Massaja
Lettere

/VII/

Presentazione

/IX/

Guglielmo Massaja

1879 3 ottobre. Il bando del negus neghesti Johannes IV, al quale non aveva osato opporsi, nemmeno timidamente, lo stesso re di Scioa e vassallo Menelik II, portava il vecchio notissimo e febbricitante Abuna Messias dalla residenza imperiale di Debra-Tabor sulla strada micidiale di Metemma, nel basso Sudan, per il viaggio senza ritorno. Era il caro prezzo della pace, umiliante per lo Scioa, firmata tra i due reggenti il 20 marzo dell’anno precedente nei pressi del fiume Gigiga, non lontano da Debra-Libànos. «Aveva così termine la trentacinquennale e fecondissima missione apostolica di monsignor Massaja – commenta l’insigne storico Carlo Giglio —, una delle figure più eminenti di missionario che mai siano state in Africa Orientale. Non solo, egli fu il saggio consigliere di Menelik, il disinteressato protettore di tanti viaggiatori, un esempio di mirabile fede e di opere. La sua figura giganteggia veramente nella storia moderna dell’Abissinia» (L’Italia in Africa. Etiopia-Mar Rosso (1857-1885), Roma 1958, p. 143).

Nato e battezzato l’8 giugno 1809 in Piova d’Asti (Piemonte), Lorenzo-Antonio Massaja crebbe presso il fratello Guglielmo, parroco di Pralormo (1821-1823), poi frequentò come seminarista il Collegio Reale di Asti (1824-1826) e il 6 settembre 1826 vestì l’abito cappuccino a Torino-Madonna di Campagna, assumendo il nome di Guglielmo. Dopo l’ordinazione sacerdotale (Vercelli, 16 giugno 1832) fu cappellano dell’Ospedale Mauriziano di Torino (agosto 1834-settembre 1836) e lettore di filosofia e teologia, con nomina del 21 agosto, in Moncalieri-Testona e Torino-Monte dei Cappuccini (28 settembre 1836-12 marzo 1846). Il 26 aprile 1846 Gregorio XVI decretò l’erezione del nuovo Vicariato Apostolico dei Galla in Alta Etiopia, sancita con breve del 4 maggio seguente, e con altri due brevi del 12 vi prepose Massaja, che il 24 dello stesso mese fu consacrato vescovo di Cassia i. p. i. a Roma in S. Carlo al Corso.

/X/ La sua attività missionaria si divide in tre periodi.

1° – Il periodo di penetrazione va dall’imbarco a Civitavecchia (4 giugno 1846) all’ingresso definitivo nel territorio dei Galla, travestito da mercante (Assandabo-Gudrù, 21 novembre 1852). Massaja fu prima costretto da esigenze di ministero ad una sosta forzata nella Prefettura dell’Abissinia, dove, il 7 gennaio 1849, a Massaua, in una cornice di fuoco e di sangue, consacrò san Giustino De Jacobis, nominato vescovo titolare di Nilopoli i. p. i. e vicario apostolico dell’Abissinia. Poi, incalzato dalla persecuzione del vescovo eretico Abuna Salama II, che con sprezzo lo battezzò profeticamente Abuna Messias, perlustrò i litorali del Mar Rosso e del Golfo Arabico; quindi si portò alle corti di degiace Ubiè (19-20 giugno 1849) e di ras Ali (dicembre 1849-30 gennaio 1850) nel vano tentativo di aprirsi una via ai Galla. Rientrò in Europa per trattare gli interessi della missione con varie personalità del mondo ecclesiastico e politico francese ed inglese, come il conte Carlo di Montalembert e lord Enrico Giovanni Palmerston (Aden, 3 giugno 1850-Marsiglia, 4 aprile 1851).

2° – La missione galla propriamente detta (21 novembre 1852-maggio 1863) comprende la fondazione delle due importanti missioni dell’Ennerea (21 aprile 1854) e del Kaffa (1° maggio 1855) e la permanenza di Massaja in diverse stazioni missionarie: Assandabo-Gudrù (21 novembre 1852-settembre 1855), Lagamara-Gemma (settembre 1855-4 aprile 1859), Limu-Ennerea (9 aprile-13 maggio 1859) dove il 3 maggio consacrò suo coadiutore mons. Felicissimo Cocino, Cialla ed Afallo-Ghera (18 maggio-29 settembre 1859), Kaffa (2 ottobre 1859-26 agosto 1861, quando fu esiliato dal tatù Kamo), Limu-Ennerea (8 settembre-1° dicembre 1861, giorno del secondo esilio decretato dal nuovo re Abba Gomòl), Lagamara-Gemma (24 dicembre 1861-marzo 1862, quando partì per il Gudrù). Nel maggio 1863 Massaja lasciava il Gudrù per rientrare temporaneamente in Europa, ma fu catturato e poi rilasciato dall’imperatore Teodoro II (27 giugno-20 luglio). Ragioni della sua permanenza in Europa (aprile 1864-19 aprile 1866, 28 aprile-9 settembre 1867): organizzazione della missione galla affidata ai cappuccini di Francia l’8 gennaio 1863, approvazione del catechismo e pubblicazione di Lectiones grammaticales di lingua galla, fondazione del Collegio S. Michele per l’educazione dei giovani galla in Marsiglia, inaugurato il 15 aprile 1866, contatti diplomatici presso il governo di Parigi in favore dell’Abissinia per cui ottenne udienze dall’imperatrice Eugenia (28 maggio 1865) e dall’imperatore Napoleone III (25 giugno 1865).

