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Fregio

Debre-Berhan

Debre-Berhan ደብረ ብርሃን Däbrä Bərhan “Monte di Luce” si trova attualmente nella Zona di Semien Scioa, nella Regione degli Amhara, a 120 km da Addis Abeba. Fu fondata nel XV secolo, e divenne una delle capitali dell’impero etiope. Nel 1878, in seguito all’accordo con Giovanni IV, Menelik vi spostò la sua residenza da Liccè.

Capo XII.
Avanti per l’Abissinia.

Memorie Vol. 1° Cap. 11.
Giugno - Settembre 1849
Tigrè, Semien, Gondar, Beghemeder, Uollo, confini dello Scioa

1. Un’ardita risoluzione. — 2. Abboccamento ed accordi presi con Amàrie-Kenfù. — 3. Arrivo al campo di Ubiè. — 4. Conferenza con Ubiè e partenza dal campo. — 5. Giunge il Kalàtie. — 6. Ci mettiamo in viaggio; una notte penosa. — 7. Passaggio del Takkazè ed entrata nel Semièn. — 8. A Màjtalo, capoluogo del Semièn. — 9. Viaggio verso il Sud; osservazioni topografiche. — 10. Discesa al Waggarrà; bel panorama. — 11. Doqquà; antichi monumenti; indolenza degli Abissini. — 12. Arrivo a Gondar. — 13. Incontro col Padre Stella; tranello tesomi da Salâma. — 14. A Devra-Tabor ed a Guradìt. — 15. Passaggio del Bascilò. — 16. Osservazioni sulla regione del Bascilò. — 17. Incontro con i Padri Giusto e Cesare. — 18. Santuario e reliquie di Tedba-Mariàm. — 19. Visita e conferenza col Principe. — 20. Veduta dei paesi galla da Tedba-Mariàm. — 21. Abbondanza di questi paesi. — 22. Stato religioso di Tedba-Mariàm. — 23. Festa della Croce in Tedba-Mariàm — 24. Partenza per gli Uollo-Galla; il ponte del diavolo. — 25. Horrò-Hajmanò; Totala; Uorro-Kallo. — 26. Propaganda mussulmana di questi Principi. — 27. Visita a Berrù-Lubò; preti apostati.

Capolettera A

Liberatomi del suddetto incomodo, e dell’incombenza, che Propaganda mi aveva dato rispetto alla Missione del Tigrè, mentre la relazione di quanto da me era stato fatto andava a Roma, ed io attendeva nuovi ordini dalla Propaganda, pensai di fare un viaggio nell’interno, per vedere, se non altro, che cosa facessero i miei Missionari, e risolvere quello che si avrebbe dovuto fare per l’avvenire. A quest’ardita risoluzione mi spinse principalmente una lettera del P. Felicissimo, portatami da un corriere dello Scioa, con la quale m’invitava di andar colà. Aveva mandato il P. Felicissimo allo Scioa, per pregare quel Re ad aprirmi la strada di Zeila; e mi era indotto a far questo passo, perchè credeva ancor vivente /105/ Sala-Salàssie amico degli Europei; ma morto da più mesi, gli era succeduto Hajlù-Malàkôt suo figlio. Or questi, dicevami  Felicissimo, gli aveva risposto di non potermi contentare, perchè tutti gli anziani del paese erano contrarj all’apertura di quella strada; desiderando tuttavia di ricevermi nel suo regno, si sarebbe messo d’accordo con Râs Aly, per farmi venire dalla parte di Massauah.

Sala-Salàssie ሣህለ ሤላሴ Śahlä Śəllase Ges 1795 - Debre-Berhan 1847, re dello Scioa dal 1806 al 1847. Salì al trono in un periodo di disordini e rivolte. S.S. riuscì abilmente a riportare l’ordine, alleandosi con alcuni capi galla, che da allora divennero suoi collaboratori e gli garantirono il sostegno militare per estendere il suo potere. Nel 1839 sembra che abbia assunto il titolo di negus, anche se tale pretesa fu considerata un abuso dagli altri capi amara, che continuarono a riconoscerli solo il titolo di meridasmacc. Fu il primo capo amara ad avere contatti stabili con europei; alla sua corte arrivarono i missionari protestanti tedeschi Johann Ludwig Krapf e Karl Wilhelm Isenberg, entrambi sostenuti dalla Church Mission Society (CMS) di Londra. Nel 1841 il capitano William Corwallis Harris guidò la prima missione diplomatica britannica nello Scioa, con la firma di un trattato che però non ebbe seguito pratico. Anche il trattato firmato nel 1843 con il francese Charles-Xavier Rochet d’Héricourt rimase per il momento lettera morta. Le relazioni dei viaggiatori europei diffusero l’immagine di un regno dello Scioa ricco e civilizzato, e la fama di S.S. fu poi oscurata solo dall’impero di Menelik.
S.S. ricostruì la città di Debre-Berhan, e fondò Angolalò ኣንጎለላ Angoläla che divenne la sua residenza principale.
S.S. morì, pare per le conseguenze di un incidente di caccia, nel 1847. Gli succedette il primogenito Hajlù-Malàkôt ካይለ መለኮት Ḫaylä Mäläkot, il padre di Menelik, che morì nel 1855 combattendo contro Teodoro.
Un’altra figlia di S.S. fu la bisnonna di Hayle Selassiè I.

Cozzani vol. 1 p. 49
Cozzani vol. 1 p. 49

È da sapersi che, impadronitisi gl’Inglesi di Aden, tutte le popolazioni dell’interno dell’Africa si erano messe in guardia da quella parte della costa sopra e sotto Zeila; ed i mussulmani, per tenersi il monopolio del commercio collo Scioa, non solamente opponevansi anch’essi all’apertura di quella strada, ma con falsi racconti, odiosi per gli Europei, si studiavano di mettere in sospetto quei Governi. Non potendo adunque tenere quella via, voleva tentare l’altra dell’Abissinia; ma due difficoltà si frapponevano a questo disegno. La prima, il mio esilio dall’Abissinia, unica via per lo Scioa; la seconda, i bisogni della nuova Missione di Aden, che mi obbligavano di andare in Europa. Tuttavia risolvetti di partire, ed avendone conferito con Monsignor De Jacobis, questi se ne allarmò, dicendomi che, avventurandomi a quel viaggio, non solamente avrei esposto me stesso a gravi pericoli, ma anche la sua Missione. Vedendomi così contrariato, dissimulai; ed ascoltando solo la voce del mio dovere, risolvetti di partire segretamente, senza cercare altri consigli. In faccia al pubblico io faceva le viste di dispormi per ritornare in Aden; di nascosto poi diedi al mio confidente Abba Emnàtu quanto bisognava per le opportune provviste del viaggio, avvertendolo di fare ogni cosa in segreto, di dire in caso di bisogno che il viaggiatore chiamavasi signor Antonio (mio secondo nome di battesimo) e di tenermi avvisato quando tutto fosse stato in ordine. Un bel giorno, 8.6.1849 A.Rosso o meglio una bella notte, partii a piedi con lui, senza salutare nessuno, eccetto Fra Pasquale, a cui raccomandai rigoroso silenzio, sino a tanto che non avessi passato il Tigrè.

