/41/

5.
Ripercussioni della catastrofe su Menelik.
Bafana. Lotte di successione nell’impero.

[14.4.1868] La notizia della morte di Teodoro arrivò tutta all’improvviso il Martedì dopo Pasqua, mentre il Re Menilik era occupato a celebrare la Pasqua in Ankober secondo gli usi antichi della dinastia, ed obligava questo a restarvi tutta la settimana [p. 307] sino a[l] [20.4.1868] Lunedì della [settimana dopo la] Domenica in Albis, perché quasi in tutti i giorni aveva degli inviti di uso alle diverse categorie, per le quali erano stati fatti i preparativi di uso. conseguenze della morte I pensieri del Re però erano ben lontani dalle feste, essi volavano a Magdala; [s’interrogava così:] è morto Teodoro, presto detto, ma e chi vi regnerà in luogo di lui? cosa sarà degli inglesi? cosa diranno questi per non avermi trovato là secondo le istruzioni venute da Aden? Quid agendum hic et nunc, non vi è tempo da perdere? Tutti i consiglieri del Re, ognuno proponeva, ognuno parlava. I corrieri da Ankober a Liccè si succedevano uno dopo l’altro, e non mi lasciavano più vivere tranquillo. [21.4.1868
partenza: 24.4.1868]
Fu decisa sul momento una spedizione a Magdala [diretta] agli inglesi, la quale portasse loro una quantità di buoi, di viveri, e di cavalli per l’armata. Io doveva fare la lettera di accompagnamento, e di scusa. Fu deciso che il Signor Mekev l’accompagnerebbe.

nuove notizie da Magdala
[29.4.1868]
La spedizione fatta dal Re Menilik non era ancora arrivata nelle vicinanze di Magdala, che arriva un corriere di Workitu, il quale annunziava a Menilik, che l’armata inglese, entrata nella fortezza di Magdala, e presene il possesso, vi rimase tre giorni, verificò il cadavere di Teodoro [p. 308] e ne prese [sepoltura: 14.4.1868] la testa; fece quindi una scielta delle cose di qualche valore, principalmente alcune antichità; fece in pezzi alcuni cannoni [che vi trovò], ed abbruciò alcune case che vi trovò, in segno di padronanza, fra le altre un’elegante capanna, dove stava sepolto il Vescovo Salama. Ciò fatto, essendo stato deciso l’abbandono della fortezza, ed il ritorno dell’armata, fu detto che cercarono il Re Menilik, a cui [si] era deciso di rimettere la fortezza in custodia, ma non essendosi trovato, la sola venuta con regali di viveri, ed esibire il suo ajuto all’armata [ingle- /42/ se], fu la moglie del fù Amedì Bescïr con suo figlio, a questa fu fatta la consegna della fortezza di Magdala. Ciò fatto l’armata inglese [16.4.1868] nel quarto giorno dal suo ingresso in Magdala la lasciò per mettersi in viaggio di ritorno verso il mare.

Tali erano le notizie ricevute da Menilik, sia da [parte di] Workitu, e sia ancora dai proprii esploratori colà rimasti. circolare di Napïr
[6.12.1867];
Veramente una circolare del Maresciallo Napïr capo della spedizione, [indirizzata] a tutti i principi abissinesi, e capi del paese, aveva preceduto l’entrata dell’armata, e noi stessi al nostro arrivo [in Scioha] l’abbiamo portata a Menilik. In quella circolare si protestava che il governo inglese non cercava la conquista del paese, e che non cercava altro [p. 309] [altro] che Teodoro ed i suoi nazionali prigionieri, e che nel suo passagio non [non] si sarebbe battuta se non in caso di ostilità. Nessuno del paese ebbe fiducia in quella circolare, supposta dettata unicamente dalla prudenza del capo della spedizione, onde diminuire le ostilità. Tuttavia, siccome tutti i capi vedevano volontieri la disfatta di Teodoro, per la speranza che ognuno aveva di regnare dopo di lui, acettarono tutti volontieri il partito di una neutralità armata, e così nel passagio dell’armata nessuno si oppose, ma pure tenevano l’occhio aperto sopra l’esito per ciò che riguardava l’indipendenza del paese. partenza dell’armata
[17-18.4.1868]
esultano i capi, e piange il popolo
Dal momento che si conobbe la partenza dell’armata, allora si vidde il vero voto della nazione abissina stanca della guerra civile; esultarono i capi, ma io che sapeva per lunga esperienza distinguere il linguagio del cuore da quello della lingua, posso assicurare che fu una vera desolazione universale.

