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20.
Crisi interne e conflitto etiopico-egiziano.
Fine di Atanasios, Munzinger e Verdier.

Ripigliando ora la mia storia, debbo lasciare ancora per un poco i racconti del mio apostolato evangelico, per mettere al corrente il mio lettore delle vicende politiche della nostra Etiopia, come fatti inseparabili, e troppo essenziali allo sviluppo dei fatti religiosi contemporanei. crisi europee del 1870. Correva verso il suo fine l’anno 1870. grande epoca, nella quale la nostra Europa ebbe delle grandi evoluzioni politiche, da cangiare, si può dire, la natura della diplomazia europea. La rivoluzione, che da molti anni lavorava, arrivò allora a risultati capitali in Francia ed in Italia [p. 552] crisi etiopica dell’impero Anche per l’Abissinia fù allora un’epoca di grande turbamento. Quel povero paese che quasi ab immemorabili visse sotto il governo di un’imperatore, vidde forze [per] la prima volta tre se dicenti imperatori. Tekla Ghiorghis ancor vivente, ma in una dura prigione; Ati Joannes, il solo [21.1.1872] stato incoronato dal Vescovo Atanasio, secondo l’uso etiopico; e finalmente Menilik, forze il più forte di tutti, il quale dietro lo scandalo degli altri, pretendeva anche egli il titolo d’imperatore. Tutti [e] tre questi imperatori, in virtù di una legge etiopica, esistente ab immemorabili, che fissava la successione alla dinastia imperiale ancora esistente, dovevano considerarsi come intrusi. Come intruso doveva considerarsi Teodoro che gli precedette, colui, che prevalendosi della forza, ruppe la catena legittima di successione, dichiarando decaduta la vera dinastia. In questo stato di cose, [† feb. 1875] l’imperatore Tekla Ghiorghis morì in una fortezza, alcuni dicono avvelenato, altri strangolato, ma più probabilmente morto di miseria. L’imperatore Giovanni [residente] in Tigrè se la disputava con Menilik [residente] in Scioha.

manovre segrete dei due imperatori Il primo di questi due, con un’armata minore, avendo con se il Vescovo eretico eutichiano, maneggiava l’elemento religioso, e cercava con ciò [di] sollevare gli eutichiani contro Menilik; egli possedeva cannoni ed armi più precise ricevute dagli inglesi, dei quali spaciava protezione. Menilik all’opposto minaciava [di] innondare il Nord coi suoi cavalli, e /179/ nel tempo stesso, nell’interno lavorava a corrompere il Vescovo eretico col mezzo della sua moglie Bafana, e del suo manachello Ghebra Salassiè, divenuto [p. 553] confessore della corte; e nel tempo stesso lavorava all’estero, cercando di sollevare l’Egitto contro Giovanni. Fu allora che il Re Menilik mi cercò per intavolare delle corrispondenze con Mussingher già Console francese di Massawah, passato al servizio d’Ismaele Viceré dell’Egitto. spedizione del re in Egitto
[ambasciata ad Atanasios e Munzinger: 20.12.1869]
[1a metà dic. 1869]
Essendomi io rifiutato di prestarmi a simili tresche odiose al paese, come era mio dovere, il Re Menilik, da una parte si servì dei figli di Abubeker e gli spedì in Egitto al Viceré, dall’altra parte non lasciò di lavorare col mezzo di alcuni famigliari dello stesso Vescovo Eutichiamo per la via di Massawah. Come io era contrario a tutte queste manovre, fu allora che il Re Menilik acconsentì al mio allontanamento dalla corte di Liccè, ed ho incomminciato la Missione di Gilogov.

Menelik in Warra Ilù Nei due anni che io ho passato in Gilogov, occupato della mia missione, e della costruzione della mia grotta, di cui ho parlato sopra, il Re Menilik con tutta la sua armata partì verso [le regioni] dalla parte del Nord e [dic. 1871]
[costruzione di Uarra Ilù: 1870-1872]
si impossessò dei Wollo Galla, e si costruì una nuova città in Warrà Illù, dove passò la maggior parte del suo tempo lontano da me. Egli fece questo movimento verso il Nord, onde obligare l’imperatore Giovanni a recarsi nel centro in diffesa di Gondar e di Devra Tabor le due vere capitali dell’impero etiopico. Difatti, appena Giovanni seppe questo movimento del Re Menilik, [1873]
[Menelik soggioga i Wollo Galla e occupa Magdala: lug. 1876]
lasciò subito [p. 554] il Tigrè e marciò verso Devra Tabor. I Wollo galla trovatisi frammezzo ai due pretendenti imperatori, una parte si unì a Menilik, e l’altra con alla testa la vedova di Amedy Bescïr, come tutrice del figlio, la quale teneva la fortezza di Magdala, ricevuta dall’armata inglese, restò come indipendente minaciando il Re Menilik, che in caso di ostilità avrebbe fatto la pace coll’imperatore Giovanni. Io non conosceva ancora il trattato fatto da Menilik coll’Egitto, e non conoscendo ancora tutto il piano di guerra di Menilik coll’Egitto, non solo io, ma tutto il paese di Scioha, era stordito di vedere il Re fermo in Varra Ilù contro il consiglio di tutti i suoi fidi, i quali si aspettavano di vederlo in marcia contro Giovanni.