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Cozzani vol. 1 p. 46
Cozzani vol. 1 p. 46

2. Arrivato il quarto giorno in cima alla montagna Tarànta, mi fermai in un luogo distante dalla strada che portava ad un grosso villaggio, e rimasto là con i portatori, i quali non mi conoscevano, mandai il mio fido a chiamare Amàrie-Kenfù, nostro cattolico, ed amico di Degiace Ubiè. Venne subito, poichè la sua casa era lì vicina, e gli palesai la risoluzione di presentarmi come un viaggiatore qualunque a Degiace Ubiè, e domandargli il passaggio. — Ditemi come la pensate, soggiunsi, e se convenite meco, datemi alcune norme di ciò che io debba fare, e scrivetemi una lettera da presentare al Re, affinchè egli solo sappia chi io sia, e ciò che /106/ desideri. — Amàrie-Kenfù lodò il disegno di presentarmi in quel modo ad Ubiè. — Ed è questa, disse, l’unica maniera di sanare la piaga del suo cuore, ferito per aver sottoscritto il vostro esilio senza conoscervi. — Mi fece venire intanto da casa sua un pranzetto da campagna assai gustoso, ed anche alcune provviste pel viaggio. Poscia scrisse varie lettere di raccomandazione, e quella al Re Ubiè, a mio nome, e mi diede le istruzioni occorrenti, perchè tutto riuscisse bene; cercatami poscia una persona di sua confidenza, ma che non mi conosceva, per accompagnarmi, con essa partii.

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3. Il quinto giorno ci trovammo un miglio distante da Gualà, e, contemplando quel luogo, quante dolci reminiscenze alla mente ed al cuore! ma bisognava dissimulare, e tirare innanzi, per andare ad alloggiare un po’ lontano dall’abitato, in casa di un amico di Amàrie-Kenfù; dal quale fummo bene accolti e ben trattati. Il giorno seguente, partiti di buon mattino, 18-19.6.1849 A.Rosso verso le tre della sera giungemmo in vicinanza del campo di Ubiè. Ivi in luogo appartato ci fermammo, e preso qualche ristoro, la guida datami da Amàrie-Kenfù si avvicinò al campo, per concertare con Negussiè, parente prossimo del Re, il mio ricevimento. Ritornò a prendermi sull’imbrunire, ed entrammo nel campo quando già era notte, ricevuti da Negussiè suddetto. Al nostro arrivo trovammo apparecchiata la cena, venuta dalla casa stessa di Ubiè, cena generosa, ma non troppo abbondante, per non destare l’attenzione della Corte; poichè il Re stesso era stato avvertito che si trattava di un forestiero, il quale non voleva essere conosciuto da nessuno, ma che avrebbe presentato una lettera, dalla quale ogni cosa sarebbe stata svelata a lui solo. Già tutto era stabilito per un’udienza segreta innanzi giorno, dimodoché l’abboccamento dovea terminare prima che entrassero i cortigiani.

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4. Di fatto la mattina, avanti giorno, fui chiamato ed introdotto nella sua stanza particolare, dove già mi attendeva. Gli presentai la lettera, scrittami da Amàrie-Kenfù, che lesse ridendo; e fatto uscire anche il ragazzo di sua confidenza, mi disse con un sorriso rassicurante: — Non teme ella di essere legato? — Risposi francamente di no. — Allora egli soggiunse: — Io ieri sera, senza che nessuno mi dicesse nulla, appena sentito che un forestiero voleva parlarmi, pensai quello che adesso accade. Ella ha interpretato ciò che io desiderava, ne sia lodato Iddio. Oggi la stimo e l’amo davvero. — Indi mi fece le sue scuse rispetto all’esilio; parlammo poscia di altre cose più importanti, e, vedendo che si faceva giorno, io stesso lo avvertii che era tempo di accomiatarmi; poichè non /107/ avrei voluto essergli causa di un qualche dispiacere. — Va bene, rispose, ci siamo compresi a vicenda. Alla Corte non mancano persone che possano riconoscerla; perciò ella partirà subito, accompagnata da una mia persona fida, ed andrà a riposarsi in casa di un altro mio confidente, distante dal campo circa due ore. Stasera poi manderò le persone che dovranno accompagnarla sino a Gondar, con la parola di raccomandazione per tutti i capi dei paesi, che incontrerà lungo il viaggio, e dimani partirà. — Ciò detto, io, secondo l’uso del paese, deposi nelle sue mani un pacco di finissimo setino, che colà poteva valere anche cento scudi, e presi commiato. Ritornato alla casa, dove aveva passato la notte, trovai pronta una piccola colazione, mandata dallo stesso Re. Gustata qualche cosa, giunse quasi subito la persona che doveva accompagnarmi; ed i portatori avendo mangiato anch’essi, 20.6.1849 A.Rosso partimmo immediatamente; e prima che uscisse il sole, eravamo già fuori del campo.

La persona che mi accompagnava e lo stesso padrone di casa, in cui aveva dormito, avevano ordine di non separarsi da me, fintantoché non fossero giunte le guide di Ubiè, che dovevano scortarmi sino a Gondar. Strada facendo, la guida movevami dei discorsi, che miravano a voler sapere chi io mi fossi: ma non altro risposi che, era un certo signor Antonio, arrivato da qualche tempo in Massauah, e diretto a Gondar. Mi domandò se conoscessi Abûna Messias. Risposi con aria indifferente di sì, e gli chiesi perchè lo avevano cacciato. — Che vuole, rispose, da quanto si dice, egli è un Vescovo di Abûna Jacob: essi sono tutti santi, e noi siamo tutti diavoli. Il nostro Vescovo Salâma è come un gallo, che non vuol vedere altri galli attorno a sè. — Gelosia di mestiere, risposi io allora ridendo, e cercai di mutar discorso.

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5. Camminando di buona lena, verso le otto del mattino arrivammo alla casa designataci da Ubiè. Il padrone, sentendo la parola del Degiace, ci ricevette onorevolmente, e subito fece ammazzare un bel castrato, che fu mangiato dalla famiglia e dal mio seguito. Per me domandai un poco di latte, ed inzuppandovi del pane, ne fui contento. Per non espormi ad interrogazioni indiscrete, ed al pericolo di essere riconosciuto, domandai un luogo a parte per riposarmi; e così potei recitare anche le mie preghiere. Verso sera giunse il Kalàtie (1) del Degiace, e si voleva partir subito: ma essendo già tardi, ci convenne passare ivi la notte. Quelli poi /108/ che sin là mi avevano accompagnato, ritornarono indietro, portando al Re i miei ringraziamenti.

