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Castelnuovo
nei suoi principali ricordi storici

opera incompiuta dell’Avvocato
Sebastiano Filipello
(1906- 1935)

Nel fascicolo ciclostilato l’Indice è in fondo al testo alle pp. 90 e 91

Indice

Avviso 1

Preliminari 2

1) Le età più lontane 3

2) Le popolazioni primitive 5

3) I Romani 7

4) I Romani (continuazione) 10

5) Il Cristianesimo 12

6) Le circoscrizioni ecclesiastiche 15

7) Le invasioni barbariche 18

8) I Franchi e l’imperatore Carlo Magno 21

9) Il Feudalesimo 24

10) Sotto i re carolingi 27

11) Gli Anscaridi e la Marca d’Ivrea 30

12) Le incursioni degli Ungari e dei Saraceni - La stirpe Aleramica 32

13) Intorno al mille 35

14) Verso la fine del secolo XI 38

15) Sviluppi del sistema feudale – Terre e castelli dei dintorni tra l’XI e il XII secolo 41

16) Terre e castelli dei dintorni tra l’XI e il XII secolo – Mainito, Mercurolio, Castiglione 44

17) La Contea di Porcile e di Biandrate 47

18) Verso la fondazione di Castelnuovo 48

19) La fondazione di Castelnuovo 51

20) Castelnuovo e i Rivalba – Il nome del paese 53

21) Castelnuovo e i Rivalba – Lo stemma del Comune (1) 56

22) Castelnuovo e i Rivalba – Lo stemma del Comune (2) 58

23) Castelnuovo e i Rivalba: una proposta 60

24) I primordi di Castelnuovo 64

25) La fortezza di Castelnuovo e altri vetusti edifici 66

26) La prima parrocchia di Castelnuovo e altre antiche chiese del castelnovese (sec. 12°-13°) 68

27) Intorno alla metà del secolo XIII 71

28) La distruzione di Porcile e la fondazione di Buttigliera 73

29) Le competizioni Angioine, Astigiane e Sabaude - La caduta dei Biandrate 75

30) Castelnuovo durante le lotte fra Guelfi e Ghibellini 76

31) Castelnuovo e il castelnovese fra le guerriglie feudali e comunali e le lotte delle fazioni 81

32) Castelnuovo sotto la dominazione Viscontea 84

33) Pievi e Chiese del Castelnovese intorno alla metà del trecento 87

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Avviso

Il desiderio da tutti sentito di avere una raccolta di memorie locali che ci faccia conoscere la storia del nostro paese, le sue vicende, le sue glorie, i suoi dolori, i suoi edifici, le persone che acquistarono rinomanza ecc., si avvia verso il compimento.

La storia del proprio paese è un poco come la storia della propria famiglia, una conoscenza sempre molto cara. Mentre numerosi comuni ne sono già forniti, Castelnuovo ne è ancora sprovvisto. L’Araldo colmerà questa lacuna cominciando fra breve a pubblicare una rubrica storica. In diverse puntate saranno dapprima descritte alcune vicende castelnovesi che devono servire di orientamento per le notizie successive. Poi verrà una monografia sulla Madonna del Castello dove si tratterà del sacro edificio della devozione alla Madonna sotto il titolo della Cintura e della compagnia eretta in suo onore.

Esaurito questo studio, faranno seguito altri sulla Chiesa Parrocchiale, sulle altre cappelle ecc. Siccome la storia civile è intimamente connessa a quella religiosa, dalla conoscenza degli eventi religiosi si arriverà a quella dei fasti civili.

Il lavoro che esige difficili, lunghe e costose ricerche negli archivi pubblici e privati, cognizioni archeologiche, artistiche e storiche di eventi lontani ed anche minuti è dovuto alla fatica e alla cortesia dell’avv. Sebastiano Filipello, che alla severità degli studi giuridici e scientifico-politici ama interporre un devoto culto alle memorie locali.

Questa pubblicazione incontrerà certamente il gradimento generale. Se ne dà anticipata notizia affinchè possa giungere tempestivamente a cognizione di tutti i castelnovesi allettandoli alla lettura e alla conservazione dei numeri dell’Araldo. A questo scopo per quanti non ricevono ancora il bollettino parrocchiale si apre, da oggi a dicembre, un abbonamento straordinario al prezzo di L. 3.00.

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Castelnuovo nei suoi principali ricordi storici
– Preliminari

Nel dare inizio con questo numero alla nuova rubrica storica, che la gentilezza del Rev. Sig. Vicario ha voluto a me affidare, è mio dovere avvertire che le notizie di carattere generale che, secondo quanto è già stato annunziato, precederanno le diverse trattazioni monografiche destinate ad illustrare i monumenti, i personaggi e le vicende più notevoli del nostro paese, non vogliono essere una vera e propria, completa storia di Castelnuovo, impossibile a scriversi allo stato attuale delle ricerche, ma una semplice cronologia, che consenta a tutti i lettori di comprendere la successione dei vari eventi e di inquadrare ogni cosa al modo giusto, evitando equivoci e confusioni.

La storia di Castelnuovo, rispetto alla quale queste premesse possono essere considerate come l’indice dei singoli futuri capitoli, dovrà balzar fuori a poco a poco da quegli studi e da quelle indagini che si può dire sono oggi appena agli inizi, e a cui, se non mi inganno, qualche contributo potrà essere portato dalle ricerche che avrò occasione di compiere intorno agli argomenti dei quali, secondo il piano predisposto, dovrò via via occuparmi. Ma anche se sommariissimi, questi cenni preliminari sembrano assai utili e forse necessari, come quelli che costituiranno una traccia precisa a cui rifarsi e su cui dirigersi in tutte le trattazioni successive.

Dedico le mie modeste fatiche alla memoria del castelnovese Avv. Carlo Giuseppe Montalenti e del concittadino adottivo Avv. Francesco Predazzi, entrambi benemeriti e diligenti indagatori delle patrie memorie, sembrandomi che nel loro nome sia il miglior auspicio per l’opera intrapresa.

Sebastiano Filipello

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Castelnuovo nei suoi principali ricordi storici
– Cenni sommari

1 – Le età più lontane

La vasta valle del Po, oggi campo di vita multiforme ed intensa, in tempi remotissimi era sommersa dalle acque del mare Adriatico, che, penetrando fin nell’interno delle valli alpine, e comunicando col mar Ligure attraverso il passo dei Giovi (le Alpi e gli Appennini erano emersi dalle acque in epoche ancor più lontane) costituiva un ampio golfo pedemontano, e dava all’Italia l’aspetto singolare di un’isola lunga e stretta. È a questo antichissimo mare padano, stendentesi, come sulle circostanti anche sulle nostre terre, che noi dobbiamo gli abbondantissimi resti fossili di cui sono cosparsi i primi strati del suolo di tutta la plaga, ricca specialmente di conchiglie d’ogni specie e di ogni grandezza (Molluschi, Gasteropodi, Scafopodi, Lamellibranchi). Tutti conoscono i luoghi in cui si riscontrano più imponenti depositi di queste preziose vestigia di una vita estremamente remota: ricorderò solo quelli, in immediata prossimità dell’abitato, di Valdrosso e di S. Bernaba e quelli, meno noti ma forse più interessanti, dei Becchi e di Valpinsolo (Mondonio). Naturalmente impetuose fiumane trasportavano giù dai gioghi montani nel sottostante mare gran copia di detriti, sabbie, argille, ciottoli e ghiaie che andavano a poco a poco colmando per una lenta stratificazione la profonda ampia vallata. Col volger dei secoli, per l’interramento accennato, come pure per un progressivo sollevarsi delle catene Alpina ed Appenninica, e di altri terreni a quelle più o meno prossimi, come ad esempio la collina del Po (arco Moncalieri Valenza, e relative propaggini quali le alture di Albugnano, Pino, Cocconato) le acque del mare si ritirarono a poco a poco completamente dalla valle padana, mentre nella conca rimasta asciutta si andarono depositando nuovi strati di terreno. I ghiacciai alpini ora avanzando ora retrocedendo, in tre successivi periodi, portavano qua e là enormi ammassi di detriti, mentre ad ogni raddolcimento del /4/ clima, le acque, accresciute prodigiosamente per lo sciogliersi delle nevi e dei ghiacciai, irrompendo impetuose solcavano, scavavano e sconvolgevano il fondo valle. Sulla nostra regione venivano a riversarsi le acque discendenti dal versante meridionale dei ricordati colli padani, e, più ancora, quelle provenienti da buona parte delle Alpi Cozie, che scorrevano sulla pianura che oggi diremmo di Buttigliera, di S. Paolo e di Dusino, e che, per la naturale inclinazione del suolo, dal ciglione dell’altipiano del Po, costituito appunto dalla linea su cui sorgono tali paesi (altezza media m. 270) erano portate a fluire verso i luoghi dove sono ora Asti (m. 120), e Alessandria (m. 94).

Furono appunto tali grandi masse d’acqua, che, prive ancora del letto molle e cedevole, finirono per ridurre il nostro suolo a quella serie di colline allungate nel senso delle correnti, con varia alternanza di paesaggi aspri ed ameni che noi oggi ammiriamo. Questa è l’origine delle colline astigiane, non dovute dunque al sollevamento del suolo, ma al profondo lavorio delle acque in movimento (colline negative del Gastaldi). Costituite superiormente di sabbie gialle e verdognole, inferiormente di argille e di marne azzurre; la loro facile erodibilità spiega le forme arrotondate e dolci dei poggi, le profonde, ampie incisioni dei solchi vallivi, l’abbondanza delle erosioni, di cui sono esempi a noi prossimi fra gli altri, la notissima "Costa” e una pittoresca gola sotto il cimitero di Moriondo. Anche il Brich di Castiglione, sorgente isolato in mezzo alla valle deve probabilmente la sua origine e la sua forma singolare all’azione delle acque.

Mentre si svolgevano così grandiosi fenomeni, il territorio pianeggiante e le alture si ammantavano di una vegetazione dapprima rada e poi sempre più fitta di cornioli, di pioppi, di castagni, di frassini, di querce, e si andavano popolando di orsi, cinghiali, bisonti, rinoceronti ed elefanti, oltrechè di quelle specie di animali che più tardi saran detti domestici.

Interessano la nostra regione, anche se non riguardano direttamente Castelnuovo, i celebri ritrovamenti di Buttigliera, dove, secondo quanto scriveva già nel 1808 un certo Amoretti bibliotecario /5/ dell’Ambrosiana di Milano, uno scheletro d’elefante fu scoperto nei fondi del conte Freyglino, mentre nella seconda metà del secolo scorso il Gastaldi rinvenne in regione Serra alcuni molari e una parte del bacino d’altro enorme elefante, e consta pure del ritrovamento dei resti di Mastodonte, di Ippopotamo, di Rinoceronte e di Bove Etrusco. Pare anche che nella demolizione del Castello di Mercurolio (Buttigliera) siano venate in luce ossa impietrite di elefante allora giudicate risalenti al passaggio di Annibaie (218 av. Cristo); ma Annibale non passò da queste parti, e tali resti sono certamente da attribuire come gli altri all’epoca preistorica. Nel 1852 durante i lavori della ferrovia Torino-Asti, a Dusino furono scoperte le ossa di un Mastodonte, e nel 1881 quelle di un Rinoceronte. Un altro Mastodonte, trovato negli orti di Alessandria, si ritiene trasportato colà dalle acque e proveniente dalle plaghe di Villanova. Lo strato di terreno in cui sono racchiusi tali ossami posa direttamente sugli strati di origine marina in cui si trovano le conchiglie fossili.

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2 – Le popolazioni primitive

Sembra assodato che i primi uomini abbiano assistito agli ultimi grandi rivolgimenti terrestri, ma nè da noi, nè, in genere, in Piemonte si rinvennero tracce di questi abitatori antichissimi che avrebbero dovuto essere contemporanei delle fiere di cui si scoprirono i resti: probabilmente il clima troppo rigido, e le enormi correnti di acqua resero per lungo tempo inabitabile la contrada, e impedirono lo stabilirsi da noi nell’età paleolitica (o della pietra rozza) dell’uomo già apparso in regioni circostanti.

Allorchè col ritirarsi definitivo dei ghiacciai, il clima si stabilizzò, i fiumi dagli ampi greti in cui liberamente vagavano si ridussero entro i limiti attuali, e tutto il paese venne a trovarsi pressappoco nelle condizioni d’oggi; anche i nostri colli resi più sani e benigni, cominciarono ad accogliere i primi abitatori appartenenti ad una stirpe mediterranea largamente diffusasi, a cui si suol dare il nome di Ligure. Con queste primitive popolazioni, che però già possedevano un certo grado di civiltà (civiltà neolitica o della pietra levigata), sorsero un po’ dappertutto /6/ capanne rotonde ed ovali talora isolate, talaltra riunite in gruppi formanti piccoli villaggi.

Questo popolo vivente di caccia e di pesca adoperava armi ed utensili di pietra (spesso importata) accuratamente levigati. Oggetti di tale remotissima età furon rinvenuti anche nella nostra plaga: così ad esempio una cuspide di freccia fu trovata dal Sacco a mezzogiorno di Cinzano. Un’ascia levigata di cloromelanite (pietra verde durissima), proveniente dalle alture fra Moriondo e Chieri fu rinvenuta dal Gastaldi nel pietrisco della strada. Oggetti di selce furon scoperti a Berzano.

Ricordo di questi abitatori Liguri abbiamo pure in alcuni nomi di località, come Cocconato, Casasco, Bagnasco, Albugnano (alb, ligure = monte altura: però questo nome potrebbe fors’anche avere origine Celtica con eguale significato, oppure derivare dal latino ed alludere alla bianchezza della terra). L’antico castello di Mairano, già esistente nei pressi di Montechiaro ebbe probabilmente nome dalle Dee Maire divinità, che secondo la religione dei Liguri, presiedevano alle fonti. Centri liguri importanti furono Chieri ed Asti.

I Liguri, pur costituendo un’unica nazione, erano divisi in numerose tribù: nulla v’ha per altro più incerto che delimitare i confini, del resto spesso mutevoli, di esse. Per ciò che interessa più da vicino la nostra plaga, si sa che sulla sponda del Po era stanziata la tribù dei Taurini e a cavaliere del Tanaro quella degli Stazielli: non è però possibile dire con sicurezza a quale delle due appartenessero le nostre terre, fra quelle comprese: io propenderei per i Taurini. Intorno, pare, alla metà del terzo millennio av. Cristo, accosto agli oggetti di pietra, la cui lavorazione andava progressivamente perfezionandosi, cominciarono a comparire, prima eccezionalmente, poi sempre meno rari, gli oggetti di rame (civiltà eneolitica) e quindi, legato a questo metallo lo stagno, gli oggetti di bronzo, da cui l’epoca prende il nome.

All’età del bronzo, in mancanza di dati più precisi, va probabilmente attribuito l’abitato a capanne di Sciolze, dove su di un focolare antico presso Villa Rovasenda furon rinvenuti, insieme con un utensile d’osso, frammenti di vasi di terracotta, alcuni /7/ dei quali molto affini a quelli scoperti a Mercurago (Arena) e risalenti sicuramente a quell’età. Nei primi due secoli (900-600) del primo millennio av. Cristo apparve in Piemonte la civiltà corrispondente alla prima età del ferro: poca luce fino ad ora si ebbe sul periodo (fi transizione dall’epoca del bronzo a quella del ferro, che si manifesta quasi improvvisamente ed isolatamente nel Novarese. Graduale invece appare il passaggio dal primo periodo dell’età del ferro al secondo denominato Gallico, perchè verificatosi allorchè, verso il 600 av. Cristo, popolazioni Galliche (appartenenti alla grande famiglia Celtica) posero le loro sedi in Piemonte perfezionando la lavorazione del ferro. A quelle prime altre di poi ne seguirono. I Galli si stabilirono essenzialmente sulla riva sinistra del Po, costringendo i Liguri a ritirarsi sulla destra e cioè nei nostri territori. Tale divisione non è però da interpretarsi in senso assoluto, verificandosi com’è naturale qua e là reciproche infiltrazioni di elementi delle due stirpi. Una moneta gallica è stata rinvenuta a Chieri; impronta celto-gallica sembra avere il nome di Bardella (bard-altezza). Intanto si andava lentamente ma progressivamente affermando la potenza di Roma, destinata a trionfare così degli invasori Galli che delle popolazioni primitive. Vinto Annibuie, l’opera di romanizzazione della regione subalpina fu intrapresa con grande energia: non è il caso di delineare qui la storia delle lotte fra Romani, Liguri e Galli; basterà ricordare che attraverso a varie vicende esse si conclusero con la sottomissione di tutto il territorio a Roma. Nell’89 av. Cristo la cittadinanzaromana veniva concessa agli abitanti delle nostre terre.

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3 – I Romani

Definitivamente sottoposte al dominio di Roma, le nostre terre vennero naturalmente a partecipare delle vicende, degli istituti, e degli ordinamenti di quel grande stato. Nell’assetto dato da Augusto alle circoscrizioni territoriali tutto il paese situato a mezzogiorno del Po, e ad occidente dell’Emilia fino al mare, formò la nona regione (Liguria), nella quale furono pertanto co prese anche le nostre terre.

/8/ Le Regioni comprendevano vari Municipi, i quali, oltre al nucleo cittadino abbracciavano pure più o meno vaste regioni di campagna. I Municipi a noi più prossimi erano quelli di Chieri (Karrium potentia) e di Asti (Hasta), castelli liguri romanizzati verso la fine del II sec. av. Cristo (tra il 120 ed il 100), costituiti dapprima in semplici fondazioni militari, e poi trasformati in vere colonie e municipi. Valfenera (Vallis finaria) segnava, a quel che pare, un punto di confine tra i rispettivi territori, dei quali però non si conosce la precisa estensione. È peraltro verosimile che la nostra plaga appartenesse al vicinissimo municipio chierese. I municipi si dividevano in porzioni di territorio chiamate Pagi (borgate), la quali eran sparse di Vici (frazioni), e di Fundi (Casali), da cui trassero origine molti degli attuali villaggi. Le nostre campagne, secondo quanto afferma, non saprei con quanto fondamento, uno scrittore astese del settecento, sarebbero spettate ad un Pago Domizio, ricordato nella tavola alimentaria di Traiano. Per ciò che riguarda i minori centri di abitazione che poterono esistere nella nostra plaga nell’epoca romana si dovrà ricordare innanzi tutto che un frammento epigrafico di quell’età rinvenuto nel 1866 a Ranello (Casc. Malino) e recentemente donatomi dal Proprietario Gius. Cerruti fu Agostino, – (rimasto fin qui inedito, e da me illustrato testè sul Bollettino della Soc. Piem. d’Archeol. e B. A.) – attesta la presenza di popolazioni e istituti romani sul territorio di Castelnuovo. L’epigrafe per quel che si può comprendere, malgrado il suo stato frammentario, sembra avere carattere religioso; e appare dedicata a una divinità (intorno alla quale si è incerti) dal Magister (Magistrato) di un Vico o di un Collegio (Corporazione) – Ciò fa pensare che nella località esistesse un piccolo tempio; o comunque un’ara.

La lapide, per il tipo dei caratteri assai eleganti deve probabilmente farei risalire alla fine del I secolo della nostra era. Noterò che sulla collina fronteggiante il luogo di questo rinvenimento esiste tuttora la regione Giova, che nel suo nome ci ricorda la suprema divinità pagana.

/9/ Fra i probabili Vici e Fundi viciniori, e le località in genere dei dintorni in cui vennero in luce veetigia romane si devono rammentare: Pogliano (che forse trae il nome da un Pollio o Pollione), dove nel secolo scorso si scoprì una sepoltura romana, e dove si dice che talora si trovino monete romane; Vezzolano (dalla fam. astigiana dei Vezzii, a cui appartenne S. Secondo) dove venne in luce una lapido funeraria di Sesto Ottavio Celso Cassiano, e dove, secondo G. Bartoli v’eran pure due frammenti con figure romane; Mercurolio (vico o fondo già sorgente a mezzogiorno di Buttigliera, nella regione chiamata anche oggi Mercairöl, e derivante presumibilmente il suo nome da Mercurio, il Dio dei traffici) dove pare che a qualche profondità esistano copiose macerie, e si rinvengano utensili da mensa, arnesi di cucina, monete, frammenti di frecce; Moncucco dove a dir del Gazzera si rinvenne una epigrafe in cui è nominato un Bruccius; Arignano, il cui castello è ritenuto essere l’Alegnanum di Vitruvio, solida costruzione entro la quale sorse più tardi il merlato maniero feudale; Roatto dove si scoprì una lapide dedicata a Nettuno il Dio del Mare, divinità che in Piemonte è ricordata solo in questa e in un’altra iscrizione»

Tacendo d’altre località, soggiungerò soltanto che da alcuni si vuole che la Chiesa Parr. di Buttigliera sia stata eretta sul luogo di un tempio pagano dedicato a Diana, Dea della caccia, mentre chiari studiosi ritengono che la torre centrale del castello di Moriondo possa sorgere su fondamenta romane. Rivelano origine latina, oltre a qualcuno dei nomi di località ricordati, quelli di Cinzano, Berzano, Vergnano, Schierano, Passerano, e, forse come già ho detto, Albugnano, per tacere di molti altri; anche Capriglio potrebbe derivare dal gentilizio romano dei Caprilii, Nevissano dai Nevii. Gioverà pure ricordare, sembrando assodato che se non tutte almeno per gran parte, le sedi delle antiche Pievi (circoscrizioni ecclesiastiche) corrispondono a centri di vita romana, che Pino (che tra l’altro non dista molto dal luogo del rinvenimento della lapide castelnovese) fu appunto sede di una vetusta ed importante Pievania, a cui appartenne un tempo anche Castelnuovo.

/10/ Tutte questa terre con Chieri, Asti e l’intiero Monferrato facevano parte, per ciò che riguarda l’ordinamento politico, della tribù Pollia; le tribù, in numero di 35, erano, presso i Romani, delle grandi circoscrizioni di carattere elettorale.

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4 – I Romani
(continuazione e fine)

Come si è visto, le nostre belle colline, atte ad ogni coltura ed alla pastorizia, erano nell’età romana frequenti di villaggi e di casali non meno di oggi. Con tutta probabilità ben si appone il Bosio pensando che in questa plaga ridente avessero le loro villeggiature i patrizi ed i ricchi cittadini di Augusta Taurinorum (Torino) e di Industria (importante centro già sorgente nei pressi di Monteu da Po): naturalmente queste famiglie, proprietarie di gran parte dei beni e dei fondi rustici, contribuirono a condurre le campagne al culto di Roma, e delle civiltà, ingentilendo gli antichi vici, e concorrendo a fondarne dei nuovi innalzando are agli Dei latini, portando l’idioma classico tra i parlari indigeni, dando spesso, come ho accennato, i loro nomi, che talora ancora permangono ai centri agricoli sorti nei loro fondi.

Con la completa romanizzazione del paese, questo venne allacciato ai maggiori centri da una migliore rete di comunicazioni; monumenti e veicoli di civiltà furon le grandi strade che conducevano a Roma e ai Municipi, e davano passo agli eserciti, ai magistrati, ai messi imperiali, agli imperatori ed ai commerci. Due grandi arterie attraversavano le nostre campagne: la prima (Asti-Torino) passava nei pressi degli attuali borghi di Villafranca, Solbrito, S. Paolo, si dirigeva a Duodecimum e proseguiva poi attraverso alla pianura di Chieri ecc. Duodecimum ò l’attuale Dusino, il cui nome deriva da duodecimo lapide (12° miglio), e indica la distanza da Asti e da Chieri, pressochè uguale (miglio romano Km 1, 4815); ogni miglio era segnato da una pietra. La seconda (Asti-Industria) il cui ricordo è conservato nei nomi di Terzo e di Settime, (corrispondenti ad altrettante miglia) toccava il punto a noi più vicino nei pressi di Montechiaro o Cocconato. Naturalmente a queste strade principali se ne allacciavano altre secondarie provenienti dai centri minori. Quando si tenga presente che a Mercurio /11/ si dava dai pagani un culto speciale lungo le pubbliche vie, si può fondatamente pensare col Chiuso che appunto per Mercurolio (Buttigliera), non lungi dal colle su cui si ritiene sorgesse il tempio o l’edicola del Nume, passasse una strada; destinata a collegare le nostri plaghe con la prima delle ricordate grandi arterie, nei pressi di Dusino.

È assai probabile che ne esistessero anche altre, ma di esse, ch’io sappia non rimane alcuna traccia sicura che permetta di ricostruirne il percorso. Le antiche memorie ci dicono come le vie della regione fossero frequenti di carri e di lettighe: qui come in ogni altro luogo dell’Italia occidentale col favore della benigna natura del suolo, della lunga pace, dell’industria degli abitanti, fiorivano l’agricoltura e i traffici, fonte di pubblica ricchezza e di generale benessere. Le campagne erano fertilissime di frumento, di miglio, di vino, di ghiande: non mancava la coltura dell’olivo (oggi ancora rappresentato da qualche isolato esemplare) più tardi abbandonata non per mutamento del clima, ma bensì per la facilitata introduzione dei prodotti migliori di altre regioni, col perfezionarsi delle comunicazioni. Fin da ora nella nostra plaga si poneva speciale cura nella coltura delle vigne e nella produzione dei vini, che venivano conservati in botti di smisurata grandezza, tanto da superare, a quanto afferma Strabone, la mole delle case. Plinio narra come per impedire il congelamento dei vasi vinari, si usasse accendere, in vicinanza di essi grandi fuochi. Tuttavia una volta il freddo fu così intenso che il vino gelò, onde si spezzaron le botti, e, "mirabile cosa mai vista, quelle gelate moli stettero intatte". Accosto ai pampini verdeggianti, olivi, ficaie, mandorli, folti querceti, cerri, ontani, pioppi, tigli, cornioli, pini ammantavano di variopinti colori l’anfiteatro delle colline, sparse ai piedi dei campi e di pascoli solcati dai rivi. Di questa fitta vegetazione boschiva è rimasto il ricordo in molti toponimi che, sebbene datanti per la maggior parte probabilmente solo dall’età medioevale, secondo ogni verosimiglianza rispecchiano una condizione di cose che doveva preesistere da tempo: tali i nomi di Pino, Cerreto, Cornareto, la Verna, il Vernato, Vernone, Vergnano, Montiglio, Tigliole, ecc.

