La conquista cristiana della Patagonia
Alla fede e alla civiltà

Memorie del Card. Giovanni Cagliero

Bollettino Salesiano
Periodico mensile dei Cooperatori di Don Bosco
Anno Xl - N. 5 1° Maggio 1916

« Teniamo oggi, per la cortese benevolenza dell’Em.mo Cardinale Cagliero, la promessa già fatta ai nostri lettori di riprodurre nella parte sostanziale, la conferenza densa di ricordi, di fatti e di preziose notizie, che Sua Eminenza disse ai sacerdoti romani della Pia Unione di San Paolo. La parola del Cardinale, cosí come noi la raccogliemmo dalle sue labbra, giunge, in questo momento di odi e di lotte fratricide, come l’eco lontana di un mondo diverso nel quale i cuori degli uomini accettano senza rivolta l’invito di pace, di mitezza e di amore lanciato dall’annunzio evangelico a tutte le anime di buona volontà. Nel ripeterla su queste colonne noi formiamo il fervido voto che anche nella nostra Europa sconvolta e sanguinante, ove l’annunzio è ripetuto senza tregua dal Vicario stesso di Cristo, esso possa ritrovare docile ascolto, a nostro universale conforto, a garanzia, sicura di ferma pace e di vero benessere ».

Fin qui il Corriere d’Italia. — Noi siamo lieti di aggiungere che il suo diligente resoconto — come viene da noi pubblicato — venne riveduto dallo stesso Eminentissimo Conferenziere, al quale rinnoviamo pubblicamente i piú vivi ringraziamenti.

Inferiva il colera a Torino nell’agosto del 1854 ed io mi trovavo ammalato nell’infermeria dell’Oratorio. Avevo allora 16 anni ed i medici giuravano che mi trovavo in fin di vita. Nella casa si diceva che io ero cosí ridotto, perché avevo commesso l’imprudenza di accompagnare Don Bosco nella visita al lazzaretto. Don Bosco fu sollecitato dai medici a visitarmi e ad amministrarmi gli ultimi sacramenti. Venne al mio letto, e lo ricordo ancora come se lo vedessi qui: — Che è meglio per te, mi chiese; guarire o andare in Paradiso? — È meglio andare in Paradiso, gli risposi. — Sta bene, soggiunse, ma questa volta la Madonna ti vuol salvo; tu guarirai, vestirai l’abito chiericale, sarai sacerdote e prenderai il tuo breviario e andrai lontano, lontano, lontano...

Agli occhi del Padre si apriva allora una stupenda visione. Avvicinandosi al mio lettuccio — doveva raccontarlo solo trentacinque anni piú tardi — egli l’aveva visto circondato da selvaggi di alta corporatura e fiero aspetto, dalla carnagione cuprea e dalla folta chioma nera, stretta da un legaccio sulla fronte. Neanche sapeva, allora, a che razza appartenessero quelle figure prodigiosamente intravviste e solo piú tardi aveva sfogliato in segreto un manuale di geografia e aveva trovato che esse corrispondevano al tipo dei Patagoni e dei Fueghini. Si apriva dunque, allora, nell’animo del Padre la stupenda visione di quella immensa regione che egli profetò ricca di minerali e di industrie, di fabbriche e di ferrovie, benedetta dal dono prezioso della fede cristiana per le fatiche e il sangue della sua dolce famiglia spirituale. Certo io guarii in quel momento; la febbre passò per incanto e neanche ricevetti i Sacramenti, perché mi parve meglio, giacché dovevo guarire subito, di farlo quando fossi levato. Devo però aggiungere che gli accennati particolari Don Bosco li manifestò soltanto dopo che io avevo iniziato l’evangelizzazione della Patagonia e ne ero già Vicario apostolico; poiché egli, precisamente per timore di essere guidato dalla sua impressione personale, non volle mai prendere iniziative sue circa la mia persona e i miei uffici, ma lasciò disporre tutto dalla divina Provvidenza, che diresse le cose esattamente, come le aveva mostrate al Padre in un baleno del futuro.

