Sebastiano Filipello

L’Opera di Mons. Giovanni Battista Rossi
Vescovo di Pinerolo
qual Prevosto di Castelnovo

Copertina
Copertina

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/1 – Frontespizio/

Dott. Sebastiano Filipello

L’Opera di Mons. Giovanni Battista Rossi
Vescovo di Pinerolo
qual Prevosto di Castelnovo

Discorso Commemorativo
tenuto a Castelnovo Don Bosco il 13 settembre 1934-XII
inaugurandosi il busto e la lapide
fatti erigere in Suo onore dalla
Amministrazione dell’Ospedale di San Giuseppe

Stemma

Stemma con l’immagine di San Giuseppe e il motto Ardore caritatis rubescit “Rifulge per ardore di carità”.

1934 – XII
Tipografia Giuseppe Anfossi
Torino – Via Montebello, 17

Sul frontespizio c’è l’annotazione a penna

Dono del Bibliotecario Direttore Cav. Uff. Nicolò Francone

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/Ill. fuori testo 1/

Busto e lapide
Busto e lapide in onore di
Mons. Giovanni Battista Bossi (1838-1922)
inaugurati il 13 settembre 1934-XII a Castelnovo Don Bosco sulla fronte dell’Ospedale da Lui fondato

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/3/

Eccellenza,
Signore, Signori
 (1)

Serrare in un rapido scorcio la figura complessa e l’attività multiforme di Monsignor Giovanni Battista Rossi, cogliere nella vita di Lui i lineamenti essenziali e i fatti più salienti, onde dare della Sua personalità una sintesi efficace e precisa, non è cosa facile nè di poco momento. Questo non dico per giustificare in precedenza l’inadeguatezza del mio discorso, ma perchè, effettivamente, /4/ chiunque si accosti a considerare questa lunga esistenza piena e feconda delle più svariate opere di bene; e le altissime e umili missioni compiute sempre con eguale, profondo senso del dovere e con giovanile entusiasmo; e la prontezza e la volontarietà di soldato e di devoto; e la tenacia e la costanza e la forza di sacrificio da apostolo; e insieme lo spirito di semplice e ingenua bonarietà, che sapeva così mirabilmente disposarsi alla più accorta prudenza; – non potrà a meno di rilevare le difficoltà non lievi che si oppongono a presentare con sufficiente esattezza e fedeltà, in breve spazio di tempo, dodici lustri di inesausto lavoro, di apostolato indefesso, di realizzazioni superbe.

Piuttosto che presentare quindi una visione panoramica, ma necessariamente sbiadita, di tutti gli ottantaquattro anni della Sua vita esemplare, e ridurmi ad un’arida elencazione delle opere che compì, e delle doti onde rifulse, ho creduto fosse opportuno – dovendo rievocare la Sua figura a Castelnovo – fermare lo sguardo su quel periodo di tempo ch’Egli trascorse – Padre e Pastore amatissimo – nel nostro paese, lasciandovi indelebile ricordo, per dare di questo un quadro, possibilmente, completo e preciso.

/5/ Non vi parlerò pertanto di Lui vispo fanciullo nella natia Cavallermaggiore, esemplare studente a Savigliano e a Torino, giovane Sacerdote e Professore nei Seminari di Bra e di Chieri, dove, con chiarezza ammirevole, insegnava le discipline fisico-matematiche, alternando alla scuola la predicazione, in cui riscuoteva fin da allora le più larghe ed autorevoli lodi; – per risalire senz’altro fino al 1870, allorché Don Rossi, trentaduenne (Egli era nato nel 1838), vinse al concorso la Parrocchia di Castelnovo, di cui prese possesso il 20 agosto di quell’anno.

/Ill. fuori testo 2/

Sac. Giovanni Battista Rossi prevosto
Sac. Giovanni Battista Rossi
Prevosto e Vicario Foraneo di Castelnovo Don Bosco
(già d’Asti) dal 1870 al 1894
Fondatore dell’ospedale di San Giuseppe nel 1879

Quel giorno, dopo le accoglienze trionfali che Lo avevano salutato al Suo giungere fra di noi, dal pergamo di Sant’Andrea, Don Rossi tracciava il Suo programma semplice, organico, grandioso, tanto grandioso che forse a qualche scettico dovette sembrare irrealizzabile. Se venticinque anni più tardi, quando Don Rossi lasciò Castelnovo per salire la Cattedra Pinerolese, si fossero confrontate le opere compiute con il programma iniziale, non si sarebbe potuto non constatare che queste avevano superato in modo stupefacente i più arditi disegni.

Egli è che Don Rossi, uomo di santi entusiasmi, era fatto per vincere tutti gli scetticismi, per superare tutte le difficoltà.

Il 20 agosto 1870 Egli, volto attorno lo sguardo, alludendo allo stato miserevole della nostra Chiesa Parrocchiale, aveva argutamente iniziato il Suo discorso con queste parole: « I soun piame ’na spousa bruta ’d facia e mal vestia ». « Mi son tolta una sposa brutta di volto e male in arnese; bisogna pensare a migliorarla ».

