Edoardo Arborio Mella
Federico Mella

Cenno storico artistico
sull’Abbazia e Chiesa di Santa Fede
presso Cavagnolo

Giornale dell’Ingegnere e dell’Architetto Vol. XVIII
Torino 1870

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Cenno storico artistico
sull’Abbazia e Chiesa di Santa Fede presso Cavagnolo.

(V. le Tav. 27.a, 28.a e 29.a)

Gran disdetta pegli archeologi, che in un monumento, quanto più le vetustà del complesso, e la curiosità dei particolari invogliano a ricercarne l’origine, altrettanto in ragion diretta vengan meno i documenti storici ad accertarla! Così avviene dell’antica chiesa e monastero, detto di S. Fede, presso Cavagnolo sulla sponda destra del Po.

Elevata su di un poggetto dell’estrema scesa di ubertose colline che a mezzodì, a ponente, a tramontana ne chiudono la solinga valletta, ove giace, ella fa parte attualmente di un caseggiato colonico, che rimpiazzò l’antico chiostro, e che talmente l’invola al curioso avventore, che in vicinanza di lei pur dubita che ivi esista una chiesa, se qualche sospetto non ne destasse un umile campanile, di niun interesse, elevato appena qualche metro oltre del tetto.

Questa graziosa chiesuola deve la sua conservazione appunto al caseggiato che l’appuntella e la nasconde, mentrecchè isolata mal avrebbe scampato le avarie delle vicende guerresche, delle quali fu teatro nei secoli posteriori, grazie alla vicinanza della fortezza di Verrua, famosa per le ripetute prove del valore sabaudo.

Nella mancanza assoluta di documenti positivi sull’origine del monastero di S. Fede, la tradizione lo dice fondato da S. Mauro discepolo di S. Benedetto, allorché da Monte-Cassino recandosi in Francia, dove lo aveva chiamato il vescovo di Mans, dovette nel 13 marzo del 543 sostare in Vercelli, per un sgraziato accidente toccato ad uno della comitiva che l’accompagnava. La storia, che ci conservò tutti i particolari del suo transito, e dell’incidente occorso, estraneo al nostro scopo, e persino del numero dei giorni passati in Vercelli non fa, nè allora nè poi, il menomo cenno della pretesa fondazione di S. Fede, attribuita a S. Mauro. La tradizione sembra pertanto destituita di fondamento.

Verso il fine dello scorso secolo il teol. Gio. Batt. Moriondo nella prefazione della sua opera sui Monumenti Aquensi, scrisse d’aver avuto a mano in Cavagnolo un frammento d’una cronaca, ove era cenno della fondazione del monastero di S. Fede; cronaca che egli credeva scritta da qualche monaco di quel chiostro. Noi non gli perdoneremo sì facilmente, che dopo destatoci cotanta curiosità di sì prezioso documento, ci abbia lasciato così a bocca asciutta concludendo, che sperava, i posteri l’avrebbero poturo leggere per intiero!

Nulla più raccogliesi dagli scrittori più moderni. Il Casalis nel suo Dizionario Geografico asserisce semplicemente che S. Fede era un antico monastero di Benedettini, senz’addurne delle prove.

/685/ Il fornirne alcune, ed il cercare di conoscerne l’origine è quanto ci accingiamo a fare.

Dobbiamo all’operosità del ch.o amico mio Bar. G.e nel testo: Mannel Manuel S. Giovanni ed alla gentilezza del ch.o Cav. Teol. Bosio, membri della Commissione di Storia patria, la comunicazione dei pochissimi documenti che possiamo produrre al nostro scopo. Il primo è un atto rogato in Torino il 13 luglio 1210, col quale Giacomo, vescovo di quella città, riformava il monastero di S. Solutore, sottoponendolo all’autorità dell’Abate di S. Michele della Chiusa. Il secondo del 21 marzo 1212, e stipulato nel villaggio di S. Ambrogio, appiè del S. Michele, ed in casa del medesimo Abate di quel monastero, contiene una dichiarazione di quest’ultimo relativamente ad interessi pendenti fra il monastero di S. Michele, e quello, pure dei Benedettini, in Savigliano. Entrambi questi atti menzionati nelle Memorie di Storia patria furono tratti dall’archivio arcivescovile di Torino. Nel primo di essi interviene come testimonio certo Dnus Petrus de Sancta Fide, altra volta coll’aggiunta di judex. Questo personaggio ricorre pure, prima di quell’epoca, in un altro atto stipulato in Vercelli il 13 giugno 1206, e ricompare una terza volta spedito dal capitolo Eusebiano di quella città al vescovo di Torino per farvi fede, che il celebre Card. Guala Bicchieri aveva fatto parte dei medesimo capitolo, del quale anzi in tal circostanza si dichiara Sindaco ed in pari tempo cittadino torinese per nascita.

