/313/

32.
A Suez e al Cairo:
mons. Ciurcìa e l’esploratore Matteucci.

[sbarco a Suez: 6.2.1880] Occupato in conferenze, passarono ben presto i cinque giorni passati coi miei cari genovesi, il nostro Messina, protetto dall’angelo che lo guidava, arrivò ben presto in Suez, che viddi la prima volta trasformato in città europea, dove fummo [p. 360] ricevuti dai Consoli italiano, francese, ed austriaco, e dai religiosi riformati della missione Copta, i quali vi stabilirono una Chiesa e [una] casa di missione. voli della mia fantasia La mia immaginazione da vecchio, e sintetica, la quale aveva ancora presente il Suez del 1846. in paragone con quella [città] che [vi] vedeva cogli occhj nel 1880. qual differenza! come, diceva tra me, le città nascono e crescono nel breve giro della vita di un uomo già quarantenne? trasformazione di Suez Ciò però che più mi fece stupire era la foce del canale già terminato e coronato, del quale io ne aveva sentito il piano ideale in Parigi nel 1850. con tutte le questioni di possibilità, e colle sue esaggerate conseguenze sopra la congiunzione dei due mari[:] mediterraneo ed Oceano [arabico]; se tanta varietà può darsi nel corso brevissimo di una metà della vita di un uomo, quale necessità di supporre un mondo eterno per spiegare le trasformazioni telluriche? La mia ammirazione ancor più ferveva al vedere correre in Suez un canale di aqua dolce, dove se ne comprava a caro prezzo un’otre venuta dalla fontana di Mosè: la mia imaginazione ferveva ancor più vedendo le nuove case e palazzi con giardini, dove io aveva veduto bastioni di sabbie marine di eterna sterilità: più ancora vedendo un mondo di gente sul dorso del vapore attraversare il deserto, dove un uomo si logorava il dorso seduto sopra un camelo per tre giorni, per arrivare al Caïro in tre ore, oh portento, diceva fra me stesso...!

Io col mio compagno P. Luigi Gonzaga sentivamo il bisogno di un poco di riposo, dopo tutte le vicende dell’Abissinia, e del Suddan, in seno ad una famiglia religiosa di fratelli in S. Francesco sotto la direzione del P. Venanzio che io già aveva conosciuto e venerato [p. 361] /314/ trenta e più anni prima; sarebbe stato una vera necessità nello stato in cui eravamo di quasi estremo indebolimento, per riposarci, e per compiacere gli amici, e per visitare la città di Suez già fecondata di altri stabilimenti di religiose di monache del Buon Pastore. Ma Suez, senza lasciare il mare rosso, e senza che questi abbia fatto dei passi verso il Cairo, queste due città erano divenute così vicine da sentirne tutta l’attrazione degli amici. nostra partenza da Suez
[9.2.1880].
Siamo rimasti appena un giorno, che bisognò partire. Da una quantità di persone venute ad incontrarci fummo trasportati alla stazione, dove ci fecero entrare in un vagone di prima classe, ed in meno di tre ore arrivo al Caïro, e ricevimento già eravamo in Caïro, dove alla stazione già ci attendevano il Console generale De Martino con molti altri anche religiosi. La comitiva con vetture prese la via, dalla stazione al quartiere franco fabbricato con gra[n] lusso all’europea, come un secondo Caïro: a quanti mille [unità] arriverà la popolazione franca[?], domandai io al P. Curato: compresi i protetti franchi arriva a 40. mille circa, egli rispose. Qual differenza, dissi io, quando io sono venuto la prima volta da Roma essa [ne] contava solamente mille, e se ne vivevano rinchiusi di notte nel borgo delle mosche come uccelli in gabbia.