Non era trascorso ancora un anno, e già si rizzavano i palchi dei muratori, degli stuccatori, dei pittori, che, per volere di Don Rossi, dovevano dare al nostro maggior tempio un nuovo volto di bellezza. A quest’opera, certo di non piccola mole, Don /6/ Rossi si accinse con singolare coraggio e con non minore saggezza; e grande deve essere il nostro compiacimento per la scelta veramente felice ch’Egli seppe fare, degli artisti chiamati a compierla, tanto più grande quando si pensi ai tristi tempi che attraversava già allora l’arte sacra, iniziandosi appunto in tale periodo quel disgraziato distacco fra la Chiesa e l’Arte, che dura tuttora, e che, come è stato giustamente notato, « se è quasi mortale per l’Arte, è anche gravemente dannoso per la Chiesa, come bene intende chiunque abbia conoscenza e coscienza di quel tanto che l’Arte ha dato di potenza, di maestà, d’incanto al Cattolicesimo, e di quanto ancora oggi può dare ». Questo bene ha mostrato di comprendere Don Rossi, zelante sempre del decoro della casa di Dio, qui a Castelnovo, come poi a Pinerolo, conscio di quanto possa l’Arte su l’animo delle folle, che nelle creazioni di essa trovano il più chiaro e profittevole libro accessibile a tutte le menti. Don Rossi, ripigliando e rinnovando una tradizione che è troppo spesso sciaguratamente interrotta, chiamò nel nostro paese, ad eseguire l’opera vagheggiata, non dei mestieranti qualsiasi, ma degli artisti di genio, quali un Paolo Emilio e un Rodolfo Morgari, annoverati tra i migliori frescanti piemontesi del sec. XIX, coadiuvati da altri tre giovani ma già sperimentati pittori, quali erano un Andrea Marchisio, un Pietro Morgari, un Tommaso Juglaris Moncalieri 1844 – 1925, dal 1880 al 1920 visse negli Stati Uniti, ebbe un certo successo soprattutto come pittore di scene di argomento classicheggiante. Tomaso Juglaris, preoccupandosi non tanto di ritrovare in essi la fede religiosa, ma quella fede e quella morale che sole debbono ricercarsi e pretendersi nell’artista, e che quelli senza dubbio possedevano in sommo grado: la rettitudine, la serietà, la fedeltà all’arte propria. E come si faceva ai buoni tempi, dirigendoli, consigliandoli, sorvegliandoli, con fine intuito seppe far sì che essi ottimamente assolvessero il compito di parlare ai fedeli il linguaggio del loro tempo, appunto per mostrare « che i dogmi immutabili e la divina eternità possono di epoca in epoca assumere vesti e volti /7/ e modi e parole nuove, e quasi adattarsi agli occhi e alle orecchie dell’uomo, tanto essi dogmi sono connaturali alla coscienza e alla salvezza dell’uomo, tanto la Chiesa maestra mirabile della volontà e del carattere, vuole essere direttamente e facilmente intesa dai suoi alunni e fedeli ».

Si ebbero così, grazie a Don Rossi, quegli eccellenti affreschi della nostra Parrocchiale, che, mentre nel complesso raggiungono un magnifico effetto decorativo, non sono meno notevoli nelle singole scene, in cui il Buono si veste delle forme del Bello, e canoni liturgici, e poetica fantasia, sentimento e ragione, certezza e mistero, mito e realtà, cielo e terra collaborano.

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Compiuta la decorazione pittorica (1871-72), Don Rossi non ristava nell’intrapreso lavoro di abbellimento della Chiesa Parrocchiale, ma lo faceva completare con le opportune dorature, e vi dava ancora più ampio sviluppo rinnovando la vecchia cappella di San Bernardo – prima buia e usata quasi da magazzino – apportandole, con opportuni accorgimenti, la luce, dedicandola a San Giuseppe e dotandola di una bella vetrata dipinta dal Marchisio. E poco dopo (1874-75) faceva collocare entro apposite nicchie a fianco degli altari dell’Addolorata e del Rosario le vigorose e nobili statue di San Pietro e di San Paolo, di Santa Lucia e di Sant’Apollonia, buone opere di Antonio Brilla, abilissimo scultore savonese, a cui è pure dovuto il bello altorilievo del Battistero, che, addossato prima a una parete in un punto di passaggio, dallo stesso Don Rossi era stato fatto sistemare entro un conveniente nicchione (1873). E in seguito curava ancora il restauro della sobria ma elegante facciata neoclassica con scrupoloso rispetto del disegno originale (1833) dell’architetto Ferdinando Caronesi.

/8/ Mi sono forse trattenuto un po’ a lungo a discorrere delle opere volute da Don Rossi ad abbellimento del nostro Sant’Andrea, ma ho creduto non solo opportuno ma doveroso il farlo, per dimostrare com’Egli, convinto della potenza educatrice dell’Arte, abbia saputo questa sapientemente volgere ai fini dell’apostolato cristiano, come sempre avvenne, del resto, fino a quando sorse in troppo grande parte del clero e dei fedeli un disgraziato amore per l’arte clorotica e svenevole che ancora oggi passa per arte sacra, o, come si dice con appropriato sospiro, per arte mistica.

Al Prevosto Rossi deve essere riconosciuto il merito singolare e non piccolo, d’aver saputo opporsi ai gusti oleografici e cromolitografici generalmente imperanti, e, con una chiara intuizione e una sapiente direttiva, arricchire la nostra Chiesa di degnissime opere d’arte, dando un esempio che merita di essere, anche ai giorni nostri, segnalato.

