/267/

31.
Ad Aden e Zeïla. Accordi con Abu-Beker.
Avvisi agli esploratori. Lettera a Menelik.

imbarco: i due giovani restano con me
[6.2.1867]
Venuto il giorno della partenza Mussingher ed io fummo invitati a pranzo a bordo e ci siamo recati la mattina; i due neo battezzati vi passarono la giornata con noi, e non sapevano staccarsi da me. Mussingher entrando da me trovò questi due giovani che piangevano pensando alla prossima separazione e lo supplicarono a lasciargli ancora qualche tempo per istruirsi; allora il console decise di lasciarmeli colla sola condizione che fossero al suo ordine. Fu tale la contentezza di quei due neo battezzati, che lo stesso Meroedar protestante ne restò maravigliato e direi quasi innamorato di essi. [p. 73] Meroedar e i due giovani In tutto il viaggio sino ad Aden ogni momento che poteva avere di libertà si compiaceva [di] passarlo con loro. Meroedar aveva già sentito tutta la storia di quei due giovani dal Console Mussingher; la storia di questi giovani è un vero romanzo, mi disse Meroedar, tutto è curioso ed interessante; sopratutto ciò che è più ammirabile è l’attaccamento che hanno per voi; quando voi non vi trovate essi si vedono mortificati, e nessuno può cavar loro una parola; dal momento che vi hanno veduto [a] comparire cangiano fisionomia, e non vi lasciano più col loro occhio, ed a misura che vi avvicinate, dai movimenti stessi della bocca loro pare che si preparino a gustare qualche cosa; si direbbe quasi che voi esercitate sopra di loro una specie di prestigio magico. Il prestigio non è mio, [risposi io,] ma di Cristo nostro Signore, di cui io sono stato l’istromen[to] che egli si servì per tirarli a se. Vostra Eccellenza non conosce il prestigio della grazia di Cristo[:] quando si impadronisce di un cuore, essa ha del portentoso e dell’incredibile.

storia del mio arresto di Nagalà
[27.6.1863]
Ho preso motivo da questo, e gli ho raccontato la storia della mia prigionia a Nagala, del mio corregna o compagno di catene, della sua conversione, del suo sposalizio colla nipote dell’imperatore Teodoro, e di tutto il resto come ora sta scritto a suo luogo. Appena ebbe gustata in breve questa storia mi pregò di ripeterla in tutti i suoi più minuti /268/ detagli, e ne fù talmente preso, che dovetti raccontargliela ancora altre volte, e si fissò [p. 74] di volerla scrivere come uno dei più belli ed edificanti romanzi. esame fatto dal medico di bordo Anche il medico del bordo voleva ad ogni costo esaminare la cura fatta in Umkullu dei due ragazzi che già aveva sentito narrare dal Console Mussingher; egli esaminò tutti i detagli della malatia, come incomminciò: l’ordinazione fatta dal mago, e come la contrasse anche lo schiavo, e poi tutti i deragli della cura; vidde ed esaminò tutti i segnali della ricuperata salute nei due giovani, e la descrisse anche minutamente. Come la piaga dello schiavo era nella bocca fù una cosa molto facile lasciarla vedere, vidde e misurò la cicatrice; ma quando prese in disparte l’ex-mussulmano per esaminare anche la sua cicatrice non [non] poté risolverlo a fargliela vedere, come cosa situata in luoghi riservati, e fuggì indispettito, ah questo poi no, diceva, perché offende nostro Signore, e se io non andava [a persuaderlo] non avrebbe ceduto. Il dottore al vedere la cicatrice e volendola misurare il povero ragazzo quasi piangeva; fu stupito non tanto della cura, quanto del pudore cristiano del nuovo battezzato.

arrivo a Perim visita del faro Arrivati che fummo a Perim il Governatore Meroedar coi maggiori del bordo vollero discendere per vedere la stazione, come cosa che in quel tempo faceva molto chiasso nei giornali d’Europa; io avrei voluto discendere ma i due giovanetti non sapevano [p. 75] risolversi di lasciarmi partire per timore che non ritornassi più; gli uffiziali di bordo ammirano i miei giovani il governatore volle che venissero anche essi, e si compiacevano nel vedere tutta quella semplicità, non tanto nel galla, quanto nel mussulmano convertito, come giovane superiore di età, e già prima assuefatto [al male]: è curiosa, disse il dottore, la risposta che mi diede quando ho esaminato la cicatrice sifilitica, domandandogli come era andata la storia, esso non disse altro se non che il diavolo l’aveva morsicato, e non fù possibile cavargli altri detagli. Sono io, dissi loro, che ho inventato questo mezzo termine per dispensarlo dal raccontare ciò che gli ripugnava raccontare, e che non doveva. Quei signori ammiravano, come colla conversione fosse ritornato il pudore e la semplicità in quel giovane; quì è evidente l’operazione sopranaturale, diceva il Dottore ai suoi compagni.