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Cozzani vol. 1 p. 66
Cozzani vol. 1 p. 66

6. La dimani di buon’ora ci mettemmo in viaggio, e si camminò tutto il giorno ed altri appresso, trovando sempre in tutti i luoghi di sosta gentili accoglienze, e trattamenti di carne, di birra e d’idromele, le sole cose che può offrire l’Abissinia. Qui fa d’uopo sapere che, quando un forestiere viene accompagnato da un Kalàtie, per questa persona quel viaggio è un traffico continuo ed un mezzo di lucro. Dappoiché il forestiere, che cammina per ordine del Re, dovunque si ferma, dev’essere trattato bene, o con un bue o con una pecora, con birra o con idromele, ecc., secondo che il Re lo vuole più o meno onorare. Il Kalàtie, che porta a voce quest’ordine, se ne serve a suo vantaggio, sia chiedendo cose maggiori, sia accorciando le tappe, per moltiplicare le fermate. Più, arrivato in un villaggio, si ferma e finge di volervi pernottare: allora esce il Capo del paese, e per togliersi quel fastidio, gli dà una mancia, e via. In altri luoghi, anche pernottandovi, riceve sempre un regalo, e ciò in compenso di quanto si avrebbe dovuto dare al forestiere, e che non si diede. Insomma è un traffico, fatto alle spalle del povero forestiere, che non ne sa nulla, e che anzi deve soffrire per ciò un ritardo notevole del suo viaggio.

La sera del secondo giorno arrivammo ad un paese detto Abba Garîma, ed il Kalàtie m’introdusse in casa di un Angiar (o domestico del Vescovo Salâma). Non vi era il padrone, ma solamente la moglie, la quale era troppo amica del mio Kalàtie.... Per me quella notte fu penosissima: nè poteva dir parola senza pericolo di essere riconosciuto. E mi dovetti stare zitto anche quando sciolsero la loro lingua contro di Monsignor De Jacobis e di Abûna Messias. E non solo contro di noi, ma anche contro Salâma ne dissero delle nere! Quanto l’Abissino e ipocrita ed infedele! Sulla mia persona però non cadde nessun sospetto, perchè io in faccia a loro era il signor Antonio, raccomandato dal Re.

Abba Garîma. Il monastero di እንዳ ኣባ ገሪማ Ǝnda Abba Gärima o Betä A. G. si trova a circa 6 km a est di Adua. Prenderebbe il nome da Gärima, uno dei “nove santi” che fra V e VI secolo furono protagonisti della “seconda evangelizzazione” dopo quella operata da San Frumenzio. Si tratta dunque di uno dei più antichi centri della cristianità etiopica, che conserva ancora preziosissimi manoscritti antichi.
Presso la località di A.G. nel marzo 1896 si svolsero alcune fasi drammatiche della Battaglia di Adua.

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7. Il quinto giorno 6.7.1849 A.Rosso arrivammo alle sponde del fiume Takkazè; ed essendo le acque molto basse, lo tragittammo facilmente. Indi cominciammo a salire la montagna che vi sta vicina, e giungemmo ad un paese di frontiera del Semièn, dove passammo la notte. Ripresa la via, lasciammo il basso Semièn, per salire le grandi alture di questo paese, che sono le prime e più elevate dell’Abissinia; e le vedemmo tutte bianche, sicchè da lontano parevano coperte di neve: ma giunti là non si trovò che uno strato di grandine. Su queste alture non crescono più gli alberi, ma molto lichène, ed i paesani non vi seminano altro che orzo, unico loro prodotto; /109/ però vi allevano in abbondanza ogni specie di bestiame; perchè le erbe, quantunque non crescano molto alte, pure sono assai nutritive ed aromatiche. Avvi poi gran quantità di api, perchè quelle basse erbe abbondano di fiori, anche nella stagione secca.

Quando noi arrivammo sulle alture del Semièn era il principio di Giugno, mese in cui comincia su quelle altezze la stagione piovosa, poichè lassù suole anticipare; e da prima le piogge cadono a nembi, e si riversano a forti temporali, accompagnati da grandine minuta, la quale si conserva per molti giorni. Ma neve sulle alture dell’Abissinia non ne vidi mai, nè allora nè dopo, checché si dicano alcuni antichi scrittori (1). La notte seguente la passammo sull’orlo settentrionale di quelle alture, in una povera casa, alzata su alla meglio, perchè non vi erano legni, e coperta di paglia di orzo. Per la stessa mancanza di legna, vi si faceva fuoco con lo sterco di bue, il quale manda un fetore, insoffribile all’Europeo, che non vi è avvezzo. Del resto il popolo di quelle alture è forse il migliore /110/ dell’Abissinia, perchè meno in comunicazione con gli stranieri, come osservasi anche nei nostri montanari di Europa.

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8. Non eravamo molto distante da Màjtalo, capoluogo del Semièn e patria di Degiace Ubiè, dove egli regnò prima di conquistare il Tigrè. Vi arrivammo quindi il giorno appresso, ed alloggiammo nella casa dello stesso Ubiè; ivi il suo rappresentante ci trattò lautamente, offrendoci carne, latte, birra ed idromele. Qui ci riposammo un giorno, come se fossimo in casa nostra. Il Kalàtie, che vi era conosciuto, ed era anche persona di confidenza, mi divertiva con i discorsi che teneva col padrone e con la famiglia. In sua bocca io era diventato un messaggiero straordinario del nuovo Re di Francia, mandato a Degiace Ubiè ed a Râs Aly. Ed era una delizia il sentirgli riferire le più strane storielle, per dare importanza alla mia missione politica. In ciò l’Abissino ha una abilità tutta particolare: inventa e crea con la massima facilità, e vi fa quei racconti con una disinvoltura, che vi costringe a credere quello ch’egli dice, senza darvi la menoma ombra di sospetto.

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9. Partiti da Màjtalo, dopo una buona giornata di cammino verso il Sud, arrivammo all’estremità dell’altipiano del Semièn, dove trovavasi la città del Governatore Generale di tutto il Semièn e dintorni; il quale vi faceva quasi da Vicerè. Il Governatore era allora Sciàlako-Ualde Kidàn, parente di Degiace Ubiè, un vecchio venerando, che avea fatto da padre al detto Degiace. Qui Ubiè avea cominciato a fabbricare una chiesa, nella quale dovea situarsi la campana, che Papa Gregorio XVI avea regalato a questo Principe, e che era giunta colà due anni prima del mio arrivo in Abissinia (1). Anche qui riposammo un giorno prima di discendere nel Waggarà.