I primi Missionari salesiani approdarono a Buenos-Ayres il 14 dicembre 1875. Li aveva chiamati l’Arcivescovo, desideroso di una congregazione religiosa che prendesse cura speciale degli italiani emigrati, già tanto numerosi nella giovane repubblica. Erano dieci soltanto; ed io li conducevo, non per rimanere nella missione, ma per stabilirli nelle nuove residenze e poi tornare in Italia. Sul molo ci aspettavano duecento italiani, i notabili della colonia, e ci accolsero a gran festa.

Incoraggiato e invitato dall’Arcivescovo, mi accinsi immediatamente a visitare i luoghi ove i nuovi stabilimenti avrebbero dovuto sorgere e compresi subito quale messe abbondante ci preparava il Signore. Infatti, non solo la modesta chiesa di San Nicolas de los Arroyos che, già prima della nostra venuta, era stata preparata per noi, ci venne destinata; ma nella stessa Buenos - Ayres ci venne insieme affidata quella di Maria Mater Misericordiae, col suo monumentale tempio, frequentato dalla Colonia Italiana di quella immensa Capitale. Per farla breve, prorogando di tre mesi in tre mesi il mio ritorno in Italia, mi trattenni in Argentina per due anni, ne visitai le principali località ed ebbi la visione della grande opera di fede e di civiltà cristiana, che là potevano e dovevano compiere i figli di Don Bosco.

Non la spada, ma la croce.

Proprio mentre avevamo posto piede nel territorio argentino quel Governo preparava una spedizione scientifica per l’inesplorata Patagonia.

Chiedemmo subito di farne parte, ma ci fu opposto un rifiuto, perché si disse che era troppo presto e che piú tardi, quando fossero aperte le vie alla penetrazione della civiltà fra quelle tribù barbare e violente, noi avremmo potuto cominciare l’opera nostra. Infatti, solo nel 1878 i primi quattro missionari salesiani partivano per la Patagonia, ma fu senza frutto il loro tentativo, perché il battello che li trasportava per poco non fece naufragio presso le acque del Nio Negro, il gran fiume che è la via principale di comunicazione della Patagonia ed è percorso normalmente anche dalle piú grandi navi da guerra. I missionari a stento poterono salvare la vita.

L’anno seguente il Governo Argentino, insofferente piú oltre delle continue molestie che le selvagge tribù patagoni arrecavano alle regioni civilizzate, preparava contro di esse una spedizione armata, 2000 uomini all’ordine dello stesso Ministro della guerra, Generale Roca, quello stesso che doveva poi essere presidente della Repubblica. I Salesiani domandarono di accompagnare la spedizione, proponendosi di tentare essi con la Croce quella conquista che le truppe argentine si preparavano a fare con la spada. Furono aggregati allo Stato Maggiore, e fecero del pari con le milizie la lunga marcia fino al limitare dell’inesplorata e paurosa regione.

I primi contatti dei soldati bianchi con le avanguardie delle tribù patagoni furono pieni di minacce. Volò qualche freccia, risuonò qualche colpo di fucile. Il generale Roca, disperando di poter avvicinare i selvaggi tanto da intavolare trattative, si disponeva già ad una grande azione violenta, quando i missionari gli domandarono insistentemente il permesso di fare essi un nuovo tentativo pacifico. A furia di gesti, infatti poiché non avevano nessuna piú lontana idea dell’idioma patagone — riuscirono a far capire che avevano intenzioni di pace. Poi, ottenuto di scambiare cenni piú che parole, persuasero quei selvaggi che la loro pretesa di opporsi con la forza alla penetrazione argentina era vana, poiché se essi avevano lance e frecce, i bianchi avevano i fucili che uccidevano prima che le armi bianche potessero entrare in azione. E fu cosí che i principali capi, i cacichi Sayuhueque e Yancuche, si arresero e riconobbero l’autorità argentina accettando le condizioni da essa imposte; il cacico Namuncurà si ritirò con 400 lance in un angolo di territorio lontano, presso la nevosa Cordigliera. Le condizioni del governo argentino furono assai benevole; viveri assicurati per tre anni, finché le tribù avessero imparato l’agricoltura, poi terreni da coltivare e da sfruttare. Cosí a Carmen de Patagones, sulle sponde del Rio Negro sorse la prima fondazione salesiana religioso-civile, in una immensa regione che ancora sul caderere del secolo XIX era sconosciuta e misteriosa.