ritorno di Menelik a Liccè
[20.4.1868;
udienze: 21.4.1868; 23.4.1868; 28.4.1868; 10.5.1868; visita alla cappella: 14.5.1868]
una saggia risposta
Frattanto, passate le feste Pasquali, il Re Menilik ritornò a Liccè, ove, appena arrivato, fummo a dargli il benvenuto; egli affettava un’aspetto molto malinconico, a segno che ho creduto di domandargli[: qual’è] la ragione? che Le pare, mi rispose, è morto il mio Padre, e non avrò motivo di essere tristo? come, io di nuovo instava, tanta allegrezza publica, e tanti spari per una triste notizia? [p. 310] ah padre mio, rispose il Re, per il mio regno la morte di Teodoro è un’affare di stato, essendo stato io un fugitivo ancor da punire; per me in particolare poi non lascia di essere la morte di mio Padre, il quale mi ha educato, e mi ha sempre amato come suo proprio figlio; difatti Menilik nei giuramenti di uso nel paese [non] l’ho mai sentito [a] giurare per la morte di Aïlù Malakot suo vero Padre, ma sempre per la morte di Teodoro [in espressione amarica:] era questo il suo giuramento più sacro. Ciò detto, io ho ancora un’altro motivo di affligermi, soggiunse, ma questo glie lo dirò poi da solo. Ciò sentito, i miei due compagni si alzarono, e [il re] fece partire ancora alcuni del suo seguito, e restammo soli.

/43/ una conferenza secreta Appena siamo rimasti soli, allora fu la prima volta che Menilik mi aprì il suo cuore: io, mi disse, era amato da Teodoro più del suo proprio figlio Tessama, a segno che mi diede la sua figlia per moglie, e qualche volta si era lasciato uscire di bocca, che io avrei regnato dopo di lui. Quando si trattava di fugire per venire in Scioha qualcheduno lo consigliava a farmi guardare, ma egli [non] ha mai voluto credere. Per questo io sono certo che per la mia fuga, egli ha sofferto molto. seguono i secreti Ora, quando si è trattato di andare a Magdala per ricevere [p. 311] l’armata inglese i miei consiglieri tutti mi fecero paura degli inglesi, io non avrei aderito per il solo timore degli inglesi, se sono rimasto non è pel timore degli inglesi, ma bensì, nel mio cuore, perche mi ripugnava prendere parte coi suoi nemici, ed anche, perché io sapeva, che in caso di una sua fuga verso di me, io non mi sarei tenuto di riceverlo. Ora se vi è uno che abbia diritto di regnare dopo Teodoro credo di essere io. Waksum Govesiè Ebbene, dopo tutto questo io so per certo che si trova in vicinanza di Magdala Waksum Govesiè col suo campo, venuto dal Tigre, ed egli aspetta solo che l’armata inglese sia arrivata alle frontiere per dichiararsi imperatore. Ecco uno dei gran dispiaceri per il quale io sono malinconico. Se io fossi andato colla mia armata all’incontro degli inglesi, avrei ricevuto non solo la fortezza di Magdala, ma molti fucili e cannoni, e [per] forza sarei stato proclamato imperatore da essi. Ora tutto è perduto e [per] forza gli inglesi mi odieranno.