/12/ Passerano richiama i boschi in cui dominavano le cosi dette “pessere” (Pinus silvestris); Maretto non è che una corruzione di Meletum; Raseto (Mondonio) ci ricorda un bosco di lazzeruoli; Arignano infine, secondo alcuni, deriverebbe da Larignanum e si collegherebbe ad una fitta vegetazione di larici; e taccio di altre per brevità. Delle industrie allora fiorenti nella plaga si hanno scarsi cenni. Plinio loda le stoviglie di Asti, e il Chiuso pensa che l’Arte del vasaio coltivata tuttora a Buttigliera possa in qualche modo collegarsi a queste lontane origini. Forse ai tempi dei Romani fu in attività la cava di marmo (oggi esaurita) che dovrebbe aver dato il nome a Marmorito, e non è più improbabile che fin da allora venissero sfruttate le cave di gesso delle nostre colline.

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5 – Il cristianesimo

Non si hanno memorie sicure dei primi banditori del Vangelo fra di noi: le opinioni degli studiosi sono al riguardo molto divise, infatti mentre da una parte vi è chi nega una rapida diffusione del Cristianesimo nelle nostre plaghe, dall’altra non manca chi la anticipa ai tempi apostolici.

Oggi però si ritiene dai più che, se è priva di fondamento la leggenda che afferma esser venuti in Piemonte S. Pietro, S. Paolo, S. Barnaba e S. Luca o i primi loro discepoli, non si può certo accettare per contro l’opinione di coloro i quali vogliono la nuova religione del tutto sconosciuta nelle nostre contrade fino al quinto secolo.

Una tradizione vorrebbe che il primo diffusore del cristianesimo nell’Astigiano sia stato verso la metà del secolo primo S. Siro, Vescovo di Pavia, ancora oggi molto venerato in parecchi luoghi della regione, tra i quali gioverà ricordare Cortazzone, la cui antica parrocchiale, sorgente a breve distanza dall’attuale villaggio, sembra essere il più vetusto monumento del culto di questo Santo nella Diocesi Astese.

A sostegno dell’opinione che fa di S. Siro l’evangelizzatore dell’Astigiano si richiama il fatto che fino a tempi assai recenti /13/ furon soggetti alla diocesi di Pavia, vari paesi della regione, tra cui appunto Cortazzone, che da quel Vescovado dipese anche civilmente.

Sia questa tradizione storia o leggenda, si è in ogni caso indotti a pensare che in seguito alla scacciata dei cristiani da Roma, alla dispersione che seguì fin dalle prime persecuzioni, allo zelo che muoveva i primi credenti a diffondere i loro principi religiosi, il Cristianesimo abbia avuto una qualche espansione anche nei nostri territori, attraversati come si è detto, da importanti vie di comunicazione, fin dagli ultimi anni del secolo primo.

Le tradizioni chiesastiche ricordano molti missionari che, inviati ad evangelizzare i paesi al di là delle Alpi, avrebbero iniziato la loro predicazione lungo il percorso da essi seguito nel loro viaggio; ma queste memorie antichissime sono spesso incerte, confuse e contradittorie.

Con maggior sicurezza si può dire che il Cristianesimo aveva fra di noi dei proseliti nel secondo e terzo secolo, senza che però sia possibile discendere a notizie particolareggiate al riguardo.

Al cadere del terzo secolo (286?), secondo la tradizione, alcuni guerrieri della Legione Tebea (della quale era comandante S. Maurizio), sfuggiti all’eccidio ordinato dall’imperatore Massimiano per il rifiuto da essi opposto all’ordine di sacrificare alle divinità pagane, si sarebbero rifugiati proprio nelle nostre colline, dove avrebbero intrapreso ad evangelizzare le popolazioni; nuovamente catturati e sottoposti al martirio, la nostra terra sarebbe stata bagnata dal loro ultimo sangue.

Si vuole infatti che uno di questi guerrieri, S. Candido, abbia trovato la morte nei pressi di Murisengo, dove si conservano le sue reliquie, e dove esiste una chiesa in suo onore; ma questa leggenda non sembra avere alcun fondamento storico. Parlando della Legione Tebea si potrà anche ricordare che un altro membro di essa è venerato fra noi: S. Defendente, patrono contro le pestilenze e le incursioni dei lupi, protettore della Valle di Nevissano o dei Merli, a cui è dedicata la chiesetta della borgata. In passato S. Defendente era contitolare della cappella di S. Sebastiano alla Fornaca.

/14/ Nell’antica ancona di questa (Sec. XVII), che rimossa e sostituita tempo fa per il suo stato rovinoso, si trova ora presso di me che l’ho fatta, non è molto, restaurare, egli figura appunto con San Sebastiano ai piedi della Vergine.

Un altro martire tebeo, Sant’Albano, è patrono di Riva. Se in complesso sono scarse le notizie intorno allo sviluppo del Cristianesimonella regione nei primi tre secoli dell’era volgare, più copiose ne offre il quarto, anche perchè, in seguito agli Editti Costantiniani di Milano e di Nicomedia (312 e 313) fu permesso ai cristiani di esercitare liberamente la loro religione. Fu precisamente in questo tempo che cominciarono a sorgere i primi edifici sacri (di cui non si ha traccia fra di noi) e a convertire al culto cristiano vari templi pagani.

Ho già accennato alla tradizione che su questo punto si riferisce alla Chiesa parrocchiale di Buttigliera, tradizione che però non è suffragata da alcuna prova sicura. Certo è però che, se non tutto ad un tratto, gradualmente gli edifici dell’antico culto che dovevano sorgere nei vari centri di abitazione ricordati, furono col tempo trasformati in Chiese, oppure, abbandonati, finirono per cadere in rovina o per essere demoliti. Si deve però avvertire che malgrado il sempre più largo diffondersi del Vangelo il paganesimo non scomparve totalmente tanto presto: esso persistette ancora a lungo specie nelle campagne, come dimostra il nome stesso di “pagani” (da pago) dato appunto in quel tempo ai seguaci dell’antica religione. Nel quarto secolo erano ancora numerosi da noi gli adoratori degli idoli: in quell’epoca ad opera specialmente di Eusebio Vescovo di Vercelli (340-374), Diocesi da cui dipendeva allora la nostra terra, la nuova religione si impose e finì per trionfare. S. Eusebio fu il fondatore di Crea, faro del Cristianesimo nel Monferrato.

All’opera di conversione sembra abbia pure collaborato in non piccola misura S. Martino, Vescovo di Tours, che spesso attraversò il Piemonte e che fu molto venerato nella regione come provano varie chiese a lui dedicate un po’ dappertutto fin dai tempi remoti, come per es. da noi quelle di Mercurolio e Montafia. A S. Eusebio fu dedicata la prima parrocchiale di Castelnuovo. Questi edifici sacri sono però stati costruiti solo tra il sec. XI e il sec. XII.

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6 – Le circoscrizioni ecclesiastiche

Malgrado il graduale diffondersi del Cristianesimo fin dai primi secoli dell’era volgare, non si deve credere che l’istituzione delle nostre Parrocchie risalga a tempi così remoti; a parte il fatto che molti degli attuali centri abitati (come, fra gli altri, Castelnuovo) non erano a quell’epoca ancora sorti, anche i nuclei di abitazioni già in allora esistenti non ebbero fin da principio Sacerdoti fissi. Nei primordi del Cristianesimo un Sacerdote rivestito della pienezza del ministero (Prete, Vescovo) risiedeva per lo più nelle sedi dei Municipi Romani, ed estendeva la sua azione anche sulle piccole comunità di fedeli esistenti nei Pagi e nei Vici del circostante territorio municipale. Di tempo in tempo egli od un suo inviato, si recava nelle campagne a ravvivare la Fede, a predicare, ad amministrare i Sacramenti. È probabile che anche Chieri, come sede di un Municipio, abbia avuto uno di questi Preti-Vescovi, dal quale pertanto dovettero dipendere gli antichi abitanti del nostro territorio. Più tardi, con l’accrescersi del numero dei fedeli, con il serpeggiare qua e là di pericolose eresie (tra le quali quella Ariana negante la Divinità di Gesù Cristo, ebbe molti seguaci anche in Piemonte), si sentì il bisogno di sceglier dei Sacerdoti a cui conferire il compito di vegliare sulla integrità della fede e sulla disciplina dei fedeli e dei fratelli, e allora le funzioni dei semplici Preti si vennero distinguendo da quelle dei Vescovi, che vennero preposti al governo spirituale di vastissimi territori (le Diocesi), con sede nelle città più cospicue.

Le terre della nostra plaga dipesero allora, in parte, come si è già detto, da Pavia, in parte da Milano, mentre più tardi (verso la metà del secolo IV), costituitasi la Diocesi di Vercelli, ad essa vennero in gran parte aggregate con quasi tutto il Piemonte. Sorsero poi a poco a poco varie altre diocesi piemontesi, come, fra le più prossime a noi, Torino ed Asti, alle quali furono sottoposte molte terre circostanti: quello però che è l’attuale territorio della Parrocchia di Castelnuovo, o press’a poco, rimase sotto la diocesi di Vercelli, a cui appartenne ininterrottamente fino al riordinamento del 1803, allorchè fu unito ad Asti, per passare nel 1817 sotto Torino. Ricorderò che invece, ad esempio, le terre di Moriondo /16/ e di Moncucco al costituirsi della Diocesi di Torino, passarono da Vercelli ad essa. Il territorio di Mercuroglio (Buttigliera) ove i monaci ivi stabilitisi, come vedremo, non abbiano anche esercitato il potere spirituale, dovette probabilmente spettare ad Asti, e passò poi alle dipendenze di Torino nel 1161. Albugnano fu di Vercelli e poi dell’Abbazia di Vezzolano, seguendo più tardi le sorti di Pino e Mondonio, i quali ultimi alla fondazione della diocesi di Gasale (1474) vi furono aggregati, passando poi sotto Torino quando Castelnuovo passò sotto Asti, e sotto Asti quando noi fummo assegnati a Torino.

Alcuni paesi dei dintorni (come ad es. Berzano) dipesero anche da Ivrea. La Parrocchia di Monbello passò alla diocesi di Torino nel 1749, anno in cui venne eretta in Vescovado l’Abbazia di Santa Maria di Pinerolo, alla cui giurisdizione andava prima soggetta.

Cresciuto il numero delle comunità Cristiane, si rendeva sempre più necessaria l’opera quotidiana del Clero fra le popolazioni rurali, onde i Vescovi, coadiuvati da persone autorevoli e facoltose, provvidero a poco a poco alla istituzione dei primi benefici parrocchiali; si cominciò allora ad innalzare qualche Chiesa parrocchiale nei centri più importanti delle campagne, per lo più negli antichi Pagi Romani. Queste prime Chiese rurali furori dette Plebanie o Pievi, e da esse derivò talora il nome delle località in cui sorsero (per es. Piovà, Piea). Il Sacerdote preposto ad esse col compito di curare la vita religiosa del popolo (ossia Plebe) della borgata, prese il nome di Pievano. Il titolo di Pievani, conservato tuttora, è un buon indizio per giudicare dell’antichità di una Parrocchia e della dignità un tempo posseduta di fronte alle altre Chiese che a poco a poco vennero sorgendo anche nei centri minori, e che, da prima officiate solo saltuariamente da Sacerdoti inviati dal Pievano, in progresso di tempo finirono per avere esse pure un Sacerdote fisso (denominato Rettore o Curato, o Priore), il quale si trovava nel rapporti col Pievano press’a poco nella condizione in cui si trovano oggi i Parroci della Vicaria rispetto al Vicario Foraneo. Il territorio di Castelnuovo fece parte della Pievania di Pino, probabilmente fin dal sorgere di questa. La Chiesa Madre aveva il titolo di Santa Maria della Pieve o Santa Maria Maggiore.

/17/ La Pieve di Pino dovette essere fondata o generosamente dotata dalla nobile Famiglia Radicati, avendo questa avuto il patronato di di tutte le Chiese da essa dipendenti.

Siccome le notizie intorno alla Pieve di Pino e alle Chiese minori facenti parte di essa si riferiscono tutte ad epoca a noi più vicina, ne rinvio l’esposizione a tempo opportuno. Nei nostri dintorni si ebbero anche le Pievi di Vergnano o Monte Giove (nome tipicamente romano), di Sciolze, di Bagnasco e di Montiglio. Ai Pievani i Vescovi vennero via via concedendo una parte della loro autorità sulla popolazione e sul clero delle rispettive circoscrizioni: così ad esempio, a partire dal VI secolo, alle Chiese delle Pievi, o Chiese madri, furon concessi i Battisteri, che si trovavano prima soltanto presso le Cattedrali, essendo l’amministrazione del Battesimo riservata al Vescovo.

Più tardi, e poco per volta, le Chiese minori e i loro titolari andarono conquistando tutte quelle facoltà che furon poi confermate dalla consuetudine, e che si danno ai parroci d’oggi.

Col volger del tempo la Pievania, come circoscrizione ecclesiastica decadde, e ad essa fu sostituita la Vicaria: la dignità di Vicario non fu pero annessa in modo fisso a una determinata sede, ma bensì conferita a una singola persona scelta, di volta in volta, dal Vescovo. Accresciutasi l’importanza delle antiche Chiese minori, i rispettivi Parroci abbandonarono in gran parte i primitivi titoli di Rettore, Curato ecc. per assumere quelli (già propri delle dignità canonicali) di Prevosto, Arciprete e simili. Così i Parroci di Castelnuovo, che anticamente eran detti Rettori, furon chiamati, come la grande maggioranza di quelli dei dintorni, Prevosti; quelli di Montafia Arcipreti. Il Parroco di Mondonio e il Beneficiato di Lovancito (antica Parrocchia, unita nel 1431 a quella di Moriondo) ritennero invece il titolo originario di Priore. Quello di Albugnano – ora Prevosto – conservò fino ai primi anni del secolo scorso il titolo di Curato, dipendendo dall’Abate di Vezzolano. Così a Buttigliera i Parroci – già Rettori – divennero nel secolo XVI Curati alle dipendenze dell’ordine dei Cavalieri di Malta e nel XIX Prevosti. Dal Prevosto Boscasso (1762-1811) ai giorni nostri, /18/ i Parroci di Castelnuovo hanno avuto tutti la dignità di Vicari Foranei: si dirà a suo luogo del territorio soggetto alla loro giurisdizione, territorio che ha anche recentemente subito variazioni.

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7 – Le invasioni barbariche

Agli splendori ed alla potenza dei primi secoli dell’impero che avevano segnato un’era di pace, di floridezza e di benessere per tutti i territori soggetti a Roma cominciarono presto a seguire sotto l’azione di diverse cause, che non è il caso di prendere qui in esame, i sintomi della decadenza. Per qualche tempo ancora l’impero potè ancora estendere le sue conquiste, ma dopo Settimo Severo (211) esso andò declinando sempre più, finchè alla morte di Teodosio (395) fu diviso in due parti fra i figli di lui, Arcadio e Onorio, che ebbero rispettivamente l’oriente e l’occidente. Rimasti per varie ragioni sguerniti di truppe, i confini cominciarono ad essere frequentemente violati da popoli fino allora costretti con la forza delle armi nei loro territori, finchè, ad un certo momento, il mondo germanico, non più contenuto in alcun modo dilagò, e, valicate in vari punti le Alpi, finì per penetrare anche in Italia. Da quel momento gravissimi eventi si succedettero con grande rapidità. La nostra regione segue le sorti del resto della penisola, che dapprima è infestata dall’invasione di Alarico, Re dei Visigoti, che assedia anche Asti (401), e poi (405) da Radagasio con una turba infinita di gente di ogni risma e di ogni conio scesa a depredare la nostra contrada, e spintasi fin quasi sotto Torino, devastando orrendamente il paese attraversato, saccheggiando case, poderi di ogni cosa che avesse valore, e rubando armenti e masserizie.

Nel 410 tornarono i Visigoti di Alarico, e Torino, Asti e le plaghe vicine vengono disertate dal ferro e dal fuoco; batte alle porte la fame, e il Piemonte è afflitto nel 450 da una terribile carestia. Cade nel 476 sotto i colpi degli Bruii e dei Rugi di Odoacre l’impero Romano d’Occidente, e si stabilisce il nuovo regno barbarico, ma ecco che orde di Burgundi (490) portano un po’ dappertutto la distruzione e il saccheggio, devastando anche grandemente l’Astigiano; poco dopo il regno fondato da Odoacre è abbattuto dagli /19/ Ostrogoti di Teodorico (493). Scoppia più tardi (535) la guerra – durata venti anni – tra questi e i Bizantini, che penetrano in Piemonte e occupano varie città.

Agli orrori della guerra si aggiungono ben presto quelli della carestia (539) e alla fame tiene poi dietro la pestilenza che fa anch’essa gran numero di vittime, mentre le nostre terre vengono pure desolate dalle scorrerie dei Borgognoni del Re Merovingio Teudeberto. Succedono ripetute invasioni di Franchi, che però forse non toccarono la nostra plaga, se questa ebbe la fortuna di far parte di una specie di stato autonomo – durato breve tempo – che un astuto ostrogoto, un certo Sisige, si era costituito coi territori di Aosta, Ivrea e Torino, pensando nel declinare del suo popolo, a provvedere a sè ed alle genti a lui affidate, e riuscendo, con opportuni accordi, ad evitare molestie da parte dei vari eserciti contendenti.

Nel 553 ritorna per breve tempo il dominio degli Imperatori Romani d’Oriente, ma le cose non migliorano, anzi, proprio allora (556), favorita dalla continua carestia e dalla universale miseria, si sviluppa una nuova spaventosa pestilenza – (secondo notizie non sicure, un’altra terribile pestilenza avrebbe infestato gravemente l’Astigiano nel 312 così nel testo nel 312). Alfine, sulla devastata scena d’Italia, nel 568 appaiono i Longobardi guidati da Alboino. Durante le invasioni barbariche, in conseguenza delle devastazioni, dei frequenti passaggi di truppe, delle oppressioni fiscali, le condizioni delle nostre terre, come d’ogni parte d’Italia, furono tristissime. Coi barbari giungevano ovunque la strage, il disordine, la servitù. Affievolitasi la vita pubblica, rese più difficili le comunicazioni, gli abitanti delle campagne furono costretti dalle continue guerre e scorrerie a cercar rifugio nelle città. Decade l’agricoltura, e i terreni, un tempo fertili, inselvatichirono, o divennero aride sodaglie. I roveti, i vincheti, gli spineti, in genere le zone incolte si estesero largamente, come si può desumere dalle denominazioni di varie terre (Rovello, La Morra, Mouluvioum o monte dei verbaschi – lüvioum – sorta di pianta lanosa comunissima nei luoghi sterili, eco.). Le antiche foreste, un giorno fonte di ricche /20/ divennero pressochè impraticabili, e si popolarono di fiere. Altre, paurosamente selvagge, si elevarono sui terreni abbandonati. Le antiche memorie ci rappresentano la nostra plaga tutta ricoperta di fittissimi boschi: terribile nella sua maestà era la Silva Salsa che si stendeva fra Cinzano e Sciolze; pure importante era la selva di Vezzolano: orsi, lupi, volpi, cervi, cinghiali si annidavano nelle boscaglie, e si spingevano talora fino ai centri abitati. Infestate dai lupi dovevano essere le vicine colline, se il loro ricordo si è conservato nel nome di Lupantium o Lovancito (cito, sito dal tedesco sitz – sede), e dalla cascina Lupo, mentre la cascina Tampoum sembra pure rammentare il covo di qualche fiera. Al Gatto si annidavano forse dei gatti selvatici. Il Bric Astù, a mezzogiorno di Mondonio, prende il nome dagli Astori, uccelli rapaci simili agli sparvieri, alla loro volta ricordati dalla Valletta – a levante dei Becchi – detta lo Sbarüan (Sparoarium, dal gotico Sparwareis), di cui si dovrà riparlare. Infine non occorre allontanarsi dall’attuale concentrico di Castelnuovo per trovare la regione del Tasso.

Coi Longobardi le condizioni migliorarono alquanto, e le industrie agricole ebbero una ripresa; ma solo più tardi, specialmente ad opera degli ordini monastici, enre risorsero con novello vigore. I Longobardi divisero il regno in tre parti: Austria a est, Neustria a ovest, Tuscia a sud; le nostre terre appartennero alla Neustria. Ognuno di questi tre territori venne ripartito a sua volta in un certo numero di Ducati, dei quali due ebbero per Capitale Torino ed Asti. Come al solito, vi è grande incertezza sulla estensione dei rispettivi distretti; sembra però che i Longobardi abbiano tenuto conto delle antiche divisioni amministrative romane, onde si può ritenere che la nostra plaga, facendo parte, probabilmente, del Municipio Chierese, abbia seguito le sorti di questo, che appartenne certamente al Ducato di Torino.

Ricordano la presenza dei Longobardi fra noi, col nome di Lombardore, molti altri terminanti alla germanica in engo, come Morlengo, Morlenghetto, Aramengo, Bonengo, Remorfengo, Albarengo, Murisengo, ecc., nonchè quello della borgata Farelli presso Albugnano, derivante probabilmente da fara, nome col quale si designava presso i /21/ Longobardi una famiglia, una schiatta, come altresì il luogo dove essa, tutta insieme, si stabilisce. Origine barbarica ha pure il nome di Braida: esso deriva dal tedesco breit – largo, e serve a designare il prato pubblico, dove, nell'ordinamento gotico longobardo, sia adunavano le assemblee dei guerrieri, e si rendeva probabilmente giustizia, all'ombra di qualche albero. La Braida serviva pure di piazza d’armi, e in essa il popolo si esercitava al maneggio degli strumenti guerreschi e alla ginnastica con finte battaglie, col correre, tirar di scherma, ecc. Si deve però avvertire che questa istituzione gotico-longobarda secondo qualcuno trova rispondenza già nell’ordinamento preromano delle comunità liguri mentre poi si conserva nell’ordinamento feudale. Si possono anche ricordare i nomi analoghi di Brassicarda – o Braida Sicardae – fra Buttigliera e Villanova e di Bragalonga a Castelnuovo dove ha del pari impronta germanica il nome di Valdrocco, significante probabilmente dosso boschivo (Wald – foresta). Tutte queste antiche denominazioni costiscono una preziosa testimonianza storica, ed è quindi da raccomandarsi caldamente la loro conservazione.

I nomi di Cortazzone, Cortanze, Cortandone, Corteranzo (Murisengo), Cortanieto (Montiglio), Corveglia (Villanova), da curtis, terra, villa, suggeriscono un accenno a un’istituzione propria dell’ordinamento economico longobardo, nel quale, per la difficoltà delle comunicazioni tra i vari centri abitati, questi furono costretti ad acquistare una certa autonomia economica, divenendo luogo chiuso produzione e di consumo: si sviluppò per tal modo il così detto sistema curtense, per il quale ogni terra doveva bastare a sè stessa.

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8 – I Franchi e l’imperatore Carlo Magno

Il dominio dei Longobardi durò duecento©inque anni, e finì nel 774, abbattuto dai Franchi. Questi, che già ripetute volte avevano fatto, con vario successo, incursioni in Italia nei secoli sesto, settimo e ottavo, (fra le numerose calate si possono ricordare qui, perchè ci riguardano più da vicino, quella del 590 allorchè, a quel che sembra, l’Astigiano fu occupato e saccheggiato per quasi tre mesi, e quella del 665 durante la quale pure le nostre plaghe dovettero essere percorse dagli invasori, sconfitti poi da Grimoaldo /22/ nel dintorni di Asti, presso quello che fu detto il Rio dei Franchi o Refrancore), nel 773 riuscirono ad assediare in Pavia il Re dei Longobardi Desiderio, e a costringerlo alla resa.

Guidava i Franchi il Re Carlo, divenuto poi Imperatore (800), e conosciuto col nome di Carlo Magno. È nota la tradizione che intorno a questo grande sovrano fiorisce nelle nostre regioni: Carlo in una delle sue discese in Italia (cinque accertate: 773, 775, 760, 766, 799), qualcuno precisa durante la prima, qualche altro ritiene più probabile durante l’ultima, allorchè, di ritorno da Pavia dopo il suo viaggio a Roma per festeggiarvi il Natale e ricevervi dal Papa la corona imperiale, fu a Vercelli, Santhià ed Ivrea, e favorì diverse istituzioni religiose, sarebbe un giorno venuto cacciando con piccolo seguito da Torino, o da Asti, o da una delle altre ricordate città fin nella nostra plaga. Inoltratosi nella solitaria e paurosa selva di Vezzolano, e smarritosi tra le fitte boscaglie, secondo qualcuno, o impressionato, secondo altri, dalla terrificante e strana visione di tre scheletri, levatisi spaventevoli e minacciosi dinanzi al suo bianco destriero, e colpito da improvviso malore, attribuendo alla protezione della Vergine l’esser scampato al grave pericolo, avrebbe ivi fondato o, più probabilmente beneficato una chiesa, seguendo le esortazioni di un monaco od eremita a lui provvidenzialmente presentatosi nel difficile momento. Il passaggio di Carlo Magno da queste parti, e la sua benefica elargizione a favore della chiesa primitiva di Vezzolano, che quasi certamente preesisteva, col monastero, già al 773, cioè all’anno in cui Carlo Magno venne ad impadronirsi del regno Longobardo, sono fatti verosimili e probabilissimi. Del resto questa tradizione che si è tramandata di secolo in secolo fra gli abitatori della nostra plaga, e che vive tuttora nei racconti di nostra gente, è ricordata da documenti frammentari del secolo decimo, e confermata da antichi cimeli di pittura e di scultura anteriori al secolo quintodecimo. La chiesa originaria dovette essere fondata sotto i Longobardi, e risalire forse ai primi anni del 700. Si vuole che il Re Liutprando, il più grande dei Sovrani Longobardi (712-744), avendo fondato in Casale nel 740 la prima chiesa di Sant’Evasio, abbia chiamato ad ufficiarla i Monaci di Vezzolano: si è sempre detto che questa /23/ notizia non forniva alcun elemento sicuro per la storia della nostra Abbazia esistendo, oltre a quello di Albugnano, un altro Vezzolano presso Vercelli; in realtà quest’ultimo fu un priorato (o Convento secondario) che fu detto di Vezzolano soltanto perchè, (al tempo dei Canonici regolari di Sant’Agostino, e cioè dopo il secolo decimo primo), sottoposto alla Prepositura del nostro Vezzolano; originariamente, il suo nome era quello di chiesa di Gerunda, nome che tornò in uso non appena cessò la ricordata dipendenza.