La comitiva ci accompagnò sino al Convento di Terra Santa, e poi congedatasi politamente, se ne andò, e mi lasciò libero per il restante della giornata. Si trovava allora in Cairo ad aspettarmi Monsignore Delegato Monsignore Luigi Ciurcia Arcivescovo e Delegato Ap.[ostolic]o dell’Egitto, mio antico amico e Procuratore della missione galla. Congedato io dalla Comitiva civile che mi aveva accompagnato, parte da Suez, e parte solo dalla stazione, ebbimo tutta la commodità e libertà di parlare dei nostri affari. [p. 362] Dopo le prime convenienze di ricevimento per parte della famiglia religiosa, congedata questa potevamo parlare delle cose nostre le più intime. Passavano i dodeci anni dalla nostra separazione, appena perciò fummo liberi e soli ci siamo teneramente abbraciati. sua mortale malatia Io non conosceva ancora la malattia abituale di Monsignore Delegato attaccato al cuore, quel trasporto momentaneo affettuoso, cagionò in esso un deliquio momentaneo, che lo obligò a lasciare [per] un quarticello d’ora ogni nostra conversazione. Un tale deliquio mi impaurì, e quasi voleva chiamare qualcheduno in soccorso, ma egli mi fece segno di lasciare, passerà, disse, caro, è questo il morbo che mi porterà presto al sepolcro; gli ho risposto con un complimento alla moda, come se fosse stato un’eccesso di affettazione che suole vedersi qualche volta nel gran mondo; esaminatogli il polso non tardai a scoprire il primo segnale di quella malattia, che un’anno dopo, trovandosi in viaggio in mare sopra un bastimento francese, [† 14-15.7.1881] lo tolse dal mondo, ed un comandante troppo du- /315/ ro lo fece gettare in mare, invece di custodirlo o depositarlo in qualche porto della Sicilia, come il publico dei passeggieri avrebbe voluto, cosa che fece poi parlare molto i giornali. (1a) Ciò sia detto di passaggio, per non ritornare sopra questo fatto. Ritornato in se intanto potemmo discorrere degli affari nostri.

conferenza con Monsignore Caro Monsignor mio, [mi] disse Monsignor Delegato, Voi avete potuto conoscere la mia malattia, come vedete, la mia vita non è lunga, voi non potrete rimanere molto tempo quì, come voi stesso non tarderete a persuadervene, perché troverete molti disturbi; suoi consigli oggi tutto il mondo [p. 363] ha veduto la vostra stanchezza ed il bisogno di riposo che avete. Se ne andarono, ma non sarà così domani, perché, non solo domani, ma per molti giorni non sarà possibile trattenerci insieme; meglio perciò che aggiustiamo presto i nostri affari, e che ci intendiamo bene frà noi mentre abbiamo tempo, potendo essere che voi stesso, vedute le cose, vediate il bisogno di andarvene in secreto, e quasi insalutato hospite. In quanto all’amministrazione temporale della vostra procura, io potrò dirvi poche cose, perché sei mesi fa essendo morto il Padre Elia [Scorich]  (1b), il quale ne teneva l’amministrazione da molti anni, ed essendo morto senza poter dire una parola, mentre io mi trovava in Europa; venuto, ho letto i registri, e mi parvero in regola; voi sapete che uomo era, e lo vedrete voi stesso: ecco tutto ciò che posso dirvi. Lascio perciò da una parte l’amministrazione per darvi alcune norme sopra il modo di regolarvi nel ricevere tutto il mondo che verrà a visitarvi in questi giorni. Io quì conosco tutto quello che si passa e si dice di voi dal giorno che è stata conosciuta la prossima vostra venuta; voi all’opposto venite dai vostri paesi selvaggi, dove poco o nulla si sa delle aberrazioni che dominano quì, e nella nostra povera Europa; penso bene [di] avvertirvi, affinché sappiate regolarvi. Molti di quelli che verranno a complimen- /316/ tarvi sono veri figli della Chiesa che vi venerano nel senso che meritate, come apostolo di Cristo, ma molti all’opposto sono di coloro che sono passati alle file dei nemici di Cristo. Ho voluto avvertirvi prima, perché così io rimango estraneo a tutto.

Il caro Monsignore Delegato mi fece conoscere molte cose che io non conosceva, e che quì non potrei tutto riferire. Quanto mi disse bastò per rendermi avvertito e cauto nel conversare, e nel promettere. [p. 364] visite moltiplicate Diffatti l’indomani del nostro arrivo in Caïro, appena spuntata l’ora, che le persone di un certo riguardo civile la mattina sogliono mettersi in movimento di visite, incomminciò una specie di processione alla porta del Convento grande (1c) di terra santa, dove io mi trovava alloggiato, le visite durarono tutto il giorno, e non cessarono più sino alla sera a due ore di notte. Appena si poté avere un poco di libertà nel mezzo giorno per un poco di refezione all’ora da tutti conosciuta che i religiosi sogliono andare in refettorio. Questa specie di processione durò due giorni intieri; furono due giorni passati a sentire complimenti sperticati di benvenuto al uomo apostolico, per i quali dieci eccetera non basterebbero, ed io ne aveva ben poco gusto, pago di inghiottirli come le pilole di kinino. Io riceveva i complimenti senza parlare, pago di dare una conveniente risposta di ringraziamento, adducendo per motivo il mio stato di poca salute, e di grande stanchezza da tutti conosciuta.

