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19.
Prudenti contatti ecumenici.
Olocausto missionario e persecuzione.

Ho voluto raccontare il fatto di Abba Walde Haïmanot, e quello della sorella di Tekla Tsion, affinché siano come ultima risposta alla difficoltà sopra supposta, come fattami dal mio lettore, sopra la ragione per cui io missionario cattolico, obligato ad evangelizzare tutti, mi sono [p. 539] tenuto lontano dal gran centro religioso del Sud dell’Abissinia Cristiana chiamato Devra Libanos. una raccomandazione al missionario cattolico Per l’ordinario il missionario cattolico deve tenersi lontano dai centri, principalmente religiosi, i quali in Scioha sono tre, i principali, cioè Devra Libanos, come sepolcro di Abuna Tekla Haïmanot, Zuquala santuario di Abbo Ghebra Manfes Keddus, ed Ankober per il regno di Scioha capitale ecclesiastica di quel regno. La ragione principale di simile precauzione è perché in simili luoghi esiste un mondo ecclesiastico di natura tutta diversa e cointeressata, al quale l’istruzione cattolica non può a meno che sollevare delle questioni odiose. Il sistema di scuola abissina consistendo nella disputa orale: dal momento che arriva un forestiere che insegna tutti vi corrono per puro prorito di questionare. La condotta poi di simili luoghi, essendo di una corruzione tutta particolare, la morale cattolica diventa odiosa, ed il missionario per conseguenza [resta] troppo esposto prima di essere in stato di potersi difendere. Il soldato prima di battersi deve scegliere la posizione e diriggersi dove le forze del nemico sono minori. Nei luoghi lontani ed isolati vi corrono solo poche unità, e per lo più le meglio disposte e preparate dallo Spirito Santo.

prudenza del missionario Occorrendo che il missionario debba di necessità trovarsi in simili centri, come di necessità ho dovuto io in Liccè, il suo sistema, massime da principio, non deve essere quello d’insegnare, ma piuttosto quello d’imparare e di sentire, perché questo ha meno dell’aggressivo [p. 540] ed odioso. Occorrendo di dovere celebrare o amministrare i sacramenti in simili luoghi centrali, ciò facia con gran secretezza, in certe case di fedeli provati. Tanto più che in simili paesi semibarbari, la sola diversi- /171/ tà di lingua, di usi, e di rito può sollevare questioni, come novità da essi poco comprese. In ciò il missionario cattolico non deve lasciarsi vincere tanto facilmente da certi suoi amici di zelo indiscreto, i quali cercano per lo più di spingerlo troppo avanti senza ponderare alle conseguenze. Questi suoi amici, fossero anche principi o Re non devono vincerlo, perché la posizione di principe, e tanto più di Re, può bensì salvarlo da un’aggressione o tumulto del momento, ma non impedire la fermentazione di un partito contrario; anzi può stuzzicarla di più, come atto più formale di aggressione.

due fatti in prova Nella Pasqua del 1868., arrivato io di fresco dalla costa, il Re Menilik voleva ad ogni costo portarmi con se ad Ankober, dove voleva che io [5.4.1868] celebrassi la s. messa nella Chiesa di Medeani Alem; in quel momento in Scioha io era l’idolo adorato da tutti, ed anche un specie di oracolo, a cui nulla si negava, eppure ho detto di no rotondo. Quasi [lug. 1863] tre anni prima in Derek vanz lo stesso Teodoro avrebbe amato che io benedicessi le nozze della sua nipote col mio coregna nelle catene di recente convertito, ed io ho ricusato di farlo publicamente, e lo feci colla massima secretezza, dicendogli [p. 541] quelle parole che lo fecero poi tanto ridere: io soglio mangiare l’uva ed i nespoli quando sono maturi per non sputarli poi via. Chi medita seriamente esempio di s. Paolo il libro degli atti apostolici, che S. Luca ha scritto per lasciare un documento imperituro nella Chiesa di Cristo in materia di prudenza e di fortezza, e di semplicità conveniente agli apostoli di tutti i tempi, troverà che lo stesso S. Paolo, vero modello dell’apostolato fra i gentili, quanto egli fu forte nel rispondere al Proconsole Festo, che vinto dagli Ebrei, lo voleva giudicare in Gerusalemme, il famoso apello a Cesare, altrettanto poi fu prudente cogli stessi giudei nei suoi giri [per le città] dell’arcipelago: egli come semplice israelita entrava nelle sinagoghe, benché in quei luoghi gli ebbrei fossero senza forza, pure aspettava il suo torno per leggere la bibbia, e rilevarvi le profezie di Cristo; cogli stessi pagani si introduceva con degli elogi, [dicendo:] ammiro la vostra religione, o ateniesi, come se non bastassero i tanti idoli che avete, adorate ancora il Dio ignoto, il quale è appunto quello che io predico.