Sotto questo rispetto non vi può quindi essere equivoco; se la notizia riguardante il Re Liutprando è vera, i religiosi da lui chiamati dovettero appartenere al monastero a noi vicino. Un solo dubbio può rimanere per il fatto che, a quel che si dice, i monaci chiamati a Casale sarebbero stati Agostiniani, mentre quelli che allora si trovavano a Vezzolano, e che vi rimasero fino alla seconda metà del secolo decimo, erano, quasi certamente, Benedettini. Comunque vera o non vera la chiamata del Re Liutprando, le origini della vicina Abbazia si poppono porre con sicurezza in tempo assai remoto. Secondo me è molto probabile che i primi frati si siano ivi stabiliti sulla sede di un fondo o di una villa romana. Senza dubbio il sorgere di un centro monastico come Vezzolano dovette esercitare una influenza molto benefica su tutta la nostra plaga.

Infatti allora le Abbazie, oltrechè rispondere a bisogni religiosi, ed essere espressione di ascetismo, soddisfacevano pure ad utilità pratiche, economiche e sociali, provvedendo alla necessità di offrire ricovero e mezzi di vita a molti derelitti spogliati dei loro beni, erranti di luogo in luogo in cerca di un pane, e di toglierli alla tentazione di darsi al malandrinaggio che infestava le campagne; giovando al risorgere dell’agricoltura; contribuendo alla diffusione del sapere nei luoghi più remoti, dove non poteva giungere l’opera del Governo; cosi i monasteri oltre ad essere focolari di fede, divennero centri di lavoro, di produzione e di cultura.

L’Abbazia di Vezzolano divenuta col tempo più ricca, forse anche per la donazione di Carlo Magno, assunse presto maggiore sviluppo; da essa dipendevano le terre di Albugnano, Berzano e Brozolo. Ma nella seconda metà del secolo decimo orde di Saraceni la devastarono tanto che essa fu abbandonata dai frati. Non risorse che circa cento /24/ anni dopo (1095), non più però Abbazia Benedettina, ma come prepositura Agostiniana. (L’Abate e il Prevosto sono rispettivamente i monaci di S. Benedetto e dei Canonici Regolari di Sant’Agostino) attraverso a vicende non completamente chiare, che esporrò a suo tempo. Agli Agostiniani si deve in gran parte l’attuale Chiesa, che però conserva cospicui cimeli e notevoli tracce dell’edificio preesistente: a questo pare si devono probabilmente attribuire i ruderi che si trovano all’intorno, specialmente nel prato dietro l’abside della Chiesa.

Sull’origine del nome di Vezzolano si sono fatte varie ipotesi che credo non inopportuno ricordare; alcuni lo fanno derivare, con scarso fondamento da quello di altri monasteri quali il Priorato Agostiniano di Vestila presso Tortona, dipendente dalla prepositura di Mortara e quello di Vezzolano in realtà in Geronda, presso Vercelli, che come ho già detto, non solo non diede, ma prese dal nostro il suo nome.

Si rammenta da altri che esiste in Francia (Dipartimento della Yonne) a sud-est di Parigi in una posizione, pare simile a quella di Vezzolano, l’antica e famosa Abbazia di Vezelaj (lat. Veziliacum) che sarebbe anteriore a Carlo Magno. Questi avendo riscontrato la ricordata somiglianza fra le due località, avrebbe fondata o chiamata la nostra Abbazia col nome di quella francese. Per parte mia ritengo invece che il nome di Vezzolano sia di molto anteriore a Carlo Magno, e che esso si colleghi al gentilizio della famiglia romana dei Vezzii, (largamente diffusa nell’Astigiano) che ben potè ivi possedere una villeggiatura, o una azienda agricola.

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9 – Il feudalesimo

Con una riforma iniziata nel corso della sua seconda discesa in Italia (775), continuata e compiuta nelle successive calate del 780 e del 799, Carlo Magno abolì i Ducati istituiti dai Longobardi, e ordinò il territorio conquistato in tanti distretti denominati Contadi o Contee preponendovi governatori chiamati Conti. Nei paesi di frontiera due o più Contee furono insieme raggruppate a costituire delle circoscrizioni più vaste che presero il nome di marche o Marchesati mentre i loro governatori furono detti Marchesi /25/ o Margravi, ciò che in tedesco significa Conti di Confine. Torino ed Asti che coi Longobardi erano state Ducati divennero Contee soggette alle autorità imperiali. Ancora una volta riesce impossibile, per ciò che riguarda la nostra plaga posta in una zona che si può dire di transizione fra i due territori, affermare con sicurezza assoluta l’appartenenza all’una piuttosto che all’altra di tali due Contee. Tuttavia dicendo gli storici nel descrivere il Confine della Contea di Torino, che nei nostri paraggi esso, percorsi i colli dell’Albese e dell’Astigiano fino a Dusino e S. Paolo, raggiungeva poscia lo scrinale fra la valle di Montafia e Castelnuovo e infine seguiva una linea retta che di qui partendo andava a finire a Brandizzo sul Po, si è portati a ritenere che la nostra plaga fosse soggetta a Torino, ciò che mi sembra confermato dal fatto che a tale Contea viene generalmente attribuita una terra posta ancor più a levante (cioè più verso Asti) della nostra, quale è Mondonio. I territori a ponente del nostro dipendevano sicuramente da Torino; Albugnano faceva invece parte della Contea di Vercelli e Capriglio di quella di Asti. Conti e Marchesi esercitavano il potere civile e giudiziario e militare, ed erano veri principi alla dipendenza del solo Imperatore. Il loro governo, salvo gravi demeriti, soleva essere stabile, e durare tutta la vita: anzi poco alla volta si introdusse la consuetudine che i figli o per le benemerenze dei padri o con l’aiuto del denaro, succedettero nella stessa carica. Nell’887 tale ereditarietà ebbe riconoscimento e sanzione dall’imperatore Carlo il Calvo. Col volgere del tempo le grandi Marche o Contee istituite da Carlo Magno si vennero dividendo in distretti più piccoli che ebbero origine da terre minori, che Imperatori, Conti e Marchesi presero a conferire a persone di merito. Queste terre si chiamarono dapprima benefici e poi feudi. Più tardi i loro titolari si sottrassero alla dipendenza del conte cittadino (la cui autorità andò declinando sempre più, finchè la carica scomparve) e anche questi territori rurali presero il nome di Contee e di Marche. Sorsero così tra gli altri nei nostri dintorni il Comitato poi Marchesato di Monferrato, la Contea di Cocconato, e la Contea di Porcile (località scomparsa tra Buttigliera, Riva e Poirino di cui /26/ si dovrà parlare) creati smembrando varie terre dai Comitati di Torino ed Asti, e per i primi due anche di Vercelli. Il territorio Castelnovese fece parte della Contea di Porcile insieme con molte altre terre dei dintorni come dirò in seguito. L’evolversi di questo ordinamento condusse alla introduzione anche fra di noi del cosiddetto Feudalesimo (già in uso nella Monarchia Franca) sistema di governo prettamente germanico, per il quale conquistata una terra, questa veniva divisa fra nobili e liberi guerrieri. L’atto di immissione nel possesso di un Feudo fu detto investitura; colui che riceveva una terra dal Sovrano veniva chiamato Vassallo, e doveva fare omaggio, e prestare giuramento di fedeltà al Re, obbligandosi a fornirgli in caso di bisogno, uomini, armi e cavalli, ma nel territorio assegnatogli egli poteva peraltro considerarsi pressochè assoluto Signore. Attraverso a tali istituzioni, approfittando ora dell’appoggio di qualche Sovrano, ora della debolezza di altri, andò formandosi e consolidandosi la potenza di varie, insigni Casate, come, fra quelle che ebbero più notevole parte nelle vicende del nostre paese e della nostra plaga, i Conti di Biandrate, i Signori di Rivalba, i Marchesi di Monferrato, i Conti di Radicata (poi Radicati). Di là delle Alpi cominciarono ad affermarsi i Conti di Savoia, la cui stirpe era destinata a diventare più tardi protagonista nella storia, non solo della nostra regione, ma del Piemonte e d’Italia. Le origini accertate di queste illustri Caste risalgono all‘incirca alla metà del sec. X. Estesosi l’accennato sistema di concessioni territoriali, si può dire che tutte le potenti famiglie feudali, come pure i grandi proprietari laici ed ecclesiastici ebbero alla loro volta dei Vassalli.

A questo modo si venne a poco a poco organizzando tutta una gerarchia di Vassalli maggiori e minori, legati gli uni agli altri da vincoli di fedeltà, gerarchia che saliva fino al Sovrano. Non è il caso di ragionare qui di questi vari gradi, e delle mutue relazioni, regolate da un imponente complesso di norme, che intercedevano fra Signore e Vassallo. Era per altro necessario a dilucidazione di quanto si dovrà dire in seguito, delineare sia pure per sommi tratti, le caratteristiche e gli elementi fondamentali delle istituzioni /27/ feudali, istituzioni a cui ci informò la vita pubblica anche del nostro paese attraverso a un non breve periodo di tempo.

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10 – Sotto i re carolingi

Quanto mai scarse e frammentarie sono le notizie riguardanti la nostra plaga nel corso del secolo nono, durante la dominazione dei successori di Carlo Magno. Sappiamo che il Vescovo di Torino Regimiro, fondando intorno all’850 il Capitolo della Cattedrale, col chiamare a vita comune i Sacerdoti del clero torinese in una Canonica o Chiostro detto il Salvatore, assegnò ad essi per loro onesta sostentazione gran numero di terre, castelli, chiese, cappelle, plebi, corti, molini, prati, campi, vigne, boschi, decime, ecc. In questa donazione, secondo quanto si apprende da un importante diploma del 1° maggio 1047, col quale l’imperatore Enrico 3° confermò i possessi e i privilegi dei detti Canonici, erano compresi alcuni paesi dei nostri dintorni, e cioè le corti di Arignano, Pavarolo e Andezeno, colle rispettive chiese e castelli. Ad Andezeno (detto Andisellum) è unito l’Andego, regione detta in seguito Andio. (Il nome di Andezeno è da qualcuno fatto derivare da Ante coenum, per essere la località posta dinnanzi a uno stagno che rendeva malagevole il passaggio; potrebbe anche essere un diminutivo di Andego, o voler dire Ante cellas, esistendo ivi delle Celle monastiche dipendenti dai Monasteri di Breme, della Novalesa e di Nonantola). Oltre a questi paesi, nella ricordata donazione erano pure comprese nei nostri paraggi alcune terre oggi scadute o scomparse, quali Patiano (Pessione), Balbiano, e Bulgaro. Noto che da Balbiano, nome di origine romana, derivò il cognome di una nobile famiglia chierese, e che Bulgaro ricorda i popoli di tale stirpe venuti in Italia nel 568 accodati ai Longobardi. Il possesso di tutte queste terre da parte del Vescovo si spiega col fatto che la Sede vescovile di Torino sotto i Longobardi, non solo per liberalità di privati, ma per unificenza di Agilulfo, prima Duca di Torino, e poi Re d’Italia, di Teodolinda sua saggia e pia consorte, era stata arricchita di molti beni e privilegi che sotto i Franchi si andarono sempre più accrescendo. Secondo il Manno la Mensa Vescovile di Torino avrebbe /28/ pure avuto giurisdizione presso di noi. Egli pone questa signoria innanzi a quella dei Rivalba, generalmente riconosciuti come primi Signori del nostro paese, ed a mio modo di vedere fondatori di Castelnuovo (metà del sec. XII), come cercherò di dimostrare. L’affermazione del Manno è fatta senza citazione di documenti, ed io ritengo di doverla respingere se essa vuole riferirsi al paese propriamente detto; se invece vuole riferirsi al territorio, prima della fondazione del paese, o a qualche possedimento speciale potrebbe forse essere fondata, per quanto sia da appurare. Il Vescovo di Torino, che da queste parti possedette anche Montaldo e Moriondo, ebbe più tardi parimenti potere su Moncucco come dirò. Anche altri Vescovi ebbero terre e fondi nei nostri dintorni.

Mancano per lo più o sono contestati, i titoli originari di questi possessi ma si hanno i documenti di conferma, tra i quali parecchi risalgono appunto all’età carolingia. La chiesa di Vercelli dominò su Aramengo, Castelverso e Cunico (quest’ultimo confermatole nel 1014 da Enrico I). Quella di Pavia su Cortazzone (forse però donatale solo nel sec. X da Azzo conte di Modena), e Tigliole, Quella di Asti su Piea, Cortanze, Montafia, Roatto e Maretto (questi tre ultimi con qualche ingerenza del Vescovo di Torino). Particolare importanza, assunsero in prosieguo di tempo questi feudi dipendenti dai Vescovi di Pavia e di Asti, feudi che qualcuno vuole siano, almeno in parte, sorti sotto i Longobardi, ad opera specialmente di Liutprando (si precisa nel 725 per Pavia e nel 743 per Asti). Il primo documento di conferma dei feudi Ecclesiastici dell’Astigiano che si conosca è dell’anno 884 ed è dovuto all’Imperatore Carlo III, il Grosso. Seguono poi le numerose conferme di Lodovico III, Ottone II, Enrico III, Enrico VII ecc. Più tardi la Santa Sede smembrò questi ed altri feudi delle Chiese Vescovili, e le sottopose al proprio diretto dominio; ciò determinò gravi contrasti con la casa di Savoia, phe rivendicava a sè l’alta signoria su quelle terre. Tali contrasti furono appianati soltanto nel sec. XVIII.

Dall’essere sottoposti alla sovranità pontificia derivò agli abitanti di Cortanze il soprannome dialettale di “Papalin” che tuttora conservano, Risalgono all’875 le prime notizie del paese di Camerano /29/ ricordato in una carta di quell’anno conservata nell’Archivio Capitolare di Asti, e all’649 quelle di Casasco dove dimorava un’Ellirada moglie di Begone di schiatta franca (ex genere francorum), che sotto tale data vendette diversi beni e case, a Staurace Vescovo d’Asti, fra l’altro quanto possedeva in Soglio e Cerreto. Per completare le scarse memorie del secolo IX si potrà ancora ricordare che la regione di Supponito (ora detta più comunemente il Ciouchè) fra Buttigliera e Villanova trae probabilmente il nome dal celebre Suppone, Conte di Torino, (878) e anche di Asti fra l’880 e l’887, personaggio di stirpe nobilissima, saggio consigliere di sovrani e valoroso guerriero. A Supponito esistette in antico un monastero dell’ordine di S. Benedetto (ricordato in vari documenti del sec. XI, XII e XIII) che veniva chiamato anche Supponigo, o Cella di Supponigo. Il nome di Celle che ho già ricordato più sopra a proposito di Andezeno, e che troviamo anche a Castelnuovo e a Buttigliera, soleva darsi a piccole case monastiche nelle quali dimoravano alcuni religiosi per il servizio di qualche chiesa: (presso i Romani aveva indicato delle casette rustiche appartate, e forse qualcuna delle Celle medioevali deriva da queste più antiche). In tali piccoli monasteri, detti pure obbedienze, per il decreto del Concilio di Aquisgrana dell’817 doveano abitare non meno di sei persone. Come altrove anche a Supponito le celle monastiche, sorte forse su di una proprietà di Suppone, costituirono il nucleo di un villaggio che fiorì fino alla fondazione di Villanova (1248) a cui esso concorse. Il titolo dell’antica Chiesa benedettina fu allora trasferito nel nuovo borgo, ed essa fu ridotta in Commenda di collazione pontificia col nome di Priorato di S. Pietro di Supponito. Fra i suoi Priori Commendatari vi fu in tempi non lontani, il Cardinale Carlo Tommaso Paillard de Tournon, Patriarca di Antiochia, Legato Pontificio, intrepido Missionario nell’Estremo Oriente, nato a Torino pel 1668 e morto in prigione a Macao nel 1710. Lo ricordo qui perchè di lui si conserva un ritratto a Castelnuovo, presso gli eredi Bosia. Gli fu eretto un bel monumento funebre nel coro della Chiesa di Sant’Agostino in Torino. Nella località predetta vi fu pure una sontuosa villa degli Argentero passata in seguito ai Ferrero della Marmora, e inconsultamente distrutta non son molti anni.

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11 – Gli Anscaridi e la Marca d’Ivrea

L’impero creato da Carlo magno, non sopravvisse molto al suo fondatore, morto nell’814. Già nell’840 ci può dire che esso esisteva colo più di nome, e non tardò a seguirne l’effettivo smembramento.

In seguito al trattato di Verdun (843) l’Italia venne a costituire un regno a sè stante con Lotario per sovrano.

Con Carlo il Grosso, che riunì per l’ultima volta tutti gli stati Carolingi, l’impero di Carlo Magno parve per un momento rivivere, ma fu cosa che non durò a lungo. Carlo il Grosso si mostrò inetto e i grandi dei tre regni d’Italia, di Francia e di Germania, riuniti nell’887 alla dieta di Treviri, lo deposero, e, rinunciando a formare un solo Impero, si elessero dei Re nazionali. L’Italia fu contesa da due pretendenti: Berengario, Marchese del Friuli, e Guido, Marchese di Spoleto. Dopo vari combattimenti e alterne vicende, non bastando ad opprimersi con le forze proprie, invocarono le straniere. Berengario si appoggiò ai tedeschi; Guido alle milizie della Francia. Fra i più fedeli a Guido vi fu Anscario, che si trovava appunto in Francia fra l’879 a l’887, dove era Conte d’Ouche presso Bigione, e che nell’888 accompagnò in Italia Guido dopo un vano tentativo da questo fatto per salire al trono franco.

Anscario deve essere qui ricordato perchè alla sua stirpe, una delle più antiche ed illustri del Piemonte, si collegano varie famiglie che hanno dominato da noi, fra queste i Biandrate signori di gran parte delle nostre terre nel sec. XII, e, ciò che più conta, i Rivalba, che a quelli subentrarono nel dominio del territorio che più propriamente può dirsi castelnovese, e che fondarono il nostro paese poco dopo il 1150.

Allorchè gli sforzi di Guido furono coronati da successo, ed egli riuscì ad essere proclamato Re (889) e poi Imperatore (891), pensò tosto di rimeritare il suo fidatissimo sostenitore e diletto Consigliere Anscario e gli affidò “als Mark Graf” (come Marchese) la difesa di Ivrea. Sembra che Guido costituendo nell’891 nelle mani di Anscario I la Marca di Ivrea l’abbia creata quale la si riscontra più tardi, comprendente cioè, con altre, anche le Contee di Torino e di Asti, tolte ai figli del ricordato Suppone, parenti e /31/ fautori di Berengario. I nostri territori vennero pertanto a far parte di tale Marca. Anscario fu detto anche Marchese in Italia, con il titolo che allude assai bene al compito commessogli, vale a dire la difesa degli sbocchi alpini all’angolo nord-occidentale d’Italia. Anscario conservò la Marca di Ivrea anche quando morto Guido (895), e poi anche il figlio e successore di lui Lamberto, e tutti gli altri competitori rimase unico Re d’Italia (898), quel Berengario ch’egli aveva sempre combattuto. Il nuovo Sovrano di nemico divenne ben presto amico, e accolse in grazia Anscario, che in un documento qualifica “illustre Marchese e sommo Consigliere”. Anscario morto fra l’898 e il 902 ebbe due figli: Adalberto ed Amedeo. Fu da Amedeo, Conte di Milano e del sacro Palazzo, attraverso ad altro Adalberto e a un Dadone di Pombia (padre altresì del famoso Re Arduino) che discendono i Conti di Pombia, poi di Biandrate. Il primogenito di Anscario, Adalberto succedette al Padre nella Marca di Ivrea, e dopo di aver favorito Lodovico di Provenza sceso a disputare la corona italica a Berengario, al precipitare della fortuna di quello (905) tornò ad accostarsi al secondo.

Allora, probabilmente, egli sposò Gioia o Gisela, figlia dello stesso Berengario, da cui ebbe un figlio, futuro Re d’Italia (950) sol nome di Berengario II. Rimasto vedovo, forse verso il 914, Adalberto passò a seconde nozze con Ermengarda, figlia del Marchese di Toscana, e tale unione lo pose di nuovo fra i nemici di Berengario I, contro il quale nel 921 contribuì alla calata di Rodolfo II di Borgogna, e con l’aiuto di altri grandi tentò una sollevazione.

Ma Berengario lo vinse, ed egli, solo mediante un sotterfugio evitò La prigione e forse la morte. Ciò gli permise di collaborare in seguito al trionfo di Rodolfo II, ma egli non sopravvisse di molto alla morte di Berengario (assassinato nel 924). Risulta che Adalberto era ancora vivo nel 929 e già morto nel 931. Egli lasciò a suo successore nella Marca d’Ivrea il figlio Berengario. Oltre a questo lasciò un altro figlio, avuto da Ermengarda, Anscario II, Lacuna nel testo [...] Ugo di Provenza, che ebbe pure il titolo di Marchese e si occupò specialmente degli affari della Contea d’Asti. I due fratelli furono causa di viva inquietudine per il successore di Rodolfo II, /32/ il quale cercò di sbarazzarsi di essi: sembra che egli avesse in animo di far cavar gli occhi a Berengario, ma questi gli sfuggì, rifugiandosi presso Ottone I di Germania.

Quanto ad Anscario, nel 936 Ugo pensò di allontanarlo da Ivrea, temendone lo spirito feroce e bellicoso, e lo investì della Marca di Spoleto e Camerino: ma nello stesso tempo gli sollevò contro, il burgundio Sarlione, che in battaglia nel 940 uccise Anscario, e gli succedette nella Marca.

Anscario II ebbe 6 figli: dal primogenito, Amedeo VI, nacquero otto figli, dei quali il terzogenito, Amedeo VII fu capostipite dell’illustre Consortile dei Signori di Riva, donde derivano i Signori di Rivalba, di Castelnuovo, di Piea, di Casasco, di Camerano, di Cortandone, di Cortazzone, di Monale e i De Aste (da cui i Pelletta). Non è il caso di addentrarsi nel dedalo intricato di genealogie che del resto non sono sempre del tutto chiare, nè sempre interamente note, e che comunque si ridurrebbero ad un arido elenco di nomi. Ma non si poteva per altro verso passare sotto silenzio l’alta origine di coloro che eran chiamati a dar vita al nostro paese e le ragioni dello stabilirsi della loro illustre stirpe in Piemonte anche se per parlare di ciò, è stato necessario dilungarsi alquanto nell’esposizione di vicende che non avrebbero, per altri rispetti, un interesse diretto per la nostra plaga.

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12 – Le incursioni begli Ungari e dei Saraceni
la stirpe aleramica

Alle lotte tra i vari aspiranti al trono, che laceraron l’Italia per buona parte del sec. X, si intreccia il flagello anche più grave e terribile della invasione degli Ungari che la saccheggiarono una prima volta nell’899, e ritornarono poi nel 924 chiamati da Berengario, il quale, dopo di averli una prima volta combattuti, voleva servirsene per la realizzazione delle sue mire contro Rodolfo di Borgogna. Essi accolsero l’invito, e rinnovarono l’orrenda opera di rovina e di incendi per cui già la prima volta si eran resi tristemente famosi.

Dopo di aver distrutta Pavia percorsero quasi certamente anche la nostra plaga per attraversare le Alpi Torinesi e passare in Francia /33/ a spargere la desolazione e il terrore.

