Opere di
Don Giovanni Battista Rossi

/frontespizio/

Trenta trattenimenti popolari
sulla Vita e sul Culto del
Patriarca San Giuseppe
per santificare il Mese di Marzo

Opera del Sacerdote
Rossi Giovanni Battista
Prevosto e Vicario foraneo
di Castelnuovo d’Asti

Torino
Tipografia Giulio Speirani e Figli
1882

/retro frontespizio/

A tenore dei decreti di papa Urbano VIII dichiaro che le grazie, le rivelazioni ed i fatti miracolosi raccontati in questo libro sono basati unicamente sull’autorità umana; epperciò non meritano tutta la fede che è dovuta a quelli che sono stati riconosciuti dall’autorità della Chiesa.

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/5/

Carissimi Parrocchiani,

Fin dal primo anno, in cui ebbi la fortuna di trovarmi in mezzo a voi, qual pastore delle anime vostre, mi son fatto premura di sapere se nei vostri cuori esisteva una divozione, che mi fu sempre cara, voglio dire la divozione al gran Patriarca san Giuseppe, sposo castissimo di Maria Vergine.

Con grande mia soddisfazione non tardai a scoprire in mezzo a voi il seme di questa divozione; seme che vi era stato sparso per opera specialmente dello zelo edificante dei Signori Marchisio Giuseppe dell’Aia e Savio Evasio, i quali, dopo lunga ed esemplare vita, furono da Dio chiamati a godere il premio della loro distinta pietà.

/6/ Scoperto questo seme prezioso, e postomi a lavorarvi attorno, lo vidi propagarsi rapidamente di cuore in cuore, svilupparsi, crescere e diventar pianta robusta e ben radicata, da cui attualmente voi meco raccogliete abbondanti e salutari frutti.

Ne sia ringraziato il Signore, e con Lui il gran Patriarca san Giuseppe!

Non vorrei però che col tempo venisse ad inaridire nei vostri cuori questa pianta benefica: vorrei anzi vederla a crescere sempre più; ed è appunto per questo fine, che vi indirizzo questo libro, in cui troverete raccontata la vita di san Giuseppe, e la storia del suo culto in un modo chiaro, semplice e famigliare. — Nel mio racconto mi sono prese tre guide distinte, che voi conoscete al pari di me. La prima è il santo Vangelo; e questo ci dirà la parte che prese san Giuseppe, l’ufficio che sostenne nel compimento del grande Mistero dell’Incarnazione del Figliuolo di Dio. La seconda è la Tradizione; e questa ci farà conoscere i privilegi di cui il nostro Santo fu da Dio arricchito; la sua corrispondenza ai favori del Cielo, e la santità straordinaria a cui arrivò. La terza è la Chiesa Cattolica, nostra /7/ madre e maestra; e questa ci farà conoscere le intime relazioni che san Giuseppe ha con noi. Sotto la scorta di queste tre guide io spero di potervi far conoscere chi fu, e chi è attualmente san Giuseppe, che forma l’oggetto della nostra divozione?

Ho diviso questo libro in trenta trattenimenti, e ad ogni trattenimento ho unito una riflessione morale, un fatto ed un esempio. Nei venti primi trattenimenti troverete chi sia stato san Giuseppe: nei dieci ultimi troverete chi egli sia attualmente. Le singole riflessioni morali serviranvi d’istruzione nelle verità della nostra santa religione; i fatti vi metteranno solt’occhio una regola pratica per esercitare la vostra divozione a san Giuseppe, e gli esempi serviranno a risvegliare sempre più la vostra confidenza nella protezione di Lui. In tal modo avrete in questo libro il pane ripartito e sminuzzalo per nutrire la vostra divozione durante il mese di Marzo, che da otto anni siete soliti a consecrare a san Giuseppe.

Gradite, o cari Castelnovesi, l’omaggio di questo libro; leggendo volentieri; mettetelo in pratica. È desso un pubblico attestato di gratitudine e di riconoscenza all’affettuosa docilità /8/ con cui da undici anni onorate la parola del vostro Prevosto, il quale pel bene delle anime vostre, per la maggior gloria di Gesù, di Maria e di Giuseppe, alla parola parlata aggiunge questa parola scritta.

Castelnuovo d’Asti, 28 maggio 1882, festa della Pentecoste.

Vostro aff.mo Prevosto
D. Rossi Gio. Battista.

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Introduzione

Convenienza e modo di santificare il Mese di San Giuseppe.

Ogni anno è diviso in giorni, settimane, e mesi. II mondo li consacra ai divertimenti, al lavoro, al guadagno. Quindi è che vi sono i giorni d’allegria, i giorni di lavoro, i giorni di mercato, i giorni di fiera: vi sono le settimane, i mesi delle seminagioni, della mietitura, della vendemmia. Il mondo fa così perchè il suo scopo è di provvedere ai bisogni del corpo, e al suo benessere su questa terra. La Chiesa invece, che ha il santo scopo di provvedere ai bisogni dell’anima, ed al suo benessere nella eternità, consacra i giorni, le settimane, i mesi non ai divertimenti, al lavoro, al guadagno: ma li consacra a qualche mistero della fede, a /10/ qualche santo del Paradiso. Quindi è che ogni giorno dell’anno vien consacrato ad un santo, di cui si fa la festa: qualche settimana viene consacrata alla preparazione di qualche festa straordinaria col titolo di novena; ed ogni mese vien consacrato a qualche mistero od a qualche santo. Il mese.di gennaio si consacra al Nome santissimo di Gesù; il mese di giugno al suo Cuore divino; il mese di luglio al suo Sangue preziosissimo; il mese di dicembre alla sua Nascita. Il mese di maggio si consacra a Maria Santissima; il mese di ottobre all’angelo Custode; il mese di novembre alle Anime del Purgatorio. E la Chiesa in questa distribuzione del tempo non avrà pensato a darne una parte allo sposo di Maria, al gran Patriarca san Giuseppe? Eh sì che vi pensò! e vi pensò poco meno di quanto abbia pensato a Gesù ed a Maria; perchè a questo Santo essa consacra il mercoledì d’ogni settimana; consacra tre giorni di festa solenne con tre novene; consacra un mese, che è il mese di marzo. A questo mese noi daremo principio domani, ed io, per animarvi a santificarlo secondo il desiderio della santa Chiesa, vi farò vedere: 1° essere conveniente di consacrare questo mese a san Giuseppe; 2° il modo pratico di santificarlo.

/11/ Tutto ciò che facciamo, lo facciamo sempre o per necessità, o per obbligazione, o per convenienza. Questa verità è evidente per se stessa, e tutti ne siamo continuamente alla prova, perchè non facciamo mai nulla senza che vi intervenga o la necessità, o l’obbligazione, o la convenienza. Ora, domani daremo principio al mese di san Giuseppe: e qual causa ci porta a consacrare questo mese a questo Santo? La necessità? No: per salvarci non è necessario fare il mese di san Giuseppe, come è necessario ricevere il battesimo, e credere tutto quello che ci insegna la fede. L’obbligazione? Neppure: siamo obbligati ad osservare i Comandamenti di Dio e della Chiesa per salvarci, e non a fare il mese di san Giuseppe. Dunque vi sarà la convenienza? Si, vi è proprio la convenienza, ed una convenienza grande, per fare il mese di san Giuseppe. Questa pratica non è necessaria, non è obbligatoria; ma è molto conveniente; ed è tale: 1° per parte di san Giuseppe; 2° per parte nostra.

L’onore dovuto alle persone deve essere proporzionalo al loro grado, alla loro dignità: un re deve essere più onorato che il suo ministro, un padre più onorato che il suo figlio. E così è pure dei santi: il culto che loro prestiamo, /12/ l’onore che loro rendiamo, la memoria che ne facciamo su questa terra, devono essere proporzionati alla gloria e potenza a cui furono sollevati in Paradiso. Ora san Giuseppe, sia per le relazioni che ebbe con Gesù Cristo su questa terra; sia per i doni e privilegi di cui fu da Dio arricchito; sia per la santità straordinaria a cui arrivò praticando la virtù, in Paradiso esercita una specie di autorità sopra Gesù Cristo; tiene il primo posto di gloria e di potenza, dopo la sua sposa Maria. È conveniente adunque che noi lo veneriamo in modo speciale, e di più degli altri santi. E dedicargli questo mese è appunto un segno che noi lo stimiamo, l’onoriamo di più degli altri santi. Ad essi consacriamo un giorno dell’anno, una novena: a san Giuseppe consacriamo un mese intiero; il che lo solleva sopra gli altri, come vuole la convenienza.

Inoltre, san Giuseppe fu lo sposo della Regina del Cielo e della terra, lo sposo di Maria; fu il custode, il padre putativo di Gesù Cristo; fu il capo della sacra famiglia, formata da Lui, da Maria e da Gesù. I buoni cristiani son soliti a consacrare un mese alla Nascita di Gesù Cristo, un mese al suo Nome adorabile, un mese al suo Sangue preziosissimo, un mese al suo /13/ Cuore divino. Son soliti a consacrare un mese a Maria. Ora, quando si tributa un onore speciale ad un figlio non sembra conveniente ricordare colui che gli fece da padre? Quando si rende un onore speciale ad una regina, non sembra conveniente estenderlo anche allo sposo? Certo che si. Dunque, siccome colla divozione di mesi si onorano Gesù e Maria, è di tutta convenienza la divozione di un mese in onore di san Giuseppe, che ne fu il custode, lo sposo, ed il difensore.

Finalmente, san Giuseppe fu proclamato il patrono della Chiesa universale. In onore dei santi patroni di un paese, di una città, di un regno, soglionsi fare feste solenni precedute da novene. Essendo san Giuseppe patrono non di un paese, di un regno, ma di tutta la Chiesa cattolica, vuole la proporzione che a Lui si consacri qualche cosa di più, si consacri un mese intiero.

Ed eccovi come realmente, per parte di san Giuseppe, è di tutta convenienza consacrargli questo mese.

In secondo luogo, questa pia pratica è conveniente per parte nostra. I tempi che corrono sono tempi di prova e di guerra per la nostra fede, la nostra santa religione. Dovunque sentiamo /14/ bestemmiato il Signore, profanata la domenica, derisa la pietà, la divozione, i Sacramenti, la fede; dovunque sentiamo la voce dell’incredulità, dell’immoralità che ci invita al disordine e minaccia di farci perdere la fede. E noi di fronte a sì grave pericolo staremo colle mani alla cintola? Sarebbe imprudenza perniciosa. Assaliti da tanti nemici, imitiamo l’esempio dei soldati. Questi in campo di battaglia si mettono nelle mani del generale, e dal valore di lui sperano la vittoria. Come cristiani siamo altrettanti soldati; Gesù Cristo è il nostro re, san Giuseppe è il nostro generale in capo. Mettiamoci nelle sue mani, ed Egli ci otterrà la vittoria contro i nemici dell’anima nostra. E con qual mezzo più opportuno possiamo metterci nelle mani di san Giuseppe, se non col dedicargli questo mese? Dunque consacriamolo a Lui; così vuole la nostra convenienza.

inoltre san Giuseppe è il protettore dei moribondi: come tale Egli preserva i suoi divoti da una morte improvvisa, li assiste sul letto della morte, li difende dai nemici. È dunque di grande convenienza che tutti entriamo nel numero dei veri divoti di questo Santo; e questo mese ci aprirà la via a questa salutare divozione; /15/ ci animerà a praticarla con fervore. Ed anche per questo motivo è molto conveniente per noi la pratica di questo mese.

Ora se il consacrare ad onore di san Giuseppe questo mese la è cosa di molta convenienza per parte di questo Santo, e per parte nostra, tutti dobbiamo prendere la santa risoluzione di santificarlo in onore di Lui.

Persuaso che prenderete questa risoluzione, sentite ancora il modo col quale dovete passare questo mese per poter dire che l’avete santificato in onore di san Giuseppe.

Santificare una cosa vuol dire dedicarla, consacrarla a Dio. Quindi è che per santificare la domenica, come prescrive il terzo Comandamento di Dio, bisogna impiegarla in opere di pietà, e di religione. E santificare questo mese in onore di san Giuseppe che vorrà dire? Vuol dire che ogni giorno di questo mese dobbiamo: 1° ricordarci di Lui, pensare a Lui. Questa cosa potete farla colla vostra mente; ma meglio per mezzo di un libro, che parli di questo Santo; e meglio ancora venendo in chiesa a sentire la parola di Dio. Se potete adunque, venite ogni sera alla predica; è questo il primo mezzo per santificare questo mese in onore di san Giuseppe.

/16/ Il secondo mezzo consiste nell’assistere ogni giorno alla santa Messa, e nel fare la Comunione o sacramentale o spirituale. La Messa è l’anima della pietà, il cuore della divozione: la Comunione è il cibo principale dell’anima nostra. Dunque se vogliamo essere veri divoti, se vogliamo vivere nella grazia di Dio, frequentiamo la Messa e la Comunione.

Il terzo mezzo consiste nel fare ogni giorno di questo mese qualche preghiera, qualche giaculatoria, qualche mortificazione, qualche opera di pietà in onore di san Giuseppe. Queste opere possono variare da un giorno all’altro; possono anche ripetersi per più giorni, questo poco importa, ciò che imporla si è di non lasciar passare alcun giorno senza fare qualche cosa di buono in onore del nostro Santo.

Come vedete il modo di santificare questo mese rassomiglia molto al modo di santificare la domenica. In tal giorno bisogna sentire la Messa, la parola di Dio, accostarci di quando in quando ai Sacramenti, fare opere di pietà, ed astenerci dai lavori servili. Supponete che questo mese sia un mese di continue domeniche; epperciò ogni giorno venite alla predica, venite alla Messa, accostatevi alla Comunione o realmente o col desiderio, fate qualche opera di /17/ pietà in onore di san Giuseppe. Riguardo ai lavori servili, fateli pure, ma procurate almeno di lavorare in questo mese come lavorava san Giuseppe, cioè per dare gloria a Dio. In tal modo al termine di questo mese potrete dire di averlo santificato secondo io spirito della nostra Madre, la Chiesa, che lo instituì, e lo raccomanda caldamente a tutti i suoi figli, a tutti i cristiani, come cosa molto conveniente per san Giuseppe e per il loro vantaggio spirituale.

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/18/

Parte prima
Chi fu san Giuseppe

Trattenimento I.

Nascita di san Giuseppe.

La prima parte di questo libro contiene la vita di san Giuseppe. Ora, la prima cosa che noi cerchiamo di conoscere riguardo ad una persona qualunque, è la sua nascita. Dunque anche riguardo a san Giuseppe, prima d’ogni altra cosa, dobbiamo cercare di conoscerne la nascita; di conoscere cioè la sua parentela, la condizione dei suoi genitori, l’anno ed il paese in cui è nato, e le altre circostanze che la rendono gloriosa. Ed io intendo di fare tutte queste ricerche in questo trattenimento.

/19/ Ai nostri tempi quando nasce un bambino si fa registrare il nome, il cognome e la condizione dei suoi genitori; il paese, l’anno, il mese ed il giorno in cui è nato; il nome che gli viene imposto, tutte insomma le circostanze della sua nascita. E questa registrazione si conserva gelosamente. Così che se si trattasse di conoscere la nostra nascita, o quella di persone che son nate in tempi non troppo da noi lontani, la cosa sarebbe facilissima. Però questa bella usanza non fu praticata in ogni tempo: e se noi rimontiamo, per esempio, ai tempi in cui visse san Giuseppe, troviamo che in allora non si registravano le nascite dei bambini, anche i più distinti. Per conseguenza nissuno deve stupirsi se io, riguardo alla nascita di san Giuseppe, comincio a premettere che essa, quando avvenne, non fu registrata nè dai suoi genitori, nè da altri.

Questa nascita però era troppo importante per essere totalmente dimenticata; epperciò quello che non fecero i genitori di Giuseppe, lo fece poscia, almeno in parte, Iddio medesimo, il quale dall’evangelista san Matteo fece scrivere queste parole: Jacob autem genuit Joseph virum Mariae, de qua natus est Jesus, qui vocatur Christus; che vogliono dire: Giacobbe /20/ generò Giuseppe sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù Cristo. Con queste poche parole il Vangelo non ci dice nè quando, nè dove sia nato san Giuseppe, nè la condizione dei suoi genitori; ci dice però la cosa più importante a sapersi intorno alla sua nascita, ci dice cioè il nome di suo padre che fu Giacobbe o Giacomo: Jacob genuit Joseph.

Ed è molto importante questa cosa, perchè dalla medesima noi veniamo a conoscere la parentela di san Giuseppe, parentela che rende gloriosa la sua nascita. E realmente dicendoci il Vangelo che Giuseppe nacque da Giacobbe, ci dice in primo luogo che Egli fu della Tribù di Giuda, e della stirpe del re Davide, da cui distava di ventiquattro generazioni, ossia di ventiquattro gradi di consanguinità. Ora la tribù di Giuda fu la più celebre delle dodici tribù che formarono il popolo Ebreo; la stirpe di Davide fu il ramo più glorioso della tribù di Giuda; ma Giuseppe fu di questa stirpe; dunque Egli per nascita fu non solo di sangue reale, ma del sangue dei re più distinti del popolo Ebreo.

Di più, dicendoci il Vangelo che Giuseppe nacque da Giacobbe, ci dice che Egli era congiunto di sangue con Maria Santissima, la quale /21/ fu poscia sua castissima sposa; perchè anche Maria, come dice il Vangelo, era de domo David, della stirpe del re Davide, e per conseguenza consanguinea con Giuseppe. In qual grado sia stata Maria consanguinea con Giuseppe, non lo dice chiaramente il Vangelo, epperciò non può sapersi con certezza. Sembra però molto probabile l’opinione di quelli che dicono essere stato il padre di Maria fratello di Giuseppe. Secondo questa interpretazione del Vangelo, Giuseppe sarebbe stato zio di Maria. Ma a noi poco imporla del grado di questa parentela; quello che c’imporla è di sapere che Egli fu congiunto con Maria; e questo è certo, perchè risulta dal Vangelo.

Finalmente, dicendoci il Vangelo che Giuseppe nacque da Giacobbe, ci dice ch’Egli fu congiunto anche con Gesù Cristo, considerato come uomo, e che Gesù Cristo fu della stirpe da cui doveva nascere il vero Messia da Dio promesso. E realmente, Gesù Cristo fu vero figlio di Maria, Maria fu consanguinea con Giuseppe, Giuseppe fu della tribù di Giuda e della stirpe di Davide; dunque anche Gesù Cristo fu di questa tribù, e di questa stirpe, da cui, secondo le profezie, doveva nascere il Messia. Epperciò la genealogia di Giuseppe mentre ce lo fa riconoscere /22/ congiunto con Gesù, ci dice anche che in Gesù furono verificate le profezie che riguardavano la nascita del Messia.

Come vedete, dicendoci il Vangelo che Giuseppe nacque da Giacobbe, ci dice tre cose per Lui molto gloriose; ci dice cioè che Egli fu del sangue dei re più celebri del popolo Ebreo; che fu consanguineo con Maria, e con Gesù Cristo.

Ma, parmi che qui taluno mi voglia domandare, ma non si sa più altro della nascita di questo Santo?

Rispondo: Con certezza no, non si sa più altro; però con probabilità si sanno ancora varie altre cose. Per esempio è molto probabile che Egli sia nato a Nazaret, piccola città della Galilea, e vi sia nato trent’anni circa prima di nostro Signore Gesù Cristo; è moralmente certo che i suoi genitori, quantunque fossero di sangue reale, tuttavia fossero caduti nella miseria, e si guadagnassero il vitto col lavoro delle loro mani; è probabile che avesse dei fratelli più vecchi di Lui. Finalmente è probabile che quando nacque avesse già ricevuto da Dio un grande favore. E giacche questo favore forma la prima delle glorie che accompagnarono la sua nascita, voglio spiegarvele chiaramente, affinchè possiate farvene una giusta idea.

/23/ La nostra fede insegna che, per causa del peccato di Adamo, nostro primo padre, tutti i suoi discendenti nascono coll’anima macchiata da un peccato, detto originale, peccato che la rende indegna del Paradiso e schiava del demonio. L’ordine della divina Provvidenza ci dice che il Signore perdona bensì questo peccato coi mezzi da Lui stabiliti, ma non lo perdona prima della nascita. Però la nostra fede c’insegna anche che Iddio concesse due sorte di privilegi a questo riguardo. Il primo consiste nell’aver preservato totalmente dal contrarre la macchia del peccato originale; il secondo consiste nell’aver scancellato questa macchia prima della nascita. Ma a quanti, a chi concesse Iddio queste due sorte di privilegi?

Rispondo: È di fede che il primo lo concesse ad un’anima sola, che fu l’anima benedetta di Maria, la quale fu preservata dal peccato originale, fu concepita senza macchia alcuna, fu sempre immacolata. Il secondo privilegio si sa che Iddio lo concesse a san Giovanni Battista, ed al profeta Geremia, i quali, come si ricava dalla sacra Scrittura, furono bensì macchiati dal peccato originale, ma furono santificati prima della nascita. Ora, se Maria, perchè era destinata ad essere la madre di Gesù Cristo, fu /24/ preservata dal peccato originale; se il Battista e Geremia, perchè dovevano preparare la via al Redentore del mondo colla predicazione, e con profezie furono santificati, lavati dalla macchia del peccato originale prima della nascita; san Giuseppe che era destinato ad essere il custode; il difensore, il vice-padre di Gesù Cristo, non avrà ricevuto alcun privilegio riguardo al peccato originale? Risponde a questa interrogazione il pio e dotto Gersone, il quale nel Concilio di Costanza, alla presenza di tutti i vescovi colà radunali, pronunziò questa proposizione: Si può piamente credere che san Giuseppe sia stato santificato prima della nascita. Cosi pure hanno creduto alcuni Santi Padri, così credono molti scrittori moderni delle glorie di questo Santo. Per conseguenza, quantunque il Vangelo non ne parli, tuttavia noi senza offendere la fede, e senza fare un atto di presunzione, possiam dire e credere che Iddio, in vista della sublime destinazione di san Giuseppe, lo santificò prima della nascita. Questo non vuol dire che Egli sia stato preservato dal peccato originale, come ne fu preservata Maria SS.; vuol dire solamente che fu lavato della macchia di questo peccato prima della nascita, come prima della nascita furono santificati il Battista e Geremia. /25/ Epperciò, quando nacque, la sua anima era già bella, candida e cara a Dio; era già santo come sono santi i nostri bambini subito dopo il battesimo.

Lo so, in tutto questo vi entra unicamente la grazia di Dio, e san Giuseppe non vi ebbe merito alcuno: ma se il Signore si compiacque di favorirlo in modo sì distinto, perchè non si compiacerà che noi lo onoriamo proclamando questo favore che gli fu concesso? Dunque con santa gioia mettiamo sul capo di san Giuseppe la gemma della sua nascita gloriosa. Su questa gemma scriviamo: fu santificalo prima della nascita, fu di sangue reale, fu congiunto con Maria e con Gesù Cristo; e queste parole ci daranno una piccola idea delle glorie di san Giuseppe nella sua nascita.

Riflessione morale.

San Giuseppe fu santificato prima della nascita; e questo fu per Lui un favore specialissimo; favore che Iddio non concesse ad altri, se eccettuiamo il Battista o Geremia. Noi fummo santificati appena nati per mezzo del battesimo, e questo fu anche per noi un favore specialissimo; favore che Iddio concede solo ad un /26/ quarto dei bambini che nascono in tutto il mondo; e gli altri tre quarti, o perchè nascono da genitori increduli, o perchè nascono in paesi dove non si conosce il santo Vangelo, non ricevono la grazia del battesimo. Nel numero di questi disgraziati potremmo trovarci anche noi, e se non vi ci troviamo, è per effetto della misericordia di Dio verso di noi. In vista di queste due verità, che cioè noi riceviamo il battesimo appena nati, e che i tre quarti dei nostri fratelli non hanno questa fortuna, io vorrei che prendessimo due risoluzioni. Primo, cioè, risolviamo di dimostrarci sempre riconoscenti a Dio che ci santificò col battesimo appena nati: ed a questo fine ripetiamo mattina e sera, non solo per abitudine, ma di cuore, le parole del vi adoro, colle quali diciamo: Signore, vi ringrazio di avermi redento e fatto cristiano: parole che fanno appunto allusione alla grazia del battesimo, Se san Giuseppe venne a sapere che Iddio, a preferenza di tanti altri, l’avea santificato prima della nascita, per certo non mancò di ringraziarlo di questo favore. Ebbene, noi che abbiamo ricevuto un favore consimile nel battesimo, e sappiamo doverlo ricevuto a preferenza di tanti altri, ringraziamone sempre, e di cuore, il Signore.

/27/ In secondo luogo versiamo una lagrima di compassione sulla sventura di quelli che non ricevono il battesimo, e promettiamo di sporgere loro la mano, di fare il possibile per estendere anche a loro la grazia di questo Sacramento. A questo fine preghiamo per la dilatazione del Vangelo, e diamo il nostro nome alle pie opere della Santa Infanzia, e della Propagazione della Fede. Colla limosina che facciamo a queste opere pie, aiutiamo a portare il Vangelo, e col Vangelo anche il battesimo, in mezzo a tanti nostri fratelli che vivono nelle tenebre dell’errore. Ringraziare Iddio che ci ha fatti cristiani: cooperare colla propagazione del cristianesimo, ecco il frutto che dobbiamo ricavare dalla nascita di san Giuseppe.

Fatto.

Sant’Ignazio di Lojola, fondatore della Compagnia di Gesù, colla divozione a Maria univa anche una tenera divozione a san Giuseppe, e dalla sua vita risulta che egli faceva tre cose speciali in onore di questo Santo. Primo, cioè, risulta che egli teneva l’immagine di Lui nel suo oratorio, il che prova che sant’Ignazio considerava san Giuseppe come suo maestro nella /28/ preghiera. Secondo, che celebrava la Messa d’innanzi a quell’immagine; e questo è segno che egli considerava san Giuseppe qual modello nel trattare le cose sante. Terzo, che quando aveva qualche dubbio, lo scriveva sopra un biglietto, e lo deponeva ai piedi di san Giuseppe; e questo ci fa credere che egli considerava questo Santo come suo consigliere.

Imitiamo l’esempio di sant’Ignazio, ed a questo fine prendiamo l’abitudine di pregare d’innanzi all’immagine di san Giuseppe; e se siam soliti a distrarci nella preghiera, raccomandiamoci a Lui, ed Egli c’insegnerà a pregar bene, come un maestro insegna al suo scolare a leggere e scrivere. Santa Teresa diceva: Chiunque manca di un direttore capace a ben guidarlo nella preghiera, prenda san Giuseppe per guida, e stia certo che subito imparerà a pregar bene. Prendiamoci adunque anche noi san Giuseppe per maestro nella preghiera, ed Egli ci insegnerà a ben pregare. Di più, quando ci accostiamo alla santa Comunione, domandiamo a san Giuseppe la grazia di ricevere nel nostro cuore Gesù Sacramentato colla medesima fede e carità, colla quale Egli portò Gesù Bambino in braccio. Sant’Ignazio celebrava la Messa alla presenza della sua immagine; noi facciamo la /29/ Comunione in sua compagnia, rendendoci famigliare la bella preghiera che si intitola: La Comunione in compagnia di san Giuseppe. Finalmente imitiamo sant’Ignazio nel ricorrere a san Giuseppe ogni volta che ci troviamo in qualche dubbio, o non possiamo superare qualche difficoltà, e san Giuseppe saprà suggerirci quello che sarà meglio per l’anima nostra. E se noi, come già sant’Ignazio, ricorriamo a san Giuseppe qual nostro maestro nella preghiera, qual modello nel trattare le cose sante, e specialmente la Comunione, qual consigliere nella perplessità, faremo un atto di ossequio, di divozione a san Giuseppe, ed otterremo da Lui la grazia di pregar bene, di far delle buone Comunioni, e di non fallirci nella scelta quando versiamo in qualche dubbio.

Esempio.

Nel fascicolo della Propagazione della Fede del mese di maggio dell’anno 1859 si legge la seguente lettera, che il padre Gonnet dalla Cina scrisse ad un suo amico. Sentitela quasi per intiero:

« Voi che siete divoto di san Giuseppe sentirete con piacere il bene, che qui ho fatto /30/ coll’aiuto del medesimo. Mandato due anni fa in questo distretto, per giungere alla sua estremità, camminai per un giorno intiero sempre in mezzo a gente idolatra. Quattro uomini mi portavano sopra una sedia, ed io andava fantasticando: che bel luogo qui per una cristianità, quanti pagani da convertire, come starebbe bene là una chiesa, qui una scuola!... Ma come fare? In quel momento mi venne un buon pensiero, e dissi tra me: san Giuseppe è il mio protettore, e lo è pure di questi poveri Cinesi; e ciò che non posso fare io, può farlo Egli con tutta facilità, Quindi pregai questo Santo, e gli promisi di dedicare a Lui tutte le chiese e le cappelle, che si sarebbero fabbricate in quella regione. E lo credereste? Il mio desiderio fu esaudito, ed oggidì io conto molti catecumeni in quasi tutti quei luoghi che aveva designati durante il mio viaggio ».

Questa lettera ci serva di stimolo per accomandare a san Giuseppe la conversione degli infedeli, e dei poveri peccatori.

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Trattenimento II.

Educazione di san Giuseppe: sua verginità.

Il santo Vangelo dopo averci detto che san Giuseppe nacque da Giacobbe, aggiunge subito che Egli fu sposo di Maria: Jacob autem genuit Joseph virum Mariae: e siccome quando questo Santo sposò Maria aveva circa trent’anni, di essi il Vangelo non ci dice nulla. Però qualche cosa ce la dice la Tradizione, ed io intendo di farne cenno in questo trattenimento, in cui, premesse poche cose sul modo col quale san Giuseppe fu educato, passerò ad accennarvi un privilegio che Egli ricevette da Dio, ed un voto che fece prima di sposare Maria Santissima.

Il modo di educare la gioventù varia col variare dei tempi, dei luoghi e delle condizioni. Per conseguenza se vogliamo conoscere il modo con cui fu educato san Giuseppe, dobbiamo conoscere le usanze degli Ebrei ai tempi in cui Egli visse, e la condizione de’ suoi genitori. Riguardo alla condizione de’ suoi genitori, vi ho già detto che essi vivevano col lavoro delle proprie mani; riguardo alle usanze del popolo Ebreo dovete ritenere che in allora era prescritta /32/ una cerimonia, detta Circoncisione, e tutti i bambini all’ottavo giorno dopò la nascita venivano circoncisi, ed in tale circostanza veniva loro imposto un nome. Di più, dovete ritenere che in allora non vi erano scuole pubbliche per l’istruzione letteraria della gioventù, e che tale istruzione si dava in casa dai genitori. Vi era però in ogni città una pubblica scuola di religione, detta Sinagoga, nella quale si leggeva e si spiegava la sacra Scrittura.

Cosi stando le cose, a chi mi domandasse come fu educato san Giuseppe, io risponderei: Egli fu educato secondo i costumi della nazione Ebrea, a cui apparteneva, e secondo la propria condizione. Per conseguenza otto giorni dopo la nascita fu circonciso, e gli fu imposto il nome di Giuseppe, che vuol dire figlio che cresce. Quando fu capace ad imparare, i suoi genitori lo istruirono nella letteratura; nei giorni festivi, cioè nei sabbati, frequentava la sinagoga del suo paese, e là vi imparò la storia, e le verità della religione, come le imparano i nostri fanciulli frequentando il catechismo, e gli oratori destinati per loro. Giunto all’età di circa dodici anni entrò come apprendista nella bottega di un falegname, e vi imparò quest’arte faticosa, che esercitò poscia per tutta la sua /33/ vita. Del suo ingegno e della sua abilità nell’imparare quanto gli veniva insegnato, non si sa nulla con certezza; non mancano però molti scrittori, i quali, appoggiati specialmente ad alcune rivelazioni lo dicono dotato di molto ingegno, ricco di molta scienza religiosa, e molto esperto nell’esercizio della propria arte.

Con questo parmi d’avervi accennato abbastanza il modo, col quale possiamo supporre che san Giuseppe sia stato educato nella sua prima gioventù. Epperciò io passo subito a ricordarvi una cosa più importante, voglio dire un privilegio che Egli, ancor fanciullo, ricevette da Dio.

Il peccato originale, quantunque scancellato, lascia nell’uomo un cattivo seme, il quale col tempo sviluppa in lui la mala pianta d’una inclinazione impura, voglio dire la passione della disonestà; passione che, di regola ordinaria, rovina la mente ed il cuore di molta gioventù. La storia però ci assicura che il Signore non permise che alcuni suoi prediletti sentissero questa brutta inclinazione. Per esempio, di san Tommaso d’Aquino sappiamo che, in seguito ad una vittoria straordinaria riportata contro la disonestà, sentissi dagli angeli stringere ai lombi, e d’allora in poi non senti più alcuna /34/ tentazione nel corpo. Di san Luigi Gonzaga si crede comunemente che sia stato preservato da questo genere di pericoli contro la santa purità. Questa medesima cosa viene asserita di molti altri santi.

Ora, questo favore concesso a molti santi, il Signore l’avrà negato a san Giuseppe? A questo Santo che era stato santificato prima della nascita, che era destinato ad essere lo sposo della Regina delle vergini, il custode di Gesù, Agnello senza macchia, che si delizia di pascolare in mezzo ai gigli? Oh! io non lo posso credere, e finchè la Chiesa me lo permette, non lo credo. No, il Signore non negò a san Giuseppe il privilegio che concesse a san Tommaso d’Aquino, a san Luigi Gonzaga, e ad altri santi. E mi rallegra d’avere con me su questo punto il Gersone, e molti altri rispettabilissimi scrittori delle glorie di san Giuseppe. Dunque consoliamoci nel pensare che il nostro Santo non solo fu santificato prima della nascita, ma di più ricevette da Dio il gran favore di non andar soggetto nè nell’anima, nè nel corpo a tentazioni contrarie alla santa purità. Questo privilegio non lo rese certamente impeccabile contro di questa virtù; infuse però nel suo cuore un amore costante alla medesima, e servi a tenerlo /35/ lontano da ogni pericolo di macchiarla, o perderla.

Per conseguenza alla gemma che ci ricorda le glorie della sua nascita, possiamo unirne un’altra, che ci ricorda un privilegio della sua gioventù, il privilegio di essere stato preservato dal fomite della concupiscenza.

Questo privilegio forma certamente una bella gloria della gioventù di san Giuseppe, però non ne è la prima. In questo privilegio, come pure nell’altro di essere stato santificato prima della nascita, operò unicamente la grazia di Dio; in ciò che forma la prima gloria della sua gioventù operò anch’Egli, e vi operò colla sua corrispondenza ai privilegi che Dio gli aveva concessi. Mi spiego. Il Signore aveva anticipato la santificazione dell’anima di Lui, e poi gli aveva posto in cuore una grande affezione alla purità; l’aveva liberato dalla inclinazione al vizio contrario a questa virtù; ed Egli sapete che cosa fece? Fin dalla prima gioventù si diede tutto al suo Dio; gli consacrò i pensieri della sua mente, gli affetti del suo cuore, la sua anima, il suo corpo, tutto se stesso; gli promise di vivere figlio casto per tutta la sua vita; a dir breve, si consacrò a Dio con un voto che fin allora non erasi fatto da altri, col voto /36/ di perpetua verginità, voto che forma appunto la prima gloria della sua gioventù.

Di questo suo voto non ne parla il Vangelo, nè lo ammettono tutti i santi Padri; però la Chiesa, come scrive san Pietro Damiani, ha sempre creduto così, che cioè sia stata vergine non solo Maria, madre di Gesù, ma anche san Giuseppe, suo padre putativo: Ecclesiae fides in eo est, ut non modo Deipara, sed etiam putativus pater virgo habeatur. E san Tommaso d’Aquino osserva che la cosa non può essere diversamente perchè, dice egli, se Gesù Cristo prescelse un vergine, san Giovanni Evangelista, per affidargli la sua madre dalla croce, non potè far a meno di prescegliere anche un vergine per esserle castissimo sposo.

Fondati adunque su questa cara opinione, mettiamo pure sul capo di san Giuseppe la più bella gemma della sua gioventù, gemma su cui è scritto: Vergine per voto fatto fin dalla prima gioventù.

E qui, se alcuno, meravigliato di questo voto di san Giuseppe, mi domandasse: L’ha poi Egli osservato questo voto straordinario? Risponderei: Giuseppe durante la sua fanciullezza, la sua gioventù, la sua virilità fu sì riservato negli sguardi, nelle parole, nei tratti, nei pensieri, /37/ nelle immaginazioni, negli affetti, nei desideri; fu sì casto, sì puro di mente, di cuore e di corpo, che sant’Agostino non dubitò di paragonare il suo candore verginale con quello della regina delle vergini, Maria Santissima, e di chiamarli eguali: habet Joseph cum Maria communem virginitatem. Cornelio a Lapide lo chiamò più Angelo che uomo; e san Francesco di Sales arrivò persino a scrivere di Lui queste parole: San Giuseppe in fatto di purità ha sorpassalo gli angeli della più alla gerarchia. Con queste espressioni vogliono dirci questi santi che essi sono persuasi aver san Giuseppe passata la sua vita stando non solo lontano dai disordini della disonestà, ma di più non essere mai passato per la sua mente alcun pensiero, nel suo cuore alcun affetto men puro, men casto: avere insomma osservato il voto di verginità con grande perfezione.

Ora, se il Signore tanto si compiace dei cuori vergini, che trova le sue delizie nel dimorare con loro, quanto non si sarà compiaciuto del cuore di san Giuseppe, che fu il primo ad amare, e coltivare la bella virtù della purità, e la coltivò con tanta perfezione da farsi chiamare un angelo in carne, anzi più puro degli angeli del Paradiso! Oh per certo il cuore /38/ di Lui fu un ameno giardino di delizie agli occhi del Signore; e prima che nascesse Maria, gli fu il più caro di tutti, appunto perchè vergine illibato.

Ritenete adunque che Giuseppe fu educato secondo i costumi della nazione Ebrea, e secondo la povera condizione dei suoi genitori; che fu preservato dal sentire la brutta inclinazione alla disonestà, e che coltivò la bella virtù della verginità con grande perfezione, e voi potete dire di conoscere, almeno in parte, la sua gioventù.

Riflessione morale.

La grande perfezione colla quale san Giuseppe coltivò l’angelica virtù della verginità, mi presenta una bella occasione per esortare tutti, ma specialmente la gioventù, ad amare e stimare questa virtù, ed a fuggire e detestare il vizio contrario. Si, amiamo la castità: questa virtù ci rende simili agli angeli del Paradiso, ci rende beati fin da questa terra, ci fa pregustare le delizie del Paradiso, ci fa entrare nel numero dei prediletti del Signore, e ci assicura una gloria speciale in Paradiso: Beati mundi corde, quoniam ipsi Deum videbunt!

Ai tempi di san Giuseppe non era conosciuto /39/ il gran pregio di questa virtù: Egli però lo conobbe per speciale inspirazione di Dio: ed in seguito a questa cognizione, visse come un angelo in carne. E noi che abbiamo la fortuna di sapere che la castità ci rende carissimi a Dio, coltiviamo questa virtù. A questo fine amiamo il ritiro, la preghiera, la frequenza ai santi Sacramenti, e prendiamoci qualche pratica di divozione a san Giuseppe, il quale è in modo speciale il custode dei vergini.

In secondo luogo, detestiamo il brutto vizio della disonestà. È vero, il Signore non volle preservarci dal sentire dentro di noi la brutta inclinazione, che ci tira a questo vizio, come ne preservò san Giuseppe: però è vero altresi che Egli concede a tutti la forza necessaria per resistere, per vincere questa cattiva inclinazione: serviamoci adunque degli aiuti di Dio; ricordiamoci sempre che il vizio della disonestà promette rose e fiori, ma in realtà non porta altro che spine e dolori; schiviamo le persone, i luoghi, i divertimenti pericolosi, e terremo da noi lontano il vizio della disonestà. Amore adunque alla castità, abborrimento al vizio contrario; ecco la preziosa lezione che dobbiamo imparare dal voto di verginità, fatto da san Giuseppe nella sua gioventù.

/40/

Fatto.

Il venerabile Giovanni Battista La-Salle, fondatore del pio Istituto dei Fratelli delle Scuole cristiane, professò una divozione speciale a san Giuseppe: lo prescelse a protettore del suo Istituto, ne raccomandava sovente la divozione ai suoi confratelli, i quali, ancora oggidì, ne fanno la festa con grande solennità. Nelle varie malattie che fece, varie volte si alzò dal letto a dispetto del male, e ciò per poter celebrare la Messa in onore di san Giuseppe. E questa sua pratica di divozione verso di questo Santo fu ricompensata largamente; poichè nell’ultima sua malattia, quantunque fosse sfinito di forze, tuttavia alla vigilia della festa di san Giuseppe potè alzarsi dal letto, celebrò la santa Messa, e poi ritornò a letto, e mori pochi giorni dopo.

Ad imitazione di questo grand’uomo dedichiamo a san Giuseppe le nostre faccende più importanti, cerchiamo di insinuarne la divozione nel nostro prossimo, e specialmente in onore di Lui assistiamo alla Messa il più sovente che ci torna possibile. Il miglior modo per poter principiare bene la giornata è di principiarla /41/ assistendo divotamente ad una Messa, la quale viene chiamata da san Francesco di Sales il centro della nostra religione, il cuore della divozione, l’anima della pietà. E siccome esiste una pratica di divozione a san Giuseppe, che è intitolata La Messa di san Giuseppe, sarebbe cosa eccellente leggerla nel tempo in cui assistiamo alla Messa.

Esempio.

Il padre Stefano Eder, della Compagnia di Gesù, fin da fanciullo era stato molto di voto di san Giuseppe: nell’esercizio del suo ministero sacerdotale faceva il possibile per insinuarne la divozione nel suo prossimo. San Giuseppe lo ricompensò largamente di questa sua divozione colla seguente grazia che venne raccontata da lui medesimo:

« Dopo gli esercizi (son parole di Stefano Eder) che io feci in preparazione alla festa di san Giuseppe, mi sentii assopito e come spento ogni stimolo di concupiscenza, e son già due anni che io godo di questo favore. Ad onore di san Giuseppe lascio questo ricordo nell’anno 1651 »

L’autore che scrisse la vita di questo padre /42/ gesuita, citando questa memoria da lui lasciata, soggiunge che esso continuò a ricevere questo favore per tutta la sua vita, che passò in mezzo alle delizie della castità. Se vogliamo vivere castamente anche noi, procuriamo di renderci famigliare questa breve pratica di divozione a san Giuseppe, di recitare cioè ogni mattino ed ogni sera un pater in onore della sua purità coll’intenzione di rassodarci in questa virtù. Se noi ricorriamo a san Giuseppe in questo modo, anche posto che non sentiamo spento in noi il fomite della concupiscenza, come lo sentì spento il padre Eder, avremo almeno sempre la forza necessaria per vincere le tentazioni contro la modestia, e così la fortuna di vivere castamente.

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Trattenimento III.

Santità di Giuseppe nella sua gioventù.

Le cose che vi dissi nel trattenimento precedente intorno alla gioventù di san Giuseppe, lasciarono, ne son certo, dentro di voi un sentimento d’ammirazione verso di Lui. E ciò meritamente. Ora però vi faccio notare che io non /43/ vi manifestai tutti i tesori, che stanno nascosti nella sua età giovanile. Vi parlai unicamente della sua illibata verginità: per compire l’opera dovrei parlarvi ancora di molte altre sue virtù: però, per non troppo dilungarmi, io le comprenderò tutte in questo trattenimento, in cui, ricorrendo a ragionate congetture, spero di riuscire a farvi riconoscere san Giuseppe, fin dalla gioventù, ricco e perfetto in tutte le virtù, epperciò santo fin da quell’età.

La prima congettura che ci fa riconoscere san Giuseppe ricco di virtù fin dalla gioventù, la ricavo dal Vangelo. Questo ci dice che san Giuseppe quando sposò Maria Santissima era un uomo giusto; Joseph autem cum esset iustus. San Girolamo, spiegando questa parola giusto, dice che il Signore fece chiamare Giuseppe con questo nome non solo perche Egli possedeva la virtù della giustizia, ma piuttosto perchè possedeva tutte le virtù, e le possedeva tutte con perfezione: Joseph appellattur iustus propter omnium virtutum perfectam possessionem. Dunque dal Vangelo risulta che Giuseppe all’età di trenta anni, quando cioè sposò Maria, era un uomo perfetto in tutte le virtù, era un gran santo.

Ora lo Spirito Santo ci dice, e l’esperienza lo conferma, che sulla via della santità si cammina /44/ lentamente, poco per volta, e che, di regola ordinaria, nissuno diventa santo tutto in una volta, in un momento: nemo fit repente summus. Ma san Giuseppe era perfetto in tutte le virtù all’età di trent’anni; dunque Egli gettò le fondamenta della sua santità, cominciò praticare tutte le virtù fin da fanciullo.

Inoltre il Signore ci dice che il giovane nella sua vecchiaia camminerà per la stessa via per cui camminò nella gioventù: adolescens iuxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea. Questo vuol dire che chi è buono, virtuoso nella gioventù, sarà buono, virtuoso nella vecchiaia; e chi è cattivo nella gioventù, sarà anche cattivo nella vecchiaia. Ma Giuseppe fu da Dio trovato e proclamato santo nella sua virilità, e nell’età avanzata; dunque Egli fu buono, fu santo fin dalla gioventù.

Come vedete adunque dal momento che il Vangelo chiama Giuseppe un uomo giusto, quando sposò Maria, noi con tutta ragione deduciamo per conseguenza che Egli passò santamente la sua gioventù.

La seconda congettura che ci fa riconoscere san Giuseppe ricco di virtù fin da giovanetto, la ricavo dalla qualità della sposa che gli fu da Dio destinata.

/45/ Dice lo Spirito Santo che una santa sposa sarà data ad un santo giovane in premio delle sue opere buone: mulier bona dabitur viro suo pro bonis factis. Ora nissuno ignora che Maria, la quale fu sposa di Giuseppe, fu la più santa, la più perfetta fra tutte le figlie. Dunque san Giuseppe, secondo l’ordine della divina Provvidenza, dovette essere il più santo dei giovani, appunto perchè fu prescelto da Dio a sposare Maria. E nello stesso modo che se vi fosse stata una figlia più santa di Maria, questa e non Maria sarebbe stata prescelta ad essere la madre di Gesù Cristo; così pure se vi fosse stato un figlio più santo, più perfetto di Giuseppe, questo e non Giuseppe sarebbe stato prescelto ad essere lo sposo di Maria. Cosi che noi meritamente dalla santità di Maria, che fu da Dio destinata sposa di Giuseppe, possiamo dedurre che questo Santo passò la sua gioventù camminando costantemente sulla via della perfezione, anzi possiam dire con san Pietro Damiani, che Egli nella santità rassomigliava molto a Maria: erat beatus Joseph factus in simililudinem Virginis sponsae suae.

La terza congettura che ci fa riconoscere san Giuseppe ricco di virtù fin dalla gioventù, la ricavo dalla sua vocazione.

/46/ Dovete sapere che Iddio, nell’alto che dà l’esistenza ad una persona qualunque, la destina sempre ad un ufficio determinato, ad occupare questo o quell’impiego; per esempio uno lo destina a lavorare la campagna, un altro ad abbracciare lo stato sacerdotale, un terzo ad esercitare la medicina, la legale, e via. Ogni persona ha una vocazione determinata da Dio. Questo è certo.

Di più, dovete sapere che Iddio, nell’atto che destina una persona ad un ufficio determinalo, le concede sempre gli aiuti speciali che sono necessari per disimpegnare i doveri inerenti a quell’ufficio. Questo vuol dire che Iddio, a chi chiama al sacerdozio, concede gli aiuti necessari per essere un buon sacerdote; a chi chiama ad esercitar la legale, la medicina, concede gli aiuti necessari per essere un buon avvocalo, un buon medico. E così si dica di qualunque altro stato: chi vi è da Dio chiamato, riceve anche da Dio gli aiuti necessari per disimpegnarne i doveri. Anche questo è certo.

Premesse queste due verità, io le applico a san Giuseppe, e dico: questo santo era da Dio destinalo ad essere lo sposo di Maria, il depositario dei tesori dell’Eterno Padre, il rappresentante dello Spirito Santo, il difensore, il custode /47/ di Gesù Cristo: uffici questi i più sublimi, i più importanti, i più delicati a cui possa venir destinata una semplice creatura. Dunque Egli fu da Dio arricchito di doni, di aiuti, di grazie specialissime, e le più sublimi. E fu appunto in vista di questa verità che san Bernardo scriveva di san Giuseppe queste parole: Dalla sua vocazione argomentate la moltiplicità, l’eccellenza, la sublimità dei doni soprannaturali di cui fu da Dio arricchito.

Qui però mi sembra che taluno mi voglia dire: capisco che san Giuseppe, essendo stato destinato ad un ufficio sublimissimo, avrà anche ricevuto doni e grazie sublimissime: ma avrà poi Egli corrisposto a queste grazie?

Rispondo: Sì, Egli vi corrispose con perfetta fedeltà, perchè se non vi avesse corrisposto Iddio l’avrebbe privato dell’ufficio a cui l’avea destinato: ma noi sappiamo che non lo privò di tale ufficio, dunque Egli corrispose fedelmente a tutti i favori speciali del Signore.

Ora, essendo certo che Iddio arricchì san Giuseppe di doni proporzionati all’ufficio a cui lo avea destinato; essendo certo che quest’ufficio era sublimissimo, e richiedeva una grande santità; essendo certo che Egli corrispose fedelmente ai favori di Dio; resta anche certo per /48/ conseguenza che Egli passò santamente la sua gioventù. Ed eccovi come realmente dalla vocazione di san Giuseppe veniamo a conoscerne la santità durante la sua gioventù.

Dietro queste brevi considerazioni, a chi mi domandasse in qual modo san Giuseppe abbia passato la sua gioventù, io mi credo in diritto di poter rispondere in questo modo.

San Giuseppe, prima di sposare Maria, fu il modello della gioventù. Golia sua docilità, ubbidienza e rispetto ai genitori, ne formò la loro consolazione: col ritiro, col silenzio, colla riservatezza nelle parole, negli sguardi edificò i conoscenti. Lavorava per guadagnarsi il vitto; ma col lavoro cercava di glorificare Iddio, ed anche in mezzo al lavoro si portava a Dio colla mente e col cuore. Cosi che la sua vita era un intreccio di azioni, di parole, di affetti, di pensieri i più santi, un intreccio di tutte le virtù.

È vero, questo giudizio è frutto di pure congetture; però se teniamo conto della santità che gli attribuisce il Vangelo quando era giunto ai trent’anni; della qualità della sposa che gli fu destinala, e della sublimità della sua vocazione, non possiamo fare a meno di conchiudere, senza timore di sbagliarci, che Egli passò santamente la sua gioventù. Per conseguenza, /49/ vicino ai privilegi di cui gli abbiamo già ornato il capo, vicino alla gemma della sua verginità, scriviamo pure queste parole: Santità nella gioventù; parole che vogliono dire avere questo Santo consecrato a Dio il fiore de’ suoi anni. Il Signore l’avea prevenuto colla sua grazia santificandolo prima della nascita, ed Egli diede al Signore tutto se stesso fin dalla prima gioventù.

Riflessione morale.

Il modo esemplare, col quale san Giuseppe passò la sua vita fino all’età di trentanni, richiama alla mia memoria un fatto deplorevole, e troppo universale nella nostra gioventù, che esercita qualche mestiere, o lavora la campagna. Questi giovani, di regola ordinaria, fanno così: fino all’età di quindici, diciotto anni sono buoni, timorati di Dio; lavorano volentieri; ubbidiscono, rispettano i genitori; pregano, si accostano ai santi Sacramenti; schivano il peccato mortale; tengono insomma una condotta che contenta Dio ed il mondo. Ma poi voltano vela, ed all’età di venti, venticinque anni sono ben diversi di quelli di prima. Bestemmiano il santo nome di Dio; si ubbriacano, giuocano, rubano /50/ in casa, si abbandonano ad ogni sorta di disonestà, non vogliono più saperne di ubbidienza ai genitori, di preghiere, di prediche, di Sacramenti; diventano insomma il crepacuore dei genitori, la rovina delle loro case, e del buon costume, lo scandalo del paese, la desolazione dei buoni cristiani. E perchè mai la maggior parte della nostra gioventù fa questo fatale cambiamento? Le cause son molte certamente: però avvene una che è la principale. E questa sapete quale è? È la profanazione della domenica.

In questo santo giorno la nostra gioventù comincia a giuocare, ad entrare nei caffè, nelle osterie, a frequentare cattive compagnie, ed in breve si abbandona ad ogni sorta di disordini. E se la gioventù scapestrata fa un po’ d’esame di coscienza, e poi confessa la verità, su cento, novanta son costretti a dire: è proprio vero, è alla domenica che abbiamo principiato a giuocare, a bestemmiare, ad ubbriacarci, ad abbandonarci ai disordini della disonestà, dell’insubordinazione ai superiori: è proprio alla domenica insomma che abbiam principiato la pessima condotta colla quale facciam piangere Dio ed il mondo.

Per conseguenza se vogliamo avere dei giovani /51/ simili a san Giuseppe, lo sappiano i genitori, lo sappia la gioventù, lo sappiano tutti, è necessario che da loro si santifichi la domenica. Se in questo giorno la nostra gioventù frequenta la chiesa, schiva le compagnie, i divertimenti pericolosi, le osterie, i caffè, il giuoco, possiamo sperare che si conservi buona: invece se profana questo santo giorno, sarà certamente perversa, scandalosa. Dunque se ci sta a cuore avere la nostra gioventù simile a san Giuseppe, dobbiamo procurare che santifichi la domenica.

Fatto.

Il padre Surin scrisse ad un suo amico la seguente relazione:

« Un giorno mi trovai nella vettura vicino ad un giovane di diciotto anni circa. Il suo esterno era semplicissimo, e parlava come sogliono parlare le persone poco istruite. Era domestico da alcuni anni, e non sapeva nè leggere, nè scrivere. Però discorrendo con lui mi accorsi che aveva cognizioni ammirabili. Mi parlò dei misteri che opera la grazia nell’anima nostra con tanta chiarezza e sodezza, che io ne restai maraviglialo, e dissi /52/ tra me slesso: costui fa orazione continua coi sentimenti che ha in cuore. Scorsi che il fondamento della sua vita spirituale consisteva in una grande semplicità, profonda umiltà, ed angelica purità. Per conoscere meglio il segreto col quale era giunto a tanta perfezione, gli feci varie interrogazioni, e tra le altre questa: Siete voi forse divoto di san Giuseppe? A questa domanda rispose: Da sei anni in qua mi son posto sotto la sua protezione. Allora attribuii i suoi progressi nella via della perfezione anche alla sua divozione a san Giuseppe ».