Don Rossi però non considerava ancora finito il suo compito, e andava disegnando ed eseguendo nuovi lavori. Fu dapprima l’ampliamento del presbiterio, onde meglio consentire lo svolgersi delle sacre funzioni, ampliamento ottenuto con l’avanzare la bella balaustrata in nero del Belgio e in rosso di Francia, elegantemente mossa nella sua linea curva. Fu più tardi la nuova Sacrestia detta delle Figlie di Maria, che, con un tempestivo immobilizzo dei fondi della Compagnia del Corpus Domini, salvati in tal modo dal minacciato incameramento, Egli costruì dalle fondamenta e dotò di capaci armadi destinati ad accogliere le magnifiche suppellettili liturgiche e i preziosi paramentali, di cui la Chiesa Castelnovese, che prima ne era quasi sprovvista, doveva dallo stesso Don Rossi essere largamente arricchita. E ancora, mentre a richiamare i fedeli al Tempio rinnovato, otteneva dal Comune che una nuova campana – la seconda per grandezza – venisse sostituita all’antica, spezzatasi /9/ per vetustà, associando, a onore di Dio, al tributo delle arti figurative quello della musica, Don Rossi dotava la Parrocchiale di un nuovo organo, assai pregevole costruzione del Baldi.

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Restaurata, abbellita, arricchita con così sani criteri la Casa di Dio, Don Rossi si volgeva con non minore fervore a ravvivare la vita religiosa della Sua Parrocchia, cercando di suscitare nel gregge a Lui affidato un nuovo rigoglio di fede e di attività cristiana.

Improntate a un saldo spirito religioso e a un vivo desiderio di promuovere il culto divino, e di fomentare la pietà con lo scambievole buon esempio, sorgevano così, a opera di Don Rossi, la Compagnia di San Giuseppe o della Buona Morte, eretta quando si inaugurò il nuovo altare dedicato a tal Santo, e quella dei Luigini destinata al perfezionamento dei giovanetti; mentre l’antica Confraternita delle Umiliate, di secolare esistenza, e la Compagnia dell’Addolorata, istituita dal Prevosto Cinzano e il cui Decreto Pontificio era stato ottenuto da Don Bosco la prima volta che fu a Roma, venivano fuse in una sola, con nuovi Statuti più consoni ai tempi. La riforma fu celebrata con feste solennissime per intervento di Prelati e di fedeli, ed è ricordata da una lapide apposta nella Chiesa Parrocchiale (1893).

Le Compagnie fondate o trasformate da Don Rossi, come è noto a tutti voi, vivono tuttora una vita fiorente, e attuano in modo mirabile quello scopo di edificazione cristiana ch’era nella mente del loro ideatore, il quale in tal modo, con geniale intuizione, – trovando d’altra parte piena rispondenza in ogni ceto della popolazione – realizzava largamente nel nostro paese, sul finire del secolo scorso, quella partecipazione del laicato all’apostolato /10/ del sacerdozio, che, in sostanza, è oggi l’essenza dell’Azione Cattolica.

Un’altra felice iniziativa andava intanto maturando Don Rossi per ravvivare anche maggiormente il fervore religioso delle popolazioni. Ed era quella delle prediche ai soli uomini di cui Egli può essere considerato il fondatore in Piemonte e che predicò con grande successo in molti luoghi, e stabilì a Castelnovo, facendole dettare da tre sacerdoti per la prima volta nel gennaio 1878, con immenso concorso di popolo anche dai paesi vicini (1).

Dopo di avere con opere, e istituzioni di tanta importanza, provvisto adeguatamente all’onore di Dio, Don Rossi non si arrestò. Uomo tutto cuore e amor del prossimo, volle porre la fede rinsaldata all’ombra della carità, onde dimostrare che essa è ancora oggi, come nei primi secoli, feconda di opere buone. E volto lo sguardo alle miserie e alle necessità di Castelnovo, Don Rossi lo fermava su due categorie di derelitti fisici e morali: gli infermi, i giovanetti. Avvistato il male, pensava immediatamente ai rimedi: l’Ospedale, l’Oratorio. E per l’Ospedale, questo Ospedale di San Giuseppe che oggi Lo celebra, faceva tosto costruire, presso la Chiesa di San Bartolomeo, un apposito edificio che, dati i tempi in cui sorse, non è certo spregevole costruzione sanitaria, e nel 1879 ne dettava gli Statuti (2), determinando ch’esso fosse destinato ad /11/ accogliere i malati poveri d’ambo i sessi e a ricoverare i cronici inabili al lavoro, e chiamando per l’assistenza degli infermi le buone Suore che, oggi come allora – diverse di Famiglia Religiosa (1), ma eguali nei sentimenti di carità che le animano – con spirito di abnegazione e di sacrificio, in tutti i modi si prodigano a vantaggio dei poveri ricoverati, gareggiando in zelo col benemerito Personale Sanitario del Comune, che, con ogni diligenza, presta la disinteressata e sagace opera sua a favore del Pio Ente.

/Ill. fuori testo 3a e 3b/

04a_Filipello_Rossi
04b_Filipello_Rossi
L’Ospedale di San Giuseppe di Castelnovo

Da oltre mezzo secolo l’Ospedale di San Giuseppe va compiendo nel nostro paese la grande opera di bene voluta da Don Rossi (2): perchè questa non venga mai meno, ma anzi, com’è nei voti, possa col tempo avere più moderne sistemazioni e più ampi sviluppi, i Castelnovesi dovranno non essere avari di appoggio verso di esso, sovvenendolo sempre con larga generosità (3): sarà /12/ questo il miglior omaggio alla memoria di Don Rossi, che per l’Ospedale ebbe sempre il più vivo affetto, come Sua creatura prediletta, a cui ancora nei Suoi ultimissimi giorni portò munifico soccorso e di cui volle rimanere finchè visse il Presidente, con soave delicatezza di pensiero conservando dei Castelnovesi per Suoi figli i più disgraziati ed infelici (1). –

E dopo l’Ospedale, che per sistemarsi in modo definitivo, com’è naturale, richiese molti anni, Don Rossi pensava all’Oratorio, ispirandosi agli analoghi istituti che, ad opera di Don Bosco, venivano sorgendo un po’ dappertutto per il bene della gioventù.