Senza entrare nei particolari delle configurazioni, catene ed altezze delle montagne del Semièn, ed in generale dell’Abissinia finora traversata, basti notare, così sommariamente, che l’altipiano abissino ordinano varia dai due ai tre mila metri, e le grandi altezze che si elevano su questo altipiano, principalmente del Semièn, vanno dai tre ai quattro mila metri; il monte Dagiàn poi supera i quattromila e seicento metri. Al contrario dei nostri paesi, nell’Abissinia le montagne sono più deliziose delle valli; /111/ poichè, superata la fatica del salire, vi si cammina quasi sempre in piano, vi si respira un’aria pura e balsamica, e vi ricrea la vista, almeno nelle alture ordinarie, una bella vegetazione.

Sciàlako ሻለቃ Šaläqa "Comandante di mille” era un titolo militare tradizionale.

Il monte Dagiàn ራስ ዳሸን Ras Dašän è la più alta montagna dell’Etiopia, e la quarta per altezza in tutta l’Africa. Secondo le recenti misurazioni, raggiunge i 4549 m; il M. segue i cartografi del XIX secolo che gli assegnavano una quota di 4620 m.
Quanto alle altre località citate in queste pagine, nella cartografia italiana degli anni trenta compaiono Majtàlo Mai Tsalò e Doqquà Dacua là dove sono indicate dalla mappa del Cozzani; ma non ho trovato altre informazioni.
Per ora, nessun riscontro per gli altri nomi di località e persone che non hanno una loro nota.

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10. Preso commiato da questo Governatore, un’ora dopo arrivammo sulla cima di una montagna del Semièn, d’onde si scopre un nuovo e bello orizzonte. Li sotto si presenta il Waggarà a piano ondulato e vestito di florida vegetazione; più lungi appare un poco la città di Gondar, come tra le nuvole; e volgendo l’occhio tra il Sud e l’Ovest, si scorge qualche traccia del lago Tsana. Per discendere al Waggarà fa d’uopo passare per un precipizio quasi perpendicolare di circa cinquecento metri: il cui sentiero stretto e pericoloso fa venire le vertigini a chi non vi è avvezzo; sembra una discesa di breve tempo, ma con le sue giravolte richiede almeno tre ore. Giunti al piano si cammina tra deliziose colline, ma quasi deserte e disabitate, perchè campo di frequenti guerre; e là appunto si batterono Degiace Ubiè e Râs Aly quando noi arrivammo in Abissinia. Quella notte la passammo in un piccolo villaggio distrutto, dove i soldati, per mancanza di legna, avevano bruciato quasi tutte le case, sicchè penammo a trovare una capanna per ricoverarci.

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11. La mattina si parti per Doqquà, e vi arrivammo di buon’ora. Trovammo fabbriche di case e di una chiesa inalzate da Europei; benchè di gusto mezzo abissino, pure avevano muri a calce, colonnati, e vòlte simili alle nostre. La chiesa era stata fabbricata dai Portoghesi un trecento anni prima: ma allora era tutta rovinata. Nei dintorni di Gondar si trovano molte di queste chiese, alcune delle quali ancora in buono stato. Di lavori portoghesi, oltre le chiese, vi sono anche tre palazzi imperiali; due a Gondar, ed uno per uso di villeggiatura, lontano due piccole giornate dalla città: ma in gran parte cadenti ed inabitabili. Lo stesso deve dirsi dei ponti, che ve ne saranno un dieci o dodici tra grandi e piccoli, rovinati e rotti anch’essi. Questi monumenti attesteranno ancora per secoli la presenza degli Europei in quelle parti, chiamati e corsi in ajuto delI’Abissinia contro il potere mussulmano, che stava per renderla sotto il suo dominio. Attesteranno l’ingratitudine degli Abissini, che, dopo tanti beneficj, li cacciarono dalle loro contrade. Attestano finalmente anche a noi l’indolenza di questo popolo, inetto a progredire non solo, ma a conservare ciò che dagli Europei loro era stato fatto. E che questa indolenza ed inettitudine sia una malattia antica del paese, lo provano anche gli obelischi di Akxum nel Tigrè, i quali risalgono ai tempi dei Faraoni, e giacciono abbandonati a terra, come cose inutili.

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/112/ 12. Partiti da Doqquà, 2a metà di luglio A.Rosso
Pagina numerata erroneamente 114
in un giorno fummo a Gondar, la gran metropoli dell’Abissina; la quale conta la sua origine dalla caduta di Akxum, quando l’antica razza etiopica si fuse coll’amarica; razza straniera venuta dalla costa asiatica del Mar Rosso, e che trasformò la famiglia imperiale da etiopica in amarica. Essa allora dal Tigrè fu trasportata al Beghemèder, come luogo più centrale dell’impero, il quale ristrettosi notabilmente al Nord ed all’Ovest, si dilatò più al Sud, dove la razza amarica dominava sino agli ultimi confini di Kaffa. In quell’epoca la città capoluogo del Beghemèder era la città chiamata ora Antotto (1), vicina alla riva sinistra del fiume Hauash (2), e continuò ad esser tale fino alle irruzioni degli Arabi, guidate dal famoso Gragne. Questo ardimentoso condottiero nacque e fu allevato in Haràr, paese allora tributario all’Abissìnia. Circondatosi di ribelli, salì con essi sull’altipiano, e vincendo sempre, portò le sue conquiste sino al Nord dell’Abissinia, e costrinse l’Imperatore a ritirarsi nel Tigrè; dove non sentendosi neppur sicuro, dovette rifugiarsi sulla montagna Devra-Damòt. Ma arrivati i Portoghesi, sbarragliarono il potente conquistatore, e lo inseguirono sino a Gondar, nelle cui vicinanze fu ucciso. D’allora in poi Gondar diventò la metropoli di tutta l’Abissinia. Al mio arrivo essa contava circa cinquemila abitanti, un terzo dei quali erano mussulmani; un altro terzo apparteneva alla casta sacerdotale, che serviva le quindici chiese della città e circa quaranta dei dintorni; e gli altri erano eretici con qualche cattolico.

Il regno di Gondar è la fase della storia etiopica che va dal 1630 ca. al 1760.
La narrazione del M. in questo punto è particolarmente confusa. L’“antica razza etiopica” del testo è la nazione tigrina, sede del più antico stato dell’Etiopia, il regno di Aksum (IV secolo a.C. - X secolo d.C.). Questo fu seguito dalla poco nota Dinastia Zaguè (XII-XIII secolo), quindi dal sorgere dell’impero salomonico ad opera della dinastia scioana (XIII-XVII secolo). Nel XVI secolo l’impero etiopico rischiò l’annientamento ad opera del somalo (non “arabo”) Ahmad ibn Ibrihim al-Ghazi detto Gragn (“il Mancino”). La riscossa venne dall’imperatore Claudio (Gelawdewos) appoggiato dai portoghesi. Questi in seguito morì combattendo contro i mussulmani di Harar. Gli succedette Susənyos, che sotto l’influenza dei gesuiti arrivati con i portoghesi tentò di portare l’Etiopia al cattolicesimo, suscitando l’opposizione dei circoli conservatori. Il figlio Fasilidas riportò l’impero alla religione tradizionale, e fondò G. come sua capitale. Il regno di G. fu travagliato da conflitti religiosi, che alla fine minarono l’unità dello stato, e portarono alla cosiddetta era dei principi ( ዘመነ መሳፍንት zämänä mäsafənt).