Fin qui il padre Surin; ed io credo che disse benissimo attribuendo i progressi nella divozione di questo giovane alla divozione a san Giuseppe, perchè santa Teresa, san Francesco di Sales, sant’Alfonso de Liguori e molti altri dicono concordemente che san Giuseppe è il maestro della vita spirituale, della preghiera, della vita interiore, della perfezione.

Per conseguenza, se ci sta a cuore di pregare con raccoglimento, di imparare a fare la meditazione ed avanzarci sulla via della perfezione, raccomandiamoci a san Giuseppe, ed Egli ci otterrà questi doni, che sono molto preziosi.

/53/

Esempio.

Un giovane erasi abbandonato a tanti disordini, che la sua conversione sembrava impossibile. I suoi genitori piangevano sulla disgrazia di quel figlio scapestrato. Intanto fecero ricorso a tutti i mezzi possibili per ottenergli la grazia della conversione, ma sempre inutilmente. Finalmente principiarono una divota novena a san Giuseppe. E fu quello il mezzo di cui volle servirsi il Signore per convertire quel peccatore, poichè al terzo giorno della novena, egli si presentava ad un confessore, piangeva le sue mancanze, e dava principio ad una vita esemplare.

Dei peccatori ostinati ne conosciamo tutti: ebbene usiamo loro la carità che usarono al loro figlio i genitori predetti; cioè raccomandiamoli a san Giuseppe: preghiamolo per loro. Specialmente quando si avvicinano le feste di questo Santo, facciamone la novena a vantaggio di qualche peccatore; e speriamo che san Giuseppe non mancherà di ottenergli la grazia della conversione. I genitori poi che hanno la disgrazia di aver figli scandalosi, non cessino di raccomandarli a questo Santo, e sperino molto nella sua intercessione.

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/54/

Trattenimento IV.

Sposalizio di Giuseppe con Maria.

Mentre san Giuseppe passava la sua gioventù nel modo edificante, che vi accennai nei due ultimi trattenimenti, viveva anche una sua congiunta, e probabilmente nipote, per nome Maria. Era Essa figlia unica di san Gioachino e di sant’Anna. All’età di tre anni era stata condotta nel tempio di Gerusalemme per esservi educata. Probabilmente Essa non conosceva san Giuseppe; però gli rassomigliava molto nelle qualità dell’anima; e specialmente gli rassomigliava nella verginità, poichè se Giuseppe, come già vi dissi, aveva fatto voto di questa virtù, questo voto l’aveva fatto anche Maria. Amendue vergini illibati, pensavano di passare la loro vita come due angeli in carne, e non era loro nè manco passata nel pensiero l’idea di abbracciare lo stato coniugale. Eppure il santo Vangelo ci dice che questi due gigli, Giuseppe e Maria, si sono sposati.

Ed è appunto di questo sposalizio straordinario e misterioso che io intendo parlarvi in questo trattenimento. E siccome esso, a prima vista, sembra incompatibile col voto di verginità /55/ di Giuseppe e di Maria, sarà mio impegno di farvi vedere che tra loro vi fu un vero sposalizio senza mancare al voto di verginità.

Che san Giuseppe abbia sposato Maria è un fatto del quale nissuno può dubitarne, parlandone il Vangelo. Le circostanze di questo sposalizio non si conoscono con certezza; però si crede comunemente che siasi fatto nel tempio di Gerusalemme, dove Maria aveva passato oltre a dieci anni in santa educazione; che in allora Giuseppe avesse trentanni circa, e Maria dai quattordici ai quindici, e che siasi fatto nel mese di gennaio dell’anno medesimo in cui nacque poscia Gesù Cristo. In quanto al resto questo sposalizio fu fatto secondo le usanze della nazione Ebrea, alla quale appartenevano sia Giuseppe che Maria, e per conseguenza vi fu certamente la benedizione del sacerdote.

Ciò premesso, io vi dico subito che nello sposarsi Maria e Giuseppe non fecero alcuna finzione, hanno cioè compito un vero e reale sposalizio, in virtù del quale Giuseppe divenne vero e legittimo sposo di Maria, e Maria divenne vera e legittima sposa di Giuseppe.

Questa verità ce la dice il Vangelo, nel quale Giuseppe è chiamato l’uomo di Maria, e Maria la donna di Giuseppe: Virum Mariae; Joseph /56/ noli timere accipere Mariam coniugem tuam. È certo per conseguenza che tra Maria e Giuseppe vi fu un vero e reale sposalizio; e chi ciò negasse, o ne dubitasse, sarebbe un temerario, anzi, secondo alcuni, un eretico.

Qui io mi accorgo che taluno non sa combinare la realtà dello sposalizio tra Giuseppe e Maria colla realtà del voto di perpetua verginità fatto dai medesimi: epperciò concepisce forse qualche dubbio ingiurioso o alla verità, o alla santità di Giuseppe e di Maria. Per fare scomparire ogni dubbio, e togliere il pericolo d’ogni sbaglio, io credo conveniente di rispondere alle osservazioni che nascono spontaneamente intorno a questo sposalizio.

Osservazione 1ª: Se Maria e Giuseppe avevano fatto voto di perpetua verginità, e non pensavano per nulla ad abbracciare lo stato coniugale, come andò che Essi si sono realmente sposati?

Rispondo: Ai tempi di san Giuseppe e di Maria non si conosceva il pregio della verginità consecrata in perpetuo al Signore, e tutte o quasi tutte le figlie, giunte all’età nubile, passavano allo stato matrimoniale. Inoltre in allora, se una figlia era unica, per non lasciar passare l’eredità paterna a famiglie /57/ estranee, si doveva dare in isposa a qualche congiunto.

Così stando le cose, e d’altronde essendo segreto il voto di verginità fatto da Maria, è più che naturale supporre che quando Essa arrivò all’età nubile, cioè ai quattordici o quindici anni, sia stata invitata o dai genitori, o da altri superiori, a passare allo stato matrimoniale. E siccome era figlia unica, la scelta dello sposo doveva farsi fra i suoi congiunti; e fra questi, come già vi dissi, contava anche Giuseppe. Da ciò potete capire come, quantunque Maria non avesse mai pensato, avesse anzi rinunziato a prendersi uno sposo, tuttavia la consuetudine de’ suoi tempi le fecero fare la proposta di sposare un giovane della sua parentela. Per conseguenza per parte di Maria si capisce facilmente come andò, che, a dispetto del voto di verginità, fu proposta per isposa.

Nasce però una difficoltà per parte di san Giuseppe, ed è, come sia andato che, fra tanti congiunti che aveva Maria, la scelta cadde sopra Giuseppe. Si sarà presentato Egli stesso per domandare Maria come sua sposa?

Rispondo: ciò non può essere, perchè aveva fatto voto di verginità, voto che esclude il matrimonio. Sarà stato prescelto in vista del grado /58/ di sua parentela con Maria? Neppure, perchè la figlia unica doveva bensì sposare un congiunto, ma la scelta era in libertà fra i più prossimi consanguinei, senza distinzione di gradi di parentela.

E se non si presentò di sua volontà, nè per disposizione di qualche legge; come andò che Egli si presentò realmente quale aspirante a sposo di Maria?

Rispondo: In questa scelta di Giuseppe vi entrò certamente la mano di Dio; epperciò essa fu fatta per volontà, per disposizione di Dio.

In qual modo poi il Signore abbia fatto prescegliere san Giuseppe, non si sa con certezza. Secondo un’antica leggenda, che fu adottata da tutti i più antichi pittori, e vien citata da molti santi Padri, la mano di Dio vi sarebbe entrata con questo prodigio.

Essendo molti i congiunti che avevano diritto a sposare Maria, i sacerdoti, sotto la tutela dei quali si trovava Maria nel tempii, decisero che tutti, epperciò anche Giuseppe, deponessero il loro bastone, o verga, presso l’altare del Sacrificio, e decretarono che avrebbe sposato Maria quel giovane, il di cui bastone avesse dato qualche segno straordinario. Eseguitasi la prescrizione, alla dimane, dopo il Sacrifìcio, /59/ si trovò la verga di Giuseppe non solo rinverdita, ma fiorita. In seguilo a questo prodigio la scelta dello sposo di Maria cadde sopra Giuseppe.

Ma Giuseppe, sento che alcuno mi osserva ancora, avendo fatto voto di verginità, non doveva presentarsi come aspirante alla mano di Maria, e tanto meno deporre il suo bastone al tempio.

Rispondo: Se dopo l’invito fatto dai sacerdoti, secondo la leggenda suddetta, Giuseppe non si fosse presentato fra gli aspiranti allo sposalizio con Maria, la sua assenza sarebbe certamente stata notata, ed avrebbe recato maraviglia ed eccitata la curiosità. Per evitare questa ammirazione e questa curiosità, Giuseppe si presentò quale aspirante, certo, nella sua ammirabile semplicità, che il Signore avrebbe disposto ogni cosa per il meglio della sua gloria.

D’altronde se Egli ha fatto questo passo, possiamo essere tranquilli che non l’ha fatto senza esservi stato guidato da Dio medesimo. E se vi fu guidalo da Dio è segno che doveva presentarsi, quantunque avesse fatto voto di perpetua verginità.

Con questo panni d’avervi data una piccola idea sul modo, col quale Maria e Giuseppe, /60/ quantunque avessero fatto voto di verginità, tuttavia furono proposti come sposi.

A chi poi non piacesse questa spiegazione, io direi così: Al Signore non mancano mai i mezzi per eseguire i disegni della sua volontà. Fu Egli che aveva inspiralo il voto di verginità a Maria e a Giuseppe: fu Egli che inspirò loro di sposarsi: e fu Egli pure che dispose il loro sposalizio, quantunque non vi pensassero nè l’uno nè l’altra.

Osservazione 2ª: Se Maria e Giuseppe erano legati dal voto di perpetua verginità, voto che esclude il matrimonio, come hanno potuto sposarsi validamente, e diventare veri sposi? Di qui non si scappa: o Essi hanno solo finto di sposarsi, ed in tal caso non diventarono veri sposi: o prestarono un vero consenso, ed in tal caso hanno trasgredito il voto di verginità: eperciò nel loro sposalizio o vi fu una finzione, o vi fu una infedeltà a Dio.

Rispondo: è certo che Maria e Giuseppe non fecero alcuna finzione, ma prestarono il consenso vicendevole necessario per un vero sposalizio; è anche certo che non hanno violato

Il loro voto di verginità. Come poi abbiano prestalo il consenso per lo sposalizio, e mantenuto fermo il voto di verginità non si spiega /61/ da tutti nel medesimo modo. Dietro la scorta di molti scrittori, io lo spiego con questo paragone.

Supponete: io con pubblico slromento compro una vigna; dal momento che è chiusa la scrittura, io divento padrone della vigna: questo è chiaro. Ora se io nel fare questa compra rinunciassi al diritto di godere la vigna comprata, e di percepirne i frutti, diverrebbe forse invalido il mio contratto; cesserei io forse di essere vero e reale padrone della vigna comprata? Voi mi dite che no. Ebbene così avvenne dello sposalizio di Giuseppe con Maria. Coll’atto pubblico di religione da loro fatto divennero veri e reali sposi con tutti i diritti che sono annessi a questo stato; ma per disposizione del Signore rinunciarono amendue ai diritti che dava loro lo sposalizio, e così, senza ledere il voto di verginità, diventarono veri sposi.

In quanto alle altre difficoltà che possono presentarsi su questo punto, le farei scomparire in questo modo. Come l’arcangelo Gabriele spiegò a Maria che Essa poteva diventar madre di Dio, senza violare il voto di verginità, così il Signore nei modi di suo beneplacito avrà fatto conoscere a Maria il voto di Giuseppe, ed a Giuseppe il voto di Maria; li avrà assicurati che anche sposandosi potevano mantenersi /62/ rigorosamente fedeli al loro voto; e forse anche Essi di mutuo e cordiale consenso si promisero a vicenda di osservarlo delicatamente come prima dello sposalizio. Ed in tal modo hanno potuto prestare il vero consenso richiesto dallo sposalizio, senza rinunziare, o violare il voto di verginità: poterono cioè diventare veri sposi senza cessare di essere vergini.

Dietro queste brevi considerazioni possiamo conchiudere che Giuseppe, il quale per volontà di Dio aveva fatto voto di verginità, per volontà del medesimo Dio diventò vero sposo della Regina delle vergini, e continuò ad essere vergine illibato. Epperciò vicino alle altre sue prerogative possiamo scrivere le parole del Vangelo: Virum Mariae. Giuseppe fu lo sposo di Maria.

Riflessione morale.

Lo sposalizio di san Giuseppe con Maria Santissima deve animarci ad assecondare sempre i disegni che la divina Provenienza ha sopra di noi: epperciò ogni qualvolta ci sembra che il Signore voglia da noi una cosa determinata, anche posto che sembri contraria al nostro bene, dobbiamo metterci nelle mani di Dio; e facendo così non la sbaglieremo mai.

/63/ A san Giuseppe che aveva fatto voto di verginità qual cosa poteva parere più strana che la proposta dello sposalizio con Maria? Eppure questa disposizione veniva da Dio; e san Giuseppe assecondandola diventò quello che Dio voleva per compiere col suo aiuto ed intervento il Mistero dell’incarnazione. Rimettiamoci anche noi pienamente e con gran semplicità a tutto ciò che Dio dispone a nostro riguardo, ed anche noi diverremo come tanti strumenti di cui si servirà il Signore per glorificare Se stesso, e per conseguire la salvezza eterna sia nostra, che del nostro prossimo.

Fatto.

La venerabile Maria Giovanna Orsolina era stata per qualche tempo tormentata dal demonio in modo straordinario, e certe volle veniva maltrattata anche nel corpo. Per vincere queste molestie diaboliche Maria Giovanna erasi raccomandata a san Giuseppe, e per ricordarsi di Lui avevane scritto il nome sulla palma della mano destra. E quando il demonio le si avvicinava per tentarla, o maltrattarla, essa gli presentava la palma della mano su cui era scritto: san Giuseppe. Con questa semplice industria /64/ arrivò a scacciare il demonio ogni volta che la tentava.

E siccome il demonio tenta pur troppo anche noi, per vincerlo imitiamo l’esempio di questa venerabile serva di Dio; cioè invochiamo con prontezza, con fiducia il nome di san Giuseppe ogni volta che siamo tentati; portiamo al collo la sua medaglia e baciamola mattina e sera: questa facile pratica contiene un grande preservativo contro le tentazioni e contro le disgrazie a cui andiamo soggetti di giorno e di notte.

Esempio.

Il signor Augery, avvocato al Parlamento del Deificato, nel tempo in cui infuriava il còlera dell’anno 1638 trovavasi a Lione. Un suo figlio di sette anni, colpito dal còlera minacciava di soccombere da un momento all’altro. Il padre, angustiato al sommo per tanta disgrazia, lo raccomandò a san Giuseppe e per impegnarlo a salvargli la vita, promise di andar sentire la Messa per nove giorni di seguito, e di tenere una candela accesa d’innanzi ad un’immagine di Lui. L’indomani quel figlio veniva dichiarato insanabile, e, come tale, a dispetto della resistenza /65/ del padre, veniva portalo al lazzaretto. Arrivare al lazzaretto e sentirsi guarito fu per quel figlio una cosa sola; epperciò il padre ebbe la consolazione di vederselo ricondotto a casa sano e salvo, dopo averne pianta la perdita. Una guarigione così straordinaria non può essere che effetto della protezione di san Giuseppe, al quale era ricorso quel desolato padre.

Quando assistiamo ammalati, siano essi nostri congiunti o no, imitiamo l’esempio di questo buon padre; raccomandiamoli cioè a san Giuseppe, preghiamolo per loro; facciamogli qualche novena; teniamogli candele accese d’innanzi alla sua immagine sia in chiesa, che nella nostra casa. E san Giuseppe non mancherà o di guarirli, o di dar loro la pazienza nel soffrire la malattia.

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Trattenimento V.

Gloria di san Giuseppe come sposo di Maria.

Nel ragionamento precedente abbiam posto sul capo di san Giuseppe il titolo che gli dà il Vangelo di vero sposo di Maria, senza però togliergli quello che gli dà la Tradizione di /66/ vergine illibato: gli abbiamo posta al fianco la più santa delle figlie, e nella destra un bastone da cui spunta un candido fiore, simbolo della sua verginità. Ma questo titolo è così importante che io non posso contentarmi d’avervelo accennato, e ben volentieri vi torno sopra una seconda volta. Vi ho già detto che san Giuseppe diventò sposo di Maria senza cessare di essere vergine: in questo trattenimento cercherò di mettervi sottocchio la gloria sublimissima alla quale fu Egli sollevato dal suo sposalizio.

I sacri Interpreti, spiegando le parole del Vangelo che chiamano Maria madre di Gesù: Maria de qua natus est Jesus, osservano che in questa sua qualità, in questa parola sono compendiate tutte le sue glorie. Medesimamente tutte le glorie di san Giuseppe io le veggo compendiate nel suo titolo di sposo di Maria: virum Mariae: così che dandogli noi questo titolo lo onoriamo, lo esaltiamo in modo di cui non può darsi l’eguale; diciamo di Lui tutto il dicibile per onorarlo. Virum Mariae: hoc est prorsus ineffabile, et nihil praeterea dici potest: son parole di san Giovanni Damasceno. E realmente sentite le principali delle varie glorie che ridondano a questo Santo dal suo titolo di sposo di Maria.

/67/ La prima di queste glorie nasce dal modo col quale san Giuseppe sposò Maria. Per farci un’idea di questo modo, dobbiamo allontanare dalla nostra mente tutti i pensieri che di regola ordinaria si trovano negli sposi, in occasione del loro sposalizio, per mettervi quelli coi quali Giuseppe e Maria si sposarono d’innanzi al sacerdote. Gli sposi nel loro sposalizio hanno per fine la generazione, per legame reciproco l’amore umano, e non sempre regolato, e quest’amore fa nascere nel loro cuore una gioia e contentezza straordinaria. Invece Giuseppe e Maria, nel darsi la mano in segno del loro sposalizio, non aveano altro fine che di assecondare la santa e adorabile volontà di Dio; il legame che uni quei due santi cuori fu il puro e casto amore di cui ardono gli angeli in Paradiso; la gioia che innondò il loro cuore nacque dal vedere che il Signore con quello sposalizio copriva di un legittimo velo il loro voto di verginità. Per conseguenza nello sposalizio di Giuseppe con Maria non entrarono i fini, i pensieri, gli affetti che entrano negli altri sposalizi; e per contrario vi entrarono fini, pensieri, affetti tutti santi, sublimi, angelici. Cosi che nel loro sposalizio non vi fu un figlio che sposò una figlia; ma un angelo che /68/ ne sposò un altro; o meglio, come si esprime il Gersone, vi fu la verginità che si sposò con la verginità: in hoc conjugio virginitas nupsit. Queste ammirabili e sorprendenti particolarità che accompagnarono lo sposalizio di Giuseppe con Maria, mai, nè prima di loro, nè dopo, comparvero in altro sposalizio; epperciò esse sollevano sopra tutti gli altri lo sposalizio di Giuseppe, e formano una bella gloria per Lui, gloria che è contenuta nel suo titolo di sposo di Maria.

La seconda gloria che apporta a san Giuseppe il titolo di sposo, nasce dalla qualità di Maria, che fu sua sposa. È indubitato che Maria fu, senza paragone, la più perfetta, la più santa fra tutte le creature. Ora il Vangelo dichiara ogni sposo superiore alla sua sposa: dunque san Giuseppe sposando Maria diventò superiore della più santa, più perfetta fra tutte le creature. Il che vuol dire che questo Santo è bensì di gran lunga inferiore a Maria per privilegi, per santità, per dignità; ma le è superiore come sposo. Il titolo di sposa è certamente una gloria anche per Maria; ma in questa gloria san Giuseppe è a Lei superiore.

Inoltre, san Tommaso d’Aquino parlando di Maria come madre di Gesù Cristo, dice che /69/ Iddio, sollevandola a tale dignità, esaurì la sua onnipotenza, perchè Iddio, quantunque onnipotente, non può costituire una creatura madre di uno che sia più che Dio. Applico questo principio a san Giuseppe e dico, che Iddio non poteva glorificarlo di più, di quanto l’ha glorificato facendolo sposo di Maria: perchè farlo sposo della divinità non è possibile; lo sposalizio è sempre limitato ad una persona umana; ma Maria fu la prima fra tutte le creature; dunque san Giuseppe diventando sposo di Lei conseguì tutta la gloria che si può conseguire con uno sposalizio.

Per conseguenza, noi possiamo con tutta ragione dire a san Giuseppe ciò che per adulazione disse Plinio Secondo all’imperatore Iraiano: Tibi uxor in decus et gloriam cedit: la tua sposa o Giuseppe, forma la tua gloria, il tuo decoro, la tua grandezza. Essa è per te simile ad un diamante incastrato in un anello d’oro: esso aumenta il pregio dell’anello: tu, o Giuseppe, prima di sposare Maria eri ricco di pregi, di gloria; Maria, divenendo tua sposa, aumentò grandemente la tua dignità, la tua gloria. Ed eccovi come realmente la qualità della sposa di Giuseppe forma una gloria sublimissima per Lui.

La terza gloria che san Giuseppe consegui /70/ sposando Maria consiste nell’ufficio che fece verso di Lei, considerala come madre di Gesù Cristo. Tutti lo sapete, Maria doveva diventar madre di Gesù Cristo in modo prodigioso. Ora se Essa fosse diventata madre, senza essersi sposata, sarebbe comparsa come colpevole agli occhi del mondo; e come tale, secondo le leggi d’allora, sarebbe stata condannata a morire sotto un mucchio di pietre. E chi fu che le salvò l’onore e la vita? Fu san Giuseppe, il quale col suo sposalizio coprì il Mistero dell’incarnazione, che erasi compiuto nel purissimo seno di Lei. Ed anche questa è una bella gloria pel nostro caro Santo.

La quarta gloria finalmente alla quale S. Giuseppe fu sollevato sposando Maria, la ricavo dalle relazioni che Egli contrasse colla SS. Trinità.

Più innanzi vedremo che questo Santo, appunto perchè sposo di Maria, diventò il depositario dei tesori dell’Eterno Padre; il rappresentante dello Spirito Santo; il custode, il difensore di Gesù Cristo. Questi titoli formano tre glorie sublimissime per Lui; e se Egli li conseguì sposando Maria, perchè non sarà questo suo sposalizio la prima delle sue glorie e la sorgente di tutte le altre?

Di più, perchè mai il Signore santificò Giuseppe /71/ prima della nascita? Perchè lo preservò dalle tribolazioni della concupiscenza, gl’inspirò il voto di verginità, lo arricchì di doni, di privilegi, di virtù? Perchè oggidì i cristiani lo ammirano, mettono in Lui la loro confidenza? Perchè, vi rispondo, perchè san Giuseppe era destinalo ad essere, e fu realmente sposo di Maria.

Cosi stando le cose, non dobbiamo stupirci se il Vangelo di questo gran Santo dice unicamente che fu sposo di Maria; perchè questo titolo è il centro al quale mirarono tutti i doni e privilegi che gli concesse il Signore; è il centro che contiene come in radice tutte le sue glorie e grandezze. Così che nello stesso modo che il Vangelo disse tutto il dicibile in onore di Maria, chiamandola madre di Gesù, così disse tutto il dicibile in onore di Giuseppe, chiamandolo sposo di Maria.

Riflessione morale.

Il passo fatto da san Giuseppe quando sposò Maria, non è cosa insolita presso di noi: è anzi cosa che si fa dalla grande maggioranza della nostra gioventù. Mia tutti quelli che fanno questo passo, trovano poi nello stato matrimoniale una sorgente di benedizioni, di fortuna? /72/ Eh! una dolorosa esperienza risponde che no: no, per molti il passo del matrimonio non è il principio di una vita di benedizioni; è anzi il principio d’una vita arrabbiata al punto che essi maledicono il giorno e l’ora del loro sposalizio, che era stato giorno di tanta allegrezza. E perchè questo? Sarà forse lo stato matrimoniale una cosa cattiva; sarà per se stesso la sorgente di tanti disordini e malanni? Niente affatto. Il matrimonio è per se stesso cosa buona; è anzi un gran Sacramento, col quale Iddio concede a chi lo riceve gli aiuti necessari per vivere in pace e carità nello stato abbracciato. E se in pratica avviene tutto il contrario, quale ne sarà il motivo?

Rispondo: Il gran motivo è che, di regola ordinaria, nell’abbracciare questo stato, alcuni si lasciano guidare più dalla passione, che dalla ragione; altri tengono dietro al capriccio; altri, e questi sono i più, invece di prepararsi a questo stato colla preghiera, col ritiro, colla castità, come fece Giuseppe, vi si preparano abbandonandosi ad ogni sorta di disordini e di peccati. E facendosi così non havvi più niente a stupire che lo sposalizio porti nelle famiglie non la pace, ma la guerra; non la fortuna, ma la sventura e la maledizione.

/73/ Per conseguenza, chi trova troppo pesante lo stato matrimoniale, invece di maledire il giorno in cui l’ha abbracciato, maledica e detesti i disordini ai quali si abbandonò nella sua gioventù, si persuada che questi sono la causa della sua disgrazia, e dica, chi è causa del suo male pianga se stesso, chi ha fatto il male ne faccia la penitenza. Sono io stesso la causa delle spine che trovo nel mio stato; tocca a me sopportarle con paziente rassegnazione in penitenza delle mancanze della mia gioventù.

A chi poi non ha ancora fatto il passo del matrimonio, e si sente chiamato a farlo, io direi: Se desideri di far bene questo passo importantissimo, e così non trovare poi altro che spine nello stato in cui ora tutto ti sembra rose e fiori, ti sono indispensabili tre cose: preghiera, prudenza, e buon costume: 1° preghiera: devi pregare il Signore affinchè ti faccia conoscere se sei chiamato o no allo stato matrimoniale: e qualora vi sii chiamato, che ti faccia conoscere la persona che ti ha destinato per compagna; 2° prudenza: nella scelta di chi vorrai sposare non devi lasciarti guidare nè dalle apparenze, nè dalle ricchezze, nè dalla passione: piuttosto devi rimetterti ad un buon consigliere, al confessore, ai genitori; e specialmente /74/ devi tener gran conto della buona condotta di chi vuoi sposare; 3° buon costume: una buona donna è il premio di buone opere, lo dice Iddio medesimo: dunque il miglior modo di assicurarti una buona compagna è di tener una buona condotta nella tua gioventù. Facendo così, il titolo di sposo che fu per san Giuseppe la sorgente della sua gloria e delle sue grandezze; sarà per te la sorgente di pace e di benedizioni che sono tanto necessarie per ogni famiglia.

Fatto.

Molti dei giovani che frequentano le scuole, ed arrivano col tempo a guadagnarsi la fama di persone dotte, si adontano di comparire divoti dei santi, per timore che questa divozione pregiudichi la loro fama, e li faccia comparire ignoranti. A chi fosse dominato da questo pernicioso pregiudizio, gli ricordo la seguente lettera di Silvio Pellico, nostro celebre e simpatico scrittore. Essa fu indirizzata’alla sorella Giuseppina, residente a Ghieri.

« Carissima Giuseppina,

« In questo giorno, benchè non ti mandi alcun regalo, voglio tuttavia onorarlo col pregare /75/ san Giuseppe, di cui tu porti il nome. Oggi, occupata come sei a pregare questo Santo, sovvienti che Esso è pregato anche da me. O sorella mia, invochiamolo spesso san Giuseppe, e la sua intercessione ci otterrà tutte le grazie di cui abbisogniamo. Vivano sempre Gesù, Maria e Giuseppe! con questi tre nomi nel cuore non temeremo alcun nostro nemico ».

La medesima sorella di Pellico che rese pubblica questa lettera, interrogata sul modo col quale egli la pensava riguardo a san Giuseppe, rispose con queste parole:

« Voi desiderate di sapere minute notizie intorno alla divozione di mio fratello Silvio al gran san Giuseppe. Vi rispondo: la confidenza che egli aveva in questo Santo era illimitata. Tre giorni prima della sua morte mi disse queste parole: Comprenderò finalmente nel cielo e vedrò le grandezze ed i meriti del nostro san Giuseppe, poichè quaggiù sono incomprensibili ».

Da ciò risulta che il nostro Pellico era non solo ammiratore e divoto di san Giuseppe; ma si gloriava di questa sua divozione, senza aver paura di pregiudicare la fama di letterato che meritamente godeva nel mondo. E il suo esempio ci serva di stimolo: 1° ad essere anche noi costanti /76/ e fiduciosi divoti di questo Santo; 2° a manifestare coraggiosamente sempre e dovunque la nostra divozione verso di Lui; perchè manifestare schiettamente la nostra fede e divozione è una vera gloria – non osare far tanto per rispetto umano è una vera viltà.

Esempio.

Una povera donna da lungo tempo trovavasi oppressa da una grave malattia; e quel che è peggio, non sapeva il mestiere dell’ammalato, che è di soffrire con pazienza. In tal modo essa sentiva maggiormente il male, e perdeva una bella occasione per fare un poco di salutare penitenza dei suoi peccati. Quest’inferma aveva una nipote che vestiva l’abito religioso in una comunità. Questa quando conobbe lo stato infelice della sua zia, la raccomandò tosto a san Giuseppe. In sèguito a questa raccomandazione il male continuò a tormentare la nostra inferma notte e giorno; però essa cambiò modo di soffrire. E se prima dava nelle smanie per causa dei dolori, in seguito cominciò a soffrire con calma, con pazienza e rassegnazione. Non era forse conveniente la sua guarigione, ed essa non guarì; era conveniente soffrire con pazienza, /77/ ed essa ottenne questa grazia per intercessione di san Giuseppe. E noi imitiamo la nipote di quest’inferma, cioè raccomandiamo a san Giuseppe tutti gli infermi, e specialmente quelli che sono impazienti, e san Giuseppe non mancherà di liberarli o dalla malattia, o dall’impazienza.

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Trattenimento VI.

L’Incarnazione del Figliuolo di Dio nel seno della Sposa di san Giuseppe.

Lo sposalizio di san Giuseppe con Maria lascia in noi il desiderio di conoscere ciò che avvenne di loro dopo il medesimo, ed io intendo di appagare questo giusto desiderio. A questo fine comincio dire che probabilmente quando Giuseppe sposò Maria erano già morti i loro genitori, e per conseguenza è anche probabile che essi convivessero da soli. Dove abbiano fissato la loro dimora subito dopo lo sposalizio, non si sa con certezza: sappiamo però che qualche tempo dopo essi dimoravano /78/ a Nazaret, loro patria. Giuseppe continuò ad esercitare il suo mestiere di falegname; Maria disimpegnava le faccende di casa. Il santo Vangelo non ci dice nulla delle loro occupazioni; racconta però un fatto che avvenne a Nazaret poco dopo lo sposalizio, fatto importantissimo, e che si chiama il Mistero dell’Incarnazione del Figliuolo di Dio nel seno purissimo di Maria. Io ve lo racconterò tal quale si legge nel Vangelo, e dal medesimo ricaverò il modo ammirabile della convivenza di Giuseppe con Maria dopo lo sposalizio.

«ffErano passati pochi giorni dacchè Giuseppe e Maria convivevano nella loro povera casa di Nazaret, quand’ecco che un bel di, trovandosi Maria tutta sola e raccolta nella preghiera, le comparve improvvisamente l’arcangelo Gabriele e le disse: Dio ti salvi, o piena di grazia, il Signore è con Te: e Tu sei benedetta fra tutte le donne: Ave, gratia plena, Dominus Tecum: benedicta Tu in mulieribus. Alla vista dell’Arcangelo, al sentire quelle parole, Maria si conturbò ed intanto pensava che mai volesse dire quel saluto. Ma l’Arcangelo riprese tosto la parola e continuò a dirle: Non temere; Tu hai trovato grazia d’innanzi a Dio, ed ecco che diverrai madre, ed avrai un figlio, al quale metterai /79/ nome Gesù. A queste seconde parole dell’Arcangelo, Maria trema ancora di più, e risponde: Voi mi dite a nome di Dio che io sarò madre; ma come può essere ciò, mentre il Signore sa che io mi sono consacrata a Lui con voto di perpetua verginità, e che io intendo, di osservarlo? Quomodo fiet istud, quoniam virum non cognosco? Le rispose tosto l’Arcangelo: Lo Spirito Santo discenderà in Te; epperciò Colui che nascerà da Te sarà figliuolo di Dio. Da queste parole Maria comprese il gran Mistero che le veniva annunziato, che cioè senza perdere la verginità sarebbe divenuta madre di Dio, e ciò per opera dello Spirito Santo; e docile quale era alla volontà di Dio chinò riverente il capo, e disse all’Arcangelo: Io sono la serva del Signore; sia fatto di me quanto mi fu annunziato: ecce ancilla Domini: fiat mihi secundun verbum tuum. Terminate queste parole, l’Arcangelo Gabriele scomparve, e Maria restossene sola nella sua stanza ».

Che avvenimento solenne e memorando per Maria, per noi, per tutto il mondo, e per tutti i secoli! Nell’istante che Maria chinò il capo e disse: Sia fatto di me ciò che mi fu annunziato, in quell’istante lo Spirito Santo discendeva nel di Lei purissimo seno; col di Lei /80/ sangue verginale formava un corpo; e vi univa un’anima come la nostra. A quel corpo ed anima prodigiosamente formati, il vero Figiuolo di Dio vi univa la propria divinità in modo per noi mcomprensibile, cioè si incarnava, si faceva vero uomo senza cessare di essere vero Dio. A dir breve, in quell’istante nel seno purissimo di Maria Vergine si compiva il grande Mistero dell’incarnazione del Figliuolo di Dio, e Maria, vera sposa di Giuseppe, senza cessare di essere vergine illibata, diventava vera madre di Dio.

Ecco il primo avvenimento che il Vangelo ci racconta di Maria Santissima dopo il suo sposalizio con Giuseppe. In questo avvenimento non si parla direttamente di san Giuseppe? se ne parla però indirettamente, e dal medesimo io ricavo il modo ammirabile della sua convivenza con Maria.

Come avete sentito, Maria santissima aveva detto all’Arcangelo Gabriele: Come posso diventar madre io che sono e voglio essere per sempre vergine illibata? Da questa asserzione di Maria si fa manifesto che Essa, dopo lo sposalizio con Giuseppe, conviveva bensì con Lui, ma come una sorella convive con un suo fratello, come un angelo convive con un altro angelo; /81/ voglio dire che Maria e Giuseppe conservavano il loro illibato candor verginale.

Dicono i naturalisti che due fiori piantati l’uno vicino all’altro se sono di colore diverso, per esempio uno giallo, l’altro rosso, si scambiano il loro colore almeno in parte; cioè il giallo prende un po’ di rosso, il rosso un po’ di giallo. Ma invece se essi sono del medesimo colore, per esempio amendue rossi, allora quel colore si perfeziona in amendue, diventano cioè più rossi. Applico questa proprietà dei fiori a Maria e a Giuseppe, e dico: prima dello sposalizio essi erano due gigli di candore verginale, collocati però a distanza: Maria era a Gerusalemme, Giuseppe a Nazaret. Dopo lo sposalizio questi due gigli dalla mano di Dio furono collocati in vicinanza, nel medesimo giardino. E questa vicinanza, ben lungi dall’offuscare il loro candore, lo perfezionò maggiormente. Così che se Giuseppe e Maria prima dello sposalizio furono vergini illibati, furono anche vergini, ed ancor più illibati, dopo lo sposalizio. E tale angelica loro convivenza durò per tutta la loro vita. Cosi che se nel loro sposalizio vi fu la verginità che si sposò colla verginità; nella loro convivenza dopo lo sposalizio vi fu un angelo di purità che visse con un altro angelo /82/ di purità; vi fu la convivenza di due cuori emuli nel candore verginale.

E qui dovete notare che a questo proposito non si tratta di opinioni, nè di congetture; ma si tratta di cosa certa, anzi di fede, perchè è di fede che Maria Santissima fu vergine sia prima che dopo il suo sposalizio con san Giuseppe.

Qui però mi sembra che taluno si stupisca di questa condotta di san Giuseppe, e voglia dirmi: Ma, un figlio ed una figlia vivere da soli, sono sempre nel pericolo di macchiare il loro candore verginale; ed io ho sempre sentito dire che chi vuol vivere castamente non deve mai esporsi al pericolo di troppa famigliarità anche con le persone più buone di questo mondo; e come va che per Maria e per Giuseppe non vi fu questo pericolo?

Rispondo: Compatisco chi mi fa quest’osservazione; egli misura Maria e Giuseppe colle miserie proprie e con quelle degli altri; epperciò non mi stupisco che egli non possa comprendere come mai Maria e Giuseppe convivessero come due angeli in carne. Certamente per noi è un grave pericolo di perdere la castità, la compagnia, la famigliarità con persone di diverso sesso. Ma non fu così per tutti. Per /83/ esempio la storia della Chiesa ci ricorda varii sposi, che passarono insieme molti anni, e conservarono illibata la loro verginità. E se così avvenne di molti santi, perchè non sarà così avvenuto di Giuseppe e di Maria, i quali non sapevano che cosa fosse una cattiva inclinazione, un principio di passione, come pur troppo lo sappiamo noi? E se in Giuseppe e Maria mancava la causa del pericolo che contiene la convivenza di persone di diverso sesso, dobbiamo forse stupirci che sia mancato anche l’effetto; che cioè la loro convivenza non abbia mai potuto presentare la sola ombra di pericolo per il loro candore verginale? Furono due creature eccezionali in tutto, e furono anche eccezionali riguardo ai pericoli comuni a tutti gli altri.

Inoltre, osserva sant’Ambrogio che Iddio impresse sul rollo di Maria tali sembianze ed attrattive, tanta grazia; e comunicò alle sue parole tanta virtù, che bastava vederla, sentirla per restare innamorato della virtù della verginità. Ora, se uno sguardo, una parola di Maria bastavano ad ispirare a chiunque un grande amore alla verginità, san Giuseppe che trattava con Lei con affabilità, con confidenza nella casa di Nazaret, /84/ quale eccitamento non avrà trovato in Maria a perfezionarsi in questa virtù! E basti quest’osservazione per toglierci dal capo la falsa idea che la verginità di Giuseppe abbia incontrato qualche pericolo nella convivenza con Maria Santissima; e mettervi al posto un’intima persuasione che tale convivenza fu per Lui uno stimolo, un’esortazione continua a perfezionarsi sempre più nella sua angelica virtù.

Per conseguenza, ogni volta che ci immaginiamo di vedere san Giuseppe che convive con Maria a Nazaret, mettiamogli sempre in mano un bel giglio, simbolo della sua verginità. A questo giglio uniamovi un candore, una fragranza speciale, perchè esso deve ricordarci il cuore più casto e più pudico dopo quello di Maria.

Ed ecco quale fu la convivenza di Giuseppe con Maria dopo lo sposalizio: erano due angeli di purità che vivevano sotto il medesimo tetto: erano due sposi che si amavano come si amano gli angeli del Paradiso.

Riflessione morale.

San Giuseppe che convive con Maria sua sposa perfezionandosi sempre più nella virtù della verginità, mi ricorda una grande verità riguardo alle persone che vivono nello stato matrimoniale; /85/ mi ricorda cioè che se è vero non essere più obbligatoria per loro la verginità, è però sempre per loro obbligatoria la castità coniugale, la quale consiste nello schivare tante cose, che agli occhi di Dio potrebbero essere peccaminose anche nello stato matrimoniale. Per evitare questi peccati, gli sposi devono pensare che essi sono sempre alla presenza di Dio, e guardarsi bene dal funesto inganno che nel loro stato non si possa offendere la virtù della purità. Quelli che vivono nello stato matrimoniale si ricordino che san Giuseppe fu sposo e vergine, e questo pensiero sarà per loro un mezzo potente per conservare gelosamente la castità coniugale. Di più, si ricordino che se essi saranno delicati a questo riguardo, vedranno scomparire molte spine dalla loro convivenza, e vi troveranno molte consolazioni di più.

Fatto.

La venerabile Rivière, fondatrice delle Suore della Presentazione, era solita ad esercitare due pratiche di divozione a san Giuseppe, cioè: 1° sovente parlava di Lui colle sue consorelle, ed ogni volta che ne parlava cercava di scoprire alcuna delle sue virtù, e poi lo proponeva /86/ a loro modello; 2° per averlo sempre presente nella memoria, ne aveva posta la statua in una stanza a parte; mandava le consorelle a visitarla una volta ogni dì, ed essa vi passava dinnanzi lunghe ore, e si commoveva fino alle lagrime nel meditarne la vita.

Imitiamo l’esempio di questa buona serva di Dio; a questo fine parliamo sovente di san Giuseppe; sentiamo volentieri le persone che ci parlano di Lui, leggiamo i libri che raccontano la sua vita. Inoltre adorniamo la nostra casa di qualche statua che ce lo ricordi in qualche divoto atteggiamento. Tali statue lasciano sempre qualche cosa di buono nella nostra mente, nel nostro cuore. Nelle comunità, nei laboratori, nei luoghi di pubbliche adunanze sarebbe una cosa eccellente la vista di una statua di questo Santo, perchè essa metterà sempre qualche buon pensiero nella mente dei suoi devoti.

Esempio.

Un giovane di nobile e ricca condizione aveva sposato una figlia di condizione eguale alla sua. La scelta era stata fatta con piena libertà di amendue gli sposi, epperciò eravi buon motivo /87/ da sperare che quel matrimonio sarebbe andato bene. Però avvenne tutto il contrario, poichè quei due sposi fin dal primo giorno del loro sposalizio, senza saperne il motivo, sentironsi amendue oppressi da un rancore, da una diffidenza reciproca che li rese molto inquieti. Dapprima essi lusingavano che sarebbe passato quell’inconveniente fra pochi dì, ma invece esso crebbe ancor maggiormente; e la cosa arrivò al punto che essi, perduta la speranza di fare una buona convivenza, già pensavano di separarsi. Prima però di fare quel passo presentarono ad un Padre Carmelitano per prenderne consiglio. Quel Padre, sentita ogni cosa, disse loro: Non è conveniente che vi separiate; piuttosto fate amendue una preghiera a san Giuseppe, ed appendete una sua immagine al vostro letto, ed intanto si vedrà meglio quale sia la volontà di Dio.

Docili a quel consiglio, quei due sposi lo posero in pratica, e sapete che ne avvenne? Ne avvenne che in breve, senza saperne il come, essi sentironsi cambiati i loro cuori, e l’avversione di prima si convertì nella più simpatica affezione; così che essi principiarono una vita di pace che durò poscia per molti anni. Fu questo un prezioso fruito della loro preghiera /88/ a san Giuseppe. E giacchè la diffidenza, la discordia, il rancore è pur troppo usuale nei coniugati, a chiunque vivesse fra queste spine io rinnovo il consiglio di quel buon Carmelitano; dico cioè, che una separazione non è mai conveniente per nissun riguardo; piuttosto è conveniente cambiar modo di convivenza, sostituendo la pace alla discordia, la fiducia alla diffidenza. E per conseguire questa cosa importantissima, servirà molto la divozione a S. Giuseppe, il quale non mancherà di esaudire chiunque gli domanderà la pace e la concordia.

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Trattenimento VII.

Il Mistero dell’incarnazione manifestato a san Giuseppe.

L’arcangelo Gabriele nell’annunziare a Maria il Mistero dell’incarnazione, le avea anche detto che una sua congiunta, per nome Elisabetta, quantunque fosse già molto avanzata negli anni, stava tuttavia per diventar madre fra tre mesi. Ed il Vangelo ci dice che Maria si portò alla /89/ casa dì quella sua congiunta; vi si fermò per tre mesi, e poi ritornò a Nazaret. Non si sa con certezza nè dove abitasse Elisabetta, nè se Giuseppe abbia Egli stesso accompagnato Maria in quel viaggio; oppure l’abbia fatta accompagnare da altri. Sappiamo però che Maria non disse nulla al suo sposo Giuseppe dell’annunzio dell’arcangelo, e che Egli non ne sapeva ancora nulla quando Maria Santissima ritornò dalla casa di Elisabetta. Però il Mistero dell’incarnazione, compiutosi nel seno di Maria, doveva venir manifestato anche al di Lei sposo, san Giuseppe; il Vangelo parla di questa manifestazione, ed io intendo accennarvela in questo trattenimento.

Giuseppe, istrutto come era nella sacra Scrittura, sapeva che il Messia da Dio promesso doveva nascere dalla tribù di Giuda, e dalla discendenza del re Davide: sapeva che la madre del Messia doveva essere una vergine, come avea predetto il profeta Isaia: sapeva inoltre che era giunta l’epoca in cui, secondo le profezie, doveva nascere il Messia aspettato. Sapendo Giuseppe queste cose, e vedendo in Maria, sua sposa, una creatura eccezionale, un angelo di virtù, di purità, di preghiera, non poteva far a meno di provare in fondo del cuore un /90/ presentimento che gli diceva: La mia Maria è della tribù di Giuda, e della discendenza di Davide: Essa è vergine illibata: i tempi della misericordia di Dio sembrano maturi! Chi sa che non sia Essa medesima destinata ad essere la madre del Messia! Questo presentimento di Giuseppe è frutto di semplici congetture; però esso è molto probabile, appunto perchè Egli conosceva Maria e le profezie che riguardavano la nascita del Messia.

Mentre poi questo presentimento si andava rinnovando nel cuore di Giuseppe, e si avvicinava il tempo in cui doveva nascere da Maria il divin Redentore, il Signore permise che Egli si accorgesse essere Maria diventata madre. Sorpreso ed agitato da questo fatto misterioso, di cui era testimonio, Giuseppe prese una risoluzione che ci vien ricordata dal Vangelo, risolvette cioè di allontanarsi segretamente da Maria: Joseph autew cum, esset iustus, voluit occulte dimittere Eam.

Voi naturalmente desiderate qui di sapere il motivo per cui Giuseppe voleva allontanarsi da Maria; ed io volentieri cercherò di soddisfare a questo vostro desiderio. Sentite:

Giuseppe fin dal primo momento che aveva congetturato essere forse Maria destinata a diventar /91/ madre del Messia, umile quale era, per certo avea detto nel suo cuore: Ma se è così, io dovrei allontanarmi da questa casa, perchè non son degno di stare si vicino nè a Maria, nè al futuro Messia. Quando poi la sua congettura divenne un fatto visibile, Giuseppe non potè far a meno di dire tra Se stesso: Se Maria ha da diventar madre, non può esser madre che del divin Redentore; dunque è tempo che io mi allontani da Lei, perchè non son degno di starle vicino. Ma come fare! Se la gente viene a sapere che io l’ho abbandonata nello stato in cui si trova, possono sospettare che io la tenga per colpevole d’infedeltà, epperciò la metto al pericolo d’infamia. D’altronde Essa ha bisogno di me, che sono l’unico suo sostegno. Per conseguenza io non devo abbandonarla. Ma pure io sono troppo misero per starle vicino: Ella è un angelo, e più che angelo; ed io sono un nulla; come posso adunque stare con Lei?... Ma io non capisco questo mistero... stare qui non posso; andar via neppure: ma dunque... Oh Signore! io adoro la vostra volontà: ma questo non va, non può andare... Io non son degno di stare colla madre del Messia; epperciò io me ne vado... e metto ogni cosa nelle vostre mani. E fu appunto in seguito a /92/ queste riflessioni, a questi sentimenti che Giuseppe prese la risoluzione di allontanarsi da Maria: Voluit dimitlere Eam.

Per conseguenza il motivo per cui il nostro Santo voleva allontanarsi da Marra non fu che Egli dubitasse della fedeltà di Lei; nella sua mente non penetrò neppur l’ombra di tal dubbio: piuttosto il vero motivo partì dalla sua grande umiltà. Si credeva indegno di star vicino a Maria, che riconosceva madre del divin Redentore, epperciò voleva allontanarsi da Lei. E se questa interpretazione non piacesse a qualcuno, io mi affretto a dirgli che così insegnò Origene, e san Bernardo afferma che così hanno insegnato quasi tutti i santi Padri: Et accipe in hoc non meam, sed patrum sententiam.

Dunque riguardo al motivo per cui Giuseppe voleva allontanarsi da Maria, possiamo ritenere che esso consistette unicamente nella di Lui grande umiltà, e che perciò dicendo il Vangelo Joseph cum esset iustus, Giuseppe essendo giusto, per giusto volle anche dire umile; cioè Giuseppe essendo umile, non osava stare con Maria, epperciò pensava di allontanarsi da Lei.

Ora che avete sentita la risoluzione presa da Giuseppe ed il motivo della medesima, voi mi /93/ domandate certamente: Ma come andò poi la cosa? Giuseppe ha poi abbandonato Maria?

Risponde il Vangelo a questa interrogazione, e sentite quello che dice: Mentre l’umiltà di Giuseppe lo spingeva ad allontanarsi da Maria sua sposa, e l’onore di Maria cercava di tenerlo a Lei unito, il Signore venne in suo aiuto, e per mezzo di un angelo gli disse: Giuseppe, figliuolo di Davide, non temere, sta pure con Maria tua sposa, Essa è madre per opera dello Spirito Santo: Joseph, fili David, noli timere accipere Mariam conjugem tuam, quod enim in Ea natum est de Spirita Sancto est.

Con queste parole l’angelo del Signore manifestò a Giuseppe il Mistero dell’incarnazione che erasi compiuto in Maria, e gli ordinò di continuare a stare con Lei. Ed Egli, come già Maria alle parole dell’arcangelo Gabriele avea risposto fiat mihi secundum verbum tuum, così Esso pure, alle parole dell’angelo, depose ogni timore, chinò il capo, e continuò a stare con Maria. E se prima Egli già l’amava, la venerava per la di Lei eminente santità, ora che la riconosce per madre del divin Redentore, quanto non avrà aumentato l’amore, il rispetto, la venerazione verso di Lei! Per me, lo confesso schiettamente, mi sento incapace a comprendere /94/ i sentimenti, le parole, la condotta del nostro Santo verso di Maria dal momento che l’angelo la dichiarò madre del Messia, e gli comandò di starle insieme!

Intanto si avvicinava il tempo in cui Maria doveva dare alla luce il divin Redentore. Essa continuava a vivere con Giuseppe a Nazaret, e non pensava a portarsi altrove. Però il Messia non doveva nascere a Nazaret, piuttosto a Betlemme, che era la città capitale della tribù di Giuda; ed il Signore si servi dell’imperatore romano, Cesare Augusto, per far adempire le profezie che riguardavano il luogo della nascita del Messia. Ci dice infatti il Vangelo che, essendo vicino il tempo in cui doveva nascere il Messia, l’imperatore pubblicò un editto, a tenor del quale tutti i suoi sudditi, epperciò anche i Giudei, dovevano portarsi a dare il proprio nome nella città che era il loro capoluogo. Ubbidienti alla prescrizione dell’Imperatore, Giuseppe e Maria da Nazaret portaronsi a Betlemme, capoluogo della loro tribù. Giunti a quella città, e dato il proprio nome secondo la prescrizione dell’editto, Giuseppe e Maria cercarono un alloggio per passarvi la notte, ed il Vangelo ci dice che non ne trovarono alcuno dentro la città. Angustiati nel vedersi da tutti /95/ respinti fuori di casa, essi si posero nelle mani della Provvidenza, uscirono fuori di Betlemme, e dopo un non lungo cammino trovarono un ricovero all’aperta campagna nel fianco di un monte. Era esso una specie di stalla che serviva ai pastori per ritirare le pecore in occasione di pioggia e nelle notti più fredde d’inverno. Giuseppe e Maria, vista quella stalla, vi entrano dentro; non vi trovano altro che un po’ di paglia, e forse alcuni animali: s’adattano a passarvi la notte. E fu appunto in quella notte, in quella povera stalla presso Betlemme che nacque il divin Redentore, che fu avvolto in povere fasce, e deposto sopra la paglia della mangiatoia. Fu in quella stalla che Giuseppe, primo e privilegialo fra tutti gli uomini, vide coi proprii occhi quel Bambino che gli aveva annunziato l’angelo del Signore, e vide compiuto esternamente il gran Mistero dell’incarnazione del Figliuolo di Dio per mezzo di Maria sua sposa. Quel Mistero Egli l’aveva sospirato fin dalla prima gioventù; l’aveva congetturato, presentito nelle qualità di sua sposa, Maria; l’avea visto compito nel di Lei purissimo seno; ed ebbe la fortuna di contemplarlo, adorarlo compiuto nella povera staila di Betlemme. Ed eccovi accennato il modo di cui /96/ volle servirsi la divina Provvidenza per manifestare al nostro Santo il gran Mistero dell’incarnazione che erasi compiuto in Maria, sua castissima sposa, per opera dello Spirito Santo.

Riflessione morale.

San Giuseppe nel veder madre Maria, che teneva per vergine illibata, non lasciò penetrare nel proprio cuore neppure l’ombra d’un dubbio sulla di Lei fedeltà e santità. Con tale condotta Egli ci dà un’ottima lezione riguardo al nostro prossimo: ci dice cioè che dobbiamo sempre andare ben adagio a giudicar male degli altri; la carità vuole che pensiamo sempre bene di tutti, e male di nessuno; per conseguenza, anche quando esternamente tutto ci porta a pensar male di alcuno, sospendiamo il nostro giudizio, non parliamo di tale individuo, e preghiamo per lui. In tal modo imitiamo san Giuseppe, e ci assicuriamo un benigno giudice in Gesù Cristo, il quale ha promesso di giudicarci nello stesso modo col quale noi giudichiamo il nostro prossimo.

Dunque se noi usiamo misericordia nel giudicare il prossimo, Gesù ci giudicherà poi anche con misericordia: invece se noi siamo severi nel /97/ giudicare gli altri, Gesù sarà anche severo nel giudicarci noi.

Abbiamo poi anche visto che san Giuseppe, quantunque giudicasse conveniente allontanarsi da Maria, tuttavia alla voce dell’angelo rinnegò subito la propria volontà, e continuò a stare con Lei. In tal modo Egli ci diede una prova che la vera umiltà è sempre congiunta coll’ubbidienza. Per conseguenza se vogliamo avere il fondamento di tutte le virtù, cioè la vera umiltà, dobbiamo rinnegare la nostra volontà, rimetterci al giudizio degli altri, ubbidire ai nostri superiori come Giuseppe ubbidì alla voce dell’angelo.

Fatto.