Nel 1889, coi sudati risparmi frutto dei Suoi libri e della Sua predicazione, Egli acquistava l’ampio caseggiato già dei /13/ Conti Mossi di Sant’Antonino, nel concentrico di Castelnovo; ne alienava poco dopo una parte e impiegava il ricavato nel trasformare e nell’adattare la restante, costruendo la Cappella, il Salone per le Adunanze e i Trattenimenti, la Tettoia-Palestra e la Specola, abbassando e spianando il giardino, arredando infine convenientemente i locali.

L’Oratorio San Luigi divenne in breve un’istituzione fiorentissima: palestra di forza, scuola di virtù, santuario di fede, esso, nella mente del suo Fondatore, mirava a completare e a sussidiare l’opera della Famiglia, della Chiesa e della Scuola, formando e guidando le anime giovanili, preservandole dal vizio, sottraendole ai pericoli e alle insidie della strada e facendo scendere su di esse, per mezzo dell’azione sacerdotale, la prima e benefica rugiada dell’istruzione religiosa. Con fine senso educativo, alternando alla disciplina dello studio e del dovere sani svaghi e onesti divertimenti, Don Rossi riuscì ad attrarre all’Oratorio schiere di fanciulli, che – plasmati alla Sua scuola – formarono una generazione di cittadini colti, intemerati e forti.

L’esempio di Don Rossi non si è perduto; e, mentre l’opera Sua dura nel tempo, il Suo spirito sembra aleggiare sugli educatori di oggi che – le orme di Lui calcando – tanto bene arrecano alla gioventù del nostro paese. —

Continuando la Sua opera a favore di Castelnovo, nel 1891 Don Rossi istituiva fra di noi la Società di Mutua Assicurazione contro i Danni degli Incendi, ispirandola a criteri tali da creare fra i consociati più che non un semplice rapporto fondato sull’utile e sull’interesse materiale, un intimo e saldo vincolo improntato ai più alti principi della solidarietà umana.

La Società Mutua, l’Ospedale, i’Oratorio sono istituti che ci rivelano tutta la generosità e la modernità delle idee di Don Rossi /14/ nel campo dell’educazione, dell’assistenza, della cooperazione sociale, ma non esauriscono la serie magnifica delle iniziative suscitate presso di noi dall’infaticabile Prevosto: mentre ancora le Sue vigili cure eran rivolte a consolidare la compagine delle Istituzioni appena create, e pur già fiorenti, Egli andava meditando e vagheggiando un’altra opera assai cospicua e significativa: l’erezione di un Monumento a Don Giovanni Bosco, che la sorte voleva fosse l’estremo ricordo da Lui lasciato fra di noi al Suo allontanarsi da Castelnovo, quasi pegno dell’inestinguibile affetto nutrito per la Sua patria di adozione, concretato in un degno omaggio alla più fulgida gloria della nostra terra. Nel 1893 Don Rossi avanzava la Sua proposta (che naturalmente veniva accolta con grande entusiasmo da tutta la popolazione), e pensava poi tosto al modo di tradurla in atto, concertando con l’autorità Comunale le modalità pratiche per la realizzazione. I Suoi sforzi non riuscirono vani, e il concorso, il cui bando conteneva precise e sagge direttive, suggerite dallo stesso Promotore, passato al vaglio di una Giuria ottimamente scelta, dava quel felice risultato che oggi tutti possono ammirare, portando alla vittoria il bozzetto dello Giovanni Antonio Stuardi Poirino 1862-1938 Stuardi, in cui, nella fedele adesione alle norme dettate o ispirate da Don Rossi, è efficacemente sintetizzata l’opera di Don Bosco per la redenzione morale e intellettuale della gioventù di tutto il mondo.

L’opera incontrò il plauso universale, e diventò fonte d’ispirazione di buona parte dei monumenti in onore di Don Bosco che in ogni parte della terra hanno fatto seguito a questo primo, eretto per iniziativa di Don Rossi nel paese natio del grande Santo.

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Da ciò che son venuto dicendo, appar chiaro come Castelnovo debba al Prevosto Rossi buona parte di quanto, fra le realizzazioni moderne, costituisce per essa ragione di vanto. A Lui infatti /15/ spetta il merito di aver promosso quella mirabile fioritura di felici iniziative, che, in ogni campo, si è verificata nel nostro paese durante l’ultimo quarto del secolo scorso, e che lo ha dotato di molteplici opere e istituzioni di grande vantaggio spirituale e materiale, e di creazioni opportune e geniali, per le quali la gratitudine nostra verso di Lui dovrà durare in eterno. Dall’Ospedale di San Giuseppe all’Oratorio Festivo, dalle Confraternite religiose ai Sodalizi mutualistici, dai restauri di vetusti edifizi sacri, alla creazione di nuove opere monumentali, non vi è, si può dire, da noi manifestazione di pietà o di arte, di assistenza sociale o di formazione educativa che non rechi l’impronta del Suo nome. Ottime iniziative hanno avuto in Don Rossi l’ardito promotore, l’illuminato e tempestivo suggeritore, il munifico finanziatore; col Suo infaticabile zelo, col Suo caldo entusiasmo, con la Sua larga generosità, Egli ha saputo trionfare di tutte le difficoltà e realizzare un imponente complesso di opere che Gli guadagnano il plauso e la riconoscenza dei posteri, e Lo pongono al primo posto fra i Benemeriti del nostro paese.