arrivo di abba Walde Michele
[metà mar. 1871]
Fu allora che mi arrivò il vecchio monaco Abba Walde Michele da Adoa che mi istruì di tutta la tela ordita dal re Menilik coll’Egitto, e di tutto ciò che si passava alla costa di Massawah, in Egitto, ed anche in certo modo in Europa. Come questo monaco restò poi sempre fido alla missione, e non si divise più da me, il lettore mi permetterà di descrivere in breve la sua storia molto interessante; tanto più che le notizie da lui venute serviranno molto al lettore stesso per comprendere la storia /180/ abissina, che io posso descrivere solamente in parte, e come di passaggio. sue avventure Questo monaco di età più vecchio di me di qualche anno, era nativo di Scioha, dove fece i suoi studii di lingua etiopica, che conosceva sufficientemente per comprenderla, ed anche insegnar[ne] i primi elementi ai giovani. Questo individuo fu uno di quelli, che nel fiore della sua gioventù volendo osservare la castità, senza [p. 555] il peso della virtù essenziale alla medesima, era anche uno di coloro che intendeva dire il nostro divin Redentore quando pronunziò quelle grandi parole[:] non omnes capiunt verbum istud, parole che suppongono, come di necessità un magistero superiore per comprenderle, come quelle del piede, della mano, e dell’occhio scandaloso; che il vangelo comanderebbe di tagliare: parole perciò non comprese dagli stessi nostri protestanti che suppongono la Sacra Scrittura intelligibile a tutti. Il poveretto si fece eunuco credendo con ciò [di] diventare ipso facto di natura angelica, a cui sarebbe stato dovuto il regno dei cieli, comprato con un sacrifizio di un membro non suo, ma di Dio creatore. morale sopra i mutilati Quando egli mi riferì questo fatto, caro mio, gli risposi, noi siamo stati creati da Dio senza la nostra cooperazione, epperciò il corpo nostro, e qualunque parte essenziale al medesimo, non è di nostra proprietà ma di Dio, e noi non possiamo privarcene senza un’atto di ribellione a lui, meno il caso che ciò fosse giudicato necessario per salvare la vita. In questa materia poi, non solo il membro, ma l’uso stesso è essenzialmente subordinato a Dio, come cosa che entra nell’ordine providenziale suo per la propagazione del genere umano. Ora dimmi un poco, dopo questo atto, sei tu diventato un’angelo? ah Padre, rispose, sono anzi diventato un diavolo più tentato e più cattivo di prima.

Noi [siamo] missionarii venuti d’Europa, dove questi e simili casi sono appena credibili, i casisti quasi non ne parlano, ed arriviamo in questi paesi, ci troviamo di botto improvvisati da una morale tutta nuova.

Nella sola mia casa, oltre il suddetto, un’altro giovane arrivò a questo eccesso di mutilarsi in casa mia stessa senza che io lo sapessi. In Ennerea nella sola casa del Re Abba Baghibo e dei suoi figli esistevano più di 40. mutilati, non da se stessi, ma da altri. Esisteva anche l’officina dove si faceva questo mestiere. Lo stesso era in Ghera ed in Kafa. Io fui consultato moltissime volte, [p. 556] non solo dai sacerdoti nostri indigeni ed europei, ma dai principi stessi pagani in proposito di questo. un mio manoscritto perduto in Kafa Ho scritto due volte un piccolo quinterno sopra questa materia di circa 50. pagine in due colonne latina e galla in dieci capitoli. 1. Sopra la mutilazione in generale come peccato, e come atto poco onesto, poco conveniente, anzi dannoso in tutti i sensi. 2. La mutilazione di se stesso. /181/ 3. La mutilazione fatta in guerra. 4. La mutilazione dei mercanti fatta in società. 5. Differenza tra la mutilazione e l’omicidio. 6. Come atto di rivolta a Dio, unico padrone del uomo. 7. Mutilazione ingiuriosa al uomo come uomo. 8. Ingiuriosa al paese. 9. Differenza della mutilazione fatta in guerra offensiva e defensiva. 10. Mutilazione fatta per procaciarsi un’onore in società. Aveva scritto questo in due colonne, pensando di spedirlo a Roma, onde assicurarmi del dottrinale, ma poi restò in Kafa nel gran giorno dell’esilio. Ho voluto ripetere in piccolo un’altra volta in Scioha questo lavoro, ma anche là andò perduto.