San Francesco di Sales,dottore di santa Chiesa, soleva esercitare varie pratiche di divozione a san Giuseppe. Sentitene alcune. Nel Breviario teneva una sola immagine, che baciava sovente: era quella una immagine di san Giuseppe. A questo Santo dedicò il trattato Dell’amor di Dio, e la prima chiesa che fabbricò in Annecy. Lo assegnò a protettore delle Monache della Visitazione da lui instituite. Invitato a predicare due volte nel medesimo giorno intorno a /98/ san Giuseppe, rispose: Veramente non son solito a predicare due volte in un solo giorno, però a san Giuseppe non posso negare niente. E realmente predicò una seconda volta. Nei suoi trattenimenti spirituali parla di san Giuseppe con un’unzione ed espansione particolare, per questi motivi san Francesco di Sales viene annoverato non solo fra i primi divoti di san Giuseppe; ma anche fra i primi promotori del culto di Lui. E noi imitiamo il suo esempio: 1° tenendo anche noi un’immagine di san Giuseppe nei libri di divozione, e di studio; baciamola sovente quest’immagine con rispetto e con fiducia; 2° mettendo anche noi sotto la sua protezione le nostre imprese, le nostre fatiche, le nostre faccende; ed anche noi sentiremo i salutari effetti della sua protezione.

Esempio.

Nella chiesa di Nostra Signora delle Vittorie a Parigi, all’altare dedicato a san Giuseppe stanno appese molte tavolette, sulle quali si leggono queste iscrizioni gloriose per questo Santo: Mio marito era ammalato, e san Giuseppe l’ha guarito: 28 ottobre 1854. Mille volte benedetto san Giuseppe, perchè esaudì le mie /99/ preghiere: 1° marzo 1855. Tutto ciò che ho domandato a san Giuseppe ed a Maria, mi è stato concesso: V. S. V. Ho implorato il soccorso di Maria e di Giuseppe, e la mia figlia è guarita: 7 maggio 1854. Iscrizioni simili si leggono sulle altre tavolette che adornano quell’altare. Ora, se tanti divoti furono esauditi in modo straordinario da san Giuseppe, perchè non saremo esauditi anche noi? Oh sì! confidiamo molto in questo Santo, domandiamo molto, ed Egli non mancherà di aiutarci nel tempo opportuno.

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Trattenimento VIII.

Ufficio di san Giuseppe nel compimento del Mistero dell’incarnazione.

Abbiamo lasciato san Giuseppe nella stalla di Betlemme, dove era nato il divin Redentore. In quella stalla Egli principiò un nuovo genere di vita, contrasse relazioni le più intime colle tre persone della Santissima Trinità, diventò cioè il depositario dell’Eterno Padre, il rappresentante e dell’Eterno Padre e dello Spirito /100/ Santo, il padre del Figliuolo di Dio. E siccome questi titoli contengono le prime glorie del nostro Santo, e ci ricordano il nobile ufficio che sostenne nel Mistero dell’incarnazione, è mia intenzione di spiegarveli brevemente in questo trattenimento.

Dal complesso delle cose che vi dissi nei due ultimi trattenimenti risulta che nel compimento del Mistero dell’incarnazione vi presero parte efficace quattro persone: tre divine, ed una umana. Le persone divine sono le tre persone della Santissima Trinità, il Padre cioè, il Figliuolo e lo Spirito Santo.

Il Padre Eterno vi prese parte col suo comando onnipotente, perchè fu per il suo comando che il Figliuolo si fece uomo. Il Figliuolo vi prese parte colla sua sapienza infinita, perchè fu il Figliuolo che unì la propria divinità ad un corpo e ad un’anima come il nostro in modo tale che, senza cessare di essere vero Dio, diventò vero uomo. Lo Spirito Santo vi entrò colla sua bontà infinita, perchè fu per opera dello Spirito Santo che col sangue verginale di Maria si formò un corpo, fu creata un’anima, a cui si unì la persona del Figliuolo di Dio.

La persona umana che prese parte efficace /101/ nel Mistero dell’incarnazione fu Maria Santissima, la quale vi prese parte col suo consenso, e col suo sangue, perchè fu col consenso di Lei, e col di Lei sangue, che fu formato il corpo di Gesù Cristo.

Fuori di queste quattro persone, nissun’altra concorse efficacemente al compimento del Mistero dell’incarnazione; epperciò riguardo a san Giuseppe dobbiamo ritenere per principio che Egli in questo Mistero non Vi pose nulla di efficace, nulla di necessario. Fu bensì Egli che dopo le tre persone della Santissima Trinità, dopo Maria, prese parte più d’ogni altro a questo Mistero; ma il di Lui intervento non fu per nulla efficace, per nulla necessario.

Premessa questa importante verità, per farvi capire chi fu san Giuseppe riguardo al Mistero dell’incarnazione, la parte che vi prese, l’ufficio che vi sostenne, il modo del suo intervento, io prendo la sacra Scrittura in mano, e poi col pensiero entro nella povera stalla di Betlemme, dove si trovano Maria, il suo divin Pargoletto, appena nato, e Giuseppe. Mi fermo d’innanzi a queste tre persone, e domando a me stesso: chi sono esse? La sacra Scrittura mi risponde: Il Bambino neonato è il vero Figliuolo di Dio fatto uomo; Esso è vero Dio e vero uomo; /102/ come Dio ha un Padre, che è il Padre Eterno, e nissuna madre; come uomo ha una madre, che è Maria, e nissun padre. Maria è vergine illibata e vera madre di Dio fatto uomo. E Giuseppe chi è riguardo a quel Bambino, riguardo a Maria? Chi è riguardo a questi misteri che nel loro complesso formano il Mistero dell’incarnazione? Giuseppe, continua a dirmi la sacra Scrittura, è il vero sposo di Maria, ma sposo vergine. E come tale Egli in primo luogo è il depositario dell’Eterno Padre. Sapete che si chiama depositario colui, al quale si consegna una cosa affinchè la custodisca. Ora, secondo l’ordine della divina Provvidenza, il Mistero dell’incarnazione doveva star segreto per qualche tempo. Maria Santissima aveva bisogno di una persona che la difendesse dai pericoli, la preservasse dall’infamia, e fosse testimonio della sua verginità unita alla maternità. Il Figliuolo di Dio fatto uomo avea bisogno d’uno che gli provvedesse il necessario per la vita, lo difendesse dai pericoli, lo custodisse come un padre custodisce il suo figlio. E chi non vede la delicatezza del segreto del Mistero dell’Incarnazione; chi non vede la preziosità della verginità, della difesa di Maria; la preziosità del Figlio di Dio fatto uomo? Oh certo agli occhi dell’Eterno /103/ Padre non eravi niente di più delicato, di più prezioso!

Orbene, trattandosi di affidare tutto questo ad una creatura umana, prescelse san Giuseppe: a Lui consegnò il segreto del Mistero dell’incarnazione; a Lui consegnò Maria e Gesù, dicendogli depositum custodi: Giuseppe, custodiscimi Maria e Gesù: io li metto nelle tue mani, li affido alla tua custodia, e tu conservali, difendili dai pericoli, fa loro da sposo e da padre: ti faccio il depositario di questi miei tesori. E questo titolo, quest’ufficio oh quanto onora, quanto esalta san Giuseppe! Il deposito è segno di fiducia, e noi ci crediamo onorati ogni volta che una persona deposita nelle nostre mani oggetti preziosi. E quanto deve onorare san Giuseppe la condotta dell’Eterno Padre che confidò in Lui, e Confidò al punto che gli consegnò quanto avea di più delicato, di più prezioso su questa terra!

In secondo luogo san Giuseppe, come sposo di Maria, nel Mistero dell’incarnazione fu un doppio rappresentante, fu cioè il rappresentante dell’Eterno Padre, ed il rappresentante dello Spirito Santo.

Gesù Bambino come uomo non aveva alcun padre, come Dio avea per padre il Padre Eterno: /104/ Giuseppe però, come sposo di Maria, era creduto il padre di Gesù, e gli faceva da padre; e per conseguenza Egli era la figura, il rappresentante dell’Eterno Padre riguardo a Gesù considerato come uomo. Di più, come ho già detto più volte, Maria era divenuta madre per opera dello Spirito Santo: e per questo motivo lo Spirito Santo vien chiamato lo sposo di Maria; sposo però invisibile, misterioso. E chi era che rappresentava questo sposo divino su questa terra? Era san Giuseppe, il quale fu lo sposo di Maria agli occhi degli uomini. Per conseguenza questo Santo fu il rappresentante dello Spirito Santo riguardo a Maria, considerata come madre di Gesù.

Come vedete adunque san Giuseppe fu doppiamente rappresentante nel Mistero dell’incarnazione: Egli rappresentò l’Eterno Padre riguardo a Gesù; rappresentò lo Spirito Santo riguardo a Maria. E anche questo ufficio lo onora, lo esalta grandemente. Un re quando costituisce un suo suddito qual suo ministro, o rappresentante, lo solleva al primo onore, a cui lo possa sollevare. E qual onore non sarà per Giuseppe l’essere stato il rappresentante non di un re di questa terra; ma dell’Eterno Padre e dello Spirito Santo; e loro rappresentante /105/ nel più grande dei misteri, quale fu il Mistero dell’incarnazione?

In terzo luogo san Giuseppe nel Mistero dell’incarnazione fece l’ufficio di padre riguardo a Gesù considerato come uomo.

Secondo l’ordine della divina Provvidenza Gesù doveva essere soggetto a tutti i bisogni comuni agli uomini: per conseguenza era necessario che vi fosse uno, il quale gli facesse da padre; gli provvedesse cioè un ricovero, il vitto, il vestito; lo allevasse, lo difendesse dai pericoli. Ed a questo nobilissimo ufficio fu prescelto san Giuseppe, il quale viene per conseguenza dal Vangelo chiamato col nome gloriosissimo di padre di Gesù: il che vuol dire che Egli fece per Gesù quanto può fare un buon padre verso un suo figlio.

E quest’ufficio forma la prima gloria del nostro Santo, la sua prima dignità, e lo avvicina a Maria stessa; poichè se Maria col suo consenso, e col suo sangue verginale diede a Gesù la sua umanità; Giuseppe gliela conservò colle sue fatiche, e colle sue cure: se Maria fu vera madre di Gesù, Giuseppe gli fece da padre. Per conseguenza, dopo le tre persone della Santissima Trinità, dopo Maria Santissima, nissun altro concorse sì da vicino al compimento /106/ del Mistero dell’incarnazione, come vi concorse san Giuseppe. Per questo motivo, come osserva benissimo sant’Ilario, dopo la nascita di Gesù il Vangelo non chiama più Giuseppe col nome di figlio di Davide, nè di sposo di Maria, ma solo col nome di padre di Gesù, perchè questo titolo ecclissa tutti gli altri.

Ed eccovi qual fu la parte che prese san Giuseppe, l’ufficio che sostenne nel Mistero dell’incarnazione. Non vi prese nissuna parte efficace, o necessaria, come ve la presero le tre persone della Santissima Trinità, e Maria; ma contrasse con queste persone le più intime e gloriose relazioni, fu cioè il depositario dell’Eterno Padre, il rappresentante e dell’Eterno Padre e dello Spirito Santo, il vice-padre del Figliuolo di Dio fatto uomo. E con tale ufficio egli distese un velo sul Mistero dell’incarnazione, e lo tenne nascosto al mondo, finchè doveva stare nascosto. Collo sposalizio contratto con Maria, Egli compariva agli occhi degli uomini qual padre del Bambino che era nato da Lei; epperciò col manto di tale sposalizio nascose l’opera dello Spirito Santo in Maria; nascose il Mistero della verginità unita alla maternità. E mentre copriva, nascondeva questo Mistero, Egli fu come un puntello che lo sostenne come l’olmo sostiene la vite.

/107/ In questo Mistero la vite verginale, cioè Maria, portò l’uva, il frutto, cioè Gesù, da Se stessa, senza l’intervento di Giuseppe, come la vite naturale porta le foglie e l’uva senza l’intervento del puntello, che la sostiene. Però come sia la vite che il suo frutto son sostenuti dal palo, e senza questo sostegno andrebbe in rovina e la vite e l’uva; così nel Mistero dell’incarnazione Maria ed il frutto delle sue viscere, cioè Gesù, furono sostenuti da Giuseppe, il quale per conseguenza, mentre copriva il Mistero dell’incarnazione agli occhi degli uomini, ne era il sostegno: lo copriva col manto del suo sposalizio con Maria, lo sosteneva colla sua virtù, colla sua santità, e colla sua perfetta conformità ai disegni imperscrutabili della divina Provvidenza.

Con questo parmi d’avervi dato una piccola idea dell’ufficio che ebbe san Giuseppe nel Mistero dell’incarnazione, di cui Egli fu testimonio nella stalla di Betlemme quando vi nacque Gesù Bambino. Ritenete che Egli fu il depositario dell’Eterno Padre, il rappresentante e dell’Eterno Padre e dello Spirito Santo, il vice-padre di Gesù, e voi conoscerete che Egli, quantunque non abbia preso alcuna parte efficace nel Mistero dell’incarnazione, vi fece tuttavia un ufficio che grandemente lo onora, lo esalta.

/108/

Riflessione morale.

Prima di uscire dalla stalla di Betlemme, dove abbiamo visto compiuto esternamente il Mistero dell’incarnazione, ed il nobile e delicato ufficio che fece Giuseppe riguardo al medesimo, prostriamoci col nostro Santo ai piedi di Gesù Bambino, e facciamo un atto di fede; diciamo cioè più col cuore che colle parole: io credo che quel Bambino che è nato da Maria è il vero Figliuolo di Dio, il quale per opera dello Spirito Santo fu concepito nel seno purissimo di Maria, si è incarnato, si è fatto vero uomo per noi, per salvare le nostre anime. Credo che Egli è vero Dio e vero uomo: come Dio da tutta la eternità è generato dal Padre; come uomo ha per madre Maria, e nissun padre, epperciò credo che Giuseppe non è suo padre per generazione, ma solo il suo custode e difensore. Credo che in Gesù Bambino vi sono due nature distinte: la natura divina ed umana, le quali sono unite in una sola persona, Che è la seconda persona della Santissima Trinità; credo perciò che quel Bambino è vero Dio e vero uomo.

Questa fede l’ebbe e la professò san Giuseppe: /109/ professiamola anche noi, perchè senza di essa è impossibile che ci salviamo: con essa saremo posti a parte dei frutti del Mistero dell’incarnazione, cioè conosceremo Gesù Cristo, e questa cognizione ci darà la vita eterna: haec est vita aeterna ut cognoscant te, et quem misisti Jesum Christum

Fatto.

Santa Giovanna Francesca di Chantal, assecondando le raccomandazioni di san Francesco di Sales, ogni giorno recitava alcune preghiere d’innanzi ad un’immagine di san Giuseppe; e quando aveva qualche dispiacere, qualche angustia, si metteva sul petto un’immagine che rappresentava la sacra famiglia, cioè Gesù, Maria e Giuseppe. Soleva poi raccomandare questa pratica alle sue consorelle dicendo essere cosa molto utile lo stare cogli amici del nostro cuore.

Queste pratiche di divozione in onore di san Giuseppe sono semplicissime, ed io le raccomando a tutti, specialmente la prima, perchè io son persuaso che il cristiano, il quale ogni dì si raccomanda a san Giuseppe con qualche preghiera, per intercessione di questo patriarca, vivrà da buon cristiano, e farà anche una buona /110/ morte. Prendiamo adunque qualche preghiera di nostro gusto, anche breve, e poi recitiamola ogni dì d’innanzi a qualche immagine di san Giuseppe.

Esempio.

Mentre il padre Barry scriveva un libro per pubblicare le grazie straordinarie ottenute per intercessione di san Giuseppe, un individuo, che proibì la pubblicazione del suo nome, gli scrisse la seguente lettera:

« Ho saputo che voi raccogliete esempi in onore di san Giuseppe: la riconoscenza mi obbliga a citarvene uno avvenuto a me stesso. Negli anni miei giovanili mi era legato a Dio col voto di castità, ed ebbi poscia la disgrazia di mancarvi. La vergogna del mio peccato mi tolse il coraggio per confessarlo, ed io profanai i Sacramenti. D’allora in poi non ebbi più pace nè giorno nè notte; detestava la mia mancanza di coraggio; eppure non sapeva determinarmi a confessare il mio peccato. In tali angustie, mi venne in mente di raccomandarmi a san Giuseppe; lo pregai a farmi la grazia che io osassi confessare i miei peccati, e san Giuseppe mi esaudì. Spero di /111/ aver fatto una buona confessione. Riconoscente per questo favore mi son posto al collo una medaglia di questo Santo; d’allora in poi ho vinto tutte le tentazioni cattive, ed ho ricevuto da Lui molti altri favori ».

Se vogliamo anche noi fare delle buone confessioni, e specialmente se vogliamo portare sempre al confessionario la tanto necessaria sincerità nel manifestare le nostre colpe, raccomandiamoci a san Giuseppe. E se mai qualche volta ci prendesse un vano timore, e non osassimo dire tutte le nostre colpe, non presentiamoci al confessore se prima non ci siamo posti nelle mani di san Giuseppe pregandolo a darci forza per essere sinceri nell’accusa dei nostri peccati.

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Trattenimento IX.

Cure paterne di Giuseppe verso Gesù Bambino.

Nel trattenimento precedente ho sospeso il racconto delle vicende della vita di san Giuseppe, per farvi conoscere la parte che Egli prese, l’ufficio che gli venne da Dio assegnato /112/ nel Mistero dell’incarnazione. Ora riprendo il racconto storico della sua vita, e dalla medesima conoscerete che Egli corrispose perfettamente all’alto ufficio a cui fu da Dio destinato; conoscerete cioè che conservò gelosamente il deposito che Dio gli aveva consegnato: rappresentò fedelmente l’Eterno Padre e lo Spirito Santo, fece da tenero padre a Gesù Cristo. Queste cose non posso farvele veder tutte in questo trattenimento: ve ne parlerò poi ancora nei trattenimenti seguenti: e nel presente comincierò raccontarvi le sue cure paterne verso di Gesù Bambino finchè stette nella povera stalla di Betlemme.

Vi ho già detto precedentemente che Giuseppe e Maria, non avendo trovato alloggio in Betlemme, eransi ricoverali in una stalla non molto distante da quella città, e che in quella stalla circa la mezzanotte era nato il divin Redentore. Ora io ritorno in quella stalla e col Vangelo in mano, vi racconto semplicemente ciò che avvenne in quella notte memoranda, e nei primi quaranta giorni seguenti. Sentite.

Quando Maria potè stringersi fra le braccia il Bambino che da Lei era nato, lo presentò tosto al suo sposo Giuseppe, il quale con Maria fu il primo a contemplarlo, e baciargli i piedi /113/ ad adorarlo qual vero Messia. Mentre Giuseppe e Maria sfogano il loro cuore intorno al neonato Bambino, e cercano di adagiarlo come meglio si poteva sulla paglia della mangiatoia e di ripararlo dal freddo, un angelo annunziò la nascita di quel Bambino ad alcuni pastori che vegliavano in quei dintorni alla custodia del proprio gregge. Quei pastori, sentito dall’angelo l’annunzio della nascita del divin Redentore, dissero tra loro: Andiamo a vedere: transeamus usque Bethleem. Ed il Vangelo ci dice che essi portaronsi realmente alla stalla dove era nato Gesù Bambino; vi entrarono dentro e trovarono Maria, Giuseppe ed il loro Bambino avvolto nelle fasce, e adagiato nella mangiatoia: et invenerunt Mariam, et Joseph, et Infantem positum in praesepio.

Il Vangelo non ci dice ciò che fece Giuseppe in quella circostanza; però io non temo di errare dicendovi che Egli fece quattro cose: 1° Provò un timore, una paura mista con una speranza. L’arrivo, cioè, inaspettato dei pastori incogniti gli diede una stretta al cuore, perchè Igli fece balenare nella mente un pericolo per Gesù e per Maria; nel medesimo tempo quell’arrivo gli dilatò il cuore, perchè gli fece travedere un aiuto in quella penosa circostanza. /114/ Cosi che Giuseppe da principio ricevette i pastori con timore misto a speranza. 2° Fu Egli che interrogò quei pastori sul motivo della loro visita, e rispose alle loro interrogazioni. 3° Fu Egli che, conosciuto il motivo della loro visita, presentò loro il neonato Bambino affinchè lo adorassero, e gli facessero le loro offerte. Finalmente Giuseppe in quella circostanza provò una grande consolazione, e benedisse Gesù Bambino che da quella povera stalla faceva annunziare la sua nascita a quei pastori e li chiamava ad adorarlo sulla paglia, a riconoscere i miracoli della sua misericordia. Egli aveva un cuor paterno verso di Gesù, epperciò al vederlo adorato, riconosciuto qual vero Messia, appena nato, il suo cuore si riempì della più santa gioia e consolazione. Per conseguenza, quantunque il Vangelo ci dica solo dei pastori che essi ripartirono dalla stalla pieni di guaudio, noi possiamo aggiungere che pieno di gaudio restò pure il cuore di Giuseppe. – Ecco qual fu il primo tratto delle cure paterne del nostro Santo verso di Gesù Bambino.

Il secondo tratto delle sue cure si riferisce all’ottavo giorno dopo la nascita di Gesù Bambino. A quei tempi era prescritta agli Ebrei la Circoncisione dei loro bambini l’ottavo giorno /115/ dopo la nascita, ed in tale circostanza si imponeva loro il nome. La scelta del nome dipendeva dai genitori; però riguardo al Bambino nato da Maria, il nome che gli si doveva imporre era già stato manifestato dall’angelo sia a Maria che a Giuseppe; poichè quando fu loro annunziatala nascita di quel Bambino, fu anche loro annunziato che gli venisse imposto il nome di Gesù: vocabis nomen eius Jesum. Ora è certo, e lo dice il Vangelo, che il Bambino nato da Maria fu circonciso l’ottavo giorno dopo la nascita, e che fu chiamato Gesù. Ma dove, da chi fu circonciso, e chi gli impose il nome?

A queste interrogazioni non risponde il Vangelo; epperciò in proposito non può sapersi nulla con certezza. È però molto probabile che Gesù Bambino sia stato circonciso nella medesima stalla dove era nato: è molto probabile che sia stato circonciso da Giuseppe, e che anch’Egli gli abbia imposto il nome Gesù; come avea prescritto l’angelo; perchè di regola ordinaria era sempre il padre che circoncideva i bambini, ed imponeva loro il nome. E siccome Giuseppe faceva da padre a Gesù, è probabile che Egli stesso l’abbia circonciso, e gli abbia imposto il nome.

Per conseguenza il nostro Santo fu il primo /116/ a vedere sparsa da Gesù una goccia del suo sangue divino; di quel sangue che doveva redimere il mondo; e fu anche il primo a pronunziare il nome Gesù, nome che vuol dire Salvatore. Ed Egli che sapeva essere quel Bambino il vero Figliuolo di Dio, con qual rispetto non avrà avvicinato il coltello alle sue carni, non avrà contemplato il suo sangue, e pronunziato il suo nome? Oh! certo, se nel presentarlo all’adorazione dei pastori Egli aveva provato una grande consolazione, nel circonciderlo e nel chiamarlo Gesù, Egli manifestò una grande ammirazione unita ad un grande rispetto.

Si crede comunemente che Gesù, Maria e Giuseppe siansi fermati nella stalla di Betlemme per quaranta giorni. Secondo questa sentenza in quella stalla san Giuseppe assistette ad una scena la più commovente; scena che ci viene raccontala minutamente dal Vangelo, e che io voglio accennarvi almeno in parte. Sentite. Mentre gli angeli col loro canto annunziavano la nascita di Gesù Bambino nei dintorni di Betlemme, la comparsa di una nuova stella l’annunziava nell’Oriente. Alla vista di quella stella tre principi, detti Magi o sapienti, partironsi in cerca del nato Messia. La stella, fattasi loro guida, li condusse sino a Gerusalmme /117/ e poi scomparve. Da tale scomparsa, i Magi argomentarono dover essere quella la città in cui era nato il Bambino di cui andavano in cerca; e perciò si posero a domandare alla gente: Dov’è che è nato il re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella, e siam venuti per adorarlo. Saputasi questa cosa da Erode, che allora faceva da re a Gerusalemme, fece chiamare quei Magi, radunò i dottori della legge, e li interrogò dove dovesse nascere il loro Messia. Questi avendo risposto che, secondo una profezia, il Messia aspettato doveva nascere a Betlemme, Erode disse ai Magi: Il Bambino che voi cercato deve essere nato a Betlemme; andate a quella città, cercate, e quando l’avrete trovato verrete darmene notizia, perchè voglio andare anch’io ad adorarlo. A queste parole i Magi s’incamminarono verso Betlemme, che era sei miglia circa distante da Gerusalemme. Usciti appena da Gerusalemme, ricomparve loro la solita stella, ed andò fermarsi sopra la stalla dove riposava Gesù Bambino. Accertati da quel segnale d’aver trovato il Bambino che cercavano, i Magi entrano in quella stalla, vi trovano Gesù Bambino e Maria: si prostrano ai piedi di Gesù, lo adorano e gli offrono incenso, oro, e mirra; simboli della loro fede in /118/ Gesù, che riconoscevano per vero Dio, e vero uomo. E Giuseppe non fu presente a questa seconda visita fatta a Gesù Bambino? Rispondo: Veramente il Vangelo non dice che vi fosse però si tiene per certo che vi fosse, e che, come capo di casa, abbia Egli stesso presentato Gesù a quei principi.

E quale non fu la sua ammirazione, il suo giubilo in tale circostanza! Vedeva Gesù in mezzo alla povertà; ma intanto sentiva essere già stata annunziata la sua nascita nell’Oriente; vedeva quei popoli prostrati davanti ai suoi piedi nelle persone dei Magi, e nelle loro offerte scorgeva il simbolo della loro fede nella divinità di Lui. Epperciò Egli provò in quel momento tutta la consolazione di cui è capace il cuore di un padre quando vede esaltato il proprio figlio.

Eccovi accennate le cure paterne di Giuseppe intorno a Gesù nei quaranta giorni che passò nella stalla dove era nato. Egli da Figliuolo di Dio erasi fatto uomo per farsi conoscere, adorare dagli uomini; per salvarli tutti versando il proprio sangue: e Giuseppe fu il primo a vederlo adorato, riconosciuto pel vero Messia: fu il primo a pronunziare il suo nome, a chiamarlo Gesù, ossia Salvatore: fu il primo a vederlo spargere il suo sangue per la redenzione /119/ del mondo. Da ciò potete conoscere che il nostro Santo Patriarca fin dalla stalla di Betlemme comparve come capo della sacra famiglia, formata da Lui, da Maria e da Gesù, e concorse nell’eseguire l’ammirabile disegno della redenzione del mondo.

Riflessione morale.

Abbiamo visto che san Giuseppe fu il primo degli uomini che pronunziò il nome di Gesù. Quando poi Gesù fu grandicello, questo nome veniva da Giuseppe certamente pronunziato più volte ogni dì. Ed io non temo di errare affermando che Egli, ogni volta che pronunziava questo nome adorabile, chinava il capo in segno di venerazione e di rispetto. Questo santo nome possiamo pronunziarlo anche noi, ed io voglio sperare che d’ora innanzi l’esempio di san Giuseppe ci indurrà: 1° Ad invocarlo sovente. Le persone che si vogliono bene, si chiamano per nome ad ogni momento: noi amiamo Gesù, dunque invochiamo sovente il suo nome. Per lo meno invochiamolo al mattino appena svegliati, quando ci assale qualche tentazione, siam visitati da qualche tribolazione; invochiamolo alla sera prima di metterci al /120/ riposo, nei viaggi, sul lavoro: a dir breve, invochiamolo il più sovente che ci sarà possibile, perchè questo nome è terribile al demonio, e forma per noi una preghiera breve sì, ma molto utile ed efficace. 2° Ogni volta che invochiamo il nome di Gesù chiniamo il capo in segno di rispetto; così faceva Giuseppe, così fanno i santi e tutti i buoni cristiani, e così dobbiamo fare anche noi. In tal modo questo nome adorabile, che fu imposto da Giuseppe al divin Redentore, sarà per noi la sorgente della nostra santificazione.

Fatto.

Santa Margherita da Cortona ebbe varie apparizioni di Gesù Cristo. In una di esse Gesù le disse queste parole:

« Figlia, se mi vuoi fare cosa gradita, ti prego di non lasciare passar giorno senza rendere qualche tributo di lode e di benedizione al mio padre putativo san Giuseppe, perchè mi è carissimo ».

Da ciò si vede che Gesù Cristo medesimo volle degnarsi di raccomandare formalmente a questa santa la divozione quotidiana a S. Giuseppe. Essa accettò quella raccomandazione; e /121/ noi facciamo altrettanto, e prendiamo la santa risoluzione di fare ogni giorno qualche cosa in onore di san Giuseppe. O per lo meno prendiamo la risoluzione di onorarlo ogni mercoledì, e nel mese di marzo, essendo questo tempo in modo speciale consacrato al culto di questo Santo. In tal modo faremo una cosa grata al cuore di Gesù, grata a san Giuseppe, ed utilissima per noi.

Esempio.

Una religiosa che proibì la pubblicazione del suo nome, in una lettera che scrisse ad una persona di sua confidenza, racconta d’aver ricevuto da san Giuseppe le grazie seguenti, cioè:

1° La perseveranza nella vocazione durante il noviziato;

2° Il raccoglimento nella recita del Rosario;

3° La sincerità nel confessarmi, di cui mancai per qualche tempo;

4° La rassegnazione, di cui mancava, ad una mia zia inferma.

5° L’abnegazione della mia volontà.

6° La liberazione dalle tentazioni contro la fede.

Queste grazie svariate ottenute da san Giuseppe /122/ confermano ciò che scrisse di Lui S. Teresa quando disse: Agli altri santi il Signore concesse di soccorrerci in alcune necessità particolari: a san Giuseppe invece concesse la facoltà di soccorrerci in tutte. Sia dunque nostro impegno di ricorrere a san Giuseppe in ogni tempo, ed in ogni circostanza.

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Trattenimento X.

La sacra famiglia nel tempio di Gerusalemme.

La sacra famiglia era formata di tre persone, da Gesù, da Maria e da Giuseppe. Essa ebbe principio nella stalla di Betlemme nella notte in cui nacque Gesù Bambino. Per dignità e per santità in quella sacra famiglia san Giuseppe teneva l’ultimo posto; però per l’ufficio che doveva esercitare era il primo, era il capofamiglia. Come tale lo riconobbe Dio medesimo, poichè, come vedremo più innanzi, Iddio comunicò sempre a Lui gli ordini che riguardavano quella famiglia.

E Giuseppe comparve come tale quando presentò Gesù Bambino prima ai pastori, e poi ai /123/ Magi; comparve come tale quando circoncise Gesù e gli impose il suo nome. Però sin ora Egli comparve come capo della sacra famiglia solo in privato, d’ora innanzi lo vedremo a comparire anche pubblicamente. La prima di queste comparse la fece nel tempio di Gerusalemme, ed io intendo di parlarvene in questo trattenimento.

Si crede comunemente che i Magi siansi presentati a Gesù tredici giorni dopo la sua nascita. Dopo la partenza dei Magi è probabile, come già vi dissi, che la sacra famiglia abbia continuato la sua dimora nella stalla di Betlemme sino al giorno quarantesimo della nascita di Gesù. Durante questo intervallo di tempo non si sa nulla in particolare della sacra famiglia. Quando però Gesù Bambino arrivò al dì quarantesimo di vita, il Vangelo ci parla di Lui, di Maria, e di Giuseppe. Per capire poi ciò che racconta il Vangelo, dovete prima sapere che a quei tempi, presso gli Ebrei, erano in vigore due leggi riguardanti la nascita dei bambini. Una riguardava la madre, l’altra il suo bambino quando questi era il primogenito. La madre era considerata come immonda, epperciò indegna di entrare nel tempio per quaranta giorni; e questi passati, doveva presentarsi al tempio /124/ per purificarsi, e presentare un’offerta. Il bambino primogenito doveva anche venir portalo al tempio, offerto a Dio, e quindi riscattato colla somma di cinque sicli d’argento.

Nè Maria, nè Gesù erano soggetti a queste leggi, tuttavia essi le vollero osservare; ed il Vangelo ci dice che quando Gesù Bambino arrivò al quarantesimo giorno dopo la nascita, la sua madre Maria si presentò al tempio di Gerusalemme per purificarsi, e presentò al tempio anche il suo Bambino Gesù, come era prescritto dalla legge.

In questa circostanza san Giuseppe accompagnò Maria e Gesù al tempio: questo è certo, e lo dice il Vangelo. Però, quantunque non ne parli espressamente il Vangelo, è certo che Egli in tale circostanza fece varie altre cose, fece cioè il capo di famiglia. Per esempio fu Egli che pensò a provvedere i due colombini, che Maria doveva offrire al tempio per la sua purificazione; colombini che erano l’offerta prescritta alle madri povere; fu Egli che provvide i cinque sicli d’argento per riscattare Gesù Bambino, e che da Betlemme lo portò sulle braccia sino a Gerusalemme; come pure fu Egli che lo offri a Dio per mezzo del sacerdote.

Fu questa la prima volta che Giuseppe comparve /125/ pubblicamente qual padre di Gesù, e qual capo della sacra famiglia; e per certo questa prima comparsa fu molto dolorosa per Lui, perchè Egli vedeva Maria comparire qual madre secondo l’ordine naturale, mentre era madre per un miracolo; la vedeva comparire come immonda, mentre era la purità in persona; la vedeva confusa fra le altre donne, anzi colle donne povere, mentre era la Madre di Dio, la Regina degli angeli. Di più, Egli vedeva Gesù comparire qual suo figlio, qual bambino come un altro qualunque, mentre era il vero Figliuolo di Dio fatto uomo. Il cuore di Giuseppe soffriva certamente molto nel vedere nascosti agli occhi del mondo i misteri che riguardavano Gesù e Maria; ma, siccome era suo ufficio di coprire quei misteri per allora, Egli si rassegnò alla volontà di Dio, e tenne nascosti Gesù e Maria, lasciandoli comparire esternamente come due persone ordinarie. Però il Signore in questa circostanza non lasciò di confortare il nostro Santo; e sentite come andò la cosa.

Mentre Maria e Giuseppe stavano al tempio per adempire alla legge della purificazione, e della presentazione, un santo vecchio, per nome Simeone, il quale era stato assicurato dallo Spirito /126/ Santo che non sarebbe morto senza vedere il sospirato Messia, illuminato da Dio, riconobbe nel Bambino di Maria il Salvatore del mondo, e, presolo fra le sue braccia, con un trasporto di gioia, esclamò: Oh Signore, ora muoio contento, perchè ho visto il Salvatore del mondo; Colui che avete mandato ad illuminare le genti, a glorificare il popolo d’Israele! Nell’atto poi che questo santo vecchio restituì Gesù Bambino alla sua madre Maria, le disse: Questo Bambino sarà la rovina e la salvezza di molti; sarà fatto segno alle persecuzioni, e pel Tuo cuore sarà come una spada che lo trapasserà da parte a parte. Mentre il vecchio Simeone così parlava, sopraggiunse una santa vecchia, per nome Anna, riconobbe anch’essa in Gesù Bambino il divin Redentore, e si pose a manifestarlo per tale a tutti quelli che eran d’attorno.

Il Vangelo nel raccontarci queste cose, che avvennero nel tempio di Gerusalemme, ci parla anche di san Giuseppe, e ci dice che tanto Egli che Maria, al sentire le cose che si dicevano di Gesù, restarono maravigliati: et erat pater Eius, et mater mirantes super his, quae dicebanlur de Illo.

E qui, giacchè il Vangelo ci ricorda che Giuseppe fu sorpreso dalla maraviglia, io vi soggiungo /127/ che ne ebbe varii motivi. Il primo di questi fu la ricognizione di Gesù per vero Messia. Gesù esternamente compariva come un bambino ordinario; non portava con Sè alcun segnale della sua divinità, eppure Simeone ed Anna lo riconobbero pel vero Messia. E questa ricognizione sorprese Giuseppe, lo riempì di maraviglia straordinaria. Egli lo avea già visto riconosciuto dai pastori e dai Magi qual vero Messia: ma i pastori erano guidati dagli angeli, i Magi da una stella, ed aveano adorato Gesù Bambino in privato, nella stalla in cui era nato. Nel tempio invece Giuseppe vede riconosciuto Gesù qual vero Messia da due santi vecchi, e ciò senza alcun segnale esterno, e pubblicamente. Egli copriva il mistero della sua divinità; ma Simeone ed Anna lo scoprirono, e lo manifestarono ai circostanti. E come volete che Giuseppe nell’assistere a questi tratti della divina Provvidenza non siasi riempito di grande ammirazione? Oh! sì, Egli ammirò la sapienza, la potenza di Dio nel manifestare Gesù Bambino qual vero Salvatore del mondo ai due santi vecchi Simeone ed Anna.

Il secondo motivo per cui Giuseppe si maravigliò consistette nelle parole del vecchio Simeone. Guardando Gesù san Giuseppe diceva /128/ sempre dentro di sè: ma questo Bambino è il vero Figliuolo di Dio: Egli è nato bambino, è simile ad un bambino qualunque, è povero, si assoggettò alla circoncisione, volle essere offerto a Dio, e poi riscattato; e tutto ciò lo fa per amore degli uomini, per salvarli. Quanto è buono adunque questo divin Bambino! quanto ama gli uomini! quanto fa per loro!

Quando poi il vecchio Simeone disse a Maria: Questo Bambino sarà per il Tuo cuore come una spada che lo trapasserà da parte a parte, Giuseppe previde la dolorosa passione che Gesù doveva poi subire per redimere il mondo; ed a tal previsione lo fece maravigliare l’eccesso di bontà che vedeva in Gesù. Non basta adunque, ripeteva a se stesso, non basta a questo Gesù l’essersi fatto uomo, il comparire povero per salvare l’uomo! Egli vuole ancora patire i più acerbi tormenti! Che bontà, che degnazione! Ed eccovi qual fu il secondo motivo per cui S. Giuseppe si maravigliò nel tempio di Gerusalemme.

Il terzo motivo della sua ammirazione fu Maria sua sposa. Egli la vide confusa con le altre donne, la vide presentarsi per la purificazione, a cui non era soggetta; ed ammirò la sua umiltà, la sua ubbidienza. Sentì a predirle /129/ immensi dolori, ed ammirò la sua rassegnazione. Oh! sì, anche Maria fu oggetto d’ammirazione per Giuseppe nel tempio di Gerusalemme.

Finalmente in quel tempio Giuseppe ammirò la divina Provvidenza, la quale, per mezzo di Simeone e di Anna, richiamava gli occhi del mondo sopra di Gesù che ne doveva essere il Salvatore.

Dal complesso poi delle cose che vi dissi sin ora, io ricavo che Giuseppe nel tempio di Gerusalemme prevenne il mistero del Calvario. Su quel monte Gesù doveva un dì offrirsi vittima d’espiazione al suo Eterno Padre, doveva soffrire una dolorosa morte: nel tempio di Gerusalemme Giuseppe offri quel Gesù medesimo, ancora Bambino, a Dio, e poi lo riscattò: là previde i suoi dolori, ed il suo cuore paterno fin d’allora si unì con Gesù appassionato. Ed in tal modo il nostro Santo fin d’allora prese parte al Mistero della Redenzione del genere umano.

Riflessione morale.

La condotta della sacra famiglia nel giorno quarantesimo dopo la nascita di Gesù Bambino /130/ ci ricorda il dovere che abbiamo di non dispensarci troppo facilmente dall’osservare le leggi della Chiesa. Maria non era obbligata alla legge della purificazione, perchè era divenuta madre per un miracolo: Gesù non era obbligato alla legge della presentazione al tempio, perchè era il padrone del mondo; eppure Maria e Gesù osservarono queste due leggi, e Giuseppe provvide il necessario. E ciò per darci un luminoso esempio della virtù dell’obbedienza. La sacra famiglia obbedì senza esservi obbligata; e noi obbediamo almeno quando siamo obbligati, per esempio, ogni domenica siamo obbligati a sentire la Messa; ogni anno siamo obbligati a fare la Pasqua; ogni venerdì e sabbato siamo obbligati ad astenerci dalle carni; nella quaresima, ed in alcune vigilie siamo obbligati al digiuno; ebbene osserviamo queste leggi, e non andiamo mendicando pretesti per dispensarcene. Vi concedo che vi sono delle cause le quali ci dispensano dall’osservanza di queste leggi, ma so pure che molte volte queste cause non sono sufficienti. Non guardiamo tanto pel sottile, e, ad esempio di Gesù e di Maria che obbedirono senza essere obbligati ad obbedire, d’ora innanzi osserviamo le leggi della Chiesa anche a costo di gravi sacrifizi; perchè quanto più ci /131/ costa l’ubbidire, tanto più diventa meritoria la nostra ubbidienza.

Inoltre dall’esempio di Giuseppe e di Maria, che fecero l’offerta di Gesù Bambino al Signore, i genitori imparino ad offrire a Dio i loro bambini, affinchè li benedica, li conservi innocenti, li preservi dai pericoli.

Fatto.

San Vincenzo de’ Paoli, fondatore dei Preti della Missione, manifestò la sua divozione, la sua confidenza in san Giuseppe in molti modi di cui voglio ricordarvene alcuni. Egli soleva proporre questo Santo ai suoi Preti come un compitissimo modello dei sacerdoti. Lo assegnò protettore dei Seminarii da lui fondati, dicendo che Egli era un’eccellente guida per avviare i chierici al ministero sacerdotale. Nel mandare i suoi Preti in missioni raccomandala loro di mettersi sotto la protezione di questo santo Patriarca, e di insinuarne la divozione negli altri. Queste cose mentre ci fanno conoscere la confidenza che san Vincenzo aveva in san Giuseppe, ci esortano anche a prenderci tutti questo Santo per guida e per modello. Egli è guida per tutti, è modello universale: ricorriamo dunque /132/ sempre a Lui, specchiamoci in Lui, e troveremo sempre qualche cosa da imitare.

Esempio.

Un Missionario che ha la bella usanza di raccomandare un Pater a san Giuseppe agli uditori, affinchè possano approfittare della parola di Dio, un giorno si vedeva comparire d’innanzi un povero contadino, il quale gli diceva queste parole: Lei, Padre, non mi piaceva a predicare, perchè lo trovava più lungo della quaresima. L’altra sera ha detto che ci raccomandassimo a san Giuseppe nel sentire la predica: l’ascoltai, ed ora, cosa che mi fa stupire, lo trovo troppo breve, e so che è sempre lungo egualmente. Da queste parole si vede che quell’individuo avea ottenuto da san Giuseppe la grazia di gustare la parola di Dio. Procuriamo anche noi di raccomandarci a questo Santo ogni volta che ci portiamo a sentire le prediche; e per sua intercessione anche noi gusteremo la parola di Dio, e la sentiremo con vantaggio delle anime nostre.

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/133/

Trattenimento XI.

San Giuseppe salva Gesù dalla morte.

Quando vi parlai dello sposalizio di Giuseppe con Maria, tra le altre cose, vi diceva che Egli con tale sposalizio avea salvato l’onore e la vita di Maria epperciò che avea salvato altresì la vita di Gesù concepito nel di Lei purissimo seno. Così che noi con tutta ragione possiamo dire che Giuseppe liberò dalla morte Gesù prima che nascesse, e lo liberò sotto il manto del suo sposalizio con Maria. Ora però vi soggiungo che il nostro Santo salvò una seconda volta Gesù dalla morte, e lo salvò colla sua ubbidienza pronta e cieca alla volontà di Dio. Ed è questa appunto la cosa di cui vi parlerò in questo trattenimento.

Nel trattenimento precedente abbiam lasciato la sacra famiglia nel tempio di Gerusalemme, dove assistemmo alla Purificazione di Maria, alla Presentazione di Gesù Bambino al Signore; alla gioia del vecchio Simeone, alle profetiche sue parole, ed alla meraviglia che provò Giuseppe in quella commovente circostanza. Continuando ora il racconto storico vi dico subito che la sacra famiglia, terminate le cerimonie /134/ prescritte dalla legge, lasciò il tempio di Gerusalemme. E dove sarà andata?

Rispondo: Dove sia andata non si sa con certezza. Dal Vangelo di san Luca sembra che sia ritornata immediatamente a Nazaret: dal Vangelo di san Matteo sembra invece che sia ritornata a Betlemme. Non parlandone chiaramente il Vangelo, non può sapersi con certezza dove sia ritornata la sacra famiglia; però si crede comunemente che sia ritornata non a Nazaret, ma a Betlemme, e probabilmente nella medesima stalla, dove era nato Gesù Bambino; stalla che possiam supporre essere stata aggiustata un poco ad uso di casa dal nostro industrioso operaio, cioè da san Giuseppe.

Premessa questa supposizione, io lascio per un momento che la sacra famiglia, ritornata da Gerusalemme, si riposi nella povera stalla di Betlemme, e ritorno al re Erode, ed ai Magi, di cui vi ho già parlato precedentemente.

Se ancora vel ricordate, quando Erode avea detto ai Magi: Andate a Betlemme; là deve essere nato colui che cercate, avea loro soggiunto che quando l’avessero trovato fossero ritornati da lui a dargliene notizia, perchè voleva anche egli andarlo ad adorare. Però il vero motivo per cui voleva sapere dove si trovasse quel /135/ bambino, era ben diverso. Egli l’avea udito chiamare e dai Magi e dai sacerdoti re dei Giudei: Ubi est, qui natus est rex Judaeorum? Temeva quindi che quel bambino col tempo lo avrebbe forse sbalzato dal trono; e per evitare questo pericolo, cercava di trovarlo per farlo morire.

Il Signore però che conosce tutto, conobbe anche la perfida intenzione che aveva il re Erode; ed il Vangelo ci dice che, per impedirne le conseguenze, mandò un angelo il quale nel sonno disse ai Magi mentre erano a Betlemme: Non ritornate più a Gerusalemme per annunziare ad Erode che avete trovato il Bambino ricercato; ma prendete un’altra strada, e ritornatevene al vostro paese. Ubbidienti alla voce del Signore, i Magi per un’altra strada ritornarono al loro paese: per aliam viam reversi sunt in regionem suam.

Erode aspettò per qualche tempo il loro ritorno; ma non vedendoli comparire, perdette la speranza di trovare il neonato Bambino con quel mezzo. Però non perdette la speranza ed il desiderio di farlo morire, e per riuscire nel suo intento, prese la barbara risoluzione di far uccidere a Betlemme e nei suoi dintorni, tutti i bambini dai due anni in giù. Il suo ordine /136/ fu eseguito, molti bambini furono uccisi, ma non fu ucciso quello che egli cercava, non fu ucciso Gesù. E sentite come andò la cosa.

Quando Erode avea ordinata la strage dei bambini, la sacra famiglia dimorava nella stalla di Betlemme, dove l’abbiamo lasciata dopo il suo ritorno dal tempio.

Da ciò ne segue che Gesù Bambino si trovava realmente in pericolo di cadere nelle mani dei carnefici e venir trucidalo. Giuseppe e Maria ne sapevano nulla, epperciò se ne stavano tranquilli nella loro povera stalla, e forse già facevano i preparativi per il viaggio di ritorno alla loro cara Nazaret.

Venne intanto la notte che precedeva la strage dei bambini: Gesù, Maria e Giuseppe dormivano il pacifico e calmo sonno del giusto: ma non dormiva il Signore, il quale, per allontanare Gesù Bambino dalle ricerche dei carnefici, mandò un angelo, che risvegliò Giuseppe, e gli disse: Alzati su, prendi il Bambino e la sua madre e fuggi iu Egitto, perchè Erode lo cerca per farlo morire: Surge, et accipe Puerum et Matrem eius, et fuge in Ægyptum: futurum est enim ut Herodes quaerat Puerum ad perdendum Eum.

A queste parole Giuseppe si alza prontamente, /137/ sveglia Maria, le comunica l’ordine dell’angelo, e il pericolo di morte per Gesù. Messe quindi insieme le poche provviste di cui poteva disporre, con Gesù e con Maria s’incammina subito verso l’Egitto, e così salva Gesù dalla morte, che gli era minacciata: Qui consurgens accepit Puertim et Matrem eius notte, et secessit in Ægyptum. Son parole del santo Vangelo, dal quale ho ricavato quanto vi raccontai sinora.

Questo tratto della vita del nostro Santo è troppo importante da potermi contentare di avervelo accennato: esso è degno di alcune osservazioni, ed io le faccio volentieri. E primieramente vi faccio osservare che Iddio non mandò il suo angelo a Maria, ma lo mandò a Giuseppe: apparuit in somnis Joseph. Ora, gli ordini riguardanti una famiglia, sogliono comunicarsi al capo della medesima. Dunque Iddio mandando il suo angelo a dire a Giuseppe che fuggisse in Egitto, lo dichiarò, col fatto, capo della sacra famiglia. Questo titolo gli era già stato conferito dallo sposalizio con Maria, e dall’ufficio che gli era assegnato riguardo a Gesù; e noi glielo abbiamo già dato precedentemente. Però, siccome in questa circostanza il Signore lo riconobbe per tale, sta bene che anche noi ne approfittiamo per proclamarlo /138/ solennemente capo della sacra famiglia. E mentre gli diamo questo titolo, non tralasciamo di prelevare la gloria, l’onore che esso gli porta. È una gloria, un onore essere capo di una famiglia qualunque: e qual gloria, quale onore non sarà l’essere capo della famiglia più santa che mai abbia esistito; esser capo della famiglia che vien chiamata sacra per eccellenza, ed anche la Trinità creata, per la sua somiglianza colla Trinità increata? Oh si! fra le glorie di san Giuseppe scriviamo anche questo titolo: Egli fu capo della famiglia che era formata da Gesù, da Maria, e da Lui: epperciò Egli conseguì la prima gloria che si grossa conseguire con questo titolo, come sposando Maria avea conseguito la prima gloria che si possa conseguire con uno sposalizio.

In secondo luogo vi faccio osservare che la strage dei bambini ordinata da Erode fu realmente eseguita a Betlemme, e nei suoi dintorni. Da ciò ne segue che se Giuseppe non ubbidiva prontamente all’ordine dell’angelo, Gesù Bambino sarebbe caduto nelle mani dei carnefici, e da loro sarebbe stato trucidalo. Per conseguenza con tutta ragione noi possiamo dire che san Giuseppe salvò Gesù dalla morte. Ora quando uno salva un altro dalla morte, noi diciamo che /139/ egli diventa secondo padre del medesimo. Ma san Giuseppe salvò Gesù dalla morte, dunque Egli fu il secondo padre di Gesù. L’Eterno Padre ci diede Gesù per mezzo di Maria: Giuseppe ce lo diede salvandolo dalla morte. Epperciò se è vero che Egli non fu padre naturale di Gesù, che non gli diede la vita, è vero però che gliela conservò, trasportandolo in Egitto, e per conseguenza si merita il titolo di padre, di liberatore di Gesù.

Capisco che Iddio poteva salvare Gesù dalla morte con molti altri mezzi: ma se Egli volle riservare questo grande onore a Giuseppe, perche noi non ammireremo questa sua gloria sublimissima; perchè non lo ringrazieremo d’averci salvato dalla morte il nostro divin Salvatore?

In terzo luogo vi osservo che san Giuseppe in questa circostanza, più che mai, si associò alla passione del divin Redentore. Con Lui avea sofferto il dolore della Circoncisione; per Lui avea sofferto quando senti predetta da Simeone la sua passione; ed ora che lo vede già perseguitato a morte, prende vivissima parte a quella sua prima persecuzione, e ne sente tutta l’amarezza nel suo cuore paterno. Per questo motivo S. Giovanni Crisostomo chiama il nostro /140/ Santo compartecipe e mediatore del Mistero della Redenzione: consortem et mediatorem Mysterii Redemptionis.

Finalmente vi faccio osservare il modo ammirabile col quale Giuseppe salvò Gesù Bambino. L’angelo era comparso di notte: gli avea comandato di partire subito, di portarsi in paese lontano e sconosciuto: Maria era di complessione delicata; Gesù era bambino di pochi mesi: era il mese di febbraio, epperciò la stagione non era niente propizia per un viaggio si lungo. Queste ed altre consimili circostanze presentarono al nostro Santo mille difficoltà per eseguire l’ordine dell’angelo. Però Egli non diede retta alle difficoltà, ai disagi: l’angelo gli aveva detto di partire presto; ed Egli partì. E con tale ubbidienza pronta, cieca, trionfò sulla persecuzione di Erode, salvò Gesù Bambino dalla morte.

Riflessione morale.

La prontezza di san Giuseppe nell’eseguire l’ordine dell’angelo deve servirci di modello in molte circostanze della nostra vita e specialmente quando sentiamo voci interne, le quali ci dicono: lascia la tal compagnia, il tal posto, la tal pratica, non fanno per te. Lascia il giuoco, /141/ l’osteria, l’ubbriachezza, la disonestà, l’odio, la bestemmia, il lusso: attendi alla preghiera, frequenta i SS. Sacramenti, la parola di Dio. Quando sentiamo queste voci ricordiamoci che esse vengono da Dio, come veniva da Dio la voce che disse a sari Giuseppe: Alzati, prendi il Bambino e la sua Madre, e fuggi in Egitto; e noi procuriamo di rispondere a questa voce come rispose san Giuseppe; cioè assecondiamole: 1° con prontezza: Se Giuseppe non partiva subito forse non salvava Gesù dalla morte; se noi non ascoltiamo le prime chiamate del Signore, può essere che queste siano le ultime, e per conseguenza che non le assecondiamo mai più; 2° con fortezza: Giuseppe non diede retta a nissuna delle gravi difficoltà che presentava la partenzsuimmediata: e noi non dobbiamo dar retta alle difficoltà che dobbiamo superare per assecondare le chiamate del Signore; 3° ciecamente: Giuseppe avrebbe potuto fare molte osservazioni al comando dell’angelo: Egli però non fece altro che chinare il capo e partire. Può essere che noi abbiamo dei motivi apparentemente giusti per non assecondare la vbce del Signore, dei superiori, ma non diamovi retta. Il Signore, i superiori ne sanno più che noi; ciò che fanno a nostro riguardo, lo fanno /142/ sempre per il nostro bene; ed è nostro dovere chinare ciecamente il capo alla loro volontà, e dire: Il Signore, il superiore ha parlato, a noi tocca ubbidire.

Ecco l’importante lezione che dobbiamo imparare da san Giuseppe; l’ubbidienza pronta e cieca alla voce del Signore e dei superiori. Con tale ubbidienza san Giuseppe salvò Gesù dalla morte: colla medesima salveremo l’anima nostra dalla morte eterna.

Fatto.

