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Volume Quindicesimo
Atti
della Società Piemontese di
Archeologia e Belle Arti
Il Congresso di Cavallermaggiore
6-7 agosto 1932 – X
Atti e memorie del
primo congresso piemontese di archeologia e belle arti
Torino
Depositari: Fratelli Bocca, Librai di S. M.
Milano Roma
1933 – a. XI
Sede della Società: Via Napione, 2 – Torino – Palazzina propria
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Mons. Giovanni Batt. Rossi da Cavallermaggiore
illuminato patrono delle arti belle
a Castelnovo Don Bosco
Riassunto: L’Autore, richiamando le molteplici benemerenze che il Cavallermaggiorese Monsig. Gio. Batt. Rossi (1838-1922) si è acquistato in ogni campo a Castelnovo Don Bosco, dove ju Prevosto dal 1870 al 1894, si sofferma particolarmente sulla sua attività di generoso e illuminato mecenate delle arti belle, illustrando le pitture e le sculture della Chiesa Parr. di Sant’Andrea, (Pittori Paolo Em., Rodolfo e Pietro Morgari, Andrea Marchisio, Tomaso Juglaris; scult. Antonio Brilla), il Monumento a Don Giovanni Bosco (Scult. Antonio Stuardi) e la Cappella di San Sebastiano (Arch. Giuseppe Gallo), opere tutte, con molte altre minori, fatte eseguire o promosse o suggerite da lui.
Castelnovo Don Bosco deve al Cavallermaggiorese Mons. Giovanni Batt. Rossi (1) buona parte di quanto, fra le realizzazioni moderne, costituisce per essa un motivo di vanto. A lui infatti spetta il merito di aver promosso quella mirabile fioritura di felici iniziative che in ogni campo si è verificata nel nostro paese durante l’ultimo quarto del secolo scorso, e che lo ha dotato di molteplici opere ed istituzioni di grande vantaggio spirituale e materiale, e di creazioni opportune e geniali, per le quali la gratitudine nostra verso di lui dovrà durare in eterno. Dall’Ospedale di S. Giuseppe all’Oratorio Festivo, dalle Confraternite religiose alle Società Mutue e Cooperative, dai restauri dei vetusti edifici sacri alla creazione di nuove opere d’arte (per tacere qui di tante altre benemerite attività più strettamente attinenti al suo ministero pastorale), non vi è da noi manifestazione di pietà o di arte, di assistenza sociale o di formazione educativa che non rechi l’impronta del suo nome. In ispecie nel campo artistico si può dire senza esagerazione che tutto /94/ quanto – e non è poco – durante i venticinque anni della sua permanenza a Castelnovo (e non solo, come vedremo, in questo periodo), si è venuto ad aggiungere al patrimonio accumulato nei secoli, è interamente dovuto a lui. Ottime iniziative hanno trovato in Don Rossi l’ardito promotore, l’opportuno e tempestivo suggeritore, il munifico finanziatore; col suo infaticabile zelo, col suo caldo entusiasmo, egli ha saputo trionfare di tutti gli scetticismi, e realizzare un complesso veramente notevole di opere, che lo additano alla ammirazione e alla riconoscenza dei posteri, e lo segnalano tra i più benemeriti pastori e i più illuminati, generosi e savi mecenati del nostro paese.
Don Rossi prese possesso della Parrocchia di Castelnovo il 20 agosto 1870. Quel giorno, dopo le accoglienze trionfali che lo avevano salutato al suo giungere fra di noi, era salito sul pergamo di Sant’Andrea per tracciare il piano del suo lavoro. E subito prendeva le mosse da un problema d’arte e di estetica. Volto attorno lo sguardo, egli iniziava infatti il suo discorso alludendo con fare arguto allo stato miserevole della nostra Chiesa Parrocchiale, e annunziando il suo fermo proposito di dare prontamente ad essa quel decoroso aspetto che conviene alla casa di Dio. « I soun piame ’na spousa bruta ’d facia e mal vestia » « Mi son tolta una sposa brutta di volto e male in arnese » – egli aveva detto – « bisogna pensare a migliorarla! ». Non era trascorso un anno, e già si rizzavano i palchi dei pittori che, per volere di Don Rossi, dovevano dare al nostro maggior tempio un nuovo volto di bellezza. A quest’opera, certo di non piccola mole, Don Rossi si accinse con singolare coraggio, e con non minore saggezza, e grande deve essere il nostro compiacimento per la scelta veramente felice che egli seppe fare degli artisti chiamati a compierla, tanto più grande quando si pensi ai tristi tempi che già allora attraversava l’arte sacra, iniziandosi appunto in quel periodo quel disgraziato distacco fra la Chiesa e l’Arte, che dura tuttora e che, com’è stato giustamente notato, « se è quasi mortale per l’Arte, è anche dannoso per la Chiesa, come bene intende chiunque abbia conoscenza e coscienza di quel tanto che l’Arte ha dato di potenza, di maestà, di incanto al Cattolicesimo, e di quanto ancora oggi può dare ». Questo bene ha mostrato di intendere Don Rossi, zelante sempre del decoro degli edifici sacri così a Castelnovo come poi a Pinerolo, conscio di quanto possa l’Arte sull’animo delle folle, che nelle creazioni di essa trovano il più caro e profittevole libro accessibile a tutte le menti. Don Rossi, ripigliando e rinnovando una tradizione che è troppo spesso sciaguratamente interrotta, chiamò ad eseguir l’opera non dei mestieranti qualsiasi, ma degli artisti sperimentati e provetti, e come si faceva ai buoni tempi, dirigendoli, consigliandoli, sorvegliandoli con fine intuito, seppe far sì che essi assolvessero ottimamente, così dal punto di vista dell’Arte come da quello della Chiesa, il compito di parlare ai fedeli il linguaggio del loro tempo, appunto per mostrare « che i dogmi immutabili e la divina eternità possono di epoca in epoca assumere vesti e volti e modi e parole nuove, e quasi adattarsi agli occhi e agli orecchi dell’uomo, tanto essi dogmi sono connaturali alla coscienza e alla salvezza dell’uomo, tanto la Chiesa, maestra mirabile della volontà e del carattere, vuole essere, direttamente e facilmente, intesa dai suoi alunni e fedeli ».
/95/ Si ebbero così, grazie a Don Rossi, quegli eccellenti affreschi della nostra Parrocchiale, che, se nel complesso raggiungono un magnifico effetto decorativo, non sono meno notevoli nelle singole scene in cui, mercè l’accennata tanto opportuna e sagace direttiva, il buono si veste delle forme del bello e canoni liturgici e poetica fantasia, sentimento e ragione felicemente collaborano.
