Racconti di guerra

Da una conversazione tenuta in una terza media, nel 1986
I ragazzi erano stati preparati all’incontro, dalla scrupolosissima professoressa Vanna Montagnana


Il costo della libertà

accadde in Grecia, fra il 28 ed il 29 settembre 1943, ai confini fra l’Acarnania e l’Epiro

Sull’imbrunire s’era lasciato il villaggio di Lepinù ed era ormai notte avanzata. La nostra guardia, bieco figuro dalla strana rassomiglianza coi “bravi” del Manzoni, un Andartis dell’E.A.M., incaricato di accompagnarci al Comando delle truppe della montagna, emettendo un verso capace di convincere al lavoro il più cocciuto dei muli, ci costrinse a proseguire.

La rotabile Agrinion-Arta, col suo nastro argenteo lunare, capricciosamente insinuantesi fra gli ulivi del fondovalle, ci aveva salutato, lassù sulla cresta, intagliati nel cielo della così detta “Libera Grecia”.

Solo il miraggio di quella “libertà” che ci aveva fatto fuggire l’otto settembre dalla cattura tedesca, ci dava la forza di sopportare ancora fame, spossatezza ed umiliazioni da parte degli indigeni.

Qualcuno trovò il fiato per chiedere al nostro accompagnatore: “oggi raggiungeremo i reparti partigiani? Ci daranno da mangiare!?”; la risposta fu quella già imparata a memoria “né, àvrio, psomì, créas, tirì = sì, domani, pane, carne, formaggio”.

Il silenzio ridiscese su di noi, mentre l’ombra luccicante del bosco ci inghiottì.

Ben presto la stanchezza ebbe nuovamente il sopravvento sulla sensazione riposante della discesa.

Sterpi e sassi del sentiero montano, torturandoci i piedi mal contenuti in parvenze di scarpe, relitti coi quali i compagni dell’E.A.M. avevano sostituite le nostre calzature necessarie a loro ipotetiche truppe d’immediato impiego, vincevano la riluttanza delle palpebre a restare sollevate.

Al guado dell’Aspropotamo, largo un’ottantina di metri, il refrigerio dell’acqua sino al ginocchio, servì ad infonderci di nuovo un po’ di forza par continuare la marcia; più aumentava la distanza fra noi e la zona battuta dalle pattuglie tedesche, minore era il pericolo di essere di nuovo catturati.

Le stelle, con il loro stanco, pallido pullulare, andavano lentamente scomparendo.

Ad una sorgente, un pastore ci allontanò col bastone dalla polla gorgogliante dell’acqua, acqua riservata alle sue pecore, pecore certo più sensibili del loro custode, al nostro sguardo in cui la pena nascondeva l’avidità.

L’aurora aveva indorate le vette più alte del Pindo quando un gracidare di rane, nascoste in un fosso in cui l’acqua delle ultime piogge aveva stagnato, ci convinse a sostare; tre furono quegli animaletti viscidi e schifosi che riuscimmo ad acchiappare e squisito fu il sapore della loro carne abbrustolita su un po’ di brace.

La sosta fu breve e solamente alle prime luci del mattino, lo sbirro che ci aveva avuto in consegna dalla sera precedente, ci permise di fare sosta presso un posto telefonico avanzato “Andartis”.

Un vociare italiano mi strappò dal sonno profondo, sonno tormentato dagli incubi più penosi; credevo di sognare ancora, vedendomi dinanzi un paio di “bande gialle” (quelle strisce applicate lungo la cucitura dei pantaloni), come quelle che spiccavano fino a venti giorni prima sui miei pantaloni di divisa; il mio sguardo salì lungo quella striscia... “ma voi siete italiani?!” era la domanda incredula di un Maggiore italiano, in perfetta divisa.

Rimettendomi in piedi, potei constatare che dinanzi al nostro gruppetto stavano un Maggiore, due Capitani ed altri quattro militari italiani, scortati da tre partigiani greci, armati di tutto punto ed aventi sulla bustina la scritta “E.D.E.S.”, sigla che, scopersi poi, era la sigla dei partigiani nazionalisti del Generale greco Zervas.

Per vincere l’incredulità dei nostri compatrioti, ad uno ad uno (si era in sette) ci presentammo.

Il cuore mi si gonfiò di gioia e di commozione nel rivedere delle divise, dei superiori; un nodo mi strinse la gola quando cercai di riassumere ad uno dei Capitani (era il Cap. Roberto Carità) le pene fino ad allora sopportate.

Alcune noci e tre gallette militari, un sorso d’acqua delle loro borracce raggiunsero il nostro stomaco, mentre il Maggiore (si trattava del Maggiore Ferme) ci spiegava come essi andassero a raggiungere il Comando inglese, presso il Quartiere generale del Generale Zervas; noi avevamo invece avuta la disgrazia di cadere nelle mani dei partigiani di Markos (Andartis allora non riconosciuti dai Comandi Alleati).

Espressi il mio desiderio di proseguire con loro, ma il nostro guardiano ed i quattro uomini di presidio al posto avanzato, precisarono come noi fossimo loro prigionieri e che, come tali, avremmo dovuto proseguire verso il loro Comando.

Inutile fu ogni discussione.

Il gruppo si allontanò con l’augurio di una buona fortuna ed uno sguardo pieno di tristezza e di compassione.

Un senso d’apatica disperazione si leggeva sui nostri volti.

così rivivo ancora quel particolare momento:

“Il gruppo dei fortunati, è ormai scomparso dietro ad una collinetta, ad un chilometro circa. In un attimo decido: “debbo raggiungerli, seguirli per riacquistare la mia libertà!”. Un solo Andartis è rimasto fuori dalla casetta e sta rovistando nel suo tascapane, il suo moschetto è appoggiato al muro, a sette od otto metri da lui. Uno scatto, il cuore mi batte come un maglio... “sorpresa, libertà?”, mi butto a corsa sfrenata, un urlo alle mie spalle: “ferma!”... saranno venti, trenta metri, percepisco lo scatto secco dell’otturatore... non debbo inciampare! sento partire il primo colpo alle mie spalle, poi subito un altro, la mira non è stata precisa nella precipitazione, le pallottole mi fischiano sulla testa, corro, corro più che posso... non c’è sentiero, è un campo di granturco raccolto, mozziconi di canne secche sporgono dalle zolle dure, si corre male... mi chino un po’ in avanti e cerco di aumentare la mia andatura, mi pare di inciampare... un altro colpo parte più preciso e si conficca nella terra a meno di un metro dai miei piedi, più di cento - centocinquanta metri ci sono ormai tra me ed il casolare... ora staranno mirandomi pure gli altri... ecco, lì dinanzi a me ci sono degli alberi, ma quanto sono distanti!?... ricordo: al corso “allievi ufficiali” ci avevano detto che il bersaglio è più difficilmente raggiungibile se si sposta seguendo un leggera curva da sinistra verso destra, perché, così viene ad aumentare l’errore di deviazione causato dalla rigatura della canna dell’arma! sì difatti, piegando leggermente a sinistra, le pallottole mi fischiano sulla destra... il fiato mi manca, sento un gusto acre di sangue in gola... ecco, ecco le piante, è un boschetto ed il terreno discende... le schioppettate non possono più raggiungermi! ma dove sono gli altri? fra quegli alberi non riesco a vederli! sarà passato poco più di un quarto d’ora... non possono essere distanti! e se non riuscissi più a raggiungerli? corro, corro ancora... ad un chilometro più in basso vedo il fiume, è l’Aspropotamo che in quel punto descrive una larga ansa... corro ancora, quanto le gambe mi reggono, raggiungo il greto del fiume... mi pare che sia un giorno intero che corro! ad un centinaio di metri più a valle, ecco, sono loro, in fila indiana, stanno passando al guado... corro, mi trascino sui sassi, cado, mi rialzo... non vedo più chiaro dinnanzi a me, i piedi mi fanno male, un male terribile, mi pare che la testa mi si deformi alle tempia, un ronzio mi rintrona nelle orecchie come quando, al mare, nuotavo sott’acqua... vorrei urlare; “portatemi con voi!”, ma la voce mi si strozza in gola, poi... non ricordo più nulla.

Quando ho riaperto gli occhi, mi sono trovato disteso sull’erba con una pezza bagnata sulla fronte; il Maggiore Ferme, leggendomi nello sguardo smarrimento e terrore, mi rassicurò dicendomi; “non temere, abbiamo attraversato il fiume e qui gli Andartis di Markos non possono raggiungerci, poiché ci troviamo nell’Epiro ed il territorio è sotto la giurisdizione degli Andartis del Generale Zervas?”

Gli italiani, allora incontrati erano: il Maggiore Ferme (sotto capo di Stato Maggiore), i Capitani Carità e Ferrero (capi ufficio operazione e servizi), il Tenente Dolfin (capo ufficio commissariato), il sergente Zaniboni e due soldati, tutti appartenenti alla Divisione “Casale”, dislocata, all’otto settembre, a Missolungi in Etolia.

Il Capitano Roberto Carità ha scritto due libri in cui racconta, in stile un po’ romanzato, i quattordici mesi trascorsi assieme, sulle montagne greche, fra l’otto settembre 1943 ed il dieci novembre 1944, data in cui Carità, il sergente Volpiani ed il sottoscritto, avventurosamente, riuscimmo a rimettere piede in Italia, a Bari.

Le due pubblicazioni, ormai introvabili, s’intitolano ”Quattro stracci”, Mondadori ediz. ’59 e “Un cipresso sanguina in Grecia”, Feltrinelli ediz. ‘67.

In entrambi i libri è curioso leggere come Carità racconta il nostro incontro.


Da “Un cipresso sanguina in Grecia
di Roberto Carità
a pag. 44

“Il mattino seguente, alle sette, abbandoniamo Stamùla. Dopo lunghe discussioni, però assai cortesi, un subalterno ha concesso il lasciapassare.

Dopo quasi tre ore si cammina a passo svelto; già abbiamo varcato un colle e ne siamo discesi; ora attraversiamo un terreno ad aspre ondulazioni, fitto di cespugli. Siamo ansanti e tutti sudati, ma l’Aspropotamo non è lontano.

Arriviamo in una radura, non ampia, con rare casupole. Sull’erba tenera i nostri passi strisciano appena. Tendo l’orecchio, se scoprissi il mormorio del fiume.

C’è un gruppo di straccioni, coricati a ridosso di un muro in rovina. Non guardano noi, ma sono tutti rivolti ad uno di essi che ha un foglietto in mano. La pista che percorriamo passa a pochi metri da loro: il nostro Andartis vorrebbe girare alla larga, per non attaccare discorso. Teme le sorprese, tanto più ora che si sta per raggiungere il confine. Ma io non lascio il sentiero.

Inavvertito giungo a pochi metri. All’improvviso si voltano, eccetto quello con il foglio e che continua a leggere, a voce alta, in italiano. Di scatto si volge anche lui e tutti mi guardano con occhi spalancati di profondo stupore, senza parola.

Grido ai miei: “Ci sono italiani qui...”

Mi raggiungono di corsa.

Quello che leggeva domanda incerto: “Davvero...italiani?”

“Si? Proprio così. E voi, cosa fate?”

Sono militari di reparti delle coste ioniche. Credevano di combattere coi ribelli dell’Ellas e invece era tutto un tranello: disarmati e spogliati, hanno avuto in cambio insulti, percosse e pochi stracci... Alcuni calzano vecchie scarpe, sfondate; i più hanno i piedi avvolti di cenci legati con giunchi e filo di ferro.

Ora due negrieri li portano, a marce forzate, non si sa dove.

“E i due dove sono?”

“Ma... sono andati laggiù in quella casa... Certo a mangiare... a noi portano sempre un po’ di pane, ma poco...”

“Se non vi guardano perché non approfittate per scappare?”

“E dove?...”

La nostra guida è sulle spine. Vorrebbe andare. Non nasconde il suo timore. Ma nessuno di noi si muove. Ed anche lui rimane, addolorato, a guardare quel mucchietto di ragazzi smagriti ed affranti. Uno batte i denti; gli occhi lucidi brillano di febbre. Guarda con le pupille fisse, assenti, e sembra non veda nulla oltre il suo dolore. È l’unico del gruppo che non sia giovane; la barba di molti giorni non è tutta nera e le tempie sono d’argento.

“E quello chi è?”

“Un maresciallo. Non ce la fa più. Ma quando si butta per terra i due lo empiono di pedate e di sputi...”

“Qui bisogna fare qualcosa” dice il nostro Maggiore. Ed aggiunge deciso: “Aspettiamo i due. Li facciamo fuori in qualche modo, ma senza rumore, e ci portiamo via questi disgraziati.”

L’andartis afferra il senso della frase ed esclama terrorizzato “Oki, oki”! “No, no!”

D’improvviso si fa cupo ed aggiunge, come già ci disse quando incontrammo i “clepti”, i ladri, di aver ordini precisi da Buros: niente grane coi comunisti. Gli rincrescerebbe doverci sparare addosso. Poi, forse pentito della durezza, sorride tristemente, ma ripete quanto ha detto, sia pure con tono gentile: capisce anche lui, ma è impossibile. Buros lo farebbe fucilare.

“E quel foglio cos’è?” chiedo a quello che leggeva.

“Un proclama del generale Wilson, Comandante del Medio Oriente, diretto agli italiani. L’ho raccolto qui vicino; certo li buttano gli aerei.”

L’ordine afferma che tutti gli italiani debbono mettersi a disposizione dei Comandi alleati o dei Comandi partigiani.

“Certo non poteva dare ordini diversi. Ma dare ordini è sempre facile, per chi comanda. Se sbaglia, al massimo si dimette. Il difficile è per chi deve eseguirli!”

Dalla casupola sono usciti i due dell’Ellas e stanno correndo verso di noi.

Arrivano trafelati, coi volti duri, pieni di contrariata sorpresa. Non capiscono che stia succedendo. Prima ancora che possano, il Maggiore mi ordina:

“Digli quanto vogliono per venderci questi italiani.”

“Va bene, ma come li paghiamo?”

“Diglielo”

Traduco. I due mi fissano con sorpresa anche più viva.

Tra me e loro il Maggiore stende la mano; sul palmo brillano al sole cinque sterline d’oro, in fila. Tutto il suo tesoro, che fino ad allora aveva tenuto gelosamente nascosto.

Gli occhi di un greco si addolciscono, avidi. Ma l’altro si fa durissimo. Infila le mani nelle tasche dei pantaloni, con aria di sfida, aprendo la giacca; alla cintura ha due pistole. Sibila, tagliente:

“Tipota”, Nulla.

Il nostro Andartis si intromette. Prevede una soluzione poco militare, ma accettabile per tutti. Prende a braccetto l’altro comunista che appare assai titubante. Con ampi gesti e molte parole cerca di convincerlo; in lui si risveglia l’animo levantino del commerciante. Cinque sterline sono un piccolo tesoro. Pur senza averci consultato promette di più: anche i nostri orologi e gli mostra il mio, un magnifico Omega.

Nuovamente il greco interviene, più aspro:

“Tipota den imaste stin agorà” Non siamo al mercato.

Certo comanda più dell’altro, perché sotto lo sguardo tagliente anche questi si richiude. Impossibile comprare gli schiavi. La guida ci persuade a proseguire verso il fiume.

Dopo pochi passi, quando ormai i due comunisti non possono udire, chiedo al nostro Andartis l’esatta direzione dell’Aspropotamo e quanto dista. Poi sosto un momento e faccio un cenno all’italiano che leggeva. Mi è parso un ragazzo sveglio. Si avvicina col permesso degli aguzzini. Credono che io voglia dargli qualcosa e certo pensano di rubargliela subito dopo.

In tasca m’è rimasto un po’ di pane, glielo do. Ma rapidamente sussurro:

“Oltre i cespugli, alle mie spalle, a poche centinaia di metri c’è l’Aspropotamo e poi il territorio dei nazionalisti. Chi ci arriva è salvo. Auguri!”

E di corsa raggiungo i miei.

Dopo qualche minuto siamo al margine di una fitta macchia di cespugli; mi volgo a vedere per un’ultima volta il gruppo che abbiamo lasciato. Sono quasi tutti in piedi, pronti a partire. Uno dei custodi urla minaccioso contro qualcuno che rimane disteso.

Il sentiero si snoda a molti tornanti in ripida discesa, polveroso d’argilla. I soffici tonfi dei nostri passi si odono appena.

Il fiume è molto largo, ma poco profondo. Ci sediamo sulle pietre della sponda, per liberarci di scarpe e stivali, impazienti del guado.

Fresca è l’acqua. La corrente è assai forte e dobbiamo sostenerci a vicenda, in lunga catena, procedendo affiancati in una sola fila, per meglio dividere il corso. Ci bagniamo fino alla cintola; ma il sole ci asciugherà. Ciò che più importa è arrivare presto all’altra riva.

Uno sparo. Un secco colpo, lontano... Altri colpi... ”Vengono dall’altra riva...”

Dai cespugli della sponda opposta sbuca un uomo in corsa disperata... si butta in acqua, sbatte a perdifiato in mezzo alla corrente.

È quasi alla nostra riva.

Un altro italiano sbuca dai cespugli? Anche lui si butta in acqua per guadare. Cade, si rialza.

Non ha fatto che pochi metri. Appare uno dei greci, con le due pistole impugnate. Due lampi, tre, quattro...due colpi secchi, tre, quattro... il fuggiasco si abbandona riverso nella corrente che lo rigira portandolo lontano, entro una macchia rossastra sempre più larga.

Il primo fuggitivo è arrivato a terra, bocconi sulle pietre. Lo voltiamo. E’ il giovane sottotenente, quello che leggeva il proclama. Con la voce spezzata mormora: ”Signor... mag-giore... so-no... scap-pato...”

Un altro sparo, lontano, poi altri ancora.

Le detonazioni hanno messo in allarme i nazionalisti di guardia al confine. Ne arrivano quattro, di corsa, trasportando una mitragliatrice. Quando scorgono uno dei loro con noi, rallentano. Di lontano gridano:

“Tì ine?”, (che c’è?)

Il nostro si fa incontro e li informa. Uno ha nella borraccia del vino. Rapidamente il sottotenente si rianima.

“Come ti chiami?”

“Adriano.”

Il racconto di Carità, continua così:

Lo aiutiamo a rialzarsi. Ci rimettiamo le scarpe. Non è prudente, dicono i greci, rimanere sulla riva allo scoperto. Dall’altra parte del fiume può arrivare una pattuglia comunista.

Piazzano un mitragliere - un Breda - dietro un grosso tronco abbattuto da qualche piena. Noi ci muoviamo verso un bosco poco lontano.

Abbiamo ancora qualche scatoletta dell’inglese; ci fermeremo a mangiare. Ormai sono passate le undici ed il sottotenente ha dichiarato che le gambe gli tremano per lo sforzo, ma più per la fame.

Siamo seduti sull’erba, all’ombra dei quercioli. I soldati ci insegnano ad aprire le scatolette con coltelli e sassi. Il nuovo compagno racconta.

Poco dopo la nostra partenza, i due guardiani li avevano messi in fila per riprendere la marcia. A pedate avevano fatto rialzare il vecchio maresciallo, che piangeva. Intanto tutti erano stati informati di quanto gli avevo detto; i greci non capivano una parola di italiano. Dopo qualche minuto, il maresciallo s’era buttato nuovamente perterra. Mentre i due urlavano insulti, gli italiani erano partiti di corsa verso i cespugli. Adriano non aveva veduto nulla; soltanto udito dei colpi, il miagolio delle pallottole che lo sfioravano e qualche grido dei compagni. Dopo una breve corsa stava per cadere sfinito, quando intravide il fiume e trovò l’impeto per l’ultimo sforzo disperato.

Dal punto ove siamo, il fiume è lontano poco più di cento metri. Ad una distanza quasi doppia si vede l’opposta riva, tutta verde di cespugli, con rare macchie di alberi. Più giù incominciano grandi roccioni che s’innalzano quasi a strapiombo. Sui fianchi si staglia un sentiero.

Qualcuno cammina... sono loro, gli italiani. Li contiamo, quattro, cinque; il maresciallo - lo distinguo facilmente per la camicia bianca - viene per ultimo, sospinto dai due comunisti. Facciamo il conto erano in dodici; uno è con noi: nel tentativo di salvezza ne sono caduti sei.

D’un tratto la macchia bianca precipita sullo strapiombo, sbattendo di roccia in roccia. Scompare fra macchie d’arbusti, mentre l’eco d’un grido rompe l’aria.

“S’è buttato” esclama il sottotenente “l’aveva detto che voleva morire; già una volta aveva cercato di dare la testa contro le pietre...”

I superstiti si sono fermati a guardare giù, ma i rossi li spingono avanti e tutti scompaiono oltre la cresta dei roccioni.

Riprendo a raccontare ai ragazzi:

Lungo le strade montane e nei villaggi che si raggiungevano, incontravamo militari italiani d’ogni arma, provenienti da ogni parte della Grecia, con le idee più strane circa la possibilità di riorganizzare regolari reparti combattenti.

Assieme ad alcuni altri italiani abbiamo preso contatto con degli ufficiali inglesi che, da mesi, curavano l’organizzazione di aviolanci con equipaggiamenti ed armi, destinate ai vari gruppi di “Andartis”. Si sono costituite piccole formazioni di sabotatori; scendevamo verso le pianure presidiate dalle truppe tedesche, si minavano e si facevano saltare ponti per rendere più difficili i loro movimenti; si raggiungevano i loro campi d’aviazione incendiando aeroplani e depositi di carburante. Al rientro dalle azioni si contavano le perdite e si rimpiazzavano i caduti.

Il rigido inverno greco del 1943 ci sorprese ai piedi del massiccio montagnoso del Pindo; un’azione in grande stile delle truppe alpine tedesche ci spingeva sempre più in alto i greci ritornavano ai loro villaggi, alle loro famiglie, sfuggendo alla cattura.

Noi italiani, sempre più decimati, agganciati agli inglesi, risalivamo la montagna, andando verso oriente, sperando di trovare rifugi più sicuri; i poveretti che non ce la facevano, venivano presi dai tedeschi che li passavano per le armi o, nella migliore delle ipotesi, li avviavano ai campi di concentramento germanici.

Di quella ennesima fuga dalla cattura e di quello che può essere la solidarietà umana, ho scritto


“Solidarietà”

Era il 2 novembre 1943, il giorno del mio ventitreesimo compleanno.
Gli ufficiali della Missione inglese si avvalevano del nostro aiuto (una decina di italiani sfuggiti alla prigionia tedesca), trattandoci però con molto distacco e sufficienza.
L’inglese s’è sempre considerato di “razza superiore”

Avevamo ripreso la fuga verso una meta imprecisata.

Dal fondovalle incalzavano, con crescente insistenza, il boato dei mortai ed il crepitare delle mitragliatrici.

Era evidente la decisione dei tedeschi di condurre a termine, definitivamente, il rastrellamento, di quella parte dell’Epiro. Sin dall’inizio dell’ascesa, le pendici del monte Apos, che dinanzi a noi s’ergeva inesorabilmente maestoso, s’erano presentate nella loro quasi inaccessibilità; ma non v’era altra via di scampo e pure la Missione Alleata, ai servizi della quale noi eravamo, aveva deciso di tentare la scalata.

La stazione radio, ricetrasmittente, era stata scomposta in parti, il più possibile, leggere e poco ingombranti: il Colonnello Tom, il comandante inglese, ce le aveva affidate, credo, con poca fiducia che potessero, in seguito, essere riunite ed utilizzate per ristabilire il collegamento coi Comandi Superiori.

Si procedeva a stento sotto i raggi cocenti del sole di mezzogiorno; la misera vegetazione, insufficiente pure al pascolo di una lepre, era il nostro unico ristoro.

“Forse raggiungendo quella sella lassù, un’altra vallata potrà ridarci la libertà! Ma come raggiungerla senza cibo e, più di tutto, senz’acqua?”

Questa l’assillante domanda senza risposta che ognuno di noi non osava formulare.

Le ore passavano veloci e interminabili nello stesso tempo; il peso del nostro carico si faceva sempre più insopportabile.

Il Colonnello Tom mi si avvicinò e, senza proferir parola, prese sulle sue spalle il carico che mi aveva affidato; il suo sguardo fu ineffabile e la sua mano sanguinante s’aggrappò ad un altro sasso. Le mie ginocchia, attraverso i pantaloni laceri, rigavano di sangue i sassi; forse quel colore vivo valeva a darmi ancora speranza, ma le forze mi mancavano. Il mio sguardo aveva inutilmente cercato aiuto sui volti dei compagni.

Il Colonnello si fermò, posato il sacco, ritornò verso di me e sacrificò l’ultimo goccio d’acqua della sua borraccia... così mi salvai.

Quel gesto che mi ha salvato ancora una volta la vita, è stato sufficiente a farmi dimenticare l’esistenza della “razza superiore”.

Pensato nel 1945, riscritto a Pino torinese il 19 febbraio 2008

Un altro ricordo di quel periodo

Sono alcuni fogli ingialliti dal tempo, chiazzati, qua e là, da macchie d’unto e con i bordi rosicchiati dal frequente tormento delle dita curiose; è il mio diario di quattordici interminabili mesi di pene, sofferenze e speranze, trascorsi dopo l’otto settembre 1943, fra le squallide montagne greche. Ogni data, ogni nome, ogni luogo ed ogni frase, sanno popolare la mia mente d’immagini, sanno riempire il mio cuore di ricordi vivi e penosi.

Un tozzo di pane che... mi ha fatto guardare le stelle

Il cielo stellato di quella notte d’agosto, suddiviso in eguali rettangoli dalle sbarre della finestra, rendeva più penosamente vivo il mio disperato desiderio di libertà.

Da un mese circa ero rinchiuso nella prigione di Arta, prigione improvvisata: erano quattro stanzoni, forse una volta adibiti a scuola, ma pur sempre prigione.

Né i miei falsi documenti, né i miei giuramenti erano valsi a convincere il Comando tedesco che io fossi un pacifico cittadino greco, venuto da Prevesa in cerca di lavoro; una precisa denuncia doveva invece averli persuasi che io ero un italiano sfuggito alla cattura dell’otto settembre.

Quella notte, la stanchezza non era riuscita a sottrarmi, col sonno, al tormento degli insetti che con me dividevano quel pezzo di pavimento, assegnatomi quale giaciglio; spietata mi bruciava sulla guancia la frustata che un guardiano m’aveva inflitto per allinearmi, all’ora del rancio serale.

Lassù nel cielo palpitavano, vive, le stelle ed io le seguivo, quasi ad una ad una, nel loro lento, angosciosamente lento movimento verso occidente; avrei voluto a loro affidare il mio sconforto e la mia pena, la mia nostalgia di quelle altre notti insonni che avevo trascorso perdendo in loro il mio sguardo, giurando amore alla mia ragazza e sognando atti d’eroismo e medaglie al valore; ma il fastidio delle cimici, il dolore alla guancia e l’odore acre del sudiciume mi richiamavano alla triste realtà.

Sollevai il capo dal barattolo di conserva che di giorno mi serviva da gavetta e la notte da guanciale: la latta, livellandosi di colpo, fece un sordo rumore come di schiocco della lingua contro il palato; il mio vicino, sospirando nel sonno, si rigirò su di un fianco, costringendomi, ancor più, contro la parete; il passo della sentinella s’arrestò all’improvviso, fra lo scricchiolio d’una scarpa ed il picchiare metallico del tacco ferrato dell’altra, sul marciapiede; poi, tutto tornò normale.

Le stelle s’allontanavano nel cielo impallidendo; le speranze svanivano con loro.

M’ero appena assopito che il richiamo d’un fischietto e la voce secca d’un carceriere, mista di greco e tedesco ci fece affrettare verso il cortile interno donde, ogni mattina, ci prelevavano a gruppi per i più disparati lavori, ora in un magazzino, ora in una scuderia, ora in una latrina, ora in una trincea.

Ormai, con indifferenza, gli indigeni ci vedevano sfilare a due a due per le vie del paese, col barattolo legato alla cintura, coi piedi avvolti in stracci e brandelli di mollettiere: il nostro viso segnato dalle sofferenze e dalla fame, faceva, per essi, ormai parte del desolato spettacolo delle case mutilate dalla guerra.

A volte qualche cane in cerca di padrone, ci seguiva annusando i nostri sudici brandelli di vestiti, indovinando in noi dei compagni alla loro miseria.

Ogni giorno speravo che il destino fosse benigno con me, assegnandomi ad una cucina per lavare le marmitte del rancio: sul fondo dei recipienti restava, quasi sempre, qualche avanzo che, raccolto avidamente con la mano, mitigava i crampi dello stomaco ribelle all’abitudine del digiuno.

Quel giorno, come tante altre volte, la speranza fu delusa: prima di sera avrei dovuto scavare un paio di latrine e colmarne di terra altrettante; ma nemmeno la terra mi era benigna: da mesi il sole cocente aveva, giorno dopo giorno, indurito quel suolo arido ed argilloso. Il piccone si rifiutava di piantarsi e di sgretolare quella crosta compatta e dura di terra e creta. La polvere mi tormentava la gola riarsa e la pelle si rifiutava di spremere sudore dai pori ricoperti di sudicio.

“Schnell, scheisse italienisch”, era l’incitamento del tedesco che controllava il mio lavoro, dondolando le gambe che spenzolavano dal muricciolo sul quale s’era appollaiato.

Traeva pigre boccate di fumo grigio e morbido dal suo quadrato sigaro di spettanza e schizzava sputi fra i denti, cercando di centrare una tegola intatta, che, poco più in là, faceva capolino fra i calcinacci. Quella tegola pareva volesse ricordare come, forse, qualche anno addietro, in quello stesso, oramai squallido, angolo, uno sguardo di madre, con ben altra espressione, aveva seguito i giochi di un bimbo.

Come Dio volle giunse l’ora di rientrare in prigione.

“Komme” urlò il caporale tedesco, indicandomi col frustino il gruppo dei miei compagni già allineati sulla strada.

Pulendomi il naso sulla manica della blusa, mi accodai pigramente.

Il mio sguardo che, per innata vergogna, solo la notte osava rivolgersi al cielo, s’incuriosì di un laccio che un piede mal avvolto del compagno che mi camminava dinanzi si trascinava, con movimento ritmico, fra la polvere della strada: a volte formava una “S”, a volte una “C”.

Prima m’interessò vedere se avrebbe formato altre lettere o segni comprensibili, poi mi accorsi che a pochi centimetri dal laccio, ma leggermente sfalsato nel tempo, si posava il piede del vicino: “ecco, se il movimento si sincronizza, fra qualche passo, glielo pesta...” pensavo; invece un sasso, contro il quale frustò il laccio, scombinò tutti i miei calcoli; “ecco! la stringa ha ripreso a disegnare ora una S, ora una C; penso che fra quattro o cinque passi, il compagno che gli cammina a fianco, gliela pesterà.”

Era apatico sadismo il mio; forse avrei riso se ancora la mia bocca avesse ricordata la piega del riso; il tedesco che stava camminando quasi alla testa del gruppo, probabilmente m’avrebbe frustato; la cosa quindi non avrebbe potuto che volgere a mio svantaggio; eppure, quasi con l’ansia dello scienziato che attende da anni il verificarsi d’un fenomeno, aspettavo che quella fettuccia finisse sotto il piede del vicino: “S... C... S... C”.

Stavo camminando ad un passo dal muro. S’aprivano, in quel punto, sulla strada, le finestre d’un piano rialzato: una voce femminile, con sommessa dolcezza, quasi supplichevole, ripeté da uno spiraglio di persiana socchiusasi verso di me: “pedàchimu... pedàchimu!’; Non so ancora bene se voglia dire “figliuolo’ o “bambino mio’, ma il significato di quella parola, allora, l’ho letto negli occhi velati di pianto di quella donna, nella sua mano che, quasi timidamente si protendeva verso di me con un pezzo di pane.

Il significato l’ho letto su quel viso che in un istante mi disse tutta la sua pena ed il suo amore di madre e di sposa.

Nessuno s’accorse di quella fetta di pane che feci scivolare fra la pelle e la blusa e che strinsi al cuore.

Nessuno s’accorse che io, quel giorno, prima di rientrare in prigione, avevo rivolto il mio sguardo al cielo, cercandovi le stelle.

Scritto nel 1943
Pubblicato su “Il testimone” nel settembre 2007


Conclusione della conversazione con i ragazzi

...... Nel novembre del 1944, vestita nuovamente la divisa, ripresi a combattere colle truppe regolari italiane, il Gruppo di Combattimento “Cremona” che, appena riorganizzate nel sud Italia, affiancate agli anglo-americani, stavano liberando l’Italia del nord dai tedeschi.

Fu circa un mese, da Ravenna a Venezia; gli ultimi sanguinosi combattimenti.

Dall’altra parte c’erano, purtroppo, anche degli italiani: i ragazzi della “Decima M.A.S.”, i reparti dell’Eesercito della Repubblica di Salò!!! Italiani contro italiani

Queste cose non devono più succedere, mai più, ed è per questo che vi ripeto: “ragazzi, buona fortuna, ma ricordatevi, il futuro dovete costruirvelo voi”

Così terminò quel incontro con i ragazzi che mi stupirono per la maturità e la partecipazione; alla fine del mio racconto, mi travolsero con le loro domande, molte delle quali, non m’ero mai posto.

adriano fogliasso

Scritto nel 1986 e rielaborato il 19 febbraio 2008
Stesura per la Banca della memoria l’8 dicembre 2009
a Pino torinese