/200/

22.
Ambasciata di Abba Michael in Italia.
Spedizione commerciale di Arnoux.

fatto di Arnous, e di abba Michele Lascio quindi per ora di continuare la storia di quel mio monastero, per trattenere il mio lettore di due fatti contemporanei della guerra etiopico egiziana, i quali sono troppo come incarnati colla storia della missione cattolica nostra da non poterli lasciare impunemente; quello cioè della spedizione di un corriere a Vittorio Emmanuele re d’Italia, e quello del Signor Arnus, venuto in Scioha in società con altri quattro compagni. Questi due fatti quasi contemporanei fra [di] loro hanno incomminciato a mia insaputa, nei due anni circa che il re Menilik [p. 590] passò in Warra Ilù facendo la guerra frà i Vollo. detagli sopra abba Michele Quando il Padre Luigi Gonzaga era arrivato [d]al Re Menilik in Warra Ilù, Abba Michele già si trovava colà, e fu egli che mi portò la notizia dell’arrivo del padre suddetto coi giovani del collegio di Marsilia. Egli era quell’istesso Abba Michele, il quale in Massawah era stato incaricato da me di cercarmi i schiavetti da mandare a Marsilia. Dopo [6.1.1867] la mia partenza da Massawah Abba Michele fece parecchi viaggi in Abissinia commerciando in Tigrè e [in] Gondar. Si trovò parecchie volte col Re Menilik fra i Wollo, e come era un parlatore cercò sempre d’indurre il Re a fare delle spedizioni, ora in Francia, ed ora in Italia. Il Re mi parlò parecchie volte di lui, e del progetto di mandarlo in Italia, ma io ho sempre cercato di allontanarlo, ben conoscendo Abba Michele come persona poco al caso, sia per la sua poca fedeltà, sia ancora per la sua facilità di esaggerare le cose.

affare del signor Arnus Nel tempo stesso, nelle due o tre volte che il Re era venuto da Warra Ilù a Liccèe, o ad Ancober, mi parlò sempre di una corrispondenza che teneva aperta col Signor Arnus, residente a Massawah, il quale domandava di recarsi in Scioha, mandato da una società di capitalisti con mille progetti in grande. esaggerazioni dalle due parti Come il Re non conosceva il francese era obligato a mandarmi le lettere di Arnus, [p. 591] alle quali io faceva delle osservazioni cercando di moderare le idee troppo esaggerate e di mette- /201/ re in guardia il Re a non sbilanciarsi tanto facilmente; ma Arnus aveva anche un segretario indigeno, altro individuo che cercava [di] far fortuna e che montava la testa di Arnus con delle speranze colossali. [lettere a Menelik da Massaua: dic. 1872; risposta negativa del re] Nelle lettere, tanto di Arnus, quanto del segretario suo, che scriveva in lingua abissinese, era questione di capitali di millioni in mercanzie, massime in fucili tale che bastavano per montare la testa anche di Menilik vendendo delle speranze immaginarie, per ottenere dal Re delle promesse impossibili, onde acalappiare i capitalisti europei. Il Re trovandosi lontano, e consultandomi solo per metà, poco disposto di ascoltarmi, io, per non compromettermi in un’affare così grave e pericoloso, ho finito per pregare il Re a lasciarmi in pace, e non mischiarmi più in un’affare troppo delicato sotto tutti i riguardi. Così il Re mi lasciò in pace.

abba Michele arriva con lettere del re
[inizio giu. 1872;
arrivo di p. Taurino presso M.: 17.6.1872]
Non fui tanto fortunato nell’affare di Abba Michele. Questi seppe talmente acalappiare il Re Menilik, che un bel giorno me lo viddi arrivare a Gilogov con tre muli carichi di rame, circa 300. killò di questo metallo rotto, il quale formava tutto il capitale di Abba Michele. Egli mi presentava una lettera del Re, nella quale, Padre mio, mi diceva, vi mando Abba Michele, io sono inteso con lui, egli si recherà in Italia dal Re Vittorio Emmanuele con regali [p. 592] voi spero che farete il favore di preparare tutte le lettere che occorreranno, sia a mio nome che a nome vostro, e quando tutte saranno preparate un corriere a cavallo le porterà da me ed io metterò il sigillo. In quanto ai regali, voi fate consiglio col mio Procuratore, e lascierò a voi ogni decisione. La stessa cosa [tratterete] riguardo alle persone di accompagnamento, ed alle spese che occorreranno per il viaggio; a questo riguardo il mio procuratore ha ordine di stare alla vostra parola. Come poi Abba Michele ha un capitale in rame, che bramerebbe vendere prima di partire, voi potete ritirarlo, e fargli sborzare il prezzo dal vostro Procuratore in Aden, oppure in Egitto, e se non lo comprerete voi lo comprerò io.

una mia seconda istanza secreta Dopo una lettera così categorica scritta dal Re, e conosciuta da una gran parte degli impiegati, come ognun vede, non era più possibile, un rifiuto formale senza espormi, non solo al pericolo di offendere il Re, ma ancora [di espormi] ad una disapprovazione generale del publico. Già prima per ben due volte io aveva esposto al re dei motivi particolari per impedire una simile risoluzione, facendogli vedere, che l’inviato non era una persona che potesse far onore alla nobile delegazione, di cui era il caso; la prudenza, e la carità verso abba Michele mi aveva suggerito una certa moderazione nel parlare contro di lui più chiaramente. Ho voluto perciò tentare ancora un’ultimo colpo secreto, per determinare il Re a cangiare [p. 593] risoluzione: ho spedito secreta- /202/ mente il mio Procuratore Ajele al Re, come se fosse per un’altro motivo, e gli ho spedito una lettera mia, nella quale gli ho fatto conoscere alcune ragioni che io teneva secrete. Ma non fui più fortunato di prima, ed ebbi una risposta, cortese bensì, ma assoluta, colla quale il Re mi dichiarava cosa impossibile il cangiare, per essere la [la] cosa già troppo publica.