Gli affreschi della Chiesa di Sant’Andrea furono fatti eseguire negli anni 1871-1872, e rappresentano la prima delle molteplici opere compiute a Castelnovo dall’indimenticabile Prevosto. Secondo la concorde tradizione orale e scritta corrente in paese, gli artisti chiamati da Don Rossi a dipingere nella Parrocchiale, furono « il Morgari, il Marchisio ed altri soci ». Ma la tradizione nè precisava di quale dei vari Morgari pittori si trattasse, nè suggeriva alcun elemento atto ad identificare i collaboratori dei due primi nominati e la parte avuta dai singoli artisti nell’esecuzione dell’ opera. Sui dipinti non è stata fin qui rinvenuta traccia di firme, e mancano poi del tutto documenti perchè di Don Rossi, secondo la testimonianza di Mons. C. Ughetti, suo Segretario e poi suo Vicario Generale a Pinerolo, e già suo Coadiutore a Castelnovo, non rimangono carte personali: egli infatti, pago di aver bene operato, nella sua umiltà, probabilmente le distrusse per non lasciare ai posteri notizia di cose che in qualche modo tornassero a suo onore.
Qualche anno addietro (1928) mentre a Castelnovo si preparava l’inaugurazione di un busto di Mons. Rossi nell’Ospedale da lui fondato (inaugurazione che per meschini e ridicoli incagli burocratici non ha finora avuto luogo!) – ebbi occasione di compiere una ricerca abbastanza vasta intorno all’opera in questione ed ecco quanto credo di avere, pur attraverso a molte difficoltà, potuto accertare in base alle numerose notizie raccolte presso gli antichi Vice-Parroci di Castelnovo, i congiunti degli artisti e gli anziani del paese (1), prudentemente vagliate e coordinate, nonché rivedute sulla scorta di opportuni raffronti stilistici.
Non uno solo, ma tre furono i Morgari che lavorarono nella Chiesa di Castelnovo, e cioè Paolo Emilio, Rodolfo e Pietro. Per vero, da molti si tendeva ad escludere la partecipazione del primo, ma in seguito ai risultati delle mie indagini, che qui esporrò sommariamente, io credo che non vi sia possibilità di dubbio al riguardo. Infatti gli antichi Vice-Parroci di Castelnovo, Monsig. Barbero e Monsig. Ughetti, insieme con molti altri autorevoli cast elnovesi, in grado di essere informati per età e per intimità di rapporti con gli artisti o col committente, sono concordi nell’affermare che il Morgari che era a capo della brigata di pittori chiamati a Castelnovo da Don Rossi era gobbo (2). Ora, per unanime testimonianza dei membri della famiglia Morgari, /96/ l’unico dei loro congiunti che fosse affetto da una deformità fisica e appunto da quella accennata – era Paolo Emilio. A riprova di questa partecipazione sta poi la evidente affinità stilistica che si può rilevare tra vari affreschi della Chiesa di Castelnovo e altri sicuramente eseguiti dal ricordato pittore.
Tutte le persone che io ebbi modo di interrogare sono poi concordi nell’asserire che a Castelnovo dipinse il fratello di Paolo Emilio Morgari, Rodolfo, e finalmente ho potuto stabilire che con questi che possono essere considerati i due maggiori frescanti piemontesi del sec. XIX, collaborarono, oltre ad Andrea Marchisio come ricordava la tradizione, Pietro Morgari (figlio di Rodolfo) e Tomaso Juglaris, mentre le parti decorative furono eseguite da un certo Fontana non meglio identificato.
Assai discordi ed incerte erano pure le notizie relative alla ripartizione del lavoro fra i diversi artisti; anche qui credo di essere giunto a stabilire con quasi assoluta sicurezza l’opera compiuta da ciascuno di essi.
A Paolo Emilio Morgari (1815-1882) (1) va innanzi tutto attribuito il medaglione centrale dell’Assunta (Tav. 1) dipinto trionfale, pieno di calore, di movimento e di ricchezza cromatica, nel quale alle forme degli angeli intrecciate in ghirlanda sotto i piedi di Maria, nell’ombra rotta dai vivi sprazzi /97/ di luce, succede la luminosa visione della Vergine che – le braccia aperte, lo sguardo fisso in alto – ascende entro un raggiar vivo, mentre al sommo, nell’empireo, appena si disegnano le figure e simboli della Trinità; sicché si ha l’impressione di una grande distanza spaziale e ideale fra i tre gruppi in cui è distinta la mirabile composizione: quello degli Angeli, caratterizzato da uno sviluppo irregolare e agitato; il mediano da una linea armoniosa tendente all’alto, animato dalla Vergine che agilmente si leva incorporea e grandiosa, timida e fervida di gaudio sullo sfondo diafano del cielo; il terzo infine raccogliente, nella disposizione arcuata delle figure, accentuata dalla curva della cornice, il fremente slancio dell’ascesa, a limitare e chiudere la visione.
Negli angoli della vôlta centrale sono le figure poderose e pensose dei quattro Profeti Daniele, Ezechiele, Geremia ed Isaia. Essi sono identici per disposizione e atteggiamento a quelli dipinti da Rodolfo Morgari nel 1866 nella Chiesa di San Sebastiano a Biella. Ma questi castelnovesi, opera, per quel che ritengo di Paolo Emilio, sono di gran lunga superiori a quelli per delicatezza ed armonia di tinte, e per vigoria di disegno. Purtroppo l’umidità li ha guastati alquanto.
Sulla vôlta successiva, procedendo verso il Presbiterio, è rappresentato il Trionfo della Fede (Tav. 2) accompagnato negli angoli dalle figure degli Evangelisti. Anche questi dipinti devono essere attribuiti a Paolo Emilio Morgari. Essi però risentono alquanto di quei difetti che la critica riscontra talora nell’opera di questo artista, e appaiono piuttosto fiacchi di colore, mentre la scena principale è pure non molto felice per composizione.
Di Rodolfo Morgari (1827-1909) (1) sono sicuramente i quattro ovali delle vôlte angolari raffiguranti il Miracolo del Paralitico (Tav. 3, fig. 1) e il /98/ Riposo in Egitto (Tav. 3, fig. 2) quelli presso il Presbiterio, e gruppi di Angeli (Tav. 4) quelli prossimi alle porte. Questi affreschi si fanno notare per il colore vivace e brillante, per l’eleganza del disegno, e i primi due anche per la felice rappresentazione dei sentimenti dei personaggi e della loro vita interiore. Gli altri hanno un carattere festoso, e piacevole nella luminosa rappresentazione di un cielo azzurro ed arioso in cui volano rosei puttini che con mosse graziose dispiegano nastri svolazzanti con appropriate diciture.

Se, come sembra assodato, ai lavori della Parrocchiale di Castelnovo ha pure collaborato il giovane Piero Morgari (1852-1885) (1), la cui partecipazione è data come sicura dalla famiglia, opera sua saranno certamente i due dipinti che fiancheggiano l’Altar maggiore, raffiguranti la Vocazione di San Pietro e il Martirio di Sant’Andrea, dato il carattere di particolare vivacità e drammaticità che essi presentano. Invero questo artista, se non ebbe una squisita sensibilità del colorito, sentì in compenso e seppe esprimere come pochi il dramma intimo e la poesia dei suoi soggetti. Movimento morale e pittorico è nelle sue opere, nelle quali l’atteggiamento dell’insieme e dei particolari si impone e desta il più vivo senso di ammirazione. La veemenza di una natura esuberante innalzata dal desiderio di forti e grandi emozioni, che è caratteristica di questo pittore, si riscontra nei due affreschi castelnovesi oggi purtroppo molto guasti dal fumo dei ceri e dallo sfregamento delle scale. Nella Vocazione di San Pietro (Tav. 5, fig. 1) sembra non solo risuonare l’invito che il Divino Maestro rivolge a Simone: « Vieni! io ti farò pescatore di uomini », ma nello sguardo che Cristo pose sul pescatore di Genazaret, si sente la forza della bontà che si insinua nella vita dura di lui e la trasforma: è un dramma che si svolge semplice, rapido, conclusivo: Simone, tocco dalla grazia, è pronto: non c’è dubbio, non c’è incertezza nell’espressione del bellissimo volto; non più Simone, non più pescatore, egli è Pietro l’Apostolo del Signore. Di fronte il Martirio di Sant’Andrea (Tav. 5, fig. 2), dipinto di potenza e di grande movimento, ha una tragicità impressionante, e in esso la terribilità delle figure dei carnefici, eseguite con bravura portentosa, e il tumulto che circonda il Santo crocifisso, contrasta efficacemente colla serenità del volto ispirato e spirituale di Andrea, di cui l’occhio lucente ed espressivo guarda su in alto, al cielo.