Tornarono ancora nel 937 e nel 954 saccheggiando orrendamente tutto il Piemonte. Insieme e dopo le incursioni degli Ungari si ebbero quelle dei Saraceni che hanno lasciato nelle contrade subalpine duratura e paurosa memoria della loro ferocia. Costoro si erano annidati a Frassineto sulla Costa Azzurra, provenienti dalle coste settentrionali dell’Africa, dalla Sardegna, dalla Corsica. In Piemonte penetrarono probabilmente nel 903 o nel 904. Si ebbe in acuito una tregua di alcuni anni, ma a cominciare dal 916 essi riapparvero più feroci di prima, e si fu allora che, animati dai loro istinti sanguinari, dall’odio religioso, dalla sete di ricchezze, associati anche ad altri numerosi malviventi locali e forestieri, presero ad assalire le più importanti Abbazie e a distruggerle. Anche la nostra Abbazia di Vezzolano, asilo di pace, di agiatezza e di cultura eccitò le cupidigie di quei ribaldi che verso la metà del secolo la assalirono, la saccheggiarono e la distrussero. (Nel 945 orde di Saraceni giunsero alle porte di Torino e ridussero in rovina la celebre Abbazia di S. Mauro: è molto probabile che Vezzolano abbia subito la medesima sorte pressappoco nella stessa epoca). I Monaci Benedettini, se pur non furono tutti uccisi abbandonarono la località, nè più vi ritornarono; l’Abbazia non risorse che un secolo più tardi dalle rovine, di cui rimane traccia tuttora specilamente nel prato dietro l’abside. L’audacia e la potenza dei Saraceni arrivarono al colmo: dinanzi alla debolezza delle autorità civili furono i Vescovi di Torino, Asti e Alba ad assumere le difesa delle misere popolazioni cercando di contrastare il terreno palmo palmo a quei ladroni. Ma se l’invasione può essere contenuta entro certi limiti i danni furono tuttavia gravissimi e i Saraceni non poterono venire definitivamente cacciati o domati che verso La fine del secolo ad opera di Arduino Glabrione insigne personaggio a cui per linea femminile si collega la Casa di Savoia, come dovremo in seguito accennare. Sembra ricordare la presenza dei Saraceni fra di noi il cognome Marocco, assai frequente specie nella zona di Villanova e dintorni. La stirpe dei Marocco, da cui prese pure nome una Borgata fra Poirino e Santena, era dominata negli atti della repubblica /34/ Chierese col nome di gens de terra nigra probabilmente appunto perchè di origine Saracena.

Attraverso a varie vicende sulle quali non occorre trattenerci, era intanto salito al trono Berengario II (947) che dovette però dividere il regno con Lotario (figlio del già ricordato Ugo), il quale ebbe per residenza Torino (950). Berengario riordinò i paesi subalpini e giova qui ricordare che egli istituì la nuova Marca Torino-Albenga, cosiddetta dalle Contee principali che ne facevano parte e la assegnò al Conte torinese Arduino Glabrione, elevato da Lotario alla dignità di Marchese. Di tale Marca che si estendeva fino ad Asti fecero pure parte i nostri territori. Lo stesso Berengario II costituì Marchese di Monferrato il celebre Alerano figlio, pare, di un certo Guglielmo venuto di Francia per sostenere le ragioni di Guido, a somiglianza di Anscario.

Non sto a ripetere la notissima, gentile leggenda Aleramica. Basterà ricordare che Aleramo, valoroso guerriero che nel 933 aveva combattuto e vinto i Saraceni, accresciuto gradualmente il suo potere e sposata la figlia di Berengario II Gilberga, ebbe il titolo di Marchese coi territori di Casale, Acqui e Savona, (in seguito ancora ampliati) e fu il capostipite di vari illustri casati quali i March. di Monferrato, i March. di Saluzzo e del Carretto ecc. che ebbero grandissima importanza nella storia del Piemonte e specialmente la prima, anche della nostra regione.

Morto Lotario lo stesso anno della sua elevazione al trono, non lenza sospetto di veleno ad opera di Berengario che voleva regnare la solo, quest’ultimo cercò di sposarne la vedova Adelaide: questa ricusò le nozze e fu rinchiusa in una torre sul lago di Garda: ma essendo riuscita a fuggire implorò la protezione di Ottone primo di Sassonia, re di Germania, che venuto in Italia ne fu coronato re (951). Riconciliatosi poi con Berengario lo investì del regno italico, he per tal modo divenne un’altra volta feudo della Corona di Germania. Poco di poi ribellatosi Berengario, Ottone ridiscese in Italia, e fatto prigioniero l’avversario lo confinò in Germania, mentre egli assumeva la corona imperiale e costituiva quello che fu detto Sacro Romano Impero di nazione Germanica (962).

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13 – Intorno al mille

Alcuni atti di due degli Ottoni della Casa di Sassonia succedutisi sul trono imperiale tra il 961 e il 1002 si riferiscono a paesi della nostra plaga.

Andezeno con un diploma di Ottone III in data 19 Luglio 992 veniva assegnato in Signoria all’Abate della Novalesa. Montiglio, il cui primo signore conosciuto è un Roberto, Visconte di Monferrato (902), e che nel 935 era divenuto proprietà del Marchese e poi Re Berengario II, nel 961 fu con la sua Signoria (comprendente Scandeluzza, Rinco, Castelcebro, Colvagnano e Casio) confiscato a quest’ultimo, unito alla Mensa imperiale di Ottone I. Analoga sorte subiva nel 964 Moncucco, pure tolto ai March. d’Italia. Entrambi i territori nel 976 venivano stralciati dal Fisco imperiale, e dati in Signoria ad Aimone di Mosezzo già Conte di Vercelli, e discendente di Manfredo Conte di Milano. Ottone III il 22 ottobre 988 li confermava con Montafia ai figli di Aimone, Manfredo, Ottone ed altri.

Morto Ottone III senza discendenti (1002) i Grandi d’Italia proclamarono Re Arduino March. di Ivrea, figlio di Dadone e discendente di Anscario. Ma l’Arcivescovo di Milano a nome del Clero italiano offrì invece la corona al nuovo Re di Germania, Enrico II di Sassonia (cugino in 2° grado di Ottone III): di qui la lunga lotta fra Arduino ed Enrico che attraverso a varie vicende durò fino al 1014 allorchè Enrico fu coronato Imperatore e Arduino, stanco e sfiduciato, si ritirò nel Convento di San Benigno in Fruttuaria da lui fondato. Arduino circa il 1002, aveva date le terre della devastata Abbazia di Vezzolano (Albugnano, Berzano, Castelvairo e Brozolo) a Manfredo (figlio del già ricordato Ottone e nipote di Aimone di Mosezzo) che da allora prese a chiamarsi Manfredo di Brozolo e da cui discendono i Signori di Brozolo, primo ceppo dei Radicati, come dirò più sotto, e di altre nobili stirpi della regione (oggi estinte) che presero i nomi dei paesi su cui ebbero giurisdizione quali i Moncucco (arma: fasciato ondato d’azzurro e d’argento), i Mombello (arma: partito al primo d’argento a tre fascie di rosso: al secondo d’oro il ramo di quercia con le foglie secche al naturale in palo), i Montafia (d’argento alla stella di rosso, carica di una /36/ mezzaluna di argento), i Montiglio (d’argento al capo d’azzurro), tutti poi divisi in numerosi rami. Avendo Manfredo di Brozolo nella lotta fra Arduino ed Enrico parteggiato per il primo (di cui non è escluso fosse congiunto), l’imperatore tedesco nel 1014 confiscava a lui le terre già dell’Abbazia, e ad altri della famiglia toglieva Cunico, assegnando tutti questi territori al Vescovo di Vercelli. Ma nel 1016, placati gli odi (Arduino morì il 15 dic. 1015) essi vennero loro restituiti.

Dal Vescovo di Vercelli i Signori di Brozolo ricevettero pure Cocconato (che nel 999 era stato dato dall’lmp.Ottone III al Vescovo Leone). Ivi il Ramo dei di Brozolo che prese il nome di Cocconato stabilì il centro di una importante Contea comprendente Marmorito, Capriglio, Cocconato, Robella, Tonengo, Aramengo, Rassereno, Brimeglio, Brozolo, Bagnasco, Schierano, e più tardi anche altri paesi. I Cocconato si divisero in tre colonnellati detti rispettivamente di Robella, di Brozolo e di Casalborgone, suddivisisi poi alla loro volta in vari rami i quali assunsero i predicati feudali delle varie terre loro assegnate, conservando però sempre il comune nome d’origine di Cocconato. Verso la fine del sec. XII i Cocconato essendo stati infeudati di Radigada o Radicata antico luogo distrutto nei pressi di S. Sebastiano si intitolarono Conti di Radicata, nome trasformatosi poi in quello di Radicati (arma: di nero all’aquila d’oro coronata dello stesso).

Pertanto questa famiglia, se pur non si collega (ciò che potrebbe anche essere) ad Arduino e agli Anscaridi, va senza dubbio annoverata fra le più antiche ed illustri del Piemonte.

Per non interrompere la narrazione delle vicende relative al sorgere della Stirpe dei Radicati sono uscito alquanto dai limiti cronologici di questo capitolo: ma ciò era imposto da ragioni di unità.

Torno ora indietro per esporre qualche altra notizia relativa alla nostra regione che, intorno al mille, si trova sparsa nei documenti. Nel 955 il Vescovo di Asti Brunengo commutava alcuni beni con Sigiberto di Walfenera (Valfenera); nel diploma di fondazione dell’Abbazia di Orazzano (961, ivi è sepolto Aleramo, morto nel 991) è ricordata la borgata di Punengo o Poenengo come località in /37/ cui giaceva Cunico (in loco et in fondo Punengi). Nel 981 si ha la prima memoria di Porcile cospicua località presso Poirino a cui ho già accennato e di cui dovrò parlare in seguito, come centro di un contado di cui fece parte anche Castelnuovo. Addì 11 marzo 995 si trova che un Gualfredo figlio del fu Alessandro di Corte Comare donava alla Canonica di Santa Maria in Asti un podere situato in Valle Manacia (altrove detta Vallie Manasia): si tratta dell’attuale Valmeynier in territorio di Villanova.

A Primeglio, a breve distanza dall’abitato, in regione detta Monastero, vi è una cappella in parte diroccata (già dedicata a S. Michele) e altri ruderi che si vogliono appartenenti a un antico convento distratto e soppresso prima del mille (forse al tempo delle incursioni Saracene?). Circa il 1026 possedeva stabili in Andezeno il Monastero di Preme (Lomellina); e intorno allo stesso tempo quello di Fruttuaria nel Canavese (fond. 1004) vi aveva una Cella probabilmente là dove fu poi il tenimento detto la Fruttera del Conte de Maistre. In una carta del 1031 del March. Olderico Manfredi a favore dell’Abbazia di San Solutore di Torino si trova nominato Tegerone antica località scaduta di cui si dovrà parlare trattando del Contado di Porcile; finalmente in due importanti documenti stipulati il 4 luglio 1034 tra l’Abate di Nonantola Rodolfo da una parte e i Conti di Pombia Adalberto e Guido e un Chierico Riprando dall’altra a Stoerda detta Stodegarda, (altra località del territorio di Porcile) e portanti la permuta di vari possedimenti e diritti spettanti nella nostra plaga a quell’Abbazia, con altre terre del Modenese e del Bolognese, sono nominati molti paesi dei dintorni come Albugnano (Albucianum), Pino (Pinarianum), Pulianum, Bersano (Bresianum), Vizolanum, Sciolse (Sulcia), Marentino, Andio (pr. Andezeno), Pacianum (Pessione), Walfenera (Valfenera), Avullia (Avuglione) ecc.

Si ricorda pure un Mandalone che secondo qualcuno sarebbe Mondonio secondo altri un casale fra Vezzolano e Albugnano, e una Corte Coriva che il Cassile identifica con la regione detta Craut a mezzogiorno di Mondonio.

Sotto gli Ottoni si accrebbe assai il potere dei Vescovi: negli /38/ ultimi anni 900 il Vescovo di Torino Amizone esercitava il dominio temporale su Chieri e su varie località del territorio chierese, che si trovano venirgli confermate da Ottone III con un diploma ritenuto del 994: sono fra questa località Arignano, Pavarolo e Cinzano. Il successore di Gezone nella sede Torinese, il pio e zelante Landolfo (1010-1039) intraprese una lunga serie di opere religiose e civili volte a riparare i mali causati in passato alla sua chiesa dalla tristezza dei tempi, come ancora a provvedere agli urgenti bisogni dell’avvenire, e fra l’altro secondo risulta dal documento di fondazione della Abbazia di Cavour del 1037, con altre costruzioni compiute a Chieri, erigeva i castelli di Cinzano e di Moriondo, circondandoli rapidamente di valide mura e fossati: “Duo quoque castella in eodem cariense territorio, mocoriadum (Moriondo) atque tizanum fossatis et muris digne celerique opere cepit atque compievit”.

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14 – Verso la fine del secolo XI

Arduino Glabrione, che ho già ricordato come colui a cui spetta il merito della definitiva cacciata dei Saraceni, e che nel 945 aveva, acquistato fra l’altro le Contee di Torino ed Asti, conseguendo pure la dignità Marchionale, alla sua morte trasmise tutti i poteri al figlio, dal quale passarono al nipote Olderico Manfredi. Non avendo questi lasciato discendenza maschile, ne ereditò i domini la figlia, la celebre Contessa Adelaide (1034). Questa, verso il 1046 sposò, pare in terze nozze, Oddone, figlio di Umberto Biancamano, capo della Dinastia di Savoia che allora appunto cominciò a dominare in Piemonte e che, se alla morte della Contessa Adelaide (1091) ebbe di nuovo i suoi poteri ridotti pressappoco a quelli originari, non tardò a riaffermarsi anche di qua delle Alpi, immedesimando da allora in poi i suoi destini con quelli della regione subalpina.

Un documento del 14 maggio 1065 ci ricorda un atto della Contessa Adelaide che si riferisce alla nostra plaga: sotto tale data infatti l’illustre donna diede al Vescovo d’Asti, Girelmo, il dominio di Cerreto (dai Marchesi di Susa passato a questa loro erede) donando pure allo stesso quanto altro essa possedeva in particolare in tale /39/ luogo, in Cunico e altri luoghi minori. Vari anni prima, e cioè il 26 gennaio 1041 il Vescovo di Asti Pietro II aveva ricevuto da Enrico III il Nero ampio e importantissimo documento di conferma di tutti i possedimenti e i privilegi che nella serie dei secoli addietro erano stati concessi alla Chiesa d’Asti da qualsivoglia potestà ecclesiastica o civile.

In tale diploma sono espressi nominativamente tutti i luoghi di appartenenza di detta Chiesa: dei nostri dintorni sono ricordati Piea, Camerano, Valfenera, San Michele, San Paolo, Solbrito, Porcile, Stoerda e ciò che più c’interessa Sparoario, che era sul territorio attuale di Castelnuovo (lo Sbarüau a levante dei Becchi) e di cui dirò in seguito. Richiamo soltanto di sfuggita l’altro importante documento dello stesso Sovrano a favore dei Canonici del Salvatore di Torino col quale sono ad essi confermati Arignano, Pavarolo, Andezeno, Andego (1047) di cui ho già parlato. A proposito di Andezeno ricordo ancora che il 19 agosto 1048 vennero confermate al Monastero di Breme in Lomeliina le celle ivi da esso possedute con le relative pertinenze. In questo periodo troviamo pure alcune notizie su Pogliano, che, già posseduto da antichi signori della medesima stirpe, pare di quei di Brozolo, portanti il nome di Pogliano stesso, passato ad Astorio II Duca di Spoleto e poi donato all’Abbazia di Nonantola il cui Abate Rodolfo lo cedette nella già ricordata permuta del 1034 ai Conti di Pombia, veniva da un ramo dei discendenti di questi ultimi (Signori di Cimena e Arignano) in persona di Gualfredo e Disone, donato al Monastero di S. Benigno di Fruttuario, da cui però lo ripresero gli antichi Signori di Pogliano.

Secondo il Guasco nel 1095 è da porsi la fondazione della Prepositura Agostiniana di Santa Maria di Vezzolano. In tale anno il 27 Febbraio vari discendenti di quel Manfredo di Brozolo che dopo la devastazione dei Saraceni aveva avuto come dissi da Arduino i beni della distrutta Abbazia Benedettina (Albugnano, Vezzolano, Berzano, Castelvairo e Brozolo) avrebbero fondato il nuovo Monastero, chiamandovi gli Agostiniani, con a capo il Prevosto Teodolo, e donando ad esso con la signoria di Vezzolano, e quella di parte di Albugnano e di Berzano con Castelvairo.

/40/ I donatori erano; Amedeo di Canello, Ottone di Stura e Mario Ottone di Montafia, Guglielmo, Anselmo di Trino, Guido di Montiglio. Secondo altri il ricordato documento è solo un atto di conferma, e non di fondazione, presupporrebbe cioè già l’esistenza del Monastero coi suoi beni, come il diploma del 1° gennaio 1153 col quale altri discendenti di Manfredo di Brozolo, e cioè Ardizzone di Robella, Goslino di Passerano, Uberto di Brozolo (tutti Signori di Radicata e di Cocconato), Oberti di S. Sebastiano e suoi nipoti, Ardizzone di Aramengo e Guglielmo di Moncucco confermarono i possedimenti a Vezzolano, donando pure al Prevosto Guido la loro parte di diritti su Albugnano, Vezzolano e Berzano. Soltanto un piccola parte della Signoria di quest’ultimo rimase ad altri discendenti di Manfredo di Brozolo, che s’intitolarono Signori di Berzano.

Il problema della seconda fondazione di Vezzolano deve ancora essere studiato a fondo; se ormai può affermarsi con sicurezza che il suo sorgere è da mettersi in rapporto con la stirpe di Manfredo di Brozolo (e non con quella dei Marchesi di Monferrato che qualcuno voleva l’avessero fondato nel 983) non del tutto certa è ancora la data della fondazione: ciò dipende dalla interpretazione e dalla portata da darsi al documento del 1095. Speriamo che su questo importante documento ci dica una parola definitiva il benemerito Prevosto di Albugnano che sta lavorando a una completa storia dell’insigne monumento.

Dagli accennati documenti si possono desumere i nomi di varie stirpi derivate dal comune ceppo dei di Brozolo, che ebbero Signorie dalle nostre parti. Intorno al medesimo periodo anche altre famiglie di feudatari si vanno affermando nella plaga. Così il consortile Anscarico dei Signori di Riva si divide come ho già accennato nei Signori di Casasco, Camerano, Cortandone, Cortazzone, Piea, Monale, Rivalba (poco più tardi feudatari di Castelnuovo).

Dai Signori di Montiglio derivano, con molti altri, quelli di Colcavagno, Scandeluzza, Cocconito, Cortanze... I Signori di Moncucco già ricordati altra volta si dividono in Avvocati della Chiesa di Torino, della Fraita e di Morlengo: essi sottomisero il paese al Vescovo di Torino ricevendone in cambio l’Avvocatura della Chiesa Torinese. Questa istituzione deriva da fatto che essendosi grandemente /41/ accresciuti i poteri dei Vescovi, ed essendo venuti ad essi, da tale condizione di cose, diritti ed uffici non sempre del tutto confacenti col ministero ecclesiastico, si ritenne opportuno, per non distrarre i Vescovi dai loro doveri religiosi, di affidare a dei laici la loro rappresentanza nei giudizi, nei giuramenti, nei duelli, nell’amministrazione della giustizia. Tali compiti ebbero i Signori di Moncucco nei confronti del Vescovo di Torino.

Sarà qui il caso di accennare appena che tra la fine del secolo XI e il principio del XII, sorgono i Comuni, senza peraltro entrare in particolari sulle complesse cause della loro origine. Nel 1095 si ha la prima prova dell’esistenza del Comune di Asti, e poco più tardi si afferma quello di Chieri; entrambi saliranno a grande floridezza e assumeranno importanza primaria sulla storia dei nostri paesi.

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15 – Sviluppi del sistema feudale
Terre e castelli dei dintorni tra l’XI e il XII secolo

Morta la Contessa Adelaide (1091) i territori che essa aveva con tanto senno governati andarono soggetti a sanguinosi rivolgimenti politici, durante i quali il vasto marchesato torinese si sfasciò, e mentre, le città forti e popolate, sottrattesi facilmente alla potestà dei Vescovi, non tardarono a ridursi in libertà, e ad eleggersi propri magistrati, detti Consoli, ottenendo a poco a poco vari diritti che consolidatisi furono il principio della costituzione del Comune, il territorio rurale si divise in vari minori distretti (detti poi anch’essi, come già accennai, Marche e Contee) nei quali potenti famiglie cominciarono a dilatare il loro dominio. Merita particolare ricordo dalle nostre parti il Contado che dal nome del Castello principale prese il nome di Porcile o Purcile, e che comprendeva la pianura dove sono Riva, Passione, Poirino, i Marocchi, Masio, Tegerone e altri minori villaggi, nonchè la zona collinosa che oggi diremmo di Buttigliera, di Castelnuovo e di Mondonio.

Spettò questo territorio alla stirpe anscarica dei Conti di Biandrate (arma di rosso al Cavaliere armato di tutto punto d’argento), e poichè esso ha una speciale importanza per la storia del nostro /42/ paese ne dirò in modo più particolare prima di venire a discorrere della fondazione di Castelnuovo sorta da un ulteriore frazionamento del territorio della Contea di Porcile. Si deve sapere che si era diffuso sempre più l’uso che i Vassalli maggiori investissero di una porzione delle loro terre Vassalli minori: in seguito questi possedimenti secondari si suddivisero ancora in possedimenti che si conferirono dai Marchesi e dai Conti a uomini a loro fedeli chiamati Valvassori o Valvassini. Si venne per tal modo ad una enorme suddivisione dei feudi, e ad un grandioso moltiplicarsi di borghi, di rocche e di Castelli.

Spuntarono così, come rileva il Chiuso, quei Castelli senza numero che mentre abbellivano le campagne furono la culla di molti nostri paesi. Specialmente l’astigiano e il Monferrato dovevano presentare un incantevole spettacolo quando erano in piedi gli edifici di questo genere che incoronavano pressochè ogni sommità dei colli che rendono così amene queste contrade.

Nota il Cibrario che intorno a quest’epoca sulle nostre colline, frequenti più d’ogni moderna prova sorgevano terre e castelli non pochi dei quali col nome romano rendevano testimonianza di antichissima origine. Questi centri abitati, col tempo in parte decaddero, o addirittura scomparvero in seguito a guerre, pestilenze, migrazioni, nonchè per il sorgere di nuovi paesi, non ultimo, per quel che riguardava la zona a noi più prossima, la nostra Castelnuovo.

Di qualcuna di queste antiche terre si conserva anche oggi memoria ed è opportuno farne menzione perchè esse rappresentano gli ascendenti diretti del nostro paese. Come già accennai la regione detta “Sbarüau” posta a sud-est di Castelnuovo (più precisamente si dà tale nome alla vailetta compresa fra il Santuario dei Becchi e la terra di Capriglio) fa sovvenire dello “Sparoarium” (luogo degli sparvieri) ricordato dal noto diploma d’Enrico III a favore della Chiesa d’Asti, come esistente fra Dusino e Camerano. In tale documento si legge: "Sparoarium cum Castro, bosco, corte ed Capella et molendinis a Duodessimo usque ad Camairanum et omne ripaticum ex utraque parte". La regione dello Sbarüau si trova precisamente fra Dusino e Camerano; v’eran là presso i molini di Mainito (dei quali /43/ rimangono ivi considerevoli vestigia) trasportati poco più di un secolo fa nel sito attuale. Tutte queste regioni sono ancor oggi ed erano ancor più in passato fitte di boscaglie, e se anche non si vuole identificare come fa il De-Canis la vecchia Cappella con un pilone situato presso la strada che dallo Sbarüau tende alla Serra di Capriglio non si può nascondere che le concomitanze sono molte e rilevanti, e che le varie circostanze prese insieme portano a credere che effettivamente lo Sparoario ricordato nel diploma del 1041 fosse colà. Là doveva sorgere anche un Castello di cui è parola nel documento: a meno ch’esse debba identificarsi con quello di Mainito, come potrebbe far credere la circostanza dei molini e come vorrebbe il De-Canis il quale propende a credere che Mainito e Sparoario fossero una stessa cosa. Il nome di Mainito trae forse origine dall’antico tedesco, e può significare Main-sitz sede di Monaci. Che in questi dintorni vi fosse un convento lo attesta la regione situata poco lontano da Mainito, che tuttora conserva il nome di Monastero. Vi saran forse stati i Benedettini che possedettero beni a Moncucco, a Mercurolio (Buttigliera), a Montafia, e che pare officiassero un tempo la parrocchia di S. Michele d’Asti.

Mainito (detto anche nei documenti Mainile) giace a mezzogiorno della Regione Sbarüau, e sopra un colle alla sinistra del Rio Traversola presso i confini meridionali del nostro attuale comune, sorgeva il Castello da cui ebbero nome il mulino, una cappella e alcune regioni boschive dei dintorni. Poche rovine, e le vestigia di un fortilizio (un grosso muro ed altri avanzi di fabbriche) ci fanno conoscere la sua ubicazione. Non doveva essere gran cosa, giacchè l’area del colle, è assai ristretta; d’altra parte è probabile che l’abitato giacesse verso la valle. Certo è che in un campo sulla sinistra della strada cha da Castelnuovo conduce a Capriglio, nel primo sottostante al Casale dei Becchi, non molto lungi quindi da Mainito si trovò, a dire del De-Canis, tanto materiale da fabbricare una casa sul colle, e vari pezzi di marmo liscio utilizzati come soglie di porte. Tutt’all’intorno di tal sito o campo vi sono i beni detti del Monastero. Questo campo in cui certamente vi furono costruzioni, la vicina regione dello Spaorario, e le rovine /44/ di Mainito attestano in modo sicuro, l’esistenza in antico, da queste parti di uno o più villaggi.