Antotto እንጦጦ Ǝnṭoṭṭo Antica capitale scioana, sul fianco dell’omonima montagna, a poco più di 9 km dall’attuale centro di Addis Abeba.

Hauash አዋሽ Awaš fiume lungo circa 1200 km, nasce sugli altipiano ad ovest di Addis Abeba, e scorre verso il territorio Afar, sfociando nel lago salato di Abbayya አባያ , il “lago Margherita” al tempo della dominazione italiana.

Harar ሃረር, ሐረር Harär città storica capoluogo dell’omonima provincia, a 525 km a est di Addis Abeba.
Vedi → P. Gribaudi, Pionieri piemontesi nell’Africa Orientale.

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13. Nelle vicinanze di Gondar venne ad incontrarmi il P. Giovanni Stella, Missionario Lazzarista in quella metropoli, e mi condusse nella casa della sua Missione, dove io contava di passare la stagione delle piogge. Dopo quindici giorni che vi dimorava, mi capitò un’avventura graziosa. Il Vescovo Salâma, cacciato da Gondar tre anni prima, con tutta la circospezione da me usata in viaggio per non farmi conoscere, aveva già saputo il mio passaggio pel Tigrè e il mio arrivo in Gondar, e tosto aveva spedito ordine ai suoi soggetti e partigiani di studiare il modo di cogliermi e legarmi. Râs Aly trovavasi nel Goggiàm, quindi potevano prendersi qualunque libertà, senza timore di essere impediti dal Sovrano, avverso all’intrigante Abûna. Immaginarono adunque uno stratagemma; /113/ cioè di farmi prendere in contravvenzione dal Nagadaràs (capo delle dogane) col pretesto di avere forzato con minacce i doganieri. La casa che io abitava trovavasi nel territorio dell’Eccecchè, ossia del capo dei monaci di tutta l’Abissinia, persona più potente dello stesso Salâma; e godendo quel luogo il privilegio dell’immunità, non potevano molestarmi, senza violare il dritto dell’Eccecchè. Mi fecero pertanto chiamare con le buone a nome dell’Eccecchè stesso, cui non poteva negarmi. Arrivato dinanzi a loro, dopo brevi e vaghe interrogazioni, mi legarono; e stando in piedi in mezzo a quei Defteri (o dottori del paese) e monaci, con a capo il Nagadaràs mussulmano, ed esposto alle loro insulse accuse, mi si avvicinò uno, e mi disse: — Che ne dite voi? — Allora risposi col narrare quel tratto del Vangelo, in cui si descrive nostro Signor Gesù Cristo accusato dagli Scribi e Farisei al cospetto di Pilato. Mentre dava questa risposta, giunse Fratello Filippini, venerando converso Lazzarista, il quale, perito nel mestiere di falegname, avea costruita la casa della Missione, e la governava con più zelo ed attività dello stesso P. Stella; ed egli, che grande stima godeva in Gondar, tanto si adoprò, che mi fece slegare, pagando però duecento talleri; i quali poi gli furono fatti restituire da Râs Aly.

Non potevano prendermi colla forza violando il domicilio, perché la casa della missione si trovava nell’Ecciecchè biet, circondario di immunità, come casa del capo dei monaci di tutta l’Abissinia, e persona più potente dello stesso Vescovo... Memorie Vol. 1° Cap. 11 p. 93.

Su Padre Giovanni Stella vedi P. Gribaudi, Pionieri piemontesi nell’Africa Orientale e la relativa nota

Eccecchè እጨጌ Ǝč̣č̣äge era il titolo dato all’abate del monastero di Debra Libanos, a cui competevava anche la supremazia amministrativa su tutto il clero etiopico copto, mentre all’abuna competeva l’autorità spirituale. Tuttavia, poiché l’E. era più profondamente radicato nell’ambiente etiopico, mentre a volte l’abuna non ne parlava neanche la lingua, spesso era al primo che si ricorreva in controversie di tipo teologico.
Dopo la completa nazionalizzazione della chiesa copta nel XX secolo, non c’è più stato bisogno di questa sorta di diarchia, e la carica di E. è caduta in disuso.
Il termine che il M. usa nelle Memorie, Ecciecchè biet እጨጌ ቤት Ǝč̣č̣äge Bet indica la casa dell’E. in Godar e il territorio crcostante, circondato da un muro. Era un luogo di immunità, che comprendeva circa 200 case dove vivevano 1300 persone.

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14. Appena giunto in Gondar, aveva spedito Abba Emnàtu nel Goggiàm, per ottenere da Râs Aly il permesso di attraversare liberamente il /114/ suo regno sino ai confini galla, ed avea stabilito di attendere in Gondar la risposta. Ma dopo il fatto accadutomi per opera di Salâma, credetti più prudente lasciare quella città, e recarmi altrove ad aspettare il ritorno di Emnàtu, e l’abbassamento delle acque del fiume Bascilò; per quindi proseguire il mio viaggio sino a Tedba-Mariàm, dove trovavansi i Padri Giusto e Cesare, e di là passare allo Scioa, dove mi aspettava il P. Felicissimo. In compagnia pertanto del P. Stella, benchè fosse cattiva stagione, partii da Gondar, ed alla meglio arrivammo a Devra-Tabor, antica città di permanenza dei Râs, anche al tempo degli Imperatori. Visitammo la moglie del Râs, figlia di Degiace Ubiè, la quale ci accolse e ci trattò con molta cortesia, e ci assegnò una casa col così detto il termine nel testo gorgò è una svista evidente M.P. dorgò (pranzo e cena pagata). Ma il rimanere presso la moglie del Râs, potendo parere a qualcuno cosa non conveniente per un Vescovo, prendemmo commiato quasi subito, per recarci a Guradìt, posto sulla via di Tedba-Mariàm.

Dopo tre giorni di cammino vi arrivammo; e presentatici a Degiace Bescìr, zio materno di Râs Aly, mussulmano fanatico, che faceva proseliti anche con la forza, lo pregammo di permetterci la dimora in qualche luogo di quei dintorni, finchè non fosse passata la stagione delle piogge, dovendo poi recarci a Tedba-Mariàm. Ed egli, dopo averci trattenuti due giorni in casa sua, ci assegnò un villaggio abbandonato dai cristiani, da lui stesso perseguitati, e promise di mandarci qualche cosa, per rendere meno disagiata la nostra dimora, come poi generosamente fece. Trovammo belle case, e prendemmo alloggio vicino ad un gran mercato. Non molto distante dalla nostra casa eravi una chiesa, tutta in rovina, di quelle fabbricate dai Portoghesi; e dalle colonne, che ancora stavano in piedi, la giudicammo un bel lavoro. Un grosso albero in mezzo di essa mostrava che la sua rovina era accaduta da più di un secolo. I paesani dicevano che era stata distrutta in una guerra fra i cristiani ed i mussulmani degli Uollo.

