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4.
Crollo Di Teodoro II e di Abuna Salama II:
Valutazione storica di meriti e colpe.

il re parte
[6.4.1868]
e noi restiamo
Il Re Menilik, lasciati tutti gli ordini in Liccèe a nostro riguardo, il Lunedì Santo della pasqua orientale, partiva per Ankober. Nello stesso giorno la spedizione di Menilik [partita] per i Wollo, come già dissi, lasciava la frontiera di Magdala e ritornava in Scioha per la Pasqua, e la divina previdenza disponeva che disfatta di Teorodo, e sua morte
[in. sped. ingl.: ott. 1867; T. si fortifica: ott. 67-mar. 68; a Magdala: fine mar. 1868; ingl. a Senafè: 7.12.1867; a Mulkutto: 3.1.1868; battaglia sotto Magdala: 10.4.1868; T. rilascia prig. europei e rifiuta di arrendersi: 11-12.4.1868; disfatta e suicidio di T.: 13.4.1868]
le truppe inglesi, proprio nello stesso giorno, incomminciassero a comparire a qualche giorno da Magdala, dove arrivarono la sera di mercordì santo ad una piccola distanza, per accamparvi l’indomani [p. 291] G[i]ovedì Santo ai piedi della stessa fortezza a giusto tiro. L’armata inglese avrebbe voluto parlamentare, ma, da quanto mi raccontò un vecchio monaco abissino, il quale si trovava in Magdala, e che un’anno dopo entrava da me in Scioha, per nome Walde Michele, i prigionieri inglesi furono consegnati [dall’imperatore] giovedì, sperando che tutto fosse terminato colla resa dei medesimi, ma il generale Napir avendo intimato a Teodoro la resa di se stesso e della fortezza, senz’altro Teodoro, il giorno medesimo del Venerdì Santo, incomminciò le ostilità colla discesa della sua armata in campo, dove non tardando ad essere disfatto ha battuto [in] ritirata la sera coi pochi che gli rimanevano. Nel giorno di Sabato Santo l’armata inglese attaccò la fortezza, mentre Teodoro gettava tutti i prigionieri di stato nel precipizio, e nella Domenica di Pasqua, mentre l’armata inglese faceva la sua entrata in Magdala, Teodoro finiva la questione col suicidio.

Io lascio il resto della storia, perché l’Europa ha potuto essere informata [dell’accaduto] meglio di me dalla stessa armata inglese di ritorno trionfante, ed io riprendo la storia di quanto passò in Scioha, dove noi eravamo. la notizia del fatto
[20.4.1868]
La notizia della guerra di Magdala terminata, forze nella Domenica stessa arrivò in Europa col telegrafo, mentre noi, ad un solo grado [p. 292] geografico di distanza non lo seppimo che Martedì sera /33/ in Liccèe, dove ci mandò la notizia il Re da Ankober, dove è stata ricevuta qualche ora avanti. Al cavaliere che gli portò la notizia della morte di Teodoro Menilik gli regalò uno dei suoi più bei muli con una mediocre somma di denaro, senza contare ciò che avrà poi dato a Workitu che gliela mandò. festa per la morte [di Teodoro] Menilik, appena ebbe ricevuta una simile notizia, ordinò uno sparo solenne di tutti i fucili che vi erano in Ankober, e di alcuni cannoni, che non mancavano, e dichiarò festa grande di corte. In mezzo a tutte le feste di corte e del paese, io ho sentito un bisogno tutto opposto. [30.6.1863 - 20.7.1863] Ricordatomi di quanto passò tra me e Teodoro in Derek Wanz alcuni anni prima, come sta scritto a suo luogo, ho dovuto piangere per l’eccesso a cui arrivò di suicidarsi: io l’ho pianto io aveva sempre ancora sperato salute per quel uomo, ma ho dovuto convincermi, come a riguardo suo la giustizia di Dio abbia prevalso sopra la sua misericordia; il poveretto invece di convertirsi morì lasciando lo sterco di due scandali orribili per tutti i paesi d’Etiopia, quello dei suicidio, e [e] quello d’aver gettato nel precipizio tutti i prigionieri di stato. Il gran male di quel principe fu d’esser stato barbaro, e volle esserlo sino al fine.