seguita la storia di Walde Michele Ritornando ora al mio monaco Walde Michele; egli era prete abissino, stato ordinato dal Vescovo Cirillo, predecessore di Abba Salama, nella sua ultima ordinazione nel 1830.; un mese dopo quel Vescovo eretico morì avvelenato da Degiace Sabagadis predecessore di Degiace Ubiè nel regno del Tigrè. Dopo di ciò, mi diceva egli, io sono partito quasi subito per Gerusalemme, dove ho passato qualche mese coi greci; dopo sono passato agli armeni, coi quali sono rimasto [p. 557] qualche anno: ma avendo veduto che non si trovava là una morale che mi assicurasse della salute mia eterna sono andato al monte Libano, dove ho passato otto anni in un monastero. seguitano le vicende medesime
[† 31.7.1860]
Io mi trovava là in tempo della guerra tra l’Egitto e la Turkia; sarei morto là, ma invecchiandomi mi prese la malinconia di rivedere la patria, e mi trovava in Tigrè quando morì Monsignore Dejacobis. Nella persecuzione io mi sono ritirato in Adoa, dove ho fatto qualche anno il giardiniere, recandomi di quando in quando in Halai per ricevere i sacramenti. Ho conosciuto in Tigrè Abba Ghebra Michele, [† 13.7.1855] stato martirizzato da Abba Salama fra i Wollo in tempo di Teodoro. Ritornato in Adoa, io mi sono trovato là [ago. 1869] all’arrivo del Vescovo eretico Atanasio; ho veduto [21.1.1872] l’incoronazione dell’imperatore Giovanni; ho assistito l’ex-imperatore Ati Joannes, morto in Axum da buon cattolico. Finalmente avendo sentito che voi eravate in Scioha mia patria, sono venuto per morire quì con voi.

documenti ricevuti da lui Ho voluto consacrare queste due pagine alla memoria di questo buon monaco, come persona, alquanto istruita, dalla quale ho preso molti documenti tanto sull’oriente, quanto sull’Abissinia. Da questo monaco aveva trovato molti documenti sopra i due nostri martiri Agatangelo da Wandome, e Cassiano da Nantes, [† 7.8.1638] stati martirizzati in Gondar, come si trova nella vita dei medesimi stata ristampata in Vienna a spese di Antoine d’Abbadie a mia istanza. [p. 558] notizie d’oriente, ed europee Ora ritornando al filo della storia, dirò, che all’arrivo di questo monaco in Scio[ha] ho avuto molte notizie della costa di Massawah, dell’Oriente, e della stessa Europa. Da questo monaco ho sentito [la morte] la notizia della [† 2.12.1872] morte del mio /182/ grande amico Monsignore Valerga Patriarca di Gerusalemme, e di molti padri venerandi di Terra Santa, sia nella Siria, che in Egitto. Da lui ho avuto qualche detaglio sopra [20.9.1870] l’ingresso in Roma del Re Vittorio Emmamuele, e della prigionia del Papa. Hanno bel fare quei signori usurpatori di Roma, mi diceva questo monaco, ma quando in tutto il mondo si parlerà di Roma, si parlerà sempre del Papa, e mai di altro Re; più questi cercherà di abbassare il Papa, e più questi monterà in alto, perché essendo Roma un’opera divina non si può toccare, senza toccare il cielo, ed il Papa sarà sempre Papa, ancorché ritornasse Nerone a regnare in Roma, ed il Papa entrerà sempre più profondamente nel cuore del mondo cristiano, anche eretico.

piano di guerra Io lascio al mio lettore la meditazione delle parole di quel monaco, e passo a riferire altre notizie avute da lui. Fu da lui che ho conosciuto il piano di guerra imaginato dall’Egitto, proposto dal Signor Mussingher, già console francese, [6.4.1871;
1.4.1872]
entrato al servizio dell’Egitto, e divenuto Pascià Governatore del Sudan e di tutta la costa orientale dell’Africa. [p. 559] Il piano di guerra era il seguente: il Re Menilik si sarebbe incaricato di fingere un’attacco nelle vicinanze di Devra Tabor per tirare l’imperatore nel centro. detagli del piano suddetto L’Egitto si sarebbe tenuto pronto sulle frontiere per entrare nel Tigrè. Nello stesso tempo il Pascià Mussingher per la via di Tegiurra si sarebbe introdotto al lago di Aussa, dove, per le manovre del Pascià Abubeker, avrebbe trovato il re di Aussa già preparato a riceverlo, ed unirsi con lui, per marciare verso i Wollo dalla parte del lago di Aik. Quando tutto sarebbe stato in ordine l’armata egiziana avrebbe passato il fiume Takaziè e marciato sopra l’imperatore Giovanni dalla parte del Nord, ed il Re Menilik con Pascià Mussingher, ed il Re di Aussa avrebbero marciato sopra l’istesso dalla parte del Sud per prenderlo in mezzo a due fuochi. Vinto l’imperatore Giovanni, l’Egitto, entrato in Gondar, avrebbe proclemato imperatore il Re Menilik, il quale si obligava di governare l’Abissinia sotto la direzione di Pascià Mussingher, come alter ego.