Le prime fatiche dei missionari furono nell’insegnare ai selvaggi, oltreché le verità della Fede, a lavorare la terra, poiché essi non avevano la piú lontana nozione dell’agricoltura, ed è grato ricordo l’ingenua meraviglia con la quale seguirono la piantagione di semi di zucche. Le enormi cucurbite che venivano fuori in fondo ai fragili tralci li riempivano di stupore e questa curiosità fu un elemento di successo nelle prime loro prove; in breve tempo, era in tutti una gara nella cultura delle zucche.

Questa pacifica conquista della Patagonia trova il suo riscontro in quella della Terra del Fuoco. Anche là il Prefetto Apostolico Mons., Fagnano fece abbassare i fucili alle truppe bianche mentre già avevano iniziato la fucileria contro contro le tribù fueghine, le quali coi tiri delle loro frecce avevano fatto le prime vittime tra i soldati. Anche là la parola, il muto gesto anzi del sacerdote, risparmiò la strage e conquistò senza violenze tutto un popolo alla civiltà e alla Religione, tutta una fiorente regione alle ricchezze del commercio e delle industrie.

Col sudore e col sangue.

Nel 1883 io veniva creato Provicario della Patagonia e nel 1884 Vicario Apostolico nella pienezza del carattere episcopale. I ricordi di quei primi anni di apostolato sono indimenticabili. Furono anni di stenti e di fatiche impensate, ma insieme di soddisfazioni e di frutti spirituali non prima sperati. « Conquisterete la Patagonia col sudore e col sangue », mi aveva detto Don Bosco, e fin dal 1875, nell’accomiatare la prima schiera, egli mi aveva dato questo ricordo: « Lavorate, fate quel che potete; il resto lo farà il Signore. Propagate la divozione a Maria Ausiliatrice e al SS. Sacramento e vedrete che cosa sono i miracoli ». Spargemmo, invero, il sudore e il sangue, e vedemmo che cosa sono i miracoli.

Nei soli primi due mesi della mia missione battezzammo 1700 indigeni nell’immersa valle di Chichinal, ove si trovavano attendate le tribù di Sayuhueque e Yancuche. Facevamo tutti i giorni tre ore di catechismo al mattino e tre nel pomeriggio. L’episcopio era una capanna di tronchi e fango, dal tetto di rami che mi riparava dal sole, e dalla pioggia... quando non pioveva. Nessuna traccia di letti; dormivamo sulle pelli che con grande affetto ci avevano dato quei buoni selvaggi. Di indole buona e capaci di entusiasmo, essi ci commuovevano talvolta con l’ingenua interpretazione, sempre la piú generosa che davano alle prescrizioni della Chiesa.

Una volta dodici bambine erano state istruite per la Prima Comunione. Era la prima volta che facevamo tra i selvaggi di quella regione la cara funzione suscitatrice per tutti di ricordi sì dolci. Avevamo raccomandato con la piú viva insistenza il digiuno prescritto dalla mezzanotte fino al momento di accostarsi all’altare. Le bambine avevano ricevuta la Santa Comunione la domenica mattina, avevano passato tutta la giornata presso la Missione, erano tornate il lunedí, e, la sera di quel giorno stavano avviandosi verso la loro capanna, quando mi chiesero: — Padre, abbiamo fame. — Feci loro dare tutto quello che avevamo, perchè ripeterono una seconda volta la richiesta. Ma le vidi tornare di nuovo, riportando intatto il pane, la carne e quanto avevo loro donato, domandandomi: — Quando possiamo mangiare questo? — Allora capii! Le povere bambine non avevano mangiato dopo la Comunione e perciò erano digiune dal sabato sera, avendo passato ben 48 ore senza prendere né cibo né bevanda! Cosí esse avevano interpretata e applicata la legge del digiuno eucaristico!