esempio di nostro Signore Il martirio è senza dubbio alcuno l’atto di carità il più sublime che un figlio di Cristo possa fare per il suo Dio seguendo gli esempi di Gesù nostro Divin Maestro. Egli col desiderio desideravi, ab seterno era già arrivato al calvario; tutto era già decretato ab aeterno per l’amore del uomo; ciò non ostante, come maestro nostro volle darci delle grandi lezioni nel decorso della sua passione santissima. il missionario che medita Cristo Quando io medito il [il] Getsemani, mi pare di vedere la divinità ritiratasi un momento per /172/ prendere come avocata il patrocinio dell’umanità, non tanto sua propria, quanto nostra col transeat a me calix, nel quale calice vi era tutta la ripugnanza mia al martirio fra i galla. Finita la causa della sua e della nostra povera umanità renitente, [p. 542] chi gli costò il sudore di sangue, e pronunziata la sentenza del fiat volontas tua, il sacrifizio per noi nel conflitto dello spirito suo era già come compito; la storia poi dell’esecuzione della sua passione frà gli uomini già da lui redenti ab æterno, ed ancora redimendi in tempore doveva, incomminciando dal Getsemani sino al consummatum est del Calvario, dare una gran lezione a tutti, massime ai suoi apostoli. Io quando medito l’eloquenza del suo silenzio, e quella delle sue divine parole, mi trovo come perduto in un’oceano di sapienza divina, e [no] non so frà i due, se più ci abbia parlato col suo paziente silenzio, oppure colla sua parola divina; il buon Gesù nella sua misericordia eterna avrebbe voluto salvo anche Giuda, anche Caïfa, anche Pilato, anche i suo crocifissori, ma pure il sacrifizio non poteva compirsi senza il peccato, ed il suo silenzio mi si presenta come una lezione di prudenza, di pazienza, e di rassegnazione, e di pura passività al momentaneo trionfo del nemico, mentre la sua parola doveva [doveva] testificare la sua giustizia, insegnandoci a confessare la verità eterna come è eterno Iddio.

la sua missione, e l’unzione dello Spirito S. Ora, ben meditata questa lezione, ritorniamo al missionario cattolico: egli riceve la missione sacramentale dall’Ordine Sacro, e dalla Chiesa di Dio che io manda; egli con ciò è ministro legittimo di Cristo, ma gli manca ancora la santa unzione della grazia dello Spirito Santo, a cui ha diritto come legittimo ministro di Cristo; è un’apostolo nel cenacolo che aspetta ab alto di essere riempito di Spirito Santo, come vaso eletto; ciò ottenuto al prezzo di molta orazione, il martirio del missionario e di un sacrifizio completo di se, egli trova un gran bisogno nel suo cuore di spandersi [p. 543] e di spandere la luce del Vangelo, e la carità di Cristo, egli sente un gran bisogno di riprodurre in se l’imagine del suo maestro, incomminciando a fare e poi a dire; egli nel suo cuore è già martire, avendo compito il sacrifizio di se stesso; egli può montare ancora più in alto, e può desiderare anche di spargere il suo sangue per il suo Signore; il sacrifizio si consumerà nel suo cuore, ma egli non è padrone di se, e del suo sangue, che non si può spargere senza peccato dei suoi figli, anche nemici, che sente il bisogno di salvare, e qui nasce il bisogno di prudenza, di moderazione, di pazienza nel tutto potere, nel tutto soffrire, lasciando a Dio padrone della vita e della morte, il gran passo di spirare con Cristo sulla croce. Qui sta appunto il martirio di tutti i giorni, di cui è vittima l’apostolo non solo, ma il Cristiano, che sopra il calvario ha bevuto /173/ il Sangue di Cristo ai piedi della croce nella celebrazione dei divini misteri, [in particolare] nella comunione.