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16 – Terre e castelli nei dintorni tra l’XI e il III secolo
Mainito, Mercurolio, Castiglione

Il più antico documento, di cui si abbia notizia, riguardante il Castello di Mainito (detto ivi Mainile) è un importante diploma del 1164 col quale l’imperatore Federico I Barbarossa lo dona, insieme con molti altri paesi al March. Guglielmo di Monferrato. Esso passò poi ai Radicati di Cocconato, fu confermato nuovamente dall’imperatore Carlo IV nel 1355 ai March. Monferrini, e mutò Signori nel vario mutare delle vicende dei tempi. Il Chiuso cita vari documenti relativi a questa terra di cui le ultime memorie pare risalgano al primo terzo del secolo XVI; a quelli da lui citati ne aggiungo due, conservati nel nostro Archivio Comunale, perchè ci dimostrano che anche i Signori di Lovancito e Castelnovo (della Fam. dei Rivalba) ebbero poteri su di essa; si tratta di uno strumento di vendita del Castello dal Nob. Sig. Bernardo di Lovancito a Giov. Ferraris Scanavino in data 13 sett. 1471; e di un’altra di beni a Mainito del Nob. Sig. Filippo di Castelnuovo allo stesso G. Ferraris Scanavino in data 10 nov. 1483. Dice il Chiuso che la fantasia popolare fece le rovine di questo Castello abitazione di fate e di spiriti, e formò su di esso leggende paurose e strane. Sarei molto grato a chi conoscendo qualche particolare al riguardo me lo volesse comunicare. Il De Canis volle vedere in un beneficio esistente a Mainito e nei beni ivi un tempo posseduti dalla Parrocchia di Castelnuovo la traccia di un’antica Parrocchia del luogo poi incorporata a quella di Castelnuovo. Risalta invece che tale beneficio detto Moglia o del Suffragio, non fu fondato che nel 1640 da certo D. Simone Moglia, e senz’altro istituito presso la Parrocchia di Sant’Andrea. A meno che non si tratti di una trasformazione del benefizio ad altri usi pii dopo la rovina di quel Castello.

Anche nel feudo o vico di Mereurolio (a mezzogiorno di Buttigliera), già più volte ricordato, sorgeva, forse sulle rovine di un /45/ edificio romano un Castello collo stesso nome. E presso di esso sorgeva la Chiesa di S. Martino (ora Cappella del Cimitero) il cui lato settentrionale (che è la parte più vetusta) mostra in un tratto le caratterietiche che si riscontrano negli edifici piemontesi del 1OOO, e contiene a quanto pare, anche resti di laterizi romani. Intorno allo stesso periodo di tempo si dovette fabbricare a ponente di Mercurolio qualche fortilizio a rocca (da cui prese nome la Valle delle Rocche) stata in potere della nobile famiglia Cane, allora potente in Monferrato come si desume dal nome di Rocca di Arican, cioè di Enrico Cane.

E un altro Castello sorse nella regione Crivello della Fam. Crivella antichissima e ricordata in molti documenti. Il Castello di Mercurolio doveva essere assai considerevole perchè Tommaso II di Savoia nel 1257 trattava di darlo agli Astigiani insieme con Carmagnola, Revello, Cumiana, Villafranca ed altri luoghi, a garanzia della osservanza dei patti stabiliti per la sua liberazione dalla prigionia. A Mercurolio secondo la tradizione, non si sa bene in quale anno, si sarebbero stabiliti i Monaci Benedettini del Monastero di San Solutore di Torino, che avrebbero pure eretto un chiostro accosto alla chiesa di S. Martino,. Più tardi si sarebbero usati i materiali tolti da questo Chiostro, per costruire la prima parrocchiale di Buttigliera, sul luogo dell’attuale Confraternita di S. Michele, e di là forse proviene una antica colonnetta di marmo bianco, sormontata da capitello rozzamente scolpito, usata a sostenere un’acquasantiera nella Confraternita stessa. Se non risulta dai documenti che quei monaci abbiano ivi effettivamente dimorato, è però sicuro che vi possedettero beni, ad essi confermati l’8 Gennaio 1159 dall’Imp. Federico Barbarossa, insieme con quelli di Moncucco e di Montafia.

È incerta a quale stirpe appartenessero i primi Signori di Mercurolio, che da esso presero il nome, sebbene consti indirettamente che essi dovevano vantare illustri origini. Prima della metà del secolo XII Mercurolio passò ai Conti di Cocconato entrando poi, pare poco dopo il 1186, a far parte della Contea di Porcile in possesso di Biandrate: ciò che fu precipua causa della sua rovina e della conseguente edificazione di Buttigliera.

/46/ Altri castelli ed altri abitati esistettero certamente nei nostri dintorni più o meno prossimi: e di essi in parte ce ne ha serbato ricordo o la tradizione, o qualche toponimo, o qualche superstite avanzo di edifici. Tra quelli più vicini all’attuale concentrico del nostro paese, e per i quali si può pensare che appunto la fondazione di Castelnovo abbia agito come causa di decadenza, il De-Canis pone Castiglione. Egli osservando che il vocabolo Castlùn è usato spesso in dialetto per indicare un antico informe castello ridotto in rovina e rilevando la vicinanza di Castelnuovo a questo Castellonum pensa che tale nome sia venuto ad un antico borgo per essere andato in rovina, mentre gli abitanti si trasferivano nel luogo che venne detto Castel Novo per distinguerlo dal vecchio, abbandonato che naturalmente prima avrebbe dovuto avere un altro nome sostituito con l’attuale per indicarne lo stato rovinoso. Il Casalis rileva invece che Castellio è voce barbaro-latina usata per indicare certe minori fortezze. Si potrebbe allora pensare a una costruzione facente parte del sistema di fortificazioni di Castelnuovo insieme con la cosiddetta Cittadella: osservo che ad es. ad Ivrea il Castello Cittadino era completato ai due estremi dall’abitato di una Castiglia e da una Cittadella. È però in ogni caso probabile che in quella località sorgesse un tempo un Castello.

La tradizione ancora viva parla di un centro abitato esistente in antico sul dosso pianeggiante che si distende dalla Madonna del Rocco a San Pietro in Zucca che potè esserne la parrocchia. Da questa chiesa, che risulta esistente in tempi molto remoti (e di cui l’attuale cappella è una più moderna costruzione), fu forse trasferito il titolo a una delle parrocchie di Castelnuovo soppressa nel 1629. Anche le cappelle di S. Michele (ricostruita) e della Madonna di Cornareto (necessitosa d’urgenti e prudenti restauri) hanno origine molto antica, e poterono costituire le chiese di antichi centri scaduti alla fondazione di Castelnuovo. Da questi centri minori è probabile siano venute le prime famiglie che popolarono il nostro paese.

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17 – La contea di Porcile e di Biandrate

È ormai tempo di dire qualcosa di Porcile e del suo Contado, del quale facevano parte buon numero dei nostri territori. Di Porcile si ha memoria fin dall’anno 961 in cui Tefredus de loco Purcili intervenne ad una vendita di poderi in Val di Masio. Il Castello di Porcile era posto nelle vicinanze di Poirino, la cui antica parrocchiale conserva tuttora questo nome. Forse esso venne edificato da qualcuno del casato dei Porcelli, famiglia della quale si trovarono membri in Torino nel 1192, in Chieri, in Alessandria, e più tardi in Buttigliera. Non manca chi argomentando dal nome di Porcinella dato a parte della regione occidentale di Buttigliera stessa e pigliando in senso stretto ciò che dice Mons. Della Chiesa, il quale scrive che questo paese venne edificato dalle rovine del contado di Porcile, vorrebbe arguire che ivi fosse il castello di tal nome, e che ad esso appartenesse la bicocca (piccolo fortilizio o torre di vedetta) poco lontana, da cui la regione si chiamò Bicocca. Non essendovi altra prova, e d’altronde constando in modo sicuro che la sede della Contea di Porcile era più verso Poirino, (il nome di Porcile è rimasto a un molino sul rio Santena presso la stazione di Passione), probabilmente la denominazione buttiglieee, come ritiene il Chiuso, deriva da qualche altro possedimento della famiglia Porcello. Il Contado di Porcile contado minore o rustico sorto nel secolo XI, collo smembramento di vari territori delle Contee di Torino e di Asti, comprendeva Stoerda, Masio, Tegerone (ora umili casali nei dintorni di Poirino), Ceserole, Castiglione (è da approfondir meglio se si tratti del nostro) e molte e vaste terre della nostra plaga, e più particolarmente quelle stesse su cui sorsero Castelnuovo e Buttigliera. Il Castello di Porcile era appartenuto al Vescovo di Asti a cui veniva confermato nel 1041: poi con gli altri Castelli e territori forse attraverso ai March. di Monferrato, passò ai Conti di Biandrate, i cui primogeniti portarono il titolo di questa nuova Contea. I Biandrate dei quali si ha memoria fin dal 940, e della cui discendenza Anscarica ho già fatto parola, furono tra i più grandi e potenti Signori di questo periodo. Oltre ad avere molti /48/ possedimenti in Val Sesia, nel Novarese, nel Vercellese e nel Canavese essi dilatarono grandemente i loro domini anche dalle nostre parti, giungendo all’apogeo della loro grandezza nel corso del secolo XII. Nei nostri dintorni essi possedevano pure il contado di Serralunga (altro centro decaduto alla fondazione di Villafranca 1200 c.) comprendente S. Paolo, Dusino e Musanza, e tenevano pure la metà di Riva nonchè l’Andio e il forte castello di Cesoie entrambi presso Andezeno, il quale ultimo più tardi passò a sua volta nelle loro mani. La potenza dei Biandrate giunse al colmo ai tempi dell’imperatore Barbarossa, da cui insieme con grandi onori ricevettero la stessa città di Chieri e molte terre dei dintorni.

Il Conte Guido detto il Grande, figlio del Conte Alberto, appare fra i signori italiani che sostennero le parti del Barbarossa nella lotta contro i Comuni, come uno dei più potenti, e forse come il più fedele. Amico intimo e compagno costante dell’imperatore così nella vittoria come nei pericoli, per questa sua devozione, si tirò contro gli odi dei Comuni, sicchè in seguito declinando l’astro imperiale le fortune dei Biandrate volsero a male. I tre figli di Guido essendosi spartita l’eredità paterna in tre signorie indebolirono così le loro forze. Chieri non tardò a ribellarsi riacquistando la libertà, e Asti mal sopportando così incomodi vicini, sospettati sempre amici del partito imperiale, volgeva la mente ad abbattere il predominio. Risultato che non tardò a raggiungere attraverso ad un’aspra lotta che come vedremo si svolse pure in buona parte nella nostra plaga e in seguito alla quale la dominazione dei Biandrate dalle nostre parti scomparve, mentre la loro potenza veniva gravemente fiaccata. La discendenza maschile dei Biandrate si è estinta nel 1916 col pio e benefico Conte Luigi Biandrate di S. Giorgio.

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18 – Verso la fondazione di Castelnuovo

Prima di venire a discorrere della fondazione di Castelnuovo, argomento del quale siamo ormai giunti alle soglie, credo opportuno esporre qualche notizia delle vicende principali verificatesi nella nostra plaga intorno alla metà del secolo XII e poco oltre, /49/ alfine di collocare l’avvenimento che più da vicino c’interessa contro un quadro più ampio e anche perchè alcune di queste notizie ci forniscono degli elementi atti a lumeggiare, sia pure per via indiretta, le origini del nostro paese.

Numerosi documenti emanati intorno a questo periodo dall’imperatore Federico I Barbarossa, contengono conferme o concessioni in feudo di terre e di castelli dei nostri dintorni. Così con un diploma del 1152 l’imperatore conferiva al Conte di Biandrate, Cesole presso Andezeno, la Contea di Porcile, la metà di Riva.

Il 26 genn. 1159 dava al Vescovo di Torino, Moncucco, Montafia, Montaldo, Pavarolo e Casalborgone. Nel 1161 estendeva i poteri dello stesso Vescovo su Porcile e su altre terre; il 18 genn. 1162 concedeva Piea al Conte di Biandrate, e finalmente il 5 ottobre 1164 con un importante diploma dato in Belforte ad istanza della moglie Beatrice, a favore del Marchese Guglielmo IV di Monferrato (cognato dell’imperatore) gli concesse fra l’altro Murisengo, Scandeluzza, Rinco, Colcavagno, Cunico, Montiglio, Brozolo, Roverbella, Marcorengo, Cocconato, Tonengo, Cocconato, Aramengo, Schierano, Rivalba, Mainile, la metà di Riva non spettante ai Biandrate, Pavarolo, Mombello della Frasca (ora Mombello Torinese), Cinzano, Marentino, e gli confermò (dalle nostre parti) Trebea (antico centro romano presso Casalborgone) Berzano e Sciolze.

Si cita ancora un documento dell’imperatore Federico Barbarossa a favore di Ottobone Radicati, “nobile e diletto nostro milite”, (1186) con cui viene confermato il possesso di Cocconato, Primeglio, Schierano, Marmorito, Passerano, Mainito, Mercurolio, Capriglio, Bagnasco, e di altri ventotto paesi del Monferrato, ai Radicati, e questi vengono dichiarati feudatari imperiali, con i vari privilegi ammessi, fra cui quello di battere moneta. (I Radicati ebbero la zecca in Passerano). Si dubita dell’autenticità di questo documento, ma non vi è dubbio sulla verità del suo contenuto; vale a dire: i possessi e i privilegi indicati in esso spettavano effettivamente ai Radicati: il diploma può essere stato creato, come spesso usava in antico, per dare fondamento giuridico a una condizione di fatto.

/50/ Non deve poi recar meraviglia la circostanza che alcuni possessi siano ricordati in documenti rilasciati dallo stesso Imperatore quasi contemporaneamente a persone diverse. Ciò è una conseguenza del sistema feudale per il quale assai spesso si distingueva il titolare del dominio effettivo dal titolare dell’alta sovranità onde più di un soggetto poteva avere gerarchicamente diritto sullo stesso feudo.

L’alta sovranità sui feudi già in antico spettanti ai Radicati era stata data dall’imperatore al March. di Monferrato in un momento in cui i Radicati aderivano al Comune di Vercelli, avverso all’imperatore. Questi diplomi di Federico I ci offrono le notizie che in questo periodo hanno per noi maggiore interesse, perchè ci permettono, per vie di esclusione, di formulare qualche ipotesi che esporrò sul sorgere di Castelnuovo. Alcuni altri dati si possono desumere pure da altre fonti.

Sappiamo così che nel 1162 il Vescovo di Asti aveva poteri sulla già ricordata Contea di Serralunga di Villanova, e che a lui subentrò nel 1174 il Comune di Asti.

Nel 1167 il Vescovo di Asti donava ai Canonici della sua cattedrale Cortanze e i cinque sesti di Corsione, concedendo il restante sesto di quest’ultimo alla Fam. dei Catena.

Nel 1169 il Papa Alessandro IV confermava ai Canonici predetti tutto ciò che possedevano in Val Fenaria (Valfenera).

Ho già accennato altra volta alle principali memorie di questo periodo che si conferiscono alla Prepositura di Vezzolano (1153). Questa nel 1159 veniva presa sotto la sua protezione dall’imperatore Barbarossa; secondo l’epigrafe apposta sull’ambone quest’opera assai più antica fu collocata sul luogo presente nel 1189 durante il regno del predetto Imperatore essendo Prevosto Vidone. In quell’epoca l’attuale costruzione, che mostra il tipico carattere di transizione fra lo stile romanico e il gotico doveva essere finita.

Un avvenimento singolare si verificò il 21 maggio 1187 sui fini di Andezeno e Chieri. Un contadino lavorando la terra scoprì i corpi dei santi coniugi Giuliano e Basilissa, martiri orientali /51/ che secondo la tradizione erano stati trasportati a Chieri nel 1096 da un Cavaliere Crociato, e che poi erano stati nascosti per timore che durante qualche bellicosa vicenda potessero venire involate o profanate. Rinvenute le reliquie si accese subito una controversia intorno alla Chiesa in cui collocarle, rivendicandole sia Andezeno che Chieri. Il Vescovo di Torino, Arduino dei Conti Valperga, presente sul posto suggerì che due giovenchi non peranco domati, venissero aggiogati ad un carro con sopra i due corpi, venissero posti al bivio fra i due centri e lasciati in libertà di dirigersi a lor talento. Messa in atto la proposta i giovenchi si diressero di corsa verso Chieri, e vuole la tradizione che essi non si arrestassero se non davanti all’altar maggiore del Duomo di quella città, dove le reliquie vennero degnamente accolte.

Questi due Santi, sono i patroni degli agricoltori della zona Chierese.

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19 – La fondazione di Castelnuovo

Intorno alla metà del secolo XII le nostre terre appartenevano ai Conti di Biandrate, a cui erano state confermate, come si è vieto, con la Contea di Porcile, di cui facevano parte, dall’imperatore Federico I Barbarossa nel 1152. In questo documento, mentre sono nominati vari luoghi della nostra plaga, non vi è cenno alcuno di Castelnuovo che pertanto, dato che il suo nome non compare in documenti a favore di altri Feudatari (nè in quello del 1164 a favore del March. di Monferrato, nè in quello del 1186 a favore dei Radicati, nè in alcun altro), e dato anche che i primi suoi Signori che ci siano noti appaiono dipendere feudalmente dai Biandrate, non doveva, a quel momento, ancora esistere.

Il primo cenno della nostra Castelnuovo si ha nel 1187, come vedremo, allorchè essa già risulta appartenere ai Rivalba. Si deve dunque ritenere che dopo il 1152 i Biandrate abbiano dato in feudo questa terra dei loro territori alla famiglia loro congiunta (essendo entrambe di stirpe Anscarica come dissi a suo tempo) che si chiamò dapprima di Castelnuovo, e poi di Rivalba (nome col quale è più usualmente nota), dall’omonimo paese fra Cinzano /52/ e Gassino. È a questi Signori che secondo me si deve attribuire la fondazione del nostro paese, sorto probabilmente a somiglianza di molti altri intorno al nuovo Castello (Castrum Novum) che essi dovettero ritenere opportuno di costruire a presidio dei loro possessi, su questo sperone di collina che, per la sua posizione di confine fra i territori di Asti, di Chieri, del Monferrato, dei Biandrate, e più tardi dei Savoia costituì durante tutto il medioevo un importante e disputato punto strategico. Questo evento di primaria importanza per la storia del nostro paese deve, a mio modo di vedere, in base ai dati che ho esposti, essere collocato fra il 1152 e il 1187. È difficile dire se spontaneamente a poco a poco le popolazioni si siano raccolte all’ombra di questo nuovo propugnacolo, al fine di trovare migliore difesa, e attratte sia dall’amenità del luogo che, magari, da speciali concessioni, o se per disposizioni dei Signori, come avvenne altrove, nuclei abitati siano stati fatti coattivamente trasferire nella nuova sede dagli antichi centri che, come già accennai, dovevano esistere nella plaga. Certo è che in un modo o nell’altro, se pur non fu resa obbligatoria la distruzione delle primitive dimore, dovette da quel momento iniziarsi la decadenza, preludio della definitiva scomparsa, di quelle località di cui oggi solo più i documenti o la tradizione ci ricordano l’esistenza della nostra plaga.

Quella dei Rivalba è una delle più antiche ed insigni famiglie nobili piemontesi. Ho già avuto occasione d’esporre le altissime origini. Ricorderò ora che essa raggiunse un notevole grado di floridezza e di potenza, e potè da Castelnuovo estendere il suo dominio diretto su altri villaggi vicini come Lovencito, Moriondo, Mombello, Cinzano e Rivalba. Ebbe inoltre ragione di condominio su Riva, Mondonio e Piea, e fece parte, per aggregazione (sec. XIII) del Consortile di famiglie nobili che ressero il Comune di Chieri. Da vari documenti ci risultano numerosi nomi di membri di questa famiglia, ma non è qui il caso, dato che ciò fosse possibile, di tentare la ricostruzione d’un albero genealogico. I Signori di Castelnuovo ebbero il loro sepolcro gentilizio nel Chiostro di Vezzolano a fianco di quello dei Radicati, nell’arcata in cui rimane /53/ oggi l’affresco meglio conservato. Ivi infatti furono decifrati resti d’iscrizioni allusivi a queste sepolture, che sono riportate dal Bosio nella sua storia dell’Abbazia.

Un membro della famiglia è presumibilmente il personaggio (con tutta probabilità il committente dipinto), raffigurato nella scena della Epifania vestito d’azzurro col cappuccio e con borsa nera, presentato da un angelo. E un Rivalba, del quale nell’epigrafe si esaltano i costumi, la sapienza, la virtù e gli uffici è quello rappresentato adagiato nella zona inferiore della pittura, rivestito d’un magnifico robone rosso. All’intorno è ripetuto più volte lo stemma della famiglia (che è anche di diritto lo stemma del nostro Comune) d’argento a tre fascia di rosso. Nelle epigrafi furono decifrate le date del 1351 e del 1354.

La famiglia Rivalba spogliata più tardi dei suoi domini come si vedrà a suo tempo, si estinse sul finire del secolo XVII a Castelnuovo. Qui essa possedeva la casa posta a fianco della Chiesa Parrocchiale di S. Andrea che fu in parte demolita nel secolo scorso per far luogo alla piazza Beato Cafasso. Ne rimane una parte (prop. Sig. Zucca ved. Beltramo) però del tutto rimaneggiata; solo la parete nord essa conserva visibile la sua struttura medioevale e presenta pure un superstite merlo bifido che si può vedere dal campanile. Nella casa demolita il Bosio dice d’aver ancora visto dei soffitti dipinti. Non si può far a meno di rimpiangere che questo che doveva essere uno dei più insigni monumenti di Castelnuovo sia andato malauguratamente distrutto.

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20 – Castelnuovo e i Rivalba – Il nome bel paese

Che la fondazione del nostro paese sia da attribuirsi a un ramo della Famiglia dei Rivalba (che si chiamò anche di Castelnuovo) si può desumere da varie circostanze che esporrò qui brevemente.

Castelnuovo, come dice chiaramente il suo nome, è paese che trae origine da una rocca o castello costruito ex novo, che ha costituito il nocciolo dell’abitato. Questo castello, come si è visto, non doveva ancora esistere nel 1152, ed esisteva già nel 1187. Quando, in tale anno appunto, Castelnuovo appare per la prima volta nella /54/ storia si affaccia pure subito in relazione con esso la stirpe dei Rivalba, a cui apparteneva ed ai quali il Comune di Chieri per breve tempo lo tolse. I Rivalba per il fatto che, com’è provato, usarono anche per cognome il nome stesso del nostro paese, debbono esserne ritenuti, perchè è ciò che si verifica sempre e ovunque, i primi Signori. Ma se Castelnuovo non è un antichissimo centro, da tempo esistente, se è sorto precisamente, come tutto fa credere, nel trentennio accennato, se i Rivalba che lo possedevano nel 1187 ne furono i primi Signori, è logico pensare che essi ne siano stati anche i fondatori. Ma vi è di più: poichè se per un lato Castelnuovo ha dato, per l’altro ha ricevuto il nome dei suoi Signori; infatti il nostro paese viene designato, fin dalla prima volta che se ne fa cenno, come "Castelnovo dei Rivalba” (Castrum novum de Rivalba) e questo nome si mantiene immutato per secoli ad onta del vario succedersi delle Signorie. Il Gabiani ha supposto che si sia cominciato a introdurre il nome di Castelnovo d’Asti (Castrum novum ad Astas) allorchè questa ultima città affermò il suo dominio sul nostro paese al principio del sec. XIII. In realtà invece il primitivo nome di Castelnovo dei Rivalba venne costantemente usato ancora per molto tempo e solo nel secolo XVI, col dominio della Casa di Savoia cominciò a introdursi l’uso di chiamare il nostro paese Castelnovo nel comitato d’Asti, nome che nel seicento e nel settecento diventerà Castelnovo nell’Astigiana o dell’Astigiana e nell’ottocento Castelnovo d’Asti, per trasformarsi da ultimo (1930) come è a tutti noto in Castelnuovo Don Bosco (Castrum novum e Joanne Bosco).

Ma nemmeno nel Secolo XVI, scomparve totalmente il nome originario, e al riguardo mi pare particolarmente notevole il fatto che Francesco Agostino della Chiesa, nella sua Corona Reale di Savoia, stampata nel 1655, vale a dire dopo circa cento anni dallo stabilirsi della dominazione Sabauda presso di noi, continua a designare il nostro paese esclusivamente come Castelnovo de’ Rivalba dicendo in modo espresso che questo è il nome che ad esso vien dato per distinguerlo dagli altri. Ora se non m’inganno, questa intima fusione o meglio questo scambio di denominazione fra Signori e /55/ paese, questa lunghissima persistenza del nome primitivo, malgrado il variare delle vicende, e il succedersi dei dominatori, mi sembra dicano di più di un semplice rapporto di Signoria, e indichino in modo indubbio una relazione o connessione più salda e più stretta, quale solo può esser quella nascente da un rapporto originario, che direi di paternità. Prima di passare a discorrere di un altro vincolo che lega intimamente Castelnuovo ai Rivalba, prendo occasione da quanto mi è avvenuto di dire intorno all’origine del nome del nostro paese, per aprire una parentesi dedicata a un’osservazione relativa al nome stesso. È mio desiderio far rilevare come in tutti o quasi tutti gli antichi documenti pubblici e privati, dai più remoti (anzi specialmente in questi) fino al principio del secolo scorso, e saltuariamente anche più in qua, la grafia italiana che di esso si incontra è “Castelnovo” invece che Castelnuovo (con la u) forma oggi prevalentemente usata, mentre pure da tutti si dice e si scrive Villanova e non Villanuova, e anche, e giustamente, Castelnovesi e non Castelnuovesi. Io vorrei suscitare la risurrezione di questa antica forma, che ritengo logica e opportuna perchè più conforme alla tradizione storica, e più rispondente al nome latino, alla grafia schiettamente e modernamente Italiana, e alla stessa pronunzia dialettale, e che del resto è consacrata anche in recenti pubblicazioni di carattere ufficiale quali sono le carte topografiche dello Stato Maggiore. Pertanto, mentre la raccomando vivamente alla non sempre vigile attenzione dello stampatore, mi permetto di suggerire l’uso che per parte mia (ma evidentemente è un po’ poco) ho introdotto da tempo, a tutti i conterranei, i quali spero, mi accorderanno il loro gentile appoggio, o quantomeno non mi negheranno la loro benevola condiscendenza per questa, che, nella più sfavorevole ipotesi, anche chi fosse di parer contrario, non vorrà giudicare peggio, che una innocente mania antiquaria, a cui si può indulgere con un bonario sorriso. Del resto noto che l’amore dell’antico va questa volta di pari passo col gusto del moderno: mi dice infatti un chiaro studioso nostro concittadino, il Dott. Riccardo Matta, che in tutte le lingue, la nostra compresa, si riscontra oggi la tendenza a rendere più /56/ semplici i gruppi di vocali, simili a quello del tipo in esame, tendenza che del resto trova rispondenza nel generale orientamento che nella nostra età si riscontra in ogni campo verso una semplicità, una schematicità e una speditezza sempre maggiori. Non solo dunque i malinconici tradizionalisti, ma anche i più audaci novecentisti e i più dinamici futuristi dovrebbero su questo punto esser d‘accordo con me.