arrivo in Aden
[9.2.1867]
Arrivati che fummo in Aden, come il paese era mussulmano, io ho raccomandato a quei signori di non parlare del giovane mussulmano convertito, e ne compresero la gravità, epperciò non se ne parlò più. Il comandante fece telegrafare al Pad[r]e Alfonso il mio arrivo, e dopo poco più di un’ora arrivò questi a prenderci colla vettura. Il P. Alfonzo aveva [p. 76] qualche piccolo affare nel soborgo di Stimmer Point. Siamo andati alla cappella sucursale della parrochia, dove siamo rimasti /269/ qualche ora, e dove abbiamo gustato qualche cosa. i due miei neobattezzati confidano alcuni segreti Appena i miei due neofiti ebbero qualche momento [per restare] da soli con me, allora poterono esalare il loro cuore [con me], e si lagnarono degli inglesi che vollero sapere tutti i secreti delle loro iniquità, sopratutto si lagnarono del medico, il quale volle tutto vedere e toccare; quello mi sembrava un vero diavolo [commentava il musulmano]; io stesso non oso più ne guardare, ne toccare; quando voi mi avete comandato di lasciare vedere, fu per me una gran vergogna. Caro mio, gli dissi, quello è stato pregato da me per vedere se eri ben guarito, non per altro fine. Ora mi dica un poco soggiunse una cosa: io porterò questa vergogna sino alla morte, questo già lo so; ma nella risurrezione resterà per tutta l’eternità? Se fosse una piaga ricevuta per la fede, risposi, come se i tuoi mussulmani ti tagliassero la testa, allora come cosa gloriosa per te ne resterebbe il segno del martirio ricevuto per Cristo; ma trattandosi di una piaga causata da peccato, scancellato il peccato col battesimo e colla penitenza non resterà più, gli dissi io. Ho riferito questo per far vedere come i mussulmani avendo un’idea della risurrezione, benché piena di esaggerazioni, pure [ap]prendono subito questa verità.

lettera del p. Prefetto Taurino
[arrivo: 5.12.1866]
Quando il P. Alfonzo ebbe finito tutti i suoi affari siamo partiti per la città, dove mi aspettavano alcune lettere venute di fresco, era il M. R. P. Taurino, il quale mi scriveva il suo arrivo in Alessandria, [p. 77] ed il felice arrivo dei nostri giovani del collegio in Caïro. Mi vorrà qualche tempo, soggiungeva egli nella sua lettera, per spedire questi giovani a Marsilia e per sbrigare alcuni lavori già quasi acettati in Egitto. Ella mi scriva, e se occorrerà di partire subito farò in modo di trovarmi libero dopo un mese; in caso diverso non me la prenderò tanto in fretta. partenza da Aden: 14.2.1867;
arrivo a Bullar: 15.2.1867]
Io gli ho risposto che non occorreva di affrettarsi, perché prima doveva recarmi a Zeïla onde intendermela con Abu Beker, e forze dovremo aspettare una risposta dal Re di Shoha. In vista di ciò ho fatto subito cercare una barca, ed accompagnato dai miei due giovani sono partito quasi subito per Zeïla. partenza
[da Bullar: il 17]
per Zeïla
[arrivo il 19]
Siamo partiti la sera a notte da Aden, e col beneflzio del vento [di] Nord-Est in un giorno e due notti già eravamo nel porto di Zeïla la mattina del secondo giorno verso mezzo giorno.