Il Gersone nel Concilio generale di Costanza aveva proposto S. Giuseppe come mezzo per sedare le turbolenze, le guerre, che a quei tempi affliggevano la Chiesa. Isidoro l’Isolano racconta che tale proposta era già stata fatta nella Chiesa Orientale prima d’allora. Nel Concilio Vaticano, tenuto ultimamente a Roma, molti vescovi rinnovarono questa medesima proposta per dare alla Chiesa un sostegno, una difesa in questi tristissimi tempi. Questi fatti provano che nel cristianesimo regna la persuasione che S. Giuseppe sia il difensore della Chiesa cattolica, specialmente nel tempo delle persecuzioni, delle guerre d’ogni genere. Ed io vi faccio notare /143/ che questa persuasione nasce quasi necessariamente dal tratto di vita di questo Santo che vi raccontai poco fa. La Chiesa ha per suo capo invisibile Gesù Cristo che l’ha fondata: quel Gesù medesimo che san Giuseppe salvò dalla persecuzione di Erode. Ora se il Signore volle servirsi di questo Santo per salvare Gesù dalla morte, perchè non vorrà servirsi del medesimo per difendere la Chiesa che lo rappresenta su questa terra? E se Giuseppe colla sua ubbidienza salvò Gesù Bambino da una crudele persecuzione, perchè non salverà la Chiesa colla potenza che gode in Cielo? Oh! sì, alla vista della guerra atroci che vediamo fatta alla Chiesa, nostra madre, ricorriamo con fiducia a S. Giuseppe, ed Egli ci porterà la vittoria e la pace.

Esempio.

Lo Scapoli, nel suo libro intitolato Combattimento spirituale, dopo d’aver esortato ogni cristiano ad aver particolar divozione a S. Giuseppe, adduce il seguente motivo: imperocchè di questo Santo si contano maraviglie e segnalati favori, che con larga mano hanno ricevuto i suoi divoti, e quanti hanno fatto a Lui ricorso nei bisogni si spirituali, che temporali. Questa /144/ dichiarazione generale vale per mille altre in particolare; appunto perchè ci dice che S. Giuseppe esaudì non solo i suoi divoti, ma quanti hanno fatto a Lui ricorso.

Il che ci fa supporre che siano stati esauditi anche quelli i quali abitualmente non ricorrevano a Lui, ma solo in particolari circostanze. E questo deve animarci a ricorrere a questo Santo quantunque non possiamo dirci suoi veri di voti.

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Trattenimento XII.

Esilio della sacra Famiglia.

Nell’ultimo trattenimento abbiam lasciato san Giuseppe nell’atto che partiva dalla sua dimora di Betlemme, e con Gesù e Maria s’incamminava verso l’Egitto. Continuando ora il racconto storico, accompagneremo il nostro Santo nel suo viaggio in Egitto: ci fermeremo con Lui in quel penoso e lungo esilio, e con Lui ritorneremo a Nazaret. In questo tratto di tempo, che si chiama l’esilio della sacra famiglia, vedremo san Giuseppe farsi guida, sostegno e difesa di Gesù e di Maria, e ciò a costo di molti sacrifizi, affanni e dolori.

/145/ Il Vangelo, dopo averci detto che san Giuseppe, avvisato da un angelo, partì da Betlemme, soggiunge subito che Egli si ritirò nell’Egitto, e che fermossi colà fino alla morte di Erode; dopo la quale, avvisato da un angelo, ritornò alla sua patria. Limitandosi il Vangelo a dirci queste poche cose intorno all’esilio della sacra famiglia, ne viene per conseguenza che non possiamo sapere con certezza le particolarità del suo viaggio in Egitto, della dimora che vi fece, e del suo ritorno in patria. Però quello che non ci dice il Vangelo, possiamo facilmente ricavarlo da congetture ed anche da antiche tradizioni; ed io, sotto la scorta di queste congetture e tradizioni, mi unisco mentalmente alla sacra famiglia che parte da Betlemme; e veggo subito il nostro Santo agitato da una penosa incertezza.

È notte oscura, bisogna affrettare il passo per allontanare Gesù Bambino dal pericolo di morte; Maria è di gracile complessione; le vie comuni sono comode, ma frequentate da gente, epperciò pericolose per Gesù; i sentieri, le vie delle montagne sono più lunghe, più incomode, ma più sicure contro le ricerche di Erode. Questi pensieri agitano il cuore di Giuseppe fin dal principio della sua partenza, ed Egli /146/ non sa a qual partito appigliarsi, qual via prendere. Però nel suo cuore risuona imperiosa la voce che gli intima di salvare Gesù, ed Egli dimentica gli incomodi, gli inconvenienti che presentano le vie più nascoste, e prende queste come più sicure per Gesù Bambino. Dove realmente sia passato, dove siasi fermato per riposare, quanti giorni abbia impiegato, per arrivare ai confini dell’Egitto, non può sapersi. Si sa però che Egli dovette fare oltre di trenta miglia, e per conseguenza non v’impiegò meno di una settimana. E per certo fu quella una settimana ben dolorosa per Lui! Dolorosa per il timore di aver cattivi incontri, e di essere raggiunto dai nemici di Gesù; dolorosa per lo strapazzo a cui vedeva esposti Gesù e Maria giorno e notte; dolorosa per vedersi nella dura impossibilità di provvedere loro un vitto, un ricovero, un viaggio conveniente.

Antiche tradizioni raccontano varie vicende particolari di questo viaggio della sacra famiglia: io mi contento di accennarne una sola, la quale vien riferita da molti scrittori sì antichi che moderni. Ed è la seguente:

Al tramontare di un giorno, trovandosi la sacra famiglia vicina ad un bosco, Giuseppe andava in cerca di un ricovero per passarvi la /147/ notte, quand’ecco che improvvisamente esce da quel bosco un assassino pronto per derubarlo. Però, alla vista di Gesù e di Maria, quell’assassino cambia il suo affronto in un atto di carità, ed invece di domandare a Giuseppe la borsa, o la vita, lo invita cortesemente ad accettare la propria capanna per ricoverarsi in quella notte. Giuseppe accettò quell’invito, e passò quella notte nella casa di quell’assassino. Al mattino seguente, nel licenziarsi da quell’ospite inaspettato, Maria gli disse: Vi ringraziamo della carità che ci avete fatto; per ora noi non possiamo ricompensarvene, però verrà un giorno in cui ve ne ricompenserà poi largamente questo Bambino che porto in braccio.

Si crede che quell’assassino sia stato quel Disma, il quale, crocifìsso con Gesù sul Calvario, si convertì prima di morire, e sentissi a dire da Gesù le consolanti parole: Di questo giorno sarai meco in Paradiso. E fu questa la bella ricompensa dell’ospitalità che avea prestato alla sacra famiglia.

La Tradizione racconta ancora varie altre vicende che capitarono alla sacra famiglia durante quel lungo e faticoso viaggio; io però ne prescindo, e con Essa entro subito nell’Egitto. E per non allontanarmi troppo da san Giuseppe, /148/ parmi che Egli, entrando sui confini dell’Egitto, abbia provato un dolce conforto sia perchè vedeva Gesù Banbino fuor di pericolo, sia perchè vedeva finito un viaggio troppo faticoso per Maria. Però non tardarono a farsi sentire nel suo cuore altre spine e dolori. L’Egitto era per Lui una terra straniera; la gente fra cui s’innoltrava era non solo incognita, ma idolatra; il piccolo fondo di danaro era stato consumato nel viaggio; eppure toccava a Lui provvedere il vitto, trovare una città per fissarvi la dimora, un alloggio per il ricovero di Gesù e di Maria. E tutto ciò Egli doveva farlo senza danaro, senza conoscenze. E per certo queste circostanze tornarono dolorose al suo cuore paterno. Però Egli non tralasciò di provvedere a tutto.

Il Vangelo non ci dice nè dove abbia fissato la sua dimora, nè per quanto tempo siasi fermalo nell’Egitto, nè il modo col quale passò il suo esilio: per conseguenza nissuna di queste cose può sapersi con certezza.

Sembra però molto verosimile che Giuseppe abbia fissato la sua dimora in una città molto popolala, detta Eliopoli. E colà, ancora oggidì, si ricorda una fontana, alla quale Maria andava attingere acqua e lavare i poveri pannilini della famiglia. Si ricorda pure un albero sotto la /149/ cui ombra andava a riposare Maria col suo Bambino.

Di più, sembra probabile che Giuseppe nell’Egitto abbia esercitato il suo mestiere di falegname come garzone in qualche bottega, e che il suo guadagno giornaliero sia stato l’unico mezzo per provvedere il vitto, il vestito, l’alloggio a sè stesso, a Maria ed a Gesù.

Riguardo al tempo per cui si fermò nell’Egitto, è certo che Egli vi si fermò finchè il Signore gli mandò l’ordine di partire: ma quanto abbia durato questo tempo, non si sa. Alcuni dicono che durò sette anni, altri cinque, altri due. Comunque sia, egli è certo che san Giuseppe dal giorno che entrò nell’Egitto cominciò a sospirare l’ora della partenza; e che durante quell’esilio Egli fu l’unico sostegno di Gesù e di Maria, e fece un atto continuo di rassegnazione alla volontà di Dio.

Finalmente la morte avea liberato il mondo dalle crudeltà di Erode; per conseguenza la sacra famiglia poteva lasciare l’Egitto, e ritornarsene in patria. E realmente ci dice il Vangelo che, morto appena Erode, comparve a Giuseppe, mentre dormiva, un angelo e gli disse: Alzali, prendi il Fanciullo e la sua Madre, e ritorna nella terra d’Israele, perchè /150/ son morti quelli che cercavano il Fanciullo a morte. A quest’annunzio, Giuseppe, pieno di santo conforto, si dispone tosto per la partenza, e quando ogni cosa trovossi in ordine, s’incamminò verso Gerusalemme in compagnia di Gesù e di Maria: Qui consurgens accepit Puerum et Matrem eius, et venit in terram Israel.

Questo secondo viaggio della sacra famiglia non fu per Giuseppe meno spinoso del primo, sia perchè Egli mancava del danaro necessario per il viaggio, sia perchè Gesù non poteva fare da sè gran tratto di via, ed era alquanto pesante sulle braccia del suo custode. Però ogni fatica era dolce al suo cuore, perchè era sostenuta per il suo caro Gesù e per Maria.

Come già nel primo viaggio, così anche in questo, non si sa con certezza nè la via per cui passò la sacra famiglia, nè il tempo che impiegò a percorrerla, nè le vicende a cui andò soggetta, ad eccezione della seguente, che ci vien raccontata dal Vangelo.

L’angelo nel dire a Giuseppe che ritornasse dall’Egitto non gli aveva determinato la città in cui dovea portarsi, ed Egli aveva deciso di ritornare a Betlemme. Però quando arrivò ai confini della Giudea, senti a dire che al posto di Erode regnava il suo figlio Archelao, e questo /151/ lo fece temere della propria determinazione, così che Egli dubitava se dovesse continuare il viaggio verso Betlemme, oppure verso un’altra città. Angustiato da quell’incertezza Egli ricorse al Signore per conoscere la sua volontà, ed il Vangelo ci dice che il Signore l’avvertì in sogno di cambiar direzione, e di portarsi nella Galilea; ed Egli realmente s’incamminò verso la Galilea Inferiore, e pertossi a Nazaret, sua patria, dove fissò la sua dimora: et admonitus in somniis secessit in partes Galilææ.

Prima di separarmi dalla sacra famiglia, che accompagnai durante il suo esilio, vi faccio osservare che il Signore, durante il medesimo, non parla che di Giuseppe. È a lui che mandò il suo angelo; a Lui che affidò Gesù e Maria: tolle Puerum et Matrem eius: a Lui che diede l’incarico di farsi loro guida e sostegno. Ed in tutto questo tempo il Vangelo non parla di Gesù e di Maria se non per dirci ciò che di essi ne fece san Giuseppe. Così che in tutto questo tempo il nostro Santo comparisce qual nobile strumento di cui il Signore volle servirsi per compiere il suo disegno riguardo al Mistero della Redenzione del mondo. Il che aumenta sempre maggiormente la sua gloria, la sua grandezza.

/152/

Riflessione morale.

Abbiamo visto che il Signore aveva detto a san Giuseppe: Vadè in JEgyptum, et esto ibi usque dum dicam libi: Va nell’Egitto, e fermati colà finchè io ti avvertirò di ripartirtene. Il medesimo Iddio nel giorno in cui ci ha creati, ha detto a ciascuno di noi ciò che disse a san Giuseppe, ci ha detto cioè: Va sulla terra, ma non dimenticarti che non vi devi stare per sempre; che essa è per te un luogo di esilio, e che io ti chiamerò al giudizio quando mi piacerà, e allora tu dovrai partire per l’eternità: esto ibi usque dum dicam libi. Giuseppe non sapeva quando il Signore l’avrebbe richiamato dall’Egitto, e noi non sappiamo quando il Signore ci richiamerà da questa terra. Sappiamo però che può richiamarci ad ogni momento, perchè ad ogni momento possiamo morire. San Giuseppe dal momento che pose il piede nell’Egitto, appunto perchè aspettava ad ogni momento l’ordine di ripartirne, stette sempre pronto alla partenza. E noi procuriamo limitarlo stando sempre preparati a partire per la nostra patria, per il Paradiso. A questo fine non attacchiamo eccessivamente il nostro cuore alle ricchezze, agli onori, alle vanità di questo /153/ mondo. Chi vive in esilio, non attacca il cuore al luogo, perchè è terra di esilio: questa terra è per noi un luogo di esilio, non attacchiamo dunque il nostro cuore a questa terra. Inoltre non dormiamo col peccato mortale sull’anima, piuttosto viviamo sempre in modo da poterci presentare ad ogni momento al tribunale di Dio per rendergli conto d’ogni cosa. In tal modo, quando al Signore piacerà di richiamarci da quest’esilio, quando cioè arriverà la morte, partiremo volentieri per l’eternità, come Giuseppe partì volentieri dall’Egitto quando il Signore lo richiamò in patria. E giacchè questo nostro gran Modello nell’andare, nella fermata e nel ritorno dall’Egitto, non ebbe con sè altro che Gesù e Maria: noi, durante il nostro pellegrinaggio su questa terra, procuriamo d’avere sempre con noi la grazia di Gesù Cristo e la divozione a Maria Santissima, e così dopo aver passato quaggiù il nostro esilio, andremo con Gesù e Maria nella patria celeste.

Fatto.

In un collegio, facendosi il mese di san Giuseppe, tre giovani studenti lo onoravano nel seguente modo: Uno digiunava ogni mercoledì; /154/ il secondo si astenne dal bere vino per tutto il mese, il terzo a pranzo non prendeva che la minestra ed una pietanza, lasciando tutto il resto; e ciò faceva in modo che nessuno s’accorse della sua mortificazione.

Queste pratiche di divozione a san Giuseppe fanno molto onore a questi studenti, e forse fanno arrossire noi perchè ci fanno riconoscere a loro molto inferiori in fatto di divozione, quantunque superiori di età. Però io non voglio che ci perdiamo d’animo: piuttosto che nella vita, che ancora ci resta da passare, procuriamo di guadagnare il tempo perduto. A questo fine raddoppiamo il nostro fervore nell’onorare, invocare il nostro Santo: e tra le altre pratiche non dimentichiamo la mortificazione della gola.

Esempio.

Il pio e dotto sacerdote D. Michele Chiantore, prevosto di Avuglione, diocesi di Torino, mi scrive la seguente relazione con facoltà di pubblicarla: relazione che ci mette sott’occhio una grazia specialissima accordata dal nostro caro san Giuseppe:

« Io vissi trent’anni in una casa che non ha mai cessato di presentare gravi pericoli di /155/ rovina, come attestarono ed attestano i periti che l’hanno visitata, ed il paese che la conosceva. Io vi abitava tranquillo perchè ne aveva affidata la custodia al santo Custode della casa di Nazaret.

Per non tentare più oltre il Signore, e non abusare degli aiuti del mio san Giuseppe, nei primi mesi del 1879 si gettarono le fondamenta di una nuova canonica. Anch’essa venne collocata sotto il patrocinio di san Giuseppe, ed in questo momento (agosto 1880) tocca il suo compimento senza che un solo dei tanti lavoranti abbia avuto una sola scalfittura. Cosa mirabile in due anni di lavoro!

« La sera del 6 aprile 1880 cadendo abbondante pioggia, io provava un’interna fortissima agitazione, durante la quale non cessai di raccomandare al mio san Giuseppe la nuova e soprattutto la vecchia casa. Alle ore 8,10 tutto come in un colpo di cannone precipita la vecchia casa, e restano solo in piedi una camera ed un camerino, ove erano tre sacerdoti. Io (non so come) restai perfettamente calmo, e potei dire ai miei cari colleghi: non temete, state tranquilli, non ci accadrà alcun male, questa casa è affidata alla custodia di san Giuseppe.

/156/ « Dieci minuti dopo io ed i due colleglhi scavalcando una finestra e passando per rottami eravamo in salvo col grido: Viva S. Giuseppe! grido che fu ripetuto da tutti gli accorsi spaventati.

« La domestica che era nella cucina, precipitò nella cantina, e sopra di lei due camere piene di mobilio. Un quarto d’ora dopo usciva dalle macerie senza alcuna lesione d’importanza nel suo corpo.

« Il sagrestano era nella parte esterna contro dei muri precipitati; anche esso, senza sapere dire il come, fu salvo.

« Cosi di cinque persone che dovevano perire in quella catastrofe, tutte furono salve. Sia amato da tutti e da tutti benedetto san Giuseppe! ».

Fin qui il prelodato prevosto di Avuglione, dal quale dobbiamo imparare due cose: 1° a mettere anche noi le nostre case e famiglie sotto la protezione di san Giuseppe; 2° a confidare grandemente nella custodia di questo gran Santo. In tal modo lo impegneremo a custodire le nostre case, come custodì in moda prodigioso quella del prevosto di Avuglione, salvando da certa morte cinque persone, che, umanamente parlando, dovevano restar cadaveri sotto le macerie della casa rovinata.

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/157/

Trattenimento XIII.

Cure di san Giuseppe nell’educazione di Gesù.

Il santo Vangelo, dopo il racconto dell’esilio della sacra famiglia, non ne parla più finchè Gesù arrivò all’età di dodici anni. Per conseguenza esso non ci ricorda nulla di quanto, per lo spazio di otto anni circa, fecero a Nazaret Giuseppe, Maria e Gesù dopo il loro ritorno dall’Egitto. Ora, egli è certo che in questo frattempo il nostro Santo diede a Gesù la prima educazione; ed io credo conveniente di parlarvene in questo trattenimento. E siccome a questo proposito tace non solo il Vangelo, ma anche la Tradizione, io sono costretto a ricorrere alle congetture per ricordarvi le cure paterne colle quali san Giuseppe diede a Gesù la prima educazione.

San Giuseppe sapeva benissimo che Gesù, appunto perchè era vero Dio, non aveva bisogno delle sue cure nè per essere buono, nè per imparare quanto si sapeva dagli uomini. Però Egli sapeva altresì che Gesù, per allora, doveva comparire come un fanciullo ordinario, e per conseguenza non si può dubitare che l’abbia educato secondo la propria condizione, e secondo /158/ le consuetudini di quei tempi. Premessa questa verità, io ritengo primieramente come certo, che san Giuseppe, giunto a Nazaret, riaprì la sua bottega da falegname, e continuò a provvedere il necessario per Gesù e per Maria colle sue fatiche.

Riguardo a Gesù, appena lo vide giunto ai sei o sette anni, cominciò ad insegnargli le cose più facili a capirsi, e più importanti a sapersi, come solevano fare i genitori riguardo ai proprii figli. Nei giorni festivi lo conduceva seco alla sinagoga, che era l’unica scuola pubblica di religione. Gesù poi approfittava dell’istruzione che gli veniva data sia da san Giuseppe, che dai ministri della religione; ed a misura che cresceva di età e di statura, cresceva anche nel progresso della scienza d’innanzi a Dio e d’innanzi agli uomini. Ed è appunto a questo progresso che fa allusione il Vangelo dove dice che Gesù proficiebat ætate et sapientia coram Beo et hominibus.

A queste cure riguardanti la coltura della mente e del cuore di Gesù, Giuseppe ne aggiunse altre riguardo al corpo di Lui. Quando cioè fu capace a fare qualche lavoro manuale gli insegnò Egli stesso a lavorare intorno al legno, gli pose in mano gli strumenti del falegname, /159/ ora insegnandogli il modo di maneggiare il legno e gli strumenti, ora facendosi aiutare nei suoi lavori, come sogliono fare i falegnami coi giovani apprendisti. E Gesù sotto la direzione di Lui imparò l’arte del falegname, e con Lui la esercitò per molti anni.

Questa cosse quantunque non la dica espressamente il Vangelo, possiamo tuttavia ritenerla come certa, perchè il Vangelo racconta che Gesù, quando si trovava all’età di trent’anni era conosciuto e chiamalo col nome di falegname, figlio del mastro Giuseppe: est faber filius fabri. Ora, se la gente riconosceva Gesù per un falegname, Egli dovette necessariamente aver esercitato quest’arte in compagnia del suo custode. Ed a questo proposito san Giustino ci assicura d’aver veduto coi propri! occhi e toccato colle sue mani dei gioghi, delle stive, e piccoli aratri che si dicevano fatti dalle mani di Giuseppe e di Gesù Cristo.

A tutte queste cure paterne di Giuseppe tanto verso l’anima che verso il corpo di Gesù, dobbiamo aggiungerne ancora un’altra speciale, che si ricava anche dal Vangelo, quantunque non vi sia accennata esplicitamente: e questa riguarda la religione.

Dovete sapere che ai tempi di san Giuseppe, /160/ presso gli Ebrei, facevansi ogni anno tre grandi solennità, dette: la prima, la festa di Pasqua, che ricordava la loro liberazione dalla schiavitù d’Egitto; la seconda, la festa di Pentecoste, in memoria della pubblicazione della legge di Dio ai piedi del monte Sinai; la terza, la festa dei Tabernacoli, in memoria del loro ingresso nella terra promessa. Queste tre solennità si celebravano dove si trovava l’arca dell’antico Testamento, e duravano otto giorni. Ai tempi di san Giuseppe l’arca si conservava nel tempio di Gerusalemme, epperciò le tre solennità di Pasqua, di Pentecoste e dei Tabernacoli facevansi in quella grande città.

Non si conoscono tutte le cose che erano prescritte per tali feste; si sa però che, in occasione delle medesime, eccettuate le donne ed i fanciulli che non contavano ancora tredici anni, gli altri erano tutti obbligati a portarsi a Gerusalemme od almeno alla sinagoga del proprio paese; e fare qualche offerta al Signore. Riguardo alle donne ed ai fanciulli minori di tredici anni, la legge mentre non prescriveva la visita al tempio di Gerusalemme, non la proibiva.

Ciò premesso, io prendo il Vangelo e vi trovo che Giuseppe, in compagnia di Maria Santissima, /161/ ogni anno da Nazaret si portava a Gerusalemme in occasione della solennità di Pasqua, per adempire alla prescrizione della legge: Et ibant parentes Eius per omnes annos in Jerusalem in die solemni Paschae.

Ora limitandosi il Vangelo a dirci che Giuseppe e Mariti ogni anno si portavano a Gerusalemme per la solennità di Pasqua, nascono naturalmente tre interrogazioni, cioè: 1° Fecero essi altrettanto riguardo alle altre due solennità di Pentecoste e dei Tabernacoli? 2° In quelle visite al tempio di Gerusalemme, conducevano anche Gesù, oppure lo lasciavano a casa? 3° Quale fu la loro offerta al Signore?

Alla prima interrogazione parmi di poter rispondere così: Il silenzio del Vangelo non prova che Giuseppe non si portasse a Gerusalemme nelle feste di Pentecoste e dei Tabernacoli, perchè esso non racconta tutto ciò che Egli fece. Piuttosto questo silenzio ci porta a Credere che Egli, in occasione delle due solennità suddette, o andava da solo a Gerusalemme, lasciando a Nazaret Gesù e Maria, oppure celebrava quelle solennità nella sinagoga di Nazaret come era concesso di fare per comodità.

Alla seconda interrogazione rispondo: È certo che, quando Gesù arrivò all’età di dodici anni, /162/ Giuseppe e Maria lo condussero con loro a Gerusalemme in occasione delle feste di Pasqua. Se poi ve l’abbiano condotto anche prima, non si sa con certezza. Però, essendo certo che in tale circostanza vi andava non solo Giuseppe, ma anche Maria, e che tra l’andata, la fermata ed il ritorno vi impiegavano quindici giorni circa, sembra molto probabile che abbiano sempre condotto con loro anche Gesù; perchè lasciarlo solo in casa non si poteva, affidarlo ad altri, non conveniva, essendo Egli un tesoro troppo prezioso da poterlo consegnare nelle mani di alcuno senza una formale disposizione di Dio. Possiamo per conseguenza ritenere che realmente l’abbiano sempre condotto con loro. Finchè non arrivò ai dodici anni, non avvenne nulla di straordinario in occasione di quella visita a Gerusalemme, e il Vangelo conserva un perfetto silenzio. All’età di dodici anni Gesù fu perduto da Giuseppe e da Maria, ed il Vangelo racconta quell’avvenimento straordinario.

Da ciò risulta che la sacra famiglia, dopo il suo ritorno dall’Egitto, ogni anno si portava da Nazaret al tempio di Gerusalemme per celebrarvi la solennità di Pasqua: Giuseppe vi andava per dovere, Maria per divozione, e Gesù per convenienza. In tal modo quei tre cuori di Gesù, /163/ di Maria e di Giuseppe, dal momento che si conobbero stettero indivisi. Intimamente uniti dal vincolo del più puro, del più santo amore, stettero uniti nei viaggi, nell’esilio, nel silenzio della casa, e nelle stesse solennità religiose.

Alla terza interrogazioni rispondo che, non essendo determinata l’offerta da farsi a Dio, e d’altronde non dicendoci il Vangelo quale fosse l’offerta della sacra famiglia, non possiamo conoscere la qualità di tale offerta. Possiamo però ritenere come certo che l’offerta veniva fatta da Giuseppe non solo per se stesso, ma anche per Maria e per Gesù; che era un’offerta di poco valore in se stessa, perchè Giuseppe era un povero artigiano, ma preziosissima agli occhi di Dio, perchè fatta con vero spirito di pietà.

Dal complesso di quanto vi dissi sinora, possiamo conchiudere che san Giuseppe a Nazaret santificava le solennità portandosi con Gesù e con Maria al tempio di Gerusalemme: santificava il sabato frequentando la sinagoga del suo paese: santificava i giorni feriali lavorando con Gesù nella sua povera bottega: santificava se stesso consecrandosi tutto all’educazione di Gesù che vedeva crescere in sapienza e bontà. In tal modo il nostro Santo adempiva con santa /164/ industria il suo ufficio riguardo a Gesù. Egli doveva tener nascosta la sua divinità, e la nascose sotto il manto dell’educazione che gli diede, avendolo educato in tutto come un fanciullo ordinario. Di più Egli rinnovò l’esempio di una famiglia veramente patriarcale, esempio che era usuale un dì presso gli Ebrei, ma rarissimo ai tempi di Giuseppe.

E noi rallegriamoci con Lui per la lunga pace che godette a Nazaret dopo le pene dell’esilio in Egitto, e con rispetto mettiamogli in capo il glorioso titolo di educatore di Gesù. Gli uomini del secolo si gloriano di aver educato i figli dei re, e dei nobili: Giuseppe può gloriarsi d’aver educato, in compagnia di Maria, il Figliuolo di Dio, il quale volle da Lui imparare a leggere e scrivere, imparare ad esser buono, ed a lavorare intorno al legno.

Riflessione morale.

Nella condotta di san Giuseppe, che vi ricordai in questo trattenimento, io trovo molte istruzioni per tutti i cristiani, e specialmente per i genitori. Fra queste ne prescelgo due sole, che sono le più importanti: una per i genitori, l’altra per tutti.

/165/ La famiglia è un sacro deposito che Iddio affidò alle cure dei genitori; deposito di cui essi dovranno rendere un rigoroso conto nel giorno del giudizio. E lo sappiano tutti i genitori che è loro stretto dovere di dare alla propria famiglia un’educazione cristiana, cioè di istruirla o farla istruire per tempo, specialmente nelle cose di religione; di procurarle un impiego secondo il suo stato e la sua vocazione; di avviarla per tempo alla pratica del bene con esortazioni, con premii, colla sorveglianza, e specialmente col loro buon esempio. È quindi loro dovere di farla pregare in casa, di tenerla ritirata, di parlarle di religione, di mandarla a scuola, di fare il bene alla sua presenza, di correggerla nelle sue mancanze, e specialmente è loro dovere farle santificare le feste; san Giuseppe usò molte cure per educare Gesù, eppure il Vangelo ce ne ricorda una sola, ci dice unicamente, cioè, che Egli lo conduceva seco a Gerusalemme in occasione della solennità di Pasqua; col che ci dice implicitamente che Egli soleva condursi seco Gesù nelle pratiche di religione. Ed io direi a tutti i genitori: Volete allevare cristianamente la vostra famiglia, imitate l’esempio di san Giuseppe; Egli conduceva seco Gesù, ancora fanciullo, alla /166/ sinagoga, a Gerusalemme; voi conducete la vostra famiglia con voi in chiesa, alle funzioni religiose, a ricevere i Sacramenti, a sentire la parola di Dio. È questo un mezzo efficacissimo per allevare la vostra famiglia secondo la volontà del Signore.

San Giuseppe santificava il sabato col frequentare la sinagoga, santificava le solennità di Pasqua, di Pentecoste e dei Tabernacoli portandosi a Gerusalemme e facendo un’offerta al Signore; santificava i giorni feriali col lavoro. E con questa sua condotta Egli ci dà a tutti una salutare lezione sul modo d’impiegare il tempo. II Signore, che ne è il padrone, l’ha diviso in giorni; di questi se ne riservò uno per settimana, gli altri sei li lasciò a nostra disposizione; ebbene, ad esempio di san Giuseppe impieghiamo il tempo secondo la volontà di Dio, cioè santifichiamo i giorni feriali lavorando secondo la nostra condizione, santifichiamo la domenica colla preghiera, con buone letture, e frequentando la chiesa, sia per sentirvi la Messa, che per assistere ai divini Uffici ed alla parola di Dio. E siccome nel corso dell’anno abbiamo anche noi varie solennità, approfittiamone come ne approfittava san Giuseppe. Egli si portava al tempio di Gerusalemme; e noi portiamoci /167/ alla chiesa per ricevere i santi Sacramenti. In tal modo santificheremo il tempo secondo la volontà di Dio, e col tempo ci santificheremo anche noi.

Fatto.

Monsignor Luquet, viaggiando per le Indie, trovossi in un bastimento, dove mancava ogni disposizione per soddisfare al precetto pasquale come portava il tempo che decorreva. Per mettere nel cuore di quei viaggiatori una buona volontà, uno dei Padri che accompagnava monsignor Luquet trattava famigliarmente con loro e specialmente coi marinai, per guadagnarsene l’affezione.

Trovandosi poi un dì con un uffiziale di marina, gli raccontò alcune delle molte cose che santa Teresa scrisse intorno a san Giuseppe, e s’accorse che quelle parole gli andarono al cuore. Nel giorno della festa di san Giuseppe quell’uffiziale si trovava vicino alla camera dove quel Padre diceva la Messa, diede uno sguardo sull’altare, senza però dar segno di volerla sentire. Tuttavia, ricordatosi in quel momento che quel Padre gli aveva raccomandato di domandare a san Giuseppe la grazia della conversione, /168/ gliela domandò, e, quel che più importa, l’ottenne, poichè di quel giorno medesimo egli si confessava per fare la Pasqua. Il suo esempio fu poscia seguito dal capitano del bastimento e da molti altri.

Da quest’avvenimento, che venne riferito da monsignor Luquet, il quale ne fu testimonio, noi dobbiamo imparare due cose: 1° a ricorrere a san Giuseppe per convertirci di cuore a Dio; 2° di raccomandare ai poveri peccatori che ricorrano a san Giuseppe per ottenere dalla sua intercessione la grazia di lasciare il peccato.

Esempio.

Nell’anno 1638 la città di Lione era stata visitata da una terribile pestilenza. Durante quello spaventevole flagello, il padre Melchiorre De Fang, dopo aver servito i colerosi per un mese, ne fu attaccato egli stesso in modo tale, che in breve si vide agli estremi di sua vita. Essendo da tre giorni in agonia, un suo confratello per ottenergli la guarigione avea fatto voto di far celebrare e servire egli stesso nove Messe in onore di san Giuseppe. In seguito a questo voto il povero moribondo cominciò a /169/ migliorare lentamente e col tempo riacquistò la sanità.

Da questa grazia straordinaria ottenuta da san Giuseppe si ricavano due verità, cioè: 1° che la santa Messa è un gran mezzo per ottenere da Dio le grazie di cui abbisogniamo; 2° che san Giuseppe gradisce molto l’ossequio che gli rendiamo facendo celebrare, e sentendo la Messa in suo onore. Per conseguenza, quando versiamo in qualche necessità, non dimentichiamoci che abbiamo nella Messa un potente conforto.

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Trattenimento XIV.

San Giuseppe perde, cerca e trova Gesù.

Dopo il ritorno della sacra famìglia dall’Egitto, il Vangelo non parla più di Gesù finchè Egli arrivò all’età di dodici anni. Quando poi toccò questa età il Vangelo ne parla diffusamente, e racconta che fu condotto a Gerusalemme in occasione della solennità di Pasqua, che disputò coi dottori della legge e diede una risposta misteriosa a Maria e a Giuseppe. In tale circostanza il nostro san Giuseppe perdette /170/ Gesù, lo cercò e lo ritrovò; ed è mia intenzione di farvi vedere che Egli lo perdette senza sua colpa, lo cercò con affannosa ansietà, e lo trovò con somma gioia. Cosi che in questo trattenimento vedremo il nostro Santo a soffrire il massimo dei dolori, ed a provare la più dolce consolazione di sua vita.

Come vi dissi nel trattenimento precedente, presso gli Ebrei i fanciulli principiavano ad essere obbligati all’osservanza delle tre solennità di Pasqua, di Pentecoste, e dei Tabernacoli quando arrivavano ai tredici anni. Il fanciullo Gesù non era certamente obbligato ad osservare questa legge, tuttavia Egli la volle osservare, ed il Vangelo ci dice che quando arrivò all’età di dodici anni compiuti, Giuseppe e Maria lo condussero con loro a Gerusalemme in occasione della solennità di Pasqua. Durante il viaggio e la dimora in Gerusalemme non avvenne niente di particolare; non fu però così quando partironsi da Gerusalemme per ritornare a Nazaret, poichè il Vangelo ci dice che partì Maria, partì Giuseppe, ma con loro non parti Gesù il quale si fermò da solo a Gerusalemme, e ciò ad insaputa di Giuseppe e di Maria: consummatisque diebus cum redirent, remansit puer Jesus in Jerusalem, et non cognoverunt /171/ parentes Eius. E notate che Giuseppe e Maria non solo partirono da Gerusalemme, non solo fecero un po’ di viaggio senza accorgersi che Gesù non era partito con loro, ma camminarono per un giorno intiero: venerunt iter diei. Quando poi arrivarono alla prima stazione, dove soleva farsi una fermate per refiziarsi e prendere un po’ di riposo, e dove dovevano trovarsi tutti i compagni di viaggio, Giuseppe e Maria cercarono del loro Gesù, e fu allora che s’accorsero che Esso non era con loro, e che lo aveano smarrito.

Ma come andò, voi forse mi domandate, che Giuseppe partì da Gerusalemme, camminò per un giorno senza avere Gesù con se, e senza pensare che l’avea perduto? In ciò non avvi forse un po’ di negligenza, di trascuratezza, di colpa per parte di Lui?

Rispondo: Giuseppe sia nel partire da Gerusalemme, sia nel camminare per un giorno senza avere Gesù con sè, non fu per nulla colpevole, epperciò se perdette Gesù, lo perdette innocentemente. E se volete conoscere la sua innocenza in tutto ciò, sentite. A quei tempi gli Ebrei nei lunghi viaggi solevano camminare donne con donne, figlie con figlie, uomini con uomini, figli con figli. I figli poi ancora giovani /172/ solevano anche camminare ora col padre, ora colla madre, ed ora con congiunti. Ora, tale essendo l’usanza di quei tempi, Giuseppe quando partì da Gerusalemme non avendo Gesù con sè dovette dire: Egli sarà con Maria, oppure con altri giovani. Maria egualmente, non vedendosi Gesù al fianco, dovette dire: Egli sarà con Giuseppe o con altri fanciulli. E siccome Giuseppe e Maria non erano partiti nè camminavano insieme, nè l’uno, nè l’altra s’accorsero dell’assenza di Gesù, ma non furono per nulla colpevoli. E notate che questa non è una semplice congettura, ma un fatto innegabile che ci vien ricordato dal Vangelo, il quale, parlando del modo con cui Giuseppe e Maria partirono da Gerusalemme e camminarono per un giorno senza accorgersi che Gesù non era con loro, dice appunto che essi si credevano che fosse in compagnia di altri: existimantes Illum esse in comitatu. Per conseguenza noi dobbiamo ritenere per certo che il nostro san Giuseppe fu innocentissimo nel perdere il suo caro Gesù.

Ma se Egli fu innocente nel perdere Gesù, non fu indifferente quando s’accorse d’averlo perduto. E qui io ritorno col pensiero alla prima stazione dove fermaronsi Maria e Giuseppe ritornando da Gerusalemme. E là parmi /173/ di vedere ad arrivare per la prima Maria con altre donne, dà uno sguardo e non vede nè Giuseppe nè Gesù. S’adagia per prendere riposo, ed intanto arriva Giuseppe con altri uomini, vede Maria ma non vede Gesù. Sarà con altri fanciulli, e presto arriverà; ecco quel che dicono Giuseppe e Maria.

Arrivano fanciulli, ma Gesù non è con loro. Allora i loro cuori cominciano a tremare; ne domandano notizie ai congiunti, ai conoscenti, e nissuno sa darne alcuna: requirebant Eum inter cognatos et notos, et non invenernnt. Il perchè non tardò a penetrare nei loro cuori la persuasione che Gesù erasi smarrito, e con tale persuasione penetrò altresì nel cuore di Giuseppe un affanno, una pena, un dolore che nissuno mai arriverà a comprendere. Parmi di vederlo e sentirlo adire dentro di sè: Ma Gesù non c’è; l’ho perduto, ed io ne sono il custode, Iddio l’ha depositato nelle mie mani, io sono responsabile di Lui; e l’ho perduto, e forse noi troverò più, non vedrò più la sua faccia; ma che io abbia commesso qualche mancanza, che abbia demeritato la sua compagnia! E questi pensieri oh, quali strette dànno al suo cuore! Egli che tanto amava Gesù, vedersi privo di Lui, e temere d’averlo perduto per sempre!

/174/ Oh! per certo il suo cuore in questa circostanza soffri quanto può soffrire un cuore umano. Avea già sofferto molto quel suo cuore quando vide Gesù cercato a morte dal re Erode, e dovette fuggire in Egitto; ma soffri molto di più quando s’accorse d’averlo perduto; perchè fuggendo nell’Egitto aveva Gesù con sè: e qui Gesù è smarrito. E quasi non bastasse ancora la perdita di Gesù, il doloroso strazio del suo cuore viene ancora aumentato dalla desolazione in cui vede immersa la sua cara Maria. Che momento straziante pel nostro caro san Giuseppe fu mai quello in cui s’accorse di aver perduto il suo Gesù!

Ma almeno la sua desolazione sarà durata poco? Eh tutt’altro! essa durò tre giorni; e sentite come andò la cosa.

Quando Giuseppe s’accorse che Gesù erasi smarrito, a dispetto della stanchezza e della notte, in compagnia di Maria Santissima ritornò subito indietro, rifacendo il viaggio del giorno precedente: regressi sunt in Jerusalem. In quel viaggio ogni passo lo lusinga colla speranza d’incontrare Gesù; ogni persona che incontra lo lusinga colla speranza di sentirne qualche notizia, ma egli è sempre deluso; Gesù non compare, non risponde alla voce che lo chiama /175/ per nome, nissuno sa darne notizia. Giuseppe vorrebbe consolare Maria, ma il dolore gli tronca la parola sul labbro. Intanto Egli rientra già in Gerusalemme, e di Gesù non sa ancora nulla. Gira per le vie di quella città, entra negli alberghi, nelle case dei conoscenti, ovunque cerca e domanda del suo Gesù, e nissuno sa dargliene notizie. Sono oramai tre gorni dacchè lo ha perduto; il suo cuore oramai non può più reggere alla piena del dolore, dell’affanno, e Gesù non compare. Povero il nostro Santo! Chi potrà comprendere quanto abbia sofferto in quei tre giorni? Eh! nissuno, Maria eccettuata. E Maria volle tramandare ai posteri lo strazio del cuore di Giuseppe e del suo in quella circostanza; però lo tramandò con una sola parola: dolentes quaerebamus: lo e Giuseppe dolenti abbiam cercato Gesù per tre giorni. E noi contentiamoci di dire che il cuore di Giuseppe soffri motto di più di quanto cel possiamo immaginare.

Finalmente Giuseppe e Maria, perduta ormai là speranza di ritrovare il loro Gesù, entrano nel tempio per consolarsi nell’adorazione e nella preghiera. Era l’ora in cui gli anziani del popolo si radunavano nella sala unita al tempio per leggere e commentare la sacra Scrittura. Giuseppe e Maria entrano anch’essi in quella /176/ sala, ed ecco che si presenta loro uno spettacolo il più consolante. Veggono molti dottori della legge disposti in circolo, ed in mezzo a loro veggono il loro Gesù, il quale faceva interrogazioni ai dottori, rispondeva a quelle che da loro gli venivano fatte; e dimostrava tanta sapienza sia nell’interrogare che nel rispondere, che ne erano tutti meravigliati: post triduum invenerunt Illum in tempio sedentem in medio doctorum. A tal vista il cuore di Giuseppe depose ogni affanno, ogni dolore, e si riempi della più dolce consolazione, perchè Egli non solo rivide di nuovo il suo Gesù, ma lo vide fatto oggetto d’ammirazione ai medesimi dottori della legge. Così che se avea perduto Gesù sconosciuto dal mondo, lo ritrovò raggiante della sua divinità agli occhi dei sapienti d’allora, epperciò riconosciuto almeno in parte per quello che era realmente. Ed il Vangelo che ci ricordò il dolore di Lui nella perdita e ricerca di Gesù, volle pure ricordarci la sua consolante ammirazione nell’atto che lo ritrovò: et videntes admirati sunt. Il che prova che quel momento fu il più felice di tutta la sua vita.

Passati i primi momenti di emozione e di gioia, Maria prese Essa la parola, e rivolta a Gesù: Figlio, gli disse, perchè hai fatto così /177/ con noi? Io e tuo padre ti abbiam cercato pieni di affanno: Fili, quid fecisti nobis sic? Ego et pater tuus dolentes quærebamus te.

Queste parole di Maria domandavano una risposta per parte di Gesù; e Gesù realmente Le rispose: Ma perchè mi cercavate? Non lo sapevate che io devo trovarmi quando si tratta della gloria del mio Eterno Padre? Il Vangelo ci dice che Maria e Giuseppe non intesero il significato di queste parole del loro Gesù; però non gli domandarono alcuna spiegazione, piuttosto sel presero tosto con loro, e ritornarono a Nazaret: descendit cum illis et venit Nazareth.

Riflessione morale.

Il cuore di san Giuseppe, che soffri il massimo dei dolori in occasione della perdita, di Gesù, ci dà due lezioni eccellenti. La prima la dà ai genitori, ed è che essi, fra i tanti dispiaceri che devono provare per causa della famiglia, devono sentirne uno più vivamente d’ogni altro. E questo lo devono provare quando vengono a sapere che un figlio, una figlia hanno commesso qualche peccato mortale; perchè in tal caso essi perdono quel figlio, quella figlia d’innanzi a Dio, e sono in pericolo di perderli /178/ per tutta l’eternità. Sta bene che i genitori piangano sulle disgrazie della famiglia, qualunque queste sieno, ma siccome la massima disgrazia capita loro quando peccano mortalmente, più d’ogni altra disgrazia essi devono piangere il peccato mortale nella propria famiglia.

La seconda lezione il cuore afflitto di S. Giuseppe la dà al povero peccatore. La fede ci dice che, peccando mortalmente, noi perdiamo la grazia di Gesù Cristo; costringiamo questo nostro buon Redentore a partirsi dal nostro cuore per lasciarne il posto al demonio. E siccome san Giuseppe provò il massimo dispiacere quando perdette il suo Gesù; così il peccatore deve provare il medesimo dispiacere quando perde il medesimo Gesù peccando mortalmente. Di più, Giuseppe appena s’accorse d’aver perduto Gesù, si diede tosto a ricercarlo, e lo trovò nel tempio, dove provò un conforto straordinario. E così deve fare anche il peccatore, Esso non deve dormire sul suo peccato, piuttosto deve tosto ricorrere al Sacramento della Penitenza, dove unicamente può riacquistare la grazia perduta, e provare la dolce consolazione che prova il cuore del peccatore quando ritorna a Dio colla penitenza.

/179/

Fatto.

Un fanciullo che desideravi di onorare S. Giuseppe, e non aveva gran voglia di pregare» per conseguire il suo fine aveva preso questa risoluzione:

« Io non so pregar bene san Giuseppe, epperciò procurerò di onorarlo in altro modo. Ho del danaro nella borsa e gli prometto di fare una limosina ai poveri tutti i giorni nel tempo della passeggiata, durante il mese di marzo, sperando che Egli rimarrà contento di me, giacchè amò la povertà, e prediligerà chi soccorre i poveri per amor suo. Farò dunque questo a gloria ed onor suo ».

Dall’industria di questo buon fanciullo dobbiamo imparare che, per avere nel cuore la vera divozione a san Giuseppe, dobbiamo praticare qualche cosa d’esterno in suo nore. Quel fanciullo, non sapendo pregar bene, non disse già: dunque non farò nulla, ma disse: farò una limosina; e noi se non abbiamo voglia di questa o quella pratica, dobbiamo cercarne una che ci vada a genio, ma una ci vuole. Prendiamone adunque qualcheduna, e poi mettiamola in pratica con assiduità e diligenza.

/180/

Esempio.

Nella chiesa di San’Agostino di Fano, all’altare di san Giuseppe, vi è un dipinto ad olio che ricorda la seguente guarigione ottenuta per mezzo di san Giuseppe.

Un giovane negoziante di Pesaro, ai 14 di marzo 1858, trovandosi in un albergo di Fano, cadde in gravissima malattia la quale lo rese quasi immobile in tutta la persona. Il sacerdote che fu chiamato per assisterlo, mosso a compassione verso quell’infelice, lo raccomandò alle preghiere dei Confratelli del Culto perpetuo di san Giuseppe, ed ogni volta che lo visitava recitava vicino al suo letto le sette allegrezze ed i sette dolori di san Giuseppe. Intanto arrivò il 19 marzo, festa di san Giuseppe, in cui si faceva la processione in onore di questo Santo. Questa passò sotto le finestre del nostro povero ammalato, il quale, mentre passava la statua di san Giuseppe, fu visto ad allargare le braccia e sbadigliò quasi si svegliasse da un profondo sonno, balbettando alcune parole che non furono intese. Una mezz’ora dopo egli lasciava il letto, ed era perfettamente guarito.

Interrogato come fosse andato che era guarito /181/ sì improvvisamente, rispose: Mentre passava la processione ho visto san Giuseppe colla mente, il quale mi disse: Son venuto a restituirti la sanità. In seguito san Giuseppe ordinò a questo giovane negoziante di ritirarsi in un convento a fare penitenza, ed egli realmente entrò nel convento dei Cappuccini di Fermo, e vi mori dopo un anno circa di vita penitente.

Questa grazia straordinaria deve animarci a confidare sempre più in san Giuseppe, ed anche ad assecondare le inspirazioni che Egli ci manda per allontanarci dal peccato, e farci percorrere la via della virtù.

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Trattenimento XV.

Vita nascosta di san Giuseppe.

La vita di san Giuseppe può dirsi una vita tutta nascosta, perchè il Vangelo ci ricorda pochissime cose di Lui, e la Tradizione non ne aggiunge che poche altrre, e queste unicamente con probabilità. Però se è vero che tutta la vita di questo Santo può dirsi nascosta, è vero altresì che assai più della precedente fu /182/ nascosta quella che passò dal ritorno di Gerusalemme fino alla morte, poichè in questo intervallo di tempo, che durò circa 18 anni, il Vangelo ci dice una cosa sola di Lui, e la Tradizione non ci dice nulla affatto. Per questo motivo io chiamo nascosta in modo speciale la vita di san Giuseppe durante questo tempo. Ed è appunto di questo tratto di sua vita, di cui intendo parlarvi in questo trattenimento. E per alzare alquanto il velo del silenzio sotto cui fu lasciala nascosta, comincierò accennarvi la cosa che di Lui ci dice il Vangelo, e poi argomenterò il resto della sua condotta ricorrendo a ragionale congetture.

Il santo Vangelo dopo aver raccontato che Giuseppe, ritrovato che ebbe Gesù nel tempio di Gerusalemme, con Lui ritornò a Nazaret, ci dice ancora una cosa del nostro Santo, e questa è l’ultima. Sentitela: Erat subdilus illis: Gesù era soggetto, ubbidiva a Giuseppe. E siccome il Vangelo non limita quest’ubbidienza di Gesù ad alcun tempo determinato, ne viene per conseguenza che essa durò fino alla morte di san Giuseppe. Questo vuol dire che, per tutto quel tratto di tempo, Giuseppe dava ordini, comandava, come sogliono comandare presso di noi i capi di famiglia, e Gesù faceva tutto /183/ quello che da Giuseppe gli veniva comandato. Per certo Giuseppe non osava dire a Gesù: fa questo, fa quello, vieni qui, va là, lascia questo, fa quello; e per quanto stava da Lui non avrebbe mai comandato cosa alcuna a Gesù, che riconosceva per vero Figliuolo di Dio: ma Gesù colla sua sapienza infinita combinava le cose in modo che Giuseppe si vedeva costretto a comandare, ed Egli ubbidiva prontamente. E con tale ubbidienza Egli onorò grandemente il nostro caro san Giuseppe. I sacri Interpreti, commentando il passo del Vangelo che dice: Factus obediens usqiie ad mortem: Gesù ubbidì al suo Eterno Padre fino alla morte, osservano che Gesù Cristo con quell’ubbidienza diede al suo Eterno Padre una gloria degna della sua Maestà infinita, e che sarebbe bastata per redimere il mondo. Ora se un solo atto di ubbidienza di Gesù al suo Eterno Padre lo glorificò in modo degno della sua Maestà infinita, qual onore, qual gloria non è per san Giuseppe aver avuto il medesimo Gesù ubbidiente ai suoi comandi, e ciò non una o due volte, ma più volte ogni giorno e per lo spazio di molti anni? La docilità, l’ubbidienza di un figlio qualunque onora sempre il padre che comanda: questo onore cresce col crescere dell’età e della dignità /184/ del figlio. Quale onore adunque per il nostro san Giuseppe, che ebbe ubbidiente, docile ai suoi comandi il medesimo Figliuolo di Dio fatto uomo, e lo ebbe tale fino all’età di 30 anni? La è questa certamente per Lui una gloria sublimissima, gloria di cui, Maria SS. eccettuata, nissun altro può vantarsene, perchè nissuno dei mortali può dire ciò che gli mette in bocca il Vangelo, cioè: A me fu soggetto, ubbidiente, docile come figlio il medesimo Figliuolo di Dio fatto uomo, Gesù Cristo.

Da ciò si vede che il santo Vangelo chiude il racconto della vita di san Giuseppe in un modo molto glorioso per Lui. E noi che, guidati dal Vangelo, abbiamo precedentemente inserito nell’aureola del nostro Santo i titoli di sposo di Maria, custode, vice-padre di Gesù, capo della sacra famiglia, titoli che lo esaltano grandemente, col medesimo Vangelo in mano aggiungiamo ancora che Egli fu ubbidito da Gesù Cristo.

Riguardo al resto che avrà fatto san Giuseppe tra il ritorno da Gerusalemme e la sua morte, tacendo il Vangelo e la Tradizione, non possiamo saperlo con certezza, tuttavia io credo di non errare congetturando quanto segue intorno alla sua condotta.

/185/ E 1° parmi essere certo che Egli abbia continuato ad esercitare fino alla morte il suo mestiere di falegname, e che con Lui abbia lavorato anche Gesù. E veramente il Vangelo ci dice che gli abitanti di Nazaret chiamavano Giuseppe col nome di falegname, e Gesù col nome di figlio del falegname e falegname Egli stesso: Nonne hic est faber fllius fabri? E siccome parlavano così quando Gesù avea già più di 30 anni, noi dobbiamo supporre che Giuseppe abbia realmente esercitato questo mestiere per tutta la sua vita, e che con Lui Labbia esercitato anche Gesù Cristo. Per conseguenza se vogliamo conoscere il suo tenor di vita dopo il ritorno da Gerusalemme, dobbiamo immaginarci di vederlo o ritirato nella sua bottega, o nelle case dove era chiamato, e là tutto occupato nel lavoro da mattino a sera, ed accanto a Lui Gesù che lo aiuta, che lavora con Lui e da Lui prende gli ordini e le regole del suo lavoro. Che bella fortuna per il nostro Santo! lavorare con Gesù, insegnare al Figliuolo di Dio il mestiere del falegname! vedere a maneggiare la sega, lo scalpello da quelle mani che avevano fabbricato il cielo e la terra! E tutto ciò lo vide Egli per 18 anni circa. Lui avventurato!

/186/ 2° Egli è certo, anzi di fede, che in questi anni san Giuseppe continuò a vivere con Maria sua sposa come avea vissuto precedentemente, cioè come un fratello convive con una sorella, come un angelo convive con un altro angelo. Prima di sposarsi avevano essi fatto voto di perpetua verginità, e quel voto l’hanno osservato scrupolosamente per tutta la loro vita, così che Maria fu vergine prima del parlo, nel parto e dopo il parto: questo è di fede; san Giuseppe si tiene per vergine prima dello sposalizio con Maria e fu certamente vergine riguardo a Maria dal giorno che la sposò sino alla morte.

Per conseguenza quando il Vangelo ci parla di alcuni fratelli di Gesù, non erano essi altri figli di Maria, Essa non ebbe altro figlio che Gesù: piuttosto erano figli di fratelli o di sorelle di Giuseppe, ovvero anche di Maria, epperciò cugini germani di Gesù, i quali presso gli Ebrei solevansi chiamare col nome di fratelli.

3° Finalmente parmi di vedere san Giuseppe a crescere sempre più nella santità dal giorno che ritornò a Nazaret fino alla morte. E questo io lo tengo per certo. E sentile se non ho ragione. Egli è un fatto innegabile che il buon esempio esercita una salutare influenza su chi /187/ lo vede, e che certe volte basta la compagnia di un santo per ispingere all’acquisto della virtù anche i meno buoni. E se tale è la potenza del buon esempio sopra una persona qualunque, chi potrà comprendere la santità a cui sarà arrivato san Giuseppe prima di morire? Voi lo sapete, aveva Egli ricevuto molti privilegi dal Signore, avea un’anima bella, un cuor retto: buono fin dalla prima fanciullezza, all’età di 30 anni possedeva già tutte le virtù e le possedeva tutte con perfezione, ed un’anima sì bella, un cuor sì retto quanto si sarà avanzato nella perfezione e nella santità stando con Gesù e con Maria per ben 30 anni? Ci dice il Vangelo che il Battista fu santificato al primo istante della presenza di Gesù e di Maria nella casa di Elisabetta: e se così avvenne del Battista alla semplice presenza di Gesù e di Maria, che sarà avvenuto del nostro caro san Giuseppe, il quale passò con Loro tanti anni? Oh certo la santità di Gesù e di Maria esercitarono nel cuore di Giuseppe tutta la forza che può esercitare il buon esempio sul cuore dell’uomo: ma Gesù e Maria furono il tipo della santità, ed il cuore di Giuseppe fu tutto propenso per la virtù, dunque noi dobbiamo conchiudere che Egli arrivò al primo grado della santità dopo Maria SS.

