri compagni. Per esempio, quando ne vedete a far del male, dite loro: non fare così: questa cosa è peccato... Quando ne vedete alcuno melanconico, consolatelo... Quando avete da trattare con quelli che sono superbi, caparbi, testardi, state attenti a non irritarli... Non mancano frequenti occasioni, in cui potete dire una buona parola a qualche compagno, ditela volentieri. Gli uccelli colla voce si avvertono e si confortano a vicenda: voi colla parola esercitate la carità, date buon esempio ai vostri compagni.

/242/ Qual differenza vi è tra gli uccelli che cantano bene, e quelli che cantano male? Rispondo: Gli uccelli che cantano bene, di regola ordinaria, hanno un istinto pacifico, vivono isolati gli uni dagli altri, si allevano facilmente allo stato domestico; hanno insomma le migliori qualità che si veggono negli uccelli. — Gli uccelli invece che cantano male, di regola ordinaria, hanno un istinto battagliero, feroce, rapace, come sono per esempio l’aquila, la civetta, il gufo, la gazza, la ghiandaia: vivono molti insieme, come per esempio i passeri, i corvi, i pappagalli: si allevano anche allo stato di domesticità; ma richiedono maggiori attenzioni, e poi non perdono i loro difetti, come sono la gazza, il corvo, la ghiandaia, che son ladri anche allo stato domestico. Da ciò ne segue che la qualità della voce degli uccelli è un buon termometro per conoscere i loro istinti buoni o cattivi. — Riguardo poi agli uomini, gli uccelli che cantano bene sono ricercati, amati, allevati con premura: quelli invece che cantano male sono trascurali, disprezzati, ed anche abborriti.

Cari giovani, come la voce degli uccelli è un buon termometro per conoscere i loro istinti buoni, o cattivi, così la parola è il migliore dei termometri per conoscere le buone o cattive qualità dei vostri compagni. Il loro interno lo vede solamente Dio: voi potete conoscerlo dal loro modo di parlare. Mi spiego. Voi avete un compagno, il quale parla poco, pesa le parole prima di dirle, parla sempre bene dei compagni, dei genitori, del maestro, di tutti: essendo /243/ così riservato nel parlare, non si mischia nelle dispute; lascia che gli altri schiamazzino, ed egli discorre pacatamente con due o tre compagni. Questo vostro compagno parla bene, e voi dite pure: costui ha un bel cuore, è un giovane prudente, timorato di Dio, ricco di belle qualità, e farà una buona riuscita: e voi non vi sbagliate certamente. — Un altro compagno ha sempre il suo io in bocca: io qui... io là... Nelle dispute vuol sempre aver ragione, e se questa gli viene contestata, alza la voce, si irrita, dà titoli umilianti agli avversarli. Dite pure: costui è un superbo, e indovinate certamente. — Un terzo strapazza il nome di Dio, critica le pratiche di religione, deride i compagni buoni, esemplari. Dite pure: costui non ha timor di Dio, nè la vera pietà: e direte il vero. — Un quarto parla volentieri dei compagni assenti, e ne racconta tutti i difetti possibili; parla dei presenti, e li deride, li critica: ad ogni contrarietà fa minaccio, dice ingiurie. Dite pure: costui è un litigioso, un maligno, un pessimo originale, e non vi sbagliate. — Un quinto è un ciarlone, parla sempre, e dice quello che gli viene in bocca senza badare più che tanto a quello che dice. Dite pure: costui non farà buona riuscita, e voi sarete buoni profeti. — Cari giovani, chi vuol conoscere se una botte è buona, o cattiva, la percuote colla mano, e la odora col naso: se volete conoscere i vostri compagni, fateli parlare; come l’odore manifesta l’interno della botte, così la parola manifesta l’interno, cioè la mente, il cuore, le /244/ qualità di colui che parla. E come hanno cattivi istinti gli uccelli che cantano male, buoni quelli che cantano bene: così hanno un cuor cattivo i giovani che parlano male, buono quelli che parlano bene. — Di questo termometro servitevene pure per conoscere l’interno dei vostri compagni, ma ricordatevi che i vostri compagni se ne servono anche per conoscervi voi. Di più ricordatevi che, come voi amate i compagni che parlano bene, li rispettate, ne desiderate la compagnia; ed abborrite, disprezzate, schivate quelli che parlano male; così anche i vostri compagni, anzi i vostri superiori, ameranno voi se parlate bene: come pure vi disprezzeranno se parlate male.