3° – La missione scioana, quando cioè Massaja fu costretto dal re Menelik II a fermarsi nello Scioa come suo consigliere, intercorre dall’11 marzo 1868 all’esilio definitivo decretato dall’imperatore Johannes IV il 3 ottobre 1879. Questo periodo annovera la fondazione delle missioni di Fekerie-Ghemb (4 settembre 1868) e di Finfinni, la futura Addis-Abeba (11 ottobre 1868), l’appoggio epistolare presso il governo e il sovrano d’Italia offerto alla missione del re di Scioa, /XI/ ricevuta a Napoli da Vittorio Emanuele II il 6 novembre 1872, e il validissimo contributo per la riuscita della Spedizione della Società Geografica Italiana, giunta e accolta da Menelik a Liccé il 7 ottobre 1876. Per questi altissimi meriti il re Umberto I lo nominò Grand’Ufficiale dell’Ordine Mauriziano il 26 gennaio 1879, e il 1° marzo dello stesso anno il governo italiano lo costituì plenipotenziario nel trattato di amicizia e commercio tra l’Italia e lo Scioa.

Costretto, durante l’esilio, a tappe forzate in Metemma (22 ottobre-4 novembre 1879), Gadàref (16 novembre-17 dicembre), Kassala (24 dicembre 1879-10 gennaio 1880), Suakin (26 gennaio-1° febbraio), Cairo (9 febbraio), Massaja raggiunse Gerusalemme il 3 marzo. Proseguì per Beiruth, Smirne (1° maggio-3 giugno), Costantinopoli (4-15 giugno), Filippopoli (17-23 giugno), nuovamente a Costantinopoli (25-30 giugno), Marsiglia (6-12 luglio), Bourboule-Mont-Dore dove si sottopose alla cura delle acque termali dal 29 luglio al 19 agosto. Finalmente fu a Roma il 5 settembre, ricevuto in udienza privata da Leone XIII due giorni appresso.

Dopo la rinunzia al Vicariato Apostolico dei Galla (Smirne, 23 maggio 1880), accolta il 3 giugno seguente, Massaja venne promosso arcivescovo titolare di Stauropoli i. p. i. il 2 agosto 1881 e creato cardinale nel concistoro segreto del 10 novembre 1884. Per quella circostanza il pontefice lo dotò di 10.000 lire, prelevate dal suo fondo personale (21 novembre), e gli indirizzò parole altamente elogiative nel concistoro pubblico del 12, imponendogli il galèro.

Per volere dello stesso pontefice, che pure finanziò personalmente l’opera, il venerando apostolo scrisse di proprio pugno i suoi ricordi autobiografici di 5 volumi in foglio, di complessive 3908 pagine, oggi conservati nella sezione: Missioni, n. 164-168, dell’Archivio Segreto Vaticano, e pubblicati dal segretario p. Giacinto La Greca da Troina OFMCap., in 12 volumi, con il titolo I miei trentacinque anni di Missione in Alta Etiopia, Roma-Milano 1885-1895.

Visse abitualmente a Roma ed a Frascati con soggiorni estivi a Napoli e Sarno (11 maggio-4 agosto 1887) e S. Giorgio a Cremano-Napoli (luglio 1888) dove spirò il 6 agosto 1889, alle ore 4½ antimeridiane. Nel 1914 furono iniziati i processi per la sua beatificazione.

La personalità e l’opera di Massaja incisero profondamente, soprattutto in campo missionario, su grandi fondatori e sulle loro istituzioni: da Daniele Comboni (comboniani) a Francesco Jordan (salvatorioni) a Giuseppe Allamano (consolatini).

Con ogni certezza la ricorrenza centenaria del suo esilio, ricordata sopra, trascorrerà in sordina, avvertita appena da qualche studioso di storia missionaria o etiopica, senza quelle manifestazioni vibranti di toni trionfalistici, pur sinceri e meritati, che accompagnarono altre non lontane date massajane: i centenari della nascita, dell’erezione del Vicariato Apostolico dei Galla e la nomina di Colui che doveva esserne il primo reggitore, dell’entrata nel territorio della Sua missione dopo cinque anni di infruttuosi e disperati tentativi ed il cinquantenario della morte. Massaja non avrà più monu- /XII/ menti ed epigrafi magniloquenti, discorsi altisonanti, films di massa del passato. Gli sarà semplicemente consentito quel silenzio, già sceso da tempo su di Lui e sulla Sua opera, che tanto gli ha giovato, lasciando decantare giudizi ed apprezzamenti non sempre storicamente validi e oggettivi e psicologicamente sereni, suggeriti da biografie fascinose e superficiali o pesantemente politico-psicoanalitiche, portati in giro dai conferenzieri della politica dell’espansione. Non solo. Questa pausa dai clamori ha permesso di costruirgli pazientemente l’unico monumento veramente degno di Lui, ricomponendo la Sua autentica personalità di uomo e di missionario, frazionata in mille pezzi di carta che ancora oggi portano i segni delle sue lacrime e del suo sangue – l’ho scoperto io stesso nell’Archivio di Propaganda Fide a Roma —, per presentarlo tutt’intero in quest’opera poderosa, auspicata da decenni e mai finora realizzata.