partenza di abba Michele per l’Italia
[con lettere e doni di M. e di Menelik per il re d’Italia e il governo: 20.6.1872]
Dopo ciò ho preso il partito di lavorare energicamente all’esecuzione degli ordini reali. Ho cercato di disporre l’individuo con delle paterne esortazioni per quanto mi fu possibile, benché sapessi [di] certo, che certe pietre di taglio affatto non si prestino allo scalpello dell’artista, per alcune combinazioni naturali che respingono il colpo. Si disposero dunque tutte le cose, e si presero tutte le misure che il Re mise il suo sigillo alle lettere, e la spedizione di Abba Michele è partita per la costa con tutte le solennità e precauzioni possibili. Come egli doveva passare in Aden, e là io doveva pensare a dargli un compagno fra i migliori dei giovani del collegio di Marsilia, il P. Luigi Gonzaga, il quale ancora non era partito di Aden per l’interno gli assegnò il giovane più capace a servirgli d’interprete, e che sarebbe anzi stato capace di fare meglio di Abba [p. 594] Michele stesso le parti di messaggiere. i consoli di Aden e di Egitto Il Console italiano istesso, il quale conosceva il giovane, non solo approvò la scielta, ma vi contribuì a farla, e non lasciò di raccomandare la cosa ai suoi amici, sia al consolato generale di Egitto, e sia ancora in Italia stessa presso il ministero degli esteri. Il messaggere del Re Menilik fu annunziato per telegrafo in Egitto ed in Italia, e partì di Aden sopra una nave italiana a spese del governo. In Egitto, dove il messaggiere aveva qualche macchia antica, che l’avrebbe messo in pericolo, il consolato generale seppe scortarlo ed assisterlo così bene, che andando e venendo, poté passare senza nessun pericolo, ed imbarcarsi sopra un’altra nave italiana sino al suo destino; fin là tutto andò benone.

duplice missione dell’inviato La missione di Abba Michele, benché fosse [indirizzata] direttamente al Re Vittorio Emmanuele, non lasciava di avere delle lettere, non solo mie, ma dello stesso Re Menilik anche per il Papa. Quando io ho ultimata la spedizione non sapeva ancora la storia dolorosa della brecia di Porta Pia, epperciò le lettere ai due poteri Civile ed ecclesiastico erano maneggiate in modo che il messaggiere poteva presentarsi tanto al Re, che al Santo Padre con nessunissima difficoltà. carattere leggiero dell’inviato Ma per una parte Abba [Michele] mancava di prudenza, di gravità, e di discernimento [p. 595] per sapersi guardare, e per tenersi in una sfera superiore a tutti i partiti, e per altra parte non mancavano degli ultra [liberali] che cercavano [di] impadronirsi di lui, sia sopra i bastimenti, che in terra ferma, nelle /203/ conversazioni. Il suo dragomanno medesimo, giovane religioso e sodo cercando di raffrenarlo e moderarlo un tantino, prima ancora di arrivare al suo destino, naque fra i due una diffidenza che non piaque, ne allo sfrenato messaggiere, ne agli ultra liberali che cercavano d’impadronirsi del suo carattere troppo leggiero, da poter far parlare a loro modo i giornali. Arrivarono intanto a Roma i due inviati del Re Menilik, e per somma disgrazia il Re Vittorio Emmanuele, nato ed educato cattolicamente non sapendo risolversi a calpestare il terreno di Roma ancor sacro nel Suo Cuore, da quanto io [me] ne sappia, passava una parte del suo tempo a Firenze, ed un’altra parte, o in Napoli, oppure in Milano. I nostri messaggieri restavano in bracio del più basso partito liberale.

condotta di abba Michele in Roma
[udienza reale a Napoli: 6.11.1872;
lettera e doni del re per M. e Menelik: 10.11.1872;
non si presentò in Vaticano]
In questo stato di cose, Abba Michele, uomo senza fede e senza religione, il quale era cristiano coi cristiani, ed anche spirituale con me e coi miei, e poi musulmano coi musulmani, e perfetto pagano coi pagani, non è da stupirsi che in Rome per seguire la tramontana che soffiava al suo orecchio in quel momento, si fingesse anche ultra liberale, e forse [p. 596] anche frammassone di alto rango, come egli credendo di farsi un merito stava confidando ad alcuni, (cosa che io non ho creduto, perché i detti signori non usano [di] galoppare tanto con simili sciocchi) da spiegare un carattere ostile al Papa, ed alla religione cattolica. Troppo naturale quindi che non potendo spiegarsi con certi liberali di poco peso, abbia con loro deciso di procurarsi un’altro dragomanno (1a) per nome Saïd venuto da Genova, chiamato dal ministero, affinché gli servisse di interprete per poter dire tutte le stravaganze che disse al Re stesso ed al Ministro, [9.11.1872] state registrate dai giornali, e portati da lui stesso in Scioha, credendo di farsi un merito; cose che io stesso ho dovuto smentire con [18.6.1873] una mia lettera, pregato dal Re Menilik (2a). I giornali esteri avendo messo in ridicolo le esaggerazioni di Abba Michele nostro messaggiero, lo stesso Menilik rimase molto disgustato di lui. Ma ciò che finì per rovinarlo è di aver sciuppato una somma di denaro dello stesso Re per alcune proviste che gli erano state ordinate. Il poveretto finì per passare un’anno in catene, dalle quali io lo feci liberare.