Con questo gli uccelli terminano la scuola che vi fanno col loro canto. Essi vi hanno detto: chi parla può parlare bene o male: chi parla male, è un cattivo originale, ed è abborrito da Dio, e dagli uomini: chi parla bene, ha un cuore ben fatto, ed è stimato da tutti. Chi vuole parlar bene, parli poco, pesi le parole prima di dirle, lodi il Signore, e dia buon esempio al suo prossimo. Ora tocca a voi approfittare della loro lezione parlando sempre bene.

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Trattenimento XX.

La varietà negli uccelli.

Se mi fosse possibile, cari giovani, condurvi in una sala, dove si trovasse un uccello per ogni specie, voi vedreste sette mila becchi, sette mila istinti tutti diversi: vedreste sette mila colori diversamente combinati, e sentireste sette mila voci, di cui neppur due sono eguali. In tal caso voi avreste dinanzi un maraviglioso spettacolo di varietà, e trovereste troppo breve un giorno per contemplarle. Mi rincresce non potervi dare tutto questo divertimento: voglio tuttavia darvene una parte presentandovi gli uccelli come vostri maestri colle loro varietà. Per conseguenza la scuola in cui vi faccio entrare è una specie di magazzino di varietà uccellesche; e sarà per voi una specie di divertimento, perchè la varietà diverte: l’espressione esprime un'idea propria di molti autori classici, ma il riscontro più preciso è in Fedro, Favole, introd. al libro secondo, 10. varietas delectat.

Voi, cari giovani, siete guidati a parlare, ad operare dalla vostra ragione: gli uccelli invece son guidati a cantare, ad agire dal loro istinto, che è ben diverso dalla vostra ragione. L’istinto poi degli uccelli /246/ non è il medesimo per tutti, ma varia col variare della loro specie. Quindi è che alcuni cantano in un modo, altri in un altro: alcuni mangiano insetti, altri granaglie: alcuni fanno il nido in un modo, altri in un altro: alcuni vivono sulla terra, altri sull’acqua. Ogni specie d’uccelli ha un istinto diverso da quello delle altre specie: e siccome se ne contano sette mila specie diverse, vi sono negli uccelli sette mila istinti diversi gli uni dagli altri. Fra tanti istinti uccelleschi se ne trovano alcuni che presentano un non so che di crudele e di schifoso. Per esempio le aquile, i falconi, gli sparvieri, le poiane, i nibbi, i gufi, le arpie, ed altri uccelli che entrano nella famiglia dei rapaci, sapete come vivono? A spese altrui, di rapine, di furti. Vanno in cerca di altri uccelli più piccoli e più deboli, ed anche di topi, di marmotte, di piccoli quadrupedi; piombano loro addosso, e li divorano. E quest’istinto ladroneccio non porta forse con sè un principio di crudeltà, di schifosità? Ora questi uccelli rapaci, che vivono di furti, ed a costo della vita di altri animali, saranno grassi, avranno una carne saporita, non patiranno mai di fame? A voi forse sembra che sì: però se prendete uno di questi uccelli rapaci, lo spennate, e poi l’osservate, vedrete che esso è magro, vero segno che patisce di fame: se l’odorate, sentirete un odore cattivo: se lo fate cuocere, invece di mangiarlo voi, lo darete al gatto, perchè la sua carne è insipida. E voi che di quando in quando mangiate forse uccelli, non avete mai mangiato, nè /247/ un gufo, nè una civetta, nè una poiana, nè altro uccello rapace. La è così: a prima vista sembra che gli uccelli rapaci, appunto perchè vivono a spese altrui, debbano star bene, ed essere pingui di carne saporita; invece essi sovente patiscono di fame; son magri, ed hanno la carne insipida e puzzolenta.