una domanda di Menelik Dopo questa confidenza, che io ho sempre tenuto secreta colla massima gelosia, Menilik entrò in un’altro discorso parimenti di eguale secretezza. Io dunque, mi disse, già da piccolo aveva perduto il mio Padre che mi generò; oggi ho perduto quello che mi educò, [p. 312] io cerco un terzo padre, e sarete voi. Voi sapete, soggiunsi io, che io non son venuto per restare con Lei, ma io immancabilmente dovrò partire per i Galla del Gudrù e di Kafa. Nel caso resterà qualcheduno qui, risposi, che vi farà da Padre, e son certo che lo amerete più di me quando lo conoscerete. Io [mi] intendeva di parlare del mio compagno il P. Prefetto, il quale difatti poi fu molto amato dal Re Menilik. Ciò detto, ho cercato di cangiare discorso, perché non amava questo suo piano di trattenermi in Scioha. Voi, dissi io, piangete la morte di Teodoro, e ne avete gran ragione perché è morto non solo al suo regno sopra l’Abissinia, ma è morto nell’anima sua, ed è morto al paradiso: perché ha ucciso se stesso; in questo Teodoro ha dato un gran scandalo a voi, ed all’Abissinia.

Menelik mi conobbe alla corte di Teodoro
[30.6.1863]
In proposito di Teodoro, sapete voi che io l’ho conosciuto, e mi sono trattenuto molto con lui? Altro che saperlo, mi rispose, con grande tra- /44/ sporto Menilik, io mi sono trovato presente quando voi siete arrivato a Derek Wanz, perché allora Teodoro aveva radunato tutta la sua corte in gala per ricevervi, sapendo che tutti bramavano di conoscervi; io ho veduto quando siete stato messo in libertà e dichiarato innocente, io ho sentito le parole dell’imperatore quando disse [in espressione amarica:] (sono vinto); [p. 313] mi parla del corregna ho veduto quando il vostro corregna ricevette la camicia di grande uffiziale; ho sentito allora tutto il discorso che fece l’imperatore a tutta la corte dopo che voi eravate sortito. Dopo di ciò io non vi ho più veduto. Il vostro corregna venne a vedermi una volta, e mi disse molte cose di voi; ma la mia abitazione era lontana, e non andava alla corte senza esser chiamato; io con Tessamà figlio dell’imperatore eravamo col nostro governatore e custode; voi invece avevate la vostra tenda dentro il recinto di Teodoro, dove restava anche il vostro corregna dopo che ha sposato la figlia di Degiace Garred (1a)

notizie dei due sposi In verbo dello sposalizio citato da Menilik; io, dissi, mi sono trovato a quel sposalizio, ed ho fatto particolare conoscenza con quei due sposi; ora Ella non saprebbe dirmi cosa sia avvenuto di essi? [Il re mi diede questi ragguagli:] Quasi subito dopo lo sposalizio, essi partirono per Nagalà, dove restarono un’anno, ed ebbero colà un figlio, dopo la nascita del quale venne la voglia a Teodoro di vedere il neonato nipotino; furono quindi chiamati dall’imperatore, e vennero a Devra Tabor, dove rimasero qualche mese, ma poi ottennero di ritirarsi a Quara patria della sposa, dove essa aveva grandi richezze; lo sposo di lei di una famiglia patrizia degli Agau, aveva anche molte richezze. Io gli ho veduti una volta sola in Devra Tabor, ma poi [non] seppi più nulla [p. 314] solamente posso assicurarvi che parlavano sempre di voi; se sono ancora vivi, e che sapessero che siete qui verrebbero immancabilmente a vedervi. Vedete, risposi io a Menilik, [20.7.1863] quando Teodoro mi congedò, mi fece accompagnare sino a Nagalà, dove ho passato un mese in casa loro per aspettare che si passasse il Takazzè, e partito di là lo sposo mi volle accompagnare sino ad Antalo, dove ci siamo separati: che bravo giovane! In quanto a Teodoro nel mese che io aveva passato a Derek Wanz io aveva parlato molto con lui, e sperava che si sarebbe salvato... Oggi sono desolato, non perché sia morto, ma perché [† 13.4.1868] si è ucciso da se.