L’uomo Massaja nei suoi scritti

Il titolo dell’opera che presento Lettere e scritti minori non deve trarre in inganno al punto di sminuirne il valore: anzi esso è inversamente proporzionale al contenuto. Questi scritti minori (così denominati per distinguerli da altri già pubblicati o rimasti negli archivi, di cui darò notizia nell’apparato critico delle note, di carattere prevalentemente filosofico e teologico) senza pretesa di pubblicazione, scritti appunto per non esser divulgati – sta a dimostrarlo il ritardo dei regolamentari cent’anni imposto dagli archivi ecclesiastici –, ci offrono la vera statura dell’uomo: nell’assoluta verità dell’essere, senza ricercatezze, contraffazioni, abbellimenti, suggeriti dalla letteratura o dalla prudenza; nella dinamica quotidiana, in maturazione, arresti, accasciamenti, riprese. La biografica moderna esclude ormai tassativamente la possibilità di offrire al pubblico una figura umana prescindendo dai rapporti con se stessa e con gli altri insiti nel genere epistolare, in passato ben più frequente e di prima necessità per la mancanza di altri mezzi di comunicazione. E si giunge così alla conclusione, che senza le lettere, le quali costituiscono la parte preponderante dell’opera, era impossibile capire Massaja. Conclusione logicissima, per Lui, uomo della sincerità trasparente e lucida, della lealtà somme, schiavo del dovere e dell’amore e – diciamo pure senza perifrasi ipocrite – dell’aggressività, per cui la penna gli servì di arma legittima nella difesa e nell’offesa, nel troncare e nel definire. Egli rigettò l’epistola come vezzo letterario di «farsi un nome», tanto caro al suo secolo, e lo accettò solo costretto dalla dura necessità di sopravvivere anche fisicamente, per inderogabili ingiunzioni d’ufficio, portato principalmente dal bisogno di espansione del cuore.

Analisi della personalità di Massaja attraverso la produzione epistolare, con esplicito riferimento alle memorie edite accennate sopra, sono già state condotte da due suoi biografi più autorevoli: /XIII/ troppo aderenti all’uomo ed ai suoi scritti per resistere alla tentazione di riportarle di peso; così si evita pure di ripeterle sott’altra forma, ma con identica sostanza.

«Massaja, nella sua verità più genuina e più bella, è qui: come per tutti gli uomini, ma particolarmente per i missionari, la lettera – l’autentica lettera scritta currenti calamo, nel respiro di un riposo sereno, o nell’impeto di un’amarezza crudele, o nello slancio di una letizia pura – la lettera è, veramente, una faccia dell’Anima. Soprattutto quando – ed è questo il caso di Massaja – chi scrive non ha né preoccupazioni né velleità letterarie: ma obbedisce solo alle necessità, alle domande, agli ordini del cuore e di Dio. Niente altro.

Fra le pagine delle Memorie più volte si fa cenno delle corrispondenze, di quelle che Massaja scrive – e che spesso non giungono a destinazione – di quelle che Massaja aspetta e aspetta troppo spesso invano: settimane, mesi, anni di aspettazione ansiosa e di silenzio spietato. Occorre raffigurarsi tutta la selvaggia poesia dell’Africa tenebrosa per sentire da vicino le angosce smisurate di questi silenzi, le asperrime difficoltà di questa vita vissuta, passo passo, in un mondo così lontano dall’Europa civile, e così lontano, soprattutto dal mondo d’oggi, dal mondo della radio, dell’areoplano, dell’automobile; per sentire, anche da vicino, la ebbrezza infantile che reca al missionario, al «recluso di Cristo» una lettera, una voce che gli arrivi – talvolta dopo qualche anno di viaggio – dalla Patria indimenticata. Scrive Massaja: «Ho passato metà del mio ministero missionario nel carteggiare coi miei missionari lontani, perché il suddito deve essere sempre certo di ciò che deve fare».

Questa affermazione è limitata alle sole lettere inviate ai confratelli di Etiopia, e autorizza a pensare a centinaia e centinaia di corrispondenze. Si aggiungano le lettere, spesso in forma di relazioni, indirizzate alla Congregazione di Propaganda Fide, all’Opera della Propagazione della Fede, ai Superiori dell’Ordine, ad enti scientifici, agli amici delle Missioni e suoi, e dobbiamo pensare a migliaia di corrispondenze.

Ciò che resta, dunque, di una produzione che dobbiamo giudicare ricchissima è una parte non conspicua; tuttavia, l’esame di essa – particolarmente se condotto con riferimento alle Memorie – rivela una Massaja «nuovo», autentico, vigorosamente originale, che pur quando contrasta col Massaja delle Memorie è sempre potentemente più vivo, più forte, più animoso nella passione, più generoso nella dedizione, negli abbandoni, negli smarrimenti, nelle splendide riscosse dell’Anima.

Spirito pronto e libero, schietto fino alla ingenuità, devoto alla semplicità nuda della parola e del gesto fino a sentirsi e a confessarsi – come fa più volte – «un poco grossolano», «un povero contadino», Massaja appare inadatto a tutte le mezze misure. Per lui la prudenza non degenera mai nel calcolo del tornaconto, il senso dell’opportunità mai si deforma nel fiuto dell’opportunismo. Se per i sapienti della Scuola la virtù sta nel mezzo, per lui, per la sapienza /XIV/ bella della Povertà francescana, la virtù sta sempre in alto: quindi, l’umiltà capace di toccare la volontaria abiezione nella obbedienza liberamente accettata; e la fermezza sicura del comando nell’esercizio legittimo dell’autorità.

Qui, nelle lettere, lo stile è l’uomo: lo stile dell’anima. Quanto al linguaggio, considerato nel giudizio estetico, si percepisce immediatamente che esso non ha nulla di letterario ed è sostanzialmente identico anche quando egli scrive a Vittorio Emanuele, o dà relazione del suo apostolato ai signori della Propagazione della Fede, o corrisponde con i ministri del Re o con i dirigenti della Società Geografica. In questi casi, pare evidente una certa cura della «forma», ma il parlare di Massaja è sempre uguale: egli scrive «alla bella meglio», secondo il modo familiare ai piemontesi di media coltura del suo tempo. Abbonda nei dialettismi e nei gallicismi, nel periodare spesso slegato e prolisso; talvolta cade in qualche deficienza sintattica e fin grammaticale. E non meraviglia: la sua educazione letteraria non era raffinata – egli aveva insegnato filosofia e teologia – né poteva, comunque, migliorare negli anni di missione, che, anzi, come tutti i missionari i quali si trattengono a lungo lontano dalla patria, «la lingua non vuol più saperne» di parlare italiano.