consiglio di un medico Monsignore Delegato per sollevarmi dalla stanchezza, ed ottenermi dall’opinione publica un poco di compatimento per [avere] poter ottenere qualche giorno di riposo aveva combinato col medico del Convento un progetto di cura, e nel tempo stesso aveva incaricato un suo fido di prendere nota dei progetti stati fatti nelle diverse visite, e la sera mi informava di ogni cosa. Si trattava di alcune visite in corpo di alcune [p. 365] Società particolari, fra le altre la Società geografica egiziana, quella degli italiani, quella dei Copti Cattolici ed altre simili, massime di alcune corporazioni religiose. Egli già conosceva tutto ciò che si pensava di fare, il pro ed il contro della publica opinione. In verità, diceva Monsignore, sarebbe stata una bellissima occasione di far buon’ufficio /317/ in molte questioni delicate, e sarebbe anche per me un gran servizio, ma, calcolata la vostra debolezza, doveva pensarvi due volte prima di sobbarcarmi [a tali impegni]. Non mancavano questioni scabrose, come, fra le altre certi progetti di molti dei nostri italiani di politica troppo ultra, e quella dei Copti contro il loro stesso Vescovo (1d). Caro Monsignor mio, risposi, io conosco la mia debolezza, e nel tempo stesso la mia insufficienza; il miglior partito sarà quello di andarmene al più presto dall’Egitto.

mie risoluzioni di partenza La risoluzione è presa; rivolto quindi al mio compagno di esilio, il quale, essendo ancora giovane, benché ammalato anche egli, si trovava più in forze, [dissi:] a che serve, mio caro, lasciarsi affogare in un pantano di miele? nei due giorni di riposo ordinato dal medico si finiscano i pochi affari di Kassala (2a) che ancora ci rimangono, mentre io scriverò a Roma le lettere che ancora ci rimangono per informare la S. C di Propaganda di tutti i nostri passi, e di tutte le ragioni imperiose che ci obligano a lasciare l’Egitto, via da tenere prenderemo al più presto la via di Ismaelia, e del canale per trovarci a Porto Saïd, dove ci imbarcheremo sopra il vapore che porta i Pellegrini a Gerusalemme per la Pasqua: [p. 366] una risoluzione presa a tempo vale una battaglia, diceva Napoleone primo, ed un movimento a proposito, è una vittoria riportata, ben soventi senza spargimento di sangue; ad un mondo armato di parole una scarica di belle parole può bastare; promesse agli amici tutti gli affari che hanno con noi tutti questi signori amici dell’egitto, sono nespoli che maturano sulla paglia, e che non patiscono dilazione, dissi al caro Padre Luigi Gonzaga, noi partiremo promettendo di terminare ogni nostro progetto al nostro ritorno da Gerusalemme, dopo [aver] celebrata la Pasqua al Santo Sepolcro con nostro Signore; tale deve essere il nostro linguaggio nel partire. Fatto il progetto, e presa la risoluzione, egli terminò gli affari progettati per Kassala, ed io, invece di riposarmi, mi sono posto a scrivere le [13-15-19.2.1880] lettere alla S. C. di Propaganda, ai superiori dell’Ordine, ed agli amici d’Italia informando tutti dell’itinerario nostro.