i voti del missionario Il missionario cattolico adunque, fatto alla scuola di Cristo, e ripieno di Spirito Santo, in un paese di nome cristiano, come la nostra povera Etiopia, quanto bramerebbe di volare in certi centri religiosi di nome, ma di fatti pagani e più che pagani, dove Cristo è diventato un nome, o meglio un mito, e dove la sua dottrina è affatto perduta; egli sente il bisogno di andare a Gerusalemme, di entrare anche nel tempio; i suoi stessi discepoli cercheranno di spingerlo avanti; ma cautele e punti di vista del vero apostolo egli che vede [p. 544] le conseguenze di rovina, gira nei deserti e nelle campagne istruendo le turbe e curando gli infermi, perché non è ancora venuta l’ora sua; l’ora sua cioè, non di dominare colla forza brutale, ma di sigillare la sua dottrina col martirio, venuto da se e voluto da Dio in conferma della sua fede, senza il neo di averlo provocato, o secondando la corrente di passioni materiali suggerite dall’amor proprio, oppure con atti imprudenti che abbiano sollevato una peccaminosa tempesta contro l’opera di Dio. Il missionario in una parola deve sempre avere presente l’esempio nel nostro divin Maestro, sia quando taceva, sia quando parlava, essendo stata in lui sempre parola viva d’insegnamento il suo silenzio paziente, e la sua parola vivificante. I grandi centri, sia religiosi che politici o commerciali sono grandi mercati di ogni genere di passioni, dove il diavoli suol fare i suoi affari, pericolosi anche per il povero missionario.

i dotti abissini Nei centri abondano i deftari così detti, o semidotti che sanno leggere la lingua etiopica, persone per lo più di una gran corruzione. Essi affettano un gran rispetto al forestiero, al quale corrono per guadagnare qualche cosa. La prima questione che essi fanno è la questione religiosa, perché in Etiopia non esistono per lo più altri bisogni di scienze; essi bramano molto di disputare, e si può dire che hanno per questo una vera passione. la sacra scrittura in abissinia I più [p. 545] dotti abissini conoscono mirabilmente la Scrittura, essendo questa l’unico loro libro, e l’unica loro scienza, e si può dire che la conoscono material[mente] anche più di noi. Dico materialmente, perché in materia di spiegazione, o interpretazione sono molto vaghi e liberi; conoscono tradizionalmente alcuni testi di Padri orientali, e per nulla i nostri dottori latini, dei quali è nuovo persino il nome. I pochi testi etiopici che sanno, sono per loro come luoghi topici nelle loro dispute. Conoscono [19.6-25.8.325] il concilio niceno, ma solo di nome, sotto il nome di concilio dei trecento e diciotto Padri, e non hanno idea di altro concilio ecumenico, fuori dell’effesino, e del calcedonenze, tenuto /174/ da loro come un conciliabolo di seicento Padri radunati dal Papa Leone per fare la guerra al loro S. Dioscoro.

l’eretico è sempre lo stesso tutti i tempi Non si può descrivere Iddio vestito di menzogne che i copti eretici eutichiani hanno inspirato nel cuore del popolo abissino contro San Leone, e contro il Concilio di Calcedonia. Il demonio è sempre lo stesso generale d’armata contro Cristo e contro la sua Chiesa in tutti i tempi, ed in tutti i paesi. Ciò che noi cattolici sappiamo, e siamo costretti di sentire oggi in Roma stessa dalla bocca dai nostri Protestanti, così detti evangelici, contro la Chiesa e contro il Papa, e quelle [p. 546] stesse menzogne che si sentono dai greci eretici, e quelle ancora che girano nei giornali massonici, aliis verbis bensì, e vestite dalle idee più o meno selvaggie e barbare, sono le medesime che si sentono in Abissinia contro S. Leone ed il Concilio di Calcedonia. il suo distintivo Noi crediamo che l’inventore del sistema di mentire contro la Chiesa sia stato [inventato da] Voltaire, ma è uno sbaglio nostro; Voltaire non è stato che un piccolo uffizialetto dei nostri tempi; il gran Generale d’armata, sempre colla stessa divisa, lo vediamo ai tempi di Lutero e Calvino, ai tempi del gran Profeta Maometto, in tempo degli ariani a congregare conciliaboli contro il Grisostomo, contro Atanasio, quello che invase la Sinagoga ed i Pontefici, dopo aver perduta la causa con Cristo stesso nel deserto; e per finirla diciamo che fu quello stesso che nell’Eden lavorò per la rivolta, e se vogliamo montare più [in] alto, quello che in Cielo ebbe [a] che fare con S. Michele, dopo la solenne condanna subita dalla stessa verità eterna.