Abubeker Fui ricevuto da Abu Beker nel suo publico divano, dove furono portate alcune casse, e provviste che io aveva preso con me. In quel tempo Zeïla era come indipendente, ed Abu Beker ne era l’Emir titolare, dopo l’affare di Sir Markeb suo predecessore, [che era] stato deposto e condannato a morte ad istanza del governo francese, dopo la tragica fine del Vice Console Lambert [† 1858] stato ucciso dagli schiavi del medesimo. Abu beker, come spia, [p. 78] per intercessione del governo francese otten- /270/ ne quel posto pagando tre mille talleri di annuo tributo alla porta ottomana; egli perciò si trovava in Zeïla come assoluto [padrone], obligato a mantenere circa un centinajo di soldati per mantenere l’ordine in quel paese. Mi ricevette in presenza di tutti i suoi grandi impiegati, la più parte quasi tutti denakil, e mercanti, i quali avevano casa in Scioha ed in Zeïla. consegna delle casse Come voi non siete un mercante, mi disse, vi dispenso di aprire le casse, e pagare le dogane; basterà che mi diciate poco presso il contenuto di ciascheduna cassa. Come io era venuto in Zeïla con intenzione di acaparrarmi Abubeker per il viaggio di Scioha chiuso da 25. e più anni, aveva portato proviste non solo di viaggio, ma anche nel caso per fare al medesimo vistosi regali. Oltre alcune casse di effetti, aveva portato cinque o sei casse, di 12. bottiglie ciascheduna, di aquavite chiamata annisetto, detto anche in alcuni luoghi mastik, del quale gli arabi sono ghiotti, benché esternamente [sia una bevanda ritenuta] maledetta, e chiamata immonda in facia al publico.

l’aquavita ai musulmani Ora dopo aver dichiarato il contenuto delle casse contenenti effetti, e commestibili, ho dovuto dichiarare anche il contenuto delle casse contenenti l’aquavite; sopra la maggior parte di queste aveva fatto scrivere in arabo ed [in] italiano il nome siroppo di... ad alcune poi sopra stava scritto annisetto o mastik parimenti in italiano ed in arabo; queste ultime, dissi, sono per me, perché l’aqua di questo paese essendo salmastra penso di temperarla un tantino con questo [alcoolico]. [p. 79] gridano si getti in mare Appena ebbi pronunziato queste parole si alzarono tutti i diplomatici ministri di Abu beker protestando contro l’introduzio[ne] di un simile articolo contro il corano, e volevano ad ogni costo che si gettasse in mare. Io però ben conoscendo gli usi di simili paesi arabi non mi sgomentai affatto; Abubeker parlò in mio favore dicendo che io non era mercante e che era una persona rispettabile venuta per trattare affari con lui solo, e che perciò mi dichiarava suo commensale. Gli congedò tutti in collera come erano e restammo noi soli a parlare. Gli ho parlato dello scopo della mia venuta, e poi si parlò delle casse. [Per] Tutte le vostre casse prendo io l’incombenza di farle portare in casa mi[a]; la difficoltà sara per quelle del mastic, ma spero di trovare qualche disperato che le porterà pagandolo bene, non di giorno pero, bensì questa sera a notte. Difatti così fa, e me le fece portare in casa sua non più lontana di 50. mettri, e mi fece presentare una nota di otto franchi per tutte le altre casse, e cinque per l’annisetto.

ho dovuto pagare due volte Arrivati in casa vennero i schiavi di casa a visitarmi, ed a domandarmi la paga del trasporto delle casse, ed io con tutta semplicità dissi loro che avrei parlato al loro padrone, col quale già era stata terminata[;] /271/ [p. 80] ogni questione; allora essi confessione degli stessi schiavi mi dissero candidamente che egli stesso gli aveva mandati; che non solo egli non gli avrebbe pagati; ma in caso di saperlo gli avrebbe spogliati dei regali ricevuti, perché, essendo schiavi, avrebbero preso loro ogni cosa; epperciò bramavano di essere pagati in segreto. Conobbi poi che era una cosa intesa; basti il dire, che egli si spaciava di mantenermi gratis eppure ogni giorno bisognava aggiustare i conti e pagare ogni cosa che si prendeva, e ben soventi due volte. Ho voluto parlargliene, onde sapermi regolare; ma conobbi subito che era una cosa tutta intesa, e che bisognava pagare. Come veniva a pranzare con me, io pagava niente meno che quello che mangiava egli stesso.