errori di pascià Mussingher Il piano di guerra era stato ben concepito, come semplice piano di guerra, ma era troppo complicato, e composto di elementi eterogenei ed inconciliabili fra [di] loro. Pascià Mussingher, più filosofo che pratico calcolista, avrebbe dovuto [avrebbe dovuto] riflettere[:] 1. Che un’armata musulmana difficilmente avrebbe seguito ciecamente gli ordini di un condottiere Cristiano, e conosciuto come Cristiano sincero, [p. 560] incapace di fingere in materia di fede, e di religione. 2. Mussingher con sufficiente esperienza dell’Oriente doveva sapere che il giuramento del musulmano col suo fratello musulmano era diverso da quello /183/ che il musulmano suol fare col professore di altra religione, epperciò fù un grande errore fidarsi del Viceré d’Egitto, di Pascià Abubeker, benché suo subalterno, e tanto meno di Kanferiè re di Aussa, tutti fanatici musulmani; è questo il pretto caso dei frammassoni coi cattolici, perché già si sa che simil giuramento non tiene neanche sul punto d’onore. 3. Mussingher che conosceva sufficientemente l’Abissinia, non doveva dare importanza al giuramento del Re Menilik, tanto più sapendo che io non ho voluto prendervi parte. Egli perciò doveva aspettarsi la sorte del capro emissario. Oltre ai tre errori suddetti, Mussingher doveva pensare al pericolo, che l’Abissinia cristiana, al vedersi assalita da un’armata musulmana, non si sollevasse la massa del popolo; nel qual caso lo stesso Menilik sarebbe stato obligato a prendervi parte per non perdere il suo regno.

Al sentire dal monaco tutto quel piano io non ho lasciato di prevedere un’infausta tragedia, ed il monaco medesimo, uomo di molta esperienza in oriente [osservò] : gli uomini di Francia (1a) sono gran sapienti, ma semplici come l’aqua, sono ricchi, ma sciocchi da lasciarsi inviluppare dal primo venuto. (2a). Dal modo di parlare di quel monaco, si vedeva che il publico orientale già aveva il suo criterio fatto sopra l’esito della spedizione. mistero della politica del re Menilik. Io intanto, a norma del linguagio orientale suddetto, come europeo, [p. 561] non aveva compreso il fondo dell’operazione del re Menilik, il quale sembrava voler marciare sopra l’imperatore Giovanni, eppure rimaneva tranquillo fra i Wollo [1870-1872] fabricarido la sua città di Wara Ilù, presago di quanto doveva accadere: egli, secondo mantenendo l’accordo coll’Egitto, aveva diritto di aspettare Mussingher, benché forze il suo criterio pratico gli dicesse che non sarebbe arrivato. Io [non] ho mai osato dubitare della lealtà del Re Menilik, pure confesso che non sapeva capire il mistero.

molto più furbo Giovanni Ciò che più mi stupiva ancora era lo stesso imperatore Giovanni, molto più furbo del Re Menilik, e di un carattere ancor più greco, come educato più vicino alla casta musulmana di Massawah. Dopo [aver] sentito il monaco, non ho dubitato più che l’imperatore Giovanni non /184/ sapesse la trama ordita contro di se. Egli finse di nulla sapere, come profetando, fece sentire al publico che aveva un gran nemico da battere, ed invitava l’intiera razza abissina e prenderne parte. Per incoraggire le masse, dava ad intendere che il Re Menilik sarebbe corso in ajuto, e questi sapendo tutto questo non lo contradiceva, ma si sapeva che i corrieri andavano e venivano tra i due pretendenti. Giovanni padrone del Gogiam
[parte da Adua: 2.2.1873; passa l’Abbai: dic. 1873; Adal uccide Desta: lug. 1874; si sottomette a Joannes: nov. 1874]
Vedendo l’imperatore Giovanni che la spedizione egiziana tardava a moversi, forze aspettando l’arrivo di Mussingher [diretto] al Re Menilik, e che questi si movesse, egli partì da Devra Tabor, fece una campagna in Gogiam contro Degiace Desta secreto alleato del Re Menilik, gli arrivò all’improvviso, lo legò, e mise in suo luogo Degiace Adal pronipote di Degiace Gosciò, nemico di Degiace Desta figlio di Tedla Gualu, [p. 562] di cui molto già si è parlato a suo tempo, quando ho descritto la mia partenza dal Gudrù verso la Costa.

avvenimenti d’allora Quella campagna del Gogiam aggiunse un gran prestigio all’imperatore Giovanni, ed accrebbe la sua armata, come è chiaro. Il Re Menilik vidde tutto questo con sangue freddo, e continuò le sue guerriglie fra i Wollo, e se ne stava ad abellire la sua regia di Wara Ilù. Nel suo interno dovette molto soffrire, ma pure stette fermo nel suo sangue freddo. Pareva che egli aspettasse l’arrivo di Pascià Mussingher, benché fosse anche questo un mistero al publico di Scioha. [gli egiziani a Massaua: 26.9.1875] Tuttavia i capi dei Wollo Galla, come musulmani dovevano avere avuto dall’Egitto le loro istruzioni. Spuntò intanto la notizia che l’armata egiziana stava in marcia verso il Tigrè. L’imperatore Giovanni al sentire che l’armata egiziana veniva, [23.10.1875] gettò l’alarme nel publico contro l’armata musulmana, obligando tutti anche i Preti a prendervi parte, e le stesse donne per quanto era possibile, dichiarando [la] guerra di religione.