Occorre pure, per giudicare con precisione, tener conto delle particolari, e spesso singolarissime, condizioni psicologiche e fisiche nelle quali egli scrive. Sollecito com’è di parlar chiaro e di indugiare nella descrizione di episodi e nell’analisi delle questioni – specialmente quando si dirige a Superiori – deve spesso mettere la penna più volte sulla carta. Non per rivedere e correggere: l’assenza assoluta di correzioni e di cancellature autorizza a credere ch’egli scrivesse di getto senza ritorni e senza pentimenti. La scarsezza della carta, poi, più d’una volta esasperante, non consentiva di buttar giù prime copie o minute. Qualche volta il discorso era lungo e quindi non si poteva fare tutto d’un fiato: fra le lettere alla Propaganda ve n’è una di cento pagine in folio ch’egli, a causa d’un malanno importuno assai, durò otto mesi a scrivere. [Questa lettera-relazione (22,5×17 cm), la più lunga, di 74 pagine di cui alcune faticosamente decifrabili, indirizzata al cardinale prefetto Alessandro Barnabò, e datata Sciap-Kaffa 13 giugno 1861 – Lagamara-Gemma 20 febbraio 1862, fu interrotta in tre diverse circostanze, funeste a Massaja ed alla sua Missione: nell’esilio di Kaffa il 26 agosto 1861, a Ghera il 22 novembre precedente il secondo esilio, e durante la malattia dello scrivente, iniziata il 30 dicembre, che lo portò sull’orlo del sepolcro la mattina del 25 gennaio 1862 verso le ore 9. Scritta con stile incerto e mano tremante, con inchiostri forse confezionati da lui, la lettera, di indubbio valore grafologico, anche nella sua materialità esterna resta il documento più sofferto della vita incerta ed errabonda dell’illustre missionario e insieme la testimonianza delle peripezie e dei trafugamenti di alcuni suoi scritti missionari reperiti]. Ma, anche a prescindere da un caso sì eccezionale, avveniva non raramente che mentre egli era intento a scrivere, i doveri della casa – e i capricci /XV/ dei familiari – lo chiamassero a destra e a sinistra perché si facesse, alla lettera, «tutto a tutti».

È così. Ma intanto, quale efficacia descrittiva, quale rapidità di movimenti, quale potenza d’arte, insomma in questa prosa candida e cruda come pietra delle Alpi! Nelle Memorie questa prosa non è più greggia e terrosa: splende polita, spesso, e lucida di tardi riflessi manzoniani, in pagine magnifiche che onorano la nostra letteratura dell’800. Nelle lettere, tuttavia, è la miniera copiosa di questa grande arte massajana: intuito sicuro, tocco infallibile, le cose e gli uomini scolpiti più che descritti; e i sentimenti, sempre gagliardi e virginei, quali detta ed impone il cuore. Per la fede e il patriottismo, la libertà e la disciplina, la letizia e il dolore, la tenerezza inesauribile e il dominio di sé immancabile; l’entusiasmo mai mortificato e il senso critico sempre sveglio; la pietà calda facile al pianto e l’estro della poesia e il gusto dell’ironia facili, sempre, al sorriso e sempre generosi; perché tutti i sentimenti sono dominati dalla virtù sua per eccellenza, la volontà gioconda, francescanamente raggiante, del sacrificio, della dedizione, del martirio.

Quanto al contenuto – storia e pensiero – le lettere offrono una integrazione necessaria delle Memorie rivelando fatti e circostanze di valore decisivo per la biografia massajana e, in genere, per la storia delle missioni italiane e per quella religioso-politica della seconda metà dell’800 [e per la storia dell’Etiopia, di cui restano pochi documenti all’infuori di quelli scritti dai missionari di ogni fede]» (Egilberto Martire, Massaia da vicino; con una scelta di cento e più lettere di Massaia, Roma 1937, p. ix-xiii).

«L’Abuna Messias non è stato ancora capito in tutta la sua drammatica grandezza, perché i suoi biografi si son lasciati andare quasi esclusivamente sulla traccia delle Memorie, trascurando le Lettere, anche quando le hanno ripubblicate.

Qualcuno ha visto sì (ma nessuno ne ha tenuto conto quanto è necessario) che nell’opera monumentale c’è già un senso di lontananza e quasi di distacco dalla vita personale: un raggiunto senso storico, una serenità filosofica e mistica. Il grande vecchio nella sua quiete di Frascati, ricorda, ma non soffre più: la sua tragedia personale è come dileguata nella vastità della visione panoramica, dominata dalla ferma luce dei problemi religiosi e civili che ormai solamente gli importano.

Nelle Lettere invece l’uomo sanguina da tutte le sue ferite aperte: queste prose sono immediate e quasi incontrollate: qui la natura del Massaja, in fondo così passionale e temeraria, si svincola dal dominio della sua volontà: la carne si torce e lascia sfuggire il suo grido: nella confidenza la verità esplode in una prosa scattante, piena di vibrazioni, sigillata da frasi roventi di dolore, cupe d’angoscia, irte persino di punte d’amaro umorismo che paiono acuirsi in sarcasmo» (Ettore Cozzani, Vita di Guglielmo Massaia, vol. I [Firenze 1943] p. 262).