/107/ Non credo possa esserci dubbio circa l’attribuzione di questi due affreschi a Pietro Morgari, notandosi in essi ben spiccate quelle caratteristiche di movimento e di potenza drammatica che furon proprie della sua arte.
Il vivente pittore Luigi Morgari (figlio di Paolo Emilio) tenderebbe a limitare l’attribuzione degli affreschi castelnovesi al gruppo di artisti della sua famiglia, e particolarmente a Rodolfo e a Pietro, e riterrebbe che Andrea Marchisio e Tomaso Juglaris abbiano svolto durante quei lavori opera di semplici aiutanti o apprendisti, chiamati ad abbozzare qua e là, senza essere gli autori di nessun dipinto in special modo. Egli ammette però che qualche affresco possa portare maggiormente l’impronta di quei due artisti che allora usciti di recente dall’Accademia ed entrati a far parte dello studio di Rodolfo Morgari, giustamente dovevano ambire di dar prova delle loro forze. Per parte mia, come credo di aver potuto stabilire la partecipazione al lavoro di Paolo Emilio Morgari, così sono sicuro (attraverso le precise notizie avute da una cognata del Marchisio (1) vivente a Castelnovo, che per una parte confermano appieno altri dati tradizionali) della attribuzione di alcuni affreschi ad Andrea Marchisio e a Tomaso Juglaris.
Sono del Marchisio (1850-1927) (2)
le due pitture sulle vôlte del transetto raffiguranti gli Angeli che adorano la Croce (Tav. 6, fig. 1) e Gesù coi fanciulli (Tav. 6, fig. 2), nonché le lunette in capo alle navate laterali, in cui sono rappresentati Cristo deposto (Tav. 7, fig. 1) e la Vergine ai piedi della Croce (Tav. 7, fig. 2). Questi due ultimi dipinti sono particolarmente notevoli. Il Cristo è ammirabile per efficacia del rilievo e la sodezza del modellato, e in esso solo il profondo abbandono rivela l’estinguersi del soffio vitale, mentre il dolore e la passione vengono temprati dal sorriso dell’arte in una luce ideale di serenità e di bellezza, a raggiunger la quale l’artista ha isolato il corpo della Vittima da quello dei pietosi seppellitori, evitando così la scena tragica dell’angoscia e della disperazione. Nella lunetta della navata destra la Vergine, quasi soffocata sotto il pesante drappeggio, casta e soave, non rompe in urli di dolore, non viene meno; eppure l’atteggiamento palesa un senso indefinito di smarrimento e di angoscia, mentre gli occhi si velano di una melanconica tenerezza che sembra precedere una crisi di pianto.
Tomaso Juglaris (1844-1925) (3), che dalla corrente tradizione non era ricordato, risulta aver dipinto i quattro medaglioni sulle pareti del transetto /108/ (Tav. 8) raffiguranti San Massimo, San Sebastiano, San Francesco Saverio e San Rocco, pitture assai notevoli per correttezza di disegno, per vigorìa di espressione e per armonia di colorito.
Qualche altro affresco secondario (figure e gruppi di Angeli nelle grandi cappelle laterali, e sulle vôlte estreme della navata centrale) non presenta caratteri così spiccati da consentirne una sicura attribuzione, per la quale manca pure ogni altro fondamento. Ma la parte più importante dell’opera fatta eseguire dal Prevosto Rossi mi sembra ormai sufficientemente lumeggiata. E in base ad essa credo sia doveroso riconoscere a lui il merito singolare e non piccolo di aver saputo opporsi ai gusti oleografici e cromolitografici generalmente imperanti e – con una chiara intuizione e una sapiente direttiva – arricchire la nostra Parrocchiale di autentiche opere d’arte.
Don Rossi però non considerava ancora finito il suo compito; e tosto disponeva che tutta la Chiesa fosse messa in ordine con le opportune stuccature e dorature, col riassetto dei vari altari, con altri armonici lavori di restauro e di completamento.
Il Bosio ricorda come nel corso di tali lavori siano state rimosse alcune vecchie epigrafi (1), e censura abbastanza severamente la cosa. Per vero, non gli si saprebbe dar torto: ma si deve subito soggiungere che non si trattava di cimeli di somma importanza, e che il danno si può oggi dir quasi riparato, atteso il ricupero, almeno parziale, di quei ricordi di cui al tempo del Bosio stesso si era perduta traccia. Non si può poi dimenticare che è difetto assai comune – anche se non giustificabile – fra quanti sono trascinati dal santo entusiasmo della creazione di nuove opere, quello di tendere ad eliminare quanto non si inquadra perfettamente nel disegno organico e totalitario da loro concepito; nè si deve giudicare secondo i criteri oggi prevalenti l’operato di sessant anni fa. Del resto lo stesso Don Rossi fu pure all’occorrenza geloso tutore dell’antico patrimonio artistico della sua Chiesa da cui impedì esulasse il dipinto Moncalviano del Rosario, resistendo, come ancor oggi si ricorda, alle lusinghe del Morgari (probabilmente Paolo Emilio, il vero assuntore del lavoro), che, compiute le varie opere di abbellimento del tempio, aveva proposto al Parroco di accollarsi tutte le spese non solo delle pitture, ma ancora della stuccatura e della doratura, chiedendo quale unico compenso la cessione di quel quadro. Don Rossi, anche a costo di sacrifici non indifferenti, rifiutò questo patto, ed alla sua saggezza si deve quindi se la Chiesa di Castelnovo non è stata privata di uno dei suoi più preziosi ornamenti.