/318/ voto del pellegrinagio Il P. Luigi Gonzaga mio Segretario e compagno di tutte le tribolazioni, il quale non aveva ancora veduto e venerato Gerusalemme ed il S. Sepolcro fù indicibile la consolazione che provò in questa nostra risoluzione di partire per Gerusalemme. La sola speranza di compire il pellegrinagio di Gerusalemme, pare che mi abbia guarito da tutti i miei mali, disse, non tema che sbrigherò tutti gli affari, e come molti di questi signori appoggiarono a me la domanda per ottenere ulteriori udienze per ultimare i loro progetti, Ella non pensi più alle visite, perché io mi incarico anche di questo [p. 367] spinoso affare, rimettendo ogni cosa ad Allessandria per il nostro ritorno da Gerusalemme; Mateucci in Caïro
[dall’11.12.1880]
[fine 1877]
solamente Ella abbia tanta bontà di ricevere al più presto alcuni giovani ai quali ho promesso [l’udienza], fra i quali vi è Mateucci di Bologna, quello che andò con Gessi a Fadassi; per questo in particolare io La prego di vivo cuore, perché è un giovane così bene educato, e di una religione molto soda da meritarsi tutto, d’altronde sono certo, che Ella, appena l’avrà veduto, il di Lei cuore sarà preso di lui, e sarà contento d’averlo ricevuto. Quando è così, risposi al P. Gonzaga, fategli sapere di venire subito stassera e di venire da solo, perché così egli potrà spiegarsi più liberamente, ed io potrò essergli più utile coi miei paterni consigli. Il P. Guardiano del Convento, a cui Mateucci si era anche raccomandato, e che sapeva dove prenderlo, saputa questa mia disposizione di riceverlo, lo fece subito venire di quella stessa sera, e lo ricevetti di notte.

egli viene da me
[con Federico Bonola: mattino del 14.2.1880]
Io aveva in quel giorno preso la mia dose solita di tamarindi, e mi trovava molto stanco dall’operazione di questo rinfrescante, e pensava di cavarmela presto, lo ricevetti nella mia stessa stanza da letto, vestito ancora all’abissina con una camicia bianca in forma di abito cappuccino, cinto di corda secondo l’uso, colla mia croce vescovile al collo.

idee preconcette di lui
[commendatizie per Matteucci di Cairoli a M.: 1.11.1878;
di Propaganda 21.1.1877]
Dietro relazioni ricevute da Antinori, in Scioa, io aveva di questo giovane e del suo compagno Gessi delle idee preconcette, forze un poco esaltate, perché Antinori mi aveva parlato del loro viaggio sopra il Sennaar e sopra il Fasuglu [p. 368] guidati, anzi dominati da un certo impegno di prendere il passo alla Società geografica venuta per la via di Scioa, e che già si trovava in viaggio per Kafa. Io in Scioa mi era trovato nel bisogno di distruggere simili timori, assicurando Antinori, che giammai Mateucci e Gessi avrebbero potuto vincere la barriera Galla di Fadassi, e che sarebbero ritornati con un pugno di mosche, come arrivò a me trent’anni prima. Matteucci poi per parte sua aveva letto le mie memorie stampate, e viaggiando per la via di Fadassi, aveva naturalmente sentito parlare di me, e doveva sentire nel suo cuore un /319/ grande bisogno di vedermi. Aggiungerò a tutto ciò un fatto che risvegliò in me anche una gran simpatia per lui: sopra il vapore Messina un’uffiziale del bordo mi aveva dato le relazioni stampate di Matteucci e di Gessi, nelle quali questi due viaggiatori narravano le loro vicende del viaggio per Fadassi, e del loro ritorno, e che io di fresco aveva letto viaggiando alla volta di Caïro.

incontro con Mateucci Dopo tutto ciò il mio lettore potrà formarsi un’idea giusta del nostro incontro, perché trattandosi di un fatto di un valore relativo ed immaginario, sarebbe a me troppo difficile [a] descriverlo. Dirò solamente, che, entrato da me Matteucci, rimase circa cinque minuti in piedi quasi immobile coll’occhio sopra di me senza nulla dire; suoi complimenti e proteste egli contemplava me, come io contemplava lui: egli quindi incomminciò una specie di litanie di complimenti: non so, diceva, se io debba contemplare in Lei più la qualità di un viaggiatore, [p. 369] oppure quella di un’apostolo, o meglio quella di un padre, ma valga più di tutte quest’ultima, perché Ella, prima ancora che io nascessi, aveva già percorso tutte le strade da noi fatte, e tentato tutti i passi tentati da noi con tante fatiche, spese, e dispiaceri, ed il suo ritorno avrebbe dovuto essere per noi una sufficiente lezione per risparmiarci tante lotte inutili, ma noi non abbiamo voluto seguire il vostro esempio, credendo [di] saperne di più. Figlio mio, risposi io a Mateucci, lasciate queste vostre proteste: voi avevate ragione così facendo, perché io appartengo ai vecchi codini, e voi siete figli del progresso, ai quali è riservata la gloria di perdere la causa per mancanza di [inn]esperienza, e pagare le spese; la colpa non è vostra ma del secolo che corriam. Ma, figlio, lasciamo le cose passate che sono irreparabili, e pensiamo all’avvenire.