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21 – Castelnuovo e i Rivalba – Lo stemma del Comune

Tornando agli stretti rapporti che legano Castelnuovo ai Rivalba, e che forniscono seri elementi per far conoscere ad essi la paternità del paese, ricorderò infine, che, come già ho accennato, il nostro Comune usò in passato come insegna la stessa arma che fu propria di questa famiglia, vale a dire lo scudo d’argento a tre fascie di rosso. Ho già detto che questo stemma è, ancor oggi, di diritto, lo stemma di Castelnuovo ed infatti esso è l’unico di cui il Comune nostro sia in grado di dimostrare un legittimo possesso e di cui peraltro gli sia consentito di fare legittimo uso secondo quanto esporrò qui brevemente. È difficile dire se l’arma in parola sia venuta dalla famiglia dei Rivalba al territorio di sua Signoria, insieme col nome, che, come abbiamo visto, originariamente e almeno fino al cinquecento, fu Castelnuovo de’ Rivalba, o se tale insegna sia stata prima propria del territorio, e da questo sia passata alla famiglia dominante, in conformità di ciò che oggi si propende generalmente a credere per questi antichissimi stemmi, derivanti con tutta probabilità dai vessilli militari usati per distinguere le schiere di soldati dei diversi territori feudali. Certo è che questa stretta unione e confusione, questa comunicazione d’insegne è indice evidente di vincoli non solo molto antichi ma, ripeto nuovamente, addirittura originari. N’è riprova anche qui la persistenza di questo stemma attraverso ai secoli sia che esso sia stato ripreso nel sec. XIV, sia che esso si sia sempre mantenuto invariato ad onta del mutare delle Signorie, dopo un periodo d’imposizione dell’insegna astigiana qual segno di sudditanza come, giudicando per analogia in base a quanto avvenne /57/ in altri comuni della regione, vorrebbe il Gabiani, che anzi questa eventuale rivivenza dopo un periodo di soffocamento, sarebbe una prova di più a favore della mia tesi. Troviamo poi che il 17 Dicembre 1559, il Duca Emanuele Filiberto di Savoia accordando vari privilegi al Comune di Castelnuovo, gli confermò pure la sua insegna. Per quanto questa non sia descritta nel documento non si può dubitare che essa fosse quella dei tempi più antichi, che si vede poi usata anche nei tempi successivi; così nella Mappa del territorio castelnovese eseguita nel 1742 dal Misuratore Pezzana, e sulla Campana fatta fondere dalla Comunità per la Chiesa della Madonna del Castello nel 1778. Vi è dunque una continuità plurisecolare in quest’uso, continuità che è interrotta soltanto alla fine del settecento, nel periodo della demagogia rivoluzionaria, a cui fa seguito un periodo d’oscuramento durante il quale, inconsciamente o volutamente, si perdette, almeno fra di noi, il ricordo dell’antico glorioso stemma di Castelnuovo che si confondeva con quello dei suoi nobili fondatori. E quando nel secolo scorso si volle nuovamente usare un’insegna distintiva della Comunità non si trovò di meglio che copiare lo stemma, di rosso alla croce d’argento, con corona comitale, del capoluogo di circondario (la città d’Asti) compiendo spontaneamente un atto di servitù che forse un’altra volta ci era stato imposto. Non fu peraltro seguita alcuna procedura (che del resto non era possibile data l’abusiva sostituzione e la non meno abusiva appropriazione) e si contravvenne con ciò alle più elementari norme araldiche che vietano di adottare stemmi altrui, e per i comuni, di cambiare gli stemmi storici. L’origine spuria di questo stemma arbitrario fece sì che, anche su edifici pubblici e su atti ufficiali, molto spesso vi fossero nel rappresentarlo incertezze e confusioni: così la croce invece che piana fu spesso aguzzata o scorciata, e talora anche rossa in campo d’argento; la corona fu usata in ogni foggia dalla marchionale, alla vico-comitale, alla baronale; lo scudo assunse forme variatissime e spesso bizzarre e irregolari con una continua indifferente violazione delle regole araldiche; e finalmente quasi a troncare tutte queste incertezze, spesso fu adoperato senz’altro /58/ lo stemma dello Stato il cui uso peraltro è espressamente interdetto agli Enti locali. Eppure gli studiosi più seri non avevano dimenticato l’autentico stemma di Castelnuovo, e così il Manno e il Promis nella loro ben nota Bibliografia (1884) non mancavano d’indicare come arma del nostro Comune quella d’argento a tre fascio di rosso. E poichè la sostituzione avvenuta da noi è da ritenersi del tutto illegale e abusiva, e come non avvenuta perchè contraria alle norme araldiche e alla tradizione storica; e poichè per altra parte nessun motivo di decadenza sussiste perchè il nostro Comune debba rimanere privato della sua insegna originaria e gloriosa, usata per secoli e secoli confermata dal Duca Emanuele Filiberto, e messa in disparte illegittimamente soltanto in un periodo di decadenza araldica, dovendosi svolgere in conformità alle più recenti disposizioni ministeriali, la pratica per il riconoscimento dell’arma comunale, è sembrato giusto ritornare allo stemma antichissimo che fu costantemente usato fino alla fine del sec. XVIII e che anche oggi è il solo legittimo e per fissare per esso, quella foggia e quegli attributi che la tradizione storica giustifica.

È ciò che ha fatto il nostro Podestà con sua recente deliberazione, di cui dirò la prossima volta.

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22 – Castelnuovo e i Rivalba – Lo stemma del Comune
(Continuazione e fine)

Accogliendo favorevolmente una mia proposta, il nostro Podestà Cav. Silvio Andriano, con motivata deliberazione in data 31 dicembre 1933-XI, ha chiesto alla Consulta Araldica, in base alle considerazioni storiche che qui ho solo sommariamente accennate, il riconoscimento del nostro stemma tradizionale, e la concessione di analogo gonfalone; ed ha pure chiesto che venga riconosciuta al Comune la facoltà di cimare lo scudo col fregio dell’elmo (di cui esso può affermare il possesso, in quanto lo si trova sullo stemma impresso sulla campana della Madonna del Castello), nonchè quella di far uso, in luogo della moderna corona turrita generalmente prescritta per i comuni, di corona nobiliare, preferibilmente comitale; e ciò non già in base all’uso recente, che è illegittimo, /59/ ma in via di concessione, a rievocare l’antica Signoria che i Castelnovo-Rivalba di qui esercitarono sui vicini villaggi di Lovancito, Mondonio, Moriondo, Piea, Riva, Cinzano, Mombello, Rivalba; e più ancora (per la corona comitale) a rammentare la circostanza che i fondatori e signori di Castelnuovo appartenevano a quella illustre e regale stirpe Anscarica, che è fra le poche i cui membri – tutti e singoli – come discendenti dai possessori degli antichi Comitati, avessero diritto di portare il titolo di Conte; speciale privilegio corrispondente all’alta origine, di cui sembra opportuno sia conservato il ricordo.

Il nostro Comune tornerà dunque, tra breve, ad alzare la sua storica, nobilissima insegna di argento a tre fascie di rosso, che brillò nei secoli attraverso a tante vicende. Oltrechè un atto di ossequio alle leggi e alla tradizione, questo sarà pure una manifestazione di omaggio e di gratidudine verso gli insigni fondatori del nostro borgo. Come oggi si è reso il dovuto onore al Figlio che maggiormente ha illustrato il nostro paese, così si assolverà, almeno in parte, il debito che abbiamo verso gli antichi Padri iella nostra piccola, ma per noi tanto grande Patria. In tal guisa infatti il Comune che a Don Bosco s’intitola, proclamando dinanzi al mondo la sua gloria più recente e più fulgida, e riconoscendo quasi a lui un’alta signoria spirituale, a somiglianza di quella feudale, onde un tempo fu detto Castelnovo de’ Rivalba, col riassumere per insegna quell’arma che in antico possedette in comunione con i suoi Signori, discendenti dal generoso sangue di Anscario, attesterà la sua riconoscenza a coloro ai quali si deve se Castelnuovo oggi esiste, e se lo stesso Don Bosco, da cui il paese nostro prende il nome, è castelnovese, e non piuttosto cittadino di quel vetusto borgo di Spaorario e di Mainito, che comprendeva probabilmente nel suo territorio il casale dei Becchi dove Don Bosco vide a luce, e che decadde per scomparire proprio al sorgere di Castelnuovo.

E i colori e le pezze del nostro storico stemma nella loro austera semplicità, che è essa stessa un indice di origine antica ed illustre, parleranno di nuovo dall’alto del Comune il loro linguaggio /60/ simbolico; e dirà l’argento la fede, la concordia, la clemenza, la gentilezza dei cittadini, e il rosso la carità, l’amore, l’audacia, lo spargimento del sangue in guerra, ricordando con le fascia (antico emblema del cingolo cavalleresco e militare) le tradizioni e le virtù guerriere della nostra terra, che – disputata e salda fortezza nel medioevo, – anche in tempi recenti ha dato generosamente alla Patria il valido contributo di eroismo e di sangue dei suoi figli migliori.

Glorie paesane antiche e nuove saranno per tal modo associate in un’unica luce radiosa; e la storica insegna risorta rappresenterà, per quanti abbiano un cuore che senta, un intelletto che comprenda, non già un freddo cimelio di tempi lontani e tramontati, ma il palpitante simbolo della continuità della vita comunale, lo specchio fedele dell’anima della collettività, la sintesi delle indefettibili virtù civiche, il segnacolo dei fasti del passato come degli ideali del presente, e dei propositi per l’avvenire.

I cittadini tutti, senza dubbio, renderanno il giusto tributo di onore e di amore all’emblema, in cui possiamo dire si assommi l’intero patrimonio spirituale della nostra gente; e dalla rievocazione delle tradizioni gloriose, che in esso si riassumono, sapranno trarre efficace incitamento per ascese sempre maggiori.

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23 – Castelnovo e i Rivalba: una proposta

Scrivevo nella precedente puntata che, con la riassunzione del suo antico stemma, Castelnovo assolverà (si potrebbe ormai dire ha assolto) in parte il suo debito di riconoscenza verso i suoi illustri fondatori.

A ragion veduta ho parlato di soddisfazione solo parziale di un tal debito, perchè, se molto opportuno è stato quello che si è compiuto, credo peraltro che ci sia ancora qualcosa da fare perchè la nostra coscienza civica possa considerarsi a posto. Di questo qualcosa dirò ora prospettando una proposta che da tempo vado maturando nella mente. Potrà parere strano, ma sta di fatto che i nostri antichi Padri, quegli insigni Rivalba, che suscitarono si può dire dal nulla il nostro paese, che lo assistettero nei /61/ suoi bisogni, che lo addestrarono alle prime lotte, avviandolo verso lo successive maggiori fortune, non sono stati fino ad oggi, ricordati almeno in una via di Castelnovo, che pure, fatte poche eccezioni, (essendo sempre stati sventati più gravi tentativi sovvertitori, che avrebbero distrutto tante piccole, se si vuole, ma localmente preziose memorie), ha il vanto non comune di avere le sue strade e le sue piazze dedicate quasi tutte e glorie indigene, a ricordi nostri, e non ai soliti personaggi dell’Olimpo ufficiale, e ai soliti grandi eventi del calendario civile, che si trovano stereotipaticamente ripetuti da Aosta a Siracusa. Questo nostro singolare privilegio, di cui dobbiamo essere orgogliosi e gelosi, fa sì che sembri anche più grave dell’oblio in cui sono caduti i progenitori di Castelnovo; e non si può pertanto fare a meno di ricercare una giustificazione di un fatto così strano e apparentemente inspiegabile. In realtà non credo che la cosa sia tanto misteriosa come a prima vista la si potrebbe giudicare. Castelnovo si è avvezzata a concentrarsi nella ammirazione (più che legittima del resto, purchè non dia luogo ad ingiuste esclusioni), delle sue grandi glorie religiose del secolo XIX, di quelle glorie che hanno portato, si può dire, il nome del nostro paese ai confini della terra; la grande giornata di questi personaggi, con le sue radiose ore di sole, ha in qualche modo cancellato dalla memoria dei più il ricordo dell’alba e del primo mattino. Durante l’ultimo secolo, nel fervore d’un rinnovamento fatale ed opportuno, ma che purtroppo non sempre è stato condotto con criteri di illuminata saggezza, le estreme tracce di molti di quei ricordi, pur così preziose, si sono sbiadite e quasi perdute. La terra che dava i natali a una schiera d’apostoli, fra cui emerge un apostolo mondiale, si sentì nata con questi grandi, e andò scordando il passato. Per tal modo noi portiamo anche oggi al cospetto di tutti la prova manifesta di un peccato d’ingratitudine. Ora io credo sia giunto il momento di riparare. Le più antiche glorie castelnovesi, più intime certo, ma senza dubbio cospicue, e tanto più nostre e per noi significative meritano esse pure un adeguato ricordo e un degno onore. Mei luminoso porto a cui siamo arrivati è facile ed è giusto restaurare /62/ la memoria della prima gloria, fonte di tutte le altre; tanto più che le glorie non pesano sul cuore della nostra gente, che tutte le può portare senza che alcuna debba rimpicciolirsi per far poeto alle altre. Battiamoci dunque il petto, e cerchiamo di rimediare. L’esempio ci viene dall’alto; Torino, la Julia Augusta Taurinorum, che, fondata da Cesare, tutta presa dalla ardente passione del Risorgimento di cui fu culla, aveva anch’essa dimenticato il suo grande progenitore, gli ha recentemente dedicato un importante viale. Per quanto ci è consentito facciamo anche noi altrettanto. È un dovere a cui non ci possiamo sottrarre, e a cui nello stesso tempo è facile adempiere. Là dove sorgeva la dimora dei Rivalba, nel cuore del borgo medioevale, che essi hanno creato, la piazza Giuseppe Cafasso venga chiamata Piazza dei Rivalba, e ceda l’attuale suo nome a quella prima parte della Via Aliberti in cui certamente il Beato ha avuto i natali, anche se più d’una sian le case che si disputano l’onore di averne ospitata la culla, e la questione sia tuttora da definire in modo sicuro.

Soggiungerò che, volendo, si potrà prendere di qui occasione per studiare, (e non improvvisare, perchè si tratta di materia assai più complessa e delicata di quanto qualcuno possa ritenere) un piano organico ed armonico di riordinamento e di parziale, prudente rinnovamento dell’onomastica stradale castelnovese, rinnovamento che dovrebbe da un lato contemplare opportuni ritorni all’antico, e dall’altro provvedere a riparare deplorevoli dimenticanze, che – oltre a quella principale qui accennata, – pure si riscontrano. Io sarei ben lieto di collaborare a quest’opera con l’offerta di un piano toponomastico generale, che ho elaborato con lungo studio e grande amore, e che a mio modo di vedere, senza sconvolgere il nucleo fondamentale, sostanzialmente buono, che, fatte, ripeto, poche eccezioni, abbiamo a Castelnuovo, come sarebbe avvenuto se si fossero effettuati i tumultuosi e affrettati progetti più volte ventilati, e ai quali mi sono sempre vittoriosamente opposto, contempererebbe il più scrupoloso rispetto del passato con quelle che possono essere le giustificate aspirazioni dell’oggi, non senza considerare i possibili sviluppi futuri, tenendo però costantemente presente il principio, per me assoluto /63/ in questo campo, che personaggi ed eventi anche di primaria grandezza, ma che per altro troppo di riflesso riguardano le cose locali, trovano più appropriatamente la loro esaltazione nei massimi centri della vita del Paese, dove vi è adeguato spazio per tutto, mentre inevitabili squilibri ed ingiustizie si verificherebbero nei comuni minori, i quali, a mio parere, debbono soprattutto tenere presenti le glorie, le tradizioni, le memorie locali, che per essi hanno singolare importanza, mentre non sempre possono aspirare a una celebrazione nazionale. Questa direttiva rispondente a ovvii criteri di buon senso e d’equità distributiva, condurrebbe anche, mi sembra, a risultato di alto valore educativo, perchè se non mi inganno, alle giovani generazioni è più efficace stimolo a ben fare, il proporre l’esempio di uomini grandi che in qualche modo ad esse vicine, direi alla mano perchè nati dalla stessa gente, plasmati dalla stessa carne, vissuti nello stesso ambiente, che non quello di figure anche altissime, ma del tutto estranee alla vita, al pensiero, ai sentimenti locali.

Metto molto volentieri il mio piano a disposizione di chi con prudenza e saggezza, ponderazione ed audacia vorrà accingersi a quest’opera doverosa. Attraverso la sua realizzazione (è questo il legame che congiunge la proposta in parola alle pubblicazioni storiche del nostro Bollettino, e il motivo che mi ha indotto a fare cenno qui alle soglie delia storia più propriamente castelnovese) io vedrei infatti il concretarsi delle mie modeste ma appassionate fatiche, volte a rievocare le glorie e le memorie della nostra terra, in un sintetico libro costantemente aperto sotto gli occhi dei cittadini e dei forestieri.

L’onomastica stradale diventerebbe così, come io ritengo abbia da essere, quasi un indice o sommario della storia comunale. E la storia non rimarrebbe qualcosa di avulso dalla vita, ma nella vita s’inserirebbe, diventando viva essa stessa. Io spero che il mio voto tutto inspirato dall’amore della nostra terra, possa essere presto realizzato; ma se non si vorrà, per ora, accettare questo piano più vasto e totalitario, si accolga almeno la prima e principale proposta; nulla vi si oppone, tutto lo consiglia. Potremo /64/ allora dire di aver assolto veramente, per quanto le nostre forze oe lo permettono, il nostro debito verso i Padri di Castelnuovo, e considerare cancellata la colpa che ora ci macchia.

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24 – I primordi di Castelnuovo

È ormai tempo che dopo la lunga parentesi (lunga ma necessaria, o almeno opportuna) ritorniamo a quella che è più propriamente la cronistoria castelnovese, della quale siamo proprio giunti agli inizi. Come già accennai, la prima notizia del nostro paese risale al 1187, anno in cui il Comune di Chieri, divenuto assai potente dopo la pace conclusa a Costanza (1183) fra la Lega dei Comuni Lombardi e l’imperatore Federico Barbarossa, si impadronì di Castelnuovo, togliendolo ai Rivalba suoi primi Signori.

I Rivalba non dovettero però tardare a rivendicarlo perchè nel 1193 essi, indicati come Signori del paese, parteciparono a un trattato di pace fra il Marchese Bonifacio di Monferrato e il Comune di Asti mentre nell’anno successivo, secondo si legge nel Clipeo del Padre Filippo Malabayla, Castelnuovo faceva già parte del Comune Astese, a cui, in conformità dell’uso di quei tempi, ne fecero senza dubbio omaggio gli stessi Conti di Rivalba. Nasceva di qui una specie di protettorato o d’alta sovranità da parte di Asti, di cui si ha ben tosto una prova. Infatti essendo in quel torno di tempo scoppiate delle gravi discussioni fra gli uomini della nostra terra e i suoi Signori, il Comune di Asti, con atto del 27 agosto 1195 deputò il Capitano Guglielmo Rosso per comporle.

La controversia si protrasse per qualche anno senza alcuna soddisfacente composizione, fintantochè nel 1205 riuscì al predetto Capitano di stabilire la concordia. Sembra che allora gli Astigiani consci della somma importanza militare di Castelnuovo, che, per la sua posizione topografica, si prestava ottimamente a contenere nei propri confini il Comune di Chieri e i Conti di Savoia, abbiano pensato di consolidarsene il possesso, facendone senz’altro acquisto dai Rivalba, ed erigendolo in importante fortezza con doppia cerchia di mura, con torri e con due forti castelli.

/65/ Il principale fra questi, l’originario, eretto già dai Rivalba, e dagli Astigiani più saldamente munito, sorgeva nella parte più ulta del paese, che tuttora conserva il nome antico di Castello, l’antica salda torre (abbassata nel secolo XVIII), e notevoli resti dei poderosi baluardi. Il secondo, secondo il De-Canis, si ergeva nella zona dell’attuale piazza del Municipio, e sulle sue rovine giacciono la Chiesa della Confraternita ed una vecchia casa di struttura barbara detta il Palazzo, già pertinente agli antichi Vassalli, della quale io credo si possa identificare un resto sulla finestra gotica che dal lato di levante del Municipio guarda nel giardino dell’Asilo. Il De-Canis nota che oltre alle fortificazioni dei Castelli propriamente detti, tutto il colle su cui giace il paese era cinto da alte e solide mura a terrapieno guarnite di merli e fortificate di fianco con grosse e rotonde torri di cui una ancora sussiste verso mezzodì (propr. Barbero, già Penasso-Valosio). Questo autore che scriveva nel periodo che va dal 1810 al 1620, osservava che questi bastioni, sebbene se ne scorgesse ancora la traccia per ogni intorno, erano pressochè in rovina, toltine quelli di cui si valsero i particolari per fabbricarvi su delle case, e per sostenere il ripido colle onde non cadessero gli edifici. Le cose sono anche più profondamente cambiate in questi ultimi cent’anni, nell’intenso rinnovamento di buona parte del paese, e nella quasi generale riedificazione dei muri di sostegno sul lato di ponente della collina, dopo che gli antichi erano in buona parte crollati.

Però in base a ciò che rimane, e a ciò di cui, pur essendo scomparso, si conserva ricordo, è possibile ricostruire idealmente il percorso delle mura cingenti la parte alta del colle le quali, (muovendo dal Portone di via Oddonello Mercandillo, verso nord) passavano sotto l’edificio delle carceri e delle scuole dove ne rimane qualche traccia e proseguivano a mezza costa lungo tutto lo sperone della collina, fino alla Fornaca, dove un segno dell’antico muro a scarpa è riscontrabile sotto la casa di Spirito Filipello.

Allo sbocco di via Argentero vi era una porta demolita sul finire del Settecento, quindi le mura seguivano il primo tratto dell /66/ Via Valdrocco, e ripiegavano poi al di sopra dell’intera via di circonvallazione della cosiddetta Vailetta, tratto nel quale rimangono tuttora abbastanza notevoli avanzi di mura, di bastioni e anche tracce di sistemazione del terreno. Passando sotto la Chiesa Parrocchiale e quella di S. Bartolomeo raggiungevano la via Caretto presso il Cancello del viale De Mattei, donde risvoltando ad angolo si attaccavano nuovamente a quelle del lato di ponente sotto la propr. Barbero già ricordata, e con altri speroni, fra cui particolarmente notevole quello sotto la casa Conti, arrivavano al Portone. Osserva il De-Canis che prima dell’uso del cannone la fortezza di Castelnuovo doveva essere importantissima, essendo ben nutrita e capace di mantenere nel suo vasto recinto tremila uomini. Egli soggiunge che non solo le case sul colle erano chiuse fra i bastioni, ma che pure una porzione di quelle nel piano verso ponente eran difese da un’altra cinta di muraglie che sebbene non così forte come l’altra, serviva di schermo agli abitanti di quella parte del borgo. Questo antimurale era già interamente perduto ai tempi dell’autore e solo più qualche residuo ne era riconoscibile dall’antiquario.

Le cose sono ora anche peggiorate, e non si possono più al riguardo che avanzare delle ipotesi: io affaccerei quella che questo muro passasse presso a poco lungo l’attuale via Aliberti. Varie denominazioni di antiche fortificazioni si conservano tuttora, come ad es. Porta Furia, cioè porta furtiva, Confosso, Torre, ecc.

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25 – La fortezza castelnovese e altri vetusti edifici

Come già accennai sia i Signori di Rivalba che gli Astigiani, i Marchesi di Monferrato e più tardi i Visconti, facevano gran caso della fortezza di Castelnuovo come quella che essendo confinante col Comune di Chieri e coi territori dei Conti di Savoia e dei Conti di Biandrate doveva necessariamente come rocca di frontiera, più d’ogni altra esser munita. Per questo fu resa particolarmente forte, affinchè fosse in grado al cominciar delle guerre di far argine al primo impeto del nemico. Il sistema di fortificazioni costituito dai due Castelli maggiori sorgenti nel nucleo /67/ del paese, e dalla duplice cerchia di mura che cingeva un notevole numero di case, costituente il Ricetto, in cui tutta la popolazione si ritrovava in caso di guerra, doveva ancora essere completato da rocche disposte all’intorno, e destinate a integrare opportunamente ogni azione difensiva che venisse a svolgersi o ad imperniarsi sul fortilizio principale.