/109/ A completare poi i nuovi lavori di abbellimento, egli, onde meglio consentire lo svolgersi delle sacre funzioni, dava più ampio respiro al Presbiterio, cingendolo di una armonica balaustrata, (in nero del Belgio e in rosso di Francia) dalla linea elegantemente mossa; dotava poi di ricchi paramentali la Chiesa di Castelnovo (che ne era quasi sprovvista), memore forse di quelli mirabili che son vanto della sua Cavallermaggiore: e per accoglierli – con un tempestivo immobilizzo dei fondi della Compagnia del Corpus Domini, salvati in tal modo dal minacciato incameramento – costruiva dalle fondamenta una nuova ampia Sacrestia e la forniva di capaci, poderosi armadi. Pensava intanto a rinnovare la vecchia cappella di San Bernardo – prima buia e usata quasi da magazzeno – apportandole con opportuni accorgimenti la luce, dedicandola a San Giuseppe (in onor del quale aveva eretto una Compagnia) e dotandola di una bella vetrata dipinta dal Marchisio. E poco dopo (1874-1875) faceva collocare entro apposite nicchie a fianco degli Altari dell’Addolorata e del Rosario, le vigorose statue di San Pietro e di San Paolo, di Santa Lucia e di Sant’Apollonia (Tav. 9) ottimi lavori dello scultore savonese Antonio Brilla (1813-1891) (1) a cui affidava pure l’esecuzione /110/ del delicato altorilievo raffigurante il Battesimo di Gesù (Tav. 10) posto a sfondo del Battistero che, addossato prima a una parete in un punto di passaggio, dallo stesso Don Rossi, era stato fatto opportunamente sistemare /111/ entro un conveniente nicchione (1873). Curava pure poco dopo il restauro della sobria ma elegante facciata neoclassica, con pieno rispetto del disegno originale, dovuto all’architetto Ferdinando Caronesi (1). E ancora, – mentre a richiamare i fedeli al Tempio rinnovato, otteneva dal Comune che una nuova campana – la seconda per grandezza – venisse sostituita all’antica, spezzatasi per vetustà, associando ad onore di Dio, al tributo delle Arti figurative, quello della Musica, Don Rossi dotava la Parrocchiale di un nuovo organo, una delle prime, ma non meno pregevoli, costruzioni del Bossi.
Tutta la Chiesa di Sant’Andrea, in ogni più minuto particolare, assunse pertanto per opera di Don Rossi un nuovo splendore, e se architettonicamente (ciò che è inevitabile in una costruzione fatta a più riprese) essa presentava e presenta qualche errore, i lavori decorativi fatti eseguire da lui sono riusciti tali da far in gran parte scomparire e scordare i difetti della costruzione, per richiamare su di sè tutta l’attenzione del visitatore, che oggi grazie ad essi, vede la Chiesa ben disposta, ampia, illuminata, ben ornata di stucchi e di ori, di pitture e di sculture, tale insomma da apparire nel complesso bella ed armonica.
/112/ Restaurata, abbellita, arricchita con così sani criteri la sua Chiesa, Don Rossi non ristava nell’intrapreso lavoro di rinnovamento, ed estendeva la sua fervida attività ad altri campi.
Molte sono le sue opere minori, quali i restauri delle numerose Cappelle campestri, durante la sua Prepositura quasi tutte opportunamente sistemate; la costruzione dell’Ospedale di San Giuseppe, edificio che, dati i tempi in cui sorse, non è certo spregevole costruzione sanitaria, e che pur nella sua destinazione di carattere pratico raggiunge un gradevole effetto estetico nella lunga e armoniosa teoria delle arcate dei suoi porticati; la creazione della Cappella e del Teatro dell’Oratorio; l’erezione in forme semplici ma decorose della nuova Chiesetta di San Rocco, per le sue insistenze rifabbricata nel luogo attuale dopo molti anni che dal Comune era stata fatta demolire l’antica (1); la nuova sistemazione del Cimitero rimasto fino ai suoi tempi in stato di grande abbandono; i busti commessi al Brilla in ricordo di due benefattori dell’Ospedale; l’impronta geniale e particolarissima da lui data alla processione del Corpus Domini, e mantenutasi fino alla guerra, per la quale questa manifestazione di fede assunse forme di una singolare solennità congiunta ad un carattere di fastosità pittoresca che la rendevano grandemente suggestiva, anche a prescindere da ogni significato religioso, per osservarla soltanto dal punto di vista dell’arte e del costume popolare. Egli infatti volle ed ottenne che tutto il percorso del sacro corteo, cingente con largo anello il nucleo centrale del paese, si svolgesse entro una grandiosa ininterrotta galleria fiancheggiata e coperta da tele e da drappi, e adorna di fiori, di ghirlande, di festoni, di quadri, con opportune pause di altari, di cappelle, di scene viventi, creando così un imponente complesso decorativo, che qualche raffinatissimo potrà forse giudicare di gusto un po’ provinciale, ma che per ogni animo sensibile aveva un’impronta di fresca poesia e di profonda suggestione.
Ma un’opera ben più notevole andava meditando Don Rossi: l’erezione di un Monumento a Don Giovanni Bosco che la sorte voleva fosse il ricordo da lui lasciato fra di noi, all’atto del suo allontanamento per ascendere alla Cattedra nota numerata per errore 1 Pinerolese (2), quasi pegno dell’inestinguibile affetto per la sua patria di adozione, concretato in un degno omaggio alla più fulgida gloria della nostra terra, a Colui dal quale oggi il paese stesso prende il nome.
Nel 1893 Don Rossi avanzava la sua proposta (che naturalmente veniva accolta con grande entusiasmo da tutta la popolazione), e pensava poi tosto al modo di tradurla in atto. Sotto i suoi auspicî, anzi per sua iniziativa, si costituiva un Comitato con a capo il Sindaco di Castelnovo, Geom. Comm. /113/ Aventino Musso (rimasto a questa Presidenza anche quando poco dopo volle lasciare la prima magistratura cittadina) il quale fu con lo stesso Don Rossi, l’organizzatore precipuo di tutto ciò che poteva occorrere a propagare l’intento, e ad acquistare aderenti in Italia e all’estero. I loro sforzi non riuscirono vani perchè in breve, per pubblica sottoscrizione internazionale, si raccolse quanto si credette sufficiente a realizzare l’idea del monumento. Mons. Rossi, è noto, non volle allontanarsi da Castelnovo prima che tutto fosse concretato per l’erezione di esso. Al 1° ottobre 1895 venne bandito, con opportune e prudenti norme, il concorso al quale parteciparono diversi artisti con un complesso di venticinque bozzetti, che vennero esposti in una sala del Municipio di Castelnovo. In pari tempo fu nominata la Giuria, che, presieduta dallo stesso degnissimo rappresentante di Castelnovo, Geometra Musso, e assistita da un rappresentante della Pia Società Salesiana, di particolare competenza artistica, il Sac. Ernesto Vespignani, comprese tre delle più chiare personalità che fiorissero allora a Torino nel campo della scultura e dell’architettura: Odoardo Tabacchi, Carlo Ceppi e Luigi Belli. In un primo esame furono scelti tre bozzetti ritenuti più distinti sia per bellezza della figura principale e per armonia del complesso, sia per buona disposizione delle figure e vivacità di movimenti nella linea, sia infine per espressione di sentimenti e per spontaneità di posa. Venutisi quindi a conclusione del giudizio per votazione sopra i tre bozzetti giudicati più meritevoli, si ebbe infine risultato favorevole per quello presentato dallo scultore Antonio Stuardi (1862 – viv.) (1) del quale fu decisa l’esecuzione (Tav. 11, fig. 1).
