/377/

44.
In Goggiàm: alla corte di Tedla-Gualu
con il traditore Abba Fessah.

lettera a degiace Tedla, e sua risposta Io intanto ritornato in Assandabo ho voluto godere i pochi giorni di tempo per mandare Abba Joannes in Gogiam a Tedla Gualu, onde prepararmi secretamente la strada [p. 492] per Massawah. Io non faceva altro nella mia lettera che annunziare a questo principe nostro amico il mio passagio per il suo paese, onde assicurarmi che nulla mi accadesse coi suoi impiegati, senza fissare l’epoca di questo mio viagio. Questo Principe mi fece una risposta molto cortese, colla quale egli si dichiarava dispotissimo a lasciarmi passare, ed anche a proteggermi, quando fosse stato il caso; ma che intanto egli bramava di vedermi, promettendomi di lasciarmi subito in libertà per proseguire il mio viaggio. Io avrei potuto fare senza questo permesso, come ho poi fatto l’anno seguente, ma ho creduto necessario di farlo per due ragioni.

una ragione di quella lettera La prima ragione era quella del mio esilio. Benché i principi dell’Abissinia avessero per me molti riguardi e chiudessero gli occhi nel mio passagio, come già fecero altre, volte, essendo il mio esilio una cosa più [più] ecclesiastica che civile, come cosa [cosa] fatta ad istanza del Vescovo eretico. Tuttavia occorrendo di trovarmi preso dai satelliti di Abba Salama, io avrei avuto bisogno dell’assistenza dei principi per sortirne franco, [p. 493] come acadde al P. Felicissimo nel 1853. quando fù arrestato nelle vicinanze di Adoa e tenuto tre mesi in prigione da Abba Salama, e liberato poi da Degiace Ubiè. Il solo caso di aver bisogno del principe a questo scopo, essendo di natura sua una cosa odiosa per lui, perché lo metteva in collisione col Vescovo, conveniva che il principe fosse avvertito. Fù per questa ragione che io prima già ne aveva scritto allo stesso Imperatore Teodoro, come si è detto.

una seconda ragione ancor più forte. Oltre questa ragione ve ne era ancora un’altra molto più grave e delicata, ed era quella di Abba Fessah sacerdote indigeno appartenente alla missione lazzarista e passato ai Galla con un permesso molto dubbioso. /378/ Divenuto questo sacerdote scandaloso, e sospeso da due anni, io era obligato a tenerlo con me e farlo indirettamente custodire per assicurarmi che non facesse scandali gravi guastandomi la gioventù sia della casa che dei vicini. Tutto già era inteso con lui, che sarebbe partito con me sino al paese suo, dove l’avrei aiutato, se voleva restare, ed in caso diverso l’avrei mandato a Gerusalemme; la cosa doveva passare in buona armonia fra noi; ma con simili soggetti che hanno dato l’anima al diavolo, antichi alumni del Vescovo Salama, assuefatto a tutti i disordini, chi può credervi? Per questa ragione ho dovuto passare d’intelligenza secreta col governo, per ogni [p. 494] caso di averne bisogno. Io però doveva portarlo onoratamente come un mio compagno di viaggio. Gama [come] conosceva questo individuo intus et in cute, e sapeva il grave bisogno che aveva io di disfarmi di lui. Venuto il momento di parlare con lui di questo mio viaggio, che io diceva a lui [di fare] semplicemente sino alla costa, con promessa di ritornarvi subito; a lui solo in secreto ho aperto tutto il mistero sul punto di Abba Fessah, e mi sono fatto promettere con giuramento, che in ogni caso che questo individuo tradisse, e che tornasse indietro, non mancasse di legarlo e tenerlo sino al mio ritorno, onde assicurarmi che non comettesse scandali maggiori.