una parola al lettore Prego il mio lettore a compatirmi in queste mie frequenti digressioni, perché è il puro interesse di essergli utile [a suggerirmele]; se egli ancora sente un certo quale bisogno di provedere all’anima sua, è un segno evidente che Iddio non l’ha ancora abbandonato, epperciò rifletta seriamente alla gran verità che sta qui nascosta, se pure non vuole esporsi ad un naufragio irreparabile; un gran motivo di credibilità in quanto a me, quando bene mancassero altri infiniti motivi di credibilità in favore della Chiesa, unica [p. 547] tavola di salute nella presente borrasca sociale, per me [basta] questa sola di vedere la congiura universale contro di essa, per crederla l’unico rifugio che mi salverà; e questa mia convinzione è tale, che mi crederei onorato da Dio da poterla confessare col mio proprio sangue. In Kafa nel 1861. i tre partiti dei quali è composta quella popolazione erano fra loro così contraria da non potersi ne vedere ne trovare insieme; ma quando si trattò di perseguitare la missione cattolica marciarono nella medesima fila sotto lo stesso generale d’armata. Così oggi i rivoluzionarii e frammassoni di tutti i colori, lavorano d’accordo sotto la bandiera /175/ della menzogna per battere la colonna della verità che è la Chiesa di Dio.

ancora un poco di pazienza Questa universale congiure di tutti i diavoli dell’inferno, e di tutte le armate eterodosse che l’inferno ha saputo sollevare nel corso di molti secoli contro la Chiesa di Cristo, in tutti i tempi ha sgomentato sempre i deboli nella fede, e diciamolo pure senza tema di sbagliarci, molti anche han fatto naufragio e si sono perduti, ma pure abbia pazienza il mio lettore a meditare ancora un tantino il lavoro della divina Previdenza a traverso dei secoli in favore della sua Chiesa nel gran mondo del paganesimo e del cristianesimo, [cosi] egli arriverà a comprendere l’ultimo risultato delle diverse crisi, nel piccolo della nostra Etiopia, contro il cattolicismo, ed invece di scandalizzarsi, vedrà anche qui un’orizzonte, [p. 548] di trionfo per la Chiesa di Cristo. uno sguardo alla storia antica Lasciamo il paganesimo trionfante, quando, sotto Tito e Vespasiano, entrato in Gerusalemme, distrutto il tempio e sepolta la sinagoga, apriva l’era del cristianesimo, col quale doveva prepararsi a combattere per averne l’ultima sconfitta. Passiamo sopra la grande epoca dell’islamismo, che fece tremare il cristianesimo, e lasciato crescere dalla Previdenza per distruggere l’impero di Bisanzio, il quale, impadronitosi della Chiesa, lavorava a distruggerla preparando il gran scisma d’oriente; un’occhio a Lepanto, dove finirono le sue campagne di mare; un’occhio a Viena, dove venuto gigante, ritornò pigmeo per sempre vinto. Ecco la Chiesa minaciata dal protestantismo, mostro di eresia cristiana, che direi quasi un secondo islamismo in occidente, il quale, ridotta la religione ad una semplice scuola di filosofia eclettica, distrutto ogni vestigio di culto il più sacrosanto; sembrava aver ridotta la Chiesa di Cristo agli ultimi estremi. Da questo mostro naquero centinaja di sette, sempre in guerra fra loro, ma solidarie sempre nello scopo di distruggere la madre, la Chiesa di Cristo [che,] sul fine del secolo decimottavo, già si diceva distrutta.