Devra-Tàbor ደብረ ታቦር Däbrä Tabor città del Beghemeder. Fu fondata all’inizio del XIX secolo da ras Gugsa Märsa, e fu capitale prima dei sovrani della dinastia Yäǧǧu Wärräsek, poi di Teodoro II e di Giovanni IV.

Moglie di Râs Ali, Hirut n. ca 1825 figlia di Degiace Ubiè...

dorgò ድርጎ dərgo, è un mantenimento in natura, fornito in genere quotidianamente. Il beneficiario poteva essere un nativo del paese, che in questo modo riceveva una sorta di pensione, oppure un ospite di riguardo, che sostava per un certo tempo presso la corte di un signore.

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15. In quel villaggio passammo tranquillamente circa un mese, con piena libertà di celebrare la santa Messa, battezzare qualche ragazzo, e catechizzare quei di casa e qualcheduno che veniva dai paesi circonvicini. Finalmente passato il mese di Agosto e parte di Settembre, le acque del fiume Bascilò cominciarono ad abbassarsi, e Degiace Bescìr mandò l’ordine ai paesani di lasciarci passare. Partiti da Guradìt, se non erro, il 10 Settembre, in meno di una giornata arrivammo sull’altura, che guarda il fiume. Scesi giù il giorno appresso, i paesi cominciarono ad apprestare le così dette tanque, pel passaggio del fiume. Esse non sono che legni legati insieme uno accanto all’altro in modo orizzontale, su cui, stendendovi /115/ molta erba, si collocano i passeggeri ed i loro bagagli. Il fiume era ancora molto alto e rapido, ed a quanto ci dicevano, frequentato anche da coccodrilli. Laonde prima di tentare il passaggio, quegli uomini si diedero a gridare, a schiamazzare, ed a lanciare pietre nel fiume, per circa un quarto d’ora, a fin di allontanare quei mostri. Indi gettate le tanque nell’acqua, ci adagiammo lì sopra, e spingendoci quattro nuotatori all’altra riva, il tragittammo felicemente. Regalata poscia a quella povera gente una piccola mancia, li mandammo in pace.

Passaggio del Bascilò
Passaggio del Bascilò.

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16. La valle del Bascilò è un luogo di febbri per chi vi passa la notte in un punto, che sia più basso di duecento metri. Quindi, sebbene la giornata fosse già inoltrata, risolvemmo di partire, per salire almeno sino ai primi villaggi. I due lati di questo fiume sono coperti di boscaglie di specie particolari, ed alcuni alberi producono certa gomma, che manda un odore delizioso. Sulle due rive, sino a circa due chilometri, si trovano pezzi di cristallo di rocca limpidissimo: spesso in forma di globi di varia grossezza, e taluni del diametro di oltre un palmo. Spaccandoli, vi si trova talvolta nel centro una pietra preziosa di gran pregio; un nostro servo indigeno ne vendette una ai mercanti bagnani di Massauah per un prezzo straordinario.

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17. Giunti al primo villaggio, ci si disse che il P. Giusto aveva lasciato l’incombenza ad alcune persone di avvertirlo, tostochè avessero inteso il mio arrivo; segno questo che la notizia del mio viaggio era già giunta al suo orecchio. Di fatto la mattina appresso, strada facendo, scorgemmo che ci veniva incontro con P. Cesare e altri. Ci abbracciammo con vivo sentimento di gioja, e ci demmo i primi saluti in lingua abissina, che essi avevano appreso meglio di me. Ed avendo portate alcune provviste per mangiare, verso le undici desinammo sotto un albero, e poi, dopo che il sole cominciò a declinare, ci avviammo a Tedba-Mariàm, dove si giunse verso le cinque di sera.

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18. Tedba-Mariàm è una montagna tagliata a perpendicolo da tutti i lati, e della circonferenza di circa tre chilometri. È una delle fortezze di quella provincia, e la città di residenza del Principe, allora Tokò-Brillè, Si tiene anche come un santuario; poichè in essa si conservano, e da quei popoli si venerano, quali insigni reliquie, un libro o rotolo d’incognita scrittura, che si dice disceso dal cielo, ed un tabòt (pietra sacra) discesa anch’essa dal cielo. Il P. Cesare, che le aveva osservate, mi disse che il libro era una cartagloria stampata a Venezia, ed il tabòt una pietra sacra d’altare alla latina. Oggetti probabilmente lasciati, dai Padri della /116/ Compagnia di Gesù, quando furono espulsi di là, o pure da qualche prete portoghese. La città contava circa mille abitanti, in gran parte di casta sacerdotale, perchè il santuario, in cui si conservano quelle credute reliquie, ed altre quattro chiese secondarie erano servite da più centinaja di persone.

Tokò-Brillè Təkku Bərəlle, fu spodestato da Teodoro.

Tabòt ታቦት Tabot. Quella che viene descritta qui è probabilmente una vera pietra d’altare – l’indicazione “...alla latina...” sembra riferirsi ad un oggetto famigliare al Massaja e ai suoi collaboratori.
Solitamente il termine indica un oggetto cultuale di grandissima importanza nella liturgia etiopica. Si tratta di una tavoletta, in pietra o più spesso in legno, di forma quadrata o rettangolare con lato fino a una quarantina di cm. circa, con incisioni a carattere sacro, che di norma non deve essere visto da nessuno se non dal sacerdote officiante, il quale vi pone sopra i calici durante la celebrazione della Messa. In particolari ricorrenze religiose il T. viene portato in processione, avvolto in drappi preziosi e collocato sulla testa del prete.
Il culto del T. è strettamente legato a quello dell’Arca del Testamento, che secondo la tradizione etiopica fu portata miracolosamente in Aksum ed è custodita nella chiesa di Santa Maria di Sion. Ogni singolo T. è misticamente in unione con l’Arca e le Tavole della Legge in essa contenute; si tratta quindi della più diretta manifestazione della presenza dio Dio.

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19. Al domani del nostro arrivo, andammo a far visita al principe Tokò-Brillè, il quale da due giorni era ritornato in Tedba-Mariàm. Lo trovammo che recitava il Salterio, il che praticano tutti i grandi d’Abissinia, ma più per ambizione che per devozione, come vedremo altrove. Ci ricevette rispettosamente, levandosi in piedi al nostro entrare. Dopo le solite convenienze, si parlò lungamente delle cose accadute nel Tigrè, di cui egli era bene informato. Mi disse che vedeva con piacere i mici Missionari nel suo paese; e da ciò colsi il destro di pregarlo che si prendesse premura a stabilirli nei paesi galla di sua dipendenza: ed egli mi promise che l’avrebbe fatto, tostochè avessero appreso un poco la lingua galla. Ritornati in casa, poco dopo ci arrivarono i regali del Principe, cioè, un bel bue, dieci pecore, cinque grandi vasi di miele e due di burro. Ammirando tanta generosità, gli mandammo i nostri ringraziamenti.

