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22.
A Lione e Parigi. Pubblicazioni galla.
A Roma con p. Domenico da Castelnaudary.

partenza da Alessandria
[9.4.1864]
per Marsilia
Io non era partito col vapore che mi aveva portato da Giafa, perché doveva aspettare Monsignore Delegato, il quale mi aveva promesso di venire in Alessandria dopo Pasqua per terminare [p. 887] alcuni affari che ancora rimanevano [d]a liquidare; ora essendo egli venuto, e terminate le cose nostre, io coi miei compagni più volte mentovati ci siamo imbarcati direttamente per Marsilia; ove, consegnati i miei due giovani abissini ai Fratelli delle Scuole cristiane, viaggio di Lione e di Parigi sono andato direttamente a Lione ed a Parigi, dove mi aspettavano alcuni affari col P. Provinciale dei cappuccini relativamente ai missionarii già partiti per Aden, dei quali io [non] aveva ancora nessuna notizia. [8.7.1864; 30.9.1864] Veduti pure i due Consigli della Propagazione di Lione, e di Parigi che io non aveva più veduto dopo il 1850. consegnate pure al ministero degli affari esteri i documenti ricevuti in Abissinia dall’Imperatore Teodoro, e prese tutte le intelligenze col Capo del gabinetto degli affari Orientali M.r Faujère, mio ritorno a Marsilia me ne sono ritornato immediatamente a Marsiglia, dove mi aspettavano i miei due giovani non ancora capaci di spiegarsi abbastanza per i loro bisogni anche spirituali.

mie occupazioni in viagio Quì prima di riferire il mio viaggio per Roma debbo fare una piccola digressione sopra alcuni lavori, che incomminciando da Massawah, io stava preparando per le stampe. Già ho toccato di passagio altrove, come io aveva perduto tutti i miei manoscritti [p. 888] nel mio esilio di Kafa. Questi manoscritti erano due, cioè una piccola grammatica amarico-galla per uso dei missionarii, onde facilitare ai medesimi lo studio delle due lingue amarica, e galla, fatta in modo, che potesse servire anche meno direttamente ai nostri giovani dell’interno per imparare un poco di latino. Un secondo lavoro era un piccolo catechismo in lingua galla, ed anche in lingua di Kafa per l’uso dei catechisti sia europei, che indigeni. Perduti i manoscritti in Kafa io doveva riprodurli a memoria.

/191/ In tutto il mio viaggio nell’interno dell’Africa per arrivare alla costa non ho potuto lavorare, sia perché mi mancava il necessario per scrivere, e sia ancora, perché, come si è narrato sopra a suo luogo, anche nel viaggio, fosse [an]che un sol giorno di dimora in un paese, io sentiva sempre il bisogno di lavorare nel ministero della parola. Arrivato in Tigrè poi, ho passato un mese in letto gravemente ammalato.

incommincio [a] scrivere in Massawah Ho incomminciato questo mio lavoro arrivato a Massawah, ma anche là ho avuto molte occupazioni per sistemare i miei affari economici. Anche sopra i bastimenti, come abbiamo veduto a suo luogo, il missionario che sente il peso delle anime da salvare, trova anche là qualche cosa [p. 889] di ministero da occuparsi, il quale deve sempre precedere, quando si trova in presenza di anime che corrono [al]la perdizione, e perduta la circostanza di quel missionario di passaggio, non trovano poi tanto facilmente chi le coltivi. poco ho scritto in Oriente. In Oriente, come in Caïro ed Alessandria, tutti luoghi, dove il numero dei sacerdoti è molto limitato, occorre facilmente il bisogno di lavorare, e gli stessi missionarii o prelati locali zelanti amano di godere la circostanza di un sacerdote forestiere per dare un poco di sfogo ai loro cristiani, che potrebbero avere bisogno di uno straordinario a cui confidarsi. Per queste ragioni nel viaggio d’oriente è stato poco quello che ho potuto scrivere. In Europa, dove abunda il clero non vi è più tutto quel bisogno di ministero sacro; epperciò in tutti i miei viaggi, e fermate io lavorava a scrivere.

arrivo a Civitavecchia Ciò notato, lasciando dunque i due miei giovani nelle mani del Fratelli delle Scuole cristiane di Marsilia, io sono partito per Roma sopra un vapore delle Messaggerie, il quale mi portò a Civita Vecchia, e di là ho preso la strada ferrata per Roma, dove sono arrivato dopo poche ore. arrivo a Roma, entro nel collegio
[23.4.1864]
Arrivato alla città dei Papi, la prima cosa [p. 890] fu [di] ringraziare Iddio di aver trovato il santo padre tranquillo in casa sua, guardato dai soldati francesi, epperciò sicuro, come è sicura la pecora in casa del mercante che aspetta il suo giorno. Già da alcuni anni il collegio delle missioni [cappuccine], il quale ai tempi miei si trovava nel Convento generalizio dell’immacolata Concezione a Piazza Barberini, era stato trasportato ai quattro cantoni, dove [acquisto: 20.4.1857] fù comprata una casa, e fu fatto il collegio, io invece di andare al suddetto Convento, come Vescovo missionario, sono entrato nel Collegio, dove ho dimorato in tutto il tempo che sono rimasto in Roma. Il Collegio dei quattro cantoni era troppo ristretto, e si comprò poi [acquisto: 26.3.1863] un vasto terreno alle Sette Sale, dove si fabricò un nuovo collegio. Anche questo preso poi dal governo si fabricò in un terreno [acquisto: 1.7.1879] comprato vicino ai Santi quattro [Coronati], dove esistono attualmente [gli aspiranti alle missioni].

/192/ Io intanto, fatte le mie visite più essenziali, come quella del Santo Padre, della Propaganda, dei Superiori dell’Ordine nostro, mi era isolato affatto da tutti per poter lavorare [attorno al]la mia grammatica e catechismi. arrivo del p. Domenico a Roma
[mag. 1864]
Ho avuto appena otto giorni di tempo libero per questi miei lavori, che mi arrivò il M. R. P. Domenico da Castelnovo d’Ario, il Vice Prefetto stato spedito ai paesi galla, con due compagni missionarii, il quale, avendo sentito il mio ritorno in Europa mentre stava esplorando la costa d’Africa versante nel golfo di Aden, [25.12.1863] se ne ritornò [p. 891] in Europa, lasciando i due suoi compagni in Aden. Egli preso aveva la via d’Egitto, e non trovandomi, ritornò in Francia, dove si aboccò col suo Provinciale P. Lorenzo da Aosta, e poi venne a Roma. Le mie lettere scrittegli dall’Egitto arrivarono in Aden che egli coi suoi compagni si trovava in esplorazione sulla costa d’Africa, motivo per cui non [17.1.1864] le ricevette che tre mesi dopo. Questo ritardo fece sì che non mi raggiunse, ne in Egitto, ne in Francia, ma dovette venire a Roma per trovarmi.

qualità di questo nuovo prefetto Appena ho passato alcuni giorni con quel nuovo Prefetto, e mi parlò dei suoi compagni e dei suoi viaggi, non ho tardato molto e conoscere e formarmi un giusto criterio di tutta quella spedizione. Il M. R. P. Domenico Vice Prefetto era un’eccellente persona, di una fede viva, di un carattere dolce, e di una volontà ferrea, ma [n. 25.1.1814] passando già notabilmente i 50. [anni] di età, non era più una persona per un’impresa simile, perché troppo vecchio, e già molto pesante; [riusciva] difficile perciò a lui d’imparare tutte le lingue che gli occorrevano per rendersi utile al suo ministero; sarebbero stati in seguito per lui ancora più difficili [p. 892] i viaggi sino all’interno, prima nei bassi piani sopra i cameli, e poi coi muli sopra le montagne con strade piene di precipizii; e ciò per mesi e mesi, senza calcolare le fermate alle volte lunghissime, e senza calcolare il cattivo cibo. Una persona già in declinazione con tutte le sue abitudini inveterate non è più fatta, ne per imparare nuove lingue di formazione tutta diversa dalle nostre; ne tanto meno per una vita penosa sotto tutti i riguardi. i compagni del p. Domenico
[Felice n. 8.12.1823; Esuperio n. 10.2.1837]
Da quanto egli mi diceva, il P. Felice uno dei suoi compagni, era anche egli poco presso della stessa sua età, benché di una costituzione più leggiera. Il secondo suo compagno, P. Esuperio da Prato di Molo, sarebbe stato l’unico con un’età fatta per simili operazioni; da quanto mi diceva il Prefetto, questo giovane missionario era di grande capacità, di un carattere vivo, ed anche un poco precipitoso in tutte le sue operazioni.

sono da scusarsi i superi[ori] che spediscono] Dopo che ebbe parlato il P. Domenico, ho preso io la parola, caro mio, dissi, i superiori in questa spedizione ebbero l’occhio aperto, e pensarono a mandare uomini di buon spirito, di tutta capacità intellettuale, e /193/ dotati di qualità tali, che [sarebbero, riusciti bene] in altra missione, dove con pochi giorni di navigazione si arriva al luogo della loro missione, dove si trova già preparata una chiesa, e direi anzi [p. 893] una specie di parrochia da coltivare, con una piccola popolazione già cattolica mezza europea, come nella maggjor parte delle missioni d’oriente, delle Indie, dell’Oceania, e dell’America. Essi però non potevano calcolare ciò che [non] hanno mai veduto, e neanche imaginato; la nostra missione è di un carattere tutto diverso, e direi quasi l’unica, con dei bisogni tutti particolari, e diversi dalle altre. privazioni di ogni genere nei viaggi Il nuovo missionario destinato per il nostro Vicariato deve essere disposto[:] 1. a restare anche un’anno, ed anche più in viaggio, quasi senza esercizio del ministero, come sono rimasto io per molti anni, all’infuori del poco ministero, che il fervente missionario può quasi sempre esercitare in viaggio più o meno direttamente e publicamente, secondo i luoghi e le circostanze. 2. Deve essere disposto e preparato a viaggiare qualche volta anche a piedi, oppure con cavalcature di cameli o muli molto incommode; come pure [a] dormire sulla nuda terra, sopra una semplice pelle. 3. Disposto ad esporsi a pericoli della vita, sia dalla parte degli uomini, sia dalla parte di bestie feroci. 4. Deve essere disposto a dormire male, nelle capanne, dove vi sono pulci, cimici ed altri simili insetti. 5. Deve essere disposto, poi anche a sopportare la miseria; sia nel vitto che nel vestito, principalmente nei viaggi; ed anche in gran parte nelle case della missione già stabilite; nei viaggi molte volte, o non si trova [p. 894] pane, o si trova pane cattivo, cotto economicamente alla meglio come si può, o sopra le bragie, oppure sopra una piatta forma di ferro, o di terra cotta. Anche nella missione, privazione assoluta di vino, compensata da una cattiva birra, oppure da un poco d’idromele nelle solennità. Tutte queste, e tante altre privazioni, non sono conosciute, ne dai superiori che mandano, ne dai missionarii che vi vanno. Il certo si è, che il missionario galla essendo obligato ad una vita di gran sacrifizio, deve non solo essere fornito di vocazione speciale, come è, chiaro, ma deve avere ancora un’età ed una salute da potersi abituare, e piegare.

un’objezione, ed una mia risposta Al sentire tutta questa descrizione di sacrifizii ai quali deve prepararsi il missionario nostro voi direte, caro P. Domenico, chi vorrà ancora aspirare a quella missione? tutte queste cose faranno passare la vocazione di andarci. A questo io vi risponderò: il conoscere tutte queste cose farà passare la vocazione a chi non l’ha, oppure, l’ha solamente per metà. In questo caso di vocazione dubbia o finta, meglio che essa si manifesti prima di partire, che manifestarsi poi in strada dopo che il missionario ha già costato un monte di spese e di sacri[fi]zii alla povera missione, e manifestarsi poi là sul campo di battaglia con scandalo dei /194/ compagni, i quali si scoraggieranno. È anzi bene [p. 895] che resti indietro chi non è chiamato; il vero missionario invece di scoragiarsi prende anzi maggior coragio, perché Iddio moltiplica i suoi lumi e le sue grazie a misura che l’impresa è più difficile. la vita cappucina nella missione galla. Non parlo dei sacrifizii materiali sopra riferiti, perché sono certo che questi faranno anzi coragio al vero missionario cappuccino, perché trova il conto suo cercato da lui nella sua vocazione, la croce e la mortificazione annessa alla povertà di S. Francesco da lui bramata, la vera perla evangelica scoperta dal nostro gran pescatore Serafico che noi tanto cerchiamo di seguire; da questo lato io sono là per assicurare i miei missionarii d’aver trovato la vera vita cappuccina voluta dal nostro Santo Padre più nella missione galla, che non in Convento, perché là è tagliata ogni via alla superbia mondana, ed alla sensualità corporale.

la vera tentazione quale? Caro P. Domenico mio, lo ripeto, non è questa la tentazione che allontanerà il vero missionario cappuccino dalla missione galla a cui sarà chiamato, che anzi al sentire tutte queste mie relazioni si sentirà più animato ed incoraggito. La tentazione vera che io temo, è piuttosto quella del ministero tal quale è esercitato da noi cappuccini in Europa, e massime in Francia ed in Italia, quella cioè di non trovare sempre una predicazione acclamata [p. 896] oppure un confessionale coronato di penitenti. un’ipotesi ben applicata Io parlo per esperienza, perché, costretto a passare, non dico un’anno, ma circa quattro anni prima di poter entrare nella missione affidatami, quante tentazioni di ritornarmene! io non sognava altro che prediche, missioni nostre indigene, confessioni, e simile ministero dei nostri paesi, quanto bene avrei fatto colà! mi faceva credere il diavolo; questo scaltro nemico dell’apostolato fra i barbari, ricomprati anch’essi col sangue di nostro Signore, al pari degli europei, si servì persino di grandi oracoli della Chiesa per riforzare il suo argomento. Un vecchio venerando ecclesiastico di San Sulpizio in Parigi, al quale ho aperto il mio cuore [feb. 1851] nel 1850. così mi disse: gli apostoli dopo aver gustato le dolcezze del Santo Spirito nel cenacolo; se di esso avessero fatto un monastero ove tendere alla perfezione, e coltivare colà qualche Nicodemo e qualche Maddalena, cosa ne sarebbe avvenuto di noi, di Roma, e di questo Parigi? Parta dunque, e pensi che là dove è mandato uno vale cento dei nostri, perché quell’uno diventerà mille, e questo un millione.

la patata arrivatami in Gudrù Alla sentenza di questo Venerando ecclesiastico di S. Sulpizio, che voi forze avrete conosciuto, o caro P. Domenico mio, io vi aggiungo un’altro fatto in risposta alla vostra difficoltà: trovandomi in Gudrù io ho ricevuto dentro un piego di lettere venutomi dalla costa nel 1853. una /195/ patata, della quale ne ho fatto cinque pezzi, [i] quali seminati diventarono cinque kilò di patate; questi cinque kilò fecero [altri] cento kilò, coi quali si sparzero le patate in tutti [p. 897] i paesi galla di quei contorni, a segno che nell’epoca della mia partenza ultima, le patate in tutti quei contorni erano divenute uno dei principali raccolti per l’uso domestico. pratiche risoluzioni, Ora veniamo al significato, sia dell’ipotesi, sia della patata suddetta, che già voi, o caro P. Domenico, avete compreso senza che io ve lo spieghi. In quanto a voi lasciatevi guidare da me, e quando sarà arrivato il suo giorno io vi significherò la volontà del Signore; ma voi dovete occuparvi indefessamente a cercarmi missionarii. Già si è deciso che i due rimasti in Aden [fine giu. 1864] debbano ritornare in Francia; voi conoscete certamente, tanto il P. Felice, quanto il P. Esuperio, e saprete per cosa spenderli; le conferenze fatte fin qui vi hanno certamente istruito sulle qualità indispensabili che si ricercano nei nuovi missionarii dei quali abbiamo bisogno.

e conclusione Veniamo dunque alla conclusione delle nostre conferenze: per parte mia io lavorerò indefessamente nel preparare qualche lavoro grammaticale per facilitare ai nuovi missionarii la fatica nell’imparare le lingue terminando una piccola grammatica che già sto lavorando, e che terminerò al più presto possibile; come altresì guarderò di preparare alcuni materiali d’istruzione da stamparsi prima di partire; voi, carissimo, non mancate di cercarmi missionarii, e preparargli nel senso che sopra mi sono sforzato a farvi comprendere, affinché troppo tardi poi non vadano soggetti a certe [p. 898] [a certe] malinconie con gran scapito della missione, e degli stessi missionarii. Come poi voi siete Definitore, voi presenterete al provinciale ed al Definitorio un piano che tengo preparato di fare un collegio o seminario di giovani galla, o in Marsilia, oppure altrove, da incomminciarsi prima della nostra partenza. Essi ci penseranno, e poi un giorno conferiremo insieme sopra il luogo più convenienite, e sopra la maniera di eseguirlo.