/204/ [12.6.1873]
liberalità di abba Michele
Abba Michele, arrivato dalla Spedizione in Italia ebbe un’epoca di gloria nel paese di Scioha. Egli, compreso il suo capitale, la somma notabile rubata al Re, ed il regalo vistoso avuto dal governo italiano, con circa dieci mille franchi era abbastanza ricco, e ben fornito di articoli curiosi da regalare; egli col suo sistema anche liberale coi grandi medesimi del paese, svegliò una non so quale passione in tutti di frequentarlo. Lo stesso Re da principio non ha lasciato di onorarlo, passando [p. 597] con lui delle ore di conversazione per sentirne le novità; sue esaggerazioni la facilità stessa che aveva di esaggerare lo rendeva interessante; come in Italia aveva detto molte cose stravaganti dell’Abissinia, così ne diceva anche delle più stravaganti dell’Italia al suo paese. Fu quindi da lui stesso che noi abbiamo sentito molte cose, anche a carico suo. Antinori, e la società geografica
[accennata la spedizione: 22.6.1873;
esposta: 19.1.1875;
commendatizia di Propaganda: feb. 1876]
Ma lasciando da una parte tutto il resto, fu allora che egli fece conoscere al paese suo, ed a me stesso il piano concepitosi in Italia di una Spedizione in Scioha. Come egli era un’ignorante, e poco uso a misurare le parole, parlando della Spedizione semplicemente geografica, ha dato dei sospetti di una Spedizione politica più che altro. Per fortuna che io aveva ricevuto qualche lettera, [per cui] ho potuto moderare le sue espressioni, come di cosa semplicemente scientifica, del resto egli per parte sua non lasciò di svegliare qualche timore nel Re e nei grandi. Abba Michele in Italia avendo conversato molto col Marchese Antinori, ho potuto rilevare che da questa Spedizione di Abba Michele in Italia, abbia avuto origine l’idea della Spedizione geografica venuta colà qualche anno dopo, benché nulla fosse venuto per allora di [di] positivo di là.

Intanto, passato il bollore della novità, e cessata la liberalità dei regali, venuta la calma, rimase nel publico la parte odiosa della Spedizione avvenire. Quelli che avevano ricevuto regali ebbero per lui una riconoscenza passeggiera, ma coloro che non ricevettero [p. 598] furono i primi a parlare rilevando delle difficoltà sopra le esaggerazioni di abba Michele, e quelli che avevano ricevuto sentivano il bisogno di averne ancora, ma il poveretto non potendo più dare, finì per avergli tutti nemici. abba Michele al redde rationem Menilik che gli aveva dato otto mille franchi per provviste, [non] vedendo nulla o quasi nulla [di concreto], sollevò il redde rationem, a cui non bastavano le belle parole. Il Re mi fece delle lagnanze, alle quali non mi fu difficile rispondere: io vi ho tutto detto prima, e voi l’avete voluto. Di là naquero le ostilità, e vennero le catene, come sopra già è stato detto. Abba Michele credette di farsi un largo nel suo paese col sistema dei regali, ma non fece che sollevargli contro un vespajo.

mio ritorno all’affare di Arnus. Rimane ancora [da terminare di narrare] l’affare di Arnus, per il quale /205/ io mi era dichiarato nettamente col Re protestando di non volervi entrare per nessun conto. Ma pure, anche quello, essendo divenuto un fatto storico che durò due anni e più, nel quale la forza delle cose obligò anche la missione a prenderne parte, di necessità debbo parlarne. Come poi questo fatto ebbe un tratto successivo molto lungo, per non essere obligato poi ad interrompere altri fatti, per ritornarvi ad ogni istante, penso meglio finirlo qui in breve per non ritornarvi più.

Dopo che io aveva protestato al Re Menilik di non voler più saperne dell’affare del Signor Arnus, il Re non me ne parlò più, e come dimorava lontano da me, la maggior [p. 599] parte del suo tempo passandola a Warra Ilù o fra i Wollo, in questo affare si governò da se. società di Arnus Il Signor Arnus poi non era solo in questo affare, ma aveva due compagni, i quali avevano fatto con lui una specie di contratto di mutua società. Uno di questi era un certo Giuseppe stato alumno dei Padri Lazzaristi della missione abissina, il quale era sortito dal loro seminario per mancanza di vocazione, ed era quello che gli faceva da Segretario, perché avendo fatto una parte della sua educazione in Egitto, egli parlava e scriveva sufficientemente bene in [là] lingua francese. Il secondo compagno era un certo Walde Tekli, un’affarista non indifferente, il quale si diceva dell’antica schiatta imperiale abissina. Arnus era capo [capo] di questa Società, aveva una certa abilità nello scrivere, ma più nel parlare; al soffio dei due compagni suddetti, egli combinava dei piani belli in apparenza, ma vere utopie in pratica.