/188/ Per conseguenza se vogliamo formarci una giusta idea del modo col quale san Giuseppe passava i suoi giorni dopo il ritorno da Gerusalemme, non dobbiamo contentarci di contemplarlo tutto occupato nel lavoro, ma dobbiamo inoltre penetrare nella sua mente, nel suo cuore, esaminarne i pensieri, gli affetti, che furono altrettanti atti di virtù. Lavorava col corpo, ma coll’anima era tutto fuori di questo mondo, era in Paradiso, di cui aveva l’anticipazione nella compagnia di Gesù e di Maria. Una pianta che si trova in buon terreno ed è ben coltivata, cresce continuamente e porta frutti abbondanti: san Giuseppe fu simile a questa pianta: privilegiato da Dio, assecondò le grazie del Signore e crebbe continuamente nella santità finchè piacque al Signore di chiamarlo alla gloria eterna del Paradiso.

Ed eccovi alzato alquanto il velo, sotto cui il Vangelo e la Tradizione tennero nascosta la vita che san Giuseppe passò a Nazaret dal giorno che ritornò da Gerusalemme fino al giorno in cui morì. E giacchè il Vangelo chiuse il racconto della sua vita dicendoci che Gesù gli era ubbidiente, io chiudo il racconto delle vicende della medesima mettendogli in capo una corona di santità simile a quella di Maria, santità che /189/ lo solleva sopra tutti gli altri santi, eccettuata Maria che ne è la regina di tutti.

Riflessione morale.

A sollevare san Giuseppe alla straordinaria santità a cui arrivò vi concorsero il Signore, san Giuseppe stesso e Gesù e Maria. Il Signore vi concorse coi privilegi che gli concesse e colle grazie particolari di cui lo arricchì; san Giuseppe vi concorse colla sua perfetta corrispondenza ai privilegi ed alle grazie speciali del Signore; Gesù e Maria vi concorsero col loro buon esempio, in cui san Giuseppe si specchiò per circa 30 anni. E son questi altresì i mezzi di cui dobbiamo servirci per santificarci anche noi. Sia pure che il Signore non ci abbia concesso i privilegi e le grazie speciali che concesse a san Giuseppe, è però certo che Egli ci concede le grazie ordinarie, gli aiuti sufficienti per santificarci nello stato in cui ci troviamo: dunque per parte di Dio non ci manca il necessario per arrivare ad una santità inferiore bensì a quella di san Giuseppe, ma che è tuttavia vera santità. Riguardo all’esempio di Gesù e di Maria è vero che noi non abbiamo la fortuna di specchiatici dentro come vi si specchiò /190/ san Giuseppe per più anni, però Gesù è anche con noi ed è anche con noi Maria SS. Gesù è con noi nel Sacramento dell’eucaristia, ed anche per mezzo delle immagini: Maria è con noi per mezzo di un numero sterminato di statue e di immagini, e siccome noi possiamo sapere ciò che hanno fatto Gesù e Maria per mezzo del Vangelo e di altri buoni libri, anche noi possiamo specchiarci nel loro buon esempio e ricopiarne la condotta almeno in qualche modo. San Giuseppe ricopiò questi due modelli di santità con grande perfezione, noi possiamo ricopiarli almeno in modo da non essere da loro troppo difformi. Il terzo mezzo poi, cioè la corrispondenza alle grazie del Signore, è a nostra disposizione, dipende da noi, così che se riguardo agli altri due mezzi siamo in condizione inferiore a quella di san Giuseppe, riguardo a questo ci troviamo nella medesima condizione di Lui. Procuriamo adunque di servirci di questo mezzo come se ne servì san Giuseppe, cioè di corrispondere alle grazie del Signore. Di più, specchiamoci sovente nell’esempio di Gesù e di Maria, ed in tal modo faremo anche noi ogni giorno un passo sulla via della santità, ed arriveremo ad una perfezione, la quale ci avvicinerà tanto più al nostro /191/ caro san Giuseppe quanto più sarà ricca di virtù.

Fatto.

Giovanni Grange, fratello coadiutore della Compagnia di Gesù, in onore di san Giuseppe soleva fare le seguenti due cose, cioè: 1° ogni giorno recitava le sue Litanie ed alcune altre preghiere; 2° si faceva un impegno speciale per imitarlo nel silenzio e nel raccoglimento. Per questo motivo, quantunque potesse farsi coadiuvare in cucina, preferiva tuttavia di far tutto da se solo, per evitare ogni pericolo di rompere il silenzio, o di divagarsi. In punto di morte ebbe poi la fortuna di vedersi san Giuseppe vicino al letto.

Procuriamo anche noi di onorare ogni giorno san Giuseppe con qualche pratica di pietà e col lavoro che facciamo. A questo fine, mentre lavoriamo, pensiamo alla presenza di Dio e indirizziamo le nostre fatiche a suo onore e gloria come faceva san Giuseppe nella sua bottega ed il suo divoto Giovanni Grange.

Esempio.

Una giovane monaca scrisse al padre Barry la seguente relazione riguardante se stessa: /192/

« Da molto tempo io non poteva fare la medilazione senza sentirmi oppressa dalle più stravaganti e noiose distrazioni che mi affliggevano al sommo. Un giorno mentre mi trovava ricolma di tristezza per questo motivo e mi lamentava col Signore di questa miseria, sentii una voce interna che mi esortava a raccomandarmi a san Giuseppe. Corrisposi a quest’impulso della grazia, e feci tosto ricorso a questo Santo con grande fiducia. In seguito non solo rimasi libera dalle distrazioni, ma in poco tempo giunsi all’orazione di quiete. (È un riposo dell’anima nel gustare qualche verità).

« Ho poi fatto un’esperienza meravigliosa ed è che io non posso meditare la vita, le virtù e le perfezioni di san Giuseppe se non nel modo che si contemplano i più sublimi misteri. Non saprei numerare tutte le grazie che ho ricevuto da questo gran Santo. Se voglio alzarmi prima del solito, lo prego di sveglarmi, ed in realtà mi sveglio all’ora fissata: se lo supplico a liberarmi dai molesti e cattivi fantasmi in tempo di notte, ecco che tutto ottengo con grande facilità da questo gran Patriarca, il quale ha purificato i miei pensieri di giorno e di notte ».

/193/ Imitiamo questa pia monaca per imparare anche noi, per mezzo di san Giuseppe, a pregar bene, a fare un poco di meditazione, che è tanto utile e necessaria all’anima nostra, e per tener lontano dalla nostra mente tutti i pensieri, le immaginazioni che dispiacciono al nostro Dio.

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Trattenimento XVI.

Silenzio di san Giuseppe e sue relazioni cogli angeli.

Le disposizioni della divina Provvidenza variano col variare dei tempi, dei luoghi e delle persone. Di più, queste disposizioni altre sono ordinarie ed altre straordinarie secondo che si verificano riguardo a tutti o solo riguardo ad alcuno in particolare. Di regola ordinaria tanto le prime che le seconde sono per noi imperscrutabili e misteriose, ed è nostro dovere adorarle, rispettarle, ammirarle senza cercarne il motivo. Di queste disposizioni della divina Provvidenza ne abbiamo alcune straordinarie, le quali riguardano san Giuseppe. E siccome, per non interrompere il racconto delle vicende di /194/ sua vita, finora le passai sotto silenzio, ora che mi trovo al fine della medesima, credo conveniente accennarvene alcune, le quali ci portano ad ammirare e conoscere sempre maggiormente il nostro caro san Giuseppe, in questo trattenimento ve ne accennerò due, che sono: 1° il suo silenzio assoluto; 2° le relazioni che ebbe cogli angeli; e da queste due disposizioni della Provvidenza riguardo a Lui ricaveremo salutari lezioni per noi.

Di regola ordinaria il Vangelo quando parla di qualche persona, le mette in bocca o domande, o risposte, o sentenze, le mette in bocca alcune parole. Per esempio, parlando il Vangelo di Maria SS., la fa parlare per sette volte e ci racconta le parole da Lei pronunziate. Parlando dei genitori del Battista, di Zaccaria cioè e di Elisabetta, ci racconta quello che dissero quando fu loro annunziata e quando avvenne la nascita di quel loro figlio. E così è pure di cento altri di cui parla il Vangelo: è difficile trovare che parli di alcuno in particolare senza ricordarci le parole dette da Lui nella circostanza di cui si fa menzione. Cosi che possiam dire essere una disposizione ordinaria della divina Provvidenza di far parlare le persone di cui volle si facesse menzione, nel santo Vangelo.

/195/ Però la divina Provvidenza volle fare un’eccezione riguardo a san Giuseppe. Di questo Santo ci dice che un angelo gli aveva ordinato di continuare a stare con Maria, da cui voleva allontanarsi; gli aveva ordinato di partire immediatamente per l’Egitto con Gesù Bambino e con Maria quando Erode cercava Gesù a morte, e poi ancora di ritornare dall’Egitto dopo la morte di Erode, e di portarsi a Nazaret piuttosto che a Gerusalemme, verso cui erasi già incamminato. Nel raccontarci questi ordini dati a san Giuseppe dall’angelo, il Vangelo dice esplicitamente che Egli li eseguì puntualmente e prontamente, che cioè continuò a stare con Maria, partì per l’Egitto, vi si fermò, ritornò a Nazaret; ma non ci dice che Egli abbia parlato. Medesimamente il Vangelo ce lo rappresenta nell’atto che perde Gesù, che lo cerca e lo trova, e gli comanda; ma non ci ricorda neppure una parola che Egli abbia detto. In queste circostanze, se non sempre, almeno alcune volte Egli parlò certamente, ma non si sa ciò che abbia detto, così che Egli può chiamarsi l’uomo del silenzio. Ed in ciò abbiamo una disposizione speciale della divina nrovvidenza riguardo al nostro Santo, disposizione che lo fa comparire per un uomo silenzioso /196/ e nel medesimo tempo ci rivela varie sue virtù.

La prima di queste è la virtù del silenzio, che consiste nel non parlare senza necessità, nè prima di aver pesato quello che si dice sulle bilance della prudenza e della carità verso Dio e verso il prossimo.

La seconda è la virtù della fedeltà agli ordini di Dio. Il Signore avea affidato al nostro Santo il segreto del Mistero dell’Incarnazione, una sua parola poteva compromettere quel segreto, ed Egli allontanò questo pericolo col silenzio.

La terza è la sua ubbidienza cieca alla volontà di Dio, unita ad una fede la più viva. Domandare una spiegazione, fare un’osservazione intorno agli ordini dell’angelo poteva far dubitare della sua perfetta sottomissione alla volontà di Dio, o della sua fede nella parola di Lui, ed Egli tolse persin l’ombra di questo dubbio col suo silenzio nell’eseguire gli ordini dell’angelo.

La quarta è la virtù dell’umiltà. Una parola di risposta all’angelo, oppure a Maria, od a Gesù nelle circostanze di cui fa menzione il Vangelo, poteva manifestare le relazioni che Egli aveva con Dio, con Gesù e con Maria, /197/ epperciò esaltarlo agii occhi degli uomini, ed Egli che non bramava altra stima che quella di Dio, coprì tutto se stesso sotto il velo del silenzio.

La seconda disposizione speciale della divina Provvidenza riguardo a san Giuseppe consiste nel modo col quale il Signore glii volle manifestare la propria volontà.

Giuseppe per umiltà voleva allontanarsi da Maria, che riconosceva madre di Dio: il Signore invece voleva che le fosse compagno per tutta la vita.

Giuseppe, dopo la Presentazione di Gesù al tempio, si disponeva per far ritorno a Nazaret; il Signore invece voleva che fuggisse nell’Egitto. Giuseppe, ritornando dall’Egitto, pensava di portarsi a Gerusalemme; il Signore invece voleva che si ritirasse a Nazaret. Ora, di qual mezzo volle servirsi il Signore per manifestare al nostro Santo la propria volontà nelle suddette circostanze? Rispondo: Si servì sempre dello stesso mezzo e nello stesso modo, cioè gli mandò sempre un angelo e glielo mandò sempre nel sonno, mentre dormiva: In somniis appartiti ei angelus.

E qui abbiamo di nuovo una particolarità della divina Provvidenza riguardo a san Giuseppe. /198/ E questa consiste nella circostanza del sonno, durante il quale gli parlò l’angelo del Signore. Perchè se è vero che Iddio nell’antico Testamento soleva comunicare esternamente i suoi ordini per mezzo degli angeli, è vero altresì che, di regola ordinaria, gli angeli comparivano nella sveglia: a san Giuseppe invece l’angelo comparve sempre mentre dormiva, ed il Vangelo fa sempre cenno di questa circostanza dicendoci per ben quattro volte che l’angelo gli comparve nel sonno: In somniis apparuit ei. Ed è qui appunto dove io trovo una disposizione particolare della divina Provvidenza riguardo a san Giuseppe. E con questa disposizione il Signore volle mettere alla prova l’adesione del nostro Santo alla propria volontà. Quando un angelo comparisce nella sveglia e dà un ordine per parte di Dio, non avvi più motivo ragionevole per far resistenza all’ordine ricevuto. Invece quando un angelo comparisce nel sonno avvi motivo a dubitare di un inganno, di una illusione, si può confondere l’apparizione con un sogno, epperciò si può ragionevolmente esitare nell’eseguire l’ordine ricevuto. Però san Giuseppe superò tutti questi ostacoli ed esegui con prontezza ammirabile gli ordini dell’angelo quantunque li avesse /199/ sempre ricevuti mentre dormiva. Per conseguenza questa disposizione speciale di Dio riguardo a san Giuseppe ci manifesta la di Lui perfetta sottomissione alla volontà del Signore.

Ed eccovi accennale le due prime disposizioni speciali della divina Provvidenza riguardo al nostro Santo: non permise che venisse a nostra cognizione neppure una sua parola, gli comunicò i suoi ordini sempre mentre dormiva.

Riflessione morale.

Dal fatto che il Vangelo non ci ricorda alcuna parola di san Giuseppe non si deve arguire che Egli non abbia mai parlato; piuttosto che Egli seppe tacere a tempo e luogo. E noi impariamo da Lui ad osservare il silenzio ogni volta che questo è doveroso o conveniente. Per quando una persona ci fa una confidenza, oppure veniamo a conoscere un difetto, una mancanza segreta del nostro prossimo, o ci sentiamo sorpresi da un impeto di collera, od abbiamo fatto qualche opera che ci fa sovrastare agli altri: in tutti questi casi il silenzio è doveroso, è nostro dovere cioè non rivelare nè il segreto, nè i difetti, le mancanze occulte del prossimo: è nostro dovere tacere quando parlando ci /200/ mettiamo si pericolo di offendere Iddio o il prossimo con bestemmie, con maledizioni, pericolo che vi è sempre quando andiamo in collera. È nostro dovere nascondere le nostre prerogative per non perderne il merito collo insuperbircene. In somma il silenzio è obbligatorio ogni volta che la parola sarebbe peccaminosa o riguardo a Dio, o riguardo a noi, o riguardo al prossimo. E volesse Iddio che tutti sapessero tacere quando il silenzio è obbligatorio! Si eviterebbe moltissimi peccati.

Di più, osserviamo il silenzio quando esso è conveniente: per esempio uno si sente un desiderio di parlare molto, o di parlare di se medesimo, o di parlare di persone assenti, o di cose che non conosce pienamente: in questi casi è meglio tacere, perchè la parola finisce sempre per portarci qualche danno.

Riteniamo per regola generale che il parlare poco è una massima eccellente, massima che ci porta a schivare molti peccati, inconvenienti e dispiaceri. Domandiamo a san Giuseppe la grazia di saper tacere a tempo e luogo.

In secondo luogo dalla prontezza colla quale il nostro Santo assecondò gli ordini dell’angelo impariamo ad adempire i doveri che abbiamo verso il nostro angelo custode. Come sapete, /201/ Iddio si è sempre servito e si serve ancora presentemente degli angeli per eseguire i suoi ordini. A questo fine Egli ad ogni persona destina un angelo per custodirla, e quest’angelo» detto il custode di quella persona, le sta continuamente al fianco e cerca di allontanarla dal male ed avviarla alla pratica del bene. E giacchè tutti abbiamo sempre con noi il nostro angelo custode, regoliamoci verso di lui come si regolò san Giuseppe coll’angelo che gli avea parlato nel sonno. Egli fece prontamente quanto gli avea detto l’angelo; e noi facciamo quattro cose verso il nostro angelo custode, cioè: 1° Assecondiamo le inspirazioni che ci manda. Per esempio quando sentiamo una interna che ci dice: Lascia il tal posto, la tal compagnia, la tal pratica, va in chiesa, prega, vatti confessare, ricordiamoci che queste voci interne son voci del nostro angelo che ci parla a nome di Dio, come parlò a san Giuseppe, ed assecondiamole prontamente. 2° Rispettiamo la presenza del nostro angelo custode. Egli è uno spirito sublime, un principe della corte celeste, e noi non permettiamoci mai di fare alla sua presenza ciò che non oseremmo di fare alla presenza di una persona di considerazione. 3° Confidiamo nella di lui protezione: egli è /202/ uno spirito potentissimo, sapientissimo e tutto carità per noi: dunque mettiamo in lui una grande confidenza. 4° Finalmente professiamogli una tenera divozione: egli ci fa dei continui benefizi, e noi ricompensiamolo pensando sovente a lui ed invocandolo almeno ogni mattino e sera recitando la preghiera che principia: Angele Dei... In tal modo imiteremo san Giuseppe nella condotta che tenne coll’angelo, ed approfitteremo del grande beneficio che ci fa il Signore affidandoci alla custodia dell’angelo nostro custode.

Fatto.

Il padre Gouchon, Marista, tra varie altre pratiche in onore di san Giuseppe soleva esercitare le seguenti. Da un celebre pittore avea fatto fare l’immagine di san Giuseppe, quindi, ogni volta che si presentava l’occasione di distribuire immagini o ai suoi confratelli, o ad altri, dava sempre quella del suo san Giuseppe. Quando veniva consultato per qualche faccenda temporale, rispondeva: Ricorrete a san Giuseppe; avendo Egli saputo disporre gli affari del buon Dio fatto uomo, saprà tanto più aggiustare i vostri. Interrogato da un’compagno in qual /203/ modo avesse acquistato la divozione a Maria, rispose: Col raccomandarmi a san Giuseppe. Così mi aveva consigliato il nostro Fondatore; così ho fatto, e sono stato esaudito.

San Giuseppe poi ricompensò questo suo divoto servo sol renderlo instancabile nel predicare la parola di Dio, e col dargli in punto di morte una tranquillità invidiabile. Imitiamolo nel tenere con noi e distribuire ad altri le immagini di san Giuseppe; domandiamo a questo Santo la grazia di avere una vera divozione » Maria, ricorriamo a Lui nelle faccende più intrigate e scabrose, ed Egli non mancherà di benedire i nostri lavori e di venirci consolare in punto di morte.

Esempio.

Il Patrignani racconta il seguente fatto, dal quale si rende manifesta la potenza di san Giuseppe contro il demonio:

Suor Giovanna degli Angeli, monaca Orsolina a Lione, era stata ossessa dal demonio, che la tormentò per molti anni. Allo scopo di esserne liberata, avea fatto voto di recitare per un anno l’Ufficio di san Giuseppe, di fare una mortificazione /204/ della gola ogni settimana ed una novena di Comunioni.

Il nono giorno, mentre il sacerdote la esorcizzava, il demonio per bocca dell’ossessa disse che san Giuseppe gli comandava di uscire da quel corpo, e che in segno di ciò si sarebbe trovato il nome di questo Santo nella palma della mano dell’ossessa. Nella palma della mano di quell’infelice fu realmente trovato scritto il nome di Giuseppe, e d’allora in poi essa fu liberata dal possesso del demonio.

Ogni volta che il demonio viene a tentarci, ricordiamoci che san Giuseppe è potentissimo per tenere da noi lontano questo spirito maligno, epperciò invochiamolo prontamente. E qualora il demonio persisti nel tentarci, ad esempio di suor Giovanna degli Angeli, facciamo qualche preghiera, qualche mortificazione, qualche Comunione in onore di san Giuseppe, e poi non temiamo: san Giuseppe che seppe far uscire il demonio dal corpo della suddetta sua divota, saprà tenerlo lontano da noi.

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/205/

Trattenimento XVII.

Dolori, conforti e fede di san Giuseppe.

Nelle vicende della vita di san Giuseppe ci incontriamo sovente in disposizioni speciali della divina Provvidenza riguardo a Lui. Di queste disposizioni ve ne accennai due nel trattenimento precedente. Potrei accennarvene ancora molte altre, tutte degne della nostra considerazione; voglio però limitarmi a due sole che credo essere le più rimarchevoli. La prima riguarda tutto il tempo di sua vita, la seconda riguarda l’epoca della sua morte.

La disposizione speciale della divina Provvidenza, che riguarda tutto il tempo della vita di san Giuseppe, consiste in un intreccio alternato e singolare di dolori e di consolazioni. E realmente il Vangelo ce lo presenta in una alternazione quasi continua di pene e di allegrezze.

Erano passati pochi mesi dacchè Egli aveva sposato Maria, quand’ecco che la riconobbe divenuta Madre del Messia. A tal vista la sua umiltà gli intima di allontanarsi da Lei, ma come fare senza compromettere nè sè stesso, nè Maria?

/206/ Pensa, combina, ma il modo non comparisce; eppure l’umiltà lo spinge alla separazione, ed Egli si decide di separarsi da Maria. Che dolore, che angustia pel suo cuore nel prendere quella risoluzione!

Però il Signore non tardò a consolarlo, poichè dopo averlo posto alla prova con quell’afflizione, dopo aver gradilo l’omaggio della sua umiltà, lo consolò dicendogli per mezzo di un angelo: Non temere, Giuseppe, continua pure a stare con Maria. Essa è realmente la madre di Dio, ma tu non devi allontanarti da Lei. E queste parole furono un balsamo di consolazione pel suo cuore trafitto dal dolore.

Tre mesi dopo san Giuseppe girava per Betlemme in cerca di un po’ di alloggio, e non lo trovò che dentro una povera stalla dove contemplò, fatto bambino, il vero Figlio di Dio, e fu costretto ad adagiarlo su poca paglia. Quale stretta pel cuore di Lui nel vedersi costretto a vedere Gesù e la sua madre Maria a mancare delle cose più necessarie in quella circostanza tanto memoranda! Però anche qui non tarda a comparire un dolce conforto per Lui. Arrivano i pastori per visitare il neonato Bambino, gli angeli annunziano la pace al mondo, e la gloria al cielo; e Giuseppe ne resta consolato /207/ in quella stalla medesima dove aveva sofferto tante pene.

Se esco da quella stalla e tengo dietro al nostro Santo io veggo che dovunque il Signore con una mano stringe di dolore il cuore di Lui e coll’altra lo dilata di conforti i più soavi. Lo veggo infatti nell’atto che circoncide Gesù Bambino; la vista del sangue da Lui versalo lo addolora, ma il suo nome adorabile, pronunziato per la prima volta, lo consola. Nel tempio di Gerusalemme lo rattrista la voce del vecchio Simeone che predice la dolorosa passione di Gesù, ma la stessa voce lo consola perchè lo dichiara Salvatore di molte anime. A questa consolazione ne segue tosto un’altra, quella cioè che gli portarono i Magi nel prostrarsi ai piedi di Gesù Bambino adorandolo e riconoscendolo per vero Dio e vero uomo. Però a questa gioia succedette ben tosto una dura e lunga afflizione. Dal momento che l’angelo lo svegliò e gli disse di fuggire nell’Egitto, fino a quello in cui il medesimo angelo gli disse di ritornare da quel luogo d’esilio, il cuore di Giuseppe fu pieno d’un affannoso timore. Scomparve bensì questo timore quando senti dall’angelo che Erode era morto, ma ricomparve poco dopo quando senti che al posto di Erode regnava il suo figlio /208/ Archelao, e dovette per questo cambiar la direzione del suo viaggio, e portarsi a Nazaret. Più tardi lo attendeva il massimo dei dolori: quando s’accorse d’aver perduto Gesù, e lo cercò inutilmente per tre giorni, il cuore del nostro Santo soffrì immensamente di più di quanto noi ce lo possiamo immaginare. Ma anche qui il Signore gli sporse la sua mano consolatrice ed a quel massimo dei suoi dolor, subentrò la più dolce consolazione, la quale principiò nell’atto che ritrovò il suo Gesù nel tempio di Gerusalemme, lo accompagnò a Nazaret, e durò fino al termine di sua vita, lavorando Egli in compagnia di Gesù, e vedendosi quel vero Figliuolo di Dio ubbidiente ai suoi comandi.

Ed eccovi come realmente il Signore volle alternare nel cuore di san Giuseppe il dolore e la consolazione. Dalla sua condotta poi risulta che Egli baciò la mano del Signore sia quando lo affliggeva, che quando lo consolava; e rispose sempre al Signore: Sia fatta la vostra santa volontà.

La seconda disposizione speciale della divina Provvidenza riguardo al nostro Santo consiste nell’epoca della sua morte. Come vedremo nel trattenimento seguente, S. Giuseppe morì prima /209/ che Gesù Cristo avesse principiato la sua predicazione; il che vuol dire che il Signore volle bensì che san Giuseppe fosse testimonio e compagno delle umiliazioni di Gesù Cristo, ma non della sua gloria e dei suoi miracoli. Cosa questa unica fra tutti quelli che convissero con Gesù, e credettero in Lui. Questi videro bensì alcune delle umiliazioni a cui Gesù si volle assoggettare, ma poscia videro altresì i suoi Miracoli. Per esempio, Maria Santissima vide bensì Gesù povero bambino entro una stalla, lo vide bensì costretto a fuggire nell’Egitto per schivare la morte di cui era minacciato; lo vide bensì a lavorare intorno al legno, vide insomma bensì Gesù in mezzo alle umiliazioni, ma lo vide altresì a convertire l’acqua in vino, a restituire la salute ad ogni sorta d’ammalati, la vita ai morti, a fare ogni sorta di miracoli. E così fu pure degli Apostoli e di tutti quelli che passarono alcuni anni in compagnia di Gesù: lo videro nelle umiliazioni, ma lo videro altresì nei trionfi. Giuseppe invece non vide alcun miracolo di Gesù Cristo, essendo morto prima che Gesù avesse principiato la sua predicazione; gli fu compagno nel disprezzo, nelle umiliazioni, nella persecuzione; ma non gli fu più compagno nelle acclamazioni e nelle esaltazioni /210/ che gli guadagnarono i suoi miracoli, la sua bontà e dolcezza.

In questo tratto speciale della divina Provvidenza riguardo a san Giuseppe abbiamo una prova lampante che Egli ebbe una fede più viva di tutti i santi, sia dell’antico che del nuovo Testamento. E veramente se consideriamo i Patriarchi, troviamo che essi credettero nella venuta del Messia, che fu Gesù Cristo. Questa fede l’ebbe anche san Giuseppe come Patriarca prima che vedesse Gesù fattouomo. Ma Egli credette inoltre in Gesù già fatto uomo, e questa fede gli costò molti sforzi che non dovettero fare gli altri Patriarchi. Perchè san Giuseppe vedeva in Gesù Cristo una persona simile ad un’altra qualunque, lo sentiva a piangere da Bambino, lo vedeva a lavorare da grande, a progredire nell’esercizio dell’arte del falegname, lo vedeva docile, ubbidiente ai suoi comandi; di più, l’avea visto cercato a morte da Erode e costretto a servirsi di Lui medesimo per fuggire nell’Egitto, quasi non avesse altro mezzo più facile per sottrarsi alle ricerche dei suoi nemici. E chi non vede che tutte queste circostanze gli presentarono un forte ostacolo per credere Gesù qual vero figlio di Dio? Ostacolo che non fu presentato agli altri /211/ Patriarchi i quali non avevano d’innanzi agli occhi la debole umanità del Messia che aspettavano. E siccome il nostro Santo superò questo ostacolo e credette fermamente che quel Gesù, al quale Egli provvedeva il vitto, era vero Dio, con ragione possiam dire che la fede di Lui fu più viva di quella di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe e di tutti i Patriarchi e Profeti dell’antico Testamento.

Inoltre la fede di Giuseppe nella divinità di Gesù Cristo fu più viva di quella degli Apostoli e di tutti i santi del nuovo Testamento. Perchè gli Apostoli ebbero bensì anch’essi l’ostacolo dell’umanità di Gesù Cristo per crederlo vero Dio; ma furono aiutati a superarlo dalla vista dei miracoli da Lui operati. E senza timore di errare io dico che senza i miracoli nè gli Apostoli avrebbero creduto Gesù Cristo per vero Dio, nè noi avremmo questa fede nel cuore. Eppure san Giuseppe credette fermamente in Gesù Cristo senza averlo visto ad operare nissun miracolo; ed è appunto per questo motivo che noi possiamo dire aver Egli avuto una fede più viva, più forte, più meritoria di quella di san Pietro, di san Paolo, di tutti gli altri Apostoli, di tutti i santi del nuovo Testamento. Il Signore ci dice che l’uomo giusto vive di fede: iustus ex fide /212/ vivit; il medesimo Signore ci dice che Giuseppe fu l’uomo giusto per eccellenza: Joseph autem cum esset iustus. E noi abbiam visto che Egli dovette avere una fede più viva di tutti i santi dell’antico e del nuovo Testamento; dunque mettiamogli in capo il glorioso titolo d’uomo di fede per eccellenza.

Riflessione morale.

Abbiam visto che san Giuseppe passò la sua vita in un’alternazione quasi continua di pene e di conforti. Da questo impariamo due cose, 1° cioè: Impariamo a non istupirci se nelle vicende di nostra vita troviamo rose unite colle spine, e forse più spine che rose: se cioè siamo visitati da molte tribolazioni. Nissuno fu più caro all’eterno Padre di Gesù Cristo: nissuno fu più caro a Gesù che Maria e Giuseppe: eppure Gesù fu l’uomo dei dolori, Maria fu la regina dei martiri, Giuseppe fu tribolalo da tante e tante afflizioni. Da questo dobbiamo conchiudere che la tribolazione è il pane che Dio assegna ai suoi più cari, è la divisa dei suoi prediletti. Al buon Tobia, dopo averlo privato della vista, gli diceva il Signore: Perchè mi eri caro, li ho provato colla tribolazione: quoniam acceptus eras /213/ Deo, necesse fuit ut tentatio probaret te. Dunque invece di stupirci, rallegriamoci quando siamo visitati da qualche tribolazione. 2° Impariamo a baciare la mano del Signore quando essa ci castiga su questa terra. San Giuseppe non fece mai sentire il più piccolo lamento in mezzo alle sue tribolazioni, e noi facciamo anche così, epperciò quando gemiamo sotto il peso di qualche angustia, ripetiamo con Gesù agonizzante nell’orto di Getsemani: Si possibile est, transeat a ms calix iste; non mea, sed Tua fiat voluntas: Signore, se così vi piace, liberatemi dall’angustia, dal dolore, dall’afflizione in cui mi trovo, però sia sempre di me come meglio piace a Voi. In tal modo troveremo nelle tribolazioni di questa vita ciò che vi trovò san Giuseppe, e vi trovarono tutti i santi, cioè una bella occasione per fare un poco di penitenza, per esercitarci nell’umiltà e per renderci cari al Signore.

Abbiamo visto in secondo luogo che san Giuseppe fu l’uomo di fede per eccellenza nel credere in Gesù Cristo. E noi uniamoci con questo gran Santo nel credere nel medesimo Gesù Cristo. Egli lo credette vero Dio senza aver visto i suoi miracoli, noi crediamolo vero Dio appoggiati ai miracoli che operò su questa /214/ terra, ed opera continuamente. Abbiamo sotto gli occhi la nostra religione propagata e conservata su tutta la terra a dispetto di tante guerre che le vennero e le vengono fatte attualmente ed è questo un miracolo permanente che conferma la divinità di Gesù Cristo. Diamo ascolto alla voce di questo miracolo e risvegliamo una viva fede in Gesù Cristo. Giuseppe pregò, adorò Gesù Cristo come Dio, nascosto sotto l’umanità; e noi preghiamo, adoriamo il medesimo Gesù Cristo nascosto sotto le specie dell’Ostia consacrata. Per mezzo di questo Sacramento Gesù sta sempre in mezzo a noi, e noi adoriamolo sempre coll’ossequio della nostra fede. Giuseppe fu l’uomo di fede, e noi procuriamo di mai vacillare nel credere ciò che ha creduto Egli stesso, che cioè Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, è il vero Messia e Redentore del mondo.

Fatto.

La signora Peltrie, leggendo un dì la relazione di una Missione che facevasi dai Gesuiti nel Canadà, sentissi in cuore un vivo desiderio di cooperare anche essa alla conversione di quei poveri Canadesi. Mentre pensava al modo di eseguire questo disegno, cadde in una grave /215/ malattia. Durante questa malattia essa fece voto che, se san Giuseppe la faceva guarire, avrebbe fondato a sue spese una Casa nel Canadà per l’educazione delle fanciulle. Dopo questo voto la signora Peltrie fu quasi improvvisamente liberata dalla sua grave e pericolosa malattia. Il medico stupito di quel cambiamento sì improvviso, le domandò come ciò fosse avvenuto, ed essa rispose: I miei dolori sono partiti pel Canadà. Si fece quindi premura nell’adempiere il suo voto, la Casa per l’educazione delle fanciulle nel Canadà fu fondata e dotata a sue spese, e fu posta sotto la protezione di san Giuseppe, la di cui immagine fu posta sul sigillo di quel pio Istituto.

Come è mai ammirabile la divina Provvidenza! La signora Peltrie, dopo aver concepito il desiderio di cooperare anch’essa alla salvezza dei poveri Canadesi, forse avrebbe differito a tempo indeterminato l’esecuzione del medesimo, ed il Signore permise che venisse ammalata, e per mezzo di quella malattia le fece eseguire prontamente il desiderio che avea concepito. Di più, le diede una bella occasione per sperimentare la potenza di san Giuseppe, e farla conoscere anche agli altri. E noi impariamo a ricorrere a questo Santo quando siamo tribolati.

/216/

Esempio

Mentre il Padre Huguet predicava il mese di san Giuseppe, ricevette la seguente lettera, la quale contiene una bella prova della protezione di questo santo Patriarca in favore dei suoi devoti. La lettera è così compilata:

« Da tre anni soltanto io conosco la divozione a san Giuseppe. L’anno scorso per sua intercessione ho ottenuto la conversione di una persona a me molto cara, ed ora ecco un nuovo favore da Lui. Nel mese di febbraio del 1859 fui presa da un fortissimo mal d’occhi, che peggiorava sempre più e giunse a tale che io non poteva più lavorare col lume nè sopportare la luce del giorno. Siccome si avvicinava il mese dedicato a san Giuseppe, non volli consultare alcun medico, ma soltanto pormi nelle mani del mio amabile protettore. Cominciai una novena unitamente ad alcune buone persone, ed alla fine di questa sentii la mia vista ad indebolirsi sempre più. Però non perdetti la confidenza, e ricominciai la i novena che doveva terminare il di della festa del Santo, aspettando con tutta confidenza la mia guarigione in quel giorno; e per grazia /217/ del mio buon Padre la mia speranza non fu vana, poichè in tal giorno la mia guarigione fu completa.

« Non voglio che passi questo bel giorno senza rendere testimonianza della mia gratiludine al casto Sposo di Maria Vergine ».

Ecco una bella prova che san Giuseppe non manca di esaudire chi insiste a pregarlo con confidenza.

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Trattenimento XVIII.

Morte preziosa di san Giuseppe.

Su questa terra tutto finisce: finiscono i giorni, le settimane, i mesi, gli anni, i secoli: finiscono le stagioni, i regni, le nazioni: finiscono i piaceri, la gloria, le tribolazioni: tutto finisce, e con tutto il resto finisce anche la vita dell’uomo. E noi che abbiamo sinora accompagnato san Giuseppe nelle varie vicende di sua vita, e l’abbiamo lasciato nella sua povera casa di Nazaret, dove era ritornato dopo aver ritrovato Gesù nel tempio di Gerusalemme, dobbiamo /218/ ritornare a Lui per vederlo a finire la sua carriera su questa terra, a fare il gran passo da questa all’altra vita, a morire della morte del giusto. Ed è appunto di questa sua morte preziosa che io intendo parlarvi in questo trattenimento.

Nel trattenimento XV vi ho già detto che il Vangelo, dopo averci detto che san Giuseppe da Gerusalemme, dove avea trovato Gesù all’età di dodici anni, era ritornato a Nazaret, soggiunge che in seguito Gesù era ubbidiente ai suoi comandi, e poi non ci dice più nulla di Lui, nulla di ciò che fece d’allora fino alla morte, nulla della morte stessa. E noi non dobbiamo stupirci di questo silenzio del Vangelo, perchè lo scopo degli Evangelisti era di far conoscere Gesù Cristo, la sua vita pubblica, e la sua dottrina; e se parlarono anche di altri, ne parlarono unicamente per le pubbliche relazioni che ebbero con Gesù Cristo medesimo. Per esempio, il Vangelo parla di Maria e di Giuseppe, ma ne parla unicamente per raccontarci quello che fecero riguardo a Gesù Cristo e non ci dice mai nulla di ciò che fecero indipendentemente da Gesù. Ora la morte tanto di Maria che di Giuseppe era un fatto privato che riguardava per nulla la pubblica missione del divin Redentore, epperciò il Vangelo non /219/ fece parola nè della morte di Maria, nè di quella di Giuseppe, come non fece parola di moltissime altre loro opere, appunto perchè non avevano una relazione diretta con Gesù Cristo. Per conseguenza, prima di tutto dovete ritenere ch^e quanto son per dirvi intorno alla morte di san Giuseppe, non si trova nel Vangelo, ma unicamente si conosce per tradizione.

Ciò premesso, sentite quando, dove e come morì il nostro caro san Giuseppe:

1° Quando morì. Riguardo all’epoca della sua morte beata si crede comunemente che sia avvenuta poco prima che Gesù Cristo princicipiasse la predicazione del Vangelo, cioè tre anni prima di quella di Gesù. Per conseguenza Egli dopo il ritorno da Gerusalemme visse ancora circa diciotto anni, non ebbe tempo a vedere alcun miracolo di Gesù Cristo, neppure il primo che fece alle nozze di Cana convertendo l’acqua in vino, e mori all’età di sessantanni circa. Si crede altresì che Egli sia morto nel giorno che corrisponde al nostro diciannove marzo, giorno che la Chiesa consacra alla memoria del suo glorioso transito. Ecco quanto si sa intorno all’epoca della morte del nostro Santo.

2° Dove morì. Riguardo al luogo della sua morte si tien come certo che sia avvenuta a /220/ Nazaret, dove era nato, e dove avea passato la maggior parte della sua vita, esercitando il mestiere del falegname.

3° Come morì. Le due circostanze del tempo e del luogo della morte del nostro Santo non hanno una grande importanza, perchè l’essere Egli morto vecchio o giovane, a Nazaret o altrove, la è cosa che poco importa. Ciò che importa molto è di conoscere il modo con cui morì; ed a questo riguardo sentite quello che si crede comunemente.

Di regola ordinaria la morte è portata o dalla vecchiaia, o da malattie, a da colpi apopletici, o da cadute, ferite, ed altre consimili cause. Però a questo riguardo vi sono alcune eccezioni. Per esempio, la Tradizione ci assicura che Maria Santissima morì, non per alcuna delle cause suddette, ma per amor di Dio: il che vuol dire che la sua bell’anima uscì dal corpo per uno slancio di amore verso Dio.

Ora, il nostro san Giuseppe come sarà morto? Sarà Egli morto secondo la regola generale, oppure in modo eccezionale? Risponde S. Francesco di Sales, e dice che san Giuseppe nel morire fece eccezione alla regola generale, e morì d’una morte simile a quella di Maria sua sposa, cioè per puro amor di Dio. Così rispondono /221/ anche molti altri, e così rispondo anch’io. Si, l’anima beata di san Giuseppe si separò dal suo corpo, non per causa di malattia, non per altre cause ordinarie, ma unicamente per uno slancio d’amore verso Dio. Per conseguenza, se vogliamo farci una piccola idea degli ultimi momenti che san Giuseppe passò su questa terra, portiamoci colla immaginazione a Nazaret, ed entriamo nell’umile sua casa.

Quei tre che vedete là raccolti sono Gesù, Maria e Giuseppe. Gesù è sui trent’anni; Maria ne ha quarantacinque, e Giuseppe sessanta. Tutti tre stanno bene di salute, però Giuseppe sente una voce interna che gli dice: Tu sei giunto al termine di tua vita; ed Egli con santa calma manifesta a Gesù ed a Maria quel suo presentimento, e poi si adagia sul suo povero letticciuolo. Gesù e Maria capiscono subito essere quelli gli ultimi momenti della vita del loro custode e sposo, e si mettono intorno a Lui. Non si conoscono le parole precise colle quali Gesù e Maria confortarono il nostro Santo in quella circostanza d’imminente separazione, però egli è certo che furono parole di santo conforto, parole che fecero dire a sant’Alfonso: Chi mai può spiegare o intendere /222/ le dolcezze, le consolazioni, le speranze, gli atti di rassegnazione, le fiamme di carità, che spiravano nel cuore di Giuseppe le parole di vita eterna che ora Gesù, ora Maria gli dicevano in quell’estremo punto del viver suo! E sant’Alfonso dice benissimo, perchè per comprendere le consolazioni di Giuseppe moribondo, bisognerebbe comprendere quanto sia efficace l’assistenza di Gesù e di Maria in punto di morte, e quanto il cuore di Giuseppe fosse infiammato d’amor di Dio. E siccome noi non arriveremo mai a comprendere queste cose, non arriveremo mai neppure a comprendere totalmente le consolazioni provate dal nostro Santo negli ultimi momenti di sua vita. Possiamo però dire che Egli ebbe in quegli istanti una fortuna che non ebbe alcun altro, neppure Maria Santissima; ebbe cioè la fortuna di essere assistito da Gesù e da Maria: possiam dire che fu troppo felice, troppo beato: O nimis felix, nimis o beatus, Cuius extremam vigiles ad horam, Christus et Virgo simul astiterunt, Ore sereno. Cosi canta la Chiesa, e così possiamo esclamare anche noi.

Riguardo poi al modo col quale spirò la sua bell’anima, un’antica leggenda, citata da Isidoro l’isolano, dice che san Giuseppe quando si vide agli ultimi momenti di vita, voltò la faccia /223/ verso di Gesù, lo guardò e mandò un profondo sospiro. A quello sguardo Gesù si chinò verso di Lui e gli strinse le mani fra le sue, S. Giuseppe intanto gli faceva segno che non si allontanasse dàl letto, e lo guardava fissamente. Questa scena non durò gran tempo. In seguito Giuseppe voltò la faccia verso di Maria, le diede uno sguardo e poi si fissò di nuovo in Gesù, ed in tal posizione la sua anima uscì dal corpo. Fin qui l’isolano, che tolse questo racconto da una leggenda orientale.

Si capisce facilmente che tutto è frutto d’immaginazione e di congetture, però la cosa è molto verosimile, e noi possiamo tenerla per vera, e conchiudere che la morte del nostro caro san Giuseppe non fu preceduta da alcuna malattia, nè portata da un malanno qualunque; fu preceduta unicamente da un presentimento, dalla voce del Signore che gliela annunziò, e portata da uno slancio d’amor di Dio. Il pensiero di doversi separare da Gesù e da Maria non lasciò certamente dal fargli gustar qualche pena, ma preponderò il pensiero di fare la volontà di Dio, la fortuna di trovarsi fra le braccia di Gesù e di Maria, e la speranza di riunirsi presto con loro, epperciò l’ultimo momento di sua vita fu per Lui un momento di pace, di /224/ conforto e di felicità. Come si vive, così si muore. E Giuseppe che era vissuto da uomo giusto, da santo, fece la morte del giusto, morte che è consolante a chi tocca, e preziosa agli occhi del Signore: prætiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius.

Riflessione morale.

Il passo di san Giuseppe da questa all’altra vita, dovrem farlo anche noi. Quando, e dove ci tocchi di farlo, noi sappiamo, sappiamo però che la nostra morte sarà l’eco della nostra vita, cioè buona se viviamo da buoni cristiani, cattiva se viviamo da cattivi cristiani. Dunque se vogliamo imitare san Giuseppe quando saremo in punto di morte, cominciamo imitarlo fin d’ora nella sua condotta. A questo fine facciamo tre cose:

1° Schiviamo il peccato mortale; e se mai per nostra disgrazia ne commettiamo alcuno, ricorriamo presto al gran rimedio stabilito da Gesù Cristo per ottenerne il perdono, al Sacramento cioè della Penitenza. Possiam morire ad ogni momento, dunque ogni minuto passato col peccato mortale sull’anima, contiene un pericolo di fare una pessima morte. Facciamo /225/ scomparire questo pericolo ricorrendo al Sacramento della Penitenza appena la coscienza ci rimorde di qualche peccato mortale. Anzi procuriamo di frequentare questo Sacramento anche quando non abbiamo peccati mortali; perchè esso, oltre del rimedio alle colpe passate, contiene anche un potente preservativo per non peccare per l’avvenire.

2° Distacchiamo fin d’ora il nostro cuore dalle cose di questo mondo. La nostra patria non è questa terra, è il Paradiso. Colla morte scomparisce dagli occhi nostri tutto questo mondo: persone, roba, onori, gloria, piaceri, divertimenti, tutto scompare colla morte, dunque non attacchiamo eccessivamente il nostro cuore a queste cose, altrimenti in punto di morte avverrà di noi ciò che avviene di due pezzi di legno incollati insieme, questi non si possono dividere senza sforzi e difficoltà. In punto di morte chi ha il cuore quasi incollato colle cose di questo mondo, siccome ei deve separarsi da tutto, si troverà in gravi angustie ed anche in pericolo di fare una cattiva morte. Dunque se vogliamo allontanare questo pericolo di fare una cattiva ed affannosa morte, fin d’ora procuriamo di distaccare il nostro cuore da tutte le vanità di questo mondo.

/226/ 3° Quando saremo ammalati, domandiamo i Sacramenti per tempo, e non lasciamoci ingannare dalla speranza di guarire, perchè dal ricevere bene o male i Sacramenti in punto di morte, dipende il fare una buona o cattiva morte. E l’aspettare a ricevere i Sacramenti quando uno si trova agli ultimi istanti, è lo stesso che esporsi ad un grave pericolo di riceverli male. Quando poi riceveremo il Viatico sul letto della nostra morte, ricordiamoci che col Viatico vien trovarci al letto quel medesimo Gesù, il quale assistette alla morte di san Giuseppe e gli chiuse gli occhi. E speriamo che questo Gesù non mancherà di portarci la pace e la grazia di una buona morte.

Con questi tre mezzi possiamo fin d’ora prepararci a fare poi una morte simile a quella del nostro caro san Giuseppe.

Fatto.

Sant’Alfonso de’ Liguori, il quale scrisse e fece molte cose in onore di san Giuseppe, trovandosi moribondo fu sentito a balbettare: Oh, quanti nemici stranieri! Un sacerdote che l’assisteva, sentendo queste parole, gli ricordò che Gesù era morto per noi, e lo esortò ad offrire /227/ a Dio il sacrificio della propria vita. In seguito fu visto a muovere le labbra e fissò gli occhi sopra una immagine di Maria, però non si capì ciò che diceva, fu però capita la recita di un’Ave, Maria. Gli fu anche presentata un’immagine di S. Giuseppe, egli la prese fra le sue mani,la fissò un poco, e poi, rivolto a colui che gliela aveva presentata, disse: È san Giuseppe! Sì, gli fu risposto, e conviene che si raccomandi a Lui. A questa esortazione sant’Alfonso si pose a balbettare preghiere che non furono intese, e continuò a fissare l’immagine di san Giuseppe con aria ridente, e stette in tale posizione finchè i suoi occhi si chiusero per sempre.

Visibilmente accanto a sant’Alfonso moribondo vi era la sola immagine di san Giuseppe, invisibilmente vi era forse questo Santo in persona, e certo vi era col suo aiuto. E noi se vogliamo che la vista dell’immagine di san Giuseppe ci sia poi di conforto in punto di morte, fin d’ora raccomandiamogli sovente la nostra ultima agonia ripetendo la bella giaculatoria: Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi nell’ultima agonia!

Esempio.

Il Padre Cavaselice racconta il seguente fatto prodigioso che capitò a lui medesimo, dice /228/ cioè che un anno mentre predicava il quaresimale in una città, gli fu riferito che un povero vecchio menava una vita scandalosa senza presentare alcuna speranza di emendazione. Dai connotati che gli furono dati il Padre potè conoscere che quell’individuo era assiduo alle sue prediche, e siccome nella novena di san Giuseppe doveva predicare su questo Santo, concepì subito la speranza di vederlo convertito in quella novena. Ed egli non s’ingannò, poichè, durante la novena di san Giuseppe quel peccatore scandaloso ed ostinato si presentava a lui e gli diceva: « Padre, voglio venire da voi a confessarmi; ditemi quando sarete comodo, vi prego solo a non scandalizzarvi delle mie iniquità ».

Il Padre predicatore fu comodo in quello stesso momento, e quel peccatore faceva la sua confessione, piangeva le sue mancanze, e cambiava vita. Questo miracolo della potenza di san Giuseppe è maggiore di quello che sarebbe il dare la vita ad un morto, eppure i casi simili a questo sono molti. E noi approfittiamone per raccomandare a questo gran Santo la conversione dei peccatori.

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/229/

Trattenimento XIX.

L’anima ed il corpo di san Giuseppe dopo morte.

Nel trattenimento precedente abbiamo assistito alla morte preziosa di san Giuseppe, ed abbiam visto la sua bell’anima abbandonare questa misera terra ed entrare nella grande eternità. Giunti a questo punto voi naturalmente desiderate di sapere dove sia andata l’anima del nostro Santo dopo la sua morte, e cbe sia stato del suo corpo: ed io soddisferò questo vostro desiderio con questo trattenimento, nel quale vi dirò appunto che avvenne dell’anima e del corpo di san Giuseppe dall’epoca in cui Egli mori fino al giorno in cui Gesù Cristo sali al Cielo.

La morte separa, ma non distrugge. Essa separa l’anima dal corpo per un tempo di cui si ignora la durata; ma non distrugge nè l’anima, nè il corpo, che, separati dalla morte, vanno ciascuno alla propria origine: il corpo cioè va nella terra, di cui è formato; l’anima va a Dio, da cui è partita, e di cui porta l’immagine.

/230/ Dopo questa separazione sia l’anima che il corpo vanno soggetti a diverse vicende: queste variano col variare delle persone, sono incerte per noi, ed anche per la grande maggioranza di quelli che sono già morti: però esse non sono incerte per tutti; e tra gli altri, non sono incerte pel nostro san Giuseppe. E sentite da prima quali furono le vicende della sua anima dopo che usci dal corpo.

Come sapete, un’anima qualunque, uscita appena dal corpo, principia una vita nuova: prima viveva unita al corpo, e si serviva dei suoi sensi per operare: dopo la morte invece essa vive senza corpo, come vivono gli angeli. Questa nuova vita l’anima va principiarla in uno di questi tre posti, cioè o nell’inferno, o nel Purgatorio, o nel Paradiso. Se esce dal corpo macchiata di uno o più peccati mortali, essa va all’inferno, dove starà per sempre, e sarà per sempre tormentata da pene sì gravi, che noi non possiamo formarcene un’idea adeguata. Se esce dal corpo macchiata solo di peccati veniali, oppure aggravata di debiti per la penitenza che doveva fare in vita, e non fece, va in Purgatorio. Là non si fermerà per sempre; vi starà più o meno, soffrirà molte pene: ma appena avrà pagato intieramente i debiti colla divina /231/ Giustizia, ne uscirà fuori certamente. Se esce dal corpo senza macchia di alcun peccato e senza debiti di penitenza col Signore, essa va in Paradiso, dove starà per sempre, e godrà ogni sorta di felicità.

A queste verità che ci vengono insegnate dalla nostra santa fede sul destino di un’anima qualunque dopo morte, dobbiamo aggiungerne un’altra che riguarda l’anima del nostro san Giuseppe; ed è che la sua anima uscì dal corpo monda dalla macchia d’ogni peccato sì mortale, che veniale, sgravata d’ogni debito di penitenza verso Dio, e ricca di moltissimi meriti. La è questa una verità di fatto, di cui nissuno può dubitarne.

Ora, così stando le cose, dove sarà andata l’anima di san Giuseppe uscita appena dal suo corpo? Naturalmente voi volete rispondere: che andò direttamente in Paradiso: e voi direste benissimo se Egli fosse morto dopo l’Ascensione di Gesù Cristo al Cielo. Ma san Giuseppe mori tre anni prima di Gesù Cristo; ed in allora il Paradiso era ancora chiuso per causa del peccato di Adamo, e nissuno poteva entrarvi. Per conseguenza egli è certo che l’anima del nostro Santo, subito dopo morte, non andò in Paradiso. Medesimamente egli è certo che non andò /232/ nell’inferno, e neppure nel Purgatorio tal quale lo crediamo noi attualmente. Dove sarà dunque andata?

Rispondo: Andò in una specie di purgatorio, in un luogo cioè di aspettazione, detto Limbo; luogo destinato da Dio per ricevere le anime giuste, che uscirono dal corpo prima del compimento del Mistero della Redenzione. In quel luogo riposavano già le anime dei Patriarchi, dei Profeti, e di tutti i giusti, che erano morti prima di Gesù Cristo. Non si sa che cosa soffrissero in quanto alla pena del senso; è però certo che pativano la dilazione della vista di Dio, e sospiravano la venuta del Messia, in cui avevano credulo e sperato, per venire presto ammesse al Paradiso. In compagnia di quelle sante anime discese anche quella di san Giuseppe subito dopo morte. Vi si fermò per tre anni, durante i quali non sembra che abbia sofferto alcuna pena del senso; è però certo che soffri per non essere subito ammessa alla gloria del Paradiso. Di più, è certo che l’arrivo della sua anima nel Limbo consolò grandemente tutte le sante anime che vi erano detenute, poichè essa avrà detto loro: Voi aspettate il Messia: ebbene io vi annunzio che Egli è già comparso sulla terra: conta trentanni di vita, /233/ ed io stesso lo portai sulle mie braccia, lo nutrii col mio pane, lo albergai nella mia povera casa; io stesso gli feci da padre. Rallegratevi, fra pochi anni sarà compita l’opera della Redenzione, e ci saranno aperte le porte del Paradiso.