È probabile che tali fossero quella “Cittadella” e quel “Castiglione” situati a congrua distanza, ai due estremi settentrionale e meridionale dell’abitato che conservano anche oggi due nomi schiettamente militari, e per la loro posizione (che come già notai ha riscontro anche altrove) fanno pensare appunto a due edifici aventi la indicata funzione guerresca. Certo a questa era chiamato il vicino Castello di Lovancito che sempre stette unito alla fortezza di Castelnuovo, servendole da antimurale dalla parte di ponente. In tutte le antiche carte, investiture, diplomi in cui si fa menzione di Castelnuovo, sempre si trova ricordata insieme la terra di Lovancito (Lupantium) che pure dipendeva dai Signori di Rivalba. Il suo Castello, che ora si può dire del tutto scomparso, non rimanendone in piedi che un tratto di alto bastione verso mezzogiorno, pare fosse ai suoi tempi assai forte. Ancora sul principio del secolo scorso, pur essendo già caduti in buona parte in rovina restavano ancora in piedi l’antichissima porta a sesto acuto del recinto, un pezzo del Castello, e una bellissima torre rotonda alta al dire del Bosio circa dieci trabucchi e cioè una trentina di metri. Tale torre aveva ai due lati massicci bastioni altissimi che rivestivano il colle su cui era il Castello.

I bastioni erano a due ordini con giardini tramezzo. La torre venne demolita nel 1859 dagli acquisitori succeduti ai Marchesi Pausone, come al solito, per la stolta cupidigia di cavarne materiali: la si vede riprodotta in una litografia del Gonin e doveva dare un aspetto anche più pittoresco alla borgata, pur ancor oggi tanto suggestiva con la selvetta di pini che la incorona, e che, almeno essa sarà, speriamo, conservata. La Chiesetta di S. Grato a Lovancito pur essa assai antica, al dire del De-Canis, aveva pitture datate del 1436 e fatte eseguire secondo una dicitura ivi /68/ apposta, per un ordine di un Giacomo, Signore di Lovancito. Esse, ancor visibili poco più di cent’anni addietro, sono oggi scomparse cotto una tinteggiatura: forse non sarebbe impossibile con molte cure, farle ritornare alla luce. Di antico vi è ancora l’abside (o coro) che all’esterno, verso mezzogiorno, appare ancora nella sua struttura romanica. Costruita quasi interamente in mattoni con semplici finestrelle a feritoia e sobrii ornati e archeggiatone, essa deve, con tutta probabilità, farsi risalire al principio del secolo XIII o alla fine del secolo XII.

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26 – La prima parrocchia di Castelnuovo e altre antiche chiese del castelnovese (sec. l2° – 13°)

Più vetusta della Cappella di Lovancito è a Castelnuovo la Chiesa di Sant’Eusebio, prima parrocchiale del paese, che deve riportarsi sicuramente ai primordi del nostro borgo. Ciò è confermato dallo stile prettamente romanico della sua architettura, presentante caratteristiche tali da far assegnare l’edificio alla seconda metà del secolo XII, e cioè proprio all’epoca della fondazione di Castelnuovo. Essa è orientata dal levante a ponente, come usava a quei tempi (vedere Vezzolano, San Pietro di Albugnano, San Martino di Buttigliera ecc.) e pure secondo l’uso di allora, uso che non si è ancora saputo bene spiegare per quanto al riguardo siano state avanzate varie ipotesi, sorgeva fuori dall’abitato, inerpicantesi sicuramente fin dall’origine sul colle intorno al castello, e dotato forse fin da allora di un’altra chiesa nell’interno delle mura.

Del che potrebbe trovarsi una riprova nella esistenza, in tempi successivi, di due parrocchie. La chiesa di Sant’Eusebio è costruita quasi interamente in arenaria, pietra tenera di cui, a dire del Bosio, esisteva una cava proprio nel nostro territorio, nei pressi di San Pietro in Zucca.

L’abside, abbastanza ben conservata, è divisa in tre scomparti, e, oltre a qualche resto di archeggiatone, presenta ancora una semplice finestrella a feritoia, ornata di un primitivo fregio a palmette; di altre due non rimangono che le tracce. I fianchi /69/ della chiesa, come si può vedere là dove l’intonaco è felicemente caduto, conservano pure in buona parte la struttura originaria; furono però alzati in tempo successivo, e ben si vede il punto a cui giungeva la chiesa primitiva. Sulla parete settentrionale vi è una porticina a sesto acuto otturata. La facciata è stata completamente rimaneggiata, e anche l’interno, in seguito all’innalzamento delle pareti e della volta, non conserva più l’aspetto di un tempo.

Non è escluso che originariamente, come molte chiese dell’epoca, Sant’Eusebio non avesse volta, ma la travatura del tetto a vista, convenientemente disposta. È pure probabile che l’interno, e specialmente il coro, fosse decorato di pitture, forse tuttora conservate sotto gli intonaci e le tinteggiature. Non sarà fuor di luogo raccomandare qui ad autorità e cittadini la massima cura per questo edificio venerando (dedicato al Patrono della vetustissima Diocesi vercellese di cui faceva parte), edificio che ci riporta proprio all’origine del nostro paese, di cui è uno dei più preziosi monumenti: evitata per intanto ogni manomissione e rovina, chissà che in seguito non si possa pensare all’esecuzione del necessario restauro: l’attuazione di una simile iniziativa, mentre sarebbe sommariamente opportuna, non dovrebbe, per altra parte, riuscire nè troppo difficile nè troppo costosa.

Per gli stretti rapporti che legano la chiesa di Sant’Eusebio con il primo sorgere di Castelnuovo, sembrerebbe cosa singolarmente conveniente che fosse il Comune stesso, in questo periodo di rinnovata coscienza civica, a bandire una sì nobile impresa, per fare dell’artistico edificio, restituito alle sue forme primitive, il proprio tempio e il sacrario delle memorie cittadine. Credo che questa idea potrà un giorno attuarsi: ma intanto, nell’attesa della sua realizzazione, non si manchi di piantare intorno alla vetusta e veneranda chiesetta, magari approfittando di una delle manifestazioni per l’incremento della silvicultura affidata alle scuole, qualche pioppo fastigiato, o meglio ancora, qualche slanciato cipresso. Si accrescerà con ciò la suggestione dello storico edificio, e si preparerà l’ambiente in cui esso, in un /70/ empo che vagheggio non lontano, si incastonerà degnamente, nella nobiltà semplice e severa delle sue antichissime forme.

Non mancano nel territorio castelnovese e nei dintorni altre chiese coeve o pressappoco di Sant‘Eusebio. Richiamo la già ricordata Chiesa della Madonna di Cornareto (non orientata probabilmente per la ristrettezza del terreno sulla sommità del colle) per formulare anche per essa il pressante voto di un pronto restauro, che, salvando il salvabile (l’abside, antica e in buone condizioni), rinnovi tutto il resto, in modo però da mantenere inalterati gli attuali volumi e le attuali forme, le quali così bene si accordano alla linea del paesaggio, grazie specialmente al pittoresco campanile, che sarebbe grave errore non conservarne o non ricostruire come è e dove è, tanta è la suggestione che esso dà con la sua sagoma, pur semplicissima, al profilo, noto come quello di una persona cara, della collina che sta proprio di fronte al paese, profilo che senza di esso sarebbe snaturato e reso irriconoscibile. I pii proprietari della plaga meditano da tempo di iniziare il lavoro secondo queste direttive. Auguriamo che vi possano presto por mano: diamo a questo fine tutti noi castelnovesi il nostro generoso concorso, pensando che ognuno di noi, forse, conta fra i cadaveri che giacciono sepolti – o purtroppo spesso dissepolti – su quel cocuzzolo, e che la romita Chiesetta vigila e onora, la salma di un suo congiunto.

Senza avere la pretesa di dare un elenco completo delle chiese di quest’epoca nella nostra plaga, ricordo ancora la Madonna di Raseto presso le Cascine Garesio (Mondonio), le Cappelle dei Cimiteri (antiche parrocchiali) di Albugnano, di Marentino, di Berzano, tutte orientate, la Chiesa benedettina di Corveglia presso Villanova, San Giorgio di Aramengo, San Giorgio di Andezeno, ecc. ecc..

Più antiche ancora, almeno in parte sono quelle di Piovà (Castelvero) e di San Martino di Buttigliera. Non ho segnato qui che qualche nome un po’ a caso, senza entrare in particolari, e tacendo di altri edifici assai noti come quello di Cortazzone, di Bagnasco, di Montafia, di Montechiaro, di Montiglio, ecc., per dimostrare, sia pure con una semplice elencazione, come la nostra /71/ regione non eia affatto priva di interessanti monumenti d’arte anche dei periodi più antichi, secondo ciò che si sente affermare da qualcuno per pura ignoranza, o per far vedere, in quest’epoca in cui tutti sono presi dalla febbre di viaggiare, come non sia spesso il caso di andare a cercare magari molto lontano ciò, o anche meno di ciò che aprendo un po’ gli occhi si trova proprio a casa nostra, e che troppo sovente lasciamo ignominiosamente decadere e andare in rovina, attendendo, come di frequente si verifica, che venga un tedesco o magari un americano a scoprirlo e a segnalarcelo!

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27 – Intorno alla metà del secolo XIII

Tornando alle vicende del nostro paese, dirò che, pur avendo saldamente fortificato, gli Astigiani non poterono per altro impedire che nel 1224 il Marchese Guglielmo IV di Monferrato, con l’appoggio dell’imperatore Federico II se ne impadronisse, e lo ipotecasse quindi con altri castelli e possedimenti suoi e dei suoi Vassalli a favore dello stesso Imperatore per cautela di novemila marche d’argento che aveva da lui prese ad imprestito. In questa garanzia, secondo risulta da un documento appunto del 1224, erano comprese, con altre terre, e per l’intero o per determinate quote, oltre a Castelnuovo, Porcile, Riva, Mercurolio (presso Buttigliera), Mombello della Frasca.

Non trascorse però molto tempo che Asti riuscì a ritogliere Castelnuovo al Marchese. Ciò fu intorno al 1254, nel quale i Signori di Rivalba, quei di Moncucco Raiato, e i Chieresi (controversie poi composte per vie di arbitrato) intorno alla limitazione delle rispettive porzioni di feudo che i Signori di Rivalba, di Biandrate e di Piea, tutti insieme possedevano e che fin dal 1224 si erano fatte conferire dal Marchese di Monferrato, riottenendone poi l’investitura anche dagli Astigiani. In tale anno 1254 i Rivalba cedettero Moriondo a Chieri. I Chieresi pretendevano di avere delle ragioni a cui rinunziarono col trattato stipulato nel 1255 con Asti, in seguito a gran sconfitta toccata dalle loro truppe mentre tornavano in patria vincitrici, nel passaggio della collina di Torino, a Monterotondo presso Pino.

/72/ Dal fin qui detto appar chiaro quanto fosse mutevole il dominio di Castelnuovo nel corso del sec. XIII. Chi era a vicenda il più forte fra gli Astigiani, i Chieresi e il Marchese del Monferrato, l’occupava di volta in volta, scacciando alternativamente l’avversario, ed esigendo e ricevendo dai Vassalli fedeltà ed omaggi.

Andava intanto declinando l’astro dei Conti Biandrate, che come ho accennato aveva avuto il massimo fulgore ai tempi dell’imperatore Federico Barbarossa, col Conte Guido: i tre figli di questo, essendosi spartita l’eredità paterna in tre signorie col risultato d’indebolire lo loro forze. I Comuni di Chieri e di Asti, mal sopportando tali vicini, sospettati sempre sostenitori del partito imperiale volgevano in mente come umiliarne la potenza. Gli Astigiani che dovevano sovente passare pel contado di Porcile per ragioni di loro estesissimi commerci, si lagnavano delle gravezze o tasse di transito loro imposte da certo Rossi castellano di quel luogo. Frattanto si agitavano altre gravi controversie coi Comuni circostanti, in seguito alle quali i Conti perdettero ogni diritto su Chieri e quindi a poco a poco le ragioni che avevano su altre terre vicine. Vedendosi così bersagliati dalla contraria fortuna essi nel 1224, come ricordato sopra, si fecero coi Ribalba confermare i loro diritti dal Marchese di Monferrato, dichiarandosene vassalli. Questo vassallaggio ne ritardò alquanto la totale caduta, ma mentre ne scemò la primiera grandezza non valse a stornare le nubi che gli si addensavano sul capo. I Chieresi nel 1229 li costrinsero a cedere al Comune le terre dei dintorni della città. D’altra parte gli Astesi non si lasciavano sfuggire occasione per trarre qualche vantaggio dalle inimicizie che fervevano fra Chieri e i Conti: e nel 1233 i Biandrate giuravano la cittadinanza d’Asti assumendosi vari obblighi economici e militari verso quel Comune.

Anche il Castello di Mercurolio che come si è visto nel 1224 era in potere dei Biandrate, poco dopo sfuggì loro di mano; infatti si trova che nel 1257 esso apparteneva al Conte Tommaso II di Savoia il quale dopo essere stato fatto prigioniero dai Torinesi e dagli Astigiani alleati, venuto con essi a trattative per mezzo del suo Procuratore, lo cedeva al Comune di Asti. Ma gli anni successivi dovevano portare per i Biandrate ben più gravi avvenimenti, di primaria /73/ importanza per la nostra plaga.

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28 – La distruzione di Porcile e la fondazione di Buttigliera

Il Comune di Asti diveniva ogni giorno più potente, e imbaldanziva a misura che i Biandrate andavano perdendo i loro possedimenti. Molte terre vicine, temuti feudatari, ne avevano giurato la cittadinanza e le prestavano omaggio. Ma se grande era la sua potenza, maggiore ancora era la ricchezza accumulata dai suoi cittadini mediante l’industria bancaria e il traffico che esercitavano con larghi privilegi in Piemonte, nella Savoia, in Francia, in Fiandra e in Inghilterra. Pertanto gli Astigiani, ricavando dai loro negozi tanta prosperità, vegliavano con gelosa cura alla libertà dei commerci e dei transiti, a difesa dei quali, come già nel 1228, avevano intrapreso una guerra di sterminio contro Testona, cosi, verso il 1260, insorsero arditamente contro Emanuele di Biandrate, Signore della Contea di Porcile. Gli Astigiani, i quali per il traffico delle loro mercanzie dovevano attraversare il territorio della Contea, pretendevano dal Conte l’esenzione dal pedaggio da lui imposto. Non riuscendo con le buone a ottenere questa concessione, tentarono di sottrarsi ai suoi esattori, facendo accompagnare i mercanti da uomini armati. Ma il Biandrate non sopportò in pace l’attentato e radunato un forfè nerbo, di militi, venne in aiuto ai suoi funzionari e tolse ai mercanti i panni preziosi e quanto altro seco traevano, ritenendolo in cambio dei negati tributi.

I mercanti, sopraffatti dal numero, tornarono ad Asti spogli delle loro merci, ma quel Comune approfittando della propizia occasione offerta dall’insulto recato a quella mercatura che costituiva la sua principale ragione di vita, radunato l’esercito, come narra laconicamente il cronista Guglielmo Ventura, mosse in armi contro il Biandrate, e piombò d’improvviso sul territorio di Porcile. Si venne a piena battaglia nei piani a mezzogiorno di Buttigliera, forse nella regione “Preli” che potò aver nome proelium, battaglia. Il Conte Emanuele di Biandrate subì una gravissima sconfitta, e perdette diversi castelli, dei quali alquni caddero /74/ in quei giorni per non più risorgere. Questo fatto d’armi riuscì fatale a Tegerone, Stoerda, ed altri luoghi; Porcile stessa e Mercurolio ne ebbero tale rovina, che gli abitanti, vedutisi senza tetto, presero a fondare nuovi paesi in cui rifugiarsi. Quei del mezzodì del contado edificarono Poirino, su di un poggio che pare prendesse nome da un Varino (Podium Varini); altri si portarono più verso le Langhe, facendo sorgere Canale e Montà, che venne chiamata Montata Fangi. Quelli poi di Mercurolio, nella parte nord della Contea eressero un borgo a poca distanza dal loro vetusto castello, e lo chiamarono Buttigliera, nome che per qualche tempo ritenne con quello di Mercurolio, finchè restando questo alla antica plaga abbandonata, per il novello abitato prevalse la nuova denominazione. Forse nell’area su cui sorse Buttigliera, vi era già qualche più antico edificio come indicherebbe il nome di Polcinella dato a parte della zona occidentale del paese stesso, e pigliando in senso troppo stretto ciò che dice monsignor Della Chiesa nella “Corona Reale” ove scrive che Buttigliera, venne edificata dalle rovine del Contado di Porcile, vorrebbe arguire che proprio ivi fosse il castello di quel nome, a cui avrebbe appartenuto la bicocca poco lontana (regione Bisocca). Non essendovi altra prova, e d’altronde potendosi ritenere per certo secondo la tradizione più autorevole che la sede della Contea di Porcile fosse presso Poirino, sembra che l’accennata denominazione, debba derivarsi col Chiuso da qualche possedimento della famiglia Porcelli, antica e nota nell’Astigiano e anche a Buttigliera.

L’erezione in un sol tempo di gran parte dell’abitato di questo paese, fece sì che esso sorgesse su pianta regolare, resa anche possibile dall’andamento pianeggiante del terreno: è noto infatti che le case buttiglieresi sono disposte in perfetto quadrilatero, e che le strade si intersecano ad angolo retto. Il recinto con mura e fossi, aveva tre porte, stoltamente demolite verso la metà del secolo scorso. Siccome nell’edificazione di Buttigliera ebbero non piccola parte gli Astesi, ai quali fu poco appresso riconosciuta l’alta signoria sul nuovo paese, questo assunse come insegna i colori e la croce astigiana, sia pure variata, adottando uno scudo /75/ di rosso a due crocette d’argento una in capo e una un punta accompagnata dalle lerrere C. B. iniziali di Comunitas Butilierae. Oggi vediamo spesso questo antico stemma, di cui non mancano bellissimi esempi, irregolarmente abbandonato o trasformato, e non possiamo fare a meno che deplorare ciò.

La fondazione di Buttigliera conseguentemente alla distruzione di Porcile, è un avvenimento di particolare rilievo nella storia della nostra plaga, oltre che per il sorgere del vicino borgo, ancora perchè è assodato che dallo sbandamento di popolazione seguito al decadere della antica contea non solo ebbero origine come si è detto nuovi paesi, ma come è naturale venne pure una notevole immigrazione nei paesi già esistenti: tra questi Castelnuovo, il quale sembra aver avuto in quell’epoca uno specialissimo incremento, tanto che qualcuno, ignorando i più antichi documenti e le più antiche memorie che ci attestano in modo sicuro l’origine di Castelnuovo risalire a circa cento anni più indietro, hanno posto in quest’epoca la fondazione del nostro paese.

Se anche ciò è errato come è certamente, tuttavia dimostra quanta importanza gli accennati avvenimenti ebbero per le nostre terre. Ci si offre qui l’opportunità di ricordare come pochi anni prima (1248) era stata fondata Villanova. Le vicinanze dell’attuale concentrico erano pertinenza di una chiesa di S. Felice, dipendente dal monastero di San Felice di Pavia. Quei di Valfenera recavano molestia alla proprietà sicchè la Abbadessa decise di trasferirla al Comune di Asti (1215). Nel 1248 il Podestà di questo comune Turello Milone fece sorgere il nuovo abitato che prese il nome di Villanova della Piana, e lo fece fortificare e cingere di fossati secondo suo disegno, obbligando a trasferirvisi gente di Solbrito, di Dusino e Corteveglia. Il comune di Villanova usa per stemma uno scudo di rosso al leone d’argento, e per investitura del 1524 ha il titolo di Signore di Dusino.

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29 – Le competizioni angioine, astigiane e sabaude
– La caduta dei Biandrate

La cresciuta importanza di Castelnuovo, in seguito alla distruzione di Porcile, rendeva il nostro paese anche più ambito che per /76/ il passato, da parte dei potenti vicini da cui era circondato, e i cui territori avevano nei nostri pressi i confini, per rinsaldare i quali, la fortezza castelnovese era di primaria importanza. Nelle alterne vicende di quel secolo agitatissimo, noi vediamo infatti, che essa, assalita a volta a volta da Asti, da Chieri, dai Monferrini muta continuarnente padrone. Così nel 1264 i Rivalba si dichiaravano vassalli di Chieri. Nel 1288 gli stessi Rivalba, (che nel 1271, in seguito ad arbitrato, avevano ottenuto dal Marchese Giovanni di Monferrato e dalla Città di Asti, il riconoscimento di alcune loro ragioni di condominio su Riva, feudo dei Biandrate), alienarono ad Asti parte dei loro diritti, come risulta da sette atti rinvenuti sul posto da un Notaio castelnovese, e furono ritenuti Cittadini Astesi. Ma nel 1290, secondo il Casalis, ritornarono a Chieri, per ripassare lo stesso anno sotto Asti, in seguito a stipulazioni di pace, per le quali varie altre terre, fra cui Pogliano, Mainito, Buttigliera, Riva, venivano cedute [d]ai Biandrate, pur fatti cittadini di Asti, a quest’ultima città. Ciò fu in conseguenza della guerra fra Guglielmo V di Monferrato, alleato coi Biandrate da una parte,, e Asti, Amedeo V di Savoia e varie città lombarde dall’altra, guerra che si combattè anche nella nostra plaga sul finire del secolo XIII. Il Conte Emanuele di Biandrate, il quale sopportava di mal animo l’umiliazione inflittagli dagli Astigiani, con la distruzione di Porcile, e con la sottrazione di tanti feudi al suo dominio, attendeva il momento propizio per far vendetta. L’occasione gli fu offerta dalla venuta in Piemonte di Carlo d’Angiò, disceso di Francia col proposito di allargare al di qua delle Alpi i suoi domini, e a cui obbedì per qualche tempo il distretto astese. Ma allarmatisi i comuni del crescere della potenza del principe provenzale, che rischiava di abbattere la loro indipendenza, si strinsero in lega per combatterlo. Il sequestro di alcune mercanzie perpetrato a danno degli Astigiani, fece scoppiare nel 1273 la guerra, che già covava sotto la cenere. Dopo qualche scaramuccia, i confederati riuscirono ad arrestare i progressi dei provenzali, e nel 1275, por opera specialissima degli Astigiani e dei Chieresi, li sconfiggevano completamente.

/77/ Si andava frattanto affermando in Piemonte la potenza del Marchese Guglielmo V di Monferrato e il Biandrate visto fallire il primo tentativo, si intendeva con lui, radunava un forte nerbo di soldati e si metteva all’opera per riacquistare i suoi domini. Venuto a segreti accordi con alcuni buttiglieresi suoi fidi, apparentati alla famiglia Pasta, entrò di notte tempo con molti soldati in Buttigliera, trucidando gran parte della guarnigione Astese, e facendo molti prigionieri. Per parte sua il Marchese di Monferrato riportò pure vari successi. Ma mentre i due alleati stavano per riunire i loro sforzi per espugnare Asti, la fortuna li abbandonava, il Marchese stesso cadeva prigioniero degli Alessandrini e moriva in prigionia. I collegati ne approfittavano per gettarsi sulla facile preda, e Asti espugnava Albugnano e muoveva con un potente esercito contro il Biandrate, che a tradimento si era impadronito di Buttigliera. Gli Astigiani assalirono arditamente i domini del Conte; come un torrente impetuoso invasero i paesi saccheggiandoli e lasciando ovunque le tracce di una deplorevole desolazione; dove poi, per la fortezza dei castelli, non potè giungere il loro valore, tagliando viti ed alberi, devastarono le campagne. Emanuele di Biandrate, con l’aiuto di Federico, suo primogenito, il più bello e generoso Cavaliere dei suoi tempi, e di Antonio suo nipote, fece ogni sforzo per reprimere l’ardire degli Astigiani, ma essendo caduto in battaglia presso Sommariva il valoroso Federico, il padre ne provò sì vivo dolore che rinunciò a continuare la lotta, e firmò coi vincitori patti altrettanto gravosi, quanto disperata era la sua condizione (10 dicembre 1290). I Biandrate perdevano per tal modo la loro indipendenza, e diventavano vassalli di Asti come ho sopra accennato. L’altro dominio astigiano sul nostro paese non durava molto a lungo pacifico; nel 1293 esso con altre terre veniva un’altra volta ricuperato dal Marchese Giovanni di Monferrato. Ma si estingueva intanto il ramo dei Biandrate, che aveva dominato nei nostri paesi, e nel 1294 gli Astesi restavano definitivamente padroni dei quattro quinti di Castelnuovo, lasciandone l’ultimo quinto al Marchese di Monferrato.

In questo periodo di prevalente dominio astigiano, fra la fine /78/ del secolo XIII, e il principio del secolo XIV, pare che Castelnuovo rosse molto popolato di gente industriosa e applicatissima ai traffici, esercitati non solo in queste contrade, ma altresì in Francia e nelle Fiandre. Tali commercianti portavano negli altri paesi i velluti per i quali Asti si era resa famosa, e i preziosissimi broccati di Chieri, e introducevano in Italia lane, metalli, droghe e simili mercanzie. Date queste relazioni commerciali, e date le ricchezze che tale attività non mancava di produrre, è assai probabile che il nostro paese vedesse allora le case di qualche dovizioso e illuminato mercante abbellirsi di mirabili opere d’arte fiamminga, quali del resto sappiamo sicuramente essere state possedute ancora in tempi recentissimi da Famiglie della plaga, se non proprio del paese, a cui erano appunto pervenute nel modo accennato. Purtroppo ogni traccia di simili cimeli d’arte, è oggi scomparsa da noi, e molti di essi hanno forse rivarcato le Alpi, depauperando il patrimonio nazionale di incomparabili valori, pazientemente raccolti da avi sagaci, e stoltamente dispersi da improvvidi nepoti.