miei consigli a lui Caro Mateucci, io scorgo in voi una schiettezza tale che mi invita a prendere tutto l’interesse di Padre: ciò che ho sentito e letto di voi, mi averte che voi siete un giovane cristiano, e che avete parenti in Bologna che contano i vostri passi; e sospirando non vi perdono di vista. La qualità di Padre, colla quale mi avete voluto onorare, mi obliga a servirmi della mia esperienza per darvi alcuni avvisi. Mi rincresce che non esista qui il vostro compagno Gessi, il quale ha già fatto un passo falso, che gli costerà probabilmente la vita, oltre all’onore di mettersi al servizio di un governo, per cui [govematore di Bahr el-Ghazal: 1879-1880] egli non sarà più libero, e dovrà rassegnarsi a rimanere soggetto a persone che poco pensano al suo onore, ed alla sicurezza della stessa sua vita. Voi, o caro, siete ancora [p. 370] in tempo per misurare i vostri passi, e per raffrenare la febbre di una vana gloria che vi minacia una perdita molto più terribile di quella già avuta con Gessi in Fadassi. Per il grande interessamento che io provava in /320/ cuor mio in favore di questo giovane non ancor guasto, ne in materia di religione, ne tanto meno in morale, quanto non ho fatto per ritirarlo dalla sue esaggerate utopie! difficoltà da lui opposte ma tutto fù inutile, perché su questo terreno era un giovane fuori di se, epperciò mi sono limitato alle opportune esortazioni per premunirlo dai pericoli del miasma fatale che il viaggiatore dell’interno affricano suole incontrare come all’improvviso senza poterlo schivare, massime nel passaggio di certi fiumi, e di certe lande basse, insinuandogli le stesse precauzioni da me praticate. Quindi non ho lasciato di premunirlo sul modo di regolarsi coi popoli barbari; in questo però ho veduto che l’esperienza dei viaggi precedenti fatti con Gessi verso i galla di Fadassi l’aveva già abbastanza istruito.

Fatto ciò, e pagato questo tributo verso questo interessante giovane particolarmente raccomandatomi dal mio compagno, e da molti religiosi del Convento che lo amavano, ho cercato di finirla con lui per poter finire le mie lettere e pensare alla mia partenza già concertata. nuove istanze sue, e mio rifiuto Mateucci avrebbe voluto ad ogni costo ritornare con una quantità di altri giovani suoi compagni, ed il nome di alcuni distinti personaggi romani fra gli altri da lui citati avrebbero meritato tutto, ma ho amato meglio lasciargli nella speranza di compiacergli al mio ritorno da Gerusalemme. [A causa di] Questo mio piano di ritorno andato a monte per circostanze sopravenute, [p. 371] [come] si vedrà in seguito, io non ho più veduto il caro Mateucci. sua morte
[Londra: 8.8.1881]
ed onori avuti
In Roma ho sentito parlare di lui leggendo i giornali, ed ebbi il grande dispiacere di sentirne la [sua] morte, la quale sollevò un vero entusiasmo frà i figli dell’odierno progresso che vollero onorarlo come un mito del paganesimo odierno. suo sepolcro, mie ultime parole
[4-10.4.1883]
In Giugno 1884. essendo [io] passato per Bologna, ho voluto recarmi a benedire il suo sepolcro per compiacere i desolati suoi genitori, frà il pianto dei medesimi, arrivammo all’immenso cimittero di Bologna, che, fra i veduti da me in Italia ed altrove, merita certamente il vanto, dove, nel luogo di proprietà paterna fu costruito un bel monumento al nostro Mateucci. Come egli, al momento della nostra separazione in Egitto, era di una condotta cattolica irreprensibile, lodata dagli stessi religiosi di terra santa, ho creduto bene [di] dovergli fare una breve assoluzione mortuaria, alla quale fecero eco tutti gli astanti; dopo la quale ho detto poche parole di lode: Bolognesi, dissi io, voi avete conosciuto il nostro giovane Mateucci, l’avete conosciuto quando era un giovane studente che costò grandi sollecitudini ai suoi genitori, l’avete conosciuto fedele ai suoi doveri, buono, ed esemplare cristiano fra i suoi compagni, quando ancora balbettava idee grandi, quando egli vedeva tutto fiore nel suo avvenire di viaggiatore senza vederne le spine. Io all’opposto viddi gli ultimi suoi aneliti, /321/ seguito della mia parlata fra le spine delle sue sognate imprese; potrei anzi lagnarmi di lui, perché egli non mi ascoltò quando io voleva salvarlo alla sua patria ed ai suoi genitori, ma con ciò avrò io ragione? no, ed assolutamente no, anche acclamato da una società tutt’altro che cristiana, come l’avete veduto, di una società che ammirava in lui solamente i suoi sogni di calcoli: [p. 372] non riusciti: no, lo ripeto, non ho ragione lagnandomi di lui, perché come cristiano l’ho veduto più fedele di noi al suo Dio in mezzo a grandi pericoli; come eroe della scienza poi, perché vittima del suo programma eroico di vincere o morire, perché, secondo il sistema consacrato da Cristo sopra la cattedra eterna della croce, chi more fedele vince morendo, per essere eternamente vittorioso; ed è perciò che il solo cristiano può essere eroe e grande anche in servizio della sua Patria, quando egli intende servire a Dio ed a Cristo, anche servendo la sua Patria.