Ed eccovi ciò che avvenne dell’anima di san Giuseppe subito dopo morte: essa discese nei Limbo: vi si fermò per tre anni circa; portò a tutte le anime che vi erano detenute una grande consolazione annunziando loro essere prossima la Redenzione del mondo. Per conseguenza questo nostro Santo si merita anche il nome di consolatore ed apostolo delle sante anime del Limbo.

Ma se così avvenne della sua anima, che sarà avvenuto del suo corpo? Prima di rispondere premetto alcune osservazioni:

1° Osservo che, di regola ordinaria, il corpo dell’uomo, fatto cadavere, si corrompe, e col tempo si converte in terra, di cui è formato.

2° Osservo che a questo riguardo Iddio concesse alcuni privilegi; preservò cioè alcuni cadaveri dalla corruzione, e li conservò intatti per anni e secoli. É tale il privilegio concesso a quei santi, dei quali si possiede il corpo intatto, ed incorrotto.

/234/ 3° Osservo che alla fine del mondo i corpi di tutti gli uomini, anche ridotti in polvere, riprenderanno la propria forma, e si riuniranno di nuovo coll’anima. Questo è di fede, e noi lo crediamo dicendo nel Credo: credo la risurrezione della carne. Però anche a questo riguardo il Signore concesse alcuni privilegi, anticipò cioè la risurrezione di alcuni corpi, li riunì all’anima, e li trasportò in Paradiso. Per esempio così ha fatto Iddio riguardo al corpo di Maria Santissima, la quale, dopo morte, fu assunta in Cielo in corpo ed anima.

4° Osservo che il Vangelo dice molti morti essere ritornati in vita nel momento in cui Gesù Cristo spirò sulla croce: multa corpora sanctorum, qui dormierant, surrexerunt. E su questo proposito san Tommaso d’Aquino insegna che quei corpi non andarono più soggetti alla morte, ma riuniti coll’anima furono trasportati in Paradiso nel giorno in cui Gesù Cristo salì al Cielo. Da ciò si vede che, in grazia di questo privilegio, di molti corpi fatti cadaveri, già fin d’ora avvenne ciò che avverrà poi di tutti alla fine del mondo, furono cioè già ri suscitati e riuniti coll’anima.

Ciò premesso, alla domanda: Che avvenne del corpo di Giuseppe dopo morte? rispondo: /235/ Con certezza non sappiamo nulla a questo riguardo: è però molto probabile che il Signore gli abbia concesso tutti due i privilegi, che concesse ad altri corpi; l’abbia cioè preservato dalla corruzione, e l’abbia fatto risuscitare quando Gesù spirò sulla croce. Così credono molti scrittori. San Francesco di Sales vuole che nessuno ne dubiti. San Bernardino da Siena avendo un giorno detto dal pulpito che san Giuseppe si trova in Cielo in corpo ed anima, il Signore, quasi per confermare ciò che diceva, gli fece comparire una croce d’oro sul capo. E la cosa non può essere diversamente, perchè, essendo certo che, dopo Maria, nessuno fu più di san Giuseppe caro a Dio; essendo certo che Iddio tiene i suoi privilegi riservati ai suoi più cari, e che concesse a molti il privilegio di risuscitare da morte, ed entrare in Paradiso in corpo ed anima, perchè vorremo escludere san Giuseppe dal numero di questi privilegiati? Ciò non può ammettersi senza contraddire il disegno generale della divina Provvidenza. Di più, se il corpo di san Giuseppe non fosse risuscitato, come mai il Signore, il quale con modi prodigiosi volle scoprire il corpo di tanti santi, avrebbe tenuto nascosto il corpo di san Giuseppe? Se vi fosse sulla terra questo /236/ corpo, dovrebbe sapersi dove si trova; ma nessuna chiesa mai si è vantata di possedere reliquie del corpo di Lui, come nessuna mai si vantò di possedere reliquie del corpo di Maria; è dunque segno che il corpo di san Giuseppe è risuscitato, come risuscitò il corpo di Maria Santissima.

Per conseguenza io non temo di errare dicendo che del corpo di san Giuseppe avvenne così: esso fu sepolto secondo le consuetudini degli Ebrei per cura di Gesù e di Maria: per privilegio di Dio si conservò incorrotto nella tomba per tre anni circa: quando poi Gesù spirò sulla croce, allora l’anima di Lui uscì dal Limbo, rientrò nel suo corpo, che risuscitò glorioso ed impassibile, come risusciteranno poi alla fine del mondo tutti gli uomini, ed usci dalla tomba quando risuscitò Gesù Cristo medesimo.

In seguito che sarà avvenuto del nostro Santo? Sarà subito andato in Paradiso; o si sarà ancora fermalo sulla terra? Rispondo: Non andò certamente subito in Paradiso, perchè il Paradiso era ancora chiuso, e lo fu fino al giorno in cui Gesù Cristo sali al Cielo: piuttosto si fermò sulla terra ancora per quaranta giorni, e visse come vivea Gesù Cristo dopo la sua /237/ Risurrezione. Ed è molto probabile che nel giro di quei pochi giorni il nostro Santo sia comparso più volte a Maria Santissima, sua sposa, abbia parlato cogli Apostoli, abbia visto il suo Gesù risuscitato; e forse la santa casa del monte Sion, dove albergava Maria, avrà riprodotto sulla terra ancora una volta la semplice maestà della casa di Nazaret, trovandosi in essa nello stesso tempo Gesù e Giuseppe risuscitati, e Maria tuttora vivente.

Ed eccovi con questo accennate le vicende dell’anima e del corpo di san Giuseppe dal momento in cui spirò fra le braccia di Gesù e di Maria, fino al giorno in cui Gesù Cristo sali al Cielo. La sua anima discese nel Limbo e consolò le anime che aspettavano la Redenzione del mondo: il suo corpo, preservato dalla corruzione, risuscitò quando Gesù mori sulla croce.

Riflessione morale.

Il Limbo, dove discese l’anima di san Giuseppe dopo morte, era la figura del nostro Purgatorio, nel quale devono purificarsi le anime prima di venire ammesse al Paradiso. Ora la nostra fede ci insegna che, per virtù della Comunione dei Santi, noi possiamo suffragare /238/ le anime del Purgatorio; possiamo cioè diminuire l’intensità e la durata delle pene che soffrono. Ebbene, procuriamo di fare verso le anime del Purgatorio ciò che san Giuseppe fece colle anime del Limbo. Egli le consolò annunciando loro che presto si sarebbe compiuta la redenzione del mondo, epperciò presto sarebbero uscite da quel luogo di aspettazione: e noi consoliamo le anime del Purgatorio mandando loro qualche suffragio; per esempio facendo per loro qualche preghiera, qualche digiuno, limosina, mortificazione; facendo per loro qualche Comunione, sentendo o facendo celebrare qualche Messa, guadagnando per loro qualche Indulgenza, il nostro suffragio discendendo nel Purgatorio, porterà a quelle sante anime un conforto simile a quello che portò l’anima di san Giuseppe alle anime sante dell’antico Testamento, discendendo nel Limbo. E sia questa la prima lezione che impariamo dal nostro Santo.

In secondo luogo rinnoviamo un atto di fede sulla risurrezione della nostra carne alla fine del mondo. Gesù Cristo ha detto che tutti risusciteremo; e noi risusciteremo certamente. Il nostro corpo, dopo morte, diverrà polvere; ma alla fine del mondo risusciterà. Il corpo /239/ di san Giuseppe risuscitò prima d’ora per un privilegio del Signore: noi risusciteremo alla fine del mondo per effetto dell’onnipotenza di Dio. Procuriamo fin d’ora di assicurarci una risurrezione simile a quella del nostro Santo, imitando la sua condotta su questa terra; perchè, se è vero che i buoni alla fine del mondo risusciteranno gloriosi e trionfanti: è vero altresì che i cattivi risusciteranno per essere confusi e svergognati da tutti gli uomini. Regoliamo la nostra vita secondo quella di san Giuseppe; ed alla fine del mondo sarà di noi ciò che fu di Lui nel giorno in cui Gesù mori sulla croce.

Fatto.

San Bernardino da Siena, divotissimo di san Giuseppe, dopo averne raccomandata la divozione agli altri cogli scritti, colle prediche, e col suo esempio, si servì di questo grande Patriarca come di un tutore per conservare una riforma, che avea introdotto in alcuni dei suoi confratelli di Religione, allo scopo di servir Dio con maggior perfezione. A questo fine egli assegnò san Giuseppe come proiettore alle case che avevano adottato la riforma, e stabilì che /240/ le Bolle emanate dalla Provincia dei Riformati fossero distinte dall’immagine di san Giuseppe avente in braccio Gesù Bambino.

Santa Teresa, avendo anch’essa portato una riforma nell’Ordine dei Carmelitani, pose tutti i conventi riformati sotto la proiezione di san Giuseppe. Con questo, tanto san Bernardino che santa Teresa dimostrarono di riconoscere in san Giuseppe un potente aiuto per servire il Signore con perfezione, riformando le imperfezioni. E noi che abbiamo tanto bisogno di riformare in meglio i nostri costumi, mettiamoci anche sotto la protezione di questo Santo. A questo fine ogni volta che ci accosteremo al Sacramento della Penitenza, ricordiamoci di pregare san Giuseppe affinchè ci aiuti a fare una buona confessione, e poi ci aiuti a mantenere i proponimenti che abbiamo fatto.

Esempio.

Nell’anno 1864 un sacerdote torinese, che morì sul fiore dell’età, già canonico del Corpus Domini, per causa di un’escrescenza nel meato dell’orecchio sinistro, slava per perdere l’udito. I medici avevano giudicato necessario un taglio, /241/ che riusciva pericoloso per molti motivi. Prima di esporsi a quel pericolo, quel buon sacerdote volle provare un altro rimedio: fece cioè una novena a san Giuseppe, e non so qual voto, se otteneva la guarigione da quel malanno. Durante la novena quel sacerdote raccontava in pubblica scuola che il mattino precedente svegliandosi s’era accorto di sentire più del solito, e che, mandato pel medico, questi trovò scomparsa totalmente l’escrescenza. L’amputazione l’aveva fatta san Giuseppe colla sua potente intercessione; e la fece meglio di qualunque medico, poichè, mentre simili amputazioni generalmente non tolgono il male nella radice, per quel sacerdote la cura fu radicale, e non ebbe mai più a soffrire per quel motivo.

Quando ci troviamo ammalati ricorriamo pure ai medici ed ai medicinali; ma non dimentichiamoci che tutte le cose sono nelle mani di Dio, e che Iddio vuol glorificare san Giuseppe soccorrendo per mezzo di Lui gli ammalati che a Lui fanno ricorso: epperciò non manchiamo di metterci anche noi nelle mani del nostro Santo.

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/242/

Trattenimento XX.

San Giuseppe in Paradiso e suo confronto con Maria.

Nei tre anni, durante i quali il corpo di san Giuseppe stette nella tomba, e la sua anima nel Limbo, quel Gesù, al quale Egli aveva fatto da padre, aveva compiuta la grand’opera della redenzione del mondo. Dopo la sua gloriosa risurrezione Egli volle ancora passare quaranta giorni su questa terra per confermare nella fede i suoi discepoli. Ed io vi ho già detto che il nostro san Giuseppe gli tenne compagnia, risuscitò cioè anch’Egli con Gesù Cristo, e visse con Lui quaranta giorni d’una vita misteriosa, e simile a quella di Gesù dopo la risurrezione. Passati quei quaranta giorni, Gesù Cristo dalla cima del monte Oliveto, alla presenza dei suoi discepoli, si alzò verso il Cielo, ed entrò glorioso e trionfante nel bel Paradiso. A quest’ultimo atto di Gesù Cristo vi prese parte anche il suo custode, il nostro caro san Giuseppe: ed io in questo trattenimento intendo appunto di accompagnarlo fino al Paradiso, e cercherò /243/ di farvi conoscere il posto che gli venne assegnato in quella patria dei beati. E siccome con questo trattenimento io termino il racconto della sua vita, voglio incoronarla facendo un breve confronto tra Lui e Maria.

Prima di accennarvi la parte che prese san Giuseppe all’ultimo alto di Gesù su questa terra, voglio dire alla sua ascensione al cielo, premetto due verità. Primo cioè, premetto che Gesù Cristo quando salì al Cielo non era certamente solo: piuttosto gli facevano corona tutte le anime dei giusti che erano morti prima di Lui. Di più, secondo san Tommaso d’Aquino, gli facevano corona in corpo ed anima tutti coloro che erano risuscitati in occasione della sua morte sul monte Calvario. Secondo, premetto che in Paradiso vi sono molti posti gli uni agli altri superiori, e che la divina Giustizia assegna a ciascuno dei beati il posto che si è meritato colla sua bontà, colle sue virtù. Cosi che al più santo di tutti viene assegnato il primo posto di gloria e di potenza: al meno santo viene assegnato l’ultimo posto di beatitudine. Tra questi due estremi si trova un numero sterminato di altri gradi, e ciascuno possiede quello che è proporzionato ai suoi meriti. Questa verità ci fu rivelata da Gesù Cristo medesimo, il quale disse: In domo /244/ Patris mei mansiones multae sunt: nella casa di mio Padre, cioè nel Paradiso, vi sono molti posti. E d’altronde questa verità nasce necessariamente dalla giustizia, la quale vuole che i premi, sieno sempre proporzionati ai meriti.

Ciò premesso, io ritorno al nostro san Giuseppe, e dico che Egli, quaranta giorni dopo che era uscito dalla tomba, trovossi in corpo ed anima sul monte Oliveto, ed in corpo ed anima si sollevò in alto con Gesù, anzi tenne il primo posto d’onore fra tutti quelli che in quel giorno accompagnarono Gesù Cristo nel salire al Cielo. Questa cosa non ce la dice il Vangelo; tuttavia noi possiamo tenerla come molto probabile. Perchè se il nostro Santo aveva accompagnato Gesù pellegrino su questa terra; se gli aveva somministrato il vitto colle sue fatiche; se aveva preso parte alle sue persecuzioni, ai suoi dolori; perchè Gesù Cristo non l’avrà glorificato col condurlo seco in corpo ed anima, e col prenderselo alla destra nel salire al Cielo? Quanto a me tengo per certo che il nostro caro san Giuseppe, nel giorno dell’ascensione di Gesù al Cielo, lasciò anch’Egli questa misera terra, e con Gesù fu sollevato al Paradiso in corpo ed anima. In quel giorno Gesù andò prendere possesso della gloria, che /245/ si era meritata colle sue umiliazioni, e coi suoi patimenti, e san Giuseppe andò prendere possesso della eterna felicità, del bel Paradiso, che si era guadagnato colla sua santità. Ed in quel beato soggiorno qual posto avrà assegnato a san Giuseppe quel Gesù a cui aveva fatto da padre su questa terra?

Risponde per me e per tutti la Chiesa, e ci dice che san Giuseppe fu dai suoi meriti, dalle sue virtù, dalla sua santità, sollevato sopra tutti gli altri santi del Paradiso, di cui diventò l’onore e la gloria: Caelitum Joseph decus: Questo vuol dire che Gesù Cristo, entrato che fu nel bel Paradiso, andò a sedersi alla destra del suo Eterno Padre: e poi assegnò a san Giuseppe il secondo posto di gloria, e di beatitudine fra tutti i santi e gli angeli. Dico il secondo, e non il primo; perchè questo era riservato per Maria Santissima, che viveva ancora su questa terra. Cosi che il nostro Santo, dal giorno in cui Gesù sali al cielo fino a quello in cui mori la sua sposa Maria Santissima, occupò in Paradiso il primo posto di gloria; e dopo la morte di Maria, Egli le cedette il primato, e passò al secondo posto, che conserva attualmente, e lo conserverà per tutta la eternità. Cosi insegnano sant’Alfonso, san Francesco /246/ di Sales, il Suarez, così anzi si crede comunemente, e così possiam credere anche noi. Perchè su questa terra essendo stato san Giuseppe il più privilegiato, il più perfetto, il più santo di tutti, dopo Maria: avendo preso nel Mistero dell’incarnazione la parte più importante, più vicina, più nobile e delicata di tutti gli altri, Maria sola eccettuata; di più, essendo certo che in Paradiso il premio è proporzionato al merito, dobbiamo necessariamente conchiudere che in Paradiso san Giuseppe, dopo Maria, sia il più vicino al Signore, il santo più glorioso, più potente, più felice di tutti. Cosi che quella sacra famiglia, formata da Gesù, Maria e Giuseppe, che noi abbiamo visto pellegrinare su questa terra sotto la custodia, la difesa del nostro Santo, continua a stare unita in Paradiso, dove si contempla in quest’ordine: Gesù, come Dio e come uomo, alla destra dell’eterno Padre: Maria in corpo ed anima, alla destra di Gesù: san Giuseppe, anch’Egli in corpo ed anima, alla sinistra di Gesù. Uniti su questa terra, stanno uniti anche in Paradiso.

E qui, giacchè mi trovo alla fine delle vicende della vita di san Giuseppe, e lo collocai vicino a Maria, sua sposa, nel bel Paradiso, voglio farvi un breve confronto tra Lui e Maria; /247/ confronto che servirà di corona alla vita preziosa che passò su questa terra.

Confrontando una persona con un’altra scopriamo sempre una di queste tre relazioni: troviamo cioè che una di esse è o superiore, o inferiore, o uguale all’altra. Confrontando Giuseppe con Maria io trovo tra di loro tutte tre queste relazioni; trovo cioè che per molti riguardi Maria è superiore a san Giuseppe: per altri riguardi invece gli è uguale, ed anche inferiore.

E primieramente Maria è di gran lunga superiore a san Giuseppe 1° per la sua Concezione. È di fede che Essa fu concepita senza il peccato originale: invece san Giuseppe non fu preservato da questo peccato. Si congettura e si crede bensì da molti che Egli sia stato santificato, purificato dal peccato originale prima di nascere: ma per qualche tempo la sua anima fu macchiata della colpa originale: il che non fu dell’anima di Maria, la quale fu sempre bella e candida; fu Immacolata. E questo solleva Maria di gran lunga sopra san Giuseppe.

2° Maria è superiore a san Giuseppe per il suo concorso nel Mistero dell’incarnazione. E di fede che Essa fu vera Madre del Figliuolo di Dio incarnato e fatto uomo; vera madre /248/ cioè di Gesù Cristo. San Giuseppe invece no» fu il vero padre di Gesù Cristo; ma solo il suo custode, il suo difensore. E anche questo solleva grandemente Maria sopra san Giuseppe.

3° Maria è superiore a san Giuseppe per la virtù della verginità, e per la risurrezione anticipata del suo corpo; perchè riguardo a Maria è non solo certo, ma di fede che fu sempre vergine illibata; invece di san Giuseppe non è certo, ma solo probabile che sia sempre stato vergine. Medesimamente si tien per certo che Maria sia stata assunta in Cielo in corpo ed anima; e di san Giuseppe questa cosa è solo probabile.

Come vedete, per questi riguardi Maria è realmente superiore a san Giuseppe.

In secondo luogo confrontando Maria con san Giuseppe io li trovo uguali per molti riguardi. Per esempio li trovo uguali nel ricevere l’annunzio del Mistero dell’incarnazione: fu un angelo che annunziò quel Mistero a Maria; e fu pure un angelo che lo annunziò a Giuseppe. Uguali nella fortuna di stare con Gesù: Maria stette sempre con Gesù; con Gesù stette pure san Giuseppe finchè visse. Maria lo nutrì col suo latte: Giuseppe lo nutrì colle sue fatiche: Maria lo baciò, lo portò sulle sue braccia, lo perdette, lo cercò, lo trovò, se lo vide ubbidiente ai suoi cenni; e Giuseppe baciò Egli pure Gesù; anch’Egli lo portò sulle sue braccia, lo /249/ perdette, lo cercò, lo trovò, se lo vide ubbidiente ai suoi comandi. Li trovo uguali nei dolori e nelle consolazioni: di Maria si ricordano sette dolori e sette allegrezze: e sette dolori, e sette allegrezze si ricordano anche di san Giuseppe. Maria credette ciecamente alla voce del Signore, fece prontamente quanto le veniva ordinato: e Giuseppe credette pure alla voce del Signore: eseguì prontamente gli ordini di Lui. Ed eccovi come realmente Giuseppe e Maria per molti riguardi si rassomigliano molto, sono tra di loro uguali.

Finalmente confrontando Maria con Giuseppe, trovo questo Santo anche superiore a Maria: e lo trovo superiore 1° come sposo di Maria. Lo sposo è superiore alla sua sposa: ma Giuseppe fu sposo di Maria, dunque per questo le fu superiore; il che vuol dire che dallo sposalizio san Giuseppe conseguì una gloria maggiore di quella che consegui Maria Santissima. 2° Lo trovo superiore come capo della sacra famiglia. Come tale Egli era anche capo di Maria, epperciò a Lei superiore; e Iddio medesimo riconobbe questa sua superiorità, poichè dal /250/ momento che fu formata la sacra famiglia, mandò sempre il suo angelo non a Maria, ma a Lui direttamente.

Come vedete, dunque, se noi ci specchiamo in Maria e Giuseppe, e ne facciamo un breve confronto, troviamo che Giuseppe è bensì a Maria inferiore per molti riguardi; ma troviamo altresì che Esso per altri riguardi è a Lei simile, a Lei uguale, anzi superiore. E di un Santo di cui possiam dire che fu uguale, anzi superiore a Maria, perchè non potremo dire che Egli in Paradiso occupa il primo posto di gloria, di potenza, di beatitudine, dopo Maria? Oh sì! prima di separarci dal nostro caro san Giuseppe, che abbiamo accompagnato fino al Paradiso, diciamo con santo trasporto di gioia: fu la mano del Signore che su questa terra volle uniti Giuseppe e Maria col sacro vincolo dello sposalizio: e noi non separiamoli, non allontaniamo l’un dall’altro; veneriamoli uniti in Paradiso in corpo ed anima: veneriamoli dando a Maria il primo posto di gloria; a Giuseppe il secondo; salutando Maria Regina del Cielo, e Giuseppe sposo di quella Regina; invocando Maria col nome di madre, e Giuseppe col nome di padre. È Iddio che li volle uniti su questa terra: ed è pure Iddio che li unì in /251/ Paradiso; e noi non separiamo ciò che fu da Dio unito: ammiriamo, preghiamo, amiamo, esaltiamo Maria; ma con Maria ammiriamo, preghiamo, amiamo, esaltiamo il suo castissimo sposo, il gran Patriarca san Giuseppe.

Riflessione morale.

Su questa terra non vien sempre premiala la virtù, e non vien sempre castigato il vizio; anzi certe volte noi vediamo i viziosi favoriti dalla fortuna, ed i buoni perseguitali dalle tribolazioni. In vista di ciò non mancano cristiani, i quali se la prendono contro Dio, quasi che Esso non faccia le cose giuste. Gente di poca fede! dico a questi tali, gente di poca fede! voi fate male a parlare così; non è vero che il Signore non faccia le cose giuste premiando qualche volta! cattivi su questa terra, e castigando i buoni; anzi questo è una prova che Egli fa le cose giuste. E sentite se ciò non è vero.

I cristiani, sieno pur buoni, commettono tuttavia qualche peccato: medesimamente i perversi, sieno pur cattivi, fanno tuttavia qualche opera buona. Ora giustizia vuole che ogni peccato sia castigato; ogni opera buona sia /252/ premiata. Ma il Signore vede e sa che non potrà premiare nell’altra vita il poco di bene che fanno su questa terra quelli che si danneranno; epperciò li premia ora con qualche prosperità di questo mondo. Per contrario il Signore vede e sa che i buoni cristiani, salvandosi, non saranno più castigati nell’altra vita, epperciò castiga il poco male che fanno mandando loro alcune tribolazioni mentre vivono su questa terra. Dunque se alcune volte vediamo i buoni perseguitati, tribolati; ed i cattivi prosperati, felici; ben lungi dal chiamare per questo Iddio ingiusto, dobbiamo anzi ammirare in ciò un tratto della sua giustizia, la quale colle prosperità di questo mondo premia il bene che fanno quelli che si danneranno: colla tribolazione castiga in questo mondo il male che fanno quelli che si salveranno dopo morte.

Di questa verità ne abbiamo Una prova nel nostro san Giuseppe. Chi fu più buono, più santo di Lui? Eppure chi fu più di Lui tribolato? Egli mangiò il pane del dolore; passò la sua vita nell’oscurità di una povera bottega, dove maneggiava la pialla, la sega e la scure per provvedersi uno scarso e magro vitto: era da tutti dimenticato. Il Signore quaggiù lo visitò colla tribolazione per farlo crescere nell /253/ fede, nelle umiliazioni: ma venne il tempo in cui Egli diede mano al premio; e noi abbiamo visto il povero falegname di Nazaret, il nostro san Giuseppe sollevato alla seconda gloria del Paradiso. Bella prova che il Signore è giustissimo, e darà a ciascuno il premio che si sarà meritato colle sue opere buone.

Per conseguenza se noi ci troviamo nel numero di quelli che sono prosperati in questo mondo, apriamo gli occhi, e tremiamo, perchè forse dopo morte ci attende l’inferno: invece se ci troviamo nel numero dei tribolati, rallegriamoci, perchè la tribolazione è l’appannaggio dei santi; è un po’ di penitenza per i peccatori; è una prova per i giusti; è un segno di premio, una caparra del Paradiso per tutti. Fu tribolato Gesù: fu tribolata Maria: fu tribolato Giuseppe: furono tribolati tutti i santi: se siamo tribolati anche noi, sopportiamo in pace la nostra tribolazione, e saremo fortunati con Giuseppe in Paradiso.

Fatto.

Nell’anno 1873 a Cerda, facendosi la festa di san Giuseppe, per causa di una inavvertenza, crasi appiccato il fuoco all’apparato dell’altare, /254/ che fu tutto divorato dalle fiamme ad eccezione della statua di san Giuseppe, che restò intatta, non senza una specie di miracolo. Una buona figlia che fu presente alla disgrazia, giunta a casa, raccontò l’avvenuto a suo padre. Questi, essendo tutt’altro che buon cristiano, rispose alla figlia con dispetto: Vorrei che fosse bruciala anche la statua! Il Signore non lasciò impunito questo sfregio a san Giuseppe, poichè la notte seguente permise che venisse appiccato il fuoco alla casa di quel perfido, e non si potè salvare nulla dalle fiamme.

Iddio prende come fatto a Se stesso l’onore che rendiamo a san Giuseppe; ma prende anche come fatto a Se medesimo il disprezzo che si fa a questo Santo. E noi dal castigo suddetto impariamo non solo ad astenerci da qualunque cosa che possa disonorare questo Santo; ma anche ad impedire che venga disprezzato da altri.

Esempio.

Nell’anno 1865, ai 28 di marzo, una figlia di 11 anni, nativa di Canopiana, faceva la sua prima Comunione, ed entrava nel numero delle Consorelle del Culto perpetuo di san Giuseppe.

/255/ Giunta a casa, ascende casualmente sul solaio al di sopra del secondo piano, dove, presa da una vertigine, stramazza sul pavimento, e poi sulla via sottostante. Al rumore accorre tosto la madre, e vede la sua figlia tutta intrisa nel sangue; la porta sul letto; ma essa non dava più segni di vita. Sparsasi la voce di quel caso spaventevole, il Parroco corse anch’egli alla casa di quella figlia; la esaminò attentamente, ed accortosi che non era ancora morta, la benedisse in nome di san Giuseppe. Qualche momento. dopo quella figlia mandò un sospiro, aprì gli occhi, e li fissò sopra un’immagine di san Giuseppe, che aveva vicino al letto, dicendo con voce distinta: Gesù, Giuseppe e Maria! Gli astanti furono sorpresi a sentirla parlare; quindi furono anche consolati; poichè una mezz’ora dopo quella figlia, data per morta, si alzava dal letto sana e salva. Questa grazia ottenuta per intercessione di san Giuseppe deve animare i genitori a mettere per tempo la loro famiglia sotto la protezione di san Giuseppe, ed insegnar loro a pregare questo Santo.

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/256/

Parte seconda
Chi è san Giuseppe

Trattenimento XXI.

Silenzio nei primi secoli riguardo a S. Giuseppe.

Per conoscere pienamente san Giuseppe, non basta sapere chi Egli sia stato su questa terra; ma bisogna ancor sapere chi Egli sia attualmente. Per questo motivo, avendovi già detto nella Prima Parte di questo libro, chi fu san Giuseppe dalla sua nascita fino al giorno in cui piamente si congettura essere stato assunto in Cielo in corpo ed anima, in questa Seconda Parte vi dirò chi Egli sia attualmente tanto riguardo a noi, che riguardo alla Chiesa cattolica, nostra madre. Nella Prima Parte, guidati /257/ dal Vangelo, dalla Tradizione e da ragionate congetture, ci siamo formalo un fondo di alta stima e di profonda ammirazione per san Ginseppe: in questa Seconda Parte invece, guidali da una maestra infallibile, dalla Chiesa cattolica, sentiremo a svilupparsi sempre più dentro di noi i sentimenti di una divozione soda, e piena di tenera confidenza verso di Lui.

Premessa quest’idea generale sulle cose che son per dirvi in questa Seconda Parte, io passo subito a considerare san Giuseppe nei primi secoli del Cristianesimo. E siccome, nel giro di quei secoli, la nostra guida, ossia la Chiesa cattolica, osservò un silenzio quasi perfetto sul nostro Santo, io cercherò di farvi conoscere la ragionevole convenienza di questo suo silenzio.

Il Signore gradisce come fatto a Sè medesimo l’onore che si rende ai suoi santi: per virtù della comunione dei santi, di cui parla il Credo, i vivi possono partecipare dei meriti, delle preghiere dei santi del Paradiso, ed ottenere, colla loro intercessione, tante grazie dal Signore. Basata su queste verità, la Chiesa cattolica in ogni tempo promosse in tutti i modi e con tutti i mezzi il culto dei santi. Essa cioè, assistita dallo Spirito Santo, cominciò proclamare la loro santità, e poi dedicò loro chiese /258/ ed altari: instituì feste e pratiche divote in loro onore, ed esortò i cristiani, suoi figli, ad invocarli come loro avvocati ed intercessori; a venerarli come amici di Dio, ad imitarli come loro modelli.

Ora, se la Chiesa, a nome di Dio, adoperò sempre tante cure per far conoscere, amare e glorificare i santi, che cosa avrà fatto per san Giuseppe, che fu il purissimo sposo di Maria, il fedele custode di Gesù? Senza timore di sbagliarmi, io rispondo francamente: Eccettuata la gran madre di Dio, Maria Santissima, di nessun altro santo la Chiesa si occupò con tanta sollecitudine, come si occupò del nostro caro san Giuseppe. Dei tratti principali di quest’amorosa sollecitudine della Chiesa, mi riservo a parlarvene più innanzi; per ora vi dico solamente che essa non la dimostrò sempre esternamente, anzi per lo spazio di ottocento anni la tenne quasi totalmente nascosta. E sentite il come, ed il perchè di questa cosa. Il primo atto che la Chiesa fa dei Santi, consiste nella loro canonizzazione, nell’assicurare cioè i cristiani che essi si trovano in Paradiso. Ora, la Chiesa, prima di canonizzare un santo, fa un lungo ed accurato esame della sua vita, e richiede prove evidenti della sua santità. Però /259/ non mancano alcuni santi, i quali fanno eccezione da questa regola generale, e fra questi vi è il nostro san Giuseppe.

L’Evangelista san Matteo scrisse nel suo Vangelo che Giuseppe fu un uomo giusto: Joseph cum esset iustus. Queste poche parole contengono l’esame, le prove, tutto il processo della sua canonizzazione. E siccome quanto hanno scritto gli Evangelisti è tutto parola di Dio, ne viene per conseguenza che Giuseppe fu solennemente proclamato santo da Dio medesimo; e la Chiesa, per assicurare i cristiani della sua santità non ebbe da fare altro che presentar loro le suddette parole di san Matteo. Questa cosa la Chiesa la fece certamente coi primi cristiani, ai quali leggeva e spiegava il santo Vangelo. Per conseguenza essa si occupò di san Giuseppe fin dai primi anni della propria esistenza. Notate però che nei primi secoli, anzi per ottocento anni, la Chiesa si contentò di ciò che stava scritto nel Vangelo riguardo a san Giuseppe, e non fece verso di Lui tutto ciò che fa attualmente. In allora cioè ne parlava bensì in privato, e indirettamente spiegando il Vangelo; ma non lo proponeva pubblicamente alla venerazione, all’ammirazione dei cristiani nè con feste, nè con pubbliche /260/ funzioni, nè con libri, nè con pratiche divote, come fa attualmente. Cosi che per quei secoli la Chiesa, da Dio assistila ed illuminata, tirò come un velo sopra san Giuseppe, che, senza totalmente nasconderlo, celò tuttavia gli splendori della sua gloria e santità.

Ma perchè, parmi che qui alcuno voglia domandarmi, perchè la Chiesa per otto secoli non promosse il culto pubblico di san Giuseppe, e lo lasciò quasi nascosto sotto un apparente silenzio e dimenticanza?

Rispondo: Il cristiano deve sempre ammirare, e mai cercare il perchè della condotta della Chiesa; per conseguenza se Essa non credette bene di occupare pubblicamente i cristiani dei primi secoli delle glorie e della divozione a san Giuseppe, è nostro dovere di supporre che fece così per giusti motivi. Questa risposta dovrebbe bastare per tutti: tuttavia, per appagare maggiormente i più curiosi e meno docili, io soggiungo che la Chiesa per alcuni secoli si astenne dal promuovere il culto pubblico di san Giuseppe per molti e gravi motivi.

In quei secoli la Chiesa aveva da stabilire profondamente la fede seminata dagli Apostoli; aveva da propagarla in mezzo agli Ebrei, ed /261/ ai Gentili, che ignoravano le verità più essenziali della nostra religione. Per conseguenza essa doveva insistere specialmente sulle verità fondamentali della fede; ed alle cose secondarie, come era per esempio il culto di san Giuseppe, riservare tempi più tranquilli.

Inoltre a quei tempi la Chiesa doveva far conoscere Gesù Cristo come insegna la nostra fede, cioè per vero Dio, e vero uomo; e come uomo, che era nato da una vergine illibata. Queste verità, già astruse per se stesse, venivano negate da, alcuni eretici, i quali insegnavano che Gesù Cristo era stato un semplice uomo, nato da Maria come nascono gli altri uomini. Ora, se mentre la fede in Gesù Cristo si trovava in questo pericolo, la Chiesa avesse promosso pubblicamente il culto di san Giuseppe, ne avesse esaltata la sublime dignità e come sposo di Maria, e come vice-padre di Gesù Cristo, i pagani specialmente ed anche gli Ebrei da convertire alla fede, materiali e sensuali quali erano tutti, avrebbero incontrato gravi difficoltà a credere ciò che di Gesù Cristo insegna la fede. Gli stessi cristiani di fresco convertiti, e poco istrutti, con facilità avrebbero credulo san Giuseppe qual padre naturale di Gesù. E così si sarebbe pregiudicala la fede. /262/ E la Chiesa che ben vedeva questi pericoli nel promuovere il culto di san Giuseppe, li evitò tirando un velo trasparente e lemporario sopra di questo Santo.

Di più, la Chiesa nei primi secoli aveva da richiamare e concentrare tutta l’attenzione dei fedeli sulle gloriose prerogative di Maria, che venivano già attaccate dalle prime eresie: aveva da occuparsi del numero straordinario dei martiri, che avevano dato il sangue e la vita per la fede. Ed anche per questo Essa dovette rimandare a tempi migliori il mettere in piena luce le glorie di san Giuseppe.

Che la Chiesa poi siasi astenuta dal promuovere pubblicamente il culto di san Giuseppe, unicamente per questi ed altri consimili motivi, ne abbiamo una prova in quanto vi dirò più innanzi; voglio dire nella grande sollecitudine colla quale promosse questo culto quando vide cambiate le circostanze dei tempi.

Ora, se tali furono i motivi della condotta negativa della Chiesa riguardo a san Giuseppe per lo spazio di otto secoli, nissuno deve stupirsi del suo silenzio, della sua dimenticanza, quasi Essa con ciò giudicasse san Giuseppe indegno della venerazione dei cristiani: piuttosto tutti dobbiamo chiamare prudente e saggio il /263/ suo silenzio, e riconoscere nel medesimo un esempio della grande premura che sempre ebbe la Chiesa nel tutelare la fede in Gesù Cristo, ed allontanare ogni ombra di pericolo di perderla.

Non porrei poi che, da quanto dissi finora, taluno credesse che nei primi secoli del Cristianesimo san Giuseppe non sia stato invocato, e venerato in nissun modo, perchè costui sarebbe in un inganno. È vero che in quei tempi non esisteva il culto pubblico di questo Santo; ma è vero altresì che fin d’allora nel cuore dei cristiani vi regnava un culto privato. Il Vangelo parlava a quei tempi di san Giuseppe come ne parla attualmente: molti santi Padri, e specialmente san Giovanni Crisostomo, Sant’Epifanio, san Giovanni Damasceno, sant’Ambrogio, san Girolamo e sant’Agostino esaltarono le di Lui prerogative e virtù; e specialmente la giustizia, la verginità e la paternità spirituale riguardo a Gesù. Ed i cristiani di quei tempi, docili alla voce del Vangelo, ed alle esortazioni dei santi Padri, invocavano, onoravano san Giuseppe nelle loro case, in privato. Di questa divozione privata ne abbiamo varie testimonianze. Per esempio, nell’Oriente fu trovata una gemma, appartenente al finire del primo, /264/ o tutto al più al principio del secondo secolo, sulla quale era scritta quest’epigrafe: San Giuseppe, assistetemi nei miei lavori, e datemi grazia! Nelle catacombe di Roma, ed anche in alcune chiese antiche, e case private, furono trovate immagini, statue e bassirilievi, che hanno l’impronta dei primi secoli della Chiesa, e rappresentano san Giuseppe sotto forme diverse. Potrei citarvi ancora varie altre consimili testimonianze; ma bastino queste per confermare che realmente i cristiani dei primi secoli onoravano san Giuseppe con un culto privato. Per conseguenza noi possiamo conchiudere che, mentre la Chiesa per prudenza teneva una specie di velo sopra il nostro caro san Giuseppe, i cristiani cominciarono alzarlo per ammirare le di Lui grandezze, per onorarlo ed invocarne la protezione; il che vuol dire che il suo culto pubblico fu preceduto dal culto privato.

Riflessione morale.

Nella Prima Parte di questo libro vi diceva che san Giuseppe, col suo sposalizio con Maria, tenne nascosto agli occhi del mondo il Mistero dell’incarnazione, finchè la divina Provvidenza /265/ voleva che stesse nascosto. In questo trattenimento abbiano visto che il medesimo Santo, dopo morte, collo starsene velato e nascosto nella gran scena del Cristianesimo che si propagava sulla faccia della terra, contribuì a non disturbare nelle menti deboli la vera fede, e la precisa cognizione del Mistero della Incarnazione, che prima aveva tenuto nascosto. Da ciò si vede che questo gran Santo fu sempre uno strumento di cui volle servirsi Iddio per eseguire gli alti suoi disegni riguardo al Mistero dell’incarnazione. Lo coprì quando doveva star nascosto: cooperò a stabilirne la vera cognizione, quando doveva essere conosciuto dagli uomini: lo copri comparendo padre di Gesù, quale non era: cooperò a stabilirne la vera cognizione, nascondendosi per quegli che era, cioè per quel gran Santo che meritava un culto pubblico e solenne subito dopo morte, ed accanto a Maria sua castissima sposa. E noi ammiriamo in Lui questo nobile ufficio, che fece nel più grande dei Misteri della nostra Religione.

Fatto.

I cristiani dei primi secoli, quantunque non fossero esortati pubblicamente dalla Chiesa ad /266/ onorare san Giuseppe, tuttavia essi nutrivano in privato sentimenti di divozione verso di Lui, e tra le altre cose, solevano invocare la sua assistenza nei lavori. Dal loro esempio impariamo due cose: 1° ad assecondare la voce della Chiesa, la quale attualmente ci esorta in molti modi ad essere divoti a san Giuseppe; 2° ad invocare questo Santo in mezzo alle nostre occupazioni. Il lavoro fu nobilitato fin dai principio del mondo dalla voce di Dio che lo comandò: fu nobilitato dall’esempio di Gesù, che volle lavorare anch’Egli: fu nobilitato da Giuseppe e da Maria, che camparono la vita lavorando. Dunque lavoriamo anche noi. Ed affinchè il nostro lavoro ridondi anche vantaggioso all’anima; nel farlo, ricorriamo alla protezione di san Giuseppe, come a Lui ricorrevano i primi cristiani. Essi dicevano: San Giuseppe, assistetemi nei lavori, e fatemi grazia! E noi, lavorando, rendiamoci famigliare questa invocazione: San Giuseppe, benedite le mie fatiche, i miei lavori; fatemi grazia di lavorare alla presenza di Dio, per amor di Dio; datemi la pazienza nelle contrarietà, e lo spirito di penitenza nelle mie fatiche! E san Giuseppe da noi invocato non mancherà di benedire le nostre fatiche, di assisterci nei nostri lavori; e noi /267/ lavorando ci guadagneremo il pane del corpo, e il pane dell’anima; il pane cioè e il Paradiso, come diceva san Filippo Nèri.

Esempio.

In un collegio dei Padri Maristi, dopo il mese di san Giuseppe, che eravisi fatto per la prima volta, uno studente diceva ad un suo compagno: Dacchè ho imparato a conoscere ed a pregare san Giuseppe, non mi costa più nulla ad imparare le mie lezioni, ed a fare i miei lavori. Allorchè dunque ti troverai imbarazzato in qualche cosa, prega san Giuseppe, e tutto ti diverrà facile.

Poco dopo fu dato un lavoro di prova, ed il compagno di questo giovane non sapeva farlo. Pensa, cerca, e non trova il bandolo. In quell’angustia si ricorda del consiglio del suy compagno, e recita un Pater ed Ave in odore di san Giuseppe. Rimessosi poscia al lavoro, non tardò a capirlo, e lo fece si bene che meritossi il secondo posto nella scuola.

Da questi aiuti speciali accordati da san Giuseppe a questi due studenti, impariamo a mettere anche noi la confidenza in questo Santo, e ad invocarlo per il buon esito delle nostre fatiche.

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/268/

Trattenimento XXII.

Culto pubblico di san Giuseppe.

Nel trattenimento precedente vi diceva che la Chiesa, in vista di giusti motivi, nei primi otto secoli del Cristianesimo, non promosse il culto pubblico di san Giuseppe. Ma quei motivi non dovevano durare per sempre, ed appena furono scomparsi, la Chiesa non tardò ad occuparsi con grande sollecitudine del culto pubblico del nostro Santo, non tardò cioè ad instituire più feste in suo onore, ed approvare colla sua autorità molte pratiche divote per invocarne la protezione, ed arricchirle di Indulgenze per animare i cristiani a metterle in pratica. Di queste feste, di queste pratiche divote intendo parlarvene in questo trattenimento, e dal complesso di quanto son per dirvi, verrete a conoscere che la Chiesa, dopo Maria Santissima, di nissun altro Santo si occupò con tanta sollecitudine, come si occupò di san Giuseppe.

Nel culto pubblico di un santo, fra varie altre cose vi entra la sua festa, la quale di regola /269/ ordinaria consiste nella recita di preghiere e del Breviario, e nella celebrazione della Messa in suo onore. La facoltà d’instituire la festa di un santo qualunque compete unicamente alla Chiesa, la quale certe volte la estende a tutto il Cristianesiipo, e allora si chiama universale; altre volte solo ad una parte, e si chiama parziale; alcune volte la fissa nel giorno in cui nacque il santo, il più delle volte, anzi quasi sempre, nel giorno di sua morte; questo giorno alcune volte lo dichiara festivo di precetto, il più delle volte no: di regola ordinaria per ogni santo instituisce una festa sola, però per alcuni ne instituisce anche due, tre, e più ancora.

Premesse queste poche parole, che ci danno un’idea generale della festa, colla quale la Chiesa onora pubblicamente i santi, sentite subito con quale sollecitudine Essa si occupò della festa di san Giuseppe.

La prima festa di san Giuseppe fu instituita circa mille anni fa, ed era fissata ai 20 luglio, però da principio essa si faceva solamente nella Chiesa greca. Nell’anno 1481 il papa Sisto IV la inserì nel Breviario e nel Messale romano, epperciò l’adottò anche in mezzo a noi, colla differenza però che invece del giorno 20 luglio la fissò ai 19 di marzo, che si crede comunemente /270/ essere stato il giorno della sua morte beata. Di questa festa del nostro Santo se ne occuparono in seguito altri Papi. E fra questi vi fu il papa Innocenzo VIII, il quale ne elevò l’Ufficio a rito doppio; vi fu Gregorio XV, che la estese a tutto il Cristianesimo, e dichiarò il giorno in cui cade, cioè il 19 marzo, festivo di precetto. Vi fu Clemente X, il quale nell’anno 1670 aumentò di nuovo il rito dell’Ufficio elevandolo a doppio di seconda classe, e compose egli stesso l’inno Te Joseph celebrent, che si canta a Vespro. Nell’anno 1714 Clemente XI ricompose tutto l’Ufficio di questa festa, e ci diede quella che abbiamo attualmente con Ufficio e Messa propria del Santo. Ultimamente occupossi di questa festa il papa Pio IX, il quale nel 1870 ne elevò l’Ufficio al massimo rito, cioè doppio di prima classe.

Nè qui si fermarono le sollecitudini della Chiesa per festeggiare san Giuseppe, poichè nel secolo XVI alla festa suddetta il papa Paolo III aggiunse quella del suo sposalizio con Maria, festa che si fa ai 23 di gennaio, e che nell’anno 1725 da Benedetto XIII fu estesa a tutto il Cristianesimo. A queste due feste ne fu aggiunta ancora una terza, detta del suo Patrocinio, festa che, introdotta nella Chiesa sulla /271/ fine del secolo XVII, fu elevata al rito doppio di seconda classe nell’anno 1741 dal papa Benedetto XIV, e che nel 1847 dal papa Pio IX venne estesa a tutto il Cristianesimo.

Cosi stando le cose, è facile comprendere che la Chiesa dimostrò una sollecitudine straordinaria per rendere solenne la festa di san Giuseppe, e che, Maria eccettuata, di nessun altro Santo si occupò come occupossi di Lui, avendo in suo onore instituito non una, ma tre feste distinte.

Oltre della festa, nel culto pubblico di un santo vi entrano anche le pratiche divote che la Chiesa instituisce per onorarlo, ed invocarne la protezione. Di queste pratiche la Chiesa ne propone più o meno per ogni santo; e riguardo a san Giuseppe vi dico subito che Essa fece quasi tutto quello che fece per Maria Santissima. E realmente sentite.

La Chiesa riservò a Maria una parte del tempo, cioè il giorno di sabbato e il mese di maggio, che si chiamano giorno e mese di Maria. A san Giuseppe è anche riservato il giorno di mercoledì e il mese di marzo, che si chiamano giorno e mese di san Giuseppe. A chi fa divotamente il mese di Maria la Chiesa concede varie Indulgenze. Queste medesime /272/ Indulgenze son concesse a chi fa il mese di san Giuseppe. In preparazione alle feste di Maria la Chiesa instituì le novene e le arricchì di Indulgenze; e novene arricchite altresì di Indulgenze esistono in preparazione alle feste di san Giuseppe. Per Maria vi è una divozione speciale ai suoi sette dolori, ad alle sue sette allegrezze; una divozione speciale vi è pure ai sette dolori, ed alle sette allegrezze di S. Giuseppe. La Chiesa esorta ad invocare sovente i nomi di Gesù e di Maria, ma Essa vuole che con questi due nomi si unisca anche quello di Giuseppe, e che si dica: Gesù, Giuseppe e Maria. In onore di Maria vi sono rosarii, coroncine, cingoli e litanie; e rosarii, coroncine, cingoli e litanie esistono pure in onore di san Giuseppe. Per invocare Maria vi sono preghiere e giaculatorie speciali, ed inni e cantici per lodarla; preghiere e giaculatorie speciali vi son pure per invocare san Giuseppe, ed inni e cantici per lodarlo. La Chiesa onora Maria con un culto speciale, superiore al culto che si presta agli altri santi. Per san Giuseppe non fu ancora decretato un culto consimile: però ne venne già fatta domanda formale nel Concilio Vaticano da molti Vescovi, furono già scritti alcuni libri in proposito e si spera di vederlo onorato col /273/ tempo con questo cullo, che sarà bensì inferiore a quello di Maria, ma superiore, a quello degli altri santi. I sacerdoti, quando dicono un Ufficio di rito semplice o semidoppio, alla fine del medesimo devono aggiungere una preghiera speciale a Maria, ed una preghiera speciale è prescritta in tale Ufficio anche per san Giuseppe. In alcune Messe si prescrive un Oremus a tutti i santi, in quest’Oremus dopo Maria e prima di tutti gli altri santi, si deve invocare il nome di Giuseppe. Nelle preghiere prescritte dalla Chiesa ai sacerdoti prima e dopo la Messa se ne trova una per Maria, e trovasene anche una per san Giuseppe. In onore di Maria esistono varie divozioni particolari, le quali non esistono per san Giuseppe, però in onore di questo Santo esiste pure la divozione delle sette domeniche e quella del culto perpetuo, che non esistono per Maria.

Come vedete, è proprio vero che la Chiesa dimostrò una grande sollecitudine nel promuovere il culto pubblico di san Giuseppe con pratiche di pietà; sollecitudine che lo avvicina molto a Maria stessa. La divina Provvidenza su questa terra avea uniti Giuseppe e Maria col sacro vincolo dello sposalizio, avea uniti i loro nomi e la loro sorte; e la Chiesa seguendo /274/ l’esempio della divina Provvidenza, li unì nel cuore dei suoi figli, unendoli in molte pratiche di pietà, che Essa instituì in onore d’amendue.

Con questo parmi di avervi accennato a sufficienza la sollecitudine della Chiesa cattolica nel promuovere il culto pubblico di S. Giuseppe sia col rendere solenni le sue feste, che nell’instituire pratiche di divozione in suo onore; e di poter conchiudere per conseguenza, che, Maria eccettuata, per nessun altro santo Essa fece quanto volle fare per san Giuseppe.

Riflessione morale.

Abbiam visto che la Chiesa cattolica instituì il culto pubblico di san Giuseppe; culto in cui vi entra la festa di questo Santo, e le pratiche di pietà che gli sono indirizzate. A questo riguardo credo conveniente farvi due osservazioni importanti per i tempi che corrono.

La prima riguarda la festa di questo Santo. Come sapete nel giorno della sua festa si dice la sua Messa, detta perciò Messa di san Giuseppe. Ora questo vorrà forse dire che in quel giorno si offre il sacrificio della Messa a san Giuseppe? Niente affatto. La Messa è un atto di vera adorazione, l’adorazione anzi più eccellente /275/ che possiam prestare. Ora noi sappiamo che Dio solo va adorato, e che sarebbe un gravissimo peccato adorare un santo qualunque. Per conseguenza la Messa che si celebra nella festa di san Giuseppe non si offre a questo Santo, ma si offre unicamente a Dio. Siccome però in questa Messa si leggono preghiere e fatti che si riferiscono a san Giuseppe; di più, siccome con questa Messa si ringrazia Iddio dei favori che Egli concesse a questo Santo e della gloria a cui lo sollevò in Paradiso, essa si chiama Messa di san Giuseppe. Hanno torto per conseguenza i protestanti dicendo che noi colla Messa dei santi prestiamo loro il culto di adorazione, che è dovuto a Dio solo; perchè con tale Messa veneriamo bensì i santi, ma adoriamo unicamente il Signore.

La seconda osservazione riguarda le pratiche di pietà in onore di san Giuseppe. Suol dirsi che con queste pratiche noi preghiamo questo Santo. Ma pregarlo vorrà forse dire che noi gli domandiamo delle grazie direttamente? No, non vuol dir questo. Le grazie può farcele unicamente Iddio, e nissun santo, neppur Maria potrebbe farci la più piccola grazia. Per conseguenza noi quando preghiamo san Giuseppe e gli domandiamo delle grazie, non lo preghiaino a /276/ farci Egli stesso queste grazie, ma unicamente a volerci aiutare, a domandare anch’Egli per noi al Signore le grazie che desideriamo di ottenere. E questa verità dobbiamo tenerla a mente per confondere i protestanti ed i cristiani di poca fede, i quali ci chiamano superstiziosi perchè preghiamo i santi. Certo saremmo tali se li pregassimo nel medesimo modo con cui preghiamo Iddio; ma noi non facciamo così. Iddio lo preghiamo come autore delle grazie; i santi invece li preghiamo affinchè essi stessi preghino Dio per noi. La qual cosa non solo è lecita, ma molto conveniente, perchè siccome essi sono molto cari a Dio, sono più facilmente da Dio esauditi.

Per conseguenza deve essere nostro impegno renderci famigliari le pratiche di pietà, che dalla Chiesa furono instituite in onore di san Giuseppe. Il bambino innocente ripete le parole che sente dalla madre. La Chiesa è nostra madre affettuosa, Essa ci mette d’innanzi moltissime divozioni al glorioso san Giuseppe, e noi mettiamole in pratica. E giacchè questa nostra buona madre desidera che non separiamo il nome di questo Santo dal nome di Gesù e di Maria, assecondiamo questo suo desiderio, ed ogni volta che preghiamo Maria, diciamo anche /277/ una parola a san Giuseppe; ogni volta che invochiamo i nomi di Gesù e di Maria, invochiamo altresì il nome di Giuseppe.

Inoltre procuriamo di imitare la Chiesa cattolica nella sua sollecitudine per propagare il culto di san Giuseppe. Per questo Essa instimi tre feste particolari e molte divozioni, e noi colle nostre sostanze provvediamo al decoro dei suoi altari, alla solennità delle sue feste; colle parole e coll’esempio procuriamo di propagarne sempre più la divozione in mezzo ai nostri fratelli.

Fatto.

Un giovane, ancora innocente, per celebrare divotamente il mese di san Giuseppe digiunava ogni dì, ed al digiuno univa questa preghiera:

« O mio caro san Giuseppe, siccome voi siete potentissimo in cielo, confido che mi accorderete tutto quello che vi domanderò. Vi chiedo dunque la conversione di mio padre e di mio fratello; la grazia di fare una santa Comunione, di non mentire giammai, di amare il lavoro, d’aver pazienza, d’essere umile ed ubbidiente ».