/XVI/ Queste analisi, di cui la prima assai più esatta e completa, vanno integrate con questa mia sensazionale scoperta: l’impulso missionario in Massaja non fu determinato da una felice predisposizione naturale assecondata, ma esclusivamente da una tenace volontà d’amore imposta.

Egli denunzia con la penna la sua ripugnanza, non solo al brondò – la vivanda di carne cruda intinta in salse oltremodo piccanti alla quale non riuscì mai ad assuefarsi – e a molti altri usi e costumi locali, ma addirittura a convivere con gli stessi nativi, chiamato per specifica missione ad evangelizzare. Questo, agli inizi e lungo tutto l’arco del suo più che trentennale apostolato, avvolto di tenebre spaventose, lo porta ad evocare spesso la morte come suprema forza liberatrice ch’egli presagisce non lontana. Solo l’amore eroico, privo di umane consolazioni, ha risolto questo stato insostenibile di continuo rigetto, l’Amore Crocefisso, con il quale Massaja sigla invariabilmente le lettere della maturità missionaria e spirituale: «L’abbraccio nel S. Crocifisso».

Eccone un saggio. Nel 1860, a cinquant’un anni di età e quattordici di missione, dal Kaffa offre a Pio IX, nella festa dell’Esaltazione della Croce, così consona agli argomenti trattati, il bilancio poco lusinghiero della missione, abbandonandosi a confidenze insospettate che sono vere e proprie confessioni. Privo di corrispondenze da Roma, «gettato come un arnese inutile in un’angolo della casa», solo con i suoi «selvaggi», scrive: «Per questa ragione sono stato assalito parecchie volte da una terribile malinconia, e fui tentato persino di lasciar tutto e andarmene al mio convento, il timore unico di trasgredire la volontà di Dio espressa nell’oracolo della Santità vostra mi ha trattenuto fra questo martirio di apostolato, dove l’uomo evangelico che teme Iddio, si trova continuamente oppresso da miserie e tribolazioni di ogni genere tanto nello spirito che nel corpo, senza nessun sollievo e consolazione di sorta; fui persino tentato di farne qualcheduna grossa, per guadagnarmi il riposo della S. Inquisizione, che per me sarebbe cento volte migliore, ma il timore dell’offesa di Dio mi ha trattenuto [...] io sono un povero vecchio [sic] vicino a morire, che non amo altro che di morire nella pace del Signore; conosco di essere stato esaltato a un grado che non mi conveniva e che non voleva, epperciò non aspiro ad altro, e non voglio altro che assicurarmi di aver fatto il mio dovere, anche in ciò che dico, disposto a tacere, ed anche abbruciare la presente il primo momento che Iddio mi farà conoscere bene di farlo, come prego V.[ostro] S.[antità] di distruggere la presente appena l’avrà letta». Denunziati abusi e scandali ed esposti progetti di riforma, che allora parvero addirittura temerari, prosegue: «...ho poca virtù, ed il pensare di dover poi morir qui fra la miseria e vermina fra i selvaggi mi fa ribrezzo», per concludere: «non è lo spirito di partito che mi fa parlare, ma il puro amore della S. causa, e mentre scrivo tengo il S. crocifisso nella mani raccomandando a lui ogni parola che scrivo». Si avverte la notte dello spirito e l’eco lontana del: /XVII/ «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»; osservando bene l’originale autografo della missiva si scoprono, sulla quarta pagina, tracce di lacrime.

Per premunirsi contro la propria debolezza Massaja si era fatto un dovere di restare sul campo, costi quel che costi, fino alla morte con voto, pronunziato sulle sponde dell’Abbai (Nilo Azzurro) nell’atto di entrare definitivamente nel territorio del suo vicariato. Ad esso tenne fede, come agli altri tre voti monastici, contro i richiami allettanti, provenienti dalla patria, di lusinghiere promozioni ad una vita piti umana e onorata, certamente, ma assai meno evangelica.

Altra breve constatazione che avrebbe bisogno di approfondimento. Nei suoi scritti, particolarmente in quelli indirizzati alla Congregazione di Propaganda Fide, il grande apostolo si richiama sovente ai «tempi apostolici»: quando deve risolvere ardui quesiti di prassi canonica e disciplinare o problemi teologico-linguistici della stessa catechesi. Massaja vi coglie tutto il fervore e la semplicità dei primordi, spogli di sovrastrutture e incrostazioni, ricchi però di «fuoco apostolico».

Ricerca e collocazione degli scritti

Dopo queste premesse di carattere biografico e psicologico-pastorale, è indispensabile presentare il processo evolutivo del lavoro svolto e la metodologia adottata nelle sue complesse fasi di ricerca, scelta, trascrizione degli scritti di Massaja e della realizzazione tipografica.