guerra di religione
[sconfitte egiziane: 17.11.1875 a Gundet; 7-9.3.1876 a Gura]
Il Re Menilik al sentire questo diede anche egli l’alarme, come se volesse correre in ajuto, e radunò la sua armata: sapesse, o non sapesse la catastrofe di Pascià Mussingher in quel momento, io non ho potuto saperlo, ma egli teneva come sicuro che l’imperatore Giovanni sarebbe stato vinto dall’Egitto, e fingendo sempre di tenersi pronto [p. 563] per battersi coi musulmani ad ogni evento, egli aspettava l’esito della battaglia per volare sopra Gondar, per prendere possesso dell’impero. Ma non tardò molto, che incomminciarono le notizie della campagna gloriosa dell’imperatore Giovanni. condotta del re Menilik
[rientrato dal Lesta a Uarra Ilu: 4.4.1876]
Da principio furono credute esaggerazioni abissine, e nel campo di Menilik non si prestava gran fede. Una crisi simile non era però possibile tenerla nascosta; [certi] individui incomminciarono a venire coi gloriosi detagli della guerra. Il Re Menilik avrebbe allora dovuto spiegarsi, per non incontrare la tacia di complice /185/ coll’Egitto, ma era per lui una questione difficile. [lettera di Menelik all’Egitto: apr. e mag. 1875] L’unica ragione da lui addotta era quella di non poter lasciare il suo paese senza diffesa, e quella ancora di dover passare sopra i Galla indipendenti, i quali contrastarono il passo al Nord.

due errori commessi dall’Egitto Io qui per compire la storia di quell’epoca, classica anche in Europa, dovrei narrare i detagli della guerra tra l’imperatore Giovanni e l’Egitto, ma questi furono meglio conosciuti in Europa, trovandosi nell’armata egiziana molti, non solo europei, ma anche americani, che ne scrissero relazioni, anche esaggerate, essendo stati essi persone interessate. Il certo si è che io non farei altro che riprodurre esaggerazioni popolari per la più parte favolose; ed incredibili. Io credo utile invece rilevare due solenni errori commessi dall’Egitto in questa spedizione. primo errore degli egiziani
[telegramma di partire: 15.9.1875; parte da Senit: 24.9.1875; arriva a Tagiurra: 5.10.1875; partenza: 11.11.1875; assassinato: 14.1.1875]
Il primo errore fu quello di aver mandato il Pascià europeo dalla parte di Tagiurra ad essare scannato dai Denakil di Aussa, invece di farlo capo dell’armata egiziana. Mussingher fece il piano [p. 564] della campagna contro l’Abissinia; ogni ragione voleva adunque che fosse egli l’incaricato ad eseguirla. Mussingher avendo fatto il piano è da supporsi ancora che avesse preparato il terreno, ed avesse degli amici; tanto più che, essendo stato Console francese molti anni, egli non solo era conosciuto come cristiano dalle masse abissine, ma aveva loro prestato molti servizii, atti a guadagnarsi una fiducia; egli solo avrebbe potuto entrare in relazione diretta coll’imperatore Giovanni, la quale avrebbe almeno servito a calmare in parte il furore popolare. Ora tutto questo vantagio fu perduto rimettendo il comando ad una persona nuova, la quale non conosceva, ne la lingua, ne il paese, e doveva presentarsi con un’armata mussulmana da sollevare le masse prevenute contro, e disposte a battersi a morte. Il fanatico musulmano non volle un cristiano alla testa dell’armata, ecco la gran ragione unica per cui il povero Pascià Mussingher fu mandato a morte senza speranza che il suo sangue fosse vendicato dalla nazione egiziana. Grande errore ancora questo che renderà le razze etiopiche sempre più difficili.

secondo errore. Il secondo grande errore commesso dall’armata egiziana è stato quello di avere sbagliato il luogo per il campo di primo impianto che servisse di ritirata. Chi conosce l’Abissinia sa che l’armata abissina non può avere proviste con se per più di otto giorni. Per questa ragione l’armata abissina non può sostenersi nei deserti, dove nulla si trova da rubare, [p. 565] o nelle case, oppure nelle campagne. il campo abissino Nei luoghi stessi abitati e coltivati, una grande armata non può restare, perché quando ne trova [di prodotti] suole distruggere alla peggio senza nessun pensiero per l’indomani; essa è capace di mettere i cavalli e gli asini dentro una gran /186/ campagna di seminati maturi che potrebbe bastare molti giorni per l’armata. L’armata dell’imperatore Giovanni doveva contare non meno di trenta mille combattenti. Una quantità simile di soldati supponeva un campo di cento mille, dovendo contarsi per ogni soldato una donna, ed almeno due servi, ed anche più secondo il grado di ciascheduno. Un campo di cento mille [individui] deve contare almeno 50. mille teste di bestiami tra bovini e cavallini, senza contare le pecore e [le] capre; egli in tre o quattro giorni suole distruggere una circonferenza di cinque kilometri all’intorno. Epperciò, passati quei pochi giorni deve mutare il campo ad una distanza di 10. kilometri almeno per poter vivere.