L’idea svolta dallo scultore (secondo le direttive che eran state date nel bando di concorso dietro suggerimento di Mons. Rossi) è la più semplice e la più significativa ad un tempo, in quanto sintetizza in modo mirabile l’opera di Don Bosco, opera che nel suo vero concetto è quella del redenzione morale ed intellettuale dei fanciulli poveri del mondo civile, e di quelli dei popoli selvaggi o semi-selvaggi. Il gruppo (in marmo bianco di Carrara) rappresenta Don Bosco con a lato un giovanetto che il grande educatore stringe al suo fianco, e un adolescente patagone che prono bacia la mano al suo benefattore. La figura principale colpisce per la perfetta rassomiglianza nelle fattezze, e per la posa naturalissima. Don Bosco è proprio lui, vivo e parlante. La figura del ragazzetto europeo, in semplici ma corrette vesti, esprime intensamente col suo sguardo venerazione e riconoscenza; quella del patagone, ricoperta solo di una povera pelle di guanaco, è ugualmente piena di fervida espressione. Tutto il gruppo spira un sentimento soave di benevolenza, di bontà e di pace spirituale: il che prova come l’artista abbia sentito nel suo intimo l’opera e la figura di Don Bosco.
/114/ Il piedestallo, in granito roseo delle cave di Baveno, è costituito da un dado decorato agli angoli da quattro parastre scanalate e coronate di capitelli ionici, sorreggenti la cornice intagliata a robusti ovoli. Le quattro faccie sono ornate da riquadrature, e quella frontale reca la sobria scritta: « A don Giovanni Bosco – la patria », accompagnata in basso dalla data – 1898 – entro una corona di lauro. Lo zoccolo, scaglionato e con opportuni risalti nelle sagome ricorrenti all’intorno, completa l’insieme.
Il monumento poggia su di una base in muratura sopraelevata rispetto alla piazza ad un piano a cui si accede per due gradinate laterali appositamente costruite. La sua altezza complessiva dal piano del basamento è di sei metri, misurandone tre il piedestallo, e tre il gruppo statuario. La composizione è nel suo insieme molto felice e incontrò il plauso universale, tanto da diventare la fonte di ispirazione di quasi tutti gli innumerevoli monumenti in onore di Don Bosco che in ogni parte del mondo hanno fatto seguito a questo primo, eretto per iniziativa di Don Rossi, nella terra natia del grande apostolo della gioventù.
L’inaugurazione ebbe luogo il 18 settembre 1898, con solennissimi festeggiamenti ai quali naturalmente non mancò di prender parte il Vescovo di Pinerolo che vedeva così mirabilmente realizzato il suo progetto e che da tanti vincoli di affetto si sentiva legato ai suoi figli primogeniti.
Per vero il dipartirsi di Mons. Rossi da Castelnovo determinò un distacco di corpi, non di anime: e mentre il nostro paese continuò a guardare con devota gratitudine e con affettuosa fiducia a quello che considerava ancora il suo Pastore, questi, che allontanandosi di qui, a tradurre in una figura araldica i sentimenti che lo legavano alla sua antica parrocchia – sentimenti che conservò inalterati per tutta la vita – aveva levato fra gli emblemi del suo stemma prelatizio (composto con raro buon gusto e senso araldico) (1) un castello di rosso fiammante, un Castel Novo, non mancò anche di lontano di dimostrare in ogni occasione la sua paterna benevolenza e la sua premurosa sollecitudine per quella che considerava la sua seconda patria.
E non si dovrà qui dimenticare che, mosso da tale indefettibile amore, e da particolari legami di memore e grata amicizia per un caro Estinto che in vita era spesso stato il suo consigliere e il suo cooperatore in molte iniziative – facendo appello con delicatezza squisita ai più profondi affetti famigliari, da Pinerolo (1899) egli suggeriva e raccomandava al Priore della Cappella di San Sebastiano e ai suoi congiunti la ricostruzione di tale Chiesetta in forma più decorosa ed elegante, quale monumento di pietà religiosa /129/ verso uno dei Santi Patroni del paese, e di devozione filiale verso il genitore che del Santo guerriero portava il nome, e che dal pio Vescovo era chiamato santo lui stesso. Mons. Rossi suscitava così il sorgere (1901) della nuova Cappella di San Sebastiano, eretta secondo i disegni dell’Ing. Giuseppe Gallo (1860-1927) (1) del quale, nella sua semplicità armoniosa, è una delle migliori creazioni (Tav. 11, fig. 2). Ispirata allo stile romanico, essa consta di un corpo rettangolare preceduto da un portichetto sostenuto da quattro colonne di arenaria di Viggiù, con le basi attiche munite di foglie di protezione, e il capitello a calice con foglie, e freccie, che ricordano il martirio del Santo. Gli archi a tutto sesto sostenuti da queste colonne, poggiano su di un pulvino, e sono costituiti da conci alterni in istucco bianco e in paramento, mentre hanno gli intradossi decorati a graffito, a somiglianza della vôlta a vela che copre il breve portichetto. Due colonnine con capitello a gemma ornano gli spigoli della fronte dell’atrio, la cui cornice terminale segue l’inclinazione del tettuccio. Il corpo dell’edificio, tutto a paramento, è variato sulla facciata da una serie di archetti bianchi ascendenti lungo i pioventi, e da lesene agli spigoli che, insieme con altre sui fianchi, dividono questi in due scompartì a lor volta suddivisi nel senso orizzontale da una fascia mediana di mattoni disposti, come nella cornice terminale, a dente di sega. Al di sopra di questa fascia, nel primo scomparto campeggia una finestra bifora ad archetti semicircolari sostenuti da una colonnina con capitello a gemma; nel secondo un occhio quadrilobo con cornice esterna circolare a conci alternati bianchi e grigio-giallognoli simile alla ghiera della bifora. Completano la decorazione fascie, riquadri ed ornati vari a motivo geometrico. Nella lunetta soprastante alla porta d’ingresso è un bell’affresco del Pittore Vittorio Piano (1929) raffigurante il Santo titolare. Lo circonda la scritta in graffito: Sancto Sebastiano Martir: Sacrum. L’interno, assai semplice, è diviso in due parti da due colonne (addossate alle pareti in corrispondenza delle lesene esterne) adorne di capitelli eguali a quelli dell’atrio e sostenenti un arco a tutto sesto. Le vôlte sono a crociera con costoloni. Delle due parti in cui è diviso l’ambiente, quella destinata ai fedeli è a pianta quadrata; quella ad uso di presbiterio, sopraelevata sulla prima di un gradino, è a pianta rettangolare. In essa campeggia l’altare (in marmo bianco cono colonnine e specchiature in marmo colorato) addossato alla parete di fondo, e sormontato da un quadro del pittore Clara, posteriore alla inaugurazione della Cappella, avvenuta nel 1901, coll’intervento di Mons. Rossi che, come aveva promesso, volle venire a benedire l’edificio, che i suoi suggerimenti e i suoi consigli avevano suscitato.
/130/ Con quest’opera, si può dire, avevano termine le manifestazioni pubbliche del ministero di Giovanni Battista Rossi fra di noi. Come esse si erano iniziate, così si conchiudevano e si perpetuavano con un omaggio di bellezza ad onore di Dio.