monsignore Cocino chiamato in Gudrù.
mio congedo provvisorio.
Fatte tutte queste operazioni, e venuto Monsignor Cocino da Lagamara per le ultime conferenze con lui. Rimesse a lui tutte le chiavi degli affari, sia della missione del Gudrù, sia delle altre missioni del Sud, mi sono congedato dalla famiglia, e dallo stesso Gama con titoli provisorii, passo il Nilo, dissi a tutti, unicamente per combinare alcuni affari con Degiace Tedla, e ci rivedremo. Lo stesso Abba Joannes, il quale aveva portato la lettera al suddetto principe, egli stesso non sapeva tutto [p. 495] il contenuto. Monsignor Cocino solo conosceva tutto il piano del mio viaggio; tutti gli altri supponevano [trattarsi] solamente [di] affari col Gogiam, o al più al di là per aggiustare alcuni affari d’interesse che tutti conoscevano esistere in Gondar, con alcuni gran mercanti di Gondar, i quali, solevano occuparsi delle corrispondenze colla costa. Collo stesso Abba Fessah, che doveva partire con me, [avevo lasciato intendere che] era solamente un tentativo che io faceva, ma non era ancora il caso di partire. Tutti questi misteri erano necessarii per mantenere vive le speranze di tutte le missioni incomminciate, ed ingannare la politica dei nemici di Gama, e della pace attuale del Gudrù. Partiva con me, oltre ad Abba Fessah, anche Abba Gualù, un buon vecchio che godeva molta venerazione in Gogiam, massime alla corte di Degiace Tedla.

/379/ Workie Jasu e i suoi figli Sciararù e Zalaca Vorkie Jasu, l’antico Signore di Zemiè, e mio grande amico, di cui si parlò molto anticamente, egli si trovava in Gudrù con Gama, come uomo appartenente al partito dell’imperatore Teodoro, e che non aveva ancora fatto la pace con Degiace Tedla. I suoi figli Sciararù e Zallaca erano [p. 496] [erano] tutti [e] due al servizio di Degiace Tedla. sistema dei due padroni in politica Nei paesi dove regnano due politiche contrarie, è per lo più un calcolo delle grandi famiglie di tenersi divise in due; una parte serve ad un partito, e l’altra ad un’altro. Così Workie Jasu antico servo di Teodoro si ritirò in Gudrù aspettando il ritorno dell’imperatore; i due suoi figli Sciararù e Zallaca, ed il suo fratello Adenù si trovavano al servizio di Tedla Gualu. È questo un’uso, o sistema abissino; dopo la caduta dell’impero in Abissinia, essendo divenuto il paese nelle mani del più forte, e cangiando [di] padrone da un giorno all’altro, caduta la base della monarchia, la quale da molti secoli faceva la fortuna, e la richezza del paese, la monarchia diventò una veste da teatro, il paese fu assassinato dalla guerra civile, ed alcune famiglie dell’antica gerarchia, o aristocrazia per mantenersi diventarono come buratini di tutti i partiti.

l’Abissinia in confronto con l’Europa La povera Abissinia [non] ha mai avuto, ne la fede per guida, ne la moralità per regola, ne nessuna specie di civilizzazione; epperciò è da compatire che sia divenuta una vera banda di ladri, e di assassini, [p. 497] caduta più bassa dei poveri galla pagani, presso i quali, detto abissino, detto ladro ed assassino è la stessa cosa, perché si distruggono a vicenda e cadono sopra i paesi meglio regolati e disciplinati per mangiare del pane. I nostri paesi con un capitale di fede e di educazione cristiana sono invece inescusabili camminando sotto due bandiere, e servendo ai due padroni. In Abissinia è questione solamente di cangiare padrone fra i due più forti senza diritto precedente, essendo l’Impero caduto da quasi due secoli; non si parla là, ne di fede ne di religione, ne di ordine sociale, ne di morale publica. Quì invece è questione di ingrossare le file del paganesimo contro il cristianesimo, del prepotente contro il povero, e dell’assolutismo contro la vera libertà. Fin quì qualcheduno meno avveduto ha potuto lasciarsi cogliere in buona fede; oggi poi che la guerra è dichiarata quasi legalmente, è una vera apostasia quella delle due bandiere e dei due padroni. In due parole, quì han proclamato il popolo sovrano per nessun altro motivo che per segnare e proclamare la sua futura schiavitù ad un governo senza pietà, e senza misericordia.

Ritornando ora al nostro argomento, Tedla Gualu sopra tutto il paese del Gogiam aveva dei titoli molto più giusti di quelli che aveva Teodo- /380/ ro sopra tutta l’Abissinia. Workie Jasu [p. 498] il quale aveva servito fedelmente alcuni anni [a] Teodoro, come vecchio, non volle più cangiare padrone, mandò i suoi figli a Degiace Tedla, ed egli si esiliò da se stesso in Gudrù. Tedla Gualu rispettò la prudenza del vecchio e lo lasciò in pace. mia partenza da Assandabo
[metà mag. 1862].
Io dunque con secrete raccomandazioni di Gama e di Workie Jasu, partito di notte da Assandabo, ho preso un poco di ristoro alla casa dello stesso Workie, e dopo, accompagnato dal suo fattore e dai nuotatori di questa casa, sono disceso al fiume. Era grande la quantità dei mercanti; non mancavano molti dei nostri cattolici, i quali sul momento aggiustarono ogni cosa, ed in meno di mezz’ora io mi trovava già alla riva opposta portato da una quantità di nuotatori.