sistema da adottarsi L’armata egiziana per conseguenza ha fatto un grande errore: essa vivendo di proviste venute di fuori, doveva fissare il campo ad una distanza dai paesi abitati, calcolando solo di trovare aqua, della quale solo dovevano impadronirsene. Fatto e fortificato il campo in luogo sicuro dovevano tirarsi le masse del popolo in vicinanze con dei movimenti simulati per stancare tutte quelle masse irregolari, le quali facevano un gran servizio distruggendo i viveri, che alimentavano l’armata. A misura che il campo era obligato a ritirarsi per cercare viveri, l’armata egiziana doveva avvanzarsi, accostumando [p. 566] così i soldati egiziani e le popolazioni indigene. In capo a qualche mese, le cose si sarebbero calmate, e disperse le moltitudini, si sarebbe venuto ad una battaglia decisiva, oppure ad un componimento. All’opposto nel primo furore delle masse, e quando ancora esistevano mezzi di sussistenza, si trovarono innundati da un mare di popolo furioso, e furono vinti per non ritornarvi più. L’esempio dell’armata inglese cristiana, entrata pacificamente e sortita trionfante, non avrebbe bastato per gli egiziani per imparare?

fine del vescovo eretico Atanasio Sconfitti che furono gli egiziani, il trionfo dell’imperatore Giovanni fece parlare il mondo intiero, e si publicarono tutti i misteri, che fino allora rimanevano secreti. Fu allora che l’imperatore Giovanni conobbe le mene del Vescovo eretico eutichiano. Questo prelato eretico, o meglio le persone del suo servizio furono convinte come colpevoli di corrispondenza coll’Egitto, e con Menilik. In tempo della stessa battaglia era stata scoperta la fuga tentata del Vescovo alla volta di Scioha: un suo Vicario nativo del regno di Scioha, stato legato in tempo della guerra, era depositario di molte lettere, le quali misero in chiaro la questione. Alcuni prigionieri egiziani parlarono, non solo del Vescovo, e dei suoi famigliari, ma ancora del Re Menilik. La corte del Vescovo Atanasio quasi tutta passò a filo [p. 567] di spada, ed il vescovo stesso eutichiano un bel giorno scomparve, alcuni lo dissero avvelenato dall’imperatore, ed altri lo vollero strangolato da lui; fatto sta, che poco dopo la /187/ guerra, [† giu. 1876] fu publicata, nello stesso regno di Scioha, la sua morte, e la sua sepoltura in una Chiesa di Adoa, la quale ebbe luogo economicamente con qualche solennità, senza che sia stata conosciuta la sua malattia.

Io [non] ho mai potuto conoscere l’epoca precisa in cui il Re Menilik conobbe la morte tragica di Pascià Mussingher, [† 14.11.1875] avvenuta in Aussa sul principio della guerra egiziana. Il Re Menilik, in tutto il tempo della guerra etiopico-egiziana, riserva del re Menilik con me [era] rimasto sempre fra i Wollo, e nella sua residenza di Warra Ilù, [mentre] io ho passato più di un’anno nella missione di Gilogov lontano da lui; egli poi, dopo il mio solenne rifiuto di prendere parte in tutte le corrispondenze, sia coll’Egitto, che con il medesimo Pascià Mussingher, tenne sempre con me la più gelosa riserva. Anzi io avrei motivo di lagnarmi di lui, perché in tutto quel fratempo [io] non ricevetti più corrieri dalla costa, probabilmente stati trattenuti, o dal Pascià Abù Beker in Zeïla, oppure dallo stesso Re Menilik per ragioni di stato. Dopo [6.4.1870] la partenza del Signor Verdier, di cui già si è parlato sopra, io sono rimasto quasi un’anno senza poter sapere notizie di quel povero infelice. Solamente [ott. 1870] un’anno dopo [p. 568] al ritorno di un suo corriere, di cui oggi non mi ricordo il nome, il quale era un’indiano, da alcuni supposto israelita, da altri un pagano delle indie, venuto [lug. 1841] in tempo dell’avo del Re Menilik Sela Selassié col Capitano Harris capo della Spedizione inglese in qualità di cuoco, e rimasto in Scioha [1842] alla partenza del suo padrone suddetto (1b) Questi fu mandato dal Re Menilik; essendo fra i Wollo, e nel suo ritorno portò molte lettere, ma quasi tutte [erano] state aperte, sia dal Re Menilik, oppure più probabilmente dal Pascià Abu beker in Zeïla. Ricevetti pure molte casse e molti pacchi di stoffe. Le casse erano state cangiate in Zeïla, sotto pretesto che non erano in misura [confacente] per il carico, ed i pacchi erano stati fatti dai musulmani anche in Zeïla. Ciò che più è da notarsi, in mezzo a tutti quei cambiamenti, io [non] ho ricevuto nessuna lettera o nota che accompagnasse la spedizione statami fatta. Ho potuto conoscere che era roba della missione dalle parole degli arabi stessi, e da alcuni libri che ho trovato dispersi negli involti frà le stoffe.