la Roma pagana e la Roma papale Roma pagana, lasciò, è vero, non solo in Roma, ma in tutto il mondo conquistato, eterni monumenti, ma fabricati col cemento della crudeltà e con materiali di schiavi schiacciati come formiche; essa soggiogò pressoché tutto il mondo allora conosciuto, ma lasciando sul campo di battaglia maggiori vittime di schiavi già divenuti sua proprietà, che non nemici caduti a fil di spada. Così fecero i faraoni fabbricando le piramidi ed altri monumenti che resistono alle vicende dei secoli. Ma la Roma dei Papi, la Roma delle basiliche, la Roma delle Chiese monumentali, come ha potuto conquistare il mondo? come ha potuto innalzare queste moli, le quali sono un documento del magistero della nostra Roma, non solo nella fede e nelle scienze, ma nelle arti di ogni genere? Qui sta il gran mistero che distingue la Roma pagana dalla Roma di Cristo e dei papi. l’apostolato di Roma Questa sola, anche lavorando a ribaffo del mondo e delle umane passioni, opera delle cose mirabili nel mondo colla sola predicazione della fede, colla speranza del regno eterno, e col fuoco della carità evangelica, colla grazia di Cristo che regenera il mondo, essa sola può tutto ed arriva a tutto. le missioni cattoliche e le civili Questa sola è la differenza che vi passa tra [p. 373] [tra] le armate apostoliche della Roma papale dalle missioni puramente civili dell’odierno progresso. Queste con mezzi colossali fanno poco, perché con mezzi puramente materiali, mentre quelle sine sac[c]ulo, et sine pera col solo obolo della carità, animato dalla fede e dalla grazia fa mirabilia. Mateucci e Gessi Ora o Bolognesi, permettete una confessione che in me è un sacro dovere: se il nostro Mateucci, col suo compagno Gessi fossero stati due apostoli, mandati dalla Roma papale, a quest’ora sarebbero non solo in Kafa, ma al di là di Kafa verso la meta della spedizione equatoriale a misurare i bordi del lago Vittoria, dopo aver lasciato /322/ tracie di fede e di apostolato cristiano lungo la via, ma essi erano semplicemente inviati civili, con mezzi materiali e civili, mossi da passioni semplicemente mondane e di gloria; questa è l’unica ragione per cui questi due giovani, dotati per altro di bellissime qualità naturali, il Mateucci morto sulla brecia della sua missione, si trova in questo sepolcro coronato di rose dai suoi compaesani, e benedetto dalla Chiesa, perché morto Cristiano, mentre il sepolcro [Gessi: † Suez: 30.4.1881] del suo collega Gessi, passato al servizio di altra nazione infedele, si trova dimenticato altrove. Che Iddio gli abbia tutti [e] due in pace.