passagio del Nilo Il mio passagio del Nilo fece un’impressione nel publico, ma gli uomini di Workie Jasu prevennero la carovana spargendo [la voce] che io mi recava dal Principe per la pace di Workie, e così tutti si calmarono. La sera i cattolici vollero darmi la cena, dopo la quale ebbe luogo il catechismo a la preghiera sul bordo del fiume. arrivo a Zemiè; La mattina, fatta una breve preghiera, e preso un poco di caffè siamo partiti prima del sole, e siamo arrivati a Zemiè dopo le nove, quando il mercato incomminciava a prendere qualche movimento. Ato Walde Ghiorghis fratello di Workie [p. 499] era alla testa del governo, e mi ricevette in casa sua, dove esistevano alcuni dei nostri cattolici. Non mi trattengo in racconti particolari sul ministero esercitato in Zemiè, e non parlo delle cortesie ricevute per non ripetere sempre quasi la medesima cosa, basti il [dire] che in Gogiam io viaggiava da un’amico all’altro, e posso quasi dire da un nostro cattolico ad un’altro. alcuni sospetti di abba Fessah. Una sol cosa merita di essere notata, verso sera venne una persona, e mi domandò che uomo era quello che veniva con me; ho risposto così freddamente che era un monaco del Tigrè venuto nei paesi galla, ed ora pensa [di] ritornare al suo paese. Io non so, disse quella persona, ma pare che egli non sia una persona vostra, e sarebbe bene avere l’occhio aperto, perché dice delle cose che si contradicono. Pensando io solo al passo che voleva fare, non ho voluto darvi gran peso per non sollevare questioni delicate.

arrivo a Naura;
indi l’indomani a Lieus.
L’indomani mattina siamo partiti da Zemiè e siamo montati sull’alto piano a Naura alla casa di Sciararù figlio di Workie, dove parimenti abbiamo passato la giornata, perché si trovava colà qualche cosa da fare del ministero. Il giorno appresso da Naura siamo andati ad un’altro villagio poche ore lontano, vicino al gran Santuario di Lieus Michele, parimenti [p. 500] alla casa di un’altro amico, cioè il Padre della moglie di Sciararù, tutte persone che io conosceva. non sono andato a Lieus per prudenza. Era quella la seconda volta che io passava vicino a questo Santuario, dove aveva molti conoscenti, /381/ ed anche amici, avrei bramato di vederlo, perché esiste la una bella chiesa secondo il gusto del paese; ma siccome era una specie di città piena di dotti abissinesi, sarebbe stato per me un luogo troppo critico, per il pericolo di sollevare qualche questione troppo delicata da compromettere anche la pace col principe, ho voluto passare avanti. L’indomani di notte sono partito, ed il padrone di casa mi condusse ad una chiesuola solitaria chiamata Devra Job. (ritiro di Giobbe) Il clero della chiesa mi ricevette molto rispettosamente, e la sera mi diede una cena molto sontuosa in proporzione del paese.

nostro arrivo a devra Job.
abba Fessah e abba Tekla Haïmanot
Devra Job era distante appena qualche ora da Monquorer città di Degiace Tedla più verso il Sud-ovest. Discorrendo con alcuni del clero, non conoscete voi, mi disse, Abba Tekla Hajmanot, egli è un Santo, il quale resta continuamente dentro una grotta quì vicina; il principe viene a visitarlo e passa delle ore con lui. Quando Abba Tekla Hajmanot va alla corte, tutti, persino i grandi, [p. 501] tremano in presenza sua, e gli baciano i piedi. Appena ho sentito il suo nome, mi sono orizzontato e mi ricordai di quanto ho sentito alcuni anni avanti a suo riguardo; era niente meno che un romito, il quale passò alcuni anni nel deserto, e Degiace Tedla lo fece venire, e lo manteneva a sue spese lautamente. Tutta via io feci finta di nulla sapere, dicendo che io [ero] forestiere, e non conosceva il paese. Il mio vecchio Abba Gualu però sarebbe stato d’avviso di fargli una visita, essendo una persona, come diceva, molto pericolosa, io l’avrei fatta, quando lo seppi era troppo tardi. Arrivò intanto l’ora della cena, e quando sarebbe stato il caso di mangiare, Abba Fessah non si trovò in casa: l’ho veduto, disse uno, che discendeva alla grotta di Abba Tekla Hajmanot. Mentre io mangiava, ecco che arriva Abba Fessah, il quale, sono andato, disse, a fare una visita ad Abba Tekla Hajmanot, ho portato i suoi saluti; così finì la storia del giorno.

