Memoria della Sig.ra Enza Pareglio in Puleio
Ci avviciniamo al 25 Aprile, giorno in cui nel 1945 finì la guerra. Quei tristissimi giorni mi ricordano le mie vicissitudini tanto tristi quanto tragiche. Ma incomincio qui la mia storia.
Nel 1941 ero impiegata all’ufficio P.T. di Castelnuovo Don Bosco e svolgevo anche il lavoro di Telegrafista. Poiché tale lavoro era la mia grande passione, ben presto riuscii a capire tutto l’alfabeto Morse a udito e ricevevo i telegrammi senza alcun bisogno di leggere la zona su cui si imprimevano punti e linee. Il mio grande desiderio era di potere un giorno essere assunta presso qualche aeroporto come radiotelegrafista. Mai più pensavo che quanto desideravo stava per avverarsi e che purtroppo il destino mi riservava tante amare sorprese.
In quel tempo ai Comuni di ogni paese giunse una circolare in cui si chiedeva l’opera femminile da essere assunta negli aeroporti come radiotelegrafiste per sopperire alla mancanza di soldati partiti per il fronte. Io presi la palla al balzo, feci domanda per essere assunta e, malgrado sperassi di essere mandata all’aeroporto di Mirafiori (Torino, vicino a casa) poiché ero già a conoscenza dell’alfabeto Morse e orecchista, mi spedirono al Ministero dell’Aeronautica a Roma, dove trasmettevo e ricevevo solo rotte aeree.
Dopo sei mesi di permanenza a Roma, su mia pressione mi mandarono finalmente a Mirafiori dove già allora percepivamo Lire 800 mensili. Dico “percepivamo”, perché altre mie colleghe furono state assunte dopo un corso di Radiotelegrafista durato tre mesi, tenutosi a Milano.
Lì a Mirafiori stetti circa due anni, lieta per il mio lavoro che mi dava tante soddisfazioni, ma anche con tanta paura addosso perché quando eravamo di servizio e venivano a bombardare buttando prima i bengala per illuminare il campo, stavamo sempre col fiato in sospeso e pregavamo, lavorando, che Iddio ci salvasse. Fortunatamente soltanto una bomba fu sganciata dal nemico sull’aeroporto dove finiva la pista, e noi marconiste ce la cavammo con un grande spavento. Lo spostamento d’aria ci fece ruzzolare l’una sull’altra, i vetri e i lampadari si sbriciolarono; ma noi, tutte e cinque, fummo salve, grazie a Dio.
Prima dell’arrivo degli Americani vennero i Tedeschi, che ci ordinarono di restare in servizio. Dopo alcuni giorni, essendo gli Americani già in suolo italiano in Sicilia, i Tedeschi, vedendosi sconfitti, minarono la nostra stazione radio, e tutto saltò in aria, compresi gli strumenti. Ciò dopo averci fatto sgomberare e metterci al sicuro. Dopo due giorni i Tedeschi ci ordinarono di avvisare le nostre famiglie che noi saremmo partite per destinazione ignota. Quanti pianti e suppliche, ma non ci fu niente da fare. Io, assieme ad altre cinque infelici, fui costretta a salire su un vagone ferroviario chiuso, come quelli in cui si trasferiscono animali, e spedita in una località dell’Austria, cioè Linz, assieme alla mia amica Lina. Le altre mie colleghe in altri posti diversi.
Quanti chilometri facemmo non lo sapemmo mai; so soltanto che i Tedeschi ci fecero scendere in aperta campagna e, dopo una camminata alquanto lunga, arrivammo ai campo di concentramento. Lì dormivamo assieme a tante altre in brande a castello in un grande stanzone, dove nel mezzo c’era una stufa alimentata a segatura. Per l’ora del pranzo e della cena la guardia tedesca suonava un campanello e noi, con altri, tutti in fila indiana, si andava in mezzo al campo, dove una pentola piena di brodaglia aspettava di essere vuotata.
Fortunatamente stetti in tale campo soltanto otto giorni, otto giorni di paure, di fame e di tanta nostalgia dei miei cari e della mia Italia. Mi trasferirono quindi a Innsbruck, dove mi fermai un solo giorno; indi mi mandarono a Ebensee, un piccolo paese di montagna. Non posso descrivere i momenti di sconforto. Non comprendevo la lingua tedesca, avevo tanta fame e nessuno mi aiutava. Mi mandarono a lavorare alla Spinnerei (filanda o fabbrica di teleria).
Ora racconto un fatto poco piacevole e mai dimenticato. Si andava in fabbrica al mattino alle sei e si ritornava alle diciotto, dopo aver consumato alle dodici un po’ di brodaglia e qualche kartoffel (patata). Un mattino, avendo la febbre, non mi presentai in fabbrica. Dopo mezz’ora una voce arrogante disse: «Warum du, Italienerin, heute nix Arbeit?» (Perché tu, italiana, oggi niente lavorare?). Risposi: «Ich bin krank.» (Io sono ammalata). Dopo mezz’ora mi vidi davanti due Polizei (poliziotti), che, pregandomi di vestirmi, mi spiegarono che dovevo restare due giorni in prigione. Pazienza! Me ne restai piangente e febbricitante due giorni in galera in una piccola cella, dotata di una sola brandina.