Il mio lettore intanto si abbia in santa pace questa mia, forze troppo lunga digressione, come un tributo ad una persona troppo conosciuta e da me molto amata, mentre io colla mia penna me ne ritorno al Caïro per continuare la mia storia, già arrivata verso il suo fine. Partenza per Ismaelia
[25.2.1880]
Congedato dunque il nostro Mateucci, di quella stessa sera si presero tutte le misure e si fecero i preparativi per la nostra partenza [del]l’indomani [p. 374] per la prima partenza del treno per Ismaelia, per schivare una gran quantità di visite che ancora rimanevano, e sopratutto per levarmi da certi affari e commissioni odiose che si stavano preparando da alcuni dei nostri cattolici per Roma. sciopero delle vetture La mattina, appena si fece giorno, si mandò a cercare la vettura per portarci alla stazione per l’ora conveniente, perché, per me sarebbe stato impossibile recarmi a piedi, essendo la stazione abbastanza lontana dal centro del Caïro dove si trovava il quartiere Moschi, dove era il Convento, ma venne la risposta, che nella notte era stato publicato lo sciopero delle vetture con gravi minacie ai vetturini [crumiri] di essere presi a pietre o a bastonate; si fecero subito cercare vetture private di amici, ma anche quelle per quel primo giorno temettero di mettersi in strada, prima che il governo non avesse presa qualche misura. Era quella la prima volta che si manifestava lo sciopero in Caïro, cosa affatto nuova e sconosciuta da quelli stessi che lo facevano. Vollero farlo fare dai vetturini per colpire l’aristocrazia dei ricchi e degli impiegati. Io venuto dall’Africa non [ne] conosceva ancora il significato del nome medesimo, ed ho dovuto farmelo spiegare da Monsignore Delegato.

una lezione sopra lo sciopero Questo Prelato non si stupiva della mia ignoranza, epperciò mi spiegò tutto il mistero: è questo, mi diceva egli, uno degli annelli della gran catena, colla quale i fautori del nostro progresso, sotto nome di libertà, vogliono incatenare, non solo gli uomini della nuova società divenuta libera, ed augusta padrona nel mondo, ma incatenare gli stessi grandi centri o città. Per me non vi volle altro, perché prima [1846] di partire dal Piemonte per l’Africa, già era stato [p. 375] ammaestrato da alcuni /323/ mie antiche esperienze Massoni e rivoluzionarii convertiti, i quali mi avevano spiegato tutta la tela ordita dal sistema della nuova rivoluzione, già fin d’allora meditata e preparata. Allora compresi subito il gran passo fatto dalla società divenuta popolo sovrano, cioè una machina d’orologio tenuta da una mano sola internazionale, la quale aveva fatto un solo impero di tutto il mondo civilizzato. Io rimasi stordito, come, non solo il basso popolo, ma tutti i grandi magistrati ed i Re medesimi, siansi lasciati prendere nel lacio e divenuti veri schiavi della gran società internazionale detta massoneria. Allora piansi la [mia] sortita dall’Etiopia, dove ancora vi regnava un poco di libertà, e per rientrare nella vera schiavitù dell’impero massonico, il quale aveva fatto del nome di libertà un sinonimo di schiavitù, impadronitisi della stessa Crusca.

arrivo alla stazione Intanto, ritornando al mio viaggio, le misure prese, e le parole date, anche per lettera, non permettendomi di ritardare la mia partenza, non trovandosi vetture tutto il mio accompagnamento montò sopra gli asini, e per me fu carcata una portantina chiusa, e così si poté arrivare per tempo alla stazione, dove con tutta facilità si poté trovare un compartimento a parte con piazza gratis dall’amministrazione, nella quale si trovavano molti impiegati nostri cattolici, antichi giovani educati dai Fratelli delle Scuole Cristiane, i quali mi conobbero più volte nel mio passaggio, e mi sentirono [a] predicare. un principe borghese Per lo stesso convoglio partivano molti giovani italiani per la massima parte forestieri, fra i quali uno dei figli del Principe Borghese di Roma. Questi avendo sentito che io aveva un compartimento a parte, bramando di conoscermi e passare qualche tempo con me, mentre stavamo aspettando [p. 376] il fischio della machina per la partenza si presenta al finestrino del compartimento un principe Borghese di Roma pregandomi di lasciarlo entrare nel nostro compartimento riservato, unicamente per desiderio di parlare. sue domande e mie risposte Avendo aderito con sommo piacere, passammo insieme tutto il nostro viaggio sino ad Ismaelia, e dette alcune parole sulle antiche conoscenze della sua casa (1e) mi parlò del progetto del suo viaggio per Kartum e Kordofan. Io per contentarlo ho incomminciato per raccontargli fedelmente il mio sistema, e tutte le mie precauzioni, appena arrivato a Berber confine del Suddan sino a Kartum; ciò non ostante, dissi, fui preso dalla febbre che mi durò più di tre mesi, con attacco più dolce ed interpola- /324/ to, a misura che ripeteva la mia cura. Devo però farLe osservare che io sono arrivato nel Suddan circa la metà di 7.bre, epoca in cui già era sviluppato il miasma. Se Ella dunque sarà davvero risolto di andarvi si guardi dai [miasmi;] di non trovarsi la nei quattro mesi di Agosto, 7.b[r]e, 8.bre, e 9.bre, ma se mi ascolta se ne ritorni in Patria. Se poi vorrà andare a Kartum, là troverà da consigliarsi prima di andare più in là, ma badi bene, che lande di cattivo miasma si trovano dappertutto, ed innoltre vi possono essere pericoli di nemici, massime per europei, e per chi non conosce le lingue del paesi. Ella facia consiglio col suo fratello prima di esporsi [ai pericoli]. Pare che [che] questi miei consigli non siano [non siano] stati senza frutto, perché il Principe Gian Battista che aveva parlato con me [1880] ritornò prima a Roma portando con se uno schiavetto nero (2b) appartenente al suo fratello Camillo, il quale lo seguì quasi dello stesso anno.