Onde dai restauri e dal rinnovamento di Sant Andrea, al Monumento a Don Bosco, alla Cappella di San Sebastiano (per non ricordare che le sue maggiori creazioni) attraverso alle infinite opere di bene, l’attività di quest’uomo mirabile, vero Padre della moderna Castelnovo, può riassumersi in un sol motto, che sembra esser stato la massima a cui egli conformò durante la lunga vita esemplare tutta la sua azione: « Pro pulchro et bono »: per il bello e per il buono che nell’opera sua felicemente si identificano.
Sebastiano Filipello.
Bibliografia
Archivio Filipello – Castelnovo. – Cart.la Chiesa Parr.le di Sant’Andrea Ap. Documenti vari. – Cart.la Cappella di San Sebastiano Martire. – Documenti vari.
Bosio – Storia dell’Antica Abbazia e del Santuario di N. S. del Vezzolano. Torino, 1875.
Guastavino – Un Artista eccezionale: Antonio Brilla. Savona, 1919.
Stella – Pittura e Scultura in Piemonte (1842-1891). Torino, 1893.
Vari – Castelnuovo d’Asti a Don Bosco. Torino, 1898.
[Note a pag. 93]
(1) Monsig. Gio. Batt. Rossi nacque a Cavallermaggiore nel 1838; ordinato Sacerdote, fu Professore di Fisica e di Matematica nei Seminari Arcivescovili di Bra e di Chieri. Nel 1870, in seguito a concorso, fu nominato Prevosto e Vicario Foraneo di Castelnovo. Resse la nostra Parrocchia fino al 1894, allorché fu elevato alla Cattedra Episcopale di Pinerolo. Morì in questa Città nel 1922. Torna al testo ↑
[Note a pag. 95]
(1) Porgo i miei più vivi ringraziamenti a tutti coloro che con squisita cortesia mi hanno voluto comunicare quanto a loro noto su questo argomento. Torna al testo ↑
(2) Monsig. Giuseppe Barbero, Prevosto e Vic. For. di Casalborgone, ora defunto, diceva veramente che il pittore era zoppo. Ma la lieve discordanza su questo particolare, secondo me, non merita grande rilievo. Monsig. Barbero quando mi scriveva, era in assai tarda età, e poteva anche non ricordare esattamente ogni cosa: ciò che conta è il ricordo di una deformità, quando consta in modo sicuro che unico deforme era Paolo Emilio Morgari, e /96/ che nessuno dei Morgari era zoppo. Del resto Monsig. Barbero precisava: « ...quello che dipinse anche la sacrestia di Sant’Andrea in Bra, essendo parroco Don Priotti di venerata memoria... ». Ora è noto che autore di quest’opera fu Paolo Emilio (1862). Torna al testo ↑
[Note a pag. 96]
(1) Figlio dell’insigne scenografo Giuseppe (1788-1847), ereditò dal padre la fantasia decorativa, il senso del disegno, e l’amore instancabile allo studio e al lavoro, e da lui apprese le prime nozioni dell’arte. Entrato all’Accademia nel 1830, imparò dal Biscarra (1790-1851) l’arte di interpretare la forma col disegno fermo e corretto, qualità che il suo maestro possedeva in sommo grado, e sapeva trasmettere agli allievi purché avessero sincera vocazione per l’arte. Nel disegno, il Morgari si fece in breve provetto. Dopo un viaggio compiuto attraverso a varie città d’Italia, durante il quale si applicò grandemente a studiare i maggiori maestri, si stabilì a Torino, dove impiegò l’ingegno nella pittura decorativa per la quale mostrò di avere eccellenti disposizioni, specialmente nel genere religioso da lui preferito. Assai grande è il numero delle sue opere. Egli emerse fra i contemporanei piemontesi per cultura artistica, valentia nel disegno, e nobiltà di sentire e di operare. Raffreddò però alquanto il calore della fantasia e il sentimento del colore e della composizione, abusando della pratica di disegnare dalle stampe onde spedire con maggior prestezza il lavoro. E di ciò risentono notevole danno molti suoi dipinti, nei quali non si riscontra la viva impronta dell’opera soggettiva e diretta. La debole complessione, che gli impedì di lavorare quanto e come avrebbe voluto, non gli permise di acquistare la gloria a cui pareva destinato. Ma, nota lo Stella, il suo nome rimane nella storia fra quelli di coloro che in tempi difficili mantennero in decorosa altezza l’arte del disegnare.
Paolo Emilio Morgari, oltre agli affreschi di Sant’Andrea, eseguì a Castelnovo anche altri lavori, e cioè: una copia di un antico e ammirato quadro raffigurante la Sacra Famiglia e S. Giovanni, il cui originale era di proprietà Bosia ed ora è propr. Filipello; un San Giovannino tra gli agnelli con scena del Purgatorio in basso; il disegno di un Angelo aggiunto a complemento di un’altra copia della Madonna figurante nel ricordato quadro della Sacra Famiglia, copia eseguita, per ciò che riguarda il lavoro di disegno e di dipintura delle figure della Vergine, del Bambino, e quello di dipintura dell’angelo, dalla figlia di Paolo Emilio Morgari di nome Bice. Tutte queste opere si trovavano fino al 1929 presso i Salesiani di Castelnovo che le avevano acquistate con lo stabile del Collegio dagli eredi della Signora Angela Vezzetti n. Amaretti, donna assai amante delle arti belle, la cui casa era spesso frequentata da artisti. Un figlio di essa, il Notaio Giovanni Vezzetti sposò la predetta /97/ Bice Morgari. La Signora Vezzetti Amaretti amava far ritrattare dai più insigni pittori questo suo figlio che portava le lunghe chiome rossicce e inanellate fluenti sulle spalle, nelle sembianze del Redentore o di San Giovanni. Forse il San Giovannino di P. E. Morgari è un suo ritratto, come lo sono sicuramente altri di altri autori ancora conservati a Castelnovo e presso la Famiglia Vezzetti.
Le predette opere di Paolo Emilio Morgari nella primavera del 1929 furono donate con un quadro di Luigi Morgari raffigurante la Fuga in Egitto (da cui deriva il più recente suo dipinto di egual soggetto nella Cappella dei Sette Dolori in San Giovanni Evangelista a Torino) al Sac. Adolfo Altgelt de Tornquist di Buenos Ayres, assuntosi l’impegno di far sistemare la Cappella del Collegio di Castelnovo, e passarono pertanto alla sua residenza, presso la Casa Salesiana di Roma.
Rimane a Castelnovo il quadro di Bice Morgari (con l’Angelo disegnato dal padre) quadro che funge da ancona della Cappella del Collegio stesso, (già Oratorio privato della Sig. Vezzetti, pel quale appunto il dipinto era stato eseguito).
