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Dell’antica Abbazia e del Santuario
di
Nostra Signora di Vezzolano
presso
Albugnano

Memorie storiche
pel
Sac. Cav. Antonio Bosio
Dottore in Teologia
Membro effettivo della Regia Deputazione di Storia Patria
Decorato dal Re
di Medaglia d’oro per lo studio di patrie memorie.

Ristampate nel 1896 con aggiunte e correzioni.

Asti
Tipografia Bona Vincenzo
[In nota alcune varianti dell’ed. 1859. M.P.] 1896.


Altare

[Tavola f.t. dopo p. 6]

Affresco

[Tavola f.t. dopo p. 8]


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Ne scribam vanum, duc, pia Virgo, manum.

Il culto della Vergine Santissima madre di Dio è antico come è antico il Cristianesimo. Portato il Vangelo fra i popoli Subalpini si recò anche la divozione verso Colei che tanta parte ebbe nella nostra Redenzione; e per non parlare del culto che essa ebbe in Testona già sin dall’anno 160 del suo Salutifero parto, nè dei simulacri della stessa portati dalla Palestina dal S. Vescovo di Vercelli Eusebio, come sono quelli di Oropa e di Crea, nè della devozione verso tanta protettrice dal nostro Santo dottore e Vescovo Massimo molto inculcata, mi limiterò a parlare della devozione verso la Madonna Santissima di Vezzolano, a descrivere la vetustissima sua chiesa, sì poco conosciuta, eppure visitata da quanti hanno in pregio le antichità Cristiane che sono così eloquenti a combattere gli errori e le follie del protestantesimo. Ed in vero fra i non molti monumenti che dopo tante guerre e rivoluzioni del Piemonte ancora si conservano, principale luogo deve tenere la Badia di Vezzolano e il Santuario alla Vergine ivi consecrato, che forse risale ad un’epoca anteriore ai tempi di Carlo Magno.

Trovasi questa Abbazia quasi al piede dell’ameno vitifero colle /4/ sovra cui sovrasta l’allegro villaggio di Albugnano (1), dalla cui piazza, detta della torre, (che ancora pochi anni or sono rimaneva del forte castello) considerabile per un vetusto e grosso olmo, si gode colla purezza dell’aria, uno del più vasti orizzonti dell’Astigiano e del Monferrato; essendo questo colle di pochi metri più basso del colle di Superga, [“...che è di tese 345...” ed. 1859] che è di metri 672.

(1) Provincia di Alessandria, Circondario e Diocesi di Asti, mandamento di Castelnuovo d’Asti. Col cannocchiale numerose si distinguono le ville, le borgate e le città, la vista non essendo limitata che dalla catena delle Alpi. Si scorgono i gruppi del Monterosa, il Moncenisio, il Monviso, [“...che alcuni lo chiamano in stile berniesco l’arciprete delle Alpi in cotta bianca...” ed. 1859] detto l’arciprete delle Alpi. Si scorgono Ivrea, Vercelli, Novara ed i piani lombardi di Milano e Piacenza per dove fugge il Po.

Alle falde di questo colle si innalza una maestosa chiesa con bella facciata [“...di durissimi e grossissimi mattoni...” ed. 1859] in mattoni intersecata da fascie ornate di statue, colonnette e fregi in pietra scavata dal colle vicino, di stile lombardo o, come altri dice, romanico. Come disse il Mella nelle sue Notizie e documenti sopra la Chiesa di Vezzolano, essa è posteriore al secolo X e XI, benchè alcune sue parti sembrino accennare ad età molto più antica e vengano in conferma all’ipotesi che ivi sia esistita una chiesa in epoca assai remota, come porterebbe la tradizione.

La porta maggiore ha stipiti in parte di pietra tufacea ed in parte di marmo con ricca cornice, colonne e pilastri, bellamente scolpiti ad ornati ad intrecci e cogli emblemi dei due evangelisti Marco e Luca. Sotto l’arco della porta si osserva, in bassorilievo, S. Gregorio Magno Papa con tiara e piviale ornati di cristalli, assiso sul faldistorio, inspirato dal Divino Spirito ed assistito da un angelo e dal Segretario Pietro.

Sulla porta chiusa dalla parte del Vangelo si osserva anche in bassorilievo, ma alquanto guasto dal tempo S. Ambrogio Vescovo di Milano, l’altra poi non ha alcun ornato, essendo stata ab antiquo murata.