pena per il suicidio Dopo che l’uomo è morto in fragrante rivolta con Dio, mediante un suicidio così solenne in facia alla società, di cui Iddio l’aveva fatto capo, secondo me, non vi è [p. 293] più diritto di sorta all’onore per lui, per la ragione che ogni diritto avendo la sua sorgente dal solo Dio, Teodoro avendo usurpato il primo di tutti i diritti che ha Dio come creatore sopra la vita del uomo, ne viene di necessaria conseguenza la perdita d’ogni suo diritto all’onore ver[so] gli uomini suoi fratelli. meriti di Teodoro Ciò presupposto, non per onorare Teodoro, ma piuttosto per compassione della povera Abissinia, dietro le cognizioni che ho potuto aquistare, sia relativamente alla persona di Teodoro, e sia ancor più relativamente al paese dell’Abissinia stessa, Teodoro era forze l’uomo unico che aveva avuto delle qualità da poter richiamare quel paese a nuova vita civile e religiosa, fondando nel tempo stesso una nuova monarchia nella propria dinastia. Forze Dio l’aveva creato e fatto arrivare all’impero a questo fine.

Per conoscere la verità della mia proposizione suddetta è di necessità conoscere il carattere dell’abissinese, e le abitudini diplomatiche del paese, senza di questo ognuno sarebbe in diritto di condannarmi come un’esaggeratore, essendo troppo conosciute le crudeltà e gli eccessi di questo principe; eppure nel supposto che l’Abissinia dovesse organizzarsi in nazione compatta con leggi rispettate all’estero, e nel suo interno Teodoro sarebbe stato l’uomo unico capace di unirla in nazione; [p. 294] ed eccone la ragione: l’abissino è un’uomo ignorante, ma superbo da credersi di saperne più di tutto il mondo; è povero da credere che /34/ tutti abbiano bisogno di lui per arrichirsi e per mangiare; egli è di un genio guerriero, ma indipendente, dove la forza è il principio di ogni diritto, e di tutta la morale. Egli ha una religione a se, un’educazione a se, una società tutta particolare ed incomprensibile. sfascio del impero antico: nuova Abissinia L’Abissinia si dice cristiana, ma con delle leggi quasi tutte mussulmane, con dei costumi, e delle superstizio[ni] affatto pagane; essa ha bisogno di un vescovo, come un’oracolo, non per istruirla e governarla. Essa ha un’autorità, in certi luoghi imperiale, ed in certi altri luoghi reale, o principesca indipendente, ma è un’autorità che dura fino a tanto che non è vinta da un’altra più forte; allora il vinto o muore, oppure finisce in una prigione, e tutti i concordati fatti da lui sono nulli. Qualunque autorità in grande ha sotto di se delle Signorie a modo feudale quasi indipendenti, i quali durano fino a tanto che dura il principale. Tutti questi, piccoli e grandi hanno soldati più del necessario, non pagati, e che vivono di rappresaglie.

principio di Teodoro
[1820: nasce; alleato di Gosciò: 1840; di Yilma: 1841; sposa Tewabech: 1845; invade il Dembea: ott. 1846; occupa Gondar: gen. 1847; cattura Menen: 18.6.1847; contro l’Egitto: mar. 1848; al servizio di Aly: 1849-1852]
Tale fu lo stato dell’Abissinia per il corso di quasi due secoli, cioè dopo l’indebolimento e caduta del vero impero etiopico. In tutto quel tempo l’Abissinia del Nord fu quasi tutta distrutta dalla guerra civile; il solo regno [p. 295] di Scioha, grazie [al]le tradizioni quasi cattoliche lasciate in quel regno dall’apostolo Tekla Haïmanot, le quali, come più vive[ve] colà mantennero in quella dinastia reale una sollecitudine paterna, poté meglio conservare le sue popolazioni; del resto i soli paesi galla del sud si mantennero in fiore, e formavano ancora la richezza dell’alto piano etiopico. Come già notai altrove, io conobbi Teodoro ancor giovane in Gogiam alla corte di Ras Aly suo suocero, prima ancora che metesse mano all’opera nel 1850., come un giovane che spirava novità, e minaciava furore contro tutte quelle anticaglie di aristocrazie che regnavano sotto Ras Aly, principe cristiano, ma di razza musulmana.