La ricerca, proprio per questo genere di pubblicazione di scritti sparsi un po’ ovunque, costituì l’aspetto pia laborioso e protratto della mia attività. Prima di risalire agli originali autografi, conservati negli archivi, occorreva individuare questi. A nulla mi giovarono gli epistolari editi da Gioachino Farina ed Egilberto Martire (cf. apparato critico delle note), assolutamente privi di valore critico per l’assenza di riferimenti archivistici e bibliografici, compilati esclusivamente su testi non correttamente trascritti, mutili e tratti, per la più parte, da pubblicazioni precedenti: pur’esse senza indicazioni di sorta, fatta eccezione per il carteggio di Massaja con i membri della Società e Spedizione Geografica Italiana e per altri pochi scritti. Mi giovai perciò delle uniche segnalazioni, veramente serie, offerte dall’Archivio della Postulazione Generale OFMCap. di Roma. Benché non fosse data l’esatta posizione di ciascun documento, ma solo il fondo archivistico e il volume, mi riuscì di scoprirli tutti; con mia sorpresa dovetti però constatare la frettolosità e la superficialità delle precedenti ricerche, condotte d’ufficio per il Processus Beatificationis et Canonizationis «super scriptis» dell’Apostolo dei Galla. Mi decisi così di consultare pure quei fondi o quelle sezioni che mi offrissero una anche lontana probabilità di successo, seguendo le piste indicate dagli stessi scritti di Massaja, già scoperti, o sug- /XVIII/ geritemi da studiosi incontrati in quegli ambienti oppure segnalate da pubblicazioni. Decisamente disagevole fu l’accesso ad archivi o raccolte di privati, gelosamente chiusi al gran pubblico degli studiosi, ai quali giunsi soltanto con molta perseveranza ed un pizzico di diplomazia. Ligio al principio che nel campo della ricerca, dovendo spesso procedere per induzione, si fatica assai con scarsi risultati, non mi persi d’animo e nell’arco di quindici anni, consultando con o senza esito un centinaio di archivi, arrivai a collezionare oltre il doppio dei cinquecento scritti elencati dalla Postulazione. Non solo. Ebbi modo di controllarli uno per uno personalmente, eccettuati quelli appartenenti agli archivi di Parigi e di Lione per cui mi giovai di fotocopie. I fotogrammi stampati durante la fase di ricerca superarono i ventimila.

Posso così presentare almeno un quadro sommario di archivi e biblioteche, più importanti al caso nostro, consultati. Rimando all’apparato critico, che precederà le note, per la loro completezza e la posizione esatta dei fondi o delle sezioni contenenti scritti massajani.

Roma – Archivio della Congregazione di Propaganda Fide: carteggi con i sommi pontefici Pio IX e Leone XIII, i cardinali prefetti, i segretari ed altri membri della congregazione, più le lettere ad altri destinatari girate a Propaganda in visione e non a richieste.

Roma – Archivio Segreto Vaticano: originale autografo dei ricordi autobiografici, già citato sopra e lettere al sommo pontefice.

Roma – Archivio Generale OFMCap.: carteggi con il procuratore ed il ministro generale dell’ordine ed i dirigenti dell’Opera della Propagazione della Fede.

Roma – Archivio della Postulazione Generale OFMCap.: trascrizione autenticata di gran parte degli scritti di Massaja, conservati nei vari archivi o in pubblicazioni, per la Causa di Beatificazione.

Roma – Archivio della Società Geografica Italiana: carteggi con i dirigenti della stessa Società ed i membri della Spedizione Geografica Italiana nell’Africa Equatoriale, guidata dal marchese Orazio Ant inori.

Roma – Archivi del Ministero degli Affari Esteri e dell’ex Ministero dell’Africa Orientale: carteggi con i vari ministri, dal conte Camillo di Cavour, intermediario Cristoforo Negri, a Pasquale Stanislao Mancini.

Roma – Museo Africano dell’Istituto dell’Africa: carteggi con Cristoforo Negri e Vittorio Emanuele II per la missione diplomatica del re di Scioa, Menelik II, inviata nel 1872.

Roma – Museo del Risorgimento (Vittoriano): alcune lettere diplomatiche.

/XIX/ Frascati – Museo Etiopico «G. Massaia»: alcune lettere e documenti di Massaja esposti in quadri.

Parigi – Bibliothèque Nationale Francaise e Bibliothèque de l’Institut de France: tutto il copioso carteggio con l’esploratore Antonio Thomson d’Abbadie e con il fratello Arnaldo.

Parigi – Ministère des Affaires Étrangères: carteggi con vari membri del governo e con lo stesso imperatore Napoleone III.

Parigi – Archivio e Biblioteca Provinciale OFMCap.: alcune missive a ministri provinciali.

Lione – Archivio Provinciale OFMCap.: carteggi con i ministri provinciali, i commissari, i procuratori e altri della Provincia di S. Ludovico di Francia, fino allo smembramento del 1870 in tre distinte province.

Lione – Archivio dell’Opera della Propagazione della Fede: carteggi con il consiglio centrale dell’opera.

Tolosa – Archivio Provinciale OFMCap.: carteggi con i ministri provinciali, i commissari, i procuratori ed altri della provincia alla quale, dopo lo smembramento del 1870, fu definitivamente affidato il Vicariato Apostolico dei Galla.

Torino – Archivio Provinciale OFMCap.: alcune lettere a religiosi e laici ed il manuale autografo di filosofia scolastica composto da Massaja.

Firenze – Archivio Provinciale OFMCap.: carteggio con il p. Egidio Baldesi da Cortona, ex ministro generale OFMCap. e con altri.

Stando al caso riferito più sopra, di peripezie e stato pietoso di un solo documento massajano e tenendo conto delle condizioni abitualmente disagiate in cui venne a trovarsi lo scrivente, si comprende facilmente come esso non sia rimasto un caso isolato. Parecchi scritti del periodo missionario non ci sono pervenuti in stato di perfetta conservazione: non però tali da risultare indecifrabili ad un occhio attento e conoscitore della calligrafia di Massaja od almeno ininterpretabili. Prescindo dalle lettere indirizzate al missionario e suddito p. Leone des Avanchers, sottratte alle termiti ed ai roditori, ridotte in frammenti, che tuttavia sono riuscito a ricomporre segnalando le parti mancanti con tre puntini inclusi tra parentesi quadre.