Tali erano le consolazioni di fresca, spontanea, verginale vita religiosa, non inquinata punto dall’acre sapore di peccato che purtroppo pervade tutta la civiltà bianca ed europea. Era questo il continuo ed unico sollievo che valeva a ristorarci dai pericoli e dalle inaudite fatiche che incontravamo nell’evangelizzare l’immensa ed impervia regione. Non strade, ma solo sentieri appena tracciati sulle pareti rocciose delle Cordigliere o attraverso le immense pianure, folte di vegetazione. Ricordo di aver attraversato una volta un campo di fragole per ventiquattro chilometri senza interruzione; il cavallo assetato allungava il collo e si dissetava alla freschezza dei frutti rossi e polputi. E alle falde di folte foreste raccolsi saporitissime mele

Due miei compagni nella Terra del Fuoco furono feriti di freccia da tribú indigene; uno di questi tornando per curarsi delle gravi piaghe a Punta Arenas, centro di quella Missione, fu travolto con la fragile imbarcazione nelle acque dello Stretto di Magellano, e annegò. Cosí si avverava il detto di Don Bosco: « Col sudore e col sangue conquisterete quei popoli! »

Io stesso, era il 1887, feci una gravissima caduta da cavallo e rimasi ferito. Attraversavo la Cordigliera a 2000 metri di altezza e dovevamo salirne ben altri mille. Il sentiero si snodava sul fianco delle aspere pareti granitiche e spiombava a picco nell’abisso.

Il mio cavallo si impennò e cominciò a saltare all’impazzata. Io, invocando Maria Ausiliatrice, mi gettai di sella badando a volteggiare come un acrobata, in modo da cadere sul dorso. Vi riuscii, ma una punta del suolo roccioso mi ferí e mi penetrò nelle carni spezzando due costole e forando il polmone. Rimasi come morto, respiravo a fatica e non riuscivo a parlare. I miei compagni mi si appressarono ed io, come riuscii a balbettare qualche parola, per rianimarli cercavo di prendere la cosa in burla, e dicevo che siccome abbiamo ventiquattro costole, se ne potevano ben sacrificare due. Dovemmo tornare indietro e attraversare due fiumi e due cordigliere per trovare il primo posto ove potessi fermarmi e curarmi. Ma quale cura! C’era appena un empirico che curava le malattie con sistemi affatto primitivi, ed io appena lo vidi gli chiesi se vi fosse un fabbro ferraio per riparare le mie due costole spezzate! E ciò per alleggerire il dolore degli accompagnanti che erano piú addolorati di me!

Stetti là un mese e, come Dio volle, guarii; ancora convalescente ripresi il cammino, e con un viaggio di quattro giorni coi miei missionari passai di nuovo le Cordigliere a piú di 3000 metri, e scesi alla dolce pianura cilena sulle sponde del Pacifico. E si stabilirono le basi delle nuove Case di Concepción, Talca, Santiago e Valparaiso.

Cosí quell’anno, sempre a cavallo, con cinque miei compagni, dormendo la notte in fondo ai fossi o sotto gli alberi, avevo attraversato l’America dall’uno all’altro Oceano.

Un’altra volta, eravamo due soltanto, dopo avere attraversato il deserto, giungevamo alle 11 di notte ad una stazione militare stabilita dal governo argentino lungo la via battuta per proteggere i rari viaggiatori. C’erano sette soldati.

Noi non avevamo mangiato nulla durante il giorno, né bevuta una stilla d’acqua. Domandammo qualche cosa da mangiare, non c’era neanche un briciolo di pane; qualche cosa da bere, non c’era un sorso di liquido. Per attingere acqua al piú prossimo ruscello bisogna fare due leghe, otto chilometri. Uno dei soldati disse:

— Ha piovuto otto giorni fa, forse c’è ancora un po’ d’acqua nel fosso, vado a cercarla.