Cari giovani, ciò che gli uccelli rapaci fanno per istinto, lo fanno altresì i tiraborse, i ladri, gli assassini per abuso di libertà. Costoro fanno precisamente il mestiere degli uccelli di rapina: gli altri seminano, essi vanno raccogliere: gli altri guadagnano il danaro lavorando, essi lo vanno spendere, dopo averlo rubato... Che bel mestiere è questo...! Vivere a spese altrui...! Voi che siete giovani, e non conoscete il mondo, forse credete che costoro abbiano sempre il danaro ammucchiato in casa; che mangino lautamente, e sieno grassi come maiali. Se la pensate così, v’ingannate a gran partito, perchè gli uomini, che fanno il mestiere degli uccelli di rapina, sono precisamente simili a questi uccelli: cioè non di rado patiscono di fame; vestono miseri cenci, son magri come le sette vacche d’Egitto, e mandano un odore di sudiciume ributtante. La rapina non libera dalla fame, non ingrassa gli uccelli rapaci; il furto non libera dalla povertà, non arricchisce, non ingrassa i ladri. E sapete qual è il motivo di ciò? Sentite.

La favola origi­naria è L'aquila e la volpe, di Esopo, Favole, 3; poi è ripresa da Fedro, Favole I,28 dove a rubare la fiaccola accesa è la volpe. In nessuna delle due versioni si parla dell'altare di Vesta, un'aggiunta di Rossi che chiaramente va a memoria. Si racconta che un’aquila, divorata dalla fame, un giorno erasi portata fin sotto le mura di Roma, ancora pagana. I sacerdoti della Dea Vesta avevano scannato un grosso toro per farne un sacrificio alla /248/ loro divinità. La carne del toro, squarciata in molti pezzi arrostiva sopra un gran mucchio di bragia; l’aquila scoprì quei pezzi di carne da prima coll’odorato, e poi colla vista, e senza badare più che tanto, spiccò un rapido volo, nè afferrò uno cogli artigli, e sotto gli occhi di tutti, lo portò via. In un batter d’occhio quell’aquila si trovava al suo nido, dove l’aspettavano quattro aquilotti affamati: ne diede un pezzo ciascuno, e fu quello un momento di festa. Ma la festa durò poco, poiché mentre l’aquila e gli aquilotti si mangiavano quella carne, una fiamma investi il loro nido: mentre gli aquilotti vengono da essa consumati, l’aquila cerca di liberarli, gettandosi fra le fiamme, e ne restò vittima anch’essa. Come andò quell’incendio? Sentite: l’aquila col pezzo di carne rubata, aveva portato nel nido un carbone acceso, che eravi attaccato: e da quel carbone ne venne l’incendio, che divorò il nido, l’aquila e gli aquilotti.

Cari giovani, questo carbone vi dice il gran motivo per cui i ladri non fanno fortuna. Essi prendono la roba altrui contro la proibizione di Dio, e Iddio attacca la sua maledizione alla roba che hanno rubato: questa maledizione entra nella loro casa, nelle loro sostanze, nella loro persona, e distrugge tutto, come il carbone abbruciò nido, aquila, ed aquilotti. Sintesi di Zaccaria 5,3-5 Ad domum furis veniet maledictio, et commorabitur, et consumet eam. Cosi ha detto il Signore; così capitò, così capita, così capiterà ai ladri. Il giuoco, i bagordi, la maledizione di Dio li impediscono /249/ dal far fortuna, ed essi saranno sempre da tutti abborriti, sempre magri, miseri ed affamati... Vi ho voluto ricordare questa verità, non perchè ne abbiate bisogno al presente; la vostra età non vi permette di fare il mestiere degli uccelli di rapina: ne avete però tutti bisogno per l’avvenire, perchè potrebbe col tempo venirvi voglia di rubare. Ebbene, per non assecondare questa voglia, ricordatevi poi che i ladri sono sempre magri e poveri come gli uccelli rapaci.