È qui pure opportuno un accenno alla calligrafia massajana, inclinata a destra, piuttosto grande che minuta, spaziata, chiara e sempre uniforme, quindi comprensibilissima. Di che sono veramente grato all’Apostolo dei Galla per avermi risparmiato la vista preziosa e permesso una trascrizione facile e scorrevole, senza peraltro crearmi problemi di sorta, se non nei casi di scelta tra maiuscola e minuscola delle consonanti C, F, L, P, S. In questo caso decisi di rimet- /XX/ termi all’uso del tempo ed alle abitudini dello stesso autore di favorire la maiuscola.

Ad un attento esame grafologico questa calligrafia rivela, per una mancata ampiezza delle lettere, un’intelligenza comune, ma in compenso la generosità d’intelligenza, cioè una superiore rettitudine rifuggente da ogni uso di espedienti per sostenere posizioni onestamente riconosciute false; una grande sensibilità che senza una volontà di ferro avrebbe potuto portare lo scrivente a manifestazioni deteriori; una tenace volontà e notevole tendenza all’orgoglio che in pratica è stato trasformato in un’alta coscienza della nobiltà del compito affidatogli; tendenza ad una fine ironia che ha del caustico, ma questa naturale disposizione egli la converti in zelo, condendola di sano umorismo (cf. Il centenario di una conquista spirituale (1852 - 21 novembre - 1952) numero unico [Roma 1954] p. 59).

Criterio di scelta e di trascrizione

Alla ricerca subentrò il vaglio e la scelta degli scritti da pubblicarsi, risultati piuttosto copiosi. Tutti gli scritti di Massaja, compresi nella categoria annunziata dal titolo dell’opera: cioè, corrispondenza epistolare e altri di carattere non strettamente filosofico o teologico che richiedono studio e pubblicazione a parte, sono stati pubblicati integralmente, senza mutilazione, ritocchi, correzioni, lasciando inalterato il testo con i suoi abbondanti svarioni grammaticali: morfologici e sintattici. Insomma il criterio dal quale mi sorto lasciato guidare nella trascrizione degli originali è strettamente conservativo, per un sacro rispetto ad essi e particolarmente all’Uomo che li redasse, al suo grado di cultura e stato psicologico del momento ed alle gravissime condizioni ambientali in cui operò. Nei casi di grafia manchevole e di sgrammaticature, frequentissime, ho evitato di indicarle all’attenzione del lettore con segni particolari (ad es. l’esclamativo o il sic) per non creare una sgradevole impostazione tipografica; ho rettificato il testo, con parentesi quadre, solo in quei casi che presentavano notevoli oscurità o ambiguità o evidenti ripetizioni, e particolarmente nei casi di nomi propri alterati da editori e tipografi profani o disattenti. Risultato: una riproduzione che chiamerei fotografica in chiave tipografica, con gli stessi capoversi e l’identica interpunzione – piuttosto singolare – dell’originale.

In ordine di scelta si è data la precedenza assoluta agli originali autografi, ovviamente; poi, in loro assenza, alle copie autentiche, a quelle d’ufficio autenticate, come nel caso della Postulazione Generale OFMCap.; infine agli stampati i cui originali o copie restano tuttora irreperibili. Ancora. Non mi sono limitato a questa scelta: l’ho pure estesa a brani di lettere e di scritti di Massaja, citati in altre corrispondenze o che si deducono da lettere pervenutegli, ai regesti contenuti nei diari di personaggi che furono in contatto epistolare con Lui, come nel caso dei monsignori Giustino De Jacobis, vicario apostolico dell’Abissinia e Taurino Cahagne, vescovo coadiu- /XXI/ tore dei Galla. In via del tutto eccezionale ho inserito interessanti scritti di altri, compilati con materiale fornito da Massaja o da lui controllati. Per quanto si riferisce agli ultimi anni di vita del cardinale – quando, in seguito a congestione cerebrale, si vide costretto al più assoluto riposo – ho riportato il carteggio dei suoi segretari, corrispondenti a nome suo e con il suo benestare. Concludendo che non ho tralasciato nulla di quanto ha rapporto diretto o indiretto con i suoi scritti, mi resta da notare che, all’infuori di queste deroghe eccezionali, nei volumi di testo non sono riportate altre lettere. Quelle dei corrispondenti verranno riprodotte per intero o parzialmente, per una maggiore comprensione del testo, nei volumi delle note.

L’accenno alle note – indispensabili all’intelligenza chiara e completa del testo – mi consiglia una puntualizzazione. Il lettore anche più sprovveduto nota l’assenza assoluta di queste, con grande suo disappunto. Premesso che le note saranno senz’altro pubblicate, ma in volumi a parte rispondenti a quelli del testo e lo seguiranno immediatamente, ci tengo a fare un breve discorso, punto ozioso o capzioso, sulla convenienza della soluzione adottata. La collocazione delle note dopo ogni scritto, come a pie’ pagina, presentava non lievi inconvenienti tipografici e pratici. Non ultimi l’irregolare alternarsi di caratteri di corpi diversi e la fastidiosa difficoltà di consultazione per la diversa lunghezza dei vari documenti, come nel primo caso; nel secondo, per l’ampiezza sproporzionata di parecchie note importanti in relazione al testo. L’unica soluzione consentita, adottata pure in altre pubblicazioni classiche del genere, era di riportarle tutte in fondo a ciascun volume e per questa mi ero deciso... Senonché dovendo io sobbarcarmi tutto solo al lavoro di ricerca, trascrizione, correzione delle bozze ecc., calcolando l’immane fatica e il ritmo di esecuzione compatibile con le mie fragili forze, giunsi al dilemma: o l’opera si sarebbe troppo protratta nel tempo, con vivo disappunto degli interessati e rischio di restare interrotta per mancanza sicura di continuatori, oppure bisognava pubblicare subito tutti i testi – considerato che essi sono la parte veramente importante e rivelatrice di cui Massaja è autore —, lavoro ben più spedito e facilmente realizzabile; poi, man mano, le note. Mi risolsi per la seconda soluzione che mi parve anche la più pratica relativamente alla consultazione. Si potranno così tenere contemporaneamente aperti, sul punto di comune interesse, tanto il volume del testo quanto quello delle note. Chi poi vorrà abbinarli non avrà che da farli legare insieme.