Questo giovane fece poscia la prima Comunione /278/ per Viatico, ed il giorno prima della morte pronunziava queste parole: Oh quanto son felice di morire! andrò a pregare san Giuseppe per tutti gli amici che lascio in terra.

Imitiamo l’esempio di questo caro giovane, a questo fine ogni mercoledì facciamo una mortificazione di gola in onore di san Giuseppe. Ogni giorno domandiamogli la grazia d’adempire i doveri del nostro stato, e la conversione dei peccatori, specialmente se sono nostri congiunti.

Esempio.

Un gentiluomo di Venezia soleva recitare ogni giorno alcune preghiere a san Giuseppe. Caduto in una malattia, si trovava egli vicino alla morte, avea la coscienza aggravata di un peccato mortale, ma, illuso dal medico che gli nascondeva il pericolo di morte imminente, non pensava a confessarsi. Un giorno gli parve di vedersi d’innanzi san Giuseppe, che gli diceva: Non avvi tempo da perdere: aggiustate presto gli affari della vostra coscienza, perchè fra poco dovete presentarvi al tribunale di Dio. Commosso e spaventato quell’infermo da tale intimazione, domandò e ricevette subito i Sacramenti e /279/ pochi giorni dopo moriva pienamente rassegnato alla volontà di Dio. Che bella ricompensa per la divozione quotidiana a san Giuseppe!

E siccome l’inganno in cui si trovava questo infermo è pur troppo molto usuale, e potrebbe, capitare anche a noi, nelle nostre pratiche di divozione a san Giuseppe domandiamogli anche la grazia di vedere poi il pericolo di morte quando questa ci starà vicina e di ricevere poi in tempo utile e con divozione gli ultimi Sacramenti.

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Trattenimento XXIII.

San Giuseppe modello e protettore dei cristiani.

Nel trattenimento precedente abbiamo ammirato la grande sollecitudine della Chiesa cattolica nel promuovere le due prime parti del culto pubblico di san Giuseppe, cioè le feste, e le pratiche di pietà instituite in onore di Lui. Ma il culto dei santi non consiste solo nell’onorarli con feste e con opere di pietà, esso consiste altresì nel presentarli ai cristiani come loro modelli e protettori. Ed io in questo trattenimento /280/ intendo appunto di mettervi sott’occhio la sollecitudine della Chiesa nel presentare a tutti i suoi figli il glorioso san Giuseppe come loro modello e protettore.

I santi del Paradiso su questa terra vissero in mezzo alle tentazioni, ai pericoli ed alle miserie, come viviamo noi attualmente. E siccome essi trionfarono su tutti i loro nemici, vinsero il demonio, il mondo e la carne, la Chiesa ce li propose come altrettanti modelli da imitare. Per conseguenza ogni santo è un modello per i cristiani. Però ogni santo in particolare non è un modello per tutti i cristiani; ma solo per un ceto determinato. Per esempio san Luigi Gonzaga, è nostro modello, ma solo per la gioventù, perchè si santificò da giovane. Santa Zita è nostro modello, ma solo per le persone di servizio, perchè si santificò nello stato di fantesca. E così è pure degli altri santi, son tutti nostri modelli, ma ciascuno lo è solo per una classe determinata di persone.

Però da questa regola generale fa eccezione il nostro san Giuseppe, il quale ci vien proposto dalla Chiesa non solo come modello di un ceto di persone, ma come modello universale, che è quanto dire modello di tutte le virtù, modello di tutti i cristiani di qualunque stato, età e condizione. Vi sono dei dipinti che hanno la prerogativa di fissare direttamente tutti quelli che li guardano, quantunque si trovino chi a destra, chi a sinistra e chi di prospetto. Questa prerogativa è effetto di un artifizio usato dal pittore nel formare la pupilla degli occhi. San Giuseppe in Paradiso è simile a questi dipinti, e noi, qualunque sia il nostro stato, /281/ età e condizione, fissandoci in Lui, troviamo qualche virtù da imitare, qualche esempio da seguire. Ed è questo effetto della posizione eccezionale che gli assegnò su questa terra la divina Provvidenza, e della sua perfetta corrispondenza ai favori del Signore.

E realmente i nobili, i re possono specchiarsi in san Giuseppe, che fu di sangue reale, ed imparare da lui a non vanagloriarsi della nobiltà dei loro natali. Possono specchiarsi in Lui quelli che occupano i primi posti nella società ed imparare ad essere umili, come fu umilissimo Egli nell’importante e delicatissimo ufficio che sostenne nel Mistero dell’incarnazione. Possono specchiarsi in Lui i poveri, i perseguitati, i tribolati per imitare la pazienza, la rassegnazione colla quale sostenne la povertà, le persecuzioni, gli affanni che furono il suo pane quotidiano. Medesimarnante Egli è modello /282/ degli artigiani, perchè seppe santificarsi esercitando il mestiere di falegname. È modello dei giovani, perchè passò santamente la sua gioventù. È modello degli sposi, perchè visse con Maria, come convivono gli angeli nel Paradiso. È modello dei genitori, dei capi di casa, perchè fu il fedele custode di Gesù, il capo della più santa di tutte le famiglie. È modello dei sacerdoti, perchè trattò col debito rispetto col medesimo Gesù, col quale essi trattano nell’esercizio del loro ministero, e specialmente nella Messa. È modello di chi vive nel mondo e di chi vive nel ritiro, perchè alla vita operosa di povero artigiano seppe unire la vita del ritiro, della perfezione, vivendo sempre alla presenza di Dio e conversando con Lui colla preghiera, colla meditazione anche in mezzo al lavoro. È modello dei vergini, perchè coltivò questa virtù con grande perfezione, e la unì alla qualità di sposo senza offuscarne il candore. È insomma il modello universale; è per tutti ciò che gli altri santi sono per una classe particolare di persone.

La Chiesa gli dà questo titolo, ce lo presenta per tale, ed Egli lo è realmente pel genere di vita che passò su questa terra, per le virtù che coltivò con perfezione.

/283/ Ma se la Chiesa in vista del genere di vita che san Giuseppe passò su questa terra, ce lo presenta qual modello universale; in vista dell’ufficio che dal Paradiso esercita in nostro favore, ce lo presenta: 1° come protettore universale; 2° come custode dei vergini; 3° come protettore dei moribondi: questi tre titoli che la Chiesa là a san Giuseppe meritano una spiegazione, ed io ve la dò brevemente.

1° San Giuseppe è il nostro protettore universale. Parlando propriamente, tutti i santi del Paradiso sono nostri proiettori; però essi ci proteggono solamente chi in una, chi in un’altra necessità. Per esempio santa Lucia ci protegge contro il mal d’occhi, sant’Apollonia contro il mal di denti, san Biagio contro il mal di gola, san Rocco contro le pestilenze, san Grato contro la grandine. E così pure degli altri santi; son nostri protettori, ma solo in alcune necessità. San Giuseppe invece ha ricevuto da Dio l’incarico di soccorrerci non solo in alcune, ma in tutte le necessità si spirituali che temporali. Per questo motivo la Chiesa nella festa del suo Patrocinio lo chiama il nostro protettore universale.

2° San Giuseppe è il custode dei vergini. La Chiesa non ignora che la verginità è una /284/ virtù delicatissima, ed esposta a continui e gravi pericoli di venire offuscata; non ignora inoltre che questa virtù non può conservarsi illibata nei nostri cuori senza un aiuto speciale del Signore. I vergini per conseguenza hanno bisogno di un potente custode. E la Chiesa ci presenta questo custode nel nostro caro san Giuseppe. Egli, oltre di avere conservata illibata la sua verginità, su questa terra custodì il gran re di quest’angelica virtù, che fu Gesù Cristo, ne custodi anche la regina, che fu Maria Santissima; e perchè non saprà custodire dal Paradiso tutti quelli che si fanno un impegno per coltivare questa virtù? Oh si! lo sperino tutti i vergini, san Giuseppe non mancherà di difenderli contro tutti i pericoli di macchiare la loro angelica virtù, e di preservarli dal cadere nel vizio contrario. La Chiesa, da Dio inspirata, gli diede questo nobile ufficio, ed Egli non mancherà di adempirlo.

3° San Giuseppe è il protettore dei moribondi. Se avvi un momento per noi importante quest’è certamente quello della nostra morte, perchè dal medesimo dipende la nostra eternità. Se faremo una morte buona, saremo felici per sempre; invece se faremo una morte cattiva, saremo per sempre infelici. Ora, chi ignora i /285/ numerosi ostacoli che bisogna superare per fare una buona morte? Tutti lo sanno, per questo è necessario essere in grazia di Dio, aver pazienza nel soffrire la malattia, essere rassegnato a lasciare la roba, gli onori, i congiunti, gli amici, la vita stessa. E queste cose oh quanto son difficili per i poveri moribondi! Uno si lascia illudere dalla speranza di guarire e non domanda i Sacramenti di cui ha gran bisogno per aggiustare gli affari della sua coscienza; un altro vede il pericolo di morte, domanda i Sacramenti ma la sua coscienza è aggravata da mille imbrogli; ha restituzioni da fare, nemici da perdonare, sacrilegi da riparare; un terzo non trova modo di aver pazienza, e rassegnarsi al sacrificio della vita; tutti sono circondati dagli spiriti infernali che fanno gli ultimi sforzi per indurli all’eterna dannazione; e così, chi per un motivo, chi per un altro, i poveri Moribondi son tutti minacciati di fare una cattiva morte. Per conseguenza se avvi una circostanza della nostra vita in cui ci torni indispensabile uno speciale aiuto soprannaturale, questa è certamente quella della nostra morte. E la Chiesa, da nostra buona madre qual è, pensò a questa circostanza della nostra morte, e, per preservarci dalla fatale disgrazia di una morte cattiva, /286/ ci diede san Giuseppe per proiettore. E se questo gran Santo seppe salvare Gesù Bambino dalla morte minacciata da Erode, perchè non saprà salvarci noi da una morte improvvisa quando abbiamo il peccato mortale sull’anima? Se su questa terra Egli ebbe ubbidiente ai suoi cenni Gesù Cristo, perchè non vorrà servirsi della sua autorità per ottenere ai poveri moribondi la grazia di una buona morte? Se Egli ebbe la singolare e consolantissima fortuna di morire assistito da Gesù e da Maria, perchè non saprà ottenere ai moribondi, almeno una parte della rassegnazione, della tranquillità colla quale spirò Egli medesimo? Oh sì! speriamolo, san Giuseppe, appunto perchè ricevette l’incarico di proteggere i moribondi, verrà assisterci al letto di morte, e ci otterrà la grazia di una morte preziosa agli occhi del Signore.

Intanto, dalle cose dette finora, chi non vede la grande sollecitudine colla quale la Chiesa cattolica cercò di promuovere il culto di san Giuseppe? Essa conosce la salutare influenza del buon esempio sui nostri cuori, e trattandosi di proporci un modello che serva per tutti, ce lo presenta in san Giuseppe, proclamandolo modello universale; sa che noi ci troviamo /287/ sovente circondati da molte miserie, per darci un protettore contro tutti i mali, ci addita san Giuseppe, proclamandolo protettore universale; sa che i vergini han bisogno di un custode potente, e loro assegna san Giuseppe qual custode; sa che i moribondi son minacciati da molti pericoli di fare una cattiva morte, e per aiutarli a Lineare questi pericoli li consegna alla custodia di san Giuseppe. Per conseguenza mentre scriviamo questi quattro titoli nell’aureola di san Giuseppe, e lo proclamiamo modello universale, protettore universale, custode dei vergini, protettore dei moribondi, ringraziamo la Chiesa cattolica che gli assegnò questi uffici in nostro favore.

Riflessione morale.

Per corrispondere alla sollecitudine della Chiesa che ci presenta in san Giuseppe il nostro modello, il nostro protettore, noi dobbiamo fare quattro cose:

1° Dobbiamo specchiarci in questo Santo, e cercare di imitarlo. Essendo Egli il modello universale, qualunque siasi la nostra condizione tutti possiamo imparare qualche cosa da Lui. Per esempio, i genitori possono imparare ad /288/ allevare la propria famiglia, ad amministrare le faccende di casa. Gli sposi possono imparare il modo col quale debbono convivere e trattare insieme. Gli artigiani possono imparare il modo col quale debbono lavorare. E così si dica di qualunque altro. Tutti possiamo imparare qualche cosa da questo Santo; ebbene procuriamo di imparare ciò che fa per noi, e così potrem dire di corrispondere alla sollecitudine della Chiesa che ce lo propone come modello universale.

2° Dobbiamo ricorrere alla sua protezione in tutti i nostri bisogni si spirituali che temporali. Essendo Egli il protettore universale, ci soccorrerà in tutto. Per conseguenza se siamo ammalati, afflitti, perseguitati, tentati dal demonio e dalle passioni cattive, annoiati della pratica del bene, se ci troviamo in un’angustia qualunque ricorriamo a san Giuseppe, essendo nostro protettore, non mancherà df aiutarci.

3° Dobbiamo affidare alla sua custodia la virtù della castità verginale o coniugale, secondo che viviamo celibi o nello stato matrimoniale. A questo fine, quando ci sentiamo tentati contro di questa virtù, oppure ci troviamo in qualche occasione pericolosa di perderla invochiamo il suo nome con prontezza e confidenza. Di più, /289/ ogni giorno recitiamo un Pater coll’intenzione che Egli ci preservi da ogni peccato contrario a questa bella virtù.

4° Dobbiamo fin d’ora prepararci a fare una buona morte, perchè se è vero che san Giuseppe ci proteggerà poi in punto di morte, è vero altresì che Egli non è obbligato ad ottenerci una buona morte operando dei miracoli, e senza un miracolo la nostra morte sarà l’eco della nostra vita. Dunque se vogliamo che la protezione di san Giuseppe ci ottenga la grazia di una buona morte, fin d’ora prepariamoci a ben morire. A questo fine procuriamo di fare ogni mese l’esercizio della buona morte; esercizio che consiste: 1° nell’accoslarci ai SS. Sacramenti; 2° nel meditare un po’ sulla morte; 3° nel fare la preghiera detta della buona morte. Con questo esercizio fatto costantemente ogni mese, e colla protezione di san Giuseppe, possiam tenere come cosa moralmente certa, che faremo una morte preziosa agli occhi di Dio.

Fatto.

Il buon servo di Dio, Alessio da Vigevano, frate Cappuccino, trovandosi in punto di morte diceva ai confratelli che lo assistevano: Fate /290/ il piacere di accendere otto o dieci candele. Interrogato del motivo, rispose: Perchè mi devono far visita Maria e Giuseppe, e bisogna riceverli con rispetto. Poco dopo con aria di sorriso fu sentito a balbettare: Ecco la regina del Cielo, ecco san Giuseppe; e furono queste le sue ultime parole. La storia ecclesiastica racconta varie apparizioni consimili del nostro Santo a pover moribondi; procuriamo di meritarci anche noi la grazia d’averlo poi vicino al letto di nostra morte, se non visibilmente in persona, almeno colla sua assistenza.

Esempio.

Nell’anno 1631, una povera donna di Torre del Greco, per nome Camilla, sorpresa da una eruzione del Vesuvio, stava per essere raggiunta dalla lava, e per soprappiù si vide intercettata la fuga da una rupe. Aveva in braccio un fanciullo di 5 anni; se si fermava ai piedi della rupe, restava coperta dal fuoco; arrampicarsi sulla rupe col fanciullo noi poteva. Non sapendo a qual partito appigliarsi, si rivolse a san Giuseppe con questa preghiera: Padre mio, voi che salvaste il Bambino Gesù dalle mani di Erode, salvate dal fuoco me e questo fanciullo /291/ che porta il vostro nome. Fatta questa preghiera, abbandona il fanciullo, e si arrampica sulla rupe. Desolata per la morte del fanciullo che teneva come certa, quella povera donna s’incamminò verso Napoli, quand’ecco si sente chiamar per nome; si volta in dietro e vede il suo fanciullo sano e salvo. Lo interroga subito sul modo con cui erasi salvato, ed egli rispose: San Giuseppe, che tu hai invocato, mi prese fra le braccia e mi ha qui portato. Impariamo da questa grazia straordinaria, accordata da san Giuseppe, ad invocare la sua protezione ogni volta che ci troviamo in qualche pericolo tanto per l’anima, che per il corpo.

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Trattenimento XXIV.

Promotori del culto di san Giuseppe.

La facoltà di stabilire il culto pubblico dei santi è riservata unicamente alla Chiesa cattolica. Per conseguenza essa sola li canonizza, ne instituisce la festa, li proclama protettori /292/ di questo o quel ceto di persone, ed approva le pratiche di pietà a loro indirizzate. Ciò però non impedisce che questo culto, sia prima che dopo la sanzione della Chiesa venga promosso privatamente dai semplici fedeli. E così avvenne appunto del culto di san Giuseppe; questo culto, sia prima che dopo la proclamazione fattane dalla Chiesa, fu promosso in modo edificante da molti cristiani. E siccome fra questi ve ne furono molti i quali son distinti per santità, per pietà e per dottrina, io credo di far cosa grata a san Giuseppe, e vantaggiosa per noi, ricordandovi almeno alcuni di questi insigni promotori del suo culto, come intendo di fare in questo trattenimento.

Come già dissi precedentemente, la Chiesa aspettò sino al secolo nono per promuovere il culto pubblico di san Giuseppe. Però molti dei fedeli non aspettarono tanto per promuoverlo privatamente. Fra questi mi piace ricordarvi un san Giovanni Crisostomo, un sant’Epifanio, un san Giovanni Damasceno, un sant’Ambrogio, un san Girolamo, un sant’Agostino: questi santi Padri e Dottori della Chiesa, e molti altri che vissero chi nel terzo, chi nel quarto secolo, commentando i passi del Vangelo, dove si parla di san Giuseppe, scrissero di Lui /293/ bellissime cose, sia per far conoscere le sue virtù, che per far conoscere la sua grande dignità e come sposo di Maria, e come vicepadre di Gesù.

Ma quanto si scrisse di questo Santo prima che la Chiesa lo proponesse pubblicamente alla venerazione dei fedeli, è poco in paragone di quanto fu detto, scritto e fatto dopo la proclamazione del suo culto. Io mi limito alle cose principali, e camminando per ordine di tempo principio da san Bernardino da Siena.

Quest’apostolo della divozione al Nome Santissimo di Gesù fu molto divoto di san Giuseppe. Scrisse molte e bellissime cose sulle virtù e sulla santità di Lui; ne raccomandò con entusiasmo la divozione ai cristiani che accorrevano a sentirlo dal pulpito. E siccome egli predicò in pressochè tutte le provincie della nostra Italia, e la sua parola esercitava una grande influenza sul cuore degli uditori, la divozione a san Giuseppe, in grazia del suo zelo, prese un notabile incremento nella Chiesa e specialmente nei paesi dove diede le sue missioni.

Un altro santo che promosse il culto e la divozione a san Giuseppe fu san Francesco di Sales. Questo santo Dottore della Chiesa, che /294/ fu tanto ammirabile per la sua dolcezza, era tutto tenerezza verso san Giuseppe. Dal pulpito, nel confessionario, nelle conversazioni ne raccomandava la divozione in modo ammirabile. E se voi andate leggere i trattenimenti che scrisse in onore di Lui, troverete che ne parla con santa unzione. Ora lo chiama la creatura più amabile dopo Maria; ora lo solleva sopra tutti gli angeli e santi del Paradiso, mettendolo il primo dopo Maria; ora chiama fortunato chiunque è messo a parte della sua protezione, perchè otterrà un aumento in tutte le virtù. Questi e moltissimi altri sentimenti consimili di san Francesco di Sales si insinuarono nel cuore dei cristiani, e la divozione a san Giuseppe prese un nuovo incremento.

L’impulso dato da san Bernardino da Siena e da san Francesco di Sales alla divozione a san Giuseppe, fu più lardi rinnovato da sant’Ignazio di Loiola, da san Vincenzo de’ Paoli, da sant’Alfonso de’ Liguori, e da moltissimi altri santi. Però il primo posto fra i promotori più zelanti della divozione a san Giuseppe va riservato ad una santa straordinaria, voglio dire a santa Teresa, che visse circa trecento anni fa. Questa santa, che fu un prodigio di amore e di fortezza per la gloria di Dio, nella vita /295/ che si scrisse essa medesima per ubbidienza al confessore, parla varie volte di san Giuseppe e sentite, colle medesime sue parole, alcune delle molte cose che ne dice:

« Io mi presi per avvocato e protettore il glorioso san Giuseppe; e fino al di d’oggi non mi ricordo d’avergli domandata grazia che Egli non me l’abbia accordata. Che bel quadro io metterei sotto gli occhi se mi fosse possibile di esporre le grazie segnalate colle quali sono stata ricolmata da Dio, ed i pericoli di anima e di corpo, da cui sono stata liberata mediante l’intercessione di questo Santo. Quanto ho detto rapporto a me delle grazie ricevute da san Giuseppe, l’hanno sperimentato al pari di me altre persone, alle quali io aveva raccomandato di ricorrere a questo incomparabile protettore. Vorrei persuadere a tutti gli abitanti della terra di onorare san Giuseppe con un culto particolare. E chi forse non volesse credere alla mia parola, lo scongiuro per amor di Dio a farne la prova, e così vedrà per esperienza quanto vantaggio ne venga dal raccomandarsi a questo glorioso Patriarca ».

Queste e molte altre parole, che tralascio, non hanno bisogno di commenti per farci /296/ conoscere lo zelo di santa Teresa nel praticare essa stessa e nell’insinuare nel cuore di tutti la divozione a san Giuseppe. E per certo la divozione a questo Santo prese più incremento per opera di lei che di qualunque altro.

Mentre questi e moltissimi altri santi, sia colla parola che coll’esempio, propagavano la divozione a san Giuseppe in mezzo ai cristiani, molti altri personaggi distinti per ingegno, per sapienza e per pietà, facevano altrettanto.

Fra questi meritano speciale menzione, in primo luogo Isidoro l’Isolano. Questo Padre Domenicano nel 1522 stampò un libro su san Giuseppe. In esso attribuisce a questo Santo una dignità superiore a quella degli Apostoli, ed a quella degli angeli; gli assegna il primo posto in Paradiso, dopo Maria Santissima; insiste nel provare che, dopo Maria, Esso si deve onorare sopra ogni altro santo; fa una predizione sullo sviluppo del suo culto, e noi oggidì siamo testimoni che non si sbagliò; manifesta il desiderio di vederlo proclamato Patrono universale, e noi vediamo che questo suo desiderio fu adempito.

Vicino ad Isidoro l’Isolano sta benissimo Giovanni da Gartagena, il quale stampò tredici Omelie su san Giuseppe. In esse raccolse le /297/ lodi che gli avevano fatte i santi Padri, ed aggiunse vari elogi, specialmente in vista dell’ufficio che sostenne nel Mistero dell’Incarnazione.

Quindi vi fu Cornelio A Lapide, il quale, commentando il Vangelo dove parla di san Giuseppe, dice che a questo Santo può prestarsi un culto di somma dulía; inferiore cioè a quello di Maria, ma superiore a quello degli altri santi.

La voce autorevole di questi e di moltissimi altri dotti e pii personaggi, diede anche una buona spinta al culto del nostro Santo. Però, come fra i santi nessuno promosse tanto il culto di san Giuseppe quanto santa Teresa, così fra i dotti nissuno lo promosse tanto quanto il Gerbone, che visse nel secolo xv.

Nel principio di questo secolo la Chiesa trovavasi afflitta da molti mali. Per mettervi un rimedio si era radunato un Concilio generale nella città di Costanza. Vi intervenne anche il Gersone, che fu come l’anima di quel Concilio. Incaricato egli di fare un discorso a tutti i Vescovi del Concilio, prese per argomento Maria e Giuseppe, e dopo d’aver ricordato i privilegi, le virtù, le glorie, la dignità di san Giuseppe, fini col proporlo come mezzo efficacissimo /298/ per restituire la pace alla Chiesa cattolica, e per liberarla dalle insidie dei nemici. Tanto il discorso che la proposta del Gersone piacquero a tutti i Padri del Concilio; e fu appunto in seguito a ciò che furono prese dalla Chiesa le iniziative per le feste del patrocinio e dello sposalizio di san Giuseppe.

Ed eccovi accennati i promotori principali del culto e della divozione a san Giuseppe; promotori che contribuirono molto a diffonderne la divozione pratica in mezzo ai cristiani.

Riflessione morale.

I santi ed i dotti di cui vi ho parlato non si contentarono di nutrire essi stessi una tenera divozione a san Giuseppe; ma cercarono di insinuarla anche nel loro prossimo. E noi impariamo due cose da loro:

1° Impariamo a tenerci cara la divozione a questo Santo. I santi, i dotti conoscono meglio di tutti le vie, le pratiche, le divozioni che guidano al bel Paradiso. E se essi furono divoti di san Giuseppe, ciò vuol dire che la divozione a questo Santo è un gran mezzo per avanzarci sulla via della virtù, della perfezione e della santità. Dunque se vogliamo progredire nella /299/ pratica del bene, nell’abborrimento del male, teniamoci cara la divozione a san Giuseppe.

2° Impariamo a farci anche noi promotori del cullo, e della divozione a san Giuseppe. I santi e dotti di cui vi ho parlato, l’hanno promossa col loro buon esempio, colla voce e cogli scritti. E noi procuriamo di fare altrettanto. A questo fine nelle tre feste di san Giuseppe accostiamoci ai santissimi Sacramenti, prendiamo parte alle Compagnie erette in suo onore e sotto la sua protezione; esercitiamo le pratiche portate dai regolamenti alla presenza del nostro prossimo; procuriamo insomma di far conoscere agli altri che noi siamo veramente divoti di san Giuseppe, ed il nostro esempio servirà certamente a promuovere questa bella divozione. Inoltre parliamo volentieri di questo Santo; raccontiamo le grazie che per sua intercessione abbiano ricevuto noi medesimi, o sappiamo che hanno ricevuto altri; accomandiamone la divozione agli inferiori, agli uguali, agli amici, ai conoscenti. E la nostra parola servirà ad insinuare nel cuore di chi la sente un po’ di divozione a san Giuseppe. Finalmente procuriamo di aiutare ad aumentare il decoro degli altari e delle Chiese dedicate a questo Santo. Questo decoro è una voce muta, ma /300/ molto eloquente per propagarne la divozione. In tal modo avremo non solo un buon mezzo per le mani per salvarci, ma anche per propagare sempre più la divozione a san Giuseppe.

Fatto.

Il beato Gaspare Bon, dell’Ordine dei Frati Minori, avea preso l’abitudine a pronunziare sovente i nomi di Gesù, Giuseppe e Maria, così che li avea quasi sempre in bocca. Se picchiava alla porta di un confratello, diceva: Gesù, Giuseppe e Maria, frate Gaspare domanda di dire una parola. Se voleva uscire dal convento, giunto alla porta, diceva: Gesù, Giuseppe e Maria, portinaio, venite aprire. Cosi faceva pure nelle sue occupazioni, di modo che questi tre nomi erano l’introduzione, l’intercalare, la chiusa dei suoi discorsi e delle sue occupazioni. L’autore della sua vita dice che queste tre parole, Gesù, Giuseppe e Maria, furono le ultime che pronunziò in punto di morte.

Questa invocazione delle tre persone della sacra famiglia rendiamocela famigliare anche noi. Il superbo parla sempre di se stesso, l’avaro ha sempre in bocca l’interesse e il guadagno, il goloso parla di vini e pietanze. E ciò perchè? /301/ Perchè sono superbi, avari, intemperanti. La lingua parla di ciò che si ama. Dunque se noi amiamo Gesù, Maria e Giuseppe, dobbiamo invocare sovente i loro nomi, che sono la delizia del Paradiso, il terrore del demonio; invochiamoli adunque questi tre nomi, e ne riceveremo grandi vantaggi.

Esempio.

In un collegio diretto da Padri Gesuiti, nel mese di marzo gli allievi avevano presa l’abitudine di mettere ogni dì un biglietto ai piedi di san Giuseppe, scrivendovi sopra la domanda di qualche grazia. Questa santa astuzia ebbe un mirabile effetto, poichè, alla fine del mese invitati quei giovani a raccontare le risposte date dà san Giuseppe ai loro biglietti, attestarono d’aver ricevuto tutti qualche grazia. Uno disse: Io ho ottenuto la mia conversione; un altro: a me furon tolti tutti i dubbi che avea sulla mia vocazione; un altro: io era molestato dalle tentazioni, ora le caccio via con facilita; un altro: in tutto il mese io non ho commesso alcun peccato deliberato; un altro: a me era una spina il pregare, ora prego molto volontieri.

/302/ E così di seguito; ogni giovane raccontava qualche grazia ricevuta durante quel mese.

Imitiamo l’esempio di questi giovani studenti non solo durante il mese di marzo, ma sempre. E se qualche volta non sappiamo che grazia domandare a san Giuseppe, diciamogli così: San Giuseppe, voi conoscete meglio di me le grazie di cui abbisogna l’anima mia; io vi domando queste grazie, e voi esaudite la mia supplica.

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Trattenimento XXV.

San Giuseppe Patrono della Chiesa cattolica.

I cristiani del secolo corrente non furono tz non sono indifferenti verso san Giuseppe, anzi più che mai hanno essi corrisposto, e corrispondono alla voce della Chiesa, dei santi e dei dotti, che ne hanno promossa la divozione. Di questa corrispondenza ne fanno prova i molteplici libri, i giornali che si sono stampati, £ si stampano in onore di san Giuseppe; ne fan do prova il numero straordinario di chiese e di /303/ altari che gli sono dedicati; e le statue e i dipinti che,ricordano le vicende della sua vita e che si veggono non solo nelle chiese, ma anche nelle case private, e le sue medaglie che pendono al collo dei cristiani, e le molteplici divozioni che si praticano in onore di Lui; ma specialmente ne fa prova un desiderio generale che fu manifestato solennemente nell’anno 1870, voglio dire il desiderio di vedere san Giuseppe proclamato dalla Chiesa qual Patrono universale. E giacchè la nostra buona madre e maestra, la Chiesa cattolica, volle consolare i sudi figli proclamando solennemente san Giuseppe Patrono della Chiesa universale, io credo conveniente di parlarvi di questo titolo, gloriosissimo al nostro caro san Giuseppe, in questo trattenimento.

Abbiamo già visto che san Giuseppe è il nostro modello e protettore universale, è il custode dei vergini ed il protettore dei moribondi. Ora vi aggiungo che Egli è inoltre il patrono della Chiesa universale.

Riguardo a questo titolo del nostro Santo, per darvene una idea precisa, vi accennerò quattro cose:

1° Come andò e quando fu che la Chiesa diede questo titolo a san Giuseppe?

Rispondo: Voi sapete che negli anni 1869 /304/ e 1870 si radunarono a Roma tutti i Vescovi del mondo per tenervi un Concilio generale. Or bene in questo Concilio si parlò anche del nostro san Giuseppe, e si fece più solennemente a suo riguardo ciò che era già stato fatto nel Concilio di Costanza nel 1414. In quel Concilio il Gersone avea proposto di invocarlo qual patrono di tutta la Chiesa; nel Concilio di Roma questa medesima proposta fu fatta da moltissimi Vescovi, non solo a nome proprio, ma a nome altresì dei cristiani affidati alla loro custodia. Il Concilio applaudì a questa proposta, ed il papa Pio IX di felicissima memoria, con un Decreto che emanò poscia li 8 dicembre dell’anno 1870, dichiarò solennemente S. Giuseppe Patrono della Chiesa universale. Da ciò si vede che la Chiesa, nel dare questo titolo a san Giuseppe, assecondò un desiderio antico dei cristiani; desiderio che ultimamente era comune a moltissimi fedeli d’ogni età, sesso e condizione.

2° Il titolo di Patrono è nuovo per san Giuseppe, oppure è antico?

Rispondo: La proposta fatta dal Gersone nel Concilio di Costanza aveva già per iscopo questo titolo: quando la Chiesa istituì la festa del Patrocinio, gli diede questo titolo implicitamente, /305/ alcuni dei suoi divoti l’hanno onorano di questo titolo in tempi da noi lontani. Però questo fu sempre fatto unicamente in via privata. Il che vuol dire che san Giuseppe da più secoli fu bensì considerato come Patrono della Chiesa universale da alcuni dei cristiani; ma la Chiesa non lo salutava ancora con questo titolo, come lo salutò ultimamente nell’anno 1870. Per conseguenza il titolo di Patrono per san Giuseppe è antico ed è anche nuovo: è antico se si considera privatamente; è nuovo se si considera pubblicamente, come lo considero io in questo trattenimento.

3° Che cosa vuol dire che san Giuseppe è Patrono della Chiesa universale?

Rispondo: Patrono vuol dire protettore, difensore, custode. Iddio, come onnipotente, potrebbe eseguire gli ordini della sua volontà, distribuire li suoi aiuti, difendere gli uomini senza servirsi di mezzo alcuno. Ma noi sappiamo invece che Iddio, di regola ordinaria, suole eseguire la sua volontà, distribuire le sue grazie non Egli stesso direttamente, ma per mezzo dei santi e degli angeli del Paradiso. Ora il santo di cui si serve Iddio per difendere, per esempio, un paese, una città, un regno, si chiama il Patrono di quel paese, di quella città, di quel /306/ regno. Però questi santi, siccome sono destinati per difendere non tutti i cristiani, ma solo una porzione di loro, si chiamano Patroni locali o particolari. San Giuseppe invece, siccome fu destinato a proteggere tutta la Chiesa, tutti i cristiani del mondo, si chiama Patrono della Chiesa universale; il che vuol dire che Egli dal Cielo fa per tutti i cristiani ciò che i Patroni speciali fanno per i cristiani di un paese, di una provincia, di un regno, cioè li assiste, li protegge, li difende; fa loro da avvocato, da siamo membri, parte della Chiesa cattolica, salutando san Giuseppe col titolo di Patrono della Chiesa universale, in sostanza diciamo che Egli è nostro padre, nello stesso modo che Maria Santissima è nostra madre.

4° Fu conveniente, opportuna la proclamazione di san Giuseppe a Patrono della Chiesa cattolica?

Rispondo: Questa proclamazione fu molto conveniente ed opportuna, e ciò per più motivi:

1° Fu opportuna per le relazioni che vi sono tra san Giuseppe e Maria. Queste due creature furono così unite su questa terra che noi non possiamo pensare ad una senza pensare anche all’altra. Ora Maria SS., nell’anno 1854, /307/ dal papa Pio IX fu solennemente proclamata Immacolata, cioè concepita senza la macchia del peccato originale. Questo titolo pose sul capo di Maria una gemma preziosissima, la esaltò grandemente. Ma Maria Santissima è sposa di san Giuseppe; ed una nuova gloria nella sposa non domanda forse una nuova gloria anche per lo sposo? Dunque la definizione dogmatica della Concezione Immacolata di Maria rendeva conveniente, opportuna una nuova gloria nel di Lei sposo san Giuseppe; e la Chiesa gli diede questa gloria proclamandolo suo Patrono universale. Cosi che il papa Pio IX fu non solo il Pontefice dell’Immacolata ma anche il Pontefice di san Giuseppe; perchè alla proclamazione della Concezione Immacolata di Maria uni la proclamazione di san Giuseppe a Patrono della Chiesa cattolica.

2° Questa proclamazione fu opportuna per la tristezza dei tempi che corrono. Oggidì si fa una guerra crudele alla Chiesa cattolica. Le armi principali dei nemici sono la calunnia contro il sacerdozio; la derisione delle cose, delle pratiche più sante; l’incredulità, l’indifferenza religiosa; la spogliazione della Chiesa, la stampa irreligiosa, e via. E molti, anche fra i cristiani con queste armi alla mano cercano di rendere /308/ schiava la Chiesa, e così distruggerla. È vero, questa Chiesa fu sempre perseguitata, ma non fu mai così crudelmente come oggidì. Oppressa da tante angustie, minacciata da tanti nemici, questa nostra buona madre si rivolse a Dio in cerca di aiuto, ed il Signore le presentò un sostegno, un difensore nella persona di san Giuseppe. E questo gran Patriarca, che salvò Gesù Bambino dalla persecuzione di Erode, non mancherà di salvare la Chiesa, da Gesù fondata, dalle persecuzioni dei novelli Erodi. Per conseguenza è opportuna la proclamazione di Lui a Patrono della Chiesa, appunto perchè siamo in tempi di grande persecuzione contro la Chiesa.

3° Fu opportuna questa proclamazione per parte della divina Provvidenza. Questa Provvidenza a san Giuseppe, pellegrino sopra questa terra, gli avea affidato un grande ufficio, l’avea fatto cioè sposo di Maria, custode di Gesù, capo della sacra famiglia.

E che cosa era la sacra famiglia se non la Chiesa cattolica in embrione, il principio di questa famiglia che oggidì conta oltre a trecento milioni di figli? Nella sacra famiglia vi era Gesù: nella Chiesa cattolica abbiamo Gesù e lo abbiamo come fondatore, come capo invisibile, /309/ come capo del gran corpo mistico di cui è membro ogni cristiano. Nella Chiesa abbiamo bensì un altro capo supremo, che è il Papa, ma il Papa è il Vicario, il rappresentante di Gesù Cristo. Ora se la sacra famiglia era il principio della nostra Chiesa, ed il Signore a quella piccola Chiesa diede per guida san Giuseppe e la volle salvare dalle persecuzioni per mezzo di Lui, vorrete voi credere che il medesimo Iddio non abbia assegnato al medesimo Santo qualche ufficio importante nella Chiesa cattolica? No, ciò non può essere, ed io non dubito punto di sbagliarmi dicendo che il Signore, a san Giuseppe glorioso in Paradiso, assegnò lo stesso ufficio che gli aveva assegnato su questa terra. Qui fu il custode del corpo reale di Gesù Cristo; dal cielo è il custode del suo corpo mistico, che è la Chiesa cattolica. Qui fu sposo di Maria, vera sposa dello Spirito Santo; dal cielo fa l’ufficio di sposo alla Chiesa, vera sposa di Dio. Qui fu custode, difensore di Gesù che salvò dalla morte, ed allevò colle sue fatiche; dal cielo custodisce, difende il Papa, che rappresenta Gesù, come capo della Chiesa. Qui salvò la sacra famiglia dalle persecuzioni; dal cielo salverà la Chiesa cattolica, che ne è l’estensione. Qui fu provvido capo della sacra /310/ famiglia; dal cielo è potente Patrono della Chiesa universale, di questo gran Corpo mistico, che unisce i cristiani col loro capo-famiglia, che è Gesù Cristo. L’ordine della divina Provvidenza ci guida necessariamente ad assegnare questo ufficio a san Giuseppe: non ci mancava che una voce autorevole la quale lo promulgasse nel Cristianesimo; questa voce si è fatta sentire nel 1870; e noi, mentre salutiamo il nostro caro san Giuseppe qual patrono della Chiesa universale, possiamo aggiungere che questa solenne proclamazione fu conveniente ed opportuna sotto tutti i rapporti.

Riflessione morale.

Dalle cose che vi dissi finora intorno al culto di san Giuseppe, risulta che esso, nelle sue vicende, fu simile al sole. Quest’astro magnifico, allo scomparire della notte, comincia farci vedere l’aurora, e poi spunta sul nostro orizzonte, si alza lentamente, e scorre sulla volta del cielo per ispandere la sua luce consolante e vitale su tutta la terra. A misura poi che si innalza si aumenta il suo calore, la sua luce; e giunto al mezzodì ne tocca il massimo grado. Il culto di S. Giuseppe fece altrettanto. Allo scomparire /311/ del pericolo che esso conteneva riguardo alla fede in Gesù Cristo, ebbe la sua aurora nel secolo terzo della Chiesa, quindi spuntò sotto forma privata, e poi sotto forma pubblica nel secolo nono, e poi di anno in anno, di secolo in secolo andò sempre crescendo in mezzo ai cristiani, e crebbe sino al nostro secolo, in cui finalmente ha raggiunto il suo mezzodì, voglio dire il massimo del suo sviluppo nelle feste, nelle pratiche di divozione, nelle chiese, negli altari, nelle relazioni che ha con noi, fra le quali primeggia quella che ce lo propone qual Patrono della Chiesa universale. Per conseguenza nel culto di san Giuseppe si è verificato il significato del suo nome. Questo nome vuol dire figlio che cresce; ed il culto, la divozione a questo Santo crebbe sino ai nostri dì, e raggiunse tale uno sviluppo che essa quasi inseperabile dalla divozione a Maria, ed è poco meno universale di questa.

E noi, giacchè abbiamo la fortuna di vivere nel secolo in cui si propagò grandemente la divozione a san Giuseppe, mettiamoci tutti nel numero dei suoi divoti, e siccome Egli è il gran Patrono della Chiesa, preghiamolo affinchè voglia difendere questa nostra buona madre dalle persecuzioni dei suoi nemici, che /312/l’assista, la guidi, la difenda, la salvi, come assistette, guidò, difese e salvò la sacra famiglia.

Fatto.

Il papa Pio IX in un’udienza pubblica, dopo di aver deplorato la tristezza dei tempi moderni, avea preso un’aria ridente, e pronunziò queste parole: Mi consola però il pensare che i due sostegni della Chiesa nascente, Maria e Giuseppe, riprendono nel cuore dei cristiani il posto che mai avrebbero dovuto perdere. Per la loro intercessione ancora una volta il mondo sarà salvo. Queste parole ci fanno vedere la grande confidenza che questo Papa immortale metteva in san Giuseppe, ed il suo esempio deve risvegliare anche in noi una confidenza illimitata nella protezione di questo Santo.

Esempio.

Nell’anno 1871, una siccità straordinaria minacciava di far perdere una gran parte dei frutti della terra nel fertile paese di Castelnuovo d’Asti. Il parroco locale per ottenere da /313/ Dio la tanto desiderata e necessaria pioggia avea annunciato un triduo di Benedizioni in onore di san Giuseppe. Nel primo e secondo giorno di detto triduo continuò il sereno; al terzo giorno, circa le ore due pomeridiane, il cielo cominciò coprirsi di nubi, le quali condensatesi Rapidamente si sciolsero poscia in una fitta pioggia che durò circa tre ore, e fecondò la campagna che tanto ne abbisognava. Alla Benedizione di quella sera fu cantato un solenne Te Deum in ringraziamento a Dio, ed a san Giuseppe, dal quale si riconosceva il favore della pioggia che si era ottenuta. Questo favore segnò il principio di una divozione speciale a san Giuseppe in onore del quale fu eretto un nuovo altare, una Compagnia, l’esercizio mensile della Buona Morte, il mese di marzo con predicazione quotidiana; e nel giro di nove anni nel cuore della grande maggioranza chei cristiani Castelnovesi penetrò una soda e fervente divozione a san Giuseppe. Ne sia lode a Dio che volle glorificare questo Santo per questa via straordinaria! ed intanto sia anche nostro impegno di ricorrere con fiducia alla sua intercessione.

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/314/

Trattenimento XXVI.

Il papa Pio IX e san Giuseppe.

Fra i dieci Papi che concorsero colla loro autorità a promuovere il culto di san Giuseppe tiene il primo posto l’angelico Pio IX. Divotissimo egli stesso di questo gran Santo fin dalla gioventù, nutrì sempre per Lui la più tenera confidenza, e più volte servissi della sua autorità suprema, come capo della Chiesa, per propagarne ed aumentarne il culto e la divozione. Fu egli che elevò la festa del Patrocinio al rito doppio di seconda classe, e la estese a tutto il Cristianesimo; e quella del 19 marzo al rito doppio di prima classe. Fu egli che aggiunse nel Breviario una preghiera speciale per san Giuseppe, e ordinò di recitarla subito dopo quella di Maria, epperciò prima di quella degli altri santi, fatta però un’eccezione. Medesimamente fu questo Papa che prescrisse d’invocare san Giuseppe subito dopo Maria in una preghiera che si dice nella Messa, e che è indirizzata a tutti i santi del Paradiso. Fu questo Papa che arricchì d’indulgenze varie pratiche /315/ di divozione in onore del nostro Santo, e fece ancora varie altre cose, specialmente in privato, verso di Lui.

L’atto poi più solenne e rimarchevole di questo gran Pontefice per san Giuseppe consiste nell’averlo proclamato Patrono della Chiesa cattolica. E siccome abbiamo la fortuna d’avere le parole di cui si è servito nel fare questa proclamazione memoranda, io credo conveniente ricordarvele in questo trattenimento, facendovi sopra brevi riflessioni affinchè possiate più facilmente capirne il pregio.

Le venerate parole, colle quali l’angelico Pio IX proclamò san Giuseppe qual Patrono della Chiesa universale, si possono dividere in quattro parli:

Nella prima parte esso confronta il nostro san Giuseppe con Giuseppe, figlio del gran Patriarca Giacobbe, e dice che questo fu un tipo, una figura del nostro. Sentite le sue parole:

« Siccome Iddio costituì Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, governatore di tutto l’Egitto, affinchè assicurasse al popolo il necessario sostentamento corporale; così, venuta la pienezza dei tempi, essendo per inviare sulla terra l’unigenito suo Figliuolo a redimere /316/ il mondo, scelse un altro Giuseppe, del quale quel primo era tipo, e lo costituì signore e principe della sua casa e della sua possessione, e lo elesse a custode dei suoi divini tesori ».

Per capire l’importanza di queste parole, sentite prima di tutto in breve chi fu quel Giuseppe, che il Papa chiama tipo, figura del nostro. Quel Giuseppe, detto il Casto, era figlio del patriarca Giacobbe, e visse due mila anni prima del nostro. Da giovane, per invidia dei suoi fratelli era stato venduto a negozianti egiziani, e questi l’aveano poi rivenduto a Putifarre, eunuco del re d’Egitto. In quella casa, per aver ricusalo di fare un gravissimo peccato contro la modestia, era caduto in disgrazia della padrona; quindi, da lei calunniato, era stato cacciato in prigione. Fattone poscia uscire per ispiegare un sogno al re Faraone, da Dio illuminato, lo spiegò con tale soddisfazione che il re gli affidò la cura della propria casa e del regno, ed ordinò che fosse da tutti onorato come la seconda persona del regno. Sette anni dopo quest’avvenimento, l’Egitto veniva visitato da una lunga carestia, e Giuseppe, che l’avea prevista e fatto delle grandi provviste negli anni precedenti, fu in grado /317/ di provvedere alimenti a chiunque ne domandava. Durante quella carestia tutti i sudditi ed anche stranieri si presentavano al re domandando alimenti, ed egli rispondeva loro: Ite ad Joseph; andate da Giuseppe, e fate come egli vi dirà. E Giuseppe somministrò per sette anni gli alimenti a tutti gli Egiziani, ed anche a stranieri, fra i quali vi furono anche i suoi fratelli che l’aveano venduto. Non fu da loro riconosciuto, però egli li conobbe, e dopo varie vicende, che sarebbe troppo lungo raccontare, si manifestò loro per quegli che era. Quale sia stato lo spavento di quei traditori crudeli quando conobbero, il loro fratello venduto, si può più immaginare che descrivere; però sentite come Giuseppe cercò di togliere loro ogni timore: Voi mi avete venduto, e ciò fu per volontà del Signore, il quale così mi fece quasi padre di Faraone, e padrone di tutta la sua casa: Qui fecìl me quasi patrem Pharaonis, et dominum universae domus eius.

Ed ora che avete una piccola idea delle vicende di questo Giuseppe, detto il Casto, facilmente potete ravvisare in lui molte rassomiglianze col nostro Santo.

Il padre del primo Giuseppe si chiamava Giacobbe, e Giacobbe era pure il nome del /318/ Padre del secondo. Il primo per invidia dei suoi fratelli, era andato come schiavo in Egitto; il secondo, per invidia di Erode, dovette fuggire, fermarsi nell’Egitto. Il primo si distinse nel resistere alle impudiche instigazioni della sua padrona e meritossi il titolo di Casto; il secondo fu il modello dei vergini. Il primo sperimentò la persecuzione, il tradimento, la calunnia, la prigione; il secondo dovette gustare la tribolazione per sette volte. Il primo, da semplice pastore, colla sua virtù, e per i doni di cui Iddio l’avea arricchito, si sollevò alla dignità di vice-re d’Egitto; il secondo, da povero falegname, per i suoi meriti eccelsi fu fatto sposo della Regina degli angeli. Il primo fu costituito capo di tutto l’Egitto per provvedere agli ingressi materiali di quel regno, e colla sua prudenza provvide il necessario per i sette anni di carestia; il secondo fu fatto capo della sacra famiglia, e colla sua fatica provvide il necessario a Gesù ed a Maria. Il primo diede il pane materiale a chi lo domandava; il secondo diede al mondo il pane spirituale, liberando dalle mani di Erode quel Gesù che dall’Eucaristia ci dice: Io sono il pane, che son disceso dal Cielo. Al primo il re Faraone mandava chiunque domandava alimenti; /319/ al secondo la Chiesa manda chiunque ha bisogno di grazie. Del primo gli Egiziani dicevano: La nostra salute è nelle vostre mani; del secondo i cristiani dicono: La nostra salvezza sta nella vostra protezione. Il primo era stato da Faraone costituito principe della sua casa e del suo regno, e depositario dei suoi beni; il secondo fu da Dio costituito Patrono del suo regno su questa terra, cioè della Chiesa cattolica, e depositario dei suoi tesori, cioè di Gesù e di Maria. Il primo disse ai fratelli: Il Signore mi ha fatto quasi padre di Faraone; il secondo ripete a tutto il mondo: Il Signore mi ha fatto quasi padre di Gesù Cristo.

Quante rassomiglianze tra Giuseppe il Casto ed il nostro san Giuseppe! Epperciò con quanta ragione il papa Pio IX chiamò quel primo figura e tipo del secondo! E notale che in ciò risplende una bella gloria per san Giuseppe. Fra tutti i santi dell’antico e del nuovo Testamento, sapete quanti ne abbiamo che possono vantarsi della gloria di essere stati predetti, prefigurati prima di nascere? Ne abbiamo tre. Maria Santissima cioè, che fu predetta e prefigurata in più modi; san Giovanni Battista, che fu predetto dal profeta Malachia, e chiamato un angelo mandato a preparare la via /320/ al Redentore del mondo; e san Giuseppe, che fu prefigurato nel primo Giuseppe che fu vice-re d’Egitto.

Nella seconda parte del suo Decreto il Papa ricorda l’ufficio che la divina Provvidenza assegnò a san Giuseppe su questa terra, epperciò la grande dignità a cui fu elevato. Sentite di nuovo le sue parole:

« Giuseppe infatti condusse in isposa l’Immacolata Vergine Maria, dalla quale per virtù dello Spirito Santo nacque il Nostro Signor Gesù Cristo, che si degnò di essere creduto figliuolo di Giuseppe, e gli fu sottomesso. E Colui che tanti re e profeti desideravano vedere, Giuseppe non solo il vide, ma con Lui conversò, e con paterno affetto abbracciò e baciò, e con sollecita cura nutrì colui che a doveva essere nutrimento spirituale ed alimento di vita eterna al popolo fedele ».

Come vedete, il Papa accenna qui brevemente quanto vi dissi più in lungo nella Prima Parte di questo libro, chiama cioè san Giuseppe vero sposo di Maria, vice-padre di Gesù, ci dice che Egli trattò con Gesù come un tenero padre tratta con un amato figlio, e che Gesù trattò con Giuseppe come un docile figlio tratta col suo caro padre: gloria questa e fortuna di cui /321/ nissun santo si può vantare, Maria eccettuata. Le ultime parole poi fanno allusione alla Santissima Eucaristia, e vogliono dire che san Giuseppe colle sue fatiche diede anche a noi un cibo prezioso, il nostro cibo per eccellenza, poichè Egli colle sue fatiche conservò la vita a Gesù Cristo, il di cui corpo e sangue, per mezzo della SS. Comunione, diventano cibo e bevanda dell’anima nostra.

Nella terza parte del suo Decreto il Papa dice in breve quanto più diffusamente vi ho detto in questa seconda parte, ci ricorda cioè il culto col quale la Chiesa per il passato onorò san Giuseppe. Eccovi le sue parole:

« Per si eccelsa dignità da Dio, a questo suo fedelissimo servo concessa, la Chiesa, dopo la Vergine Santissima, sposa di Lui, ebbe sempre in grandissimo onore e ricolmò di lodi il beatissimo Giuseppe, e di preferenza a Lui ricorse nelle angustie ».

In queste parole dovete fare attenzione a tre espressioni: La prima è fedelissimo servo. Il Papa, avendo prima parlato della grande dignità di san Giuseppe, disse anche implicitamente che il Signore l’avea arricchito di molti doni e privilegi. Dicendo ohi che Egli fu fedelissimo alle disposizioni della divina Provvidenza, /322/ che lo riguardavano, vuol dire che Egli corrispose con grande perfezione ai favori speciali del Signore, e che Egli arrivò per conseguenza ad una grande santità.

La seconda espressione, a cui dovete fare attenzione è questa: La Chiesa, dopo Maria, ebbe sempre in grandissimo onore san Giuseppe. Dicendo sempre ne viene per conseguenza che anche nei primi secoli la Chiesa teneva san Giuseppe in grande considerazione: e se non lo proponeva al culto pubblico era unicamente per evitare i pericoli di cui vi ho parlato nel primo trattenimento di questa Seconda Parte. Dicendo dopo Maria vuol dirci che la Chiesa, nella grande scala dei santi, dà il primo posto a Maria ed il secondo a san Giuseppe, lo considera cioè come il primo per gloria e potenza dopo la sua sposa Maria.

La terza espressione che dovete notare consiste nella parola angustie. Dicendo il Papa che la Chiesa nel tempo delle angustie ricorre a san Giuseppe a preferenza che ad altri, ci dice che questo Santo fu sempre considerato come il consolatore, il sostegno, il difensore speciale della Chiesa, specialmente nel tempo delle persecuzioni.

Nell’ultima parte del suo Decreto il Papa /323/ accenna il modo ed il motivo per cui proclamò san Giuseppe Patrono della Chiesa cattolica. Queste sue ultime parole son chiare; vi noterò solo alcune espressioni per farvele meglio capire. Sentitele:

« E siccome in questi tristissimi tempi che corrono, la Chiesa trovasi talmente dappertutto aggredita dai suoi nemici, e da tali gravissime calamità oppressa, che gli empii già si persuadono essere oramai venuto il tempo in cui le forzò dell’inferno abbiano sopra di essa a prevalere; perciò i venerabili Vescovi di tutto il mondo cattolico a nome loro ed anche dei rispettivi greggi umilmente pregarono il Sommo Pontefice affinchè si degnasse dichiarare san Giuseppe Patrono della Chiesa cattolica ».