/45/ questione del suicidio Qui ho dovuto battere alcuni pregiudizii che aveva il Re Menilik sopra il suicidio dimostrandogli che esso è un gran delitto di rivolta contro Dio unico padrone della vita del uomo, e contro la stessa società che l’ha mantenuto nella sua infanzia e fanciullezza prima che fosse capace di procaciarsi il pane, privandola del diritto aquistato sopra di lui di servirla a suo tempo, come già sappiamo, senza che io qui riproduca tutto il mio discorso. Come egli difendeva Teodoro adducendo certi titoli di onore sì personale, che nazionale [io mi sono insinuato] esponendogli il precetto cristiano di pazienza nelle avversità, e di rassegnazione e confidenza nella providenza divina, la quale è per lo più tutta paterna, che ben soventi ci conduce [p. 315] alla gloria coll’umiliazione, alla vittoria colla perdita, ed alla vita con una morte apparente in facia alla società civile. Menelik espone il caso di resa Dopo questo ultimo discorso, che non riproduco per brevità, ma che ognuno può imaginarselo, il Re Menilik: Se Teodoro, disse, vedendosi ridotto a cattivo partito si fosse ciecamente consegnato all’armata inglese cosa nasarebbe avvenuto? una mia risposta Sentite, risposi io, postoché voi mi sollevate questa questione io vi risponderò schiettamente che in tale supposto Teodoro avrebbe ottenuto degli onori, dei trattamenti e dei riguardi molto più degni di quanto avrebbe ottenuto in una disfatta con una banda indigena, fosse ben stata quella di Degiace Gared suo fratello. In ciò, non solo gli inglesi, ma qualunque governo europeo suole osservare una dignità che non osservate qui voi altri.

detagli pratici nel supposto Supponete che Teodoro, sia che avesse capitolato, sia pure che si fosse reso a discrezione; dal momento della sua consegna il capo dell’armata non avrebbe avuto altro diritto fuori [di] quello di assicurarsi della sua persona, tutte le altre questioni erano riservate al governo. Frattanto egli sarebbe stato [trattato] con tutta la dignità e grandezza eguale a quella dovuta ad un principe dei nostri paesi. Arrivato in Inghilterra, avrebbe avuto un’appartamento, ed un servizio [p. 316] conveniente al suo grado. La causa sua sarebbe [stata] giudicata dal Governo, ma qualunque sarebbe [stato] l’esito della causa, sarà mai [stato il] caso di morte, bensì di pace, oppure di prigione onorata. In caso di pace avrebbe sempre ancora potuto sperare un ritorno onorifico al suo paese con certe condizioni, ed anche [di essere] rimesso nel suo posto con certi ajuti a spese del governo, quando questo avrebbe giudicato utile per se. applicazione Ora, giudichi Ella, soggiunsi io, quando mai in Abissinia un principe vinto potrebbe ancora sperare tanti riguardi [quanti ne avrebbe avuti] il nostro Teodoro? Ora non è stato uno sciocco, anche dalla parte dell’onore, finire la questione propria col suicidio? quale speranza di misericordia [può ottenere] da Dio un cristiano che muore senza /46/ riconoscere la padronanza di Dio sopra la propria vita? conseguenza All’opposto in Inghilterra colla penitenza avrebbe sempre ancora potuto sperare misericordia da Dio, non è vero? Ora mi dica, chi ha perduto Teodoro? La mancanza di fede: io aveva fede, mi diceva egli in Derek Wanz, Salama mio Padre me l’ha fatta perdere.

un mio telemaco Nella conversazione sopradetta, ed in alcune altre posteriori Menilik [a-]aveva esternato il desiderio di avere da me alcuni miei consigli in scritto, ed io nei primi mesi dal mio [arrivo gli] scrissi un piccolo libro portatile, una specie [p. 317] di Telemaque, nel quale io in lingua amarica da lui compresa, aveva esposto una regola di condotta sotto tutti i rapporti civili, politici, e religiosi, sia coi suoi indigeni di ogni categoria, e sia coll’estero. Un giorno [trovandomi con lui] da solo glie l’ho dato, e dopo qualche tempo mi fece i complimenti, assicurandomi che l’avrebbe sempre tenuto con se, e non avrebbe mancato di trarne profitto. In seguito, avendolo segretamente rimproverato di certe cose poco convenienti, non una, ma parecchie volte citò le parole mie di detto libro, prova che l’aveva letto e riletto, ma poi [non] ne seppi più nulla, solamente posso e debbo confessare, che mi ebbe sempre una gran deferenza, e non lasciava di consultarmi, ma il mio libro non lo rese impeccabile, e debbo dire anche a suo discarico, che le circostanze critiche del paese non gli permisero sempre di seguire il mio consiglio. Alcuni anni dopo, cercando in presenza mia qualche documento nella cassa del suo archivio portatile, ho veduto una cassetta con[la] soprascritta [:] Lettere di Abba Messias; prova che conservava anche le mie lettere.