Stesura e disposizione tipografica

Questa è l’impostazione e quindi la realizzazione tipografica dell’opera, dopo la scelta degli scritti. Ha inizio con la presente introduzione. Via via seguono gli scritti, cominciando dal più antico, elencati con un numero progressivo in neretto e preceduti dalla testatina /XXII/ con nome e cognome del destinatario (accompagnato, per i religiosi, dalla sigla del proprio ordine o congregazione), la qualità, l’ufficio ricoperto o la professione esercitata, e il luogo di destinazione: dove certamente o probabilmente si trovava il destinatario alla data della missiva; non il luogo, spesso errato, indicato dall’indirizzo apposto dallo stesso mittente. La pubblicazione dello scritto, se si tratta di lettera, inizia ogni volta con il vocativo, secondo l’uso costante di Massaja. Per maggior uniformità la data è sempre all’inizio del documento, pure nel caso che nell’originale essa si trovi in calce; allora viene contraddistinta dall’asterisco. Il poscritto segue sempre la firma e l’indirizzo chiude la lettera.

Per un controllo spedito sugli originali o copie o stampati è stato riportato il numero di foglio o di pagina del documento (tra parentesi quadre quando non si trova segnato sugli originali): ciò ha conferito maggior perfezione all’opera, anche se – lo comprendo anch’io, molto bene – ne ha scapitato alquanto la veste tipografica...

Quanto al numero progressivo (in neretto) del documento non ho potuto evitare, in alcuni casi, di ricorrere al bis, per aggiungere scritti scoperti a composizione già avanzata che sarebbe stato irragionevole relegare al termine del volume o addirittura dell’opera intera.

Nell’impaginazione ho posto in alto, all’estremità del volume, i numeri progressivi delle pagine, al centro quelli dei documenti ivi contenuti. La diversità di carattere ne facilita la distinzione. In nota verranno ambedue sempre citati con una linea obliqua di separazione, per indicare a sinistra quello del documento e a destra quello della pagina.

In ogni volume, dopo la pubblicazione dei testi, segue l’elenco di segni, punteggiatura, numerazione, abbreviature e sigle usati e l’indice con relativo regesto degli argomenti trattati, assai vantaggioso per la consultazione. L’indice analitico completerà l’opera.

Tutti i documenti sono stati disposti in ordine cronologico, come più aderente a questo genere letterario articolato nel tempo, ormai accettato da tutti gli epistolari moderni. Quando la data non risulta esplicitamente dal documento stesso la si è stabilita in base a criteri sicuri, intrinseci od estrinseci, dichiarati poi nelle note, ponendola tra parentesi quadre. Le lettere databili in un determinato periodo sono collocate nell’anno estremo di quel periodo (ad es. 1860-1863: nel 1863); se si tratta invece di un anno, dopo l’ultimo giorno di dicembre dello stesso anno; se di un mese, dopo l’ultimo giorno dello stesso mese. Nell’assenza assoluta di ogni probabile datazione i documenti verranno riuniti al termine dell’opera, dopo l’ultimo documento di data certa o probabile o approssimativa.

L’opera completa consterà complessivamente di sei volumi di testo e di altri sei di note, corrispondenti ai primi, suddivisi nei periodi pili rilevanti dell’epopea massajana: 1° Dalla professione religiosa nell’Ordine dei Cappuccini all’ingresso nel Vicariato Apostolico dei Galla (1827-1852). – 2° Tutto il periodo della Missione Galla (1853-1862). – 3° Viaggio e permanenza in Europa (1863-1866). – 4° Il /XXIII/ periodo scioano, dalla partenza dall’Europa all’esilio definitivo decretato da Johannes IV (1867-1879). 5° Dalla rinunzia al Vicariato Apostolico dei Galla alla creazione a Cardinale di S. Romana Chiesa (1880-1883). – 6° Il periodo del cardinalato che si chiude con la morte (1884-1889).

Per concludere

L’impegno richiesto dalla vastità e complessità dell’opera e dal ritmo faticoso di lavoro è stato largamente rimunerato con la gioiosa sorpresa di accertare – durante le mie vaste battute di ricerca – che Massaja è sempre vivo nel ricordo e nel cuore di molti; che le simpatie, già suscitate in uomini come Teodoro II e Menelik II, Napoleone III e Vittorio Emanuele II, in Leone XIII, il suo mecenate, non si sono ancora spente. Questa genuina figura di cappuccino-missionario, eroico e bonario, con il suo irresistibile fascino mi ha aperto ambienti nuovi preclusi ad altri, prestato collaborazioni preziose e inaspettate, concesso autorizzazioni finora sempre negate: carica salutare per me, quando inevitabili e gravi intralci rischiavano di spezzare la mia fragile costituzione, e di annullare i progetti futuri.

Non so in qual grado abbia veramente corrisposto all’aspettativa del pubblico e incontrato il suo gradimento. Di questo però sono intimamente convinto: ho dato tutto me stesso, per ottenere in cambio il privilegio, da partecipare poi agli altri, di accostare un autentico Uomo-Apostolo e di vivere parecchi anni in fraterna e proficua comunione con Lui.

Roma, 24 maggio 1978
132° anniversario della consacrazione episcopale di Massaja.

Antonino Rosso