Ritenuta la cotanta partecipazione che codesto Dnus Petrus de Sancta Fide vedemmo avere negli atti succitati interessanti li monasteri di S. Michele della Chiusa e di S. Solutore, appartenenti all’ordine di S. Benedetto, nascono naturalmente le induzioni che egli abbia appartenuto a quell’ordine, forse anche sia stato monaco ed abate di S. Fede, possibilmente anche originario di quel luogo, essendo egli torinese; ancor più probabilmente poi che il monastero di S. Fede fosse una delle dipendenze di uno dei sovraccennati monasteri, tanto maggiormente poi che consta da documenti che fra quelle dipendenze contavasi la Chiesa di S. Michele di Civasso, di sole poche miglia distante da quella di S. Fede.

Quest’ultima presunzione è maggiormente corroborata dal trovarsi nel Necrologio del Monastero di S. Solutore (1) notato sotto la data del 29 Giugno l’anniversario dei decesso di un Oddo Abbas S. Fidei. Di più in un atto del 14 Gennaio 1324 ricompare fra i monaci di S. Solutore un altro Oddo coll’aggiunta de S. Fide, il quale tutto porta a credere sia lo stesso individuo, stato forse Abate di S. Fede, e quel medesimo di cui sta registrato l’anniversario.

Tenendo conto di quanto può pensarsi altrimenti, non crediamo di andar lungi dal vero raccogliendo dai documenti citati: 1.° Che il monastero di S. Fede apparteneva indubbiamente all’ordine di S. Benedetto. 2.° Che probabilmente dipendeva dal monastero di S. Michele della Chiusa e da quello di S. Solutore fondati dai monaci di S. Michele poco oltre il mille. 3.° Finalmente, che ritenendo quest’ultima epoca, e riconosciuto dai documenti citati, diremmo così, in esercizio il monastero di S. Fede sull’esordire del secolo XIII, può con tutta verosimiglianza assegnarsene la fondazione nella seconda metà del secolo XII.

Il monastero di S. Solutore cessò di esistere nel 1536, allorché per ordine del re di Francia furono distrutti i sobborghi di Torino dove quello sorgeva, a quanto /686/ dicesi, sul sito dell’attuale cittadella. Può pertanto credersi per induzione, che circa quell’epoca, o non molto dopo l’Abbazia di S. Fede, sia stata eretta in priorato. Infatti non ne troviamo nei seguito fatta ulteriore menzione se non quando nel 1728, colla morte dell’ultimo priore commendatario Ab. Paolo Coardi († 1728) (1), ad istanza di Monsignor Roero vescovo d’Aqui, fu unita a quella mensa: e nel 1797 quando ne venne smembrata, ed aggregata a quella del vescovo di Casal Monferrato, cui apparteneva tuttora, quando passata al Governo coll’incameramento dei Beni ecclesiastici (1855), fu in seguito venduta all’asta cogli stabili uniti, e ne fece acquisto il sig. Moise Leon Sacerdote di Chieri, negoziante di stabili, in cui proprietà sono ancora in oggi (Gennajo 1870) il caseggiato unito alla Chiesa e poca parte dei fondi.

Alle ricerche storiche sottentri l’esposizione artistica. La Chiesa di S. Fede è di moderate proporzioni, come può vedersi nelle tavole che vanno unite. Ella misura nell’interno m. 22,47 di lunghezza, e m. 9,96 di larghezza scompartita in tre navi, la maggiore delle quali ha m. 4,35 fra gli assi dei pilastri composti, che la suddividono. Queste misure non corrispondono sempre con precisione, regnando in questo come in tutti i monumenti di pari epoca una caratteristica irregolarità.

Sebbene costrutta nell’ultimo periodo dello stile, ella è ancora perfettamente romanico-lombarda, e nella struttura e nella decorazione; bella della sua stessa semplicità, se se ne eccettui le porte d’ingresso, la di cui lunetta superiore è di un’esuberante ricchezza. Noi la presentiamo nella tav. 29 come parte decorativa la più interessante, e vi abbiamo unito qualche schizzo dei capitelli più caratteristici dell’interno. Forse ornata del pari, o poco meno, sarà stata la bifora, la quale, come nella Chiesa di Vezzolano (2), indubbiamente era sovrapposta alla lunetta della porta, ed in epoca più recente, non sapremmo quale, venne spietatamente tolta, o diremo meglio trasformata nell’attuale, mirabilmente profilata a tutto rigore di squadro!

La struttura del complesso è in arenaria e mattoni e qualche parte in sasso. I due primi materiali anzi nell’interno succedonsi ad un certo limite, così a far supporre interruzione fra due epoche di costruzione, per verità non discoste fra loro, non vi essendo risalto nello stile. Certe esili finestre però ad uso feritoje e la vôlta cilindrica della nave maggiore, cosa non comune, siccome caratteri di architetture anteriori ai mille, potrebbero anticipare l’esistenza di questo monumento che noi col corredo de’ documenti abbiamo attribuito alla seconda metà del secolo XII, avendo in ciò concordi l’opinione dell’architetto Darthein (3) e dell’Ing. Prof. Clericetti di Milano, della conoscenza dei quali siamo onorati.