Arnus i[n] Francia
[1873]
Arnus avendo ottenuto alcune lettere di risposta, le quali contenevano delle apparenti promesse ed approvazioni dal Re Menilik, con quelle si recò in Francia in compagnia del suo Segretario Giuseppe, mentre il terzo loro compagno Walde Tekli d’accordo con loro si recò presso Menilik per trattare da vicino gli interessi della futura Società, la quale figurava come Società, benché ognuno in essa cercasse unicamente i proprii interessi. Colle lettere suddette Arnus si presentò in Francia al governo della republica come capo di una Società di capitalisti che ancora non aveva, e vi ottenne qualche lettera di approvazione. Con questa venuto in Marsilia a forza d’industria arrivò ad ottenere qualche sottoscrizione di capitalisti [p. 600] per piccole somme, e con molte condizioni e cautele. Con ciò Arnus poté radunare un piccolo capitale appena sufficiente per la compra di alcuni articoli da regalarsi al Re Menilik, e per le spese di viaggio. [fine 1873]
suo ritorno in Aden e Zeïla
Partirono in quattro da Marsilia per Aden, e di là per Zeïla, dove dovettero aspettare circa sei mesi mangiando i pochi fondi che avevano. Gli arabi della costa, i quali vivono di commercio di schiavi col regno di Scioha sollevarono loro delle gran- /206/ di difficoltà per obligargli a ritornare indietro. Fu il Re Menilik con minacie ad Abubeker, che gli fece partire promettendo di pagar loro le spese di viaggio. Un corriere della missione nostra che ci portava una somma di danaro, avendo loro imprestato quella somma, poterono alla meglio partire.

La Società di Marsilia, la quale aveva promesso di mandare loro denari, vedendo tutte le difficoltà incontrate da Arnus sulla costa, si sciolse e si ritirò. I pochi compagni di Arnus, in numero di quattro, continuarono con lui il viaggio a nome privato. morte dei due soci Arrivati ad un certo punto, una bella notte, una banda di denakil, sonnachiando la guardia, poté penetrare all’improvviso per assalire i viaggiatori con animo di amazzarli tutti, ma poterono solo amazzarne due, [un] certo Beranger, e [un] certo Dissarte, i quali morirono quasi sul momento senza poter parlare. Di cinque europei rimasero tre soli, [p. 601] non contati gli indigeni, i quali non furono toccati. L’indomani furono sepolte le vittime, e fattosi una specie di processo, poterono continuare il loro viaggio. arrivo in Schioha
[nov. 1874]
Arrivarono alla meglio sui confini del regno di Scioha, dove il Re Menilik, da Warra Ilù venuto a Liccèe per ricevergli, fece loro grandi onori; io stesso col P. Prefetto fummo chiamati al ricevimento. Il giorno della loro entrata in Liccèe fu una vera solennità, ed entrando furono ricevuti collo sparo del cannone, e della moschetteria. Il solo Arnus fu riconosciuto dal Re come capo della Spedizione, e fu onorato dal Re come tale. Arnus in discordia coi soci Arnus vedendosi spaleggiato dal Re, volle prendere la sua posizione di capo della Spedizione, e cercando di comandare i due compagni europei, questi si ribellarono, prima ancora di arrivare a Liccèe, e vollero far conoscere la loro indipendenza. Arnus rimase solo coi due compagni indigeni, cioè con Giuseppe Segretario, e con Ghebra Tekli suo Procuratore presso il Re. Questi due indigeni fomentavano la discordia per essere soli a mangiare coll’loro antico padrone e socio.

Chi ha veduto il zelo di questi due indigeni compagni del Signor Arnus alla corte del Re Menilik per innalzare il loro capo ad una grandezza quasi di principato, abbassando tutti gli altri europei, e che tien conto della storia avvenuta in Zeïla due anni dopo, quando il Signor Arnus ritornava con loro alla costa del mare, in viaggio per l’Europa, deve dire di necessità [p. 602] che quei due abissini fossero posseduti dai sette demonii, personificati nei sette vizii capitali. una vera tragedia Io trovatomi in parte passivo, ed in parte attivo nel giudizio di questa causa, pregato dallo stesso Re Menilik, inviluppato anche egli, fin d’allora ho veduto una finezza tale nell’orditura dei fili tirati da essi per invilupparci tutti quanti, che dal credere a me stesso, mi tratteneva il timore di offendere la /207/ carità cristiana; il nodo gordiano in simili tragedie è sempre nell’ultimo atto che si spiega, ed oggi mentre scrivo posso anche cristianamente pronunziare, ciò che allora mi sarebbe stato un giudizio temerario ed immorale. Difatti avendo io lavorato per mettere l’unione tra il Signor Arnus, ed i due suoi colleghi Europei, Giobert e Piquignol, e scavando nel loro cuore per sradicarvi la zizania che aveva piantato la radice fra i medesimi, ho trovato che erano tutte secrete rivelazioni da loro inventate a carico dei due europei con Arnus, ed a carico di questi coi due europei suddetti; il loro scopo era quello di collocare gli uni al polo artico, e l’altro al polo antartico, affinché non potessero intendersi fra loro, e così tenersi nelle mani la chiave degli affari.

due questioni molto gravi Per la pace del Signor Arnus coi due suoi compagni suddetti esisteva ancora una questione da liquidarsi molto grave ed implicata, ed era quella dei due compagni europei Beranger e Dissarte stati uccisi in viaggio. La questione era doppia: eravi la questione d’interesse, perché i due morti avevano dei capitali [intestati] a loro, il secondo in particolare sapevasi che aveva il valore di dieci mille franchi, la dote della moglie, lasciata in casa dopo dieci mesi dallo sposalizio, in stato di gravidanza riconosciuta molto [p. 603] tempo prima della partenza. La seconda questione, più delicata ancora, erano alcune voci che si stavano spargendo sulla morte dei suddetti, a carico degli stessi europei. La discordia fra [di] loro favoriva un tantino la divulgazione di simili voci; gli stessi arabi naturalmente contrarii agli europei, col tempo avrebbero potuto dare maggiore importanza di quello che meritavano simili voci sparze male a proposito.