abba Salama
[23-24.5.1841]
Abba Salama in quel tempo giovane Vescovo eretico, alumno delle Scuole protestanti di Caïro e di Malta, divenuto Vescovo dell’Abissinia a poco più di mezza età canonica, uomo pieno di passioni e di amor proprio, perché senza una conversione sincera alla stessa fede eutikiana, benché poco o nulla gli importasse la salute spirituale degli abissini, pure, sia per l’onore del suo officio di Vescovo eretico abissino, sia ancora guidato da uno spirito o passione di dominare coll’appoggio del nuovo genio militare suddetto, ed associatosi a lui, ne fu l’ispiratore non solo, ma il coadjutore [p. 296] Il vescovo in Abissinia, benché quasi senza ministero, fuori di un’ordinazione divenuta illusoria, e privo affatto di potere sopra le chiese e sopra i fedeli, pure è sempre la stella polare per chi naviga nel mare, e la stella del mattino per chi aspetta la /35/ comparsa del sole; Salama si unisce a Teodoro
[ago-sett. 1854]
Abba Salama perciò contribuì molto all’esaltazione di Teodoro, il quale si diede tutto a lui come vero figlio. Salama però, da principio accese il fuoco nel cuore di Teodoro solamente contro i musulmani, e ciò fece che tutte le masse cristiane di tutte le sette ne presero parte in globo ad esaltare il nome del nuovo conquistatore; ma manovre del vescovo Abba Salama non si fermò là ed incomminciò ad inveire contro dei cattolici non solo, ma ancora, anzi quasi principalmente contro i Devra Libanos, per vendicarsi della campagna che [fine 1845] fecero questi contro di lui in Gondar, quando fù obligato di fugire in Tigrè: così Teodoro diventò un settario persecutore. Salama adunque dopo aver contribuito all’esaltazione di Teodoro, contribuì pure alla sua caduta. Salama unito al conquistatore, divenuto potente, le sue passioni materiali non ebbero più ritegno, lo sbassarono presso il popolo, e lo compromisero con Teodoro stesso per l’affare della moglie.

trionfi di Teodoro Ma è ormai tempo di lasciar Salama per ritornare a Teodoro, a cui paghiamo l’ultimo tributo dopo la sua morte. [A] Questo genio, nella sua sfera direi quasi napoleonico, armato di fede abissina, incoraggito dal suo Vescovo, non vi voleva [p. 297] altro per mettersi in campo di battaglia; [inizio 1852] si rivoltò a Ras Aly suo suocero coll’unico titolo, che egli favoriva i musulmani; spiegò un’energia ed un’ordine di battaglia tutto di nuova creazione, ed [27.11.1852 - 12.4.1853] in pochi mesi aveva già distrutto tutti i principali generali di Ras Aly, il quale rimaneva in Gogiam all’assedio di Somma sprovvisto di truppe. Senza perdere tempo, colla sua armata, sempre crescente, passò il Nilo e diede l’attacco allo stesso Ras, il quale in una sola battaglia, [29.6.1853] fu sconfitto, e distrutta la sua armata. Scappò a Devra Tabor, dove volle ancora tentare di radunare la poca armata dispersa; la parte cristiana rifiutò di seguirlo, scesero dai Wollo in massa i musulmani per difenderlo, ma rimasero tutti vittima.

Questo fatto lo rese padrone del centro, sede antica dell’impero e riempì di spavento tutto l’alto piano etiopico dall’estremità nord sino al sud. Ma non si fermò il nuovo conquistatore, egli senza pietà contro i musulmani
[1855-1856]
diresse l’immenso suo esercito contro i Wollo, paese musulmano situato tra il centro dell’antico impero ed il sud, e riempì tutto il paese di strage, tagliando mani e piedi senza pietà; volò quindi sopra Gondar, dove, risparmiata la capitale dell’impero nella sua popolazione Cristiana, [passò] a filo di spada [i musulmani], e gettando il fuoco [nelle loro abitazioni], non lasciò [p. 298] più vestigio di quella metà della capitale [costituita da essi], che scomparse affatto in facia a Teodoro. Di là incomminciò [a seminare] il terrore nella popolazione musulmana, la quale conobbe allora che la collera del nuovo conquistatore pesava in modo speciale /36/ sopra i figli di Maometto. Dopo questo fatto la città di Derita tremò la città di Derita, città esclusivamente musulmana, [ritenuta] per una parte come santuario musulmano, perché vicina al sepolcro del famoso arabo Gragn, e per l’altra parte [come] centro del commercio musulmano, dove esistevano i grandi capitali dei mercanti musulmani, in quel tempo padroni del commercio di tutta l’Abissinia. Questa città sperava nella protezione del Vescovo Salama, perché alcuni della medesima prestavangli la mano nel commercio secreto che egli faceva col Caïro; tuttavia non fidandosi essa, in corpo si recò al campo, presentando un regalo di 15. mille talleri; ma Teodoro, ne rifiutò, ne acettò, ne rimandò i supplicanti. Questi compresero il gerghio del conquistatore, ed aggiunsero denari e calde raccomandazioni a Salama per ottenere la grazia.

