/354/

38.
Campagne di Menelik e reggenza di Bafana.
Masciascià. Esercitazioni militari in Scioa.

Già da principio, quando si parlò delle crisi dell’alta Etiopia, quando si parlò del tragico fine [† 13.4.1868] dell’imperatore Teodoro stato vinto dalla spedizione inglese; quando si parlò del breve impero di [sconfitto: 11.7.1871] Waksum Govaziè successore di lui, e dei principii [del regno] dell’imperatore Giovanni, è stato detto che il nostro Re Menilik di Scioha, due passioni di Menilik mantenne sempre nel suo cuore la voglia di farsi imperatore; anzi già sappiamo che si chiamava tale. Già abbiamo detto ultimamente che il nostro Re Menilik vidde di cattivo occhio, che Ras Adal principe del Gogiam passasse il Nilo chiamato dalla [p. 839] [inizio 1875] rivoluzione del Gudrù e si impossessasse del medesimo e di alcuni altri paesi della riva Sud di detto fiume sotto la protezione dell’imperatore Giovanni. Ora cosa avenne? l’armata di Menilik a Magdala
[partenza da Liccè: 13.12.1876]
mentre questo stesso imperatore si trovava nel Tigrè verso il fine dell’anno 1877., [avvenne che Menelik,] radunata la sua numerosa armata, e passato il paese dei Wollo Galla si accampasse vicino alla fortezza di Magdala per impadronirsene, e per pacificare due principi galla, il figlio di Amedì Bescïr, con Mahumed Aly, figlio di Aly-babola suo cugino. Ma lo scaltro Menilik, arrivato che fu ai piedi di Magdala, passò il fiume Bascilò, e lasciata dietro di se la fortezza suddetta, prese la via di Devra Tabor, seconda sede degli imperatori dopo Gondar.

suo arrivo a Gondar
[la campagna si protrae: feb.-mag. 1877]
Arrivato che fù a Devra Tabor, prese ancora la via di Gondar capitale dell’Etiopia, e senza entrarvi, presone possesso da lontano, girò verso il lago Tsana, detto anche di Dembea, prese la via del Gogiam, e passato il Nilo sopra Quarata, quasi senza battersi con Ras Adal, il quale si ritirò sopra la fortezza detta Gibellà, prese ancora possesso del Gogiam [e] se ne stette là circa un mese, pigliando il paese, e ricevendone i tributi. si espone la tela ordita Mentre Ati Menilik faceva tutte quelle operazioni senza la menoma resistenza, in lontananza si stavano organizzando [p. 840] altre contro operazioni, le quali erano una vera tela ordita contro il Re Menilik, il fine della quale sarebbe stato quello di prenderlo prigione in /355/ Gogiam, subito che il Nilo non sarebbe stato più passabile per ritornarsene in Scioha per la via più diretta, senza fare il giro di Quarata e di Gondar. La congiura fù tramata dalla stessa Regina Bafana, d’accordo coll’imperatore Giovanni, e con molti del partito Karra eutichiano, nel quale entrava lo stesso Mered Hajly (1a) zio del Re Menilik, e figlio ultimo del gran Re Sela Salassie, avuto da una concubina musulmana. Questo zio del Re Menilik, come mezzo musulmano, non era stimato in Scioha, ed all’epoca in discorso si trovava quasi paralitico; egli fuori di ogni probabilità di regnare, era entrato in questa congiura colla Regina Bafana, e con alcuni del governo provisorio lasciato dal Re prima di partire.

la regina Bafana La Regina Bafana, quella stessa che aveva consigliato il Re Menilik all’attacco di Gondar e del Gogiam, era quella che aveva ordita tutta la tela della rivolta. Essa seguiva il Re nell’armata, e regolava secretamente tutti i movimenti dei nemici lontani. Nell’angolo Sud-Est del circolo che descrive il Nilo azurro intorno al Gogiam, di fronte al regno di Scioha, esisteva un luogo solo, nel quale il Nilo avendo un letto molto largo, nel suo massimo abassamento, dopo la metà di Marzo, fino al più [al]la metà di Maggio, il fiume era passabile dall’armata [p. 841] del Re Menilik in caso di ritirata verso il suo paese. rivolta in Ankober
[30.4.1877]
L’apertura della scena doveva aver luogo in Ankober colla rivolta di Mered Hajly, la quale doveva servire di segnale per le marcie dell’imperatore Giovanni verso Gondar ed il Gogiam, ed alla Regina Bafana che sarebbe stata incaricata di recarsi in Scioha con una piccola parte dell’armata per reprimere il rivoltoso. Così appunto avenne: verso la metà di Aprile il zio del Re Mered Hajly con tutto il suo seguito, e molti del suo partito si recò ad Ankober, e si proclamò Re di Scioha. Il regno non è a me, diceva egli nella sua proclamazione, ma a Masciascià figlio [figlio] del mio fratello maggiore, il quale si trova nelle prigioni di stato nelle mani dei musulmani; io regnerò per mettere lui in trono. Egli diceva questo per assicurarsi del suo partito, perché, nel caso, la simpatia del publico stava per lui. (1b)