E tornò poco dopo con una bottiglia piena. La guardai e mi sentii rabbrividire; era letteralmente coperta di fango. Volsi le spalle al lume — un pezzetto di grasso in mezzo al quale era ficcato alla meglio un lucignolo di cotone — e chiudendo gli occhi portai la bottiglia alle labbra. Bevvi e sentii che col liquido andavano giù in perfetto accordo corpi solidi e viscidi indefinibili. Mi fermai a metà e diedi il resto al mio compagno dicendo:

— Chiudi gli occhi e bevi.

E poi:

— Sia benedetta la Provvidenza che questa sera ci ha fatto trovare da bere e da mangiare nello stesso tempo! Se c’è un momento nel quale si deve avverare la promessa evangelica, fatta da Gesú Cristo ai suoi Apostoli, si mortiferum quid biberint non eis nocebit [Marc. 16, 18], è proprio adesso.

L’ultima missione.

Ricordo sempre con viva emozione l’ultima missione che feci nel 1902. Mi aveva mandato a chiamare il vecchio cacico Namuncurà, che nel lontano esilio presso la Cordigliera sentiva oramai appressarsi la morte. Per raggiungerlo feci 1500 chilometri a cavallo, fermandomi in tutte le missioni che incontrai per via. Viaggio incantevole! In quel tratto della Cordigliera ben otto laghi rispecchiano il cielo tra le cime aguzze dei monti, ed uno di essi è navigabile. Il venerando capo patagone aveva allora 86 anni e ci accolse come inviati del cielo. Volle essere battezzato con tutta la famiglia e la tribù, fu cresimato, fece la sua Prima Comunione con umiltà e semplicità di fanciullo. Tutto lieto andava ripetendo:

— Ora muoio contento, ora muoio buon cristiano.

Stavo per lasciarlo, quando pensò ad una cosa che io stesso avevo dimenticato, e:

— Quiero sepultar cristiano, mi disse.

E allora scegliemmo un angolo di verde sisilenziosa pianura, chiusa tra le rocce imminenti, e là benedissi il cimitero cristiano, dove il vecchio capo e i suoi potessero dormire un giorno l’ultimo sonno all’ombra della Croce. Partendo, lo abbracciai e lo salutai come un fratello. Egli mori un anno dopo.

Dopo 30 anni di apostolato.

Tali i ricordi della lontana Patagonia che in questo momento mi si affollano alla memoria. E il mio pensiero si riposa su quello che è la lontana regione oggi, dopo 3o anni di apostolato cristiano.

La Patagonia conta adesso cinquanta chiese e cappelle ed accoglie 164 missionari salesiani e 130 suore di Maria Ausiliatrice.

Patagones e Viedma, residenza del Vicariato, sulla foce del Rio Negro a 200 leghe da Buenos Ayres, hanno un seminario con molti studenti di teologia e di filosofia e molti aspiranti, tutti indigeni. Numerose sono nel territorio le colonie agricole, le scuole di agricoltura, le scuole di arti e mestieri, ospedali, collegi, tipografie ed osservatori meteorologici. I villaggi cominciano a sorgere in buon numero con belle case di architettura europea. L’avvenire di quelle regioni è di portentosa ricchezza. La Patagonia si estende per un milione e duecentomila chilometri quadrati, solcati ora in vario senso da nove ferrovie. Può ospitare comodamente almeno 50 milioni di abitanti, e possiede adesso almeno tre milioni di capi di bestiame, mentre la Terra del Fuoco conta tre milioni di pecore che forniscono all’Europa lana finissima e ricercata. I missionari e le suore hanno insegnato agli indigeni l’industria tessile e quando nel 1898 fui a Buenos Ayres, portai al Presidente della Repubblica una cassa di stoffe e di filati fabbricati dai patagoni e dai fueghini. Il Presidente e i ministri non potevano persuadersi che quelle tribù selvagge avessero potuto giungere a tanto. Cosí ogni volta che passavo per Buenos Ayres riunivo nel palazzo del Governo il Presidente e i Ministri amici, e sulla carta indicavo loro i luoghi esplorati, le vie, le caratteristiche delle varie località. Per avere un’idea della ricchezza della Patagonia basta dire che nel territorio si sono già scoperte 10 miniere, lavaderos, di oro, ed ora nel Chubut (Patagonia centrale) si è scoperta una sorgente di petrolio che dà da 48 a 50 mila litri di liquido ogni 24 ore.