Rimane pure a Castelnovo un disegno a carboncino di Luigi Morgari raffigurante Cristo deposto, da un originale di Löffz, dal quale evidentemente deriva pure l’affresco del Marchisio di egual soggetto nella Chiesa Parr. di Castelnovo. (V. oltre). Torna al testo ↑
[Note a pag. 97]
(1) Fratello di Paolo Emilio, ebbe i primi insegnamenti in famiglia e frequentò poi l’Accademia. Versato in ogni genere di pittura si diede di preferenza alla decorazione, nella quale riuscì ad affermarsi tra i migliori. Si segnalò pure come ottimo restauratore. Le sue opere di frescante sono improntate a viva fantasia e buon gusto, e a uno spiccato senso del colore. Nella sua arte religiosa però non si deve cercare il misticismo, ma il trionfo della esteriorità del culto. Moltissime Chiese e Palazzi del Piemonte hanno sue decorazioni. Fu abilissimo nella imitazione degli arazzi e fu pure buon pittore di quadri da cavalletto. Torna al testo ↑
[Note a pag. 98]
(1) Figlio di Rodolfo, manifestò precocemente particolare disposizione per la pittura, che coltivò dapprima sotto la direzione del padre, entrando più tardi all’Accademia, dove ebbe a maestri Enrico Gamba e Andrea Gastaldi. Nel 1872, l’anno dei lavori di Castelnovo, cominciò ad esporre i suoi primi quadri. Pronto d’ingegno, di animo, di mano; saturo di modernità fino ad esserne malato; focoso, impaziente, vigoroso in tutte le manifestazioni del suo temperamento d’uomo edi artista, le opere di lui recano evidente l’impronta della sua indole singolare. La sua arte può talora essere giudicata un po’ retorica per un certo qual accento settecentista che tende al barocchismo, per abbondanza di frasi plastiche e pittoriche, ma riesce sempre a farsi ammirare per l’efficienza drammatica, e per la poesia del movimento, della linea e della forma. Pietro Morgari si distinse particolarmente come pittore di animali. Trascinato da una fatale e tormentosa passione si allontanò dalla patria con la donna da lui amata, e si stabilì a Londra, dove impiantò studio e trovò lavoro; non trovò peraltro pace per l’animo esacerbato e in un’ora di più grave sconforto si uccise dinanzi alla tela cui stava per dare vita. Torna al testo ↑
[Note a pag. 107]
(1) La Sig.ra Albina Ronco ved. Conti, sorella della moglie del pittore. Quest’ultima, morta ventiduenne nel 1877, venne ritratta dal Marchisio nella lunetta soprastante alla porta della Sacrestia, nelle sembianze dell’Addolorata. Torna al testo ↑
(2) Andrea Marchisio fu buon disegnatore alla maniera del Gastaldi, e sebbene non raggiungesse la forza del maestro, tuttavia si fece notare per la diligente osservazione della forma. Fu professore all’Accademia Albertina. Trattò pure la pittura su vetro, arte risuscitata in Piemonte, insieme con l’amore per l’antico, dalla feconda e operosa iniziativa dei d’Andrade, degli Avondo e dei Pastoris. Una sua vetrata è a Castelnovo, come dirò. Un’altra sua opera si conserva da noi, nella Chiesa della Madonna del Castello; si tratta di un paliotto raffigurante l’Assunta. Torna al testo ↑
(3) Il Juglaris, nativo di Moncalieri, fu allievo prima della nostra Accademia, poi di quella di Parigi. Visse a lungo in America dove tenne anche la cattedra di pittura all’Accademia /108/ d’Arte di Boston e la direzione di quel Museo. Ritornato in Piemonte si dedicò all’insegnamento del disegno e della pittura in scuole e collegi, e alla pittura di quadri sacri e di ritratti, avendo abbandonato la decorazione murale dopo il suo ritorno dall’estero. Torna al testo ↑
[Note a pag. 108]
(1) Una lapide Boscasso, relativa ad un legato di messe (della quale, non è molto, fu ritrovato un frammento) e un sepolcro Cagliero. Poco più tardi (1873) nel dare una nuova sistemazione al Battistero, fu sostituita l’antica vasca cinquecentesca perchè spezzata. Di essa è pure stata ricuperata una notevole porzione. Il quadro di San Bernardo, giudicato dal De Canis di buon pennello, se ha dovuto per mutate esigenze di culto, e per ragioni di opportunità pratica, esser rimosso dalla vecchia cappella già dedicata a questo Santo è conservato tuttora presso la Parrocchiale, nella nuova ampia Sacrestia fatta costruire dello stesso Don Rossi. Torna al testo ↑
[Note a pag. 109]
(1) Figlio di un muratore che a tempo perso modellava figurine da Presepio, manifestò molto precocemente la sua inclinazione all’arte, e ancora del tutto ragazzetto, lavorando presso fabbriche savonesi di ceramiche, diede assai notevoli prove della sua abilità e della sua fantasia creatrice. Apprese saltuariamente il disegno dal pittore Agostino Oxilia, ma fu essenzialmente un autodidatta. Coltivò anche la pittura, e nella Pinacoteca di Savona esiste un suo autoritratto dalla tecnica singolarissima. Ma la sua passione fu la scultura nella quale emerse con l’attivo studio sul vero e con l’assiduo lavoro per ritrarlo nella creta, nel legno, nel marmo, nei ceselli, nelle ceramiche. L’ardita concezione e la prontezza di esecuzione erano in lui pari all’ingegno e alla fervida inesauribile fantasia, che aveva modo particolarmente di manifestarsi nella tecnica della plastica da lui preferita. Si segnalò specialmente nel campo religioso, e veramente caratteristica è l’espressione celestiale del volto delle sue figure sacre. Numerosissime sono le sue opere anche in Piemonte, e ben nota è la magica prestezza con cui, acquistata ormai una impareggiabile perizia, senza modello e senza forma egli gettava le sue statue pur tanto notevoli sia per lo studio coscienzioso del carattere dei personaggi che per la dignitosa ed espressiva interpretazione d’ogni soggetto che gli fosse dato trattare.
La Sig.ra Maria Guastavino, nipote dell Artista, mi ha cortesemente comunicato alcune lettere di Don Rossi al Brilla relative ai lavori di Castelnovo, che si conservano presso di lei. Credo opportuno pubblicarle perchè, a quel che pare, sono gli unici documenti che ci rimangano intorno alle opere fatte eseguire da Don Rossi.
Lettera del Prev. Rossi allo scultore Brilla (2 Marzo 1874).
On.mo Signore,
Parlando con Monsignore Lorenzo Gastaldi, Ar.vo di Torino, di quattro statue di cui abbisogno per ornare la Chiesa parrocchiale, mi esortò a rivolgermi alla S. V. come ad artista esperto e onesto nella retribuzione. Accettai la proposta e sono da Lei pregandola a rispondermi su quanto segue:
1°) È Ella disposta ad incaricarsi della fattura di quattro statue, rappresentanti S. Cecilia, S. Apollonia, S. Pancrazio, S. Luigi Gonzaga? Sono destinate per nicchie poste nell’interno della Chiesa: alte da terra 2 metri circa: la materia sarà di scagliola: l’altezza /110/ superiore alla naturale (la preciserei col tempo): tre diritte; San Luigi o San Pancrazio inginocchiato a motivo d una nicchia che fu necessario accorciarla per dar adito in una sacristia. Se per caso al posto di S. Luigi o S. Pancrazio Martire la S. V. avesse altri soggetti sui quali potesse facilitare il prezzo, me li accenni.
2°) Quale sarebbe il prezzo complessivo?
3°) Ama meglio la S. V. di spedirle fatte: oppure venirle a fare in questo luogo? In ambi i casi quale sarà la differenza di prezzo? E quali le condizioni? La materia qui non manca, perchè esistono miniere di gesso.