la notizia arriva al campo del re La notizia di questo fatto non tardò ad arrivare in Gogiam al campo del Re Menilik; la Regina Bafana; non cruciatevi, disse al Re, io vado e /356/ calmerò ogni cosa; voi intanto potete continuare qui l’operazione. Il Re Menilik, solito a lasciarsi guidare dalla scaltra regina Bafana, ignorando tutto quello che si passava contro di lui, ebbe la debolezza di dichiararla reggente e lasciarla partire con una parte dell’armata di sua fiducia. Essa sperava che molti l’avrebbero seguita apostatando dal Re, ma si sbagliò [p. 842] e non partì con essa che un piccolo reggimento di sua scorta ordinaria con una parte della corte del Re. la regina Bafana La regina Bafana incomminciò allora a vedere che il regno di Scioha non simpatizzava per essa. Tuttavia essa sperava sempre, che, appena arrivata in Scioha, e [e] publicata là la sua reggenza, molti l’avrebbero seguita; ma anche in ciò le sue speranze furono vane, come in seguito si vedrà.

il regente provisorio Mentre tutte queste cose passavano in Gogiam al Campo del Re Menilik, il vecchio regente lasciato dal Re in Scioha, il quale aveva la sua residenza in Ennawari, conscio e consensiente di tutta la trama organizzata dalla regina, fingendo [di] ignorare tutti gli evenimenti della rivolta di Ankober, colla sua piccola armata erasi recato alle frontiere Sud-Est del regno per un non so quale inconveniente colà arrivato, lasciando all’Azzage Walde Tsadek la sorveglianza del centro. Fratanto la rivolta di Mered Hajly in Ankober, col pretesto di mettere in libertà il giovane Masciascià erede presunto del regno, faceva nascere due grandi bisogni urgenti, uno era quello di una protesta armata contro il rivoltoso, con disposizione di battersi in caso di bisogno. Il secondo bisogno era quello di mettere in sicuro il prigioniere Masciascià, affinché il rivoltoso non potesse abusarsi del suo nome per farsi un seguito maggiore.

il prigioniere Masciascià Sul punto del prigioniere suddetto Walasma [p. 843] Abegaz custode risponsabile di lui aveva già scritto parecchie volte a me, ed al capo del governo provisorio, che egli in vista della circostanza straordinaria [egli] non si sentiva abbastanza forte, per resistere al rivoltoso in caso di attacco per prendere il prigioniere, per la ragione massime che essendo il rivoltoso figlio di una madre musulmana, ed avendo parenti fra i musulmani, le sue forze sarebbero state divise; lo stesso prigioniere, egli diceva, vorrebbe essere collocato in luogo più sicuro, poiché in caso di essere rapito dal rivoltoso suo zio, egli non avrebbe guadagnato altro, che un demerito di più in facia la paese ed al Re suo Cugino. Walasma abegaz proponeva di collocarlo nella fortezza di Fekerie Ghemb, promettendo egli stesso di mantenerlo, e somministrargli una decina di custodi. In vista di ciò il capo del governo provisorio, col capo della fortezza vennero da me, e fatto consiglio, fu acetto il partito dell’Abegaz, e gli fù mandato subito un corriere con ordine di trasportare subito il prigioniere nella stessa notte, prima che si sapesse dal publico, a /357/ scanzo di tentativo [di rivolta]. Ora sono contento, diceva il giovane prigioniere: nella fortezza mi trovo nelle mani del mio padre, là, se non trovo armi per difendermi, trovo almeno buoni consigli del mio Padre. (1c) Così terminò questa questione.