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Ma se l’alta importanza pubblica e il numero non piccolo delle opere che ho ricordato come compiute da Don Rossi (e ho taciuto, per non dilungarmi troppo, di qualche altra, come dei restauri alle numerose Cappelle agresti, del riordinamento del Cimitero, rimasto fino ai Suoi tempi in stato di grande abbandono, della costruzione della Chiesetta di San Rocco, per le Sue insistenti premure riedificata nel luogo attuale, dopo molti anni che dal Comune era stata fatta demolire l’antica, sorgente là dove ora è il largo Monsignor Bertagna), se l’alta importanza pubblica e il numero non piccolo di queste opere additano Don Rossi alla /16/ nostra ammirazione grata e benedicente, ammirazione non meno grande sorge in noi quando si passa a considerare il nostro antico Prevosto nella Sua attività, più propriamente sacerdotale, di consigliere, di direttore d’anime, di predicatore.

La memoria delle benemerenze di Don Rossi, anche in questo campo, è tuttora vivissima a Castelnovo; interrogate i vecchi e anche i non tanto vecchi e vi diranno che Don Rossi era il consigliere, l’avvocato, il padre di tutti i suoi parrocchiani: che la Sua autorità morale era immensa, eh’Egli con la innata bonarietà, col tatto squisito, magari, al momento opportuno, con una bottiglia del famoso vino della « Pera », sempre con una buona parola, accompagnata da qualche felice arguzia, riusciva ad attirare a se anche i più restii, che, colpiti dalla Sua integrità, dalla Sua rettitudine, dal Suo disinteresse, finivano per diventargli devotissimi.

E i sorrisi della Sua bontà, confortati dall’autorità del Suo nome, propagati dal Suo spirito di apostolo, penetravano nei focolari domestici, dove con i Suoi consigli e con i Suoi moniti ristabiliva i vincoli della concordia, ravvivava i doveri della religione, espandeva i profumi della virtù cristiana; e attraverso a quest’opera evangelica, rafforzando fra il gregge a Lui affidato i vincoli della carità che unisce gli affetti e i sentimenti nel nome santo di Cristo, diffondeva nel nostro paese, stretto intorno a Lui come una sola famiglia, un’aura di religiosità ch’era come una brezza ristoratrice.

Nè meno benefica riusciva l’opera umile e nascosta ma nello stesso tempo sublime ed efficace che Egli compiva al tribunale della penitenza, soprattutto nei riguardi degli uomini. Infaticabile operaio evangelico, Egli poneva con supremo disinteresse il Suo ingegno, i Suoi studi, la Sua attività, al servizio delle anime, che innumerevoli guidava sulla via della virtù e del bene.

Vescovo di Pinerolo
Mons. Giovanni Battista Rossi
Vescovo di Pinerolo (1894-1922)
Presidente, dalla fondazione fino alla morte, dell’Ospedale di San Giuseppe
di Castelnovo

/17/ Pochi uomini – e il mio non è certo elogio esagerato – raggiunsero quella penetrazione e quel discernimento, quella sapienza e quella giustezza di giudizio che rifulsero in Don Rossi. Tutti coloro che ricorrevano a Lui per averne consiglio nei casi più difficili e complessi erano sicuri di attingere dal Suo labbro una parola, la quale, per essere scevra da ogni passione umana, portava seco la divina impronta della verità e sapeva mirabilmente adattarsi ai vari bisogni individuali. —

E non ultimo merito di Don Rossi, nascente appunto da questa Sua penetrazione dell’animo umano, fu quello di aver diretto tanti giovani sulla via del Santuario: ardua opera e somma responsabilità è certo quella di conoscere le vocazioni dei giovani e di avviarli allo stato sacerdotale: ma il retto e savio consiglio di Don Rossi, sollecito ad allontanare dalla milizia ecclesiastica quei giovani che si rivelassero ad essa inadatti, quanto ad aiutare in ogni modo gli eletti da Dio a superare le difficoltà, seppe risparmiare da una parte tante sventure e dall’altra donò alla Chiesa sacerdoti ed apostoli che promossero e promuovono il bene, che furono e sono esempio preclaro di virtù e di opere sacerdotali.

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Uomo di fede e di azione, quale ve lo sono venuto delineando fin qui, Don Rossi non poteva non rifulgere anche sul pulpito, da cui la Sua parola libera e forte, evangelica sempre e ammonitrice, faceva sentire a tutti la voce augusta di Dio richiamante all’osservanza dei doveri cristiani.

Dominato dall’ardore della propaganda apostolica, munito di una salda preparazione teologica, col favore ancora di quelle doti esteriori che tanto contribuiscono ad integrare l’oratore, Egli parlò, ammiratissimo, in tutto il Piemonte. Chiamato ovunque a dettare /18/ missioni al popolo, ed esercizi al clero e ai seminaristi, la Sua parola sapientemente adattata ai vari ambienti, riusciva sempre utile, convincente, fruttuosa.

Predicatore assiduo a Castelnovo, i Suoi discorsi erano ascoltatissimi, particolarmente dagli uomini, che numerosi si affollavano nel Tempio, e pendevano dal Suo labbro. Quando altri oratori, anche di grido, erano chiamati fra di noi, nessuno eguagliava mai i Suoi successi e a Castelnovo era corrente il detto: « Don Rossi invita sempre predicatori meno abili di Lui ».

Il Suo stile popolare spiega pienamente i frutti della predicazione da Lui svolta nei nostri paesi. Chi non ha avuto la fortuna di udire le Sue prediche avvivate dalla voce tonante, dalla forza persuasiva, dalla ammirevole vivacità che Gli erano proprie, può sentirne qualche eco negli scritti che ci ha lasciato, dove troverà dottrina sana e salutare, riflessioni opportune e quanto mai efficaci, semplicità aurea studiata fin nelle frasi e nelle parole, adattamento alla comune dei lettori sia nella scelta degli argomenti, sia nel modo di svolgerli, sia ancora nella maniera di esprimersi; convincimento profondo che si rivela dalle prime alle ultime espressioni di ogni trattazione.