una domanda di Salama Fu allora che il Vescovo Salama si presentò a Teodoro con tono di Padre, e gli disse: Sire, Derita è il vostro tesoro, volete voi darlo alle fiamme? Voi avete dei cristiani vostri nemici più [dei musulmani] di Derita; quando voi avrete distrutti i Devra Libanos ed il loro Re Ajlù Malacot, allora voi distruggerete questi vostri amici musulmani; risposta di Teodoro Padre mio, gli rispose Teodoro, in quel tempo ancora abbastanza cristiano, io mi aspettava da voi ben altra supplica; [p. 299] io pensava invece che il commercio dei musulmani sarebbe passato alle mani dei miei cristiani; sia pure ciò che voi domandate, ma io troverò la maniera di tutto ottenere. Ciò detto fece chiamare i cittadini di Derita e gli trattò molto cortesamente; ricevette i vistosi regali che avevano presentato, 50. mille talleri, assicurandogli che in grazia di Salama la città non sarebbe stata toccata alla sola condizione che rimanessero a pranzo con lui. A prima vista fu per quei musulmani e per il vescovo Salama un vero trionfo, ma non tardarono a scopri[re] il tranello nascosto nell’invito.

il pranzo decisivo Ciò detto Teodoro ordinò [che] fosse allestito un solenne pranzo, al quale si avvicinassero cinque grassi buoi ancor da scannarsi; quando tutti gli invitati furono entrati nel luogo apparecchiato sortì Teodoro coi suoi grandi di corte, colla sua spada imperiale tagliò la gola ai cinque buoi apparecchiati, e poi si mise a conversare cogli invitati per dar tempo che gli uomini destinati avvicinassero la carne. Quando tutto tu all’ordine, sedette l’imperatore, sedettero i grandi di corte da una parte, e sedettero i musulmani dall’altra; la carne cruda ed ancora calda fu distribuita a tutti, tanto ai cristiani che ai musulmani. Allora il capo di religione, ossia il mufti di Derita, prese la parola a nome di tutti i suoi musulmani: Sire, disse, noi siamo musulmani, e non possiamo mangiare la carne [p. 300] [la carne] sacrificata dai Cristiani. sono vinti i musulmani Allora Teodoro, dato uno sguardo di comando assoluto a quel Mufti, e dirigendo la /37/ parola a tutti, parola conosciuta da loro più tagliente della sua spada, voi siete miei figli, disse, e per la mia morte mangierete la carne che mangio io; ciò detto, i mussulmani si guardarono in facia, e poi, presa la parola di nuovo il Mufti, insciallah [= se Dio lo vuole], disse, mangiamo tutti[:] Alla kerim [= Dio è generoso]. Appena entrati i musulmani dubitarono [dubitarono] del fatto, e mandarono subito al Vescovo Salama il loro dubbio, ma questi, che conosceva Teodoro, non osò più mischiarsene. Per comprendere la gravità della questione di cui è caso, il lettore deve sapere, che in tutto l’alto piano etiopico è considerata come una vera confessione di fede il mangiare la carne amazzata da uno di una religione qualunque, a segno che chi la mangia viene creduto della stessa confessione di chi l’ha sacrificata.