Dopo tante peripezie, restai a Ebensee sette mesi ed ero diventata l’ombra di me stessa, senza più alcuna forza di vivere e lottare. Mi consolava soltanto il sapere che gli Americani già si avvicinavano. Un bel giorno tre italiani, anch’essi a Ebensee, con l’incarico di infilare i moribondi (internati politici) nel forno crematorio poco distante dalla mia camera (sì perché si trovava essendo a Ebensee il campo di concentramento per internati politici) mi dissero di avere l’intenzione di scappare di notte per raggiungere il confine del Brennero. Io ero senza volontà, ma la forza della disperazione e l’idea di poter riabbracciare i miei cari mi spinsero ad accettare. Così una notte, verso le 24, lasciammo Ebensee alle nostre spalle e, camminando vari giorni e notti, raggiungemmo il Brennero. I miei tre amici di sventura erano in regola perché avevano ottenuto, in cambio di sigarette, un certificato medico fasullo che attestava che erano ammalati. [destinato?] Io invece non avevo scuse. Il Signore mi aiutò, perché giungemmo alla frontiera del Brennero proprio il 25 aprile, giorno in cui era cessata la guerra. I polizei mi guardarono e sghignazzarono vedendomi piangente e dissero: «Italienerin paura! Andate, andate; oggi guerra finita». Alzarono quella lunga sbarra che separa l’Austria dall’Italia e noi tutti, piangendo dalla gioia, ci ritrovammo sul suolo italiano, cioè vicino a Dobbiaco. Ivi gli Americani ci ospitarono in un grande salone e assaggiammo assieme a altri rimpatriati, dopo tanti mesi, una buona minestra e pane bianco.
Per avvicinarci io a Torino e i miei tre amici a Genova (erano Genovesi) facemmo l’autostop, poiché sia le linee ferroviarie sia i telefoni erano guasti. In ogni cittadina che passavamo, c’erano i centri della Croce Rossa che ci rifocillavano e così, dopo tante sventure, almeno io speravo di riabbracciare presto i miei cari; ma purtroppo una grande tragedia mi attendeva ancora.
Giunta da Chieri a Castelnuovo a piedi, mi accinsi a chiedere ai miei compaesani notizie dei miei cari; ma con mia sorpresa tutti mi accarezzavano e si allontanavano. Solo una vecchietta – credo arteriosclerotica – credendo di darmi una buona notizia, mi disse: «Cara Signorina Pareglio, lo sa che sua Mamma è morta?». Sono svenuta. La mia povera Mamma l’avevano sotterrata venti giorni prima del mio arrivo. L’avevano mitragliata i Tedeschi mentre andava ad Asti al comando tedesco per avere mie notizie [...]
Non aveva ancora 40 anni e lasciò dietro, oltre me, altri cinque figli piccoli.
Questa è la mia triste storia. Lascio dietro tanti particolari che sono agghiaccianti, ma sto scrivendo con le lacrime agli occhi e soffro ancora oggi per tutto quello che ho vissuto.
Descrivo il campo di concentramento di Ebensee. Gli internati politici (circa un centinaio) abitavano in baracche di legno ed erano vestiti a zebra con un numero di matricola. Avevano il compito, ogni notte, di far saltare la montagna che sovrastava il campo con le mine, e ogni minuto si sentivano scoppi. Tutta la montagna era illuminata con bengala. Il campo era circondato da rete metallica con filo spinato, dove era inserita la corrente elettrica. Tanti poveri disgraziati colà internati si suicidarono fulminandosi, aggrappandosi ai fili spinati, per porre fine ai loro giorni di disperazione. C’era un grande forno crematorio, dove venivano infilati i moribondi, e ricordo la ciminiera che fumava sempre nero. Quante volte ho visto passare sotto la finestra tutti quegli sventurati, pallidi, smunti: sembravano cadaveri. Quando uno di loro sveniva per la denutrizione, le guardie che li scortavano davano botte col calcio del fucile in testa, lo stordivano e lo portavano al forno. Questi poveretti, malgrado Ebensee fosse un paese di montagna, con sempre circa 80 cm. di neve, calzavano un paio di zoccoli di legno, aperti dietro, e un pezzo di sacco copriva le estremità; spalavano la neve, vuotavano i pozzi neri, facevano i lavori più scabrosi, sempre guardati a vista dalle guardie, che non esitavano ad uccidere se qualche internato osava ribellarsi o se non eseguiva il lavoro per bene.
Non so se qualcuno di quei poveretti è riuscito a sopravvivere ed è riuscito a scappare per raggiungere la sua patria. Io ne dubito. Qualche volta pensando a quei poveri derelitti mi viene da piangere. Spero soltanto che la loro sofferenza sia servita a rendere meno [...]
Data 21 aprile 1985