Tra gli uccelli rapaci ve ne sono alcuni, che hanno un istinto il più schifoso, e ributtante. Immaginate...! Essi preferiscono la carne guasta, corrotta, fracida alla sana, e fresca. Son tali per esempio il grifone, il condor, la civetta (Quest’ultimo è quell’uccello che di notte va cantare vicino alle case, e che vien considerato come precursore della morte di qualcheduno in quella casa). Questi uccelli vanno in cerca di cadaveri d’animali; li divorano tanto più volentieri quanto più son già putridi: e qualora nel medesimo cadavere vi fosse carne ancora sana, e carne guasta, lasciano la sana e vanno beccare nella corrotta. Che gusto schifoso...! Che istinto ributtante...!

E che direste, cari giovani, se io vi mostrassi un vostro compagno, il quale avesse anche lui questo pessimo gusto della civetta, del condor, del grifone, e di altri avoltoi? Che diremmo...! Lo manderemmo con loro, e ci vergogneremmo della sua compagnia... Bene, se voi mandate cogli avoltoi, tutti quelli che /250/ hanno il loro pessimo gusto, forse dovete andarci anche voi. Mi spiego. Un vostro compagno ha molte belle qualità, però ha pure alcuni difetti. Voi, parlando di questo compagno, passate sotto silenzio le sue prerogative, e con piacere manifestate i suoi difetti, che ancora non si conoscono. In questo caso voi avete la lingua del mormoratore; ed il mormoratore che gusto ha? Quello degli avoltoi: questi uccelli lasciano la carne sana, per andar a beccare nella corrotta: il mormoratore passa sopra alle buone qualità del suo prossimo, e va a beccare. nei suoi difetti, per manifestarli. E questo non è forse un gusto da civetta, da avvoltoio? Dunque se non volete anche voi rendervi schifosi, e ributtanti agli occhi di Dio, e degli uomini, non mormorate, mai dei vostri compagni: e se di alcuno non potete dirne bene, non parlate di lui.

Negli uccelli vi sono quattro ricchezze, e quattro povertà. La prima è la ricchezza e la povertà dei colori delle loro penne. L’uccello di Paradiso, l’uccello mosca, il pavone, il fagiano reale, lo struzzo, e molti altri sono ricchissimi di penne ben colorite: il corvo, il merlo, lo stornello, l’aquila, e mille altri ne sono poveri. — La seconda è la ricchezza e la povertà di canto. L’usignuolo, il cardellino ne sono molto ricchi: il gufo con tutti gli altri uccelli rapaci ne sono poveri. — La terza è la ricchezza e povertà di carne. Le quaglie, le pernici, le beccacele, i tordi ne sono ricchi: il corvo, il torcicollo, tutti i rapaci ne sono poveri. — La quarta è la ricchezza /251/ e povertà di forze. L’aquila, il falcone ne sono ricchi: l’usignuolo, il balestruccio, la rondine ne sono poveri. Ecco le quattro ricchezze, e povertà che si veggono nella grande famiglia degli uccelli. Notate però che tanto le ricchezze, come le povertà non coesistono mai nel medesimo uccello. L’aquila è ricca di forza, ma povera di colori, e di canto. L’usignuolo è ricco di canto, ma povero di forze e di colori. La quaglia è ricca di carne; ma povera di forze, e di voce. Il pavone è ricco di colori, ma povero di voce. E così si dica d’ogni altra specie di uccelli: nissuna è ricca, nissuna è povera sotto ogni aspetto.