Tre statue, quasi al naturale, adornano la grande finestra bifora; nel centro il Redentore in atto di benedire, ai lati i due Arcangeli, Michele che sconfigge l’angelo ribelle, Raffaele che uccide col bordone il mostro.

Sopra la porta principale, ai due fianchi e sopra la bifora stessa /5/ corrono tre serie di colonnette di vario disegno e di differenti dimensioni, impostate sulle tre cornici orizzontali della facciata. Nel frontone vi è una testa che figura il Padre Eterno o il Redentore, più sotto due Serafini ravvolti ciascuno in sei ali, stanti sopra una ruota: sopra la finestra vi sono due altri angeli con una face in mano ed in mezzo ad essi vi sono dei piatti in terra cotta smaltata.

Dalle pitture e statue di Santi ed Angeli che sonvi in quella vetustissima facciata e nell’interno del tempio si vede pure quanto sia antico il culto loro prestato nelle nostre contrade.

La facciata per lo stile [“...sembra simile a quella del Duomo di Casale (il quale presto, si spera, sarà sgombro delle casipole ignobilmente alla sua facciata addossate).”
“...non alto muro, già adorno di cornice in pietra.”
ed. 1859]
si accosta a quella del Duomo di Casale. Il piazzale dinanzi alla Chiesa, cinta da non alto muro, servì un tempo da cimitero e vi sorge ancora un vetusto cipresso a ricordo di tale antica destinazione.

La chiesa è a tre navate; quella a diritta di chi entra fu tolta per formare il quarto lato del chiostro, e solo si lasciò aperto il primo arco, dov’ è la cappella di S. Maurizio, con un quadro del XVII secolo.

Lateralmente alla porta vi sono due tavole dipinte sulle due faccie, rappresentanti la vita di Gesù; sembrano della scuola di Gaudenzio Ferrari, ma sono alquanto guaste: una di esse serve a celare una porta per cui si va [“...sopra al tetto, dove si crede che si nascondessero quelli che a sottrarsi della giustizia invocavano l’immunità del santuario.” ed. 1859] sopra al tetto. (1)

(1) Tali tavole, che formavano le imposte di chiusura della grande scultura che trovasi sull’altare maggiore, ora vennero, per ricordare questa destinazione, appose ai muri dell’abside centrale.

All’altezza del secondo arco una costruzione divide in largo la navata centrale; tale costruzione si vuole servisse da ambone o nartece, secondo l’antica liturgia della Chiesa, e a separare i catecumeni dai battezzati, non potendo i primi assistere a tutto il mistero della santa Messa. Questo ambone o nartece è composto da un muro, a cui si appoggiano cinque voltine a sesto acuto in parte sostenute da colonne, con capitelli di vario disegno: sotto a queste voltine sonvi sui due lati due piccoli altari, l’arco di mezzo dà adito al resto della chiesa. L’altare a diritta ha un crocifisso dipinto moderno, l’altro a sinistra ha una antica tela rappresentante santa Colomba, santa Caterina, santa Margherita, sant’An- /6/ tonio abate. Sul muro in caratteri gotici è scritto: Cappella S. Catharinae Virg. et Mart. Sopra il muro, sostenuto dalle colonne predette, vi è un lungo bassorilievo in marmo o meglio pietra colorata, rappresentante nella parte inferiore tutti i patriarchi antenati della Beata Vergine, o meglio di S. Giuseppe secondo il Vangelo di S. Matteo cominciando da Abramo fino allo Sposo di Maria, tutti sedenti in numero di trentasei, oltre a cinque altri che, non bastando il marmo, furono dipinti sopra una colonna da un lato e sopra il pilastro dall’altra. I patriarchi pastori si distinguono, per il berretto frigio, che hanno in capo, dai patriarchi re, che hanno il capo adorno di corona. Sotto questa genealogia di Cristo secondo la carne, vi è la seguente iscrizione latina in versi rimati detti Leonini, dipinta sul muro:

Haec series sanctam produxit in orbe Mariam
Quae peperit veram sine semine munda Sophiam
Anno ab. incarn. D.ni MCLXXXVIIII Regnante D. N. Federico
Impe Completum est opus istud sub prepo. Vidone.

È dell’anno 1189 sotto il regno di Federico Barbarossa.

Sopra le dette figure è espressa da una parte la B. Vergine morta nella tomba, con attorno gli apostoli: sulla tomba è scritto:

Ad Virginis funus moestus stat grex duodenus

nell’altra parte vi è la stessa Vergine, che risorgendo dalla tomba è portata dagli angeli in cielo, e vi è scritto:

Surge parens Xpi te vocat quem genuisti.

Nel mezzo poi di questa scoltura si vede Cristo, che colloca alla sua destra Maria, che ha in mano uno scettro gigliato; Gesù solleva la mano destra in atto di incoronarla. Accanto poi alla Divina Persona vi sono due Angeli che coi loro turiboli sono in atto d’incensare; sul trono vi è il verso:

Collocat ecce piam Xps super astra Mariam.

/7/ Agli estremi di questo scomparto vi sono gli emblemi degli Evangelisti da una parte, cioè l’aquila di S. Giovanni ed il bue alato di San Luca e dall’altro lato l’Angelo di S. Matteo col leone alato di S. Marco: ciascuno tiene una cartella su cui è scritto il nome dell’evangelista relativo. Tutte le figure suddette sono alte [“...dalle 6 alle 7 oncie...” ed. 1859] 50 centimetri. Questo ambone o tribuna serve ora di cantoria e serviva nei primi tempi pei diaconi e pei lettori, che di qui annunziavano il vangelo o leggevano le sacre pagine al popolo.

Avanzando poi nella successiva parte della chiesa si vede l’altare maggiore, sopra cui è un bel gruppo di figure [“...in pietra, non molto dura, o stucco colorato...” ed. 1859] in terra cotta colorata, cioè la Veneratissima Vergine Maria tenente fra le braccia il suo Divino Infante, ambedue coperti da un manto di seta rossa ricamata in oro ed hanno argentee corone sopra il capo, alla diritta vi è un monaco od un eremita che loro presenta l’Imperatore Carlo Magno inginocchiato, col manto tempestato di gigli d’oro; la corona che ha in capo è di rame dorato. [“...dall’altra parte vi è S. Ambrogio vescovo di Milano, al quale è pure dedicata questa chiesa.”
“...figure alte anche circa oncie 6...”
ed. 1859]
Dal lato sinistro vi è la statua del gran Dottore Sant’Agostino, vescovo di Ippona, fondatore dei monaci Vezzolani. Sopra le suddette figure vi sono scolpiti baldacchini di disegno gotico ornato. Un’invetriata difende questo gruppo dalla polvere.

Nel Sancta Sanctorum vi sono colonnette di pietra accoppiate e disposte su due ordini; nei capitelli, vi sono scolpiti rozzamente [“...angeli che suonano...” ed. 1859] Salomone e Davide che suonano strumenti.

Nell’abside poi dietro l’altare vi sono tre finestre; quella di mezzo è decorata di due [“...figure in bassorilievo di pietra verdognola oscura con disegno, direi, bisantino...” ed. 1859] figure in bassorilievo, e dipinte. Rappresentano l’Angelo Gabriele, che annunzia l’ineffabile mistero dell’Incarnazione Divina alla Vergine Nazarena; le altre due finestre sono ornate con cornici e colonnette; sopra ai capitelli di queste sonvi scolpiti dei bassorilievi rappresentanti case, forse lo scultore intendeva alludere alla casa di Nazaret. Queste colonnette come quelle della facciata, sono quasi tutte differenti, con capitelli variati, così pure quelli dei due pilastri; a fianco dell’ambone che hanno scolpito nei capitelli Sansone che doma un leone e guerrieri con scudo che combattono un centauro. Domina in tutta la chiesa e nei chiostri una vaga dissimetria, comune anche ad altre chiese contemporanee a questa di Vezzolano. [“Le pareti della chiesa furono imbiancate; il che toglie molto dell’effetto che devono produrre simili edifizii, la vôlta però e l’abside furono risparmiate.” ed. 1859] Le pareti della chiesa erano a paramento visto in mattoni e pietre lisciate /8/ e furono in epoca recente, coperte da una imbiancatura inopportuna (1).

(1) Nei recenti lavori di ristauro fatti dal Ministero dell’Istruzione venne restituito alla parete l’aspetto primitivo.

Nel muro a destra di chi entra vicino all’ambone, è dipinto a fresco un sepolcro, lateralmente vi sono le armi della nobile famiglia monferatese Grisella ora estinta, signora di Moncucco, Pogliano, Vergnano ecc. e porta la seguente iscrizione in distici:

Nobilis et prudens Thomas Grisella quiescit

Hic positum corpus, spiritus ante Deum;

Vindicat ossa sibi praescripto tempore tellus

[Il testo greco riportato nell’opuscolo del 1896 è incomprensibile.
Nell’
ed. 1859 vi è un assai improbabile Ζσολγ κσκ ιγυκπγ M.P.]
< . . . > vindica ipse Deus.

Cur igitur defles felici morte peremptum

Nil nisi mortales pulvis et umbra sumus

Hoc quia percelebris periit spes optima nobis

Lapsaq. est Poglianae firma columna domus (2).

(2) [“Il pittore sbagliò le parole greche, che significano l’anima spirituale; vi sono occorsi pure diversi errori nella seconda iscrizione, ma si è copiata come sta.” ed. 1859] Il pittore non comprese e non scrisse esattamente le parole greche.

Lateralmente all’inscrizione in versi leggesi:

1558 die 17 Ianuarii.

Incastrata nello stesso sepolcro vi è un’altra iscrizione, che dice così:

Octavianus de la Porta vir intecerrimus Venerandi

Collegii Ecclesie magioris Novarie PPT. ac Canoni

cus benemeritus sexagenarius mōdi huius

miseris solutus hic pro tempore quiessit

M° quincentesimo XX° quinto calendas.

Aprillis D. M. S.

Questa chiesa, una delle più antiche e meglio conservate del Piemonte, nei tempi dell’invasione francese sarebbe stata rovinata o venduta, come fu venduto il Convento col Chiostro ed i fondi annessi, se non si fosse ricorso in tempo a Parigi, quando dal governo napoleonico furono venduti i beni ecclesiastici. Per buona ventura fu risparmiata, come insigne monumento d’arte e concessa alla Comunità di Albugnano. [“Sarebbe invero desiderabile che il lato dei Chiostri, che già costituiva la terza navata della chiesa, fosse acquistato per conservarlo (1), e che vi si mettesse un custode, riattando con poca spesa la casa che è del Santuario.”
[In Nota:]“(1) Così pure quei pochi monumenti che in tanta ruina degli uomini e del tempo ancora rimangono in Piemonte sia per l’antichità, che per l’arte considerabili, si dovrebbero con ogni cura conservare, come ad esempio la vetustissima ed ora quasi diroccata chiesa di S. Ilario vicino a Revello, almeno in quella parte che continee ancora pitture e fresco del mille, e la cappella del già magnifico ed ora distrutto Castelo dei Marchesi di Saluzzo in Revello, pregievole per le pitture della scuola di Leonardo da Vinci.” ed. 1859]

/9/ Il Chiostro e l’antico Convento è di proprietà privata, però la gentilezza della proprietaria attuale concede di visitarli.

Il Chiostro consta di un cortile quadrato circondato da portici con colonne, capitelli ed archi vagamente scolpiti. È ammirabile il lato del Chiostro che anticamente faceva parte della chiesa; nella parete della prima arcata sopra la porta di comunicazione alla chiesa è dipinta la Beata Vergine assisa col Divino suo Figlio, due angeli la incensano. Nelle lunette della volta della seconda arcata sono dipinti su fondo azzurro oltremarino i quattro dottori della Chiesa; ben conservata è ancora la lunetta su cui venne dipinto S. Gregorio Magno che assiso ad un tavolo scrive le immortali sue opere.

Nei due archi laterali di questa campata si veggono ancora in mezza figura Santa Margherita e Santa Catterina con due ritratti di devoti. La parete di fondo di questa arcata è divisa in quattro scompartimenti orizzontali. Nello scomparto superiore vi è il Redentore in atto di benedire, assiso sull’iride, che poggia i piedi sul globo mondiale; attorno vi sono i soliti emblemi dei quattro evangelisti, due dei quali hanno scritto il principio del rispettivo Vangelo. Nel secondo scomparto vi è la capanna di Betlemme, colla Vergine Maria che sostiene il Divino Infante, e S. Giuseppe: i Magi che vennero dall’Oriente, guidati dal lume della prodigiosa stella, ai piedi del Redentore. In un angolo vi è un divoto presentato da un angelo alla Madonna che lo risguarda benignamente.

Nel terzo scompartimento vi è dipinto il fatto che nella comune credenza avrebbe dato luogo alla fondazione o meglio ampliazione o riedificazione della chiesa e monastero.

Si sa dalle storie che venne Carlo Magno nel 773 alla conquista della Lombardia: superato alle Chiuse in Val di Susa e posto in fuga Desiderio Re, lo strinse in Pavia d’assedio che durò assai a lungo; in quel tempo l’Imperatore prese molte città tra le quali Torino, da cui, forse cacciando, venne fino a Vezzolano. Ora la pittura rappresenta appunto quell’Imperatore accompagnato dal suo scudiere e seguito dai cani; Esso poi tiene nella mano il falcone ed è in atto di grande spavento sì che accenna di cadere dal suo destriero e ciò per la vista di tre scheletri, (forse di persone da lui fatte uccidere) che escono da una tomba. Un pio romito o mo- /10/ naco si presenta a confortarlo esortandolo a ricorrere alla Patrona di quel luogo, alla Madonna venerata nella chiesa vicina. Molti credono che l’Imperatore patisse il mal caduco e che per intercessione di Maria ne fosse liberato, quindi in segno di rendimento di grazie, dubbio non v’ha che abbia donato mezzi più che sufficienti ad ampliare la chiesa ed il convento.

Nell’ultimo scomparto cioè in quello più basso scorgesi dipinta la figura di un uomo in toga rossa disteso sul suo sepolcro, dovrebbe rappresentare Giovanni Oberto di Castelnuovo od Oddone di Rivalba. [“Peccato che le iscrizioni che erano in queste pitture ad indicarne il significato siano illeggibili.” ed. 1859]

Uno dei pilastri che sorreggono la volta di questa campata ha nel capitello sculture rappresentanti l’Annunciazione, la Visitazione e la nascita di Gesù.

Alcuno mette in dubbio che sia stato Carlo Magno il fondatore di questa Abbazia, ma una tradizione passata per tanti secoli non devesi così di leggeri rigettare. Essa non è solamente fondata nella cronaca latina di Tommaso Auricola, inserta nel memoriale di Raimondo Turco, il quale meritamente è poco accreditato, ma è confortata dai monumenti di scultura nella chiesa e da pitture di diverse epoche tutte antiche nel Chiostro. Poichè, oltre alla suddetta di buon pennello, che sembra del secolo XV o del principio del secolo XVI si veggono altre due pitture più antiche e particolarmente quella della quinta arcata in cui si vede Carlo Magno inginocchiato e presentato alla B. Vergine dal Precursore Giovanni, il quale ha il nimbo od aureola intorno al capo in rilievo.

Nella terza arcata non vedesi sulla volta traccia di decorazione dipinta; sulla parete verso la chiesa scorgonsi traccie di un affresco rappresentante la Madonna sedente col Bambino in grembo, a diritta un angelo che presenta un devoto ecclesiastico, alla sinistra Sant’Agostino.

Nella quarta arcata la volta è dipinta d’azzurro oltremare con stelle d’oro. Sulla parete vedesi dipinto Cristo in atto di benedire.

In questa arcata si apre la porta d’accesso all’ambone.

Nella quinta arcata oltre agli affreschi già accennati scorgesi ancora un altro Salvatore in atto di benedire, assiso sull’iride, cogli emblemi degli Evangelisti.

/11/ La parete in fondo della navata è divisa in tre scomparti. In quello superiore havvi un Cristo in croce con a lato la Beata sua Madre e un’altra figura pressochè scomparsa. Nel secondo scomparto è Carlo Magno, con falcone nella sinistra mano, accompagnato da due scudieri a cavallo.

Della composizione che era rappresentata nel terzo scomparto non si scorgono più che due cani.

[“Se fosse vero quel che si legge nelle storie di Casale, e nella Vita di S. Evasio del P. Fulgenzio Alghisi Agostiniano, che Luitprando re dei Longobardi nel 740 avendo convertito il suo palazzo, che aveva in Sedula ora detta Casale di S. Evasio, nel tempio a quel santo martire e Vescovo d’Asti dedicato, chiamò i Canonici Vezzolani ad ufficiarla, la nostra chiesa salirebbe ad un’antichità ancora più remota: la somiglianza di ambedue le facciate verrebbe in conferma di ciò.” ed. 1859] Una chiesa in Vezzolano già esisteva nell’epoca Longobarda perchè nella storia di Casale e nella vita di Sant’Evasio del P. Alghisi Fulgenzio agostiniano è detto che Luitprando, Re dei Longobardi, nel 740 affidò ai Monaci Vezzolani l’ufficiatura della chiesa da lui eretta in onore a S. Evasio in Sedula ora Casale S. Evasio. Il Pennotto invece, basandosi sulle asserzioni dell’autore delle aggiunte alla Cronaca di Giacomo Filippo Bergomense asserisce che la chiesa venne fondata nel 983, ma non si adducono documenti comprovanti.

Il più antico documento relativo a questa Abbazia risale al 1095; non ricorda però la fondazione ma piuttosto una conferma ed una investitura data della chiesa e dei beni che in allora la chiesa stessa teneva e di quelli che in seguito avrebbe avuto (et de rebus quas ipsa Ecclesia nunc tenet vel postmodum habitura est) e ne furono investiti Teodulo detto Fanto ed Egidio officiali della Santa Chiesa di Vezzolano. Risulta da ciò che la chiesa era già ufficiata (1). Bisognerà quindi aspettare che per fortuna si trovi qualche altro documento che dia maggior lume sull’origine; quelle finora trovate nei pubblici archivi, in parte pubblicate nei Monumenta Historiae patriae non parlano sulla fondazione della chiesa. Si vuole che in origine fosse offiziata dai Benedettini ed in progresso di tempo fosse prepositura dei Canonici di S. Agostino, i quali continuarono anche sotto gli Abbati Commendatari sino a /12/ quando come si dice furono per qualche inosservanza di disciplina monastica soppressi da S. Carlo Borromeo Visitatore Apostolico. I Vescovi di Torino e di Vercelli, nella diocesi del quale si trovava quella Badia, la donarono di molte altre chiese e feudi e beni talchè divenne una delle più ricche Abbazie del Piemonte. Appartenne anche alla diocesi di Casale e fu per alcun tempo nullius dioecesis.

(1) Galeotto del Carretto dei Sigg. di Millesimo, parlando dei Monasteri beneficati dai Marchesi di Monferrato nella sua cronaca in versi italiani dice: « Di Vezulan nel luocho un ne fondaro
Il qual per nome Nostra Donna è detto. »
Il Galeotto fu il primo che scrisse la tragedia in versi italiani. La Sofonisba è del 1502.

Bisogna poi dire che il Capitolo ed il Prevosto di Vezzolano fosse già signore di Albugnano, prima che il prevosto Enrico ne fosse investito da Vinciguerra Vicario e Capitano in Italia e Lombardia per Federico II Imperatore, sul principio del febbraio del 1238, con atto rogato al Notaio di Pocapaglia, nella Chiesa di S. Secondo in Asti.

Inoltre si ha il diploma del 1226, 19 ottobre, per cui il Prevosto ed i Canonici investono della metà di detto feudo il Marchese Bonifacio di Monferrato che prestò loro giuramento nel castello di Albugnano.

Il feudo passò poi nei Bensi, signori di Ponticelli, quindi nei Gonteri di Faule, e poscia nei Serra, del luogo di Albugnano, l’eredità dei quali passò nei Curbis di San Michele.

Nel 1835, per ordine di Carlo Alberto, il cav. Cesare Saluzzo ed il prof. Monticone fecero ricerche nei sotterranei e trovarono in una sepoltura una spada irrugginita ed un grosso sperone, che vennero collocati nella R. Galleria d’Armi.

Non mancano traccie che questi luoghi siano stati abitati in epoca romana; poichè si rinvenne vicino alle chiesa la seguente iscrizione contornata da cornice, ora nel Museo di Antichità di Torino.

SEX – OCTAVIUS

SEX – F – POL – CEL

SVS – CASSIANVS

T – F – I

VIXIT – ANNOS – XXI

Si scoprirono altre tombe romane nei campi del vicino Castello di Pogliano.

/13/ Tra i Prevosti ed Abati Commendatari vi sono due Lascaris di Tenda, Vescovi di Riez, il Cardinale Sitico di Altaemps, Galleani Ottaviano genovese, Gran Priore Mauriziano, [“Eugenio Morizio di Savoia Soissons” ed. 1859] Eugenio di Savoia Soissons, figlio del Principe Tommaso e padre del liberatore di Torino dall’assedio del 1706. La parte superiore del campanile fu rifatta sotto questo abate e ciò si deduce dall’arma di Savoia nella banderuola della croce e dalla architettura della parte più elevata del campanile stesso. Seguono poi Antonino Compagni, Doria Carlo Cancelliere dell’Ordine Supremo, Commendatore Mauriziano, Vicerè di Sicilia, Ministro di Stato; Carlo Solaro di Breglio, Cancelliere dell’Ordine della Santa Annunziata, altro Carlo Emanuele Solaro di Moretta, Elemosiniere del Re, il quale si intitolava Abate di Santa Maria di Vezzolano di nessuna Diocesi e Conte; Vincenzo Maria Mossi Marchese di Morano che fu l’ultimo Abate, poi Vescovo di Alessandria, e poi Arcivescovo in partibus di Sida e che regalò la sua cospicua Pinacoteca alla Accademia Albertina di Belle Arti. [In Nota: “Godo qui di annunziare che un valente scrittore qual si è l’erudito Barone Manuel di S. Giovanni caro alla repubblica letteraria per la Disquisizione storica delle antiche terre di Ripoli e di Surzana nella valle di Maira e dell’origine di Dronero, stampata in Saluzzo 1847 da Lobetti Bodoni, in 8° con veduta litografica di Dronero, e per gli Studi e notizie storico-critiche dei Marchesi del Vasto e degli antichi monasteri de’ Ss. Vittore e Costanzo e di S. Antonio nel Marchesato di Saluzzo, stampate in Torino da Speirani e Tortone, nel 1858, in 8°, con 4 tavole, illustrerà quest’insigne badia coi suoi critici studi corredati da numerosi documenti, che io per brevità ho tralasciato. Quest’opera verrà arricchita da disegni del non meno valente, intelligentissimo dell’architettura gotica e cristiana, Conte Mella-Arborio Edoardo, autore di pregiate opere di tal genere.” ed. 1859] Presso l’Abate della Chiesa di Rodi esisteva la Cronaca latina di questa Chiesa.

Moltissima poi è la divozione che gli abitanti della regione vicina a Vezzolano professano alla B. Vergine; e moltissime le grazie che ne ricevono, come mostra il gran numero degli ex voto appesi alla Chiesa. Non so se siasi mai pensato a registrare in forma autentica tutte le grazie, io peraltro ne noterò due a cognizione di tutti.

Nell’anno 1817 memorabile per la peste petecchiale, vi era una orribile siccità, tale che il grano si vendeva ad un prezzo esorbitante. I devoti popolani di Mondonio, paesello quattro miglia distante da Vezzolano vollero ricorrere a Maria col mezzo di una processione di penitenza sino a quel Santuario. Partirono da Mondonio senza che alcuna nuvola indicasse anche da lontano la pioggia, recarono ai piedi della Vergine le loro lacrime, i loro cuori e i loro voti, e Maria, tutta benigna verso coloro che in Lei confidano, li esaudì. Non erano ancora ritornati alle loro dimore che un’abbondante pioggia ristorò le arse campagne e convertì il lutto in gaudio. Esistono ancora in testimonio del ricevuto beneficio, i cerei miniati e le palme portate dagli abitanti di Mondonio e da quelli di Castelnuovo che parimenti ricorsero ed ottennero la grazia in quella circostanza.

/14/ Nell’anno 1866 il cospicuo borgo di Castelnuovo d’Asti era travagliato crudelmente dal colèra. Per liberarsene ricorsero con processione alla Madonna di Vezzolano ed ottenuta la grazia della liberazione dal morbo, offersero un pregievole quadro rappresentante Maria Immacolata.

Tanto ho udito da diverse persone degne di fede, specialmente da pii e dotti sacerdoti, e qui ho voluto registrare a gloria di Maria queste segnalate grazie e per incoraggiare i buoni nella devozione a così potente Patrona (1).

(1) Negli anni 1895-96 per cura del Ministero della Istruzione e per opera dell’Ufficio Regionale per la conservazione dei Monumenti del Piemonte e della Liguria sotto la direzione del chiarissimo Ing. Arch. Ottavio Germano vennero eseguiti importanti lavori di restauro alla Chiesa ed al Chiostro. I restauri alla Chiesa si fecero dal Ministero predetto, con un concorso di lire 300 del Priore di Vezzolano e con prestazioni di mezzi di trasporto per parte di volenterosi fedeli animati dallo zelo del Rev. Parroco e del Sindaco del luogo. I restauri al Chiostro vennero pure eseguiti dall’Ufficio Regionale dei Monumenti ed a spese della gentilissima damigella Camilla Serafino attuale proprietaria della cascina di cui ora fa parte il Chiostro.


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Con Permissione Ecclesiastica