prima battaglia di Ankober
[2.5.1877]
Rimaneva ancora la seconda cosa di tutta necessità [d]a farsi, quella cioè di una protesta armata contro il rivoltoso, onde costringerlo a ritirarsi. L’Azzage Walde Tsadek (2a) Capo del governo provisorio, per la lontananza del vecchio [p. 844] regente, fece il suo possibile per radunare una piccola armata, comandando a tutti nei contorni di trovarsi a Gurabela sulla collina a ponente, dirimpetto alla città di Ankober; si trovavano fra gli altri in Liccèe circa 50. giovani che il Re aveva dato al Signor Pouttier Francese, affinché imparassero gli esercizii militari in uso presso di noi europei (1d), tutto contemplato, e calcolati anche questi ultimi col loro istruttore, ha potuto radunare parecchie centinaja di persone, quantità più che sufficiente per resistere al rivoltoso, il quale [ne] poteva opporre al più un centinajo. Come però la piccola armata dell’Azzage Walde Tsadek non era un’armata di soldati esercitati, i quali si trovavano tutti col Re in Gogiam, il rivoltoso rispose all’intimata con presentarsi al combattimento. L’attacco fu breve, ma fu una sconfitta per il partito del Re, ed un trionfo per il rivoltoso. La piccola armata del Re ebbe dodeci morti; fra gli altri cadde l’istruttore europeo suddetto, benché egli, come forestiere, abbia protestato prima che non si sarebbe battuto. Tutti si sono dispersi, ed il povero istruttore francese [ne] fu vittima. (2b)

morte di m.r Poutier
[2.5.1877]
Prima di continuare la storia il mio lettore abbia la pazienza di sentire alcune mie riflessioni sopra il fatto della morte del Signor Pouttier, il /358/ quale fu quel medesimo che assistette il Signor Antinori, capo della Spedizione geografica italiana, nella famosa catastrofe, in cui perdette la mano destra, del quale già si parlò a suo luogo. scuola militare tentata in Etiopia Già aveva tentato il famoso Teodoro d’introdurre l’istruzione militare europea [p. 845] nei soldati abissinesi e non vi riuscì. Dopo di lui tentò la stessa cosa l’imperatore Giovanni in Tigrè col mezzo di un soldato veterano inglese, ed ebbe nessun risultato. Finalmente il Re Menilik volle tentare la stessa operazione, e si prometteva un risultato migliore, perché il Signor Pouttier era una persona molto popolare, e fatta per farsi amare, come di fatti era amato molto; eppure non riuscì: i suoi giovani lo amavano molto, ma non amavano l’esercizio militare nostro, ed il povero istruttore finì per essere abbandonato sul campo di battaglia. Qualunque europeo il quale legga queste mie memorie storiche, in ciò resterà non solo stupito, ma stordito, e non mancherà di concepire una cattivissima idea del soldato abissino. Io perciò sopra questo punto prenderò la diffesa dell’abissino, e cercherò di persuadere il mio lettore sopra la ragionevolezza del fatto.

confronto dell’arte militare etiopica e nostra Il soldato abissino è un soldato più guerriero dei nostri; i movimenti del soldato abissino sono tutti movimenti di [di] coragio personale. La loro arte militare è l’arte militare dei tempi eroici, quella stessa dei nostri antichi romani che hanno conquistato il mondo. In questa loro arte militare il calcolo è molto poco; le armi da guerra sono molto semplici e primitive, e nel nostro linguagio le chiamiamo armi pastoreccie. [p. 846] Nel 1846. entrando [io] in Abissinia esistevano allora pochissimi fucili a meccia, tutti concentrati nelle mani del governo; oggi i fucili europei incomminciano a moltiplicarsi, ma mancano di munizioni, e l’arte di manovrarli è ancora [ancora] molto indietro. merito del soldato abissino Ciò non ostante in Abissinia, tutto è attività, tutto è valore, tutto è merito personale del soldato. Fra noi all’opposto se esiste ancora qualche calcolo o scienza tutto deve ripetersi dal capo dell’armata che fa il piano di guerra; tutti gli altri poi, chi più chi meno, massime i soldati in detaglio, diventano semplici istromenti materiali, obligati dalla forza più materiale che morale, a tenere il loro posto, e ciecamente eseguire il movimento comandato, come un dente della ruota di un’orologio; fra noi in buona sostanza tutto il merito dell’operazione militare sta in un capo, e starebbe negli stromenti perfezionati, se fossero capaci di merito. Fra noi un’armata senza fucili e senza cannoni sarebbe una gran famiglia di oziosi e nulla più.