Sono queste le doti per le quali don Rossi riuscì a penetrare le anime e a conquistarle attraverso ai Suoi libri e ai Suoi discorsi, nei quali echeggia potentemente la parola divina, chiara e precisa, semplice e autorevole, che va al cuore e dischiude le sorgenti della grazia.

Gli scritti di Lui, a cui ho accennato, e che certo non mancano nella maggior parte delle famiglie castelnovesi, sono stesi in uno stile facile, arguto, adatto alla intelligenza del popolo, ma sono in pari tempo sodi e ben condotti, tali da colpire la fantasia del lettore e lasciarvi una indelebile impronta. Della Sua « Vita di /19/ San Giuseppe », del « Mondo Simbolico », del « Catechismo innestato sui Vangeli delle Domeniche, delle « Istruzioni Parrocchiali » della « Gioventù istruita con apologhi, favole e similitudini », opere tutte di notevole mole, credo non si possa dare migliore e più autorevole giudizio di quello che intorno ad esse esprimeva l’Em.mo Card. Alimonda, Arcivescovo di Torino, rivolgendo al loro Autore queste lusinghiere parole: « Nessuno meglio di Lei, zelante pastore e indefesso missionario, conosce le necessità del popolo; nessuno studiò con più amore di Lei gli usi, le tendenze, i costumi delle popolazioni rurali; ebbene dalla conoscenza dei bisogni e più dalla carità del Suo cuore, escono libri che a me paiono opportunissimi ai tempi presenti ».

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L’attività inesausta, multiforme, benefica che Don Rossi veniva svolgendo nel nostro paese, non poteva rimanere celata, non doveva restar senza premio.

E l’ora del premio sonò.

Dio, di cui Don Rossi indefessamente curava la gloria, riserbava al Suo apostolo una missione più grande, e ve Lo chiamava ancora col prestigio della pienezza sacerdotale. Nel solenne Concistoro del 18 maggio 1894, da Leone XIII, Don Rossi veniva preconizzato Vescovo di Pinerolo, e il 27 dello stesso mese riceveva in Roma, nella Cappella delle Maestre Pie Filippine, la Consacrazione Episcopale.

Don Rossi, Monsignor Rossi doveva lasciarci!

Fu un’ora di intensa commozione per Castelnovo e per il suo Pastore; fu un’ora di gioia grande, velata dall’immenso rimpianto del distacco..... Ma fu un distacco di corpi, non di anime; e mentre /20/ Mons. Rossi allontanandosi di qui (1), a tradurre in un simbolo araldico i sentimenti che Lo legavano alla Sua antica Parrocchia, sentimenti che conservò caldi e fecondi per tutta la vita, levava fra gli emblemi del Suo stemma (2) un castello di rosso fiammante, un Castel Novo (3), e a lasciarci ancora un pegno del suo affetto per la nostra terra, volle che tutto fosse concretato per l’erezione del Monumento a Don Giovanni Bosco; e anche di lontano, in ogni occasione, dimostrò la Sua paterna benevolenza, e la Sua /21/ sollecitudine, per questa Sua seconda patria; d’altra parte il nostro paese continuò a guardare con devota gratitudine e con affettuosa fiducia a quello che considerava ancora il suo Pastore; e una « dolce corrispondenza di amorosi sensi » corse tra Castelnovo e Pinerolo, dove si vide una schiera ininterrotta di nostri concittadini di ogni età e di ogni ceto, ricorrere al venerando Vescovo per conforto e per consiglio, ed essere da Lui paternamente accolti e dissetati alla fonte della Sua saggezza.

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Esula dal compito che mi sono prefisso parlare del lungo e benemerito Episcopato di Mons. Rossi a Pinerolo, ma non posso a meno di accennare, sia pur fugacemente, alle opere maggiori che colà eternamente Lo ricordano e Lo raccomandano alla riconoscenza dei posteri, affinchè apprendiate che non siamo noi soli a tesserne altissime lodi.

Debbo almeno richiamarvi i felici restauri dell’antico Duomo di San Donato condotti a termine sotto di Lui; la costruzione del nuovo Seminario, superbo e grandiosissimo edificio interamente dovuto alla Sua iniziativa; la fondazione di un Orfanotrofio Femminile nell’antico Seminario; la creazione di uno splendido piazzale presso il vetusto San Maurizio e l’ampliamento, su di esso, della Chiesetta della Madonna delie Grazie, da Lui trasformata in bellissimo /22/ Santuario Diocesano, inaugurato allorché si tenne il Sinodo Pinerolese, altra Sua iniziativa degna di encomio; l’erezione di una bella Chiesa dedicata al Sacro Cuore, sorta nel 1913, in occasione del Suo Giubileo Sacerdotale, presso Luserna San Giovanni..... E taccio, per non dilungarmi più oltre, delle sue numerose Visite Pastorali, degli efficacissimi Esercizi predicati, di tutto il bene spirituale e materiale, più o meno noto, ma indubbiamente grande, che Egli fece al Suo nuovo gregge; ma non posso a meno di ricordare con immensa gratitudine, anche per ragioni famigliari, che, da Pinerolo, Egli suscitava ancora fra di noi l’iniziativa della ricostruzione della Cappella di San Sebastiano (1899) nella forma elegante di cui essa oggi si presenta, venendo Egli stesso a inaugurare il graziosissimo edificio architettato dal Gallo. Così il Suo ministero fra di noi, come si era iniziato si concludeva e si perpetuava con un omaggio di bellezza a onor di Dio; onde dai restauri di Sant’Andrea, al Monumento di Don Bosco, alla Chiesetta di San Sebastiano, attraverso alle infinite opere di bene, i venticinque anni della Sua Prepositura si possono riassumere in un sol motto, che sembra essere stato il programma del Suo apostolato: « Pro pulchro et bono », per il buono e per il bello che nell’opera di Lui si identificano.