inventario, ed atto di procura dei capitali. Come i viaggiatori erano tutti francesi, si dovevano calcolare gli usi e le leggi francesi. Queste, nei luoghi dove non vi erano consoli, riconoscevano i Vescovi, o Superiori delle missioni come agenti consolari nelle questioni sì civili che criminali. Io perciò ho parlato al Re sul bisogno di liquidare le questioni suddette in modo da non lasciare delle lagune pericolose nel caso che i viaggiatori in questione dovessero rimpatriare. Il Re, compresa che ebbe la questione, fissò un giorno per l’inventario in presenza di tutti gli europei e molti indigeni, nel quale si viddero gli effetti dei defunti ed in specie del Signor Dissarte, il quale aveva una parte del suo capitale in mercanzie, e veduti i libri dei conti di ciaschedun di loro se ne fecero due note, una in carta volante, ed un’altra nel loro stesso libro dei conti, e segnato, l’atto dai testimonii, se ne fece la dovuta consegna a uno che doveva renderne conto, come Procuratore dei defunti, ed il tutto venne determinato con un’atto di Procura segnato [p. 604] dal Re, da me, e da tutti gli europei presenti, l’atto fu /208/ terminato colla ricevuta del Procuratore consegnatario di ogni cosa. Non così facile fu il processo criminale, per il quale il Re fece venire la parte più notabile della carovana stessa in altro giorno determinato.

processo criminale, e suo risultato Fratanto il Re fece fare delle indagini particolari da persone indigene fuori di ogni sospetto, ed arrivato il giorno determinato, il Re, alla presenza mia e di altri missionarii miei, fece venire, ad uno ad uno, le persone che avevano esternato dei sospetti a dar ragione dei medesimi e delle parole state dette da loro. Risultò che le parole state dette non erano altro che dictum de dicto sopra sospetti senza fondamento; gli stessi che risultava[no] aver parlato [per] i primi, furono i primi a confessare, che la morte dei due europei stati uccisi in viaggio era stata riconosciuta come un’agressione di denakil di una certa tribù; in ciò furono tutti d’accordo, neanche uno eccettuato. Restava a vedere, se gli europei sopra i quali era caduto il sospetto, potevano aver influito in qualche modo all’omicidio, ma fu facile a stabilirsi la negativa per la ragione che essi erano perfettamente stranieri alle persone, ed alla loro lingua. Ciò poi che provava la loro innocenza fù che l’aggressione è stata diretta a tutti gli europei, e tutti dovevano morire egualmente, se il grido delle due vittime non avesse svegliato tutta la carovana, e spaventato gli aggressori. Fu conosciuta, e confessata [p. 605] da tutti la ragione della congiura, la quale fu la gelosia del commercio, nella quale potevano aver avuto parte i mercanti arabi della costa; era questione però impossibile a trattarsi, ed inutile allo scopo. Si scrisse tutto l’interrogatorio, fu segnato dal Re, da me, e dai missionarii presenti. Di questa [causa] ciascheduno degli europei ne prese coppia, parimenti segnata, per tutela della loro persona, per ogni caso che poteva occorrere in Francia.

perché la pace non ebbe luogo Finita la questione, sia nella sua parte economica, che nella parte criminale, io sperava una pace completa fra gli europei, e si ottenne sino ad un certo punto, ma non più per riunirli in società fra loro, come sarebbe stato desiderabile; i due indigeni Giuseppe e Ghebra Teklì avevano piantato le radici troppo profonde, sia negli interessi del Signor Arnus, che nel Re medesimo. Essi lavoravano sordamente ed ipocritamente, non solo per tener lontani i due europei suddetti dal Signor Arnus, e dal Re stesso, ma lavoravano con grande maestria contro di me ed i missionarii cattolici, e ciò a fronte che con una magistrale ipocrisia si dichiarassero come veri cattolici. Il loro piano era quello di farsi un giuoco del Signor Arnus, per arrivare ai loro fini di una grandezza imaginaria, e servirsi di lui, come di un palcoscenico, e volevano arrivarvi ad ogni costo, anche di sacrificare la missione nostra, l’anima loro, /209/ e lo stesso Dio. La storia dei fatti a questo riguardo sarebbe troppo lunga per tutta riferirla. Il Signor Arnus quindi fece da se, ed i due europei ciascheduno cercò di far fortuna a parte. [p. 606] Per finire la storia di questi tre europei in breve, e non ritornarvi più, io consacrerò un’articolo per ciascheduno.