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20. Verso sera, recitato il nostro Breviario, uscimmo a fare una passeggiata sugli spaldi della fortezza a Ponente ed a Mezzogiorno, da cui si scorgeva una gran parte dei paesi galla. Confesso che in quel momento provai affetti dolcissimi nel contemplare quei luoghi, che erano il fine del mio impreso viaggio, e la meta della mia apostolica Missione; ed il mio cuore a tal vista fu inondato di quella consolazione, che provavano gl’Israeliti nel pensare alla Terra Promessa. Ma mi accorsi che i miei compagni non dividevano con me i medesimi affetti per quei luoghi. Giovani di poca esperienza, e raggirati da certi ipocritoni, si erano invaghiti di quei paesi eretici, in cui si trovavano; e non comprendevano che coloro i quali li accarezzavano, o fingevano di amare ciò che odiavano, o il facevano per voglia di mangiare a loro spese, e per attraversare il loro ministero; come poi il fatto comprovò.

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21. Fa d’uopo confessarlo che in tutta l’Abissinia non vi ha paese eguale al Principato di Saìnt, di cui Tebda-Mariàm è il centro, in fertilità ed abbondanza di beni materiali. In quel tempo con uno scudo si compravano diciotto pecore, similmente con uno scudo avevate dodici o quindici sacchi di grano, secondo il variar delle stagioni; e cinque grandi vasi di miele, o tre di butirro, non costavano che uno scudo. Oggi certo non è più così, perchè le continue guerre hanno devastato quei luoghi: ma non cessano di essere i paesi più ricchi dell’Abissinia.

Principato di Saìnt ሳይን Sayənt, regione storica dell’Amhara, a est dalla confluenza tra il Bascilò e il Nilo Azzurro. Secondo alcuni sarebbe il nucleo originario dell’Amhara cristiana; dopo l’invasione di Gragne decadde, e subì razzie da parte degli Oromo.

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/117/ 22. In quanto alla Religione, regnava colà in parte la setta delle tre generazioni, detta in paese Sost-ledet, ed in parte quella chiamata Devra-Libanos, la quale è più vicina alla fede cattolica; perchè confessa che Gesù Cristo è vero Dio e vero Uomo; ma non vuol sentir parlare delle due nature, credendo con ciò di dire due persone. E questo equivoco nasce dal non avere giusto concetto delle voci natura e persona. Del resto la fede nell’Incarnazione è come la cattolica. Quanto poi alle pratiche cristiane, questo paese è forse caduto più basso di tutti gli altri dell’Abissinia. Vidi i cristiani sposare indifferentemente le mussulmane, e separatesi queste dai loro mariti, ritornare, come se nulla fosse, alla fede di prima. Il che non accade generalmente nel resto dell’Abissinia.

La Chiesa etiopica si caratterizza per il rifiuto delle conclusioni del Concilio di Calcedonia (451) e l’adozione della dottrina di Eutiche, secondo cui con l’Incarnazione la natura umana e la natura divina di Cristi si sarebbero fuse a formare un’unica natura (teoria dell’Unione, gr. ἕνωσις hénosis geʾez ተዋሕዶ Täwaḥədo).
Su questa base comune si svilupparono diverse teorie, che diedero vita a scuole di pensiero rivali; le due più importanti sono la scuola Karra e la scuola Ṣägga.
La scuola Karra ካራ = “coltello” sostiene rigorosamente la doppia nascita di Gesù, come Dio e come uomo, e l’unione di entrambe le nature al momento dell’Incarnazione; attraverso l’Unzione dello spirito Santo anche la natura umana di Cristo sarebbe divenuta divina. Il permanere di due nature renderebbe la Seconda Persona della Trinità inferiore alle altre, o addirittura porterebbe a ritenere la distinzione in due Persone (eresia nestoriana).
Secondo la dottrina Ṣägga ጸጋ = “dono, grazia”, Cristo ebbe “tre nascite” ሶስት ልደት Sost Lədät: dal Padre, dall’eternità; dalla Vergine, senza seme umano; e dallo Spirito Santo, nel grembo di Maria, che riportò la sua umanità alla condizione di innocenza di Adamo, e che può essere considerata una “nuova nascita” analoga a quella che l’uomo riceve nel battesimo.
La dottrina K. era più radicata nel Nord, e fu attivamente sostenuta da Salama II e dagli imperatori Teodoro e Giovanni; la dottrina Ṣ. aveva il suo centro nel monastero di Debra Libanos, ed era sostenuta dai sovrani dello Scioa. Nel 1878 al concilio di Boru Meda la dottrina K. fu proclamata come vincolante per tutta la chiesa etiope, e le altre correnti furono non solo vietate, ma addirittura sottoposte a rimozione dalle testimonianze scritte.

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23. Celebrammo in Tedba-Mariàm la festa dell’Esaltazione della Croce, la quale, secondo il calendario etiopico, che ritarda dieci giorno dal nostro, cadeva colà ed in tutta l’Abissinia il giorno 15 del loro Settembre. Questa festa in Abissinia è solennità nazionale, e piuttosto pagana che religiosa; forse perchè si riguarda come la chiusura dell’inverno, e l’apertura dell’estate. Di fatto tutto allora in quelle regioni è ridente e fiorito, come da noi in Maggio. La sera innanzi accendono innumerevoli fuochi, e la passano in suoni, canti, balli, ed altre dimostrazioni di gioja popolare.

Festa dell’Esaltazione della Croce መስቀል Mäsqäl celebrata il 17 del mese di Mäsqäräm (27 settembre), ricorda il ritrovamento della Vera Croce da parte di Sant’Elena

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24. Dopo dieci giorni di dimora in Tedba-Mariàm, partii col P. Stella per lo Scioa, prendendo la via Sud-Est degli Uollo-Galla, paese più alto e più piano di Tedba-Mariàm. La strada più diretta per lo Scioa sarebbe stata quella di Legàmbo, dove regnava allora un certo Salâma, Principe mussulmano. Ma essendo questi in guerra con Tokò-Brillè, fummo costretti tenerci un poco più all’Est, ed attraversare il territorio di Degiace Daùd. Giunti la sera nel paese di questo Principe, non ci facemmo vedere, e pernottammo in casa di un amico di Tokò-Brillè. Al dimani, tenendo sempre l’Est, passammo il ponte detto del Diavolo. Esso è un ponte naturale formato dal fiume stesso, il quale, corrodendo la terra e la roccia, si scavò un passaggio sotto di essa, per isboccare dall’altra parte in un precipizio, lasciando così di sopra un grosso strato di pietra, che serve di ponte. Il volgo lo chiama così, perchè, non vedendovi l’opera dell’uomo, non bada neppure alla forza corrosiva dell’acqua.