il re mi chiama in Ankober
[18.4.1870]
Il Re Menilik era venuto da Warra Ilù in Ancober, se non erro, per la Pasqua del 1871. secondo l’uso di tutti gli anni, ed all’arrivo di questo corriere mi fece chiamare per ricevere gli oggetti venuti dalla costa. Se fosse stato fuori dell’Abissinia non avrei dovuto ricevere quel corriere, ma in quei paesi bisogna far l’orbo per non perdere tutto. Io era risolto di passare sopra a tutte le anomalie, come difatti ho fatto. regali venuti al re La questione più grave non fu la spedizione a me diretta, e stata raccomandata direttamente ad Abu beker, la quale fu consegnata a me dai suoi figli medesimi, ma vi era [p. 569] un’altra spedizione di alcuni regali al re, e poi una gran quantità di oggetti mercantili, il tutto spedito coll’indirizzo al Re, il quale ricevette ogni cosa come regalo del governo francese fatto a lui. Al mio arrivo, una gran parte di quegli oggetti erano già stati dispersi e dati in regalo dal Re stesso; io stesso ho ricevuto in regalo una scatola di tabacco, che al vederla sembrava d’argento, ma era di stagno. Il re stesso nel farmi vedere alcuni oggetti di quella spedizione a lui diretta vi ho trovato degli oggetti di Chiesa, appartenenti certamente alla missione. Vuol dire adunque, che in Zeïla gli oggetti della missione con quelli supposti diretti al Re furono tutti mischiati, e quindi, Dio solo sa se non son stati rubati. Ma qui non sta ancora la gran questione che mi fu di grand’imbarazzo.

un piego a Verdier Il Re Menilik mi prese a parte e mi fece vedere un piego spedito dal Console Francese di Aden, nel quale si trovavano molte lettere già state aperte, ma forze non lette, certamente non lette in Scioha, perché in quei tempi in quel paese non esistevano persone capaci di leggerle. Vi trovai anche delle lettere dirette alla missione, ma le principali erano lettere della moglie e dei parenti dei Signor Filippo Verdier, ed erano lettere dirette a lui. Il destinatario di quelle lettere aveva lasciato il regno di Scioha [6.4.1870] circa un’anno prima, come già è stato detto in altro luogo; già una voce era corsa che parlava della [† fine apr. 1870] sua morte avvenuta in Aussa, paese situato sopra il lago di detto nome, nel quale sbocca il fiume Awaz. Come dunque ha potuta partire la spedizione [p. 570] di queste lettere [indirizzate] a lui[?], dissi fra me stesso, qui vi è qualche affare delicato, e mi sarei dispenzato volontieri di leggerle. No, disse il Re, il piego era diretto a me, come ha potuto andare questo? La cosa è chiara, dissi io, il piego fù diretto a lei, perché Verdier stava in casa sua. distribuzione delle lettere Viddi che il Re stava impiciato, e quasi stava per ritirare di nuovo il piego; ma poi non essendovi altro che potesse leggere le lettere, il Re mi pregò di separare tutte le lettere dirette a Verdier col fine di rimandargliele; quelle separate, restarono ancora molte lettere dirette a me, e ad alcuni altri, che non si trovavano in Scioha. Mi disse di prendere le /189/ mie e ritirò tutte le altre. Intanto, Ella legga le sue lettere, e poi faremo consiglio rapporto alle altre, disse il Re, e se ne partì lasciandomi solo. Lessi le mie lettere, e tutte erano di una data antichissima; la più recente era quella del Console francese di Aden, la quale contava già più di un’anno; epperciò quasi tutte precedevano la data della guerra etiopico egiziana.