risposta alla questione da ciò che ho veduto io Rilevato ora un tantino il merito personale del soldato abissino, rispondo alla difficoltà sopra citata, come cioè il soldato abissino sia così /359/ restio nell’imparare l’arte militare nostra. Io [per] due o tre volte, la circostanza ha voluto che [io stesso] vedessi coi miei proprii occhi lo spettacolo della scuola militare che faceva il Signor Pouttier: una cinquantina di giovani, di circa 15. anni d’età molto arditi, e circondati da una moltitudine di popolo di ogni genere e di ogni età che recavasi a vedere, come presso di noi suol correre il popolacio a vedere il ballo dell’orso, per ridervi e divertirsi: io venuto d’Europa, e che era accostumato [p. 847] a vedere l’esercizio militare dei nostri giovani soldati nei nostri paesi; non stentava a comprendere, ma tutta quella gente che [non] aveva mai veduto la nostra milizia europea, vedendo ripetere centinaia di volte certi atti di mimica materiale, era per loro un vero teatro da scuotere le risa a non più dire, io compativa quei poveri giovani pieni di vivacità e di amor proprio obligati a divenite lo spettacolo dei loro compagni spettatori, e restava ammirato, come obbedissero ad un povero forestiero isolato; il solo imaginarmi la violenza che dovevano farsi quei poveri giovani per obbedire al loro maestro, bastò per convincermi, e pronunziare la mia sentenza definitiva, che cioè, la scuola militare nostra [non] sarebbe mai riuscita in Abissinia; il mio lettore non avrà bisogno di altro per convincersi della verità del mio giudizio. Ora questo tratto di storia credo che basti per la risposta.

come dovrebbe essere una scuola colà Ora, se veramente la nostra Europa volesse educare l’Abissinia e farne sortire di là una nazione militare a modo europeo, ecco, secondo me, l’unico mezzo: una delle nostre potenze, presa colà una posizione sicura, e portatovi là un reggimento di soldati nostri, il quale agli occhj dell’Abissinia facia tutte le manovre in grande di battaglie finte, od anche reali nel caso: oh allora vedrebbe che nuova razza di soldati abissini otterrebbe, forze migliori dei nostri! [p. 848] Ma sarebbe questa un’operazione possibile? non è possibile senza prendere l’Abissinia e farla nostra. L’Abissinia stanca di Teodoro, ha aperto le porte all’armata inglese sino a Magdala senza opporre la menoma ostilità; l’armata inglese, colla sua moderazione, aveva guadagnato molto terreno sopra il cuore di quella nazione. Forze sarebbe stata quella l’unica epoca da poter arrivare a questo punto. una mia appreziazione Oggi è passata l’epoca delle potenze cristiane divenute onnipotenti nel mondo, perché se la intendevano fra [di] loro, ed Iddio vegliava ancora alla testa della diplomazia nostra.

Oggi domina l’ateismo massonico; Iddio ha giurato al Patriarca Noè che non avrebbe una seconda volta distrutto il nostro bel mondo colle aque del diluvio, ma non ha giurato che un’altro diluvio di fuoco, di bombe, e di dinamite non avrebbe da se fatta la stessa vendetta. Io ho desiderato sempre che una potenza europea fosse corsa in ajuto alla /360/ Chiesa di Dio per mettere un poco di ordine alla povera Abissinia incapace di rilevarsi da se, ma dopo che ho veduto cantarsi impunemente [a cantarsi] qui le glorie di Satana, non lo desidero più. L’Abissinia facia quello che può da se, e l’apostolato della Chiesa lavori per la sua salute, ma stia pure lontana la satanica nostra civilizzazione, affinché non arrivi là anche il morbo [dell’ateismo].

un’editto del rivoltoso Facio ora ritorno al nuovo Re di Ankober, il quale, benché vittorioso nel primo attacco, avrebbe fatto bene [a] rinunziare, vedendo che pochi o nessuno lo seguiva, ma il poveretto era guidato da una caterva di servi bramosi di regnare essi sotto il suo nome; invece egli, gonfio [p. 849] della vittoria ottenuta, ritornato in Ankober, fece un’editto, col quale comandava a tutti i capi delle provincie di venire a riconoscerlo, portando un tributo, nel breve termine di due settimane, sotto pena di gravi minacie. La piccola armata dei vinti, una parte si disperse alle proprie case, il loro capo Azzage Walde Tsadek coi giovani della scuola europea si ritirò a Fekerie Ghemb. Fu allora che io da essi ho sentito la triste notizia della morte del loro maestro istruttore Signor Pouttier. arrivo del reggente. Passarono appena due giorni, che il vecchio reggente, avendo sentito il fatto della battaglia di Ankober, e temendo di compromettersi col Re Menilik, per ogni caso che la congiura di Bafana fosse andata a male, egli spediva un corriere a Fekerie Ghemb, aspettatemi il tal giorno, egli diceva e sarò in Ankober. seconda battaglia e sconfitta del rivoltoso
[4.5.1877]
Difatti, arrivato con tutta la piccola armata di presidio, vi fu la seconda battaglia, nella quale il rivoltoso non mancò di battersi con valore, ma alla fine fu preso e legato con molti dei suoi, che non hanno potuto fugire.