 Ultimi anni
Mons. Giovanni Battista Rossi negli ultimi anni di vita

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Quando la morte, or son dodici anni, colse Mons. Rossi, ottantaquattrenne e carico di meriti, quasi sei lustri erano trascorsi dal giorno in cui Egli aveva dovuto allontanarsi da noi, ma il ricordo di Lui durava, come dura, vivissimo e nostalgico, e il cordoglio fu unanime e profondo.

Era morto Colui, che credo possa a buon diritto esser chiamato il Padre della moderna Castelnovo; e si sentì un vuoto che parve ed era incolmabile.

/23/ Oggi Egli è ritornato fra di noi.....

Oggi Castelnovo assolve il suo debito di riconoscenza, e consacra nel marmo, che i secoli peneranno a distruggere, il nome venerato del suo benemerito Parroco.

Tuttavia la durata di questo monumento potrà avere un termine; il tempo potrà un giorno consumarlo

Il nome e la gloria di Mons. Rossi dureranno imperituri, perchè sono scolpiti nei cuori!

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[Note a pag. 3]

(1) Assistevano alla solenne commemorazione S. E. Rev.ma Mons. Matteo Filipello, Vescovo di Ivrea, tutte le Autorità religiose, civili e politiche di Castelnovo e dei dintorni, numerose rappresentanze dei vari Enti, Sodalizi e Organizzazioni locali, e un grande stuolo di beneficati, di ammiratori e di popolo. S. E. Rev.ma Mons. Gaudenzio Binaschi, Vescovo di Pinerolo, si era fatto rappresentare dal Vicario Generale, Mons. Silvio Cuatto.

Il Presidente dell’ospedale di San Giuseppe, Sac. Angelo Andriaro, aprì la cerimonia ricordando come da vari anni l’Amministrazione della Pia Opera avesse in animo di rendere pubblica testimonianza d’onore alla memoria dell’illustre e benemerito Fondatore ed esponendo le ragioni burocratiche che /4/ ritardarono l’attuazione di tale divisamente. Mise quindi in rilievo la vasta attività assistenziale svolta attraverso a tanti anni dall’ospedale, sulle orme segnate da Mons. Rossi, e incitò i Castelnovesi a dare ad esso il loro costante, munifico appoggio. Infine ringraziò le illustri personalità presenti e comunicò le adesioni inviate da S. E. Rev.ma Mons. Angelo Bartolomasi, Arcivescovo di Petra e Ordinario Militare per l’Italia, già Vescovo di Pinerolo, dal Cavallermaggiorese Gr. Uff. Dott. Attilio Bonino, Membro del Direttorio Nazionale del P. N. F. e Segretario Federale di Cuneo, dal Podestà di Cavallermaggiore, Dott. Cav. Vittorio Tavella, dal Priore della Parrocchia di San Michele di Cavallermaggiore, Mons. Giovanni Bonada, ecc.

Scoperti, fra vive acclamazioni, il busto e la lapide, prese la parola il Podestà di Castelnovo, Cav. Silvio Andriano, il quale espresse i sensi della civica riconoscenza verso Mons. Rossi, in ogni campo benefattore insigne del paese, e presentò quindi l’Oratore ufficiale. Torna al testo ↑

[Note a pag. 10]

(1) Questa fondazione è usualmente conosciuta a Castelnovo col nome di « Quarantore degli Uomini ». Torna al testo ↑

(2) Lo Statuto Organico dell’ospedale di San Giuseppe, tuttora vigente, reca la data dell’8 novembre 1879 e consta di 23 articoli. La Pia Opera fu eretta in Ente Morale con R. Decreto 22 gennaio 1880, col quale fu pure approvato lo Statuto, edito lo stesso anno presso la Tipografia Salesiana di Torino.

/11/ Il 17 giugno 1883 fu redatto il Regolamento di Amministrazione e di Servizio Interno, approvato dalla Deputazione Provinciale di Alessandria il 25 settembre 1884 e stampato presso la Tipografia Giulio Speirani (Torino, 1884), in seguito parzialmente modificato. Torna al testo ↑

[Note a pag. 11]

(1) Alle Suore del Cottolengo, chiamate all’epoca della fondazione, sono successe quelle della Congregazione di San Giuseppe di Torino. Torna al testo ↑

(2) Nei suoi undici lustri di vita, l’Ospedale di San Giuseppe ha avuta una media costante di 12 ricoverati (ammalati poveri e cronici inabili), soddisfacendo sempre alle necessità locali. Torna al testo ↑

(3) Si ritiene opportuno rammentare le seguenti norme dello Statuto e del Regolamento dell’opera:

Statuto. – Capo III. Amministrazione. – Art. 5. ..... (Omissis) hanno diritto alla nomina di un Membro gli Azionisti (Oblatori), finché le loro offerte non sono inferiori a L. 150 complessive.....

Capo iv. Benefattori. – Art. 17. ..... (Omissis) È fatta a chiunque facoltà di fondare un letto incurabile nell’ospedale, mediante una rendita di L. 350. Il Benefattore che si riserva la facoltà di nominare anche un forestiero ad occupare la piazza fondata, dovrà dare la rendita di L. 400.

Art. 18. – La memoria dei Benefattori più insigni sarà conservata nell’Ospedale o con busti, o con lapidi, o con semplici iscrizioni.

Regolamento. – Capo I. – Dell’Amministrazione. – Art. 2. – In adempimento al disposto dell’Art. 18 dello Statuto Organico, sopra di apposita tabella da conservarsi nell’atrio dell’ospedale, saranno registrati i nomi degli /12/ Oblatori le cui offerte non sono inferiori a L. 500, con indicazione della somma offerta. Il cadavere degli Oblatori d’una somma non inferiore a L. 1500 sarà sepolto, a richiesta dei congiunti, nella tomba sepolcrale che l’amministrazione, servendosi dei fondi dell’ospedale, farà quanto prima erigere (è stata eretta) nel Cimitero di questo luogo per i Benefattori più insigni del Pio Istituto. La memoria degli Oblatori di una somma non inferiore a L. 5000, oltre dei due modi precedenti, sarà conservata mediante un busto, che si conserverà nel recinto dell’ospedale.

Art. 3. – Sopra di apposito registro da conservarsi nella sala delle adunanze dell’Amministrazione saranno descritte tutte le oblazioni private inferiori a L. 500 e maggiori di L. 10.

Art. 4. – L’ Amministrazione interverrà in corpo al trasporto funebre della salma dei Benefattori aventi diritto all’onore nella tomba speciale nel Cimitero. Torna al testo ↑

[Note a pag. 12]

(1) Rimasto Presidente dalla fondazione (1879) fino alla morte (1922), a norma dell’art. 5 dello Statuto, dopo il suo passaggio a Pinerolo (1895), Lo rappresentò, in veste di facente funzione di Presidente, il Sig. Stefano Turco fu Domenico. Alla morte di Monsignor Rossi, il Consiglio Comunale, investito statutariamente della potestà di nomina, elesse Presidente il Sig. Giacomo Marchisio fu Giovanni, a cui seguirono il Dott. Comm. Giovanni Batt. Filipello (1923), il M.o Giuseppe Antonio Ostino (1925), il Cav. Silvio Andriano, Commissario Prefettizio (1932) e il Sac. Angelo Andriano, Presidente (1933).

La nomina del Presidente, in seguito all’avvenuta soppressione dei Consigli Comunali, spetta ora al Podestà, che elegge pure due Amministratori, mentre un terzo è nominato dalla Congregazione di Carità, e un quarto dagli Oblatori. Torna al testo ↑

[Note a pag. 20]

(1) Il solenne ingresso a Pinerolo ebbe luogo il 20 gennaio 1895. Torna al testo ↑

(2) Semipartito e spaccato al primo d’azzurro alla costellazione dell’orsa maggiore d’argento (sette stelle di sei raggi caduna) accompagnata in capo da un’altra stella di otto raggi dello stesso; al secondo d’argento (alias d’oro) all’agnello pasquale adagiato su di una croce posata sul libro dei sette sigilli, il tutto al naturale; al terzo d’argento il castello di rosso di due torri, murato, e finestrato di nero, fondato nella campagna di verde. Motto: « Ros sicut pluvia in vellus ».

Il Vescovo pro tempore di Pinerolo, oltre al titolo principale, usa i seguenti: Prevosto di Oulx, Signore di Chaumont, dell’Abbadia di Santa Maria e di San Pietro in Val Lemina e Conte. Nell’Elenco Ufficiale della Nobiltà Italiana figura soltanto come Signore di Chaumont. Torna al testo ↑

(3) Il castello di rosso, tratto dallo stemma del Fondatore, e alludente in pari tempo al paese in cui svolge la sua opera di bene, si trova pure nell’attuale arma o insegna del nostro Ospedale, nella quale, alla originaria figura di San Giuseppe, nel tipo caratteristico di vecchio barbato, reggente la verga fiorita, e contornato da arnesi da falegname, quale impressa (1880) in fronte agli Statuti di fondazione, sono stati aggiunti, oltre al detto castello, il cuore ardente, simbolo d’amore e di carità, la croce rossa, contrassegno di antiche e nuove Istituzioni Ospitaliere, e il motto, inteso a richiamare il nome di Mons. Rossi e l’ardore di carità da cui fu dominato il suo cuore, ardore che, come ha lasciato un’indelebile impronta nell’opera da Lui creata, deve pure infiammare il cuore di tutti i Castelnovesi. Pertanto lo stemma usato dall’Ospedale, mentre ricorda e onora il Fondatore, mette opportunamente in evidenza il carattere della Pia Istituzione, che è ministra di carità, ma che pure di carità vive. Descritto secondo la terminologia araldica lo stemma dell’ospedale di San Giuseppe di Castelnovo è il seguente: D’argento, al San Giuseppe al naturale, con l’aureola raggiante d’oro, vestito dello stesso, col mantello d’azzurro; appoggiantesi colla destra al manico di una scure, e tenente colla sinistra un ramo di giglio, fogliato, bottonato e fiorito di tre pezzi, il tutto al naturale e posto in palo; addestrato da una crocetta di rosso, e sinistrato da un castello dello stesso, merlato alla guelfa, murato, aperto e finestrato di nero, sormontato da un cuore infiammato di rosso; alla campagna erbosa di verde, sulla quale (a tergo del Santo) posa una trave al naturale, posta in banda, appoggiata a destra alla testa di un’altra trave, e caricata a sinistra di una sega da carpentiere rivoltata e parimente posta in banda, il tutto al naturale. Lo scudo accollato a due rami di palma al naturale, decussati. Motto: « Ardore caritatis rubescit ». Torna al testo ↑