i mussulmani non bevono spiriti? Ma tutto ciò era ancora poco: io aveva portato, come già dissi, sei casse di aquavite, quattro delle quali erano coll’etichetta[:] sciroppo di... ne ho dato due, appena entrato in casa, come regalo; appena ricevutele, in presenza di molta gente, ne aprì una, e presa una bottiglia volle gustarlo, e lo trovò eccellente; ne diede ancora a qualcheduno dei suoi più fidi, e mi facevano i comp[l]imenti, dicendo poi fra loro: questo signore è un buon diavolo che si lascia godere; intanto si bevevano l’aquavite col nome di siroppo, e se la bevevano non coi bicchierini [p. 81] di uso, come faceva io, ma coi bicchieri da vino, ben inteso sempre sotto il nome di siroppo; quelli che bevevano erano quei stessi che l’avevano condannata ad essere gettata in mare. Ma ciò non bastava; quella stessa [cassa] che portava il nome di [di] annisetto o mastic, e che mi costò tanto a farla portare, venivano di notte alcuni a domandarne segretamente come medicina con una grossa tazza, e la volevano piena. in dieci giorni tutto finì In poche parole: io sono rimasto poco più di dieci giorni, e le sei casse di annisetto fini[rono] nel mare della pancia di quei disgraziati mussulmani; io non ne bevetti più di una bottiglia, perché soleva metterne qualche goccia coll’aqua. Così finisce il zelo dei poveri figli di Maometto, e possiamo aggiungere di tutti i poveri infedeli, e di tutti quelli che non servono Cristo in verità.

una parola ai miei lettori Il lettore di queste mie memorie don [= non] deve credere che io non sapessi tutto questo nel caso presente di Zeïla, perché era già abbastanza ammaestrato dall’esperienza, ed anche fritto, dirò così, di pazienza in tutti i miei viaggi precedenti fra i mussulmani e frà gli eretici. Se mi sono regolato con una bonomia, da stupire i miei lettori, sappiano che è stato sempre tutto calcolo mio, perché io metteva avanti [a] tutto, il potere riuscire nell’affare mio, ed era perciò risoluto ad ogni costo di servirmi degli uomini come erano [p. 82] e senza pretendere di trovargli come dovrebbero essere; io mi lasciava friggere ed arrostite guidato /272/ dall’unico scopo di arrivare alla tavola dei mio padrone. opinione del mio musulmano neo convertito Il mio giovane figlio del mercante mussulmano, recentemente battezzato, benché già prima avvertito di tutto, si stupiva vedendomi tanto paziente con quella gente; io era cattivo, [mi diceva,] ed anche crudele, ma la mia cattiveria era sempre un’effetto di passione violenta, ma [non] sono mai stato ipocrita; io era musulmano fanatico, ma non ho mai voluto bere aquavita, anche ad istanza del mio Padre, il quale ne beveva, ma non molto; un certo sentimento del cuore mi faceva credere, che non bisogna faceziare con Dio, e guardarsi dal farlo servire a noi, obligati come siamo a servirlo. Io attribuisco a questo l’aver trovato, colla vera fede, la misericordia di Dio. Gli abissinesi anche musulmani sono cattivi, ma non sono falsi come questi del mare.

avvisi: tre modi di viaggiare:
1. colla forza
Chi vuole viaggiare fra i barbari ha avanti di se tre modi di viaggiare da riflettervi bene. 1. Il primo è quello della forza brutale o draconiane se la può trovare, quando il proprio governo, oppure un’altro governo può e vuole accompagnarlo. In questo caso la forza d’accompagnamento deve crescere a misura che il paese per dove passa è più organizzato in società. Questo modo di viaggiare non si presta per esaminare e conoscere il paese, sia perché [il forestiero] non viaggia in contatto col popolo, e sia ancora, perché non può andare dove vuole senza esporsi.