Questa varietà di ricchezza e povertà che si vede negli uccelli, si vede altresì in voi, cari giovani. Sì, anche voi potete essere ricchi e poveri sotto quattro aspetti. Primo, alcuni siete ricchi di sostanze; altri ne siete poveri. Secondo, alcuni siete ricchi d’ingegno; altri ne siete poveri. Terzo, alcuni siete ricchi di bellezze corporali; altri ne siete poveri. Quarto, alcuni siete ricchi di nobiltà di sangue; altri ne siete poveri. Queste ricchezze e povertà hanno portato la distinzione di ricchi e poveri; d’intelligenti ed ignoranti; di belli e brutti; di nobili e plebei. L’esperienza poi attesta essere ben difficile veder riunite tutte queste ricchezze, o povertà nella medesima persona: di regola ordinaria chi è ricco sotto un aspetto è povero sotto d’un altro, e viceversa. — Ora se il fatto è tale, quale ne è il giudizio degli uomini? Eh...! il giudizio è che le quattro ricchezze /252/ si credono una gran bella cosa, epperciò sono desiderate: le quattro povertà si credono una disgrazia, un peso; epperciò sono mal viste, schivate, ed abborrite. Questo giudizio si fa dagli adulti; ma specialmente da voi, cari giovani, che state alle apparenze, e non conoscete ancora bene il mondo. Ma sarà vero che le quattro ricchezze suddette sono una gran fortuna, e che le quattro povertà sono una grave disgrazia? Rispondo: queste ricchezze, e povertà sono per me, per voi, per tutti, ciò che esse sono per gli uccelli. E che cosa sono per loro? Vediamolo.

Sulla testa di milioni di donne compariscono penne di struzzo, di uccello mosca, di uccello di Paradiso e di altri uccelli. Queste penne una volta si trovavano nelle ali o nella coda di alcuni di cotesti uccelli, e servivano loro di remi, e di timone per volare. Chi le strappò da loro per convertirle in ornamento d’ambizione? La ricchezza dei loro colori. Se questi uccelli avessero avuto penne di corvo, non sarebbero stati uccisi: ma essi avevano penne preziose, e la loro preziosità fu causa della morte che venne loro anticipata dai cacciatori.

Molti usignuoli, cardellini, canarini stanno chiusi dentro una gabbia. Creati per vagare per l’aria, cercano sempre di uscire da quella prigione, ma ne sono impediti, e debbono vivere e morire nella schiavitù. Chi li chiuse in quella prigione? chi li privò olla libertà, e li rese schiavi? La ricchezza del loro canto. Se questi uccelli cantassero come il gufo, /253/ il cuculo, o lo civetta, mai sarebbero stati chiusi nella gabbia: ma essi cantano bene, ed il loro canto indusse l’uomo a farli suoi prigionieri.

Sulle mense dei ricchi compariscono quaglie, pernici, beccaccia. Chi tirò su di loro l’avidità del cacciatore, e le privò della vita per farne bocconi dell’uomo? La ricchezza della loro carne. Se invece di una carne ghiotta, l’avessero insipida, avrebbero continuato a vivere.

Fuvvi un tempo in cui chi uccideva un’aquila, un avoltoio degli agnelli, guadagnava una mancia; e molti la guadagnavano a danno delle aquile, e degli avoltoi. Perchè furono combinate queste caccie contro questi uccelli, che morti non valgono un soldo? Perchè sono ricchi di forza, e colla forza rapace distruggono uccelli, ed altri animali a danno della società.

Come vedete, cari giovani, le quattro ricchezze, per cui alcuni uccelli sovrastano agli altri, invece di portar loro qualche vantaggio, portano la schiavitù, ed anche la morte a molti di loro; epperciò esse, quantunque sieno un pregio per se stesse, diventano un peso per il pericolo che contengono.