Lo stesso è della Terra dei Fuoco, ove il Prefetto Apostolico Mons. Fagnano da 30 anni esercita il suo apostolato. La capitale Punta Arenas nel 1887 contava appena 500 abitanti; ora ne ha 20.000, in gran parte argentini ed europei, che hanno là stabilito il loro commercio. Gli indigeni sono riuniti nelle riduzioni degli Onas e degli Alacalufes. Le visitai nel 1897 e vi trovai scuole perfette, in nulla inferiori alle europee. Anzi dieci quaderni di calligrafia, scritti dai fanciulli fueghini ed esposti alla Mostra Colombiana di Genova nel 1892, furono ammirati e trovati simili ai migliori saggi delle scuole europee e italiane. E fu in quella stessa esposizione che ottenne il primo premio un lenzuolo ricamato in bianco da una giovane patagona, sorella del cacico Yancuche.

Volendo ora riassumere a colpo d’occhio l’opera salesiana nella Repubblica Argentina e in genere nelle Missioni d’America, ho la consolazione di dire che quei dieci missionari sbarcati nel 1875 a Buenos Ayres, sono ora divenuti 1400. Questa sola città accoglie 12 stabilimenti di salesiani e dell’altra famiglia di Don Bosco, le suore di Maria Ausiliatrice, con 5000 alunni ed alunne. Nel resto della Repubblica sono altre 68 case con 10 mila alunni interni e 15 mila esterni. Negli altri Stati dell’America latina — Chili, Brasile, Paraguay, Uruguay, Centro America — sorgono ancora 137 istituti salesiani, e da un calcolo che ho fatto posso assicurare che nelle nostre case sparse per tutti i luoghi di Missione passa per ogni dieci anni, mezzo milione di giovinetti e giovinette che vi sono educati alla fede e alla civiltà cristiana.

Ho parlato dell’Opera Salesiana, come di quella della quale ho la cognizione e l’esperienza personale; ma l’efficacia della Missione cattolica è del pari meravigliosa dovunque una famiglia religiosa prende ad annunziare la parola evangelica ai popoli che prima sedevano nelle tenebre e nell’ombra di morte.

Questa conquista pacifica, che ha frutti preziosi di bene anche per la vita civile e per lo sviluppo dell’industria e dei commerci, è tanto piú degna di essere ricordata ora, mentre sembra che i popoli civili abbiano dimenticato le ragioni della pace ed affidato le loro sorti solamente alla rabbia convulsa delle battaglie piú sanguinose.

Alcuni rilievi.

Francesco Aquilanti, il noto pubblicista romano, ha scritto le sue impressioni sulla Conferenza tenuta a S. Giovanni della Pigna dall’Eminentissirno Card. Cagliero, che vennero riprodotte da vari giornali. L’Aquilanti esordisce cosí:

Ho avuto la ventura di ascoltare ieri nel raccolto tempio di S. Giovanni della Pigna in Roma un discorso di Giovanni Cagliero sulle missioni in Patagonia, detto alla presenza di prelati illustri e di una vera folla di amici salesiani. Tento di riprodurre e di far gustare agli assenti talune delle altissime emozioni religiose che ho provato. Il Cardinale Cagliero redime l’arte della parola, la sottrae alle transazioni quotidiane, elevandola in una atmosfera di pura bellezza. L’oratore è pari all’apostolo, semplice, spedito, comprensivo, ignora i luoghi comuni e le futili vanterie, va diritto al cuore, convince, persuade, esalta. È l’ora degli eroismi guerrieri, fulgidissimi, meravigliosi; ma, ascoltando Cagliero, io mi sono domandato se la voce « eroismo » non sia suscettibile, pur tra il fragor del cannone, di interpretazioni piú vaste ed umane, se oltre l’eroe soldato non debba iscriversi il nome dell’eroe missionario, cioè santo, in termini cristiani. Ed ho concluso che sì: Cagliero ha dei medioevali il tono rude e preciso, non senza, di tratto in tratto, una pulita ironica che ferisce i deboli, gli inetti, coloro che, come Belacqua, preferiscono indugiarsi nell’antipurgatorio, anziché ascendere il monte di redenzione; lo paragonereste, l’indomito cavaliere delle Ande, il robustissimo Cagliero d’un tempo, ad un abate del medio evo che conduce i suoi soldati all’assalto per la giustizia e per la libertà. Ma le armi si sono affinate nel nostro d’infinito; lancia è la parola e scudo la carità....