Che bell’elogio alla potenza di san Giuseppe contengono le ultime parole del Papa! La Chiesa è perseguitata in tutti i modi, ed i Vescovi, i cristiani non sanno a chi meglio rivolgersi che a san Giuseppe, e concordemente a Lui si rivolgono come al più potente difensore! Basterebbe quest’unanime ed universale confidenza in Lui per esaltarlo sopra tutti i santi del Paradiso, e collocarlo al primo posto dopo Maria. Ma via, ritorniamo alle parole /324/ del Papa, e sentiamo la conclusione del suo Decreto:

« Le quali preghiere essendo state con maggiore insistenza rinnovate nel sacro Ecumenico Concilio Vaticano, il nostro Santo Padre Pio IX commosso dalla presente luttuosa condizione dei tempi, e volendo in modo speciale mettere se stesso e i fedeli tutti sotto il potentissimo Patrocinio del santo Patriarca Giuseppe, e soddisfare i voti dei Vescovi, lo dichiarò solennemente Patrono della Chiesa cattolica, elevando la di Lui festa, che cade ai 19 marzo, in avvenire a rito doppio di prima classe, però senza l’ottava per ragione della quaresima. E di più ordinò che questa dichiarazione fatta col presente Decreto della Sacra Congregazione dei Riti, si pubblicasse in questo giorno sacro all’immacolata Vergine madre di Dio, sposa del castissimo Giuseppe, non ostante qualunque cosa in contrario.

Dato a Roma, li 8 dicembre 1870 ».

Questa disposizione di pubblicare questo Decreto il giorno della festa di Maria Immacolata ci fa conoscere che questo gran Pontefice alla divozione a Maria unì sempre la divozione a san Giuseppe, e che meritossi i due titoli gloriosi di Pontefice dell’immacolata, e di Pontefice /325/ di san Giuseppe nel medesimo giorno, quantunque non nel medesimo anno.

Riflessione morale.

il Signore ci ha detto, che chi ascolta la Chiesa, ascolta Dio medesimo: Qui vos audit, me audit. Dunque se noi ascoltiamo la voce del Papa che ci esorta a ricorrere in questi tristissimi tempi a san Giuseppe, ascoltiamo Dio medesimo. Sia dunque nostro impegno di invocare san Giuseppe affinchè ci assista noi medesimi, e difenda la Chiesa nostra madre dai numerosi nemici che le fanno guerra.

Fatto.

Da quanto vi dissi in questi ed altri trattenimenti risulta che il papa Pio IX, fin dalla gioventù, fu divolissimo di san Giuseppe, e che glorificò questo Santo in molti modi. Gra se l’esempio di una persona qualunque c’invita e quasi ci costringe ad imitarla, qual forza non deve esercitare sui nostri cuori l’esempio di un Papa sì grande, sì straordinario, sì glorioso ed intrepido qual fu Pio IX? Ricordiamoci di questo esempio ed esso saprà farci prendere la risoluzione di unire anche noi la divozione di Maria /326/ con quella di san Giuseppe e di invocarli specialmente nel tempo delle tribolazioni.

Esempio.

Santa Teresa attesta di aver ottenuto da san Giuseppe la guarigione da una malattia incurabile; d’essere stata salvata dal cadere in un precipizio, e che ogni anno, nel dì della sua festa, ottenne sempre una grazia speciale. In vista di tali grazie dal nostro Santo concesse a santa Teresa, diciamo così: Se questa santa essendo molto divota di san Giuseppe, ottenne molto da Lui; noi se potrem dire di essere almeno un poco suoi divoti, otterremo anche almeno alcune grazie. Dunque procuriamo di aver nei nostri cuori questa divozione.

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Trattenimento XXVII.

Motivi di divozione a san Giuseppe

(L’esempio dell’Eterno Padre e di Gesù Cristo).

Il finè principale per cui vi parlai finora della vita e del culto di san Giuseppe, fu di insinuare nei vostri cuori una vera divozione a /327/ questo gran Santo. Parlando rigorosamente, questa divozione dovrebbe nascere dentro di voi dalle cose che vi raccontai precedentemente, come un effetto nasce dalla sua causa; tuttavia, siccome qualcheduno potrebbe forse essere incapace a dedurre da se stesso questa salutare conseguenza, io credo conveniente accennarvi ancora i varii motivi che ci esortano ad essere tutti di voti di san Giuseppe, ed il modo pratico di esercitare questa divozione. In questo trattenimento, premessa la vera idea della divozione al nostro gran Santo, comincierò parlarvi dei due primi motivi che ci esortano ad essergli divoti; motivi che consistono, il primo, nell’esempio dell’Eterno Padre; il secondo, nell’esempio di Gesù Cristo. Prima d’incominciare vi prevengo che in questi quattro ultimi trattenimenti lascierò da parte la riflessione morale, il fatto e l’esempio, che sinora ho sempre posto al fine di ogni trattenimento, perche tanto la riflessione morale, quanto il fatto e l’esempio saranno contenuti nel corpo del trattenimento.

Chiunque desidera dì essere divoto di san Giuseppe, desidera altresì di sapere in che cosa consiste questa divozione, ossia che cosa deve pensare, dire e fare per entrare nel numero dei veri divoti di questo Santo. Ed io volontieri /328/ soddisfo a questo desiderio che suppongo in tutti voi.

Sentite adunque. Per essere veri divoti di san Giuseppe è necessario e basta che facciate tre cose: 1° che mettiate una grande confidenza nella di Lui protezione; 2° che facciate volentieri qualche cosa, secondo il vostro stato, per onorarlo su questa terra, e pratichiate qualche opera di pietà per guadagnarvi la di Lui protezione; 3° che procuriate di imitare in qualche modo la condotta che Egli tenne su questa terra. Chiunque fa queste tre cose in onore di san Giuseppe, entra nel numero dei suoi veri divoti.

Ma come fare, voi forse mi domandate, a confidare in san Giuseppe, ad onorarlo, ad imitarlo, a guadagnarci la di Lui protezione?

Rispondo: Per imitarlo vi basta leggere la di Lui vita, che vi raccontai nella Prima Parte di questo libro, e quindi cercare di fare quanto fece Egli stesso: per confidare nella di Lui protezione, per onorarlo su questa terra, vi basterà leggere e poi mettere in pratica quanto son per dirvi in questo, e nei seguenti trattenimenti; perchè parlandovi dei motivi che ci esortano ad essere divoti di san Giuseppe, vi parlerò appunto di ciò che risveglia in noi la /329/ confidenza nella sua protezione, e del modo col quale possiamo onorarlo su questa terra, e supplicarlo a volerci proteggere. Ritenete queste poche cose, ed io passo subito ad accennarvi il primo motivo, di divozione al nostro Santo: motivo che consiste nell’esempio dell’Eterno Padre.

Nel trattenimento VIII vi diceva che l’Eterno Padre avea prescelto san Giuseppe per depositare nelle sue mani quanto avea di più prezioso e delicato; cioè il segreto dell’incarnazione del suo Unigenito Figliuolo: quel medesimo Figliuolo incarnato e fatto uomo, e la madre di Lui, Maria Santissima. Ora un deposito qualunque è sempre un segno di confidenza, per parte di chi lo fa, verso di chi lo riceve. Dunque l’Eterno Padre confidò in san Giuseppe: e confidò al punto che non esitò a depositare nelle sue mani ciò che avea di più caro, e di più prezioso.

Per conseguenza abbiamo niente meno che l’Eterno Padre, il quale col suo esempio ci dice: Cristiani, confidale in san Giuseppe, depositate nelle sue mani le cose più preziose. E noi che siamo soliti a fare come fanno le persone prudenti; noi che quando vediamo un nostro conoscente a confidare in una persona /330/ a noi incognita, ci basta il suo esempio per confidare anche noi in quella persona, perchè non confideremo in san Giuseppe mentre sappiamo che in Lui confidò la prima persona della Santissima Trinità? Oh; sì, meditiamolo quest’esempio dell’eterno Padre: e noi quasi senza avvedercene, prenderemo due risoluzioni. Primo, cioè, risveglieremo nel nostro cuore una grande confidenza nella protezione, nella custodia del nostro Santo. E con tale confidenza, abbiamo la prima delle tre cose che sono richieste per entrare nel numero dei suoi divoti. In secondo luogo faremo come ha fatto l’Eterno Padre, cioè gli affideremo i nostri affari più importanti, le nostre cose più preziose.

A questo fine quando stiamo per deciderci sulla elezione del nostro stato, oppure abbiamo da aggiustare gli affari della nostra coscienza, da ristabilire la pace in famiglia, da troncare una inimicizia, una passione cattiva, uno scandalo, ricordiamoci che questi sono affari di molta importanza; e ricorriamo a san Giuseppe affinchè Egli ci illumini, ci guidi in modo da farci conseguire ciò che è meglio per noi sia nei tempo che nell’eternità. E siccome l’affare per noi più importante è quello di salvarci, affidiamogli la salvezza dell’anima nostra. Di più, siccome /331/ la fede, la speranza, la carità, la castità, la pazienza, le virtù insomma del nostro cuore sono altrettanti doni preziosi di Dio, mettiamole nelle mani del nostro Santo, ed Egli non mancherà di custodircele come custodì Gesù e Maria. A dir breve, ogni volta che per noi si tratta di un affare importante, sia riguardo al corpo che riguardo all’anima; ogni volta che possediamo cose preziose, e ci sta a cuore conservarle, mettiamoci nelle mani di san Giuseppe, e confidiamo nella sua proiezione: questa nostra confidenza lo onora, e forma un atto di divozione verso di Lui; ed il motivo di confidare non può essere più forte, perchè, prima di noi, in Lui confidò lo stesso Eterno Padre

Il secondo motivo che ci esorta ad essere divoti di san Giuseppe viene anche dall’alto, e consiste nell’esempio di Gesù Cristo.

Il santo Vangelo ci dice che Gesù Cristo, come uomo, si diportò verso di san Giuseppe come un dolce figlio si diporta verso di suo padre: et erat subditus illis. Per conseguenza Egli lo amava teneramente, lo rispettava, lo ubbidiva. Ora, quando un figlio ama, rispetta, ubbidisce suo padre, si dice che gli è devoto: motivo per cui i figli, quando scrivono lettere ai genitori, sogliono sottoscriversi: vostro /332/ devotissimo figlio. Ma, come dissi, Gesù Cristo amava, rispettava, ubbidiva san Giuseppe; dunque Egli fu divoto di questo Santo: ed io non dubito punto che se Gesù Cristo avesse scritto una lettera a san Giuseppe, come ora scrivono i figli ai loro genitori, si sarebbe sottoscritto: vostro devotissimo figlio Gesù. Per conseguenza all’esempio dell’Eterno Padre faceva eco quello di Gesù, suo Unigenito Figliuolo. L’Eterno Padre dal cielo diceva col fatto: lo confidai in san Giuseppe, e deposi nelle sue mani quanto avea di più prezioso; e Gesù dalla terra ripeteva anche col fatto: lo onoro san Giuseppe, lo amo, lo rispetto, gli ubbidisco, metto la mia vita nelle mani di Lui, gli sono divoto.

E questo luminoso esempio del Figliuolo di Dio fatto uomo, quale spinta non deve darci, ad essere anche noi divoti di questo gran Santo? Il solo esempio, diceva sant’Alfonso, di Gesù Cristo che su questa terra volle onorare e soggettarsi a san Giuseppe, dovrebbe infiammare tutti ad essere molto divoti di questo gran Santo. E sant’Alfonso diceva benissimo, perchè, dal momento che Gesù Cristo colla voce ci invita tutti ad andare alla sua scuola, ad imitare il suo esempio, a fare come fece Egli stesso: Discite a me... Exemplum dedi vobis, ut quemadmodum /333/ ego feci, ita et vos faciatis; e poi il medesimo Gesù Cristo col fatto ci dice: Amate, onorate, rispettate, siate devoti di san Giuseppe, come l’ho amato, onorato, rispettato, gli fui divoto Io stesso; noi non possiamo desiderare di più ppr sentirci come strascinati alla divozione al nostro Santo. Specchiamoci adunque nel nostro modello per eccellenza, in Gesù Cristo, e poi diciamo: Voglio essere divoto di san Giuseppe, perchè non sono il primo, non son solo nel professarmi suo devoto: prima di me gli fu devoto Gesù Cristo medesimo: Egli lo onorò su questa terra, io lo onoro in Paradiso.

Certo che quest’esempio di Gesù Cristo vi farà prendere una ferma risoluzione di essere divoti di san Giuseppe, io vi soggiungo che in questo suo esempio abbiamo anche una regola pratica per esercitare la nostra divozione: regola che ci porla a praticare la seconda cosa richiesta per entrare nel numero dei suoi veri devoti, a onorarlo cioè, amarlo e glorificarlo su questa terra. Impariamo adunque da quest’esempio di Gesù Cristo a mettere in pratica la nostra divozione a questo Santo.

A questo fine in primo luogo invochiamo san Giuseppe col nome di padre. Gesù lo chiamava continuamente con questo nome: O padre, gli /334/ diceva, che ho da fare? come debbo fare questo lavoro? Al mattino gli domandava: Padre, avete dormito bene? Alia sera: Padre, buona notte! Di ritorno da qualche viaggio: Padre, avete fatto buon viaggio? I nostri fanciulli hanno sempre in bocca la parola padre, padre: e Gesù fece altrettanto con san Giuseppe: lo chiamò con questo nome ogni volta che le circostanze portavano di parlare con Lui. E giacchè Gesù ci fece l’alto onore di chiamarci suoi fratelli, ed i fratelli hanno un sol padre sulla terra, chiamiamo anche noi san Giuseppe col nome di padre, perchè Egli è realmente nostro padre, come Maria, sua sposa, è nostra madre.

In secondo luogo dall’esempio di Gesù impariamo ad amare san Giuseppe. Gesù lo amava come un figlio ama il suo padre, dunque amiamolo anche noi come amiamo i nostri genitori. E siccome riguardo alle persone amate siam soliti a pensarvi sovente, quantunque sieno da noi distanti, ne parliamo volentieri, e cerchiamo di manifestar loro il nostro amore in tutte le circostanze favorevoli, facciamo così anche con san Giuseppe; ricordiamoci di Lui al mattino, alla sera ed anche lungo il giorno: parliamone cogli amici, coi conoscenti; esterniamogli il nostro amore specialmente in occasione delle sue feste.

/335/ I figli bene educati, ed affezionati ai loro genitori, nel loro giorno onomastico presentano loro un mazzetto di fiori, un augurio con tante belle promesse; nelle feste del nostro san Giuseppe accostiamoci ai Sacramenti, promettiamogli di farci più buoni; prendiamo parte alle processioni che si fanno in suo onore. Sono questi altrettanti mezzi per manifestare al nostro Santo l’amore che per Lui nutre il nostro cuore.

In terzo luogo dall’esempio di Gesù Cristo impariamo ad onorare san Giuseppe, Gesù Cristo l’onorò colla sua ubbidienza ai di lui comandi; e noi onoriamolo glorificandolo su questa terra. Tutti lo sapete; aumentare la sua gloria essenziale in Paradiso, nol possiamo: possiamo però aumentare la di Lui gloria accidentale. Per esempio, il decoro degli altari, e delle chiese a Lui dedicate; il numero de’ suoi devoti, le solennità delle sue feste, son cose che aumentano la sua gloria accidentale. Per conseguenza se noi colle nostre sostanze, colle nostre fatiche, colla nostra voce, col nostro buon esempio, aumentiamo il decoro de’ suoi altari, il numerò dei suoi devoti, la solennità delle sue feste, ci uniamo con Gesù, e con Lui onoriamo il nostro caro padre san Giuseppe.

/336/ Ed eccovi accennati i due primi motivi che ci esortano ad essere devoti di san Giuseppe: l’esempio dell’Eterno Padre, e l’esempio di Gesù Cristo: il primo ci esorta a confidare nella protezione di san Giuseppe: il secondo, ad onorarlo su questa terra. Meditiamoli questi due motivi, e noi quasi senza avvedercene sentiremo a nascere nel nostro cuore i due primi atti che ci fanno entrare nel numero dei suoi divoti, cioè una grande confidenza nel di Lui patrocinio; ed una ferma volontà di onorarlo, glorificarlo su questa terra propagando ed aumentando il suo culto sì pubblico che privato.

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Trattenimento XXVIII.

Motivi di divozione a san Giuseppe

(Esempio della Chiesa e dei Santi).

Nel trattenimento precedente vi accennai due motivi che ci esortano ad essere divoti di san Giuseppe: l’esempio, cioè, dell’Eterno Padre e di Gesù Cristo. In questo trattenimento intendo di accennarvene due altri, che sono: 1° l’esempio della Chiesa cattolica, nostra madre e maestra; /337/ 2° l’esempio dei santi, e dei cristiani più distinti per dottrina e per pietà.

Dalle cose che vi dissi qua e là nella Seconda Parte di questo libro, e segnatamente da quanto vi dissi nel trattenimento XXII, risulta che la Chiesa, dopo Maria Santissima, di nessun altro santo si occupò con tanta sollecitudine come si occupò di san Giuseppe, e che essa cercò sempre di unire la divozione di questo Santo colla divozione alla sua castissima sposa, Maria.

Ora, nissuno l’ignora, la Chiesa cattolica è in modo speciale assistita dallo Spirito Santo; così che essa è per noi una guida, una maestra infallibile; guida e maestra che ci fa conoscere ciò che è vero, e ciò che è falso; ciò che è bene, e ciò che è male. Epperciò ogni volta che Essa ci suggerisce una pratica di divozione, la sua voce è una voce di madre che non può nè vuole ingannarci; è una voce che ci guida sulla via del Paradiso. Ma, come dissi, la Chiesa dimostrò e dimostra attualmente una grande sollecitudine per onorare e glorificare san Giuseppe; ne raccomanda caldamente la divozione a tutti i cristiani: dunque noi onorando questo gran Santo ci uniamo con una maestra infallibile, e madre pietosa; invocandolo assecondiamo una /338/ sua calda raccomandazione. E non è forse questo un forte e giusto motivo, che deve animarci tutti ad essere divoti di san Giuseppe? Il bambino si crede sicuro quando si trova in braccio alla madre, ne imita il gestire, e balbettando ne ripete le parole. Noi siamo tutti figli della Chiesa; e giacchè questa nostra buona madre ci prende sulle braccia per portarci a san Giuseppe; ci addita coll’esempio, ci ripete colla voce ciò che dobbiam fare in onore di Lui, gettiamoci fidenti fra le sue braccia, imitiamo il suo esempio, assecondiamo la sua voce.

A questo fine, alla divozione che professiamo al nostro angelo custode, al santo di cui portiamo il nome, al santo titolare della nostra parrocchia, uniamo la divozione a san Giuseppe: anzi, siccome la Chiesa dà a questo Santo il primo posto, dopo Maria, e non lo separa quasi mai da Lei; anche noi il primo posto nella nostra mente, nel nostro cuore, nella nostra bocca, nelle nostre divozioni, dopo Maria, riserviamolo a san Giuseppe; e non separiamolo mai da Maria Santissima. Su questa terra Egli fu unito a questa gran Vergine col vincolo dello sposalizio, dell’amore il più casto, il più santo: in Paradiso le sta vicino per gloria e per potenza: e noi non separiamolo da Lei nelle nostre divozioni. /339/ Invochiamo Maria, pensiamo a Lei, amiamola: ma invochiamo con Lei anche san Giuseppe; pensiamo a Lui, amiamolo. Cosi fa la Chiesa, nostra buona madre e maestra infallibile, e così dobbiamo far anche noi.

Inoltre, siccome la Chiesa ci propone molte pratiche di divozione in onore del nostro Santo, scegliamone alcune le quali sieno conformi al nostro stato, alle nostre simpatie spirituali, e poi mettiamole in pratica ogni giorno. Non dico di prenderci molte di queste pratiche; bastano anche poche, e brevi; ma procuriamo di essere perseveranti nelle medesime, e di non lasciare passar giorno senza metterle in pratica. A queste pratiche abituali aggiungiamone ancora altre, secondo le circostanze di nostra vita. Come avete sentito nel trattenimento XXVI, il papa Pio IX proclamò san Giuseppe Patrono della Chiesa universale in vista delle attuali persecuzioni, che si fanno alla Chiesa medesima: e così fu fatto altresì in altri tempi. La Chiesa costuma di far così; ogni dì ricorre alla protezione dei santi, e specialmente di Maria e di san Giuseppe; ma quando sopraggiungono circostanze particolari, alle pratiche abituali ne aggiunge delle particolari. E così dobbiam fare anche noi. Ricorriamo ogni di a san Giuseppe /340/ con divozioni usuali: ma quando ci troviamo in bisogni particolari, alle divozioni abituali aggiungiamone altre particolari. Per esempio, quando cadiamo in qualche malattia; siam visitati da qualche angustia, da tentazioni straordinarie; quando ci accorgiamo di essere caduti in mancanze gravi, d’aver bisogno di speciali aiuti del Signore, ricorriamo al nostro Santo con divozioni speciali. In tal modo noi imiteremo, almeno da lontano, l’esempio della Chiesa cattolica nella divozione a san Giuseppe; ed imitando il suo esempio cammineremo dietro ad una guida infallibile.

In secondo luogo, alla divozione a san Giuseppe siamo esortati dall’esempio dei santi. Voi lo sapete, i santi sono le persone più degne di considerazione nella Chiesa, le più dotte nelle cose che riguardano Dio e l’anima, e le più esperte nei mezzi che ci guidano al Paradiso; sono insomma una specie di Vangelo personificato ed ambulante sulla terra. Per conseguenza ciò che dicono, o fanno i santi è degno di essere da noi attentamente considerato, stimato ed imitato. Ora in qual modo si sono regolati i santi riguardo a san Giuseppe?

Rispondo: Se voi andate leggere i loro scritti, la loro vita, troverete che molti di essi furono /341/ divoti di san Giuseppe. E fra questi sapete chi tiene il primo posto? Eh! sia per ragione di tempo, che per ragione di affetto, il primo posto dei santi divoti a san Giuseppe lo tiene la più santa tra tutte le creature, la benedetta fra tutte le donne, la Regina degli angeli e dei santi, voglio dire Maria Santissima. Questa creatura prediletta da Dio, come sposa di san Giuseppe, lo amava teneramente, lo ubbidiva, lo rispettava, gli dava tutte le dimostrazioni di stima, d’affetto, d’onore, che una sposa può dare al suo sposo; epperciò gli fu vera divota prima ancora che morisse. Sì, Maria, appunto perchè sposa santa di Giuseppe, gli fu divota quando era ancora vivente. Nè alcuno si deve stupire di questa proposizione; poichè noi medesimi, quando una persona colla sua condotta lascia presagire che dopo morte verrà sollevata all’onore degli altari, in più modi ci professiamo suoi divoti anche prima che venga a morire. E se noi facciamo così colle persone distinte per santità tuttora viventi, Maria che conosceva pienamente la santità straordinaria del suo castissimo sposo, san Giuseppe, che non avrà fatto per manifestargli la propria divozione nei giorni felici, che passò in sua compagnia? Per me, quando considero queste /342/ cose, non dubito punto di errare a conchiudere, che Maria fu divotissima di san Giuseppe, tuttora vivente.

Questa divozione poi di Maria al suo castissimo sposo, si aumentò dopo la di Lui morte felice. E se la storia ci avesse tramandato quanto fece Maria in onore di san Giuseppe, negli anni che passò ancora su questa terra dopo la morte di Lui, noi avremmo in Maria un modello perfetto di divozione al nostro Santo, e conosceremmo che nissuno gli fu più divoto di Lei, perchè nissuno ebbe la fortuna di conoscerlo come lo conobbe Essa stessa. Ed ora che Maria si trova anch’Essa in Paradiso, credete voi che Essa si dimentichi della divozione al suo castissimo sposo? Niente affatto. Maria in Paradiso non può più esercitare verso san Giuseppe la divozione che gli professò da questa terra; può però promuoverne il culto e la divozione in mezzo a noi. E la Storia Ecclesiastica ci racconta che Essa più volte nelle sue apparizioni raccomandò la divozione a san Giuseppe. Per esempio, santa Teresa racconta di se stessa che nel giorno dell’Assunta dell’anno 1561, trovandosi in chiesa, e pensando ai peccati che là aveva altre volte confessato, fu rapita in estasi. Durante quell’estati, dice essa, mi vidi rivestita /343/ di un abito risplendente e candidissimo. Di più, vidi al mio lato destro la Santissima Vergine; ed alla mia sinistra il mio padre san Giuseppe, i quali mi assicurarono che io era stata purificata dai miei peccati. E poscia, per compimento di felicità s di gioia, la Santissima Vergine mi prese per mano, e mi disse che io Le dava gran piacere colla mia divozione a san Giuseppe.

Nel libro intitolalo La mistica città di Dio si leggono varie apparizioni di cui Maria Santissima onorò la venerabile Maria d’Agreda. In quelle apparizioni Maria le raccomandò più volte la divozione a san Giuseppe, e la esortò a propagarla in mezzo ai cristiani, dicendole molte cose gloriose per questo gran Santo. Per conseguenza, se è vero che Maria fu divota di san Giuseppe mentre visse su questa terra; è vero altresì che dal Paradiso continua a propagarne la divozione in mezzo ai cristiani; epperciò col titolo di prima divota di questo Santo, si merita anche quello di promotrice del suo culto e della sua divozione.

Se da Maria passiamo agli altri santi noi troviamo che furono divoti di san Giuseppe molti santi Padri; più tardi gli furono divotissimi santa Teresa, san Francesco di Sales, /344/ san Bernardino da Siena, sant’Alfonso de’ Liguori, sant’Ignazio di Lojola, san Camillo de Lellis, san Vincenzo de’ Paoli, san Tommaso d’Aquino, e mille altri.

Gli storici parlando della divozione a Maria Santissima fanno meritamente osservare che, dal più al meno, tutti i santi furono divoti di questa gran Vergine. Quest’osservazione sta bene anche per san Giuseppe, perchè la gran maggioranza de’ santi, alla divozione di Maria, unirono anche qualche divozione a san Giuseppe. Non fu a tutti comune una divozione speciale ai santi martiri, agli Apostoli, ai confessori, ai vergini; non fu a tutti comune la divozione ad un medesimo santo; fu però comune a moltissimi la divozione al gran patriarca san Giuseppe. Per conseguenza il nostro caro Santo conta una lunghissima fila di santi che gli furono divoti; fila che è preceduta dalla Regina dei santi, Maria Santissima, la quale più di tutti gli fu divota.

A questa numerosa e nobile schiera di santi, tutti divoti di san Giuseppe, dobbiamo ancora unire moltissimi altri cristiani, distinti per sapienza, per dignità e per pietà; per esempio Cornelio A Lapide, Bernardino da Bustis, Isidoro l’isolano, il Suarez, il Segneri, il Gersone, /345/ e via. Cosi che possiam conchiudere che il fiore dei cristiani hanno professato e professano qualche divozione a san Giuseppe.

Ora, se l’esempio degli altri esercita sempre una grarde influenza sui nostri cuori, e quasi ci tira ad imitarli, e noi vediamo intorno a san Giuseppe una numerosa e bella schiera di santi, di dotti, di persone pie, che gli furono divoti; quest’esempio così luminoso e così importante, non dirà niente al nostro cuore? Sarà per noi una voce fredda, indifferente? Ah no! Piuttosto diamo ascolto a questa voce eloquente, e diciamo così: Maria Santissima, i santi camminarono certamente per la buona strada; ma essi percorsero la via della divozione a san Giuseppe, dunque se siam divoti di questo Santo cammineremo anche noi sulla buona strada, e possiam dire di trovarci in ottima compagnia, perchè con queste divozioni ci associamo a Maria Santissima ed a moltissimi altri santi.

E qui potrei ancora darvi varie regole pratiche di divozione a san Giuseppe, ricordandovi ciò che di questo Santo hanno detto e fatto i santi, i dotti che gli furono divoti. Però ne prescindo per amore di brevità; e giacchè Maria Santissima è la prima fra i divoti del nostro Santo, vi mando unicamente alla scuola /346/ di questa nostra madre perchè impariate qualche divozione verso san Giuseppe. A questo fine sentite.

Maria Santissima onorò san Giuseppe specialmente in due modi: 1° amandolo e rispettandolo come suo sposo; 2° confidando, e ricorrendo a Lui come suo custode, e capo di casa. E noi facciamo altrettanto: amiamo cioè, rispettiamo san Giuseppe come nostro padre, e come sposo delle anime nostre; facciamolo capo della nostra famiglia; e come tale confidiamo in Lui; ricorriamo a Lui negli affari più importanti; ed Egli saprà custodire le nostre famiglie a Lui consacrate, come custodi la sacra famiglia.

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Trattenimento XXIX.

Motivi di divozione a san Giuseppe

(Relazione che Egli ha con noi).

I quattro motivi di divozione a san Giuseppe, di cui vi parlai sinora, sono tutti estrinseci a questo Santo: i sei invece di cui mi resta ancora a parlarvi, sono intrinseci, li ricavo cioè /347/ da san Giuseppe medesimo. In questo trattenimento vi parlerò di tre di questi motivi; e questi li caverò dalle relazioni che Egli ha con noi, cioè dall’ufficio che la Chiesa gli destinò a nostro riguardò. Per conseguenza questi tre motivi nascono dalle cose che vi dissi nel trattenimento XXIII.

In quel trattenimento vi diceva che san Giuseppe è il modello universale, il Patrono della Chiesa cattolica, ed il protettore dei moribondi. Ed ora vi soggiungo che queste tre relazioni, che Egli ha con noi, formano tre forti motivi, che ci esortano ad essergli divoti. E realmente sentite.

Iddio per farci conoscere che possiamo santificarci in qualunque stato, elesse dei santi in tutte le condizioni, in cui possono trovarsi i cristiani. Per esempio: Isidoro era contadino, e fu santo; Zita era fantesca, e fu santa; Crispino e Crispiniano erano calzolai, e furono santi; Baldomero era fabbro, e fu santo; Omobono era sarto, e fu santo; Arsenio era maestro, e fu santo; Luigi IX era re, e fu santo. E così si dica di tutte le altre condizioni: non avvene neppur una, la quale non conti uno o più santi che in essa passarono la loro vita. Quindi è che le varie classi dei cristiani si /348/ associano ed onorano in modo speciale il santo che appartenne alla loro condizione. E ciò sta bene, perchè quel santo essendo stato della condizione in cui vivono essi stessi, ha con loro una relazione speciale, e presenta anche loro varie cose da imitare.

Ora, come abbiam già visto precedentemente, san Giuseppe, appunto perchè è il modello universale, è il santo proprio d’ogni classe, d’ogni condizione di persone; epperciò Egli è per ogni classe di cristiani, ciò che gli altri santi sono per una classe determinata. Ma le varie classi sogliono onorare un santo perchè fu della loro condizione, dunque tutte le classi dei cristiani debbono onorare in modo speciale san Giuseppe, perchè Egli è il modello universale; è per ogni classe di persone ciò che gli altri santi lo sono per una classe determinata. Ed eccovi come realmente questa relazione che san Giuseppe ha con noi, questo titolo di modello universale ci esorta ad essergli tutti molto divoti, imitandone la condotta. Per conseguenza se viviamo lavorando, imitiamo san Giuseppe lavorando, come lavorava Egli, per amor di Dio, e vivendo contenti del nostro stato. Se siamo ricchi, e distinti nella società, imitiamo san Giuseppe, che era di sangue reale, col non invanirci della /349/ nostra condizione. Se siamo tribolati, imitiamo san Giuseppe nel soffrire con rassegnazione. Se siamo superiori, imitiamo san Giuseppe nella prudenza, e nell’esemplarità riguardo agli inferiori. Se siamo inferiori, imitiamo san Giuseppe nell’ubbidienza, pronta, cieca, volenterosa ai nostri superiori. Insomma san Giuseppe, come modello universale, presenta ad ogni cristiano qualche cosa da imitare: ognuno adunque lo imiti secondo il proprio stato, e così farà la terza cosa richiesta per entrare nel numero dei suoi veri divoti; cosa che consiste nell’imitare la sua condotta.

Il Signore, per il benessere sì spirituale che temporale dei cristiani, li distribuì in varie parocchie: e ad ogni parocchia destinò un santo, che dà il nome a quella parocchia, ed ha l’incarico di proteggere e difendere in modo speciale i cristiani, che la formano.

Tutti i cristiani del mondo formano una grande parocchia, che si chiama la Chiesa cattolica; ed a questa parocchia sterminata, e diffusa in tutte le parti della terra, il Signore diede anche un santq come speciale protettore, difensore e custode: e questi è san Giuseppe, che si chiama per conseguenza il Patrono della Chiesa universale.

/350/ Ora i cristiani che formano le varie parecchie, devono avere una divozione speciale al santo titolare della loro parocchia: e realmente essi sogliono prepararsi alla festa di quel santo con una novena; ne solennizzano la festa nel miglior modo possibile; lo pregano nelle Benedizioni del Santissimo Sacramento, e quando si trovano in qualche necessità. E questo sta bene; perchè, siccome il santo titolare della parocchia ha una cura speciale dei cristiani che la formano, è giusto che anche quei cristiani professino una divozione speciale a quel santo titolare. Ma san Giuseppe, come dissi, è per tutti i cristiani, ciò che è per quelli di una parocchia speciale, il santo titolare; è giusto adunque che tutti i cristiani professino una divozione speciale a san Giuseppe, invocandolo, onorandolo, come invocano, onorano il santo titolare della propria parocchia. Ed eccovi come anche questa relazione che san Giuseppe ha con noi di Patrono universale contiene un motivo che ci esorta ad essere tutti suoi divoti.

In pratica poi, come nostro Patrono, dobbiamo onorare san Giuseppe specialmente in tre modi: 1° preparandoci con novene di preghiere a santificare le sue feste, e dare a queste tutta la solennità possibile; 2° aumentando sempre /351/ più il decoro dei suoi altari. L’altare del santo titolare di una parocchia è sempre il primo nel decoro degli ornati; ma san Giuseppe è per tutti i cristiani ciò che un santo titolare è per pochi dei medesimi; dunque manteniamo sempre il decoro di tutti gli altari a Lui dedicati; 3° imponendo il suo nome ai nostri bambini. In molti luoghi i genitori nella scelta del nome da imporsi ai loro bambini preferiscono quello del santo titolare della loro parocchia. Diamo questa preferenza anche a san Giuseppe, che è patrono della Chiesa cattolica, ed abbondiamo nell’imporre il suo nome ai nostri bambini. E se la convenienza portata dalla consuetudine vuole che imponiamo loro un altro nome, imponiamolo pure, ma aggiungiamovi come secondario il nome di Giuseppe. Son questi i modi principali per onorare questo Santo come Patrono della Chiesa cattolica.

In terzo luogo san Giuseppe è il Protettore dei moribondi, ed anche questo titolo ci esorta ad essergli divoti. Miei cari, tutti dobbiamo morire: la morte è per tutti un momento importantissimo, terribile e pieno di pericoli: in quel momento avremq tutti bisogno di un difensore, di un protettore celeste.

Ed il Signore, che ci vuol bene, e desidera /352/ che facciamo una buona morte, non si dimenticò di noi moribondi, piuttosto ci diede a difensore e custode il gran patriarca san Giuseppe, il quale viene chiamato per questo motivo, il Protettore dei moribondi. E questa relazione che Egli ha con noi, quale spinta non deve darci per essergli tutti veri divoti? Eh! un poco di pace e di consolazione in punto di morte varrà assai più di tutte le delizie del mondo: una buona morte vale il Paradiso; e san Giuseppe a quanti dei suoi divoti apportò la grazia di una morte buona, consolante, e veramente preziosa? San Francesco di Sales, per esempio, che era stato molto divoto di san Giuseppe, quando si trovava moribondo, rivolto ad alcuni che piangevano intorno al letto, perchè, disse loro, perchè vi cruciate di me: non lo sapete che io sono stato divoto di san Giuseppe? Con ciò voleva dire: Non avete nissun motivo di piangere per la mia morte imminente, perchè essendo io stato divoto di san Giuseppe, farò certamente una buona morte; ed una buona morte, più che lagrime e afflizione, deve portare consolazione e gioia.

Di suor Pudenziana Zagnoni, che fu molto divota di san Giuseppe, sant’Alfonso scrive, che prima di morire si vide vicino al letto san Giuseppe /353/ con Gesù Bambino in braccio, e che tutti due le facevano coraggio a non temere.

Santa Teresa lasciò scritto il seguente attestato, che vale per cento, a provare l’efficacia della protezione di san Giuseppe in favore dei poveri moribondi: Ho assistito, dice questa Serafino del Carmelo, alla morte di molte consorelle divote del gran patriarca san Giuseppe, ed è cosa consolante al sommo il dire quanto felice sia staio il momento della loro morte! quante consolazioni abbiamo provato e io, e le consorelle moribonde in quella dolorosa circostanza!

San Vincenzo Ferreri racconta che un uomo molto pio di Valenza, per la grande divozione che aveva a san Giuseppe, non solo celebrava ogni anno la festa di Lui confessandosi e comunicandosi, ma di più, nel giorno di Natale, costumava di invitare alla propria mensa una donna, che portava seco un bambino, ed un uomo avanzato in età; li serviva egli stesso con molta cordialità, immaginandosi di servire Gesù, Maria e Giuseppe.

Giunto quest’uomo al punto della morte, gli comparirono Gesù, Maria e Giuseppe, e gli dissero: Giacchè tu ci hai invitati tante volte alla mensa con te, noi pure ora ti invitiamo alla nostra mensa; vieni dunque con noi alla mensa /354/ celeste. A quell’invito quel buon servo di Dio spirò placidamente la sua anima.

Il padre Suarez della Compagnia di Gesù, molto divoto di san Giuseppe, in punto di morte pronunziava queste parole: Non avrei mai creduto che fosse cosa sì dolce il morire.

A queste morti consolanti dei divoti di san Giuseppe, se voi aggiungete ancora quelle che già vi raccontai nei fatti e negli esempi di questo libro, e molte altre che prescindo dal ricordarvi, avrete una prova di fatto che san Giuseppe, come protettore dei moribondi, rende felice e consolante la morte dei suoi veri divoti. Per conseguenza se ci sta a cuore assicurarci fin d’ora un poco di pace negli ultimi momenti di nostra vita; se ci sta a cuore assicurarci una morte buona, santa, facciamo fin d’ora un patto con san Giuseppe, e diciamogli: D’ora innanzi non mi dimenticherò di Voi un sol giorno della mia vita; voglio onorarvi, essere vostro divoto: e Voi, o caro san Giuseppe, che siete tanto buono, per i meriti della vostra morte tanto preziosa, verrete poi a consolarmi quando mi troverò in punto di morte. E se noi adempiremo questa promessa per parte nostra, se cioè ogni giorno ci ricorderemo di san Giuseppe, lo pregheremo come nostro protettore /355/ nel punto della morte; possiamo star certi che san Giuseppe in quel punto sarà con noi e per noi; e colla sua protezione ci otterrà l’inestimabile grazia di una morte preziosa agli occhi di Dio. E non è forse vero che basterebbe questa sola ferma speranza, per animarci tutti ad abbracciare la vera divozione a questo gran Patriarca? Certo che sì. Dunque ricordiamoci che Egli è il protettore dei moribondi, il patrono di tutti i cristiani, il modello d’ogni classe di persone, e noi sentiremo a nascere nei nostri cuori una tenera divozione verso di Lui, o l’aumenteremo sempre più, se già l’abbiamo.

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Trattenimento XXX.

Motivi di divozione a san Giuseppe

(Sua gloria e potenza in Cielo: efficacia della sua protezione).

L’Eterno Padre, Gesù Cristo, la Chiesa, i santi col loro esempio ci invitano ad essere divoti di san Giuseppe: le relazioni che questo Santo ha con noi ci ripetono il medesimo invito: e /356/ se ancora non bastano tutti questi inviti a farci abbracciare una vera divozione a questo Patriarca, vi soggiungo che alla medesima ci invitano ancora la gloria e la potenza a cui Egli fu sollevato in Paradiso, e gli effetti ammirabili ottenuti colla divozione verso di Lui. Ed è questo appunto l’argomento su cui richiamo la vostra attenzione in quest’ultimo trattenimento.

Nel trattenimento XX vi diceva che san Giuseppe in Paradiso fu sollevato al primo posto dì gloria e di beatitudine, dopo la sua sposa, Maria Santissima.

Ora se il Signore volle glorificare tanto san Giuseppe in Paradiso, perchè non sarà nostro impegno di glorificarlo su questa terra? Se Giuseppe, colla sua santità straordinaria, si sollevò al secondo posto di gloria in Paradiso, perchè non sarà conveniente che noi gli diamo il secondo posto nel culto dei santi, che veneriamo sugli altari? Se gli angeli, i santi medesimi lo esaltano qual loro decoro; perchè non sarà a posto che lo esaltiamo anche noi da questa terra qual nostro modello e protettore? Insomma, se Iddio colla sua giustizia, se gli angeli, i santi del Paradiso col loro applauso, glorificano san Giuseppe in Cielo, perchè non /357/ sarà giusto e conveniente che noi lo glorifichiamo su questa terra col nostro culto, colla nostra divozione? Oh si, onoriamolo questo santo Patriarca, esaltiamolo, glorifichiamolo in tutti i modi possibili, perchè l’onore che gli rendiamo è l’eco di quanto si fa in Paradiso riguardo a Lui.

Ed eccovi, come realmente, la gloria sublimissima, a cui san Giuseppe fu sollevato in Paradiso, ci porta ad esaltarlo su questa terra colla nostra divozione. E qui mi piace di ricordarvi un’aspirazione di molti cristiani verso di questo Santo. Voi sapete che Maria Santissima si venera con un culto superiore a quello che vien prestato agli altri santi, culto che è detto perciò d’iperdulia. Ora a san Giuseppe non è certamente dovuto questo culto, perchè è grandemente inferiore a Maria Santissima: ma non gli sarà dovuto un culto che sia superiore a quello degli altri santi; che stia di mezzo tra quello che si presta a Maria, e quello che si presta agli altri santi; culto che si potrebbe chiamare di somma dulia? La Chiesa, unica maestra a questo riguardo, non volle ancora pronunziare il suo giudizio: però egli è questo un desiderio universale nel Cristianesimo; e forse non sarà lontano il tempo in cui lo /358/ vedremo assecondato, e sancito dall’autorità della Chiesa cattolica. Noi intanto non esitiamo per nulla di dare a san Giuseppe il primo posto, dopo Maria, nella nostra mente, nel nostro onore, nelle nostre divozioni. Cosi vuole la gloria che Egli gode in Paradiso.

Ma se la gloria di san Giuseppe in Paradiso ci invita ad onorarlo con pratiche di vote, la potenza a cui fu sollevato in quel beato soggiorno, ci invita a mettere in Lui una confidenza illimitata. E sentite se ciò non è vero.

Noi sappiamo che una persona partecipa tanto più della luce e del calore del fuoco, quanto più vi si avvicina. E così è pure dei santi del Paradiso; essi partecipano tanto più dell’onnipotenza di Dio, quanto più gli sono vicini. Ora, come ho già detto, dopo Maria, san Giuseppe è il più vicino al trono di Dio; dunque Egli, dopo Maria, partecipa più di tutti gli altri santi della onnipotenza di Dio. Di più, questo gran Santo colla sua presenza ripete continuamente al Cuore di Gesù: Son io che vi portai su queste braccia; vi salvai dalle mani di Erode: son queste mani che vi hanno guadagnato il vitto, son le mie fatiche che vi hanno allevato, le mie cure che vi hanno protetto, ed educato: son io che vi feci da padre per trent’anni. E /359/ Gesù, il quale ha promesso di non lasciar senza ricompensa neppure un bicchier d’acqua dato al povero in suo nome, come potrà negare a san Giuseppe quanto Egli gli domanda, mentre Esso fece tanto per Lui su questa terra? Per me, vel dico schietto, non posso dubitare che Gesù sia per negare qualche cosa al suo gran custode, al nostro caro san Giuseppe. E così la pensava anche il Gersone, il quale chiamò la preghiera di questo Santo, una specie di comando presso di Gesù Cristo; Dum pater orat Natum, imperium reputatur. E san Bernardino da Siena diceva anch’egli: Non si può dubitare, che Gesù Cristo, il quale vivendo in terra ha riverito san Giuseppe come suo padre, sia per negargli qualche cosa in cielo.

Per conseguenza noi possiamo ritenere come certo che san Giuseppe esercita un’influenza speciale sul Cuore di Gesù, e gode in cielo di una potenza straordinaria. Con ciò non crediamo che questo Santo possa Egli stesso farci qualche grazia, perchè le grazie si fanno unicamente da Dio; piuttosto noi crediamo che san Giuseppe, in vista della nostra divozione verso di Lui, riceve le nostre suppliche, le nostre domande; le presenta a Gesù; lo prega ad esaudirci; e la sua intercessione è sì potente, che Gesù non /360/ lascierà mai di esaudirla: epperciò non invocheremo mai inutilmente il nostro gran Patriarca.

Cosi stando le cose, procuriamo di mettere in san Giuseppe una grande confidenza. Quando una persona carissima al re s’incarica di presentargli una nostra supplica, d’interporsi per noi, in tal caso noi teniam come certo il favore domandato. E se facciamo così cogli amici del re, perchè non faremo anche così col grande amico di Gesù, con san Giuseppe? Dunque, ogni volta che domandiamo a Dio qualche grazia per mezzo di san Giuseppe, diciamo così: Questo Santo ottiene dal suo Gesù tutto quello che gli domanda: ma Egli si interpone in nostro favore perchè gli siamo divoti; dunque noi saremo certamente esauditi. In tal modo colla nostra grande confidenza, mentre onoriamo san Giuseppe, faremo una dolce violenza al Cuore di Gesù, che non mancherà di accordarci le grazie di cui abbiamo bisogno.

Inoltre procuriamo di domandare molto al nostro gran Santo. Il povero che conosce la carità di un ricco, tutti i giorni va picchiare alla porta di lui, ed ha sempre pronta qualche domanda; oggi domanda da mangiare; domani domanda da bere; dopo domani ha bisogno di /361/ calzamenta, di vestimenta, e via; essendo povero di tutto, ha sempre bisogno di qualche cosa. Come cristiani siam poveri anche noi; poveri di pazienza nel sopportare le tribolazioni; poveri di forza nel vincere le tentazioni; poveri di zelo, di fervore nel servizio del Signore; poveri di tutte le virtù cristiane; poveri, insomma, di tutto ciò che riguarda la nostra santificazione. Ebbene, giacchè siamo poveri, facciamo con san Giuseppe ciò che il povero fa col ricco. Ogni giorno portiamoci d’innanzi al suo altare, alle sue immagini, e domandiamogli tutto quello di cui abbiamo bisogno. Per esempio, diciamogli che aumenti nei nostri cuori la fede, la speranza, la carità, il fervore, la pazienza; diciamogli che conservi in noi la castità, la temperanza; che ci aiuti a fare buone confessioni, a schivare il peccato, a vincere le tentazioni, a fare una buona morte. E, speriamolo, san Giuseppe che è pieno di carità verso di noi, ed è ricco di potenza presso Dio, non ci rimanderà mai colle mani vuote: piuttosto sarà sempre pronto ad esaudirci.

Anzi ricorriamo a questo Santo anche nelle faccende temporali; per esempio quando siamo ammalati, perseguitati, desideriamo un buon raccolto, una buona riuscita in una faccenda /362/ qualunque, facciamo ricorso a Lui. Però, siccome questi favori sono secondarii, e non è sempre utile per l’anima nostra esserne esauditi, nel fare a san Giuseppe queste domande, facciamo tre cose: 1° cioè diamo la preferenza alle cose spirituali, come più preziose, e più vantaggiose per l’eternità; 2° mettiamovi la condizione, se sono utili alla salute dell’anima, perchè se non son tali è meglio che san Giuseppe non ci esaudisca; 3° quando non otteniamo la grazia temporale domandata, diciamo subito: è vero segno che non è utile per l’anima, e prendiamo con pazienza ciò che il Signore dispose a nostro riguardo.

Eccovi le due risoluzioni pratiche che dobbiamo prendere in vista della grande potenza che gode san Giuseppe in Paradiso: mettere in Lui una confidenza illimitata: domandare sempre e molto da Lui.

Finalmente l’ultimo motivo che ci esorta ad essere divoti di san Giuseppe consiste negli effetti pratici di questa salutare divozione; effetti che sono straordinarii per due riguardi: 1° cioè riguardo alla propagazione di questa divozione; 2° riguardo alla sua efficacia nell’ottenere grazie straordinarie.

E realmente, riguardo alla propagazione della /363/ divozione a san Giuseppe, egli è un fatto incontestabile che essa ha del maraviglioso.

In mezzo a noi vediamo che ricorrono a questo Santo persone d’ogni sesso, età e condizione; ricorrono a Lui i ricchi ed i poveri: gli innocenti ed i peccatori: i maritati ed i celibi: i figli e fe figlie: gli uomini e le donne: i religiosi ed i secolari: non avvi quasi più alcun divoto di Maria, che non sia anche divoto di san Giuseppe. Lontano da noi si vede la medesima cosa, e noi sappiamo che i nostri Missionari, mentre propagano il Vangelo in mezzo agli infedeli, propagano anche la divozione a san Giuseppe. La Chiesa diede uno slancio a questa divozione; e l’esperienza ci assicura che Essa si diffuse in modo prodigioso in tutto il Cristianesimo.

Riguardo poi all’efficacia di questa divozione nell’ottenere grazie a chi la pratica, non potrebbe essere maggiore. Di queste grazie, alcune si sono pubblicate colla stampa; e chi volesse farne una raccolta completa non gli basterebbe a ciò un grosso volume. Altre si raccontano a viva voce, ed è ben difficile trovare un divoto di san Giuseppe, il quale non riconosca di aver ricevuto qualche grazia speciale dalla sua divozione. La maggior parte poi /364/ di queste grazie non si conoscono nè pubblicamente, nè privatamente. Non si conoscono pubblicamente, perchè chi le ha ricevute non le manifestò o perchè mancava di una persona di confidenza, o perchè poteva compromettere il suo onore. E queste son certo più numerose di quelle che furono pubblicate. Non si conoscono neppure privatamente, perchè colui che le ha ricevute non se ne è accorto. Per esempio, uno domandò a san Giuseppe la grazia di fare una buona confessione; l’avrà ricevuta; ma per ora egli noi sa. E così si dica di mille altre grazie spirituali: si ricevono, ma in modo insensibile; e queste non si conoscono; e sono forse le più numerose.

Per conseguenza se uniamo insieme tutte le grazie ordinarie e straordinarie; spirituali e temporali; pubbliche e private; conosciute e non conosciute, che si sono ottenute colla divozione a san Giuseppe, ne avremo un numero straordinario, e forse tante, quanti sono i suoi divoti, perchè nissuno ricorre a Lui invano.

Ora se la divozione al nostro caro san Giuseppe produsse questi due effetti straordinari, si propagò cioè in modo sorprendente, e portò grazie abbondanti a chi la praticò, l’esempio di tante persone dabbene che l’hanno abbracciata, /365/ la sua efficacia formano per noi un forte motivo per indurci tutti a professarci divoti di san Giuseppe. Ed io son persuaso che voi tutti prenderete questa santa e salutare risoluzione: ma non basta prenderla questa risoluzione, convien metterla in pratica, e non solo per alcuni giorni, ma per tutta la nostra vita. E chiunque vuol perseverare nella divozione a questo Santo faccia due cose: 1° cerchi di conoscerlo sempre maggiormente; perchè conoscere questo Santo e non essergli divoto, la è cosa moralmente impossibile. E per conoscerlo legga di quando in quando la prima parte di questo libro; 2° consideri qualche volta i motivi che ci esortano ad essergli divoti.

Vera conoscenza di san Giuseppe; vera conoscenza dei motivi a cui è appoggiata la divozione a questo Santo; ecco la base che ci rende stabili in questa divozione.

Con questo io termino i miei trattenimenti sulla vita e sul culto di san Giuseppe. Non posso sapere quale effetto abbia prodotto la mia fatica, so però che ho fatto il possibile per far conoscere ed amare san Giuseppe, e mi credo generosamente ricompensato qualora avessi guadagnato a Lui anche un solo dei miei fratelli. E se io ebbi questa fortuna, prego il nuovo /366/ divoto di questo Santo a partecipare ai conoscenti, agli amici il tesoro che ha trovato, insinuando in loro la santa e salutare divozione al gran Patriarca, e castissimo sposo di Maria, san Giuseppe.

Così sia

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V. nulla osta alla stampa.
Torino, 14 agosto 1882.
Chiuso Tommaso, Prov. Gen.

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/367/

Indice

Carissimi Parocchiani Pag. 5

Introduzione – Convenienza e modo di santificare il mese di San Giuseppe » 9

Trenta trattenimenti popolari.

Parte Prima
Chi fu San Giuseppe

I. Nascita di San Giuseppe » 18

II. Educazione di San Giuseppe: sua verginità » 31

III.Santità di San Giuseppe nella sua gioventù » 42

IV.Sposalizio di San Giuseppe con Maria » 54

V.Gloria di San Giuseppe come sposo di Maria » 65

VI.L’incarnazione del Figliuolo di Dio nel seno della Sposa di San Giuseppe » 77

VII.Il Mistero dell’incarnazione marfifestato a San Giuseppe » 88

VIII.Ufficio di San Giuseppe nel compimento del Mistero dell’incarnazione » 99

IX.Cure paterne di Giuseppe verso Gesù Bambino » 111

X.La Sacra Famiglia nel Tempio di Gerusalemme » 122

XI.San Giuseppe salva Gesù dalla morte » 133

XII.Esilio della Sacra Famiglia » 144

XIII.Cure di San Giuseppe nella educazione di Gesù » 157

XIV.San Giuseppe perde, cerca e trova Gesù » 169

XV.Vita nascosta di San Giuseppe » 181

XVI.Silenzio di San Giuseppe, e sue relazioni cogli Angeli » 193

/368/

XVII. Dolori, conforti e fede di San Giuseppe » 205

XVIII.Morte preziosa di San Giuseppe » 217

XIX.L’anima ed il corpo di San Giuseppe dopo morte » 229

XX.San Giuseppe in Paradiso e suo confronto con Maria » 242

Parte seconda
Chi è San Giuseppe

XXI. Silenzio nei primi secoli riguardo a San Giuseppe » 256

XXII.Culto pubblico di San Giuseppe » 268

XXIII.San Giuseppe modello e protettore dei cristiani » 279

XXIV.Promotori del culto di San Giuseppe » 291

XXV.San Giuseppe Patrono della Chiesa cattolica » 302

XXVI.Il Papa Pio IX e San Giuseppe » 314

XXVII.Motivi di divozione a San Giuseppe (l’esempio dell’eterno Padre e di Gesù Cristo) » 326

XXVIII.Motivi di divozione a San Giuseppe (l’esempio della Chiesa e dei Santi) » 336

XXIX.Motivi di divozione a San Giuseppe (relazione che Egli ha con noi) » 346

XXX.Motivi di divozione a San Giuseppe (sua gloria e potenza in Cielo: efficacia della sua protezione) » 355

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Prezzo L. 1
Rivolgersi all’Autore, oppure alla Tip. G. Speirani e Figli
Si vende a benefizio del nuovo Ospedale di Castelnuovo d’Asti

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