Un’altro inconveniente è quello del vitto, trattandosi di molte persone; nei paesi organizzati in società si troverebbe, [p. 83] ma potrebbe essere proibito; nei luoghi per dove passano i popoli sogliono fuggire colle loro sostanze. 2. viaggiare a proprie spese.
colle carovane
2. Il secondo modo sarebbe quello di viaggiare come viaggiano i mercanti a proprie spese; se si può [si] deve viaggiare colle carovane dei mercanti, se queste acconsentono, perché molte volte esse [si] rifiutano agli europei, non per malignità, ma piuttosto per timore di compromettere la carovana stessa, facendo sospettare che vi si trovano armi, oppure oggetti curiosi da sollevare l’ingordigia dei grandi per dove passano. In caso affermativo, anche l’europeo deve vestire come un mercante, lasciarsi guidare in tutto, e non sollevare questioni a qualunque costo. v[i]aggiare da solo Se poi l’europeo non potrà unirsi alle carovane dei mercanti, allora il suo viaggio diventa più difficile. In tal caso la prima cosa a cui deve pensare è quella di diminuire per quanto potrà l’apparato esteriore di richezza, e ciò persino nell’uso del denaro, simulando una povertà ed un bisogno per non sollevare le passioni dei signori pretendenti. Non lascii vedere le armi, oppure altri oggetti di gran lusso o curiosità nel paese; nel caso, partendo da qualche luogo centrale, dove ha luogo il diritto delle genti potrebbe far portare simili oggetti da mercanti, legandoti con qualche contratto con sigurtà, e con obligo di consegnarli in /273/ luoghi convenuti, perché il mercante ha maggiori mezzi per occultare e pel trasporto.

3° modo, viaggiare da povero Il terzo modo di viaggiare, ed il più sicuro di tutti è quello di viaggiare da povero per quanto potrà, assoggettandosi anche alla mendicità; questo modo di viaggiare ben soventi va soggetto a delle grandi privazioni [p. 84] molto penose per un’europeo, eppure è forze il migliore di tutti, e forze l’unico in molti casi. il vero capitale del viaggiatore fra i barbari I popoli barbari sono poveri in facia al ricco europeo, ma in facia ad un povero è qualche volta anche richissimo nella fortuna propria del suo paese. È poi dotato di un capitale naturale di commiserazione per il povero, e lo stesso suo orgoglio lo fa liberale in [in] favore suo. Ne risulta perciò, che l’umi[l]tà evangelica, la carità fraterna di Cristo, il suo spirito di povertà e di mortificazione tal quale è insegnato dal Vangelo, e macinato dal Kempis vale di più che un milione di biglietti di banca al caso nostro. Per questa ragione il missionario cattolico di vero spirito, può ciò che non può un semplice viaggiatore. Nei tempi che regnava il cattolicismo sopra la scienza, il prete ha potuto far molto; oggi che la scienza si è rivoltata a Dio, seccò il cuore del povero prete e si è concentrato a Cristo, e lavora solo con Lui e per Lui. Il viaggiatore vero cristiano non ha bisogno di altro; a lui basta il sopradetto. Al viaggiatore mondano ed ateo aggiungero questi tre avvisi[:] 1. Si guardi dal far sangue, e dal farsi nemici, perché fra i barbari il taglione e di legge universale. 2. Si guardi dall’entrare nella lotta vitale, detta del gallo in alcuni luoghi, perché è per lo più mortale. 3. Non farsi nemici, fingere di non sapere [di aver ricevuto] l’offesa per prudenza. 4. Chi viaggia con mezzi proprii pensi che il ricco diventa povero all’improvviso.

il viaggio futuro proverà il detto Del resto la lezione a questo riguardo sarà continuata quando verrà il giorno della nostra partenza dal mare sino ad Ankober nel regno di Sciowah; allora [p. 85] il viaggiatore troverà in quella breve nostra storia la parte tutta pratica per ben governarsi, e vedrà come io ho preso misure prudenziali molto anticipate, e si convincerà che per vincere meglio bisogna prima essere vinto, anzi calpestato da chi non ha freno di sorta ne dalla parte della religione [n]e dalla parte del mondo sociale. trattative con Abubeker Continuando difatti la storia nostra, appena preso possesso nella casa di Abu beker, ho dovuto naturalmente parlare con lui del progettato viaggio ad Ankober. Era questo il punto, dove egli mi aspettava! Subito da principio mi rispose sua risposta negativa che la cosa progettata, era impossibile, perché la strada da Zeïla ad Ankober era stata chiusa dopo [12.3.1842] l’espulzione del Capitano Harris ai tempi di Selasalassie avo del Re Menelik, epperciò non occorreva pensarci.