Ponte del Diavolo
Ponte del Diavolo.

Legàmbo ለጋምቦ Lägambo territorio nel sud della regione Uollo, prevalentemente montuoso e soggetto a carestie.

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25. Seguitando il nostro viaggio, ci avvicinammo ad Horrò-Hajmanò, dove regnava un certo Aly-Bàbola, altro zio materno di Râs Aly; ma neanche questo fu da noi visitato, e scegliemmo di pernottare piuttosto in case particolari. Giunti poscia ai confini di uscita da questo principato, si fece sosta in un grosso villaggio di mercato, chiamato Totala, la cui /118/ popolazione era tutta cristiana eretica, ed ivi ci riposammo un giorno. Di là entrammo negli Uorro-Kallo, dove regnava Berrù-Lubò, un terzo zio di Râs Aly; e per esser questi l’ultimo Principe, il cui territorio confinava con lo Scioa, credemmo bene di fargli visita.

Horrò-Hajmanò ወረ ሂመኖ Wärrä Himäno regione montuosa nel Uollo meridionale, uno dei centri di diffusione dell’islam presso gli Oromo.

Totala Ṭotola...

Uorro-Kallo orom. Wärrä Qallu clan e regione del Uollo sudorientale; centro importante di diffusione dell’Islam, e mercato di schiavi.

Berrù-Lubò am. ብሩ ሉቦ Bərru Lubo orom. Biroo Lubo, importante capo dei Uorro-Kallo, sostenitore delle scuole islamiche; il suo dominio era confinante con regno di Scioa, col quale aveva un rapporto complesso, alternando guerre e alleanze.

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26. Tutti questi Principi erano mussulmani, e mussulmane in parte le popolazioni a loro soggette; ma queste divennero tali poi quasi intieramente, astrettevi dal volere, dalla politica e dalla forza dei loro mussulmani Governanti. Râs Aly era un Principe di eccellenti qualità, che ancora lo fanno desiderare. Nato cristiano di sangue galla da padre anche cristiano, oriundo degli Eggiù, e da madre mussulmana fatta cristiana, conservava i buoni principi ereditati dal sangue e dai suoi genitori. Ma essendo tutti mussulmani i congiunti della madre, avveniva che la sua casa e tutti gli uffizj del Governo erano pieni di questa trista razza. E quantunque non facesse egli propaganda a favore dell’islamismo, se ne occupavano però, e con fanatismo, i quattro Principi poc’anzi nominati, tutti gli uffiziali loro parenti, e quanti figli di Maometto frequentavano la sua casa. Sotto questo rispetto Râs Aly, benchè Principe buono ed amato, fece all’Abissinia un gran male. Teodoro invece, divenuto poi Imperatore, sebbene crudele e despo<s>ta feroce, si rese tuttavia assai benemerito dell’Abissinia, sradicando questa schiatta mussulmana, che vi aveva regnato più di mezzo secolo, scristianizzando e riducendo sotto il giogo dell’islamismo quelle popolazioni.

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27. Dal villaggio di Totala, entrando negli Uorro-Kallo, passammo ad Aìnamba, per far visita al principe Berrù-Lubò. Trovammo là una casa di fanatici mussulmani, i quali neppure ci degnarono di un guardo. Berrù-Lubò, consigliato da quegli impostori, non dava udienza ad Europei che dietro una cortina, per non vederli e non esser veduto: e soleva dire che sarebbe morto senza vederne. Gli Europei venivano chiamati Frangi, ch’era una storpiatura di Franco o Francese, data loro per disprezzo. Usciti di lì, ci recammo in una casa particolare, dove passammo la notte. Il Principe tuttavia ci mandò una buona cena, ed il giorno appresso ci diede una guida, per iscortarci sino alla frontiera dello Scioa, distante ancora due buone giornate. Lungo la strada, la guida, che apparteneva alla casa di Berrù-Lubò, ci diceva: — Vedeste alla Corte del Principe quelli che portano un gran turbante in testa? Ebbene sono tutti preti abissini fatti mussulmani. I veri vostri nemici son essi, i nostri mussulmani non sono così cattivi, e da quelli dovete temere. — E pur troppo diceva il vero.

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[Nota a pag. 107]

(1) Voce composta da Kal, che significa parola, e da atie che vuol dire imperiale. Anticamente davasi questo nome a coloro che portavano gli ordini dell’Imperatore; oggi vien chiamato così chiunque ha l’incombenza di portare gli ordini di un padrone, sia Re, Principe o Signore. [Torna al testo ]

[Nota a pag. 109]

(1) Che in Abissinia non si conosca la neve, ne è prova il non aver voce che la rappresenti, nè la lingua amarica, nè la gheez; laddove invece hanno il nome del ghiaccio e della grandine. Il ghiaccio è rarissimo: ma assai frequente la grandine, principalmente sulle montagne del Semièn, forse le più alte dell’Etiopia; e benchè a piccoli globetti, vi forma grandi depositi. In un viaggio su quelle elevate montagne, la trovai alta un palmo; e forse da ciò alcuni abbiano creduto che colà cadesse neve. [Torna al testo ]

[Nota a pag. 110]

(1) Questa campana del peso di oltre trecento libbre, fabbricata la chiesa, fu posta in un campanile fatto inalzare dal naturalista signor Scimper; e vi rimase sino a quando Teodoro, conquistato il Semièn ed il Tigrè, e fatto prigioniero Degiace Ubiè, atterrò la chiesa in odio del suo nemico che l’avea costruita, e fece trasportare la campana a Devra-Tabor, per ornare un’altra chiesa da lui inalzata, e dedicata al Salvatore del mondo. Nel 1879 Monsignor Taurin, mio successore nel Vicariato, e Monsignor Lasserre suo coadiutore, accompagnandomi a Devra-Tabor, dove io fui condotto prigioniero, la videro ancora a terra. [Torna al testo ]

[Note a pag. 112]

(1) Presso Antotto avvi una sorgente di acque termali, che dà il nome al paese di Finfinnì. Ivi Monsignor Taurin nel 1868 fondò una Missione, la quale si estese grandemente sulle sponde del fiume Akaki, e di quei dintorni. [Torna al testo ]

(2) Questo fiume ha la sua sorgente tra il nono e l’ottavo grado di latitudine Nord al Sud-Ovest di Ankòber; da quell’altipiano gira al Sud-Est il regno dello Scioa, segnandone i confini, e discende nelle pianure delle tribù Danakil sino al lago di Aùssa, dove si perde circa a dieci chilometri dal Mar Rosso. [Torna al testo ]