partenza da devra Job L’indomani, giorno di Domenica sono partito di notte, cioè all’alba di quei paesi, appena un quarto d’ora prima del sole. Quando partimmo Abba Fessah non si trovava, forze sarà andato, dissi, a salutare il monaco suo amico, andiamo, egli ci raggiungerà. siamo chiamati, e si avvicina il monaco famoso. Difatti [p. 502] non eravamo ancora lontani un kilometro [che] Abba Fessah arriva, ma dopo di lui lo seguivano altre persone. Era difatti abba Tekla Hajmanot con alcune altre persone di distinzione, le quali ci seguivano e ci chiamarono. Ci siamo fermati subito, ed ecco che si avvicina quel monaco in gran tenuta abissina, ed incommincia per rimproverarci di essere partiti di domenica prima della S. Messa. Sperava, dissi, di arrivare per tempo alla Chiesa di Monquorer. Come un vescovo passa così per il nostro /382/ paese senza esser chiamato? [mi rimprovera il monaco:] Non sapete che io potrei farvi arrestare? [Io ribatto:] Eccomi pronto, padre mio; solamente sappiate che sono chiamato dal Principe. Ebbene quando è così andate, [dice l’altro,] e si vedrà poi dopo. Così, congedati da lui, siamo partiti.

nostro arrivo a Monquerer
[fine mag. 1862]
Siamo arrivati a Monquorer verso le nove. Il mio vecchio Abba Gualu già in conoscenza col principe andò ad annunziare il nostro arrivo mentre il principe stava recitando il suo Salterio; egli fu subito introdotto, e lo ricevette con molta cortesia. Gli diede subito un calatie [o portaparola], [p. 503] il quale ci portò sul momento ad una casa con cortile chiuso mediocremente propria. Diede subito ordine, affinché ci fosse amministrato il necessario ed una guardia per custodirci, secondo l’uso di simili case, e portasse la parola in caso di bisogno; andate, disse, riposatevi e poi ci vedremo; ciò detto continuò a recitare il suo Salterio. un freddo ricevimento. Io mi aspettava da un momento all’altro di essere chiamato, ma si passò la Domenica, nel qual giorno vennero molte visite di officiali, ma il principe non si vidde. Il mio vecchio Abba Gualu, il quale conosceva il gran desiderio che il Principe aveva precedentemente dimostrato di vedermi, incomminciò a dubitare, che il diavolo avesse [non avesse] già guastato l’affare.

nostre inquietudini. È naturale ai grandi d’Abissinia di esternare gran desiderio di una cosa, ma poi disprezzarla quando l’ha[nno] ottenuta. Io attribuiva una simile freddezza a simile educazione, ma invece mi accorgeva che il mio vecchio si dimostrava ogni volta più inquieto sopra la nostra posizione. Il nostro Abba Fessa[h] stava un momento con noi, fingendo anch’egli una certa inquietudine [p. 504] ma poi egli andava e veniva, come persona che ha degli affari particolari. Il trattamento era polito, visite molte insignificanti di persone della casa del principe, ma intanto nulla di nuovo; mi trovo col principe
[2.6.1862]
solamente Lunedì mattina fui chiamato dal Principe, il quale mi fece alcune domande indifferenti e poi mi congedò politamente dicendo che mi avrebbe chiamato più tardi. Il famoso monaco Abba Tekla Hajmanot era venuto da Devra Job e fece una lunga conferenza con Tedla Gualu. Poco dopo fu chiamato Abba Fessah, il quale rimase qualche tempo. Il mio vecchio che aveva degli amici faceva anch’egli le sue visite d’esplorazione, ma niente di decisivo.