carattere e lavori di Arnus Il Signor Arnus [fu] uomo di un carattere di ferro nel proseguire i suoi progetti, e di una morale incorrotta ed ammirabile come secolare; egli ebbe alloggio proprio nell’interno della casa reale in Liccèe col suo Segretario Giuseppe e col suo Procuratore Ghebra Tekli. liberalità del re a lui Bisogna anche confessare che il Re Menilik fu costante nel trattarlo per più di un’anno da vero principe, passandogli come dorgò o pensione un bove ogni settimana ed un bel castrato, con una quantità di vasi d’idromele e di birra e più di cento pani ogni giorno. [In] Più il Re gli diede dieci o dodeci servi per i suoi lavori, e per il suo accompagnamento. Il suo Segretario Giuseppe amministrava e governava la casa. moralità di Arnus Arnus era parcissimo nel mangiare e nel bere, ma per se solo fu sempre geloso nell’osservare il servizio di tavola a modo europeo. Nella casa dove egli restava, e dove egli dormiva [non] entrò mai una donna; in ciò Arnus lasciò un’esempio imperituro alla corte del Re. Egli mangiava da solo, dopo di lui mangiavano Giuseppe e Ghebra Tekli, e dopo in presenza sua mangiavano tutti i servi; in quella gran casa, egli dormiva e vi dormivano alcuni a lui più fidi, ma si poteva dire che vi era vera clausura per le donne. sue contrarietà [In] Una casa però piena di gioventù, dove non vi era ne istruzione, [p. 607] ne preghiera, certamente che non poteva mantenersi una moralità che egli avrebbe desiderata, tanto più che i due suoi soci abissini erano uomini senza [una] morale. Nel cortile del Signor Arnus perciò non si poteva dire lo stesso; l’abbondanza di pane, di carne, di birra tirava un mondo di gente e regnava un vero postribolo scandaloso. Il Povero Arnus vedeva male tutto questo, e qualche volta arrivò anche all’uso del bastone, cosa mal veduta in Abissinia, ma poco poté ottenere, anzi ebbe molto a soffrire. Ma il bastone senza la parola ed il ministero del sacerdote, non basta per moralizzare una casa; anzi per lo più suole irritarla e renderla peggiore. Io l’avrei ajutato, ma egli aveva i diavoli in casa sua e non fu possibile senza esporre la missione a certe crisi pericolose.

Fra le buone qualità del Signor Arnus una fù quella di non perdere un momento solo di tempo, ma [stava] sempre al tavolino oppure al lavoro manovale mischiato alla gente sua. scritti del signor Arnus Ciò che scrisse Arnus sul modo di governare, organizzare, e civilizzare il regno di Scioha, basterebbe per farne un volume; ciò che egli scriveva, era tradotto da Giuseppe in /210/ lingua amarica, e presentato al Re. Arnus aveva una certa facilità di scrivere in francese, ed era travagliato da una persuasione di poter arrivare a convincere il Re Menilik, e di determinarlo finalmente ad agire; era un vero errore suo, figlio di un carattere ingenuo e sincero: era un tantino ingannato dai suoi due angeli tutelari, i quali sono stati sempre i moventi della machina della sua imaginazione, facendogli credere ciò che essi stessi non credevano, e non speravano, [p. 608] È probabile che il Re Menilik [non] si prendesse neanche la pena di leggere tutte quelle teorie di Arnus, ma i due furbi abissinesi se ne servivano per indurre il Re ad eseguire la parte economica e commerciale.

piano di commercio
[lettera di Arnoux a M. per i suoi piani: 27.5.1875]
Il Signor Arnus nelle sue teorie proponeva al Re di procurargli una collezione di mercanzie indigene, come avorio, caffè, cera, coriandro, muschio, e pelli di bovi, quali, arrivate alla costa, egli colle medesime sarebbe andato in Francia, dove avrebbe trovato delle armi in quantità per il Re, e con tale esca avrebbe condotto in Scioha una colonia di europei per coltivare i terreni deserti verso il fiume Awasce, ed avrebbe soggiogato gli Adal (1b) o Denakil. Questo era quello appunto che volevano i due furbi compagni di Amus, pensando fin d’allora ciò che acadde poi in fine della tragedia, di disfarsi cioè di Arnus, e così impadronirsi del capitale (2b); grande impegno del re
[lettere al re d’Italia e al papa: 9.12.1875]
dissero e fecero tanto quindi presso il Re, che questi, ha preso per questa parte un grande impegno, e tale, che in meno di un’anno il Re raccolse un capitale di circa cento mille franchi; solamente in avorio si contavano cento denti d’elefante, tra grossi e piccoli. Fu allora che il Signor Arnus lasciò un grande esempio di energia: durante un’anno intiero, quel uomo dalla mattina alla sera [era intento] a lavorare come uno schiavo in compagnia dei suoi servi, ora a purgare la cera, ora a passare il caffè, ed ora a preparare le pelli e piegarle. Non bastavano al Signor Arnus gli articoli indicati di commercio conosciuto in Abissinia, ma egli fece dei viaggi, e raccolse articoli nuovi che il commercio abissino non calcolava, come guscii di tartarughe, miele di terra, detto tasma in Abissinia, zafframe abissino, e molti altri simili [prodotti] in quantità.

guerra contro Arnus Quando questo gran capitale di merci si trovò quasi tutto congregato e regolarizzato con tanta fatica del povero Arnus, allora fu che incomminciò la guerra e la persecuzione per lui: [p. 609] il Re si trovava in Warra Ilù, ed il Signore Arnus sempre in buona fede ed in pace coi suoi due fidi abissini, avendo bisogno di combinare e preparare la sua partenza per la costa, soleva mandare ora il suo Segretario Giuseppe, ed ora il suo Procuratore Ghebra Tekli al Re per sollecitarlo a prendere le sue misure. Ma i bricconi prendevano appunto quella circostanza per /211/ organizzare le loro trame future contro del loro padrone. Essi che passarono i loro giorni a divertirsi mentre il Signor Arnus lavorava come un un fachino coi servi nel sistemare le merci, essi incomminciavano ad ordire le tele per diventarne padroni. Sollevarono la gelosia dei due europei per far da loro mettere in campo certi dubbi sull’onestà del Signor Arnus, e con questo materiale lavorarono tanto da sollevare gravi dubbi nel re medesimo, il quale incomminciò a titubare, e cercare delle scuse per prolungare la partenza. Certe revisioni di conti intempestive ordinate; certe risposte fuori del comune, ed altri simili segni facevano conoscere che il cuore del Re non era più quello di prima.