Rivivemmo la passione d’amore e di bontà di Don Bosco: la voce dell’oratore si fece tremola e commossa: egli sapeva di essere nella storia e di fare la storia. Cagliero è un documento vivente delle glorie del Salesianismo nel mondo...

Commentata la prodigiosa guarigione di Cagliero fanciullo, l’Aquilanti continua:

Cagliero apostolo, Cagliero vescovo, Cagliero Cardinale: ecco la profezia di Don Bosco: ecco la spiegazione d’infiniti piccoli episodi, da cui traspare la trepida devozione del santo per il discepolo. Ieri Cagliero, parlando della sovrana dignità della Porpora, con un tratto di finezza che ai non cristiani è ignoto: « Non per me, egli diceva, ne sono lieto, ma per i miei, per la famiglia salesiana ». La Porpora aveva vinto la clamide consolare; il piccolo io, che fuori della Chiesa è nulla, emergeva rinnovato dagli universali valori attuati in dedizione di sacrifizio.

Segue uno splendido rilievo dell’opera di evangelizzazione, compiuta sotto la guida di Giovanni Cagliero dai figli di Don Bosco in Patagonia. Ecco gli ultimi periodi:

Con sensibilità squisita di patriota nulla disse Cagliero intorno al domani di Europa, ma per contrasto, lui contrasto in cui si cela un brivido formidabile, tratteggiò egli, il fedele discepolo di Don Bosco che leggeva nel futuro, un quadro sublime di quello che sarà l’America di domani e sopratutto la Patagonia. Il solco luminoso aperto dai figli di Don Bosco è immenso e si estende per ogni fibra del nuovo mondo. Le ricchezze naturali vengono ogni giorno meglio apprezzate e valorizzate; ricordò le sterminate miniere di petrolio recentemente scoperte; il bestiame prospera in mandre immense. Nessun vincolo limita la propaganda della parola di Dio; gli interessi spirituali e materiali si armonizzano a perfezione. Si potrebbe conchiudere melanconicamente, a proposito del conflitto, con il tradizionale — mors tua, vita mea; — ma Cagliero è troppo italiano, troppo europeo per giungere a ciò. Egli, pur non dissimulandosi le estreme difficoltà dell’assunto, ma superandole con la fede, riprende la parola di battaglia del Maestro, e dice ai sacerdoti ed ai laici cattolici, a quanti coltivano la vigna del Signore: — Lavorate — Lavoriamo — imitiamo San Paolo e il domani sarà nostro. — È piú facile, lo confesso, il cristianizzare i selvaggi che liberare dalla patina dell’odio, dal pregiudizio e dall’orgoglio dell’intelletto, quei che già credettero e che una falsa scienza e uno smodato senso di sé allontanò dalla verità. Ma nell’odierno rivolgimento dei valori la materia incadescente diviene capace di ogni sigillo: con acutezza di critico Renato Serra, il nostro eroe povero morto, disse che le forme estetiche sono eterne: io ripeto, a maggior ragione, l’espressione per la forma cristiana. Se sapremo volere, con la mente di Don Bosco e con il cuore di Cagliero, convertiremo l’Europa alla mite luce di Gesú, ed educando noi stessi ci renderemo atti ad educare un’altra volta il mondo alla vera civiltà. Il nostro imperialismo è sempre, ed unicamente, quello dei missionarii e degli apostoli.