il reggente a Fekerie ghemb
[4.5.1877]
Finita la questione del rivoltoso Mered Haily, il vecchio regente mandò il prigioniere alla fortezza di Ennawari, mentre egli con una scorta sufficiente venne a Fekerie Ghemb, e preso con se ancora il prigioniere Masciascià cugino del Re, [e] partì subito verso Ennawari con grande premura. arrivo di Bafana dal Gogiam
[15.5.1877]
Appena arrivato alla fortezza di Ennawari, trovò che la regina Bafana era arrivata dal Gogiam colle lettere del Re, che la dichiaravano reggente, [p. 850] La nuova reggente era già entrata nella fortezza di Ennawari, e ne avevano preso già possesso. Appena arrivato il vecchio reggente coi due prigionieri, Bafana lasciò a lui il governo della fortezza e dei prigionieri, essa [20.5.1877] venne direttamente in Ankober, dove, promulgata la sua reggenza, ordinò che fossero trasportate tutte le cose più preziose che si trovavano in Ankober, in Liccè, ed in Fekerie Ghemb, alla fortezza di Ennawari; essa assistette a tutte quelle spedizioni col massimo sangue freddo, come se nulla fosse. sue disposizioni dubbiose Il publico però non sapeva darsi pace di tante cautele, forze, dicevano alcuni, si temerà qualche sorpresa /361/ dell’imperatore Giovanni, ma nessuno osava parlare, perché Bafana in Scioha era molto temuta. Quando tutto questo fu finito, la regina partì per Ennawari, dove, appena arrivata, [25.5.1877] fece trasportare ogni cosa alla fortezza di Tammo, fortezza la più sicura di tutto il regno, ed ordinò di più che là fossero introdotte grandi provviste di grani, e di tutto il necessario, per ogni evento, essa diceva, per maggior sicurezza del nostro Re Menilik. Il publico aveva bel fare dei prognostici, ma essa, da un canto, molto temuta, e dall’altro colle sue finzioni è sangue frezzo [= freddo], [fece in modo che] si terminarono tutte le operazioni.

Tutte le misure furono prese dalla regina Bafana per realizzare la congiura contro il Re Menilik, ma Iddio che governa le stagioni, ed anche i calcoli degli uomini, non fu favorevole [p. 851] all’infedele regina. ritardo della stagione;
venuta di Giovanni
Da un canto le pioggie in quell’anno hanno tardato almeno di 15. giorni, ed il Nilo si mantenne basso fino al mese di Maggio: dall’altro canto l’imperatore Giovanni temendo di essere prevenuto dalla piena del Takazzè, prevenne un tantino la sua comparsa verso Gondar. risoluzione di Menilik
[25.5.1877].
Il Re Menilik, al quale l’armata era già alquanto diminuita, congedata anche per cause particolari, fece i suoi calcoli, e ben considerata ogni cosa, pensò meglio [di] arrendersi ai desiderii dell’armata già stanca, la quale non voleva esporsi a passare l’inverno nel Gogiam con pericolo di doversi battere ancora coll’imperatore Giovanni. La Regina Bafana per parte sua non avrebbe più potuto celare al Re Menilik il suo piano di rivolta, perché già ne aveva fatto la confidenza a molti, e d’altronde parlavano abbastanza le misure prese da essa per rifugiarsi nella fortezza di Tammo. Bafana parte da Ennawari
[giu. 1877]
Bafana perciò, prima ancora che t[r]apellasse la notizia del prossimo arrivo del Re Menilik, sperando sempre nell’accordo passato coll’imperatore Giovanni, preso con se l’erede presuntivo del regno, il giovane Masciascià, sempre ancora legato come era, lasciata la fortezza di Ennawari nelle mani del vecchio reggente, partì per Tammo.