Da alcune lettere scrittemi da alcuni parenti di Verdier per raccomandarmelo, ho potuto conoscere che una parte degli oggetti arrivati al Re, erano veramente regali a lui, suggeriti dallo stesso Verdier; il resto poi era un’esperimento che volevano fare, suggerito anche dal medesimo. Il tutto era stato mandato coll’indirizzo [p. 571] al Re per ottenere il trasporto gratis sia nelle ferrovie, che sopra 4 bastimenti della compagnia delle messaggierie. Supponendo il Signor Verdier in Scioha, [gli involti] avevano due lettere iniziali, anche sopra i regali destinati per il Re. nessuna nota degli oggetti Io però [non] ho veduto nessuna nota, ne sul conto degli oggetti di Verdier, ne sopra quelli diretti alla missione. Dal calcolo che io faceva gli oggetti delle due spedizioni, rimasero più di un’anno nei depositi di Pascià Abubeker in Zeïla. Dalle lettere particolari avute dal mio Procuratore di Francia mi si annunziava una nota che io non ho ricevuta, ed ho potuto conoscere la spedizione di molti oggetti che non mi arrivarono; così sarà arrivato anche nella spedizione di Verdier. A giustificazione del Re Menilik io debbo dire, che le note degli oggetti spediti non potevano essere state sottratte da lui, perché non sapendo la lingua non poteva conoscerle, dunque han dovuto essere state sottratte in Zeïla, dove non mancavano interpreti per conoscerle.

miei consigli al re Io non ho mancato di far conoscere ogni cosa al Re, ma il povero Re cosa poteva fare? Non ho mancato di scrivere anche al console le cose nel senso limitato da me conosciuto. Ma un processo non poteva farsi tanto facilmente, con pericolo di dovere pagare le spese, sollevare inimicizie pericolose per l’avvenire; senza speranza di compenso, e con pericolo di trovar [di] peggio per l’avvenire. Così parve che abbia pensato lo stesso Console, perché [p. 572] nessuna risposta ne ebbi, ne da lui, ne dai parenti di Verdier. la catastrofe di Mussingher
[14.11.1875]
e di Verdier
[fine apr. 1870]
Colla carovana suddetta venne un domestico di Pascià Mussingher, quasi il solo che poté fuggire la catastrofe; egli mi racconto tutta la storia della disfatta; arrivati in Aussa fummo ricevuti con un vero entusiasmo; passammo tre giorni insieme in feste coi denakil, e poi nella notte del terzo giorno fummo assaliti all’improvviso da un mondo di gente, mi diceva quel domestico che tutto vidde, ci siamo battuti, ma di notte, e senza la luna, persino la scarica dei fucili andava fallita. I soldati più fidi si sono battuti a furono vittima, /190/ ma bisogna confessare che la maggior parte sparirono, e forze si unirono ai nemici. Io stesso, confesso di essermi salvato così, quando ho veduto che tutti erano morti. Ho domandato notizie di Verdier, e mi disse che fu ucciso; la sua testa è ancora visibile, mi rispose, e me la fecero vedere, pareva un teschio di dieci anni; tutto il resto fu disperso e mangiato dalle jene. Quel giovane nel dirmi queste cose, non finiva più di raccomandarmi il secreto.

detagli taciuti per prudenza Io avrei ancora moltissimi detagli tutti curiosi, ed anche molto interessanti la nostra società attuale travagliata dalla mania di visitare i paesi selvagi per farsi un nome, onde renderla avvertita di certi pericoli, affinché [i governi] sappiano calcolare gli uomini per quel che sono, ma certi sepolcri sono ancora troppo freschi, e potrebbero mandare certe esalazioni o miasmi da sollevare passioni pericolose; d’altronde la nostra società è divenuta vecchia ed incapace di scopare e riformare [p. 573] la propria casa, altro che per poter difendere i suoi figli nei paesi lontani, come usavano [di] fare i nostri Padri, ed il missionario cattolico attuale, che abbiamo in quei paesi, deve reggersi a forza di prudenza e di pazienza, non bastando più dire[:] sono francese, sono italiano per farsi rispettare. [ritorno di M. a Liccè con il re: 2.5.1870] Meglio perciò lasciar sepolti i fatti, benché reali, da noi veduti, lasciando anche in pace i ladri di mestiere conosciuto.


(1a) nel linguagio del basso popolo d’oriente, Francia o frangi ben soventi significa Europa o europeo; pare una distinzione della razza semitica dalla razza giapetica, o pelasgica. [Torna al testo ]

(2a) È questo il credito che noi Europei godiamo popolarmente in Oriente. Credo ciò una creazione greca contro i latini. I nostri Padri hanno creato la mitologia, ma i greci se ne sono impadroniti, e conoscono il loro furto. Gli etiopici più semitici che africani han preso, o meglio ritenuto il patrimonio popolare greco, ed anche il carattere. [Torna al testo ]

(1b) Questo corriere dal suo tipo non era un’indiano, ma io l’ho giudicato un figli[o] di Israelita dell’oriente recatosi nelle indie per fare fortuna. Dopo 30. anni e più di dimora in Abissinia era divenuto come un vero indigeno. Aveva molti figli avuti da diverse mogli. Si diceva cristiano, benché forze neanche battezzato, ma fece sempre battezzare i suoi figli dagli eretici. La sua famiglia inclinava al cattolicismo, ma egli, benché cortesissimo, pure [non] seppe mai risolversi [alla conversione]. Mi chiamò in morte, ma [io] quando stava per andarvi ricevetti la notizia della sua morte. [Torna al testo ]