/274/ Al sentire quella risposta di Abu beker; quando è così il mio progetto essendo impossibile io [non] ho più niente da fare in Zeïla, dissi, meglio perciò ritornarmene in Aden. Ma Abu beker non voleva chiudere il cauterio di questo affare che gli rendeva, ma voleva solo renderlo più difficile per dare importanza alla sua persona, e così proseguire l’operazione lucrosa. Sentite, disse, io vi ho detto la situazione della questione come sta attualmente, ma voi potete sempre tentare scrivendo una lettera a quel [p. 86] Re Menilik, dal quale avrei sentito la decisione; io per parte mia, continuo Abubeker, non mancherò di appoggiare la vostra domanda, e faremo partire il corriere. scrivo la lettera [a] Menelik
[feb. 1867]
Molto bene, risposi io, e della stessa giornata scrissi la mia lettera al Re Menilik, nella quale gli apriva il mio progetto di recarmi verso l’Ennerea e [il] Kafa per la via di Scioha, e lo pregava di darmi il passaggio per il suo regno; che intanto io avrei aspettato in Aden la sua risposta. Passava quindi a pregarlo di voler acettare un regalo che gli spediva. Fatta la lettera la feci vedere ad Abu beker leggendola io stesso; egli la lodò molto, e preparai subito il mio regalo. Io avrei voluto mandare un regalo vistoso per impegnare di più la mia domanda presso quel Re; il regalo per ora sia piccolo, disse Abu beker, perché dopo andando voi dovrete dare di più. Ho seguito il suo consiglio e gli ho consegnato un piccolo involto ben chiuso con la nota degli oggetti.

diverse case di Abubeker Per comprendere bene tutte le cose di quei paesi il lettore deve sapere che Abu beker aveva in Scioha una casa ed un negozio per se, e così la maggior parte dei suoi figli, [erano] già tutti emancipati e maritati con mogli alla costa ed in Scioha; epperciò settimanalmente partiva un loro schiavo da Zeïla allo Scioha, e di là a Zeïla, non aveva perciò bisogno di fare [p. 87] una spedizione particolare per me, come difatti non la fece; ma pure si venne ad una conferenza speciale per la spedizione di un corriere al Re per mio conto; prezzo del corriere di Scioha a questo effetto mi domandò di primo getto 60. talleri di Maria Teresa, e poi si contentò di 40. che non mancai di contargli sul momento, e così terminò l’affare del corriere. Ma egli non era ancor sazio, epperciò a destra ed a sinistra mi fece dire che si aspettava qualche regalo, e glie lo feci ancora ben vistoso in oggetti, il quale poteva equivalere ad una trentina di talleri circa. Dopo che tutto questo fu finito, e pareva soddisfatto, allora incommincio [a trattare] dei progetti futuri: sua domanda di fucili non potreste, disse, procurarmi una quantità di fucili dalle fabbriche di Francia? Io ve li paghero al costo di fabbrica, o in Aden, oppure qui.

Come questa operazione mi avrebbe costato molto poco, non mancando io di procuratori che l’eseguissero fedelmente presso i fabbricatori /275/ di S.t Etienne, dove esisteva il nostro Convento. Per altra parte poi con ciò io calcolava di poter legare Abu beker, non solo per il viaggio, ma anche per fare di lui una specie di banchiere, il quale in avvenire potrebbe darmi denari in Scioha in caso di bisogno, [perciò] ho aderito alla sua domanda. Egli ne avrebbe desiderato almeno mille; io ve ne farò venire una quantità [p. 88] per ora, non minore di cento, [conclusi,] dopo poi, se voi sarete contento di me, ed io sarò contento di voi, si parlerà per una quantità maggiore. Voi riceverete i fucili dal console francese di Aden. L’esperienza mi aveva già più volte fatto conoscere, come con simili uomini senza conscienza, molto potenti da poter fare molto bene, ed anche molto male ai viaggiatori, era una cosa prudente legargli con delle speranze future. Così ho fatto, e così rimase, contento Abu beker. fu conchiuso il mio ritorno in Aden Terminati così i miei affari con Abu beker si combinò il mio ritorno in Aden; una barca mia deve andarvi, mi disse, e partirete con essa al prezzo di 15. talleri; voi penserete ai vostri affari, e scriverete in Francia per i fucili, ed io manderò la vostra lettera ed i vostri regali al Re Menilik.