Arnus viene a Fekerie ghemb
[mag. 1876]
Dopo la venuta del P. Luigi Gonzaga, io aveva già ceduto a lui la missione dei Gilogov, e mi trovava già in Fekerie ghemb, quando un bel giorno mi veggo arrivare il Signor Arnus quasi solo, ed accompagnato solo da un suo ragazzo, il quale mi dice di essere venuto per fa gli esercizi spirituali fare i santi spirituali esercizii: molto bene, gli dissi, e datogli qualche libro spirituale, e messolo in una capanna a parte, e senza nulla dirmi delle sue pene, passò i suoi dieci giorni in continue letture e preghiere, ed appena sortiva [p. 610] qualche minuto nel giardino dopo [aver] gustato qualche cosa, che subito si rimetteva all’opera sua. Terminati gli esercizii spirituali, egli [non] diceva nulla, e seguitava a restarsene tranquillo, e solamente si recava coi giovani al lavoro, e colla massima esattezza alle preghiere comuni cogli altri. Dopo qualche giorno, Signor Arnus, gli dissi io, vuol farsi monaco? magari, rispose egli, se debbo dire la verità, se non avessi legami che mi chiamano in Europa, mi farei anche prete e missionario; allora, soggiunse, sono tanto stanco del mondo, che il solo pensare alla casa mia di Liccèe mi eccita [la] malinconia; io penserei di lasciar tutto e partirmene per l’Europa; fu allora che mi spiegò le sue malinconie. Io che già dubitava di quanto si passava nel suo cuore, ebbene resti tranquillo, gli dissi, e lasci a me il pensiero.

mia lettera al re, e sua risposta Fu allora che scrissi al Re una lettera un poco viva, rimproverandolo come si lasciasse troppo facilmente trasportare dalle relazioni, narrandogli l’accaduto; l[’h]o consegnata al mio Procuratore Ajelo informandolo di ciò, che occorreva, e lo feci partire per Warra Ilù. Dopo altri otto giorni ritornò il mio Ajelo con una lettera del Re, nella quale mi diceva, che al più presto sarebbe venuto egli stesso a Liccèe, dove avrebbe aggiustato ogni cosa alla presenza mia, e del P. Prefetto Taurino. Difatti, dopo alcuni giorni il Re scrisse una lettera al Signor Arnus che mandò a Liccèe, [p. 611] fingendo d’ignorare che egli fosse con me: i servi del Signor Arnus glie la portarono, la lesse il Signor Arnus e fu allora che se ne ritornò a Liccè. Intanto il Re stesso fece avvertire il /212/ P. Prefetto in Finfinnì, di trovarsi a Liccèe a suo tempo, ed il Re dopo qualche tempo arrivò.

venuta del re a Liccèe Appena arrivato il Re si diedero ordini fulminanti a tutti i procuratori affinché si prendessero tutte le misure per la partenza del Signor Arnus. Fu ordinato all’Abegaz capo dei musulmani, affinché si tenessero preparati almeno due cento cameli per il trasporto delle merci, ed altri quanti occorrevano per il vitto e per il bagaglio della carovana. A suo tempo fui chiamato io, e [1.6.1876] venne da Finfinnì il P. Prefetto Taurino. In presenza nostra e dei due europei Giober e Piquignol furono riveduti i libri del Signor Arnus, i quali furono trovati in tutta regola. Furono preparati tutti i regali destinati al Papa, al Re Vittorio Emmanuele, ed al Signor Tiers Presidente della republica francese. documenti per l’Europa
[16 e 19.6.1876]
Si fecero le lettere in francese ed in italiano a tutti i suddetti, in doppio testo abissino ed Europeo. Quindi [venne redatto] un’atto di Procura generale e di ambasciadore per il Signor Arnus con tutti i poteri; furono date al medesimo tutte le istruzioni occorrenti. Furono letti tutti i documenti suddetti publicamente alla presenza nostra, e degli uffiziali ed impiegati della corte, e furono muniti [p. 612] [e furono muniti] del reale sigillo. ordini dati dal re Furono contati in nostra presenza mille talleri di Maria Teresa al Signor Arnus, ed altri mille furono ordinati che venissero dati dai diversi Procuratori del Re prima della sua partenza. Furono ordinati e determinati i servi abissini per l’accompagnamento del Signor Arnus; la scorta ed i servi denakil per la sicurezza della carovana e pel servizio della medesima risguardante la cura dei cameli; questi ultimi dovevano essere pagati dall’Abegaz, ed i primi, in parte dal Signor Arnus in Zeïla, ed in parte dal Re al loro ritorno. Finalmente furono ordinate le provviste dei viveri per il viaggio, alle quali dovevano pensare i procuratori del Re.