(1a) Tutti i giornali d’Italia alzarono la loro voce sopra questo fatto condannando il Comandante del Vapore, il quale non volle, ne conservare, ne consegnare il cadavere del morto Monsignore a qualche porto vicino di Sicilia, oppure d’Italia, ma lo volle gettare in mare contro il voto generale del bordo. La sua malattia cronica conosciuta in Italia, non poteva macchiare la patente netta del vapore colla sua morte. [Torna al testo ]

(1b) Il Padre Elia, venuto [1860] dall’Albania con Monsignore Pasquale Wicicci predecessore di Monsignore Ciurcia nella delegazione apostolica di Alessandria d’Egitto, fu Vicario generale dei due Delegati apostolici per lo spazio di 15. anni e più, uomo acclamato universalmente da tutti nel suo saggio governo, questo Padre nel 1879., mentre consegnava ad una religiosa una dichiarazione per il posto sopra i vapori, cadde di apoplessia fulminante senza dare più segno di vita. Questa morte così improvvisa fù l’ultimo tracollo al povero Monsignore Ciurcia, il quale lo seguì un anno dopo, anche per un colpo come improvviso, trovandosi in mare. [Torna al testo ]

(1c) In Caïro due sono i conventi, uno è chiamato il Convento grande, detto anche di terra santa, dove si trova la parrochia latina per gli europei. Il secondo dicesi il Convento piccolo, il quale è incaricato particolarmente dei Copti; nella Chiesa di questo ultimo vi sono i due riti[:] [dei] latini e Copto, cioè antico egiziano, perché la parola Copto deriva dalla parola Egitto, pronunciata in alcune lingue orientali Ghept. Il Convento grande si dice di terra santa, perché prima che vi fosse un Vescovo, la giuri[s]dizione apparteneva al Custode di Terra Santa di Gerusalemme. [Torna al testo ]

(1d) Il popolo orientale, anche laico, suole mischiarsi molto [in affari] di sacristia, e fa soventi partito contro il suo clero. È divenuta questa una necessità nata dall’eresia. Il clero eretico, scossa la giuri[s]dizione ecclesiastica, è divenuto naturalmente schiavo del popolo. In fondo nella popolazione laïca si sente il bisogno di occuparsi della fede, perché è molto religiosa; questo in essa non è un demerito, ma piuttosto una punizione divina contro il clero eretico, il quale ha creato una certa anarchia ecclesiastica. Nel civile nasce l’anarchia a misura che cessa il potere. [Torna al testo ]

(2a) Questione di alcuni regali per il nostro armeno di Kassala. [Torna al testo ]

(1e) Nel 1846. ho fatto conoscenza colla prima moglie del Principe Marco Antonio Borghese, la quale fu presente alla mia consacrazione, e volle regalarmi il suo obolo. Questa matrona, venerata dalla città di Roma come santa, morì alcuni anni dopo la mia partenza. Il Principe suddetto, passato a seconde nozze, ebbe molti figli maschi, fra i quali i mentovati da me. [Torna al testo ]

(2b) Lo schiavetto quì mentovato è stato solennemente da me battezzato nella cappella della Rufinella in Ottobre 1881. col nome di Fortunato, il quale è ora cresciuto, ed amato dai suo Padrone Don Camillo; esso fin quì ha mantenuto sempre una condotta cristiana molto consolante, e spero che Iddio lo conserverà. [Torna al testo ]