Ciascuna delle navi terminava ad un’abside: otturata quella a sinistra, distrutta quella a destra, non rimane che la centrale, otturata dessa pure nelle finestre. Nell’esame della struttura di questa Chiesa, due cose singolarmente sorprendono. La prima è che mentre, considerata al di fuori, la torre occupa l’estremo campo precedente l’abside maggiore, e due braccia a mo’ di nave cro- /687/ ciera stendonsi ai due fianchi di quella terminando a frontone, secondo il consueto, sulle due fronti laterali, la supposta nave crociera non appare, anzi non esiste nell’interno, dove le navi minori continuano non interrotte sino alle loro absidi, ora distrutte (Vedi le rispettive sezioni, tav. 27 e 28).

La vôlta cilindrica della nave maggiore corre ella pure non alterata nel suo livello, e soltanto le due finestrelle (la più grande moderna) praticate nella lunetta della vôlta a crociera, su cui sorge il campanile in corrispondenza alle ali esterne, rivelano l’esistenza di due stanzette che formano il rialzo esterno di quelle, vale a dire un secondo piano sulle vôlte delle navi minori. Di questi due stanzini, o come volgarmente diconsi tribune non saprebbesi troppo indo vinare la primitiva destinazione. Se è presumibile che quella di destra connessa coll’abitato potesse servire per uso de’ monaci dall’interno, quella di sinistra, stata sempre a quanto pare priva di accesso, dovrebbe dirsi sia sempre rimasta prediletta cella esclusiva de’ pipistrelli, che invidiosi della claustrale tranquillità vi si stanziarono a migliaja. Nell’affacciarvisi per levarne le misure uscendo a stormo poco mancò non precipitassero rovescio dalla scala a mano quell’indiscreto mortale, che primo forse da secoli osava violarne il domicilio.

L’altra singolarità di questa Chiesa, pari in ciò al S. Michele di Pavia, all’antico Duomo di Brescia, ed a più altre antiche chiese a Bologna, e altrove in Italia, ed in Francia, è quella di non avere travatura di sorta che ne sostenga il coperto. Le tegole furono posate immediatamente su di uno strato di cemento fresco disteso sull’estradosso delle vôlte ridotto a piano inclinato, il quale cosi si indurò tutto di un getto.

Ne è poi una terza singolarità la vôlta cilindrica su tutta la nave maggiore, tranne sull’ultimo campo verso il Santuario, su cui sorge la torre, il quale è vôltato a crociera: né sono meno eccezionali le esili finestre aperte nella curva stessa della vôlta semisferica.

Siffatto ordinamento di vôlta e di finestre, non comune, è poi singolarmente eccezionale nei monumenti dell’Italia settentrionale, nei quali per ordinario non trovasi generalmente usata la vôlta semisferica se non se sul campo del Santuario precedente l’abside corale, talora anche sulle navi laterali. In S. Fede al l’opposto quest’ultime hanno vôlte a crociera.

Lasciamo a più esperti indagatori dei concetti delle antiche sculture il definire se siano simboliche o fantastiche quelle della lunetta sulla porta rappresentate nella Tav. 29, dove a nostro credere, i due semibusti spiccantesi a gran rilievo lateralmente sotto agli ippogrifìi, figurano Adamo ed Eva, ripetuti in più altri monumenti. Non è caso che le forme dell’uno siano gran fatto più pronunziate dell’altro a toglierne dubbio. Ci parve però che le avarie del tempo non abbiano cancellato su quello di destra del riguardante qualche maggior risalto nel mento, e del seno in quello di sinistra, sul quale a grafite appare pur anche qualche legger traccia di capelli cadenti sulle spalle.

Colle annesse tavole ridotte dai disegni in maggior scala che conserviamo ricavati con ogni accuratezza dal vero, e col presente scritto, ci studiammo di far conoscere e di conservar memoria di un monumento interessantissimo qual è quello di S. Fede, prossimo forse all’irreparabile sua totale rovina, dappoiché il Governo colla vendita fattane lo abbandonò, come suol dirsi, alla pubblica vendetta.

Già fu più d’una volta visitata da speculatori ed agronomi, ben più che da /688/ archeologi, e col più acerbo rammarico di questi trovata da quelli capace a trasformarsi in... in una... stalla!!... Che gli agricoltori ritrovino oro nel concime, sta nella natura della cosa; ma che il Governo col totale abbandono dei monumenti ne avvilisca a tal punto la considerazione, ciò è che sconforta ed amareggia chi ha ancora il buon senso d’apprezzarli! Possibile che il nostro Piemonte debba perciò figurare sempre quel Vandalo, quell’Ostrogoto al cospetto di quelle nazioni d’onde quei barbari ebbero culla e ci vennero regalati! Ed è perciò che noi veniamo, ora più che mai a giusto titolo, segnalati nei loro giornali quali distruttori di quanto interessa la storia, l’arte, l’onor dei paese, la civiltà!

Ed. e Fed. Mella.

[Note a p. 685]

(1) Stampato nel Vol. I delle Memorie di Storia Patria. [Torna al testo ]

[Note a p. 686]

(1) Del quale vedesi tuttora nella Chiesa un modesto monumento. [Torna al testo ]

(2) Da noi già altrove illustrata in questo periodico. [Torna al testo ]

(3) Autore della grandiosa opera in corso Étude sur l’Architecture lombarde, Paris — Dunod. [Torna al testo ]