un’altro alla storia presente Qui incommincia il gran miracolo: il giansenismo era come il connubio organizzato dal diavolo per condurre le masse cattoliche al Protestantismo; esso sotto una larva di pietà e di rigorismo lavorava indefesso nel clero, e nelle masse; era già come padrone della Francia, e sbuc[i]ava all’intorno da tutte le parti. Il filosofismo degli enciclopedisti, reso popolare da Voltaire e da altri di questa razza lavoravano a scavare alla radice dell’albero per distruggervi l’alimento vitale della fede. L’internazionale [p. 549] dei carbonari, aveva invaso tutte le corti colla scure e tagliava destramente tutti i fili della politica che ancora tenevano in piedi il colosso del Papa. Giuseppe secondo in Austria, la rivoluzione in Francia, Federico in Prussia, tutto era all’ordine. È dunque finita per /176/ la Chiesa di Cristo, e la parola d’ordine si ripeteva dovunque; venne il 93., sono chiuse le chiese, dispersi i seminarli, trucidati i sacerdoti, e disperse ai quattro venti le pietre del Santuario. un profeta del secolo XVIII. Ora, caro mio lettore, se in quel tempo un profeta avesse predetto tutto ciò che oggi vediamo cogli occhj nostri in America, in Inghilterra, e sopratutto una Chiesa tutta cattolica e papale in Francia, un Pio IX, ed un Leone XIII., un movimento di pellegrinaggi a Roma, ai Santuarii, a Lourdres, e la Madonna stessa Santissima discesa dal cielo a prendervi parte, oh il matto!, avrebbero gridato tutti i calcolisti del mondo. Eppure è un fatto, chiudete pure, se volete, gli occhj, e turate le orecchie, ma i giornali, ma i liberali vostri stessi che gridano vi faranno sentire il rimbombo della storia vivente nel mondo, stato mai tanto cattolico come oggi.

il soffio della persecuzione Tutto ciò, perché? Ecco il perché: Cristo disse[:] ignem veni mittere in terram, ed quid volo nisi ut accendatur? Nella Chiesa la persecuzione è il soffio sopra il fuoco. Quando i Pontefici in Gerusalemme concilium faciebant, allora appunto [p. 550] la scintilla discesa dal Cielo col Verbo eterno, e nascosta sotto la cenere dell’umanità di Cristo, scoppia nella sua morte, e scoppiata, trema la terra, si oscura il sole. Nella Pentecoste la scintilla diventa un fiume di luce e di fuoco, si confonde Gerusalemme, e si scuote tutto l’Oriente; il fuoco arriva a Roma al gran regno dei secoli, e questi dopo tre secoli di sangue, cede il regno a Cristo il Re pacifico dei cuori. Lettore mio caro, tanto vale il soffio della persecuzione con Cristo; oh quanto si inganna il nostro paganesimo perseguitando la Chiesa di Cristo, il soffio del suo furore accende la scintilla discesa dal Cielo e finirà per rimettere la nostra società una seconda volta sulla retta via del vero progresso!

il fuoco evangelico in Etiopia Tale o lettor caro, secondo me, è la questione della nostra cara Etiopia. Il fuoco di regenerazione fu portato là da S. Fromenzio, ma incomminciò male incomminciando dalla corte, e vi mancò il soffio della persecuzione e del sangue. Dieci secoli più tardi vi fu una seconda campagna, ma la circostanza dei tempi voleva che incomminciasse anche dalla corte, epperciò il soffio della persecuzione fu troppo breve, pochi furono i martiri, ma ve ne sono: i suoi martiri i figli di S.t Ignazio ne contano, ed i figli di S. Francesco ne contano. Verso la metà di questo secolo comparve là un figlio di S. Vincenzo de Paoli Giustino Dejacobis mio maestro nell’apostolato, coraggio, egli gridava come generale d’armata, il sangue dei martiri [p. 551] ha già bagnata questa terra, e la vittoria non mancherà. Questo campione [† 31.7.1860] morì sotto un’albero, come un’altro Francesco Xaverio in un deserto, ma morì profetizzando un’avvenire, e lasciando dei figli martiri; il sangue perciò non ha cessato [di scorrere], e grida sotto /177/ l’altare di Dio. corso delle missioni in Etiopia Io sono stato un vile, ma due [due] figli vi rimasero martiri. Ora l’armata dei figli di S. Vincenzo cammina dalla parte del Nord; quella dei miei fratelli dalla parte del Sud [dove] stanno combattendo. Una cosa sola è da calcolarsi, ed è, che la vittoria della Chiesa non è un lavoro, ne di giorni, ne di mesi, ne di pochi anni, ma di secoli; la guerra degli apostoli è una guerra pacifica che cammina per la via del calvario soffrendo, e conquistando a passi lenti, perché è una guerra di regenerazione a vita, e non di distruzione; essa è una guerra che guadagna perdendo, e quando pare che tutto sia perduto, allora è che regna.