visita di Zalaca, dell’afanegus. Zallaca figlio di Workie volle regalarmi [di] qualche piatto portatomi da sua moglie [che] si gustò, ma intanto il cuore non era tranquillo. Viene l’Afa negus (procuratore della casa)[:] molti complimenti, ma tutte cose insignificanti. conferenza coll’afanegus Solamente disse al mio vecchio: che questione avete con Abba Tekla Hajmanot? Allora il mio vecchio gli spiego il /383/ mistero di Devra Job. Quel vostro compagno che va e viene, che uomo è, [aggiunse,] domandò ancora il [p. 505] Procuratore del Principe, ed Abba Gualu gli rispose che era una persona del Tigrè, il quale pareva inclinato a ritornare al suo paese. Allora, presi io la parola e dissi la cosa come era. io non ho affari col Principe, solamen[te] era venuto per ossequiarlo, e continuare il mio viaggio. Il principe ha sempre avuto una gran stima per Lei, disse il Procuratore del Re, oggi non so cosa dirmi di questo suo silenzio; come Ella deve sapere, nel nostro paese chi comanda sono i monaci. Si passa il giorno in queste incertezze, e la sera si stabilisce nel cortile un corpo di guardia, senza però nulla dire, ne pro ne contro. Il mio vecchio Abba Gualu incomminciò ad essere molto inquieto, e dubitare di Abba Fessah.

abba Fessah vien di notte Nella notte questo scaltro agitatore venne a trovarmi, e mi disse: Senta, padre mio, io credo che il Principe non lo lascierà partire tanto presto, perché desidera molto di parlare con Lei. Se Ella mi lasciasse libero, quasi che io sarei disposto a partirmene tutto solo verso il Tigrè. Molto bene, risposi io, domani ne parleremo. Al sentire questo io incomminciai a dubitare che veramente vi fosse qualche cosa; ma intanto [p. 506] non ho voluto in quel cattivo momento dargli motivo di realizzare ciò che forze non era che un mio sospetto; me ne restai in silenzio contentandomi di pensare a ciò che sarebbe accaduto. fuga di abba Fessah Ma pur troppo non mi sono sbagliato, perché egli non si vidde più; lasciò a noi la sollecitudine del pensiero doppio, sulla strada che ha potuto prendere, e del male fatto prima di partire, cosa che ancora non si poteva sapere. deposizioni posteriori Stando io ora alle deposizioni fatte da Abba Tekla Hajmanot, e da Degiace Tedla alcuni mesi dopo, ecco cosa fece Abba Fessah: la sera del nostro arrivo a Devra Job, egli andò dal monaco e gli disse: io sono una spia del vostro Vescovo Salama; tutti credono che io sia un Prete di Abba Messia, perché io stava con lui, e godeva della sua confidenza. Io fingendo di voler ritornare in Tigre sono venuto con lui dal Gudrù per avvertire Degiace Tedla, che questo uomo è inteso con Teodoro, [e] vuole andare da lui per insegnargli il modo di prendere il Gogiam, ed i paesi Galla. Avvertite il Principe, egli saprà cosa fare.

Abba Tekla Hajmanot della stessa notte mandò subito un corriere al Principe. Il corriere arrivò a Monquorer della stessa sera, mentre il Principe se ne stava in conversazione [p. 507] coi suoi fidi consiglieri, ai quali fece vedere la lettera, e disse loro: il consiglio di degiace Tedla io terrò a bada Abba Messia per qualche giorno in modo onorevole, voi tenete dietro a questa spia, e sappiatemi dire che uomo è per vedere il peso che dobbiamo dare alle sue parole; perché altrimenti noi ci esporremo al pericolo di fare /384/ delle publicità contro quest’uomo venerato da tutti, e di doverci poi ricredere. Ciò posto è un miracolo che Degiace Tedla non mi abbia caricato subito di catene e mandato sulla fortezza di Gibellà come un prigioniere di stato. All’opposto seguitò ad onorarmi, ed esternava la sua gran pena di non potermi trattate con tutta quella confidenza che aveva pensato nel suo cuore. Fra i consiglieri del Principe si trovava uno chiamato Maquonen parente di Workie Jasu, e tutto amico di Gama, il quale conosceva in detaglio tutte le storie della nostra missione. È a questi che io debbo le misure di moderazione usate in quella circostanza da quel governo.

nostre grandi pene. Ritornando ora al corso della nostra storia, noi [non] sapevamo nulla di tutto questo, e trovandoci sotto la pressione di una custodia per parte della polizia, e tale che non eravamo neanche più padroni di sortire da soli per gli stessi nostri bisogni naturali, lascio considerare quale non doveva essere la nostra afflizione. [p. 508] un momento la mia imaginazione cercava di seguire le tracie del Giuda fugitivo, e del male che poteva fare. Un’altro momento essa volava alla costa di Massawah, dove faceva passare ad una ad una tutte le cattive notizie possibili, ed inventate anche dal diavolo per sempre più conturbare e disordinare l’opera di Dio; di quest’affare, diceva fra me stesso, si parlerà in Egitto, se ne parlerà in Roma, e se ne parlerà in Francia. Un’altro momento essa entrava nel cuore dei singoli figli carissimi dispersi di quà e di là nelle diverse stazioni della missione, e ne vedeva i palpiti, e le tentazioni di scoragiamento. L’ultima stazione poi era sempre quella del Calvario e della croce, la quale terminava con una corona di fiat voluntas tua.