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30 – Castelnuovo durante le lotte fra guelfi e ghibellini

Nel 1294, come abbiamo visto, gli Astesi rimasero padroni dei quattro quinti di Castelnuovo, lasciandone la restante parte al Marchese di Monferrato. In questa guisa le cose durarono per una diecina d’anni: ma sul principio del secolo XIV, essendo venute in Asti ad aperta guerra le due fazioni dei De Castello (Ghibellini ossia fautori del partito imperiale) e dei Solaro (Guelfi ossia anti imperiali) e avendo nel 1303 il Marchese di Monferrato prestato man forte ai Ghibellini, per scacciare dalla Città i loro avversari, il medesimo non solo ottenne dai vincitori la conferma della quinta parte di Castelnuovo già in suo potere, ma, come protettore della Confederazione Ghibellina, esercitò una mediata giurisdizione che neppure gli venne tolta dai Solaro, rientrati ad Asti nel 1304. Tant’è vero che nel 1305, morto senza prole in Chivasso il Marchese Giovanni, (col quale si estingueva la linea Aleramica iniziatasi intorno al 950), trattandosi dai /79/ Monferrini di mandare una ambascieria a Costantinopoli, alla sorella del defunto marchese, Iolanda, moglie dell’imperatore d’Oriente Antonio Paleologo, per ottenere un nuovo sovrano, venne eletto tra i deputati Giacomo de Castronovo et de Lovancito, terra che allora era unita al nostro paese, sotto la famiglia dei Rivalba, a cui senza dubbio apparteneva, il detto personaggio.

E venuto in Monferrato il nuovo Marchese (designato dall’imperatrice in persona del suo secondogenito Teodoro Paleologo), egli subito riconobbe i Signori di Castelnuovo come sudditi suoi, loro annunziando, nel 1306, di essere arrivato a prendere le redini del governo e disponendo perchè andassero a prestargli il debito giuramento di fedeltà. Ma nel riparto che lo stesso Principe fece della milizia a tutti i suoi Vassalli, nel Parlamento generale da lui tenuto nel 1320, non si riscontrano più compresi i Signori di Castelnuovo, segno evidente che la nostra terra era ritornata sotto il dominio di Asti, per opera certamente dei Solaro, divenuti in quel tempo potentissimi soprattutto col favore di Roberto d’Angiò, re di Sicilia, che attraverso <a> convenzioni stipulate nel 1312, completate nel 1314 aveva preso sotto la sua protezione tale città; che da quel momento perdeva definitivamente la sua autonomia, durata ben 219 anni. Questo ritorno di Castelnuovo ad Asti e quindi all‘Angioino è confermato dal fatto che nel 1320, il rappresentante di questi in Piemonte disponeva, come vedremo, del nostro paese. Dovremo prima avvertire che nel 1310 l’imperatore Enrico VII, venuto in Italia con propositi di pacificazione, dopo essersi trattenuto a Chieri dove riusciva a mettere d’accordo i partiti contrastanti, si era recato ad Asti con lo stesso proposito che apparentemente, raggiunse. Ma, poco dopo, allontanatosi l’imperatore, i Solari, dopo cinque giorni di combattimento cacciarono col soccorso degli Angioini, i loro rivali. Al primo sentore di novità, accorsero i Savoia (Ghibellini) per tenere in fede quel comune, ma non giunsero in tempo. Allora si volsero ad occupare i castelli di Riva, Poirino ed altri, e li fortificarono. Desolati gli Astigiani della perdita di tali castelli, e volendo controbilanciare /80/ le forze nemiche decisero di dare, come diedero con le accennate convenzioni, la signoria a Roberto d’Angiò, a cui i Solari, già da alcuni anni, avevano promesso fedeltà. Ma i fuorusciti avversari, delle famiglie dei Guttuari, dei Turchi, degli Isnardi, degli Asinari, dei Rolandi, dei Catena, dei Cacherano, non resistettero per altro dal muovere guerra contro i vincitori, sollevando nuove turbolenze. L’Imperatore, indignatiesimo contro Asti, nel 1313 ne faceva donazione ad Amedeo V di Savoia, sotto particolari condizioni, ma la cosa non aveva esito concreto, perchè, dopo alcuni successi del partito imperiale, in seguito ai quali Enrico VII, confermando il Conte di Savoia nei suoi domini, ingiungeva ai sudditi Astesi, e fra di essi agli uomini di Poirino, Riva, Masio, Pavarolo di obbedire a lui; giunta l’inattesa notizia della morte dell’imperatore avvenuta in quel di Siena, il 24 Agosto 1313, il partito imperiale si trovò disorientato, e i Guelfi non tardarono a riprendere il sopravvento, se non in guerra aperta, nelle continue scorrerie, saccheggi e depredazioni compiute dagli uni a danno degli altri. Nel 1315 Filippo di Savoia detto d’Acaia, del ramo primogenito della Famiglia, avendogli la moglie portato il diritto alla successione dei principati di Acaia e Morea in Grecia, fuggito dinnanzi agli Angioini a Savigliano e Fossano, sfogava la vergogna e il fiele incendiando gli Airali di Villanova. Discesi poi in Piemonte Edoardo di Savoia, figlio di Amedeo V, ed altri principi Sabaudi, ad essi si univa l’Acaia, e adunato con il Marchese di Saluzzo e coi fuorusciti d’Asti nelle campagne di Villanova stessa, 500 Cavalieri, diecimila fanti, muoveva contro Asti, ma veniva respinto e costretto a lasciare le terre occupate e malversate, fra le quali dovettero pur essere le nostre. Nel 1316 poi sanguinando sempre il cuore agli Astigiani al pensiero della occupazione da parte del principe d’Acaia di Riva e dà Poirino (sotto le cui mura pure avevano battuto i fuorusciti nel 1314) fecero pubblicamente bandire che qualsiasi preda fosse pervenuta a mani di coloro che riuscissero a introdursi comunque in Riva, dove i fuorusciti tenevano numerosi magazzini ben forniti d’ogni genere di provviste, /81/ sarebbe stata di buon grado loro consentita a titolo di premio. Tale bando non poteva avere esito più clamoroso: quanti partecipavano agli assalti, andavano a gara per i più larghi bottini, incendiando pure le case sino alla totale rovina. Uomini, donne, bambini prigionieri furono innumerevoli. Il cronista Ventura ci informa altresì che un grande deposito d’oro degli Astigiani Belletta, doviziosi e rinomati banchieri, andò inesorabilmente a ruba, e che essi stessi furono costretti a pagare un riscatto di quattromila lire astesi per ricuperare la libertà dopo il carcere sofferto. Altre minacce astigiane contro Poirino determinarono in quello stesso anno (1318) una cavalcata dell’Acaia a quel luogo e poi contro Villanova, donde ancora una volta mosse di sorpresa contro Asti, per essere per altro ancora una volta respinto. Egli si stringeva allora maggiormente ai Visconti, Signori di Milano e potenti Ghibellini, per combattere gli Angioini; questi dopo aver toccata qualche sconfitta, mandavano in Piemonte Filippo di Valois, cugino del Re di Francia e futuro sovrano di quelle contrade, il quale, vedendosi fermato nel Piemonte meridionale dalle armi dell’Acaia, pensò bene di accostarsi a lui, facendogli l’offerta, da quello accettata (1320) di dargli in feudo Castelnuovo, Buttigliera, Villanova, Montemagno, Savigliano e Bra (arma di rosso alla croce d’argento, caricata di un bastone d’azzurro in banda). In ricambio il Principe Sabaudo aderiva alla parte Guelfa. Firmata la tregua, Filippo d’Acaia ricevette la dedizione di Savigliano. Ma poichè non gli furono consegnati gli altri luoghi per i quali era intervenuto l’accordo, il Principe non fu del tutto guadagnato al partito Angioino, per la qual cosa, rimasto solo il Valois di fronte ai Visconti, egli o spaventato dulia loro superiorità, o comprato dal loro denaro, si lasciò indurre ad interrompere l’impresa e tornarsene in Francia abbandonando i Guelfi.

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31 – Castelnuovo e il castelnovese fra le guerriglie feudali e comunali e le lotte delle fazioni

La storia piemontese, avvicinandosi alla metà del secolo XIV, è tutta piena di discordie e di guerre, nelle quali la nostra terra /82/ dovette fatalmente aver parte, avendo esse avuto in gran parte per teatro appunto questa plaga. Ma la scarsità delle notizie sopravvanzate all’ingiuria del tempo non ci permette di dare molti particolari al riguardo. Nel 1326, per causa della cresciuta potenza e delle ambiziose pretese del vicino Comune Chierese, i Conti Radicati di Cocconato gli mossero guerra, e in unione a numerosi soldati Vercellesi, corsero il nostro territorio, e, saccheggiando e facendo prigionieri, si spinsero fino alle Rocche di San Silvestro, alle porte di quella Città. Alle truppe dei Radicati essendosi aggiunte quelle dei Marchesi d’Incisa e i fuorusciti ghibellini di Asti e di Alessandria, Chieri si trovò in gran timore e tosto levò numerose milizie, e si alleò col Comune di Asti contro i Radicati e i loro Collegati (1328), escludendo però dalle ostilità alcuni luoghi, coi quali Chieri era impegnata da garanzie antecedentemente assuntesi, fra cui, dalle nostre parti erano Valfenera, Dusino e Mercurolio presso Buttigliera. In pari tempo Chieri iniziava delle trattative col Marchese Teodoro di Monferrato, cercando di indurlo a farsi mediatore di pace. Ma un caso imprevisto determinò il Marchese a schierarsi contro i due Comuni, l’esercito chierese aveva attraversate le nostre terre (1328) e si era accostato a Primeglio allorchè gli Astigiani, che desideravano trascinare Chieri alla guerra contro il Marchese, fallito un loro disegno su Riva, riuscirono invece, con alcune genti di Villanova e di Buttigliera a provocare presso Albugnano un incidente fra Chieresi e Monferrini. Per scusarsi Chieri confermò al Marchese di aver ordinato la guerra unicamente contro i Conti di Cocconato, dichiarando che soltanto alcuni uomini di Buttigliera e di Villanova che facevano parte dell’esercito di Chieri, avendo ricevuto oltraggio da quei di Albugnano, avevano rivolto le armi contro di essi, senza che alcun Chierese prendesse parte allo scontro. Ma il Marchese non si appagò a queste giustificazioni, e tosto iniziò le ostilità contro il Comune.

Dopo altre vicende che non ci riguardano, ai primi di giugno del 1329 l’esercito Chierese occupava in pochi giorni i Castelli /83/ di Bagnasco, di Capriglio e di Primeglio, luoghi tutti dei Conti di Cocconato, e avrebbe probabilmente fatto maggiori progressi, se la penuria di denaro, che cominciava a farei sentire, non avesse consigliato a riprendere trattative di pace. Iniziate nell’agosto esse si protrassero fino all’ottobre, allorchè, al fine di por termine alle discordie, il Comune di Chieri consentì che i Castelli di Bagnasco e di Capriglio ritornassero ai Cocconato purchè i medesimi stipulassero ferme e favorevoli condizioni di pace. La terra di Primeglio era stata probabilmente ricuperata dai Radicati mentre ancora duravano le ostilità.

Frattanto il Re Roberto d’Angiò, che tendeva ad assumere in Piemonte la posizione di vero signore, ponendosi al di fuori, o meglio al disopra delle fazioni, per dominarle tutte, imponeva ai Guelfi Solaro di riammettere in Asti i loro avversari Ghibellini (1332). Quelli di malavoglia si adattarono, ma l’anno seguente di bel nuovo li scacciarono, ond’essi si posero sotto la protezione del Marchese Teodoro di Monferrato. Intorno a quest’epoca si svolgono altre guerriglie che però non hanno attinenza con la nostra Plaga, salvo per qualche episodio isolato come una battaglia a Tegemona (località già più volte ricordata nei pressi di Riva) fra il Principe di Acaia e gli Astigiano-Provenzali, che vi furono sconfitti (1333); un’altra fra l’Acaia e i Monferrini che avevano assediato Riva, e finalmente uno scontro a Villanova fra il medesimo e le milizie di una lega costituitasi contro di lui fra Asti e i Marchesi di Monferrato e di Saluzzo.

Si deve invece ricordare più particolarmente che nel 1334 avendo i Ghibellini De Castello nuovamente scacciati da Asti i Guelfo Solaro, e avendo quelli per mantenersi al potere, invitato il Marchese Giovanni di Monferrato a recarsi in città, dove egli entrò nel 1339, Castelnuovo ripassò sotto la dominazione Monferrina, la quale fu per altro di breve durata. Infatti i Solano, benchè esuli dalla patria, molestando con fiera guerra il Contado, sorpresero e si impadronirono di Castelnuovo (Arma: Bandato di tre pezzi scaccati di tre file d’oro e di rosso e tre pezzi d’azzurro. Cimiero; un Liocorno nascente. Motto: “Tel fiert qui ne tue pas”) che si ritennero fino al 1342 [?]

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32 – Castelnuovo sotto la dominazione viscontea

J1 Marchese Giovanni II di Monferrato, non sentendosi abbastanza forte per reggere alla potenza dei Solaro, consigliò i De Castello a mettersi sotto la protezione di Luchino Visconti, Signore di Milano, ciò che essi fecero nel 1342. E il 22 luglio di quello stesso anno Luchino Visconti (arma: D’argento al biscione d’azzurro ondeggiante in palo, coronato all’austria d’oro, e ingollante a metà un fanciullo nudo di carnagione, posto in maestà e movente in fascia con le braccia aperte), per mezzo di suo Luogotenente, armata mano, sottopose nuovamente Castelnuovo al Comune d’Asti a certe determinate condizioni, che si leggono in un pubblico atto steso nel giorno indicato da un notaio Guarlotta, portante, fra l’altro, che si sarebbero rinnovati gli stessi patti coi quali Castelnuovo aveva in passato vissuto cotto la giurisdizione del Comune di Asti, e in ispecie che i Signori di Rivalba, padroni di Castelnuovo e di Lovencito, si sarebbero intesi, compresi in questa convenzione ove si fossero decisi a conifermare i patti anzidetti. Dalle ultime parole di questo trattato, parve (e giustamente) al De Canis d’avvisare che i Signori di Castelnuovo fossero allora contrari al partito di Luchino Visconti, e appartenessero alla fazione guelfa giacchè non intervennero nella accennata convenzione, per cui peraltro fu lasciata una porta aperta per consentire ad essi di aderirvi, a patto che ne confermassero le condizioni: prova assai evidente che essi non erano presenti allorchè la convenzione fu stipulata. Contrari ai Visconti essi si mantennero anche in seguito, come vedremo.

Continuavano intanto ad avvenire un po’ dappertutto più o meno gravi scaramucce fra Guelfi, Angioini e Ghibellini, Visconti, Monierrini. Asti, forte dell’appoggio di questi ultimi, aveva fra l’altro molestato e poi tolto (1144) al Guelfo Clemente VI, e con l’intervento del Card. Guglielmo Curti era stata stipulata fra i contendenti dei due partiti, e a cui avevano aderito molti Signori, fra i quali i nostri Rivalba. La tregua avrebbe dovuto avere la durata di tre anni, e pei renderla effettiva, il Papa ne ordinò l’esecuzione sotto pena la scomunica. Ma, ciò malgrado l’uso delle armi /85/ continuava, e poco dopo doveva nascere una più grossa guerra, alla quale però è probabile che i Rivalba, rimanendo fedeli ai patti stipulati, non abbiano partecipato.

Era morto (1343) Re Roberto di Angiò, e sul trono di Napoli gli era succeduta la nipote Giovanna, la quale, mal sopportando la dedizione Astigiana al Visconti spedì un forte nerbo di armati contro Asti. Ai soldati della Regina si aggiunsero, fra gli altri, quelli dei Signori di Montafia e quelli del Comune di Chieri. Gli Astesi, coi Visconti e i Monferrini, si unirono con molti altri, dei Signori dei nostri dintorni i Conti di Cocconato e i Signori di Vergnano e di Moncucco. I due eserciti si incontrarono presso il Castello di Gamenario nel testo Gamanesio, e più sotto Gamenasio, Gomenasio, Garmenario Gamenario fra Santena e Villastellone (ne rimangono superstiti poche rovine) e dopo cavalleresca sfida vennero a sanguinosa battaglia. Da entrambi le parti si fecero prove di valore e l’esito dello scontro rimase a lungo incerto. Alla fine gli Angioini rimasero sconfitti, essendo caduti nel campo, insieme con numerosissimi soldati di entrambe le parti (si parlò di trentamila morti, ma forse questa cifra è un po’ troppo alta) lo stesso siniscalco della Regina, Reforza di Agout. La battaglia del Gamenario avvenne il 23 Aprile 1345, e fu cantata con efficaci versi da un nella Cronaca del Monferrato di Benvenuto San Giorgio antico poeta francese, il quale celebrò l’ardimento dei molti guerrieri appartenenti alle più insigni famiglie che sotto diverse bandiere combatterono in quel campo. Il non trovarsi nella lunga e minuziosa serie di nomi quelli dei Signori di Castelnuovo, fa ritenere che essi non abbiano partecipato alla battaglia, come dicevamo sopra.

Di essi ci rimase però un altro e non meno nobile ricordo risalente a questo periodo: il ricordo che fiorisce da una mirabile opera d’arte alla quale abbiamo già accennato, parlando in generale della famiglia di Rivalba: intendiamo riferirci al bellissimo affresco di ispirazione giottesca, che questi illustri nostri Signori fecero eseguire sulla loro tomba nel chiostro di Vezzolano appunto in questi anni. Il P. Borgarelli, Camaldolese, secondo riporta il Bosio, vi decifrò infatti le due date 1342, 1351 o 1354. In esso, come è noto, vi sono ritratti alcuni membri della illustre famiglia.

/86/ La altre figure di insigni personaggi che hanno avuto stretti rapporti con Castelnuovo si trovano dipinte sempre nel chiostro di Vezzolano, nelle arcate accanto a questa, più propriamente Castelnovese. Fatte eseguire senza dubbio dai Radicati, di cui si vede lo stemma, e che vi avevano la loro tomba, vi si nota in una, un uomo con chierica, inginocchiato, con vesti di color azzurro scuro, che presenta alla Madonna una chiesa, accanto gli sta scritto “Do Petrus”; in un’altra San Giovanni Battista presenta alla Madonna un guerriero inginocchiato tutto vestito di ferro, dietro al quale si scorge parte di un cavallo. Orbene questi personaggi non sono affatto San Pietro e Carlo Magno, come riteneva probabile qualcuno, ma invece, rispettivamente, come stabilì di recente il benemerito Prevosto di Albugnano, su indicazione del Conte di Brosolo, il sacerdote Pietro Radicati, Canonico di Reina (Vescovo di Piacenza nel 1354; morto nel 1372) e Giovanni Radicati di Cocconato, del Ramo di Primeglio, prode guerriero segnalatosi alla battaglia di Gamenario, personaggi che con altri membri della loro famiglia, vedremo partecipare a un atto del 10 novembre 1346 relativo alla Chiesa Parrocchiale di Sant’Eusebio di cui avevano il patronato.

Mentre rinvieremo alla prossima volta l’esposizione di queste ed altre notizie relative alla nostra antica Parrocchia, sono intanto lieto di poter comunicare una primizia che si riferisce a Vezzolano: per recentissima disposizione di S. E. il Ministro per l’educazione nazionale, i Chiostri e tutta l’Abbazia saranno quanto prima completamente e accuratamente restaurati, e il superbo monumento che custodisce pure tante memorie nostre, riceverà una porta maggiore ed aperta e definiva. Mentre ci felicitiamo di tutto cuore per questo sapientissimo provvedimento, che assicura la vita e lo splendore della nostra pia insigne gloria artistica, facciamo voto perchè abbia presto la desiderata soluzione anche il problema all’accesso a Vezzolano, soluzione alla quale speriamo che anche il Comune di Castelnuovo, per gl’interessi morali e materiali che lo legano all’Abbazia, voglia avere il suo generoso consenso.

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33 – Pievi e chiese del castelnovese intorno alla metà del Trecento

Allorchè abbiamo parlato per la prima volta in modo generico delle circoscrizioni Ecclesiastiche (Cap. VI) rinviammo l’esposizione di più particolari dati intorno all’assetto delle chiese della nostra plaga al momento in cui con la nostra narrazione fossimo giunti all’epoca alla quale risalgono i primi documenti contenenti cenni al riguardo. Questo è appunto il momento opportuno per riprendere l’argomento allora lasciato in sospeso, avvertendo che quant’è qui esposto, deve, per maggior intelligenza, essere integrato con le notizie già esposte al luogo citato.

Per provvedere agli urgenti bisogni della Sede Apostolica nelle gravi spese per il recupero delle terre della Chiesa a cui attendeva il Card. Egidio Albornoz, il 15 maggio 1355, il Papa Innocenzo VI stabiliva una decima straordinaria per un triennio a partire dai Santi di quell’anno stesso. Fu nominato un collettore generale della decima nell’Italia settentrionale il quale nominò fra gli altri un subcollettore per la diocesi di Vercelli, che a sua volta incaricò riscossioni nella regione posta a sud del Po, e quindi anche nei nostri paesi. La raccolta procedette assai lenta a cagione delle guerre e di altre difficoltà: solo nel 1359 si cominciò a raccogliere la decima del primo anno. Nell’Archivio Vaticano si conserva il registro dei conti relativi al secondo anno, da cui risulta che molte chiese pagarono una sola rata e altre nulla affatto. È evidente che la decima triennale trovò in condizioni difficili il Clero cui anche i Signori ricorrevano per le loro spese militari. Ma il piccolo registro è particolarmente interessante perchè ci offre una visione abbastanza precisa della organizzazione Ecclesiastica intorno alla metà del trecento e ci indica il grado delle varie chiese ed il numero degli Ecclesiastici addetti ad esse. Nella zona visitata dal Can. Ruffino vi erano quattordici Pievi fra le quali, dalle nostre parti, Montiglio, Cocconato e Pino. Non v’è dubbio che molte di esse, se non tutte, rappresentano, come abbiamo già detto, centri di abitazioni /88/ romane. Pino è la nostra Pieve. Essa comprendeva la Chiesa Madre di Pino (Santa Maria Maggiore o Santa Maria della Pieve) con un chierico oltre evidentemente al Pievano, le Chiese di San Giovanni di Marmorito, di San Pietro di Sabiano, di S. Maria di Graceto, tutte sotto il Rettore Prete Enrico, la Chiesa di S. Pietro di Passerano sotto il Rettore Prete Ottone, la Chiesa di S. Lorenzo di Primeglio, la Chiesa di S. Martino di Scotono, la Chiesa di S. Giovanni di Primeglio, la Chiesa di S. Maria di Raseto, la Chiesa di S. Tommaso di Pogliano, la Chiesa di S. Michele e quella di S. Maria di Cornareto, la Chiesa di S. Pietro in Zucca, per la quale non si dà notizia relativa al Clero, che però come vedremo, sappiamo da altra fonte esservi stato addetto, la Chiesa di S. Eusebio di Castelnuovo di cui era Rettore un Prete Antonio, la Chiesa di S. Giacomo di Cappelletta. La Chiesa pievana pagò per secondo e terzo anno della decima due lire pavesi, dodici soldi e cinque denari: la Chiesa di S. Eusebio di Castelnuovo trentotto soldi, quella di S. Pietro in Zucca soldi ventuno, quella di Pogliano e le due di Cornareto soldi tredici. Tralascio le altre perchè ci riguardano meno da vicino, per qualcuna di esse manca ogni indicazione di somma, probabilmente perchè non pagarono.

Questo elenco vuole offrirci un quadro di quello che doveva essere la distribuzione delle popolazioni nel periodo di cui si tratta, poichè evidentemente le varie chiese avevano la loro ragione di essere nel servizio prestato a centri di abitazione. Attraverso i secoli la situazione demografica subì profonde modificazioni; basta pensare a quello che sono oggi Cornareto e la zona di San Pietro in Zucca che allora aveva almeno due Ecclesiastici addetti, con un Rettore o Parroco, come si vedrà sotto, del resto Pino stesso, che allora era il centro più importanto, è oggi grandemente scaduto. Della Pieve di Pino e delle Chiuse dipendenti avevano il patronato i Conti Radicati di Cocconato, come risulta da un documento del 12 marzo 1362 di autentica di un altro del 10 novembre 1346 col quale il Nobile milite Giovanni Conte di Cocconato, Signore di Schierano ecc. anche a nome di un /89/ fratello Pietro di Cocconato, Can.co di Reims e di altri membri della famiglia presenta, ai due Vicari Capitolari della Diocesi di Vercelli due soggetti per la nomina rispettivamente a Rettore e Chierico della Chiesa di S. Eusebio di Castelnuovo, uffici vacanti per la morte del Prete Antonio Busseti e del Chierico Ruggero Capra. A dimostrare che i predetti Signori di Cocconato erano patroni della Pieve di Pino e delle Chiese poste nella detta Pievania essi produssero in quella circostanza vari documenti di investitura di tale patronato o avvocatura rilasciati in loro favore dai Vescovi di Vercelli (1296-1328) e altri coi quali gli stessi Vescovi avevano istituito canonicamente Ecclesiastici, presentati dai detti Conti della chiesa Pievana o di Chiese dipendenti.

Era questi atti ne ricordo uno del 1303 in cui si legge essere stato presentato dai suddetti Signori e istituito Chierico della Chiesa di S. Pietro in Zucca un certo Matteo figlio di Emanuele Sicardi di Castelnuovo. In seguito a tali prove fu commesso al Pievano di Pino e al Prete Giacomo Usceto Rettore della Chiesa di S. Pietro in Zucca di immettere il Rettore proposto (che era il Prete Giacobino figlio di Giovanni Conti) in possesso della cura di S. Eusebio, come ministro e Rettore, e venne approvata la nomina di Petrino figlio di Mussone de Mussis a Chierico di detta chiesa. Come ho già detto Giovanni Radicati valoroso guerriero alla battaglia del GarmeGamenarionario e il Canonico (poi Vescovo) Pietro che figurano tra i partecipanti a detta nomina sono ritrattati in uno degli affreschi del Chiostro di Vezzolano.