feste in Tammo La fortezza di Tammo si trova nel basso (1e), detto kuolla, ai nord-ovest, lontana da Ennawari al più 15. kilometri. Il Publico all’intorno sulla strada di Tammo, dubitando di qualche cosa, fece un tentativo per liberare il giovane principe Masciascià dalle mani della regina Bafana, ma la sua truppa, più per amore del prigioniero, come mi assicurarono /362/ molti, che altro [p. 852] arrivarono a liberarlo, e così poterono continuare il loro viaggio sino al fiume che separa l’altezza di Ennawari da quella di Tammo (1f) dove, una volta arrivati furono in sicuro, non solo dagli abitanti, i quali erano particolarmente affezionati al giovane Masciascià (2c) ma dalle vessazioni dello stesso Re, come fortezza difficilissima a prendersi. Appena stabiliti in Tammo la regina Bafana non tardò a spiegare tutto il veleno che aveva in cuore contro il Re Menilik: si fecero là grandi feste per il possesso della fortezza, dove essa da qualche anno ne aveva già il possesso, datagli come in regalo dal Re, e dove aveva fatto dei lavori e delle riparazioni, e soleva tenere tutti i suoi tesori. (3a)


(1a) Mered è un titolo che i re di Scioha in tempo dell’antico impero avevano. Il zio Ajly ebbe questo titolo dall’imperatore Teodoro quando fù mandato in Scioha come Viceré. [Torna al testo ]

(1b) Masciascià cugino del Re Menilik, e vero erede suo, in mancanza di figlio maschio, godeva di una gran simpatia in Scioha. Per questa ragione il re Menilik, consigliato dalla regina Bafana, prima di partire [14.12.1876] l’aveva fatto legare, e consegnato ai musulmani. [Torna al testo ]

(1c) Questo giovane Masciascià era nostro catecumeno e godeva [di] una gran simpatia nel regno di Scioha. La regina Bafana che pensava di distruggere la dinastia reale per fare regnare uno dei suoi figli, cercava tutti i motivi per mettere in sospetto questo giovane, e farlo legare quando poteva. [Torna al testo ]

(1) Azzage vorrebbe dire in lingua nostra comandante; ogni gran capo in Etiopia ha il suo azzage risponsabile della parola del suo padrone; ma colà l’azzage di un Re corrisponderebbe piuttosto al nostro ministro Guardasigilli. L’Azzage Walde Tsadek perciò nel caso nostro era una specie di controllore negli ordini del Reggente lontano. [Torna al testo ]

(1d) I principi abissini parecchie volte tentarono di fare istruire i loro soldati, ma sempre inutilmente. Il Signor Poutier era un’eccellente persona, e si faceva anche amare dai suoi giovani; era amato lui, ma non erano amati i suoi esercizii militari. [Torna al testo ]

(2b) La morte di Poutier fu pianta da tutti, anzi dallo stesso rivoltoso Mered Haily, perche era una persona fatta per farsi amare, e la sua morte fu un mistero per tutti. Stette un giorno insepolto, ed al ritorno degli abitanti lo seppellirono nel luogo stesso dove cadde. [Torna al testo ]

(1e) I paesi bassi si dicono kuolla; i paesi alti di un’altezza straordinaria si chiamano degà; trà il kuolla ed il degà l’altezza media si chiama waina degà, che in lingua nostra si direbbe altezza delle vigne. Oltre a questi tre gradi di altezza avvi ancora quelle delle montagne che si elevano sopra il piano degà; luoghi dove cangia affatto la vegetazione, luoghi di liken ecc., questi hanno un nome vario; in alcuni luoghi si dicono wurce, in altri si dicono ciocché, ma non sono nomi costanti. [Torna al testo ]

(1f) La fortezza di Tammo si eleva al dissopra dell’alto piano all’intorno, epperciò a mio giudizio la sua altezza deve contare almeno 800. mettri. [Torna al testo ]

(2c) La Provincia detta di Marabietie, dove esiste la fortezza di Tammo, era stata data dal gran re Selasalassie, avo di Menilik e di Masciascià, come patrimonio particolare a Saïfù Padre di Masciascià. [Torna al testo ]

(3a) Bafana era nativa di Marabietie, dove aveva i suoi parenti; essa qualche anno prima aveva ricevuto da Menelik quella fortezza in regalo, e là aveva riposto tutti suoi tesori. [Torna al testo ]