ricerche del governo sul conto di abba Fessah Fratanto il governo del principe non dormiva a questo riguardo, e se guardava me gelosamente e cortesemente, non lasciò di spingere dietro al nuovo Giuda una turba di poliziotti per acertarsi della sua condotta. Uno di questi mandato da Ato Maquonen a Devra Job riferì che Abba Fessah la sera stessa della sua fuga passò la notte in mezzo a tutta quella gioventù che imparava il canto e raccontava tutte le sue campagne passate nella pentapoli [p. 509] della casa di Abba Salama, senza rispettare neanche il vescovo suo padrone, per disporre alcuni di quei giovani a secondarlo, e come la mattina lo seguì un giovane diacono partito con lui alla volta di Basso, dove fu trovato poi e condotto subito al principe. notizie a noi pervenute di rimbalzo A noi si tenevano nascosti questi documenti, ma non mancava di arrivarcene qualche piccola briciola per mezzo di Zallaca nostro figlio. Questi teneva come certo che Abba Fessah avesse preso la via del Gudrù. Dello stesso sentimento pareva che fosse lo stesso principe, il quale al sentire tutte le infamità che Abba Fessah aveva raccontato /385/ sul conto del Vescovo Salama, è impossibile, disse, che quest’uomo pensi di andare verso Gondar con simili precedenti che possono arrivare alle orecchie del Vescovo Salama; È dunque anche una bugia quella di farsi credere una spia di Abba Salama.

il nostro Zallaca nipote di Maquonen Il nostro Zallaca nipote del consigliere Maquonen ci portò ancora altre notizie che [mi diceva egli:] finivano per distruggete la maggior parte delle [delle] imputazioni o accuse contro di Lei. Prima di tutto fù trovato in Basso un mercante, il quale conobbe Abba Fessah in Ghera nell’epoca che egli fu caciato da quel paese come convinto dai cristiani di gravi infamità colla gioventù; nuove notizie sul conto di abba Fessah. questo mercante fù subito chiamato [p. 510] alla corte e fece una narrativa completa delle cose mirabili che ebbero luogo colà [in Ghera] sul principio [della nostra missione]; quindi dopo la mia partenza per Kafa per mancanza di buoni preti avendolo lasciato colà fece tanti scandali che i cristiani in massa lo caciarono via. Dopo di che essendo stato scomunicato nessuno più lo considerava come Prete. Dopo di ciò Ato Maquonen, parlando appunto col suo nipote Zallaca, si orizzontò d’averlo conosciuto in Zemie nel mio passagio. [Diceva:] Ma questo Abba Fessah io l’ho conosciuto in Zemiè: egli era sortito da Abba Salama, e venne quì per prendere le ordinazioni da Abba Messia. Prese che ebbe le ordinazioni in Gudrù ripassò quì per andare al suo paese; egli tutt’altro che una spia di Abba Salama è uno che ha tradito [a] lui, perché è fuggito rubando; io stesso ho sentito presso Ras Aly la questione.

disposizioni particolari del principe. Tutte queste informazioni portarono un poco di giorno alla corte a nostro riguardo. Da quanto ho potuto sapere io, il principe avrebbe molto inclinato a mantenere la sua parola con me, e lasciarmi partire [p. 511] per il mio destino, ma il suo consiglio fù contrario; anche quelli che erano molto ben disposti per noi, in ciò erano contrarii. deffinitiva decisione del governo Se questo uomo è cattivo non lo lascieremo andare, affinche non ci facia del male; se poi è buono tanto meno conviene lasciarlo andare. Si può trattare bene, e con tutte le buone grazie si rimandi in Gudrù, dove sarà sempre, come un’elemento nostro. Così finì la questione, da quanto ho potuto giudicare io dietro le rivelazioni suddette, e dietro i segnali di amorevolezza continua dalla parte del Principe. Il fatto sta ed è, che dopo quindeci e più giorni il principe mi chiamò e senza spiegarmi tutte le ragioni particolari mi disse che in seguito ad alcune difficoltà nate, egli non potendo più mantenere la sua parola mi pregava di ritornare in Gudrù.