4°) Nel caso che voglia incaricarsi, per qual tempo sarebbe fatto il lavoro?
In attesa di una risposta, che spero, mi pregio di dirmi
In attesa di una risposta che spero mi (sic)
Rossi Gio. Battista
Parroco.
Castelnuovo d’Asti
2 marzo 1874.
Della S. V. Ono.ma
Serv. Dev. D. Rossi Gio Battista
Parroco
l’uomo propone e Iddio dispone
anima mia.
Brilla Antonio
Non saprei che cosa significhino l’annotazione del Brilla e la ripetuta formula incompleta di conclusione della lettera.
Non ho potuto accertare il motivo della sostituzione di San Pietro, San Paolo (rappresentato seduto nella nicchia più corta) e Santa Lucia a San Luigi, a San Pancrazio e a Santa Cecilia. Non fu perchè il Brilla avesse già pronti questi soggetti perchè risulta che le statue furono eseguite a Castelnovo, nella canonica, con una celerità straordinaria, come si ricorda.
Il Brilla aveva appreso dal padre e dal nonno muratori e stuccatori intelligenti, il modo di lavorare il gesso e la calce, e col discernimento proprio modificò e perfezionò con l’esperienza questa tecnica. Con appositi ferri formava dapprima l’ossatura o scheletro della statua, (ed erano a volte statue colossali di parecchi metri di altezza). Impiantato lo scheletro si faceva preparare dal muratore la calce a modo suo, e passava poi rapidamente alla esecuzione colla fulminea rapidità che fu caratteristica del suo lavoro. In un giorno, due o tre al massimo, a seconda della mole modellava una statua: si credeva che ponesse insieme pezzi già pronti non che improvvisasse, come invece faceva.
Sull’altorilievo del Battistero mancano documenti; il lavoro fu probabilmente commesso durante l’esecuzione delle statue come ritiene Mons. Barbero, ed eseguito pur esso sul posto.
Da altri tre scritti si desumono notizie sulla esecuzione dei busti dei benefattori Rossetti e Passerone per l’Ospedale San Giuseppe.
Castelnuovo d’Asti, 11 agosto 1885.
Onorevole Signore,
Ho bisogno di due busti in rilievo da collocarsi nel nuovo Ospedale di questo luogo. Ritengo la fotografia dei benefattori riproducendi. Desidero affidare questo lavoro alla nota abilità della S. V. epperciò La prego a farmi una visita. Il lavoro si potrà eseguire tanto qui quanto nel suo laboratorio secondo che si concluderà in massoneria oppure in marmo. /111/ Per sua norma io mi trovo sempre in casa eccettuati i giorni che decorrono dal 23 agosto al 6 settembre.
Gradisca i miei rispetti e mi creda
Ser. suo dev. D. Rossi Gio. Battista
Parroco e Presidente dell’Ospedale.
Castelnuovo d’Asti, 11-6-1888.
Onorevole Signore,
Le spedisco le fotografie domandate. Nel medesimo tempo le osservo che i due busti non sono da collocarsi sopra piedestallo; ma debbono essere in rilievo sopra un piano in massoneria, piano che ha le forme come sopra (lo scritto è preceduto da uno schizzo dello stesso don Rossi con l’indicazione delle dimensioni di una specie di lunetta su cui è tratteggiata la figura della Sig.ra Rossetti) e sarà applicato ad un muro che sovrasta a due finestre. Le faccio questa osservazione, perchè trattandosi di preparare i modelli in creta, sembra che debba entrarvi altresì il piano su cui dovrà spiccare la figura in rilievo. Su tale piano sono necessari lavori di ornato anche in rilievo. Favorisca conservare la fotografia e venire quanto prima ad eseguire i lavori. Ser. suo
D. Rossi
Castelnuovo d’Asti, 4 Agosto 1888.
Onor. Sig. Cav.
Quanto più presto verrà collocare i busti tanto più mi farà piacere. Fino ai 26 di questo mese mi trovo sempre in casa. Dai 26 ai 10 settembre sono occupato altrove; epperciò la S. V. dovrà venire o prima del 26 come ritengo e spero, o dopo il 10 settembre. Nella fiducia di rivederla quanto prima mi ripeto ser. suo dev.
D. Rossi Presidente dell’Ospedale
I busti (in istucco) non furono eseguiti ad altorilievo su di uno sfondo ornato, ma isolati. Torna al testo ↑
[Note a pag. 111]
(1) Il disegno, conservato presso l’Archivio Parrocchiale di Castelnovo, è datato da torino, il 3 luglio 1833. Il prospetto architettonico appare in esso adorno di statue e altorilievi /111/ che non furori mai eseguiti. La ricorrenza del primo centenario di questa facciata non presenterebbe una propizia occasione per porre in atto tale completamento? Si coronerebbero così felicemente gli opportuni nuovi lavori di restauro recentemente (1932) fatti eseguire dall’attuale Prevosto Sac. Domenico Nizia, sotto la direzione dell’Ing. Mario Musso. Torna al testo ↑
[Note a pag. 112]
(1) Sorgeva nell’area dell’attuale Largo Monsig. Bertagna. Torna al testo ↑
(2) Nominato Vescovo nel Concistoro del 18 maggio 1894 e ricevuta la consacrazione il 27 dello stesso mese, fece il suo ingresso a Pinerolo il 20 gennaio 1895. Torna al testo ↑
[Note a pag. 113]
(1) Nato a Poirino, fu allievo del Tabacchi e poi del Belli presso l’Accademia Albertina di Torino. Si fece notare per la facilità con cui seppe associare, in epoca di contrasto fra classici e romantici, lo studio del vero con uno squisito sentimento di ideale religioso, manifestandosi con uno spiccato carattere proprio, sorretto da una salda preparazione tecnica.
Il suo gruppo marmoreo dal titolo « Charitas » fu giudicato l’opera più importante dell’Esposizione d’Arte del 1889. Dello Stuardi è a Castelnovo anche il Monumentino a Gio. Batt. Pescarmona (1913). Torna al testo ↑
[Note a pag. 114]
(1) Semipartito e spaccato, al primo d’azzurro alla costellazione dell’Orsa maggiore d’argento (sette stelle di sei raggi caduna) accompagnata in capo da un’altra stella di otto raggi dello stesso; al secondo d’argento all’agnello pasquale adagiato su di una croce posata sul libro dei sette sigilli, il tutto al naturale; al terzo d’argento al castello di rosso di due torri, aperto e finestrato di nero, fondato nella campagna di verde. Motto: « Ros sicut pluvia in vellus ». Torna al testo ↑
[Note a pag. 129]
(1) Nativo di Caramagna Piem. svolse la sua attività particolarmente nel campo dell’architettura sacra, alla quale si dedicò con schietto sentimento di cristiano. Dal punto di vista artistico fu un tipico rappresentante dell’eclettismo ottocentesco, e improntò le sue costruzioni a un carattere spiccatamente personale, che le rende inconfondibili. Grandissimo è il numero degli edifici da lui eretti o restaurati. Nell’attuale territorio di Castelnovo Don Bosco esiste un’altra opera di questo architetto e cioè la Chiesa Parrocchiale dell’ex-comune di Pino. Torna al testo ↑