tradizioni in proposito Ho detto sacrificata, perché in tutti quei paesi, come già ho notato altrove, lo scannare un’animale qualunque, anche unicamente per mangiare, è considerato come un vero sacrifizio religioso. È questa una tradizione pagana riconosciuta e consacrata dai Corano, e non distrutta dal cristianesimo in Abissinia. I soli galla mangiano indistintamente la carne scannata da un Cristiano, oppure da un musulmano. Con ciò non intendo [di] dire che i galla pagani non riconoscano questo atto come un sacrifizio, [p. 301] anzi tutto all’opposto, come già è stato detto altrove. Piutosto sarebbe questa una prova che la tradizione dei Galla, e di molti altri pagani primitivi si attacca ad un’epoca antimosaica precedente alle diverse religioni positive, quando il sacerdozio si trovava in famiglia, epperciò il galla considera tutti i seguaci delle diverse religioni come suoi fratelli in Adamo. un’avviso ai viagg[i]atori, e missionarii I viaggiatori debbono essere avertiti a questo riguardo, perché, se mangiano carne scannata dai mussulmani passeranno per musulmani, se mangiano [quel]la scannata dai Cristiani passeranno per cristiani, e se mangiano quella dei galla passeranno per uomini pagani senza religione. Un’incredulo o libero pensatore dirà che questo gli importa poco, ma in un paese che non si conosce è una stoltezza grandissima un simile parlare, e potrebbe avere gravissime conseguenze nella propria famiglia che si formerà per il servizio. Ne un missionario deve in contrario addurre [la ragione] che noi dobbiamo istruirli, perché prima bisogna calcolare la prudenza di non scandalizzarli, ed il non manducato carnes in æternum di S. Paolo [mantiene tutta la sua validità].

gran trionfo di Teodoro Ma è ormai tempo di ritornare a Teodoro, di cui ho proposto di terminare la biografia, per ripigliare la storia che mi occupa. Questo conquistatore adunque, dopo il fatto di Derita, non tardò ad estendere [p. 302] le sue conquiste sino al mare rosso dalla parte del Nord, e sino a /38/ Devra Libanos al Sud di Ankober. Nel 1852. io passava in Iffagh, allorché [inizio 1852; ott. 1852; 27.11.1852] Teodoro incomminciava le sue campagne sulle rive del lago di Dembea e dovetti precipitare il mio viaggio verso il Gudrù per non lasciarmi prendere dalle unde del mare da lui agitato. Nel 1856. io mi trovava già in Lagamara a fare il mio ministero dopo il Gudrù, allora tutto il mondo parlava di Teodoro ed era ripieno del timore di lui; [sconfitti Berrù-Gosciò: mag. 1854; Ubiè: 9.2.1855; Workitu: 22.9.1855; Menelik: 19.1.1855] egli conquistato il Tigre, i Wollo, il Scioba e tutti gli altri principati dell’Abissinia, ne portava con se legati il Re Ubiè, Berrù Gosciò, Menilik figlio di Aïlù Malakot ed altri senza numero, che avvanzarono nell’eccidio, come una mandra di animali dietro di se nel campo, come altrettanti t[r]offei del suo valore. Ciò che più stupiva, distrutto ogni ordine e gerarchia precedente, governava tutto il suo impero col solo prestigio della sua parola, non esclusi i paesi galla del sud sino a Kafa se avesse voluto, perche a Teodoro nessuno più resisteva, ma domandava in grazia la vita.

fu crudele, ma con calcolo È vero che Teodoro aveva aquistato questo prestigio in gran parte a costo [a costo] di crudeltà e di barbarie, ma egli col suo vasto intendimento aveva compreso che ciò era di necessità, per arrivare [p. 303] a poter dominare il paese, e poterlo maneggiare a volontà per la ideata riforma, e bisogna confessare che in questo modo solo poté arrivarvi; a lui dunque avevano piegato la testa, non solo i principi ed i soldati, ma gli stessi preti, monaci, e deftari, i quali formavano la parte più difficile [dell’impero]. Ma bisogna confessare sinceramente che il nuovo conquistatore, Teodoro vince se stesso egli stesso aveva abbassata la testa al suo Dio, conquistando e soggiogando il suo cuore per farlo cristiano. Fu allora che Teodoro risolvette di suo matrimonio cristiano
[set. 1854]
fare il suo matrimonio ecclesiastico colla sua prima moglie figlia di Ras Aly, e di rinunziare a tutte le altre pratiche in uso nel paese; incomminciando egli, dietro il suo esempio e le sue esortazioni, lo seguirono la maggior parte [dei componenti] della sua corte e del suo esercito, e l’Abissinia vidde allora ricomparire l’epoca apostolica sotto l’apostolato dell’imperatore e dei laici; il mio impero sarà una chimera, diceva Teodoro, se non regnerà sopra di noi Iddio.