Passavano già le tre settimane dacché il Re era partito da Warra Ilù: Frà pochi giorni io debbo trovarmi là, egli mi disse; credo di avere tutto terminato ciò che riguarda il Signor Arnus; nel caso che occorresse ancora qualche cosa, io lascierò l’ordine ai miei procuratori, affinché se la intendano con voi, e sulla vostra parola essi potranno aggiungere ciò che occorre. si scioglie il congresso
[10.6.1876]
Ciò detto fu sciolto il congresso; il P. Prefetto Taurino ripartì per Finfinnì: il Re ritornò a Warra Ilù, ed io, partito che fu il Re, me ne sono ritornato a F[e]kerie Ghemb, per assistere i lavori di Escia. Come Fekerie Ghemb si trova sulla strada che doveva fare il Signor Arnus, io, disse questi, finito che avrò di spedire il bagaglio e le merci, verrò a Fekerie Ghemb, e là con Lei aspetterò che tutte le cose siano in ordine [p. 613] per partire definitivamente. Arnus in Fekerie ghemb Difattti dopo otto giorni venne il Signor Arnus a Fekerie ghemb, e vi rimase ancora più di /213/ otto giorni prima di partire. Gli ho domandato la ragione per cui il suo Procuratore Ghebra Teklì non comparve in tutto il tempo del congresso di Liccèe, ed egli mi rispose che era andato a salutare parecchi suoi amici, e che ritornato il giorno stesso della mia partenza, egli ripartì subito per raggiungere il Re e congedarsi da lui. Questa sua demarcia e condotta mi lasciò dubitare che non si passasse qualche piano sinistro contro il povero Signor Arnus. Il mio sospetto che non fosse lontano dal vero il fatto non tardò a dimostrarlo.

partrenza di Arnus
[6.7.1876]
Venuta difatti la notizia che la carovana era in ordine di partenza partì Arnus da Fekerie Ghemb, e giunto della stessa giornata alla carovana, i procuratori del Re gli consegnarono le ultime cose state ordinate, e la carovana partì. Gebra Tekli vi arrivò due giorni dopo, e raggiunse la carovana sulle rive dell’Awasce nei paesi denakil fuori dei confini del regno di Scioha. L’arrivo di Ghebra Tekli con una decina di servi fu salutato con degli evviva straordinarii da molti, da crescere il sospetto; ciò non ostante il Signor Arnus fu ancora ascoltato dalla moltitudine e si poté eseguire il passaggio del fiume abbastanza in pace. passaggio del fiume Ma, appena la carovana fu passata dall’altra riva incominciarono le questioni: una parte della [p. 614] carovana incomminciava [a] prendere gli ordini da Ghebra Tekli, e non ascoltava più Arnus, lo stesso Segretario suo Giuseppe gli diede segnali non indifferenti di rivolta. Il povero Arnus andava accorgendosi di non essere più padrone. Mohammed Gurra calma i partiti Un capo dei denakil per nome Mahemed Gurra, del quale molto si era parlato sopra prima del mio arrivo in Scioha, seguito da tutta la moltitudine dei denakil, fu quello che lo sostenne ed obligò i rivoltosi ad usare un poco più di moderazione per non fare disordini. Arnus poté ancora scrivermi una lunga lettera, nella quale mi raccontò la storia, e mi pregava di mandargli un’altro che potesse servirgli d’interprete. arriva Mahumed figlio di Abubeker La lettera mi arrivò due giorni dopo, e gli ho spedito uno dei miei giovani del collegio di Marsilia, il quale gli arrivò otto giorni dopo, con Maometto figlio di Abubeker, il quale pure era in ritardo. Maometto era il vero capo risponsabile della carovana.

Come nei viaggi dei deserti il capo della carovana gode gli stessi privilegi, come un comandante di vascello in mare, il quale in viaggio può comandare allo stesso padrone del bastimento, nelle cose concernenti l’ordine generale, benché egli fosse più disposto a favorire Ghebra Tekli che Arnus, pure al suo arrivo poté mantenere l’ordine sostanziale; la carovana perciò poté continuare alla meglio il suo viaggio, di circa un mese, zoppicando sino alla costa. [a Tull-Harrè: 23.7.1876]
Antinori e la società geografica
[istruzioni: 7.3.1876
da Napoli: 8.3.1876;
ad Aden: 25.3.1876;
a Zeila: 3.5.1876;
per lo Scioa: 19.7.1876]
Quando la nostra [p. 615] carovana che discendeva alla costa fu arrivata a mezza via s’incontrò con un’altra /214/ carovana che veniva dalla costa di Zeïla, nella quale si trovava la Società geografica italiana, in viaggio verso il regno di Scioha. Anche questa carovana dovette soffrire delle grandi contrarietà ed avanie prima ancora di partire da Zeïla, e più ancora in viaggio, e tali da trovarsi quasi senza denari e con molti bagagli perduti. Il Signor Arnus fu fortunato d’aver incontrato quella carovana, come fu fortunato lo stesso Marchese Antinori d’aver trovato la carovana di Arnus. Le due carovane quindi decisero di fare un giorno di stazione per comunicarsi vicendevolmente le notizie, e consigliarsi a vicenda.


(1a) Questo Saïd era un servo di Antinori portato dall’Egitto; un’anno dopo il fatto suddetto si suicidò in Genova, come mi raccontò in seguito lo stesso Marchese Antinori; sono convinto, diceva questi, che l’uomo che ha perduto la bussola della fede non è più buono, ne per se, ne per gli altri. [Torna al testo ]

(2a) Fra le altre cose che dicevano quei giornali, le principali erano: 1. Che Abba Michele era il fratello maggiore di Menilik, e che aveva rinunziato al regno. 2. Che Menilik possedeva una gran quantità di cavalli verdi. 3. Che io godeva i frutti di una gran quantità di monasteri, e che io in Scioha era più potente dello stesso Re. [Torna al testo ]

(1b) [Manca la nota M.P.]. [Torna al testo ]

(2b) [Manca la nota M.P.]. [Torna al testo ]