nostre preghiere sul terrazzo In Zeïla trovandomi in una famiglia tutta fanatica mussulmana non si potevano fare le preghiere pubiliche, ma la mattina all’aurora, e la sera dopo [che si era] ritirato il mondo io soleva montare sopra il terrazzo coi miei giovani e faceva sommessamente la preghiera, il catechismo, ed un poco di conferenza spirituale; secretamente venivano alcuni schiavi abissini, uno in specie, il quale contava già parecchj anni dacché si trovava nella casa di Abu beker, ed era divenuto come di famiglia. Mentre [che] i miei due giovani neofiti dormivano egli mi raccontava le vicende di quella casa. la casa di Abubeker Intorno alla casa dove eravamo noi, a due piani, dal parapetto del terrazzo [p. 89] mi faceva vedere quattro cortili distinti, uno era quello delle mogli di Abubeker, le quali in Zeïla erano tre, ciascheduna col suo servizio particolare, dove Abubeker passava la notte. quantità favolosa di schiavi Un’altro cortile di tutti i schiavi e le schiave libere, i quali vivevano tutti insieme come una mandra di pecore. Dentro un terzo cortile (continuava l’abissino) vi sono le schiave giovani riservate al padrone, dove nessuno [che] fuor di lui può entrare. Nel quarto cortile si trovavano i giovani maschi riservati anche a lui, e dove nessuno può entrare.

Dentro un quinto piccolo cortile si trovavano le schiave divenute madri, alle quali era accordato qualche riguardo. Tutti compresi i schiavi di questa casa, calcolati solamente quei di Zeïla abitualmente si possono calcolare circa 300. Anche nella casa di Ambabo situata nella Baja di Tagiurra, ve ne saranno abitualmente altri 300. In Hodeïda dove dimora abitualmente il suo figlio maggiore se ne trovano forze ancor più di /276/ 300. Ogni giorno partono barche piene [di schiavi], che sono venduti, ed ogni giorno arrivano dei nuovi. Così mi riferiva quel giovane; basta questo per calcolare che uomo era Abu beker; conobbi ancora da quello stesso giovane altri secreti, i quali non passano [per] il setaccio di una conveniente morale.

Con tutto quel bel capitale di schiavi in Europa correva la persuasione che la tratta dei neri non si facesse più. Sino al 1870. mi risultava che le case di Abu beker erano ancora in questo stato. Quando poi fu fatto [p. 90] [6.4.1871] Mussingher Pascià governatore di tutte quella coste d’Africa orientale, allora furono levati i depositi di schiavi da Zeïla, e furono secretamente trasportati più nell’interno al Nord della baja di Tagiurra, dove anticamente si trovava la fabrica degli eunuchi. Più tardi [governatore: dal feb. 1877] sotto Goldon Bascià inglese la tratta dei neri in Zeïla fu ancor più severamente proibita, ma non nei contorni, come già si disse di Massawah. Oggi la civilizzazione delle razze Cristiane d’Europa ha inventato dei bellissimi titoli, e delle virtù nuove, ma sono corpi senz’anima, i quali producono velleità politiche, più che operazioni sincere di vera libertà cristiana.

partenza da Zeïla
[9.3.1867]
e ritorno in Aden
[20.3.1867]
Arrivò intanto il giorno fissato per la partenza da Zeïla[:] mi sono imbarcato coi due miei giovani neofiti, e siamo partiti per Aden, ma oh quanto fù diverso il nostro viaggio da quello della nostra venuta a Zeïla; allora eravamo venuti in meno di 40. ore, mentre per ritornare in Aden vi abbiamo messo dodeci giorni. Appena sortiti dalla baja di Zeïla abbiamo dovuto combattere col vento Nord-Est, il quale ci era quasi perfettamente contrario; la povera nostra barca araba non ha potuto prendere il largo e dovette bordeggiare tenendo il litorale per utilizzare le poche ore che vi dominava il vento di terra. I miei due poveri neofiti [p. 91] poco accostumati al mare dovettero molto soffrire, e non è che a forza di pazienza che siamo arrivati finalmente in Aden. Il Console Mussingher era venuto da Massawah in Aden, dove incomminciava [a] dominare il movimento inglese preparatorio della guerra coll’Abissinia, epperciò dovette accellerare le sue esplorazioni della costa. Io perciò ho dovuto privarmi di uno dei due giovani. lettere d’Europa: arrivo del p. Prefetto
[24.2.1867]
Non bastò questo, perché mi aspettavano lettere, le quali dovevano cangiare di molto il piano