un mio calcolo andato fallito Io sentiva queste notizie trovandomi in Lagamara sul fine del 1855. e sul principio dell’anno seguente 1856., ed il mio cuore bolliva di consolazione, oh Salama, che bell’epoca per te! esclamava nel mio cuore, oh se rinunciasti al tuo [p. 304] protestantismo incapace di darti la vita per entrare nell’arca, dove solo vi è salute; ecco arrivato per te il momento di essere apostolo dell’Abissinia essendo Cattolico figlio della Chiesa di Cristo; io, eccomi all’ordine per assisterti nella pace colla Chiesa, disposto a venerarti come mio capo, e servirti come un tuo /39/ schiavo. Non erano questi puri vaneggiamenti miei, ma erano le mie più sincere risoluzioni, e tali che per ben due volte [glie]ne scrissi coll’intermedio del maltese Giovanni Bel, divenuto Licamaguaz dell’imperatore e suo maggior confidente. Io pensava di utilizzare questo oracolo officiale del paese per la causa di Dio e la rigenerazione della povera Abissinia. Salama poi non mancava di essere un giovane vivace e pieno di cognizioni di lingue e di costumi europei appresi nella sua educazione protestante. Egli convertito, e caduto nelle mani di Dio e della sua Chiesa, di puro fango che era per le sue passioni brutali, sarebbe divenuto oro ed avrebbe potuto continuare nobilmente l’operazione incomminciata assistendo l’imperatore, ed incoraggiandolo nelle sue risoluzioni.

disordini del vescovo Ma il vescovo per il suo carattere è un’angelo, e l’angelo una volta caduto non ritorna in Cielo ma se ne rimane con Satanasso. Salama invece, a misura che si alzava guadagnando potere accanto di Teodoro, egli si abbassava di più nella sua morale; le sue passioni brutali [p. 305] crebbero tanto da distruggere tutto il suo prestigio sul popolo, e da compromettere la pace con Teodoro medesimo. [scomunica Teodoro: ott. 1857]
decade Teodoro
[dal 1863]
Egli divenuto scandaloso, nemico, di Teodoro, e rivoltoso, incomminciava [a] sollevargli dei nemici. L’impero di Teodoro mantenne tutto il suo prestigio sino al 1862. Dopo di che non solo non crebbe più, ma incomminciò a declinare. Nel mio ritorno da Kafa ho trovato che si parlava universalmente che Salama non si trovava più con Teodoro, ma [dal 12.5.1864]
[† 19.8.1858]
era prigioniere a Magdala. Che quindi essendo morta la sua prima moglie, l’imperatore si era rallentato dal suo fervore cristiano, e prese altre donne, come prima. Decaduto il nostro conquistatore nel suo proposito Cristiano, anche la sua prima energia governativa non fu più quella di prima, ed io trovatomi con lui [giu.-lug. 1863] in Luglio 1863., come sta scritto a suo tempo, io aveva fede, mi disse, Salama me la fece perdere.

fine della biografia Io qui non riferisco tutti i detagli raccontatimi da Teodoro, ma il fin qui detto basta per ripetere la mia proposizione di assunto, e dire: il conquistatore in discorso sarebbe stato l’uomo unico capace di ridurre e rigenerare l’Abissinia, ma gli mancò un’oracolo per guidarlo, contenerlo, ed incoraggirlo. [p. 306] Salama era il suo oracolo officiale, e non mancava di abilità [per associarsi] all’opera della providenza, ma mancava di fede, e di vita cristiana, e mancava sopratutto di missione divina ed apostolica, l’unica che accende il cuore e snoda la lingua; in una parola, l’operazione mancava di anima, e della benedizione del cielo; l’operazione fu uno schelletro senza vita, da lasciare sperare un momento [di] nuova vita a quella povera nazione, ma poi destinato all’o- /40/ blio del sepolcro. [† 25.10.1867]
[† 13.4.1868]
Salama morì in ottobre [del 1867], forze avvelenato da Teodoro, e questo morì in Aprile [dell’anno seguente], circa sette mesi dopo vittima di se stesso e del suo orgoglio, come causa prossima, ma in radice causa fu la mancanza di fede ucciso da una mancanza di fede passata in sistema come veleno preso dal Vescovo stesso, oppure dal contatto di alcuni europei, i quali gli portarono questo veleno dalla nostra europa, perché la malizia di quei barba[ri] non va tanto avanti. Così finì il povero Teodoro lasciando l’Abissinia nei suoi disordini antichi, dai quali non risorgerà tanto presto.