Cari giovani, ciò che sono queste quattro ricchezze, per gli uccelli, lo sono anche per voi le vostre, cioè la bellezza di corpo, la nobiltà del sangue, l’abbondanza di danaro e la svegliatezza d’ingegno. Queste cose, quantunque buone in se stesse, contengono molti pericoli per chi le possiede per l’abuso che ne possono fare; e questi pericoli le rendono dannose /254/ a molti di essi. Questa verità, che vi insegnano gli uccelli colle loro ricchezze, la capirete poi meglio quando sarete grandi: tuttavia, siccome essa comincia manifestarsi anche nella gioventù, voglio farvela capire un poco fin d’ora.

Entro in una scuola, dove vi sono allievi altri ricchi, altri poveri, altri forniti di molto ingegno, altri scarsi. Interrogo il maestro sulla loro diligenza, progresso, ed esso mi risponde. Il tale ha molta comodità per imparare: a casa è sorvegliato; i genitori gli fanno fare la ripetizione; ma egli è pigro, indolente, non pensa che a divertirsi. Lo so, esso dice, che per vivere non ha bisogno di studiare, che i suoi genitori gli lascieranno molto danaro: e non vuol capire che un asino anche carico d’oro, è sempre un asino; e col tempo sarà egli stesso un asino carico d’oro. Questo giovane abusa della condizione: le ricchezze per lui sono una disgrazia al presente, perchè non istudia, sotto il pretesto di poter vivere senza prendere una laurea. Ed i giovani che fanno così nella scuola non sono pochi.

Il tale altro, continua a dirmi il maestro, ha buona memoria, e migliore intelligenza; potrebbe occupare i primi posti nella scuola; ma esso è indisciplinato, abusa dei suoi talenti, e al termine dell’anno sarà ritenuto in classe. E perchè questo giovane fa così? Eh...! il suo ingegno gli dice, in due giorni studierai tutto il necessario per metterti al livello degli altri, ed egli si abbandona alla poltroneria. Ed anche qui non son pochi i giovani che fanno così nella scuola /255/ perchè hanno molto ingegno. — E questi giovani, fatti grandi che faranno? Col danaro si apriranno la via ad ogni sorta di disordini e di scandali: coll’ingegno si apriranno la via all’indifferenza, all’incredulità in fatto di religione, e diverranno lo scandalo del paese, superbi di primo rango. — E così dite pure della bellezza corporale, e della nobiltà del sangue: anche di questi due pregi, molti ne abusano a danno proprio, ed altrui. — Ecco dove conducono le quattro ricchezze che sollevano l’uomo sopra gli altri; esse non son cattive in sè stesse; ma l’uomo, ed anche il giovane ne abusa, e così portano a commettere molti peccati. Molti uccelli se non avessero penne preziose, carne saporita, e canto melodioso, invece di essere schiavi, o morti, volerebbero contenti e tranquilli per l’aria: molti ricchi di danaro, di nobiltà, d’ingegno, di bellezza, invece di essere schiavi delle passioni disordinate, del demonio, e dell’incredulità, e morti alla grazia di Dio, sarebbero buoni cristiani e figli cari al Signore. Il canto porta gli uccelli nelle gabbie: la carne li porta sulle mense dei gastronomi; il colore delle penne li porta sulle teste delle donne. L’abbondanza di danaro, la svegliatezza d’ingegno, la nobiltà del sangue, la bellezza corporale, portano molti uomini nella gabbia dell’inferno ad essere pasto dell’ira del demonio. Cosi attesta l’esperienza, e così predisse Gesù Cristo, il quale parlando dei ricchi in genere, ed in particolare dei ricchi per danaro, disse: guai ai ricchi...! È più facile che una grossa fune passi Matteo 19,24 Marco 10,24 Luca 18,25. Qui L’A. usa la versione “grossa fune” (κάμιλος nel testo greco) al posto del più frequente “cammello” (κάμηλος). Sintesi di Sapienza 5,4-6 /256/ per il foro di un ago, che un ricco per la porta del Paradiso.

Gli uccelli, che diventano prigionieri, o vittima dell’uomo per causa del canto, delle penne, della carne, della forza, se avessero la ragione maledirebbero questi pregi, come causa della loro schiavitù. E gli uomini che per l’abuso dell’ingegno, della bellezza, del danaro, della nobiltà dei natali, si vedranno condannati all’inferno, sapete che faranno? Malediranno queste ricchezze, e si chiameranno stolti, insensati, miseri ingannati: nos insensati...! Erravimus...! Noi ci credevamo di essere un gran che perchè eravamo ricchi, dotti, belli, potenti: ma ci siamo ingannati: erravimus...! Maledette le ricchezze...! Ma allora non saranno più in tempo. Siete però ancora in tempo voi, cari ginvani, che vi trovate al principio della vostra vita. E giacche le quattro ricchezze degli uccelli vi hanno messo sotto gli occhi i pericoli che contengono le quattro ricchezze che sollevano l’uomo sopra gli altri, imparate due cose da questi pericoli, la prima imparatela se siete poveri: la seconda se siete ricchi.

Se siete di condizione povera, per esempio, contadini, artisti, imparate a non invidiare per nulla la condizione dei ricchi. Lavorando secondo il vostro stato non mancherete del necessario per la vita corporale, ed intanto siete lontani dai pericoli che le ricchezze contengono per l’anima vostra. Se siete poveri d’ingegno, e di bellezza corporale, non invidiate chi impara più di voi, e fa più bella figura. /257/ Studiando, frequentando il catechismo, l’oratorio, le prediche imparerete il necessario per disimpegnare le faccende e le obbligazioni del vostro stato: stando buoni acquisterete la bellezza dell’anima, che vale assai più della bellezza del corpo. Dunque nissuna invidia per chi vi sta sopra per agiatezza di condizione, per ingegno, e per bellezza: queste cose più che di invidia son degne d’indifferenza, anzi di disprezzo, per i pericoli che contengono: e voi vivete contenti della condizione assegnatavi dalla Provvidenza, perchè essa vi aiuta grandemente a salvarvi l’anima.

Se siete di condizione ricca o per danaro, o per ingegno, o per nobiltà, imparate a non insuperbirvene, e a non disprezzare chi si trova in condizione inferiore alla vostra. Di più non dimenticate mai che la vostra condizione è piena di pericoli per la vostr’anima: non abusatene, ma servitevene secondo il fine della Divina Provvidenza; perchè in tal modo invece di rovinarvi l’anima, sarà un mezzo per fare del gran bene.

Ecco ciò che dovete imparare dalla condizione degli uccelli: ed eccovi anche terminata la scuola che essi vi fanno colla loro varietà.

FINE

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Indice dei trattenimenti
e delle Riflessioni morali sopra ogni Trattenimento

Lo scricciolo Tratt. 1° pag. 1

Il passero Tratt. 2° pag. 10

La rondine Tratt. 3° pag. 21

Manca la scansione di due pagine

Il pulcino Tratt. 9° pag. 33

La colomba Tratt. 11° pag. 128

Il torcicollo Tratt. 12° pag. 142

L’usignuolo Tratt. 13° pag. 152

L’uccello di Paradiso. Tratt. 14° pag. 168

Uccellini nel nido. Tratt. 15° pag. 180

Uccellini nel nido. Tratt. 16° pag. 192

Il volo degli uccelli. Tratt. 17° pag. 204

Gli uccelli ed i loro nemici. Tratt. 18° pag. 219

Il canto degli uccelli. Tratt. 19° pag. 232

La varietà negli uccelli. Tratt. 20° pag. 245

V. Nulla osta alla stampa,
Torino 30 settembre 1880.

Canonico Professore F. Molinari.

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