Come un medico per ottenere una diagnosi perfetta deve tener conto di tutte le cause tanto prossime che rimote della malattia, così il lettore per comprendere certe incoerenze [p. 318] di quel giovane principe deve essere informato di una certa anomalia introdottasi in quella corte reale subito da principio, dalla quale naquero gravissime conseguenze. Menilik dopo la sua fuga da Magdala, se non erro [30.6-1.7.1865]
[ago. 1865]
in Giugno 1866. [fu] ricevuto in Scioha quasi per acclamationem dall’armata di Betsabè, già Viceré di Teodoro, e quindi Re in rivolta, recatosi per impedire la sua entrata, mentre il povero giovane si presentava con una semplice scorta ricevuta dalla principessa Workitu, e senza altra forza che il prestigio della sua legittimità. Bafana è chiamata in secreto Probabilmente nello stesso primo giorno del suo possesso fece chiamare una celebre generosa dei grandi per nome Bafana, donna già madre di otto [figli] tra vivi e morti, tra maschi e femmine, avuti tutti da diverse coabitazioni provisorie, come si sa. età del re
[n. 19.8.1844]
e di Bafana
Menilik entrava nel suo 19. anno di età, essendo nato nel 1848., mentre la /47/ famosa Bafana, tenendo conto dei diversi parti, i quali hanno una data publica, doveva contare almeno 34. anni, col privilegio però del kalendario donnesco, ricevuto da tutti, secondo il quale essa passava di poco i 25. [anni], epperciò ancor giovinotta...

Da principio il suo ingresso fu una cosa quasi innosservata dagli stessi amici sinceri del giovane principe, per lo più inclinati a certe indulgenze per simili unioni use a farsi colle solennità notturne allo splendore [p. 319] della bella luna. La nostra giovane Bafana passò innosservata circa 15. giorni presso il principe, in realtà più giovane di quasi una metà, principalmente nella parte superiore del busto e del capo. disordine per causa di Bafana Appena fu conosciuta dal publico una tale unione intempestiva si fece un chiasso di casa del diavolo, come suol dirsi, presso tutti i grandi del regno, e si fecero tutti gli impegni per farla sortire, ma Bafana vince tutti la giovane vecchia aveva già piantata le radici nel cuore ancor innesperto del principe, e non fù più possibile [rimuoverla], all’opposto dovette sloggiare di casa la madre di Menilik stessa, consigliera e padrona nata di quella regia; dovettero dire il vi adoro i primi oracoli del regno per ottenere una pace provisoria, e pace del serpente che cerca tempo per movere la coda e manovrare i denti.

brutta circostanza per noi Noi siamo arrivati in Marzo 1868. quando la Bafana era già divenuta una regina con una corte più imponente di quella stessa del principe. Lascio perciò considerare la brutta critica circostanza per noi, costretti a barcheggiare tra il S[c]illa della forza morale omnipotente di una donna, ed il Kariddi dell’opinione publica dominante contro di essa. Al nostro arrivo, fatta la visita al Re, col consenso di questi abbiamo fatto [p. 320] [13.8.1868] anche la nostra visita [anche] alla regina, visita però di pura cerimonia con presentazione di alcuni regali. La cosa restò così senza rimarchi di sorta, fino a tanto che il Re di ritorno da Ankober, ebbe qualche conferenza secreta con me senza un controllo secreto della regina. Bafana inquieta per causa mia Benché essa non avesse nessun motivo da dubitare di me, pure non fu più tranquilla, essa di quando in quando esternava il desiderio di trattenersi con me, con persone che me lo confidavano, ma io faceva finta di non capire, al più soleva rispondere che la cosa dipendeva totalmente dal Re. sono chiamato da esa
[23.4.1868]
Un bel giorno il Re mi manda a chiamare, e vado, non sono io [che vi cerco], dice il Re, ma è mia moglie che è mezza ammalata; quando è così [risposi:] venga anche V.[ostra] M.[aestà] con me; no, disse, potendo essere che abbia qualche cosa di secreto [da comunicare] con voi, vada pure e non tema.

sua furberia Appena entrato l’ho trovata tutta, malinconica in compagnia di una serva, e mi narrò il suo male, dicendomi che era un male che la prendeva /48/ qualche volta all’epoca della luna muliebre, avrebbe desiderato una preghiera particolare per la solita evacuazione, gli ho fatto una benedizione, e così credeva d’aver finito, ma essa mi sortì [con] un’altra questione più scabrosa, quella cioè di determinare il Re a fare [p. 321] il suo matrimonio in regola, dichiarandosi anche disposta a fare la sua comunione con lui (1b) [soggiungendo:] io glie lo dico sempre, ma egli non mi da risposta; è cosa troppo giusta, risposi io; la mia confidenza non arriva ancora fin là, tuttavia vi prometto che lo farò. Fatto ciò io sono certa di avere un figlio, [commentò essa,] così mi ha assicurato una persona tutta di Dio (2a) Così al più presto possibile ho terminato la mia visita e mi sono congedato, perché [io] stava come sopra le spine. Come tutti avevano consigliato il Re a disfarsi di essa, e di cercarsi una moglie giovane in caso di dargli dei figli per la successione, con tutti questi giri essa voleva sapere il mio modo di pensare, ed assicurarsi di me a questo riguardo. Ma come noi ci eravamo sempre spiegati chiaro di non volerci impaciare di questioni puramente politiche, e sapendo in particolare di me che era risoluto di passare avanti all’antica mia missione, perve per allora tranquilla sul nostro conto.

notizie di Gondar Fratanto vennero due notizie che molto occuparono il Re Menilik, e turbarono non poco le sue aspirazioni all’impero. Come già il Re Menilik mi aveva secretamente esternato, Waksum Govasiè, all’entrata dell’armata inglese, [feb.1868] marciò sopra Gondar lasciando il Tigrè, dove regnava pacificamente da qualche anno, e stette in osservazione dell’esito della guerra di Magdala, [10-13.1868] fingendo forze cogli inglesi di essere venuto [p. 322] in [loro] ajuto per ogni caso di bisogno, benché forze in realtà fosse piuttosto per cadere sopra la vittima per dividersi la preda. Qualunque stato sia il fine sincero della sua venuta, il fatto fu, che, [18.4.1868
lug. 1868]
appena l’armata vittoriosa degli inglesi fu arrivata sulle frontiere dell’alto piano abissino, prima ancora che sortisse dal paese, egli si dichiarò imperatore di tutta l’Etiopia successore di Teodoro, e mandò l’annunzio a tutti i principi dell’impero, anche a coloro che non riconoscevano più Teodoro da alcuni anni, come il regno di Scioha ed il Gogiam. Questa notizia ferì nel cuore il nostro Re Menilik, il quale diceva apertamente a tutti, non essere legittima la sua proclamazione per mancanza del Vescovo, il quale solo poteva legittimarla. ati Tekla ghiorghis
[giu. 1868]
[notizia giunta a Liccè: 30.6.1868]
Il nuovo imperatore prese il nome di Ati Tekla Ghiorghis II. Fu allora che Menilik si dichiarò pure imperatore /49/ col nome di Menilik II dicendo, se Govasiè si proclamò imperatore senza la presenza del Vescovo, posso farlo anche io; e fu da quel tempo che Menilik incomminciò a portare il nome di Ati Menilik. In verità però a questi mancava un altro titolo di uso, cioè il possesso della capitale di Gondar, oppure di Axum.

Besbes Kassà e gli inglesi Mentre Ati Tekla Ghiorghis si proclamava imperatore in Gondar, Iddio preparava in Tigre un’altro competitore, e quello che alcuni anni dopo doveva vincerlo e regnare in luogo suo. Appena Govesiè lasciò il Tigre [p. 323] Besbes Kassà, fratello minore di Goxà, e figlio di Waletta Selassiè Signori dell’Enderta e di Cialikot, dei quali ho già parlato altrove, egli, sortito dagli Azzobo Galla, [ago. 1867]
[1.2.1868]
aveva già preso il posto di Govasiè e si impadroniva del Tigrè quando passavano le truppe inglesi in ritirata. Si presentò all’armata inglese con qualche regalo di viveri, e seppe così ben parlare, che ricevette dall’armata inglese qualche milliajo di fucili, dodeci cannoni, ed una quantità di munizioni; [25.5.1868] si separò dall’armata facendo qualche trattato, come unico principe che ebbe coraggio di presentarsi [ai vincitori]. Bastò questa notizia per fare un nome a Besbes Kassà, e potersi fare un’armata rispettabile, correndo a lui molti soldati girovaghi, che in quel tempo di crisi non mancavano. Arrivò questa notizia in Scioha, e fù una seconda spina al cuore del nostro Menilik, il quale incomminciava a maledire i suoi consiglieri che lo proibirono di andare all’incontro degli inglesi coll’armata; quei fucili sarebbero stati miei, esso diceva, e con ciò avrei regnato.

Se una tale notizia fu una spina per il Re Menilik, fu un chiodo al cuore per il novo imperatore Tekla Ghiorghis, il quale vidde nascere [p. 324] un competitore che gli rubava il regno del Tigrè. un bel calcolo Se questo nuovo imperatore fosse stato del carattere di Teodoro, con un’armata sempre preparata a partire, e col nuovo sistema di marcie forzate, in meno di otto giorni la sua armata sarebbe arrivata in Tigre sopra Besbes Kassà impreparato, e non ancora organizzato, l’avrebbe immancabilmente battuto, ed avrebbe preso per se il nuovo bottino lasciato dall’armata inglese. Nel tempo stesso, se il nostro Menilik avesse ereditato il carattere [il carattere] del compianto suo Padre Teodoro, invece di piangere, sul momento, mentre Tekla Giorghis era in Tigre, egli fosse partito colla sua armata forze superiore a tutti, forze la lotta sarebbe stata finita, ed il nostro Menilik avrebbe regnato.

una rimembranza di Teodoro Ma Teodoro col suo sistema napoleoniano non doveva più risorgere, per un fatale castigo di quel povero paese, il quale doveva essere divorato dal sistema antico della perpetua guerra civile. Così Menilik rimase in Scioha a covare la sua generosa Bafana, la quale stava lavorando /50/ [per] altre guerre civili per l’avvenire. Così Tekla Ghiorghis [p. 325] se ne rimase in Gondar per dar tempo al suo competitore di organizzarsi, di ammaestrare i suoi soldati, e per imparare a maneggiare i cannoni ricevuti, onde servirlo bene alla sua venuta. In questo modo, invece di un’imperatore ve ne erano due che si minavano a vicenda, ed un terzo in erba che aspettava il suo tempo per batterli tutti [e] due. una pena per Menelik. Fratanto Menilik sì pentì di non essere andato a Magdala colla sua armata in ossequio agli inglesi, [Mekev parte per il campo: 23.4.1868: ritorna: 11.5.1868] ed all’arrivo del Signor Mekev dall’Armata fu molto afflitto ricevendo una fredda risposta di ringraziamento, mentre sentiva [narrare delle] liberalità che l’armata inglese stava facendo a Besbes Kassà. Da ciò imparò Menilik a rendersi più indipendente dai suoi consiglieri, e fu riconoscente a noi che l’avevano consigliato ad andarvi.


(1a) Degiace Gared era un fratello dell’imperatore, il quale, se non erro, nel 1860. si era rivoltato a Teodoro, [si] fece un gran seguito, da minaciare il suo regno. [† 13.3.1860] Gared aveva amazzato Plauden console inglese, e nella guerra con Teodoro [† gen. 1861] fù amazzato da Giovanni Bel compagno di Plauden nella guerra di Waggarà. Morto Gared la piccola figlia sua fu ricevuta ed educata in casa di Teodoro, come si trova già narrato da me altrove. [Torna al testo ]

(1b) La comunione fatta col marito in Abissinia è come formolario del matrimonio evangelico, epperciò indissolubile. [Torna al testo ]

(2a) Una persona di Dio ben soventi vuol dire un mago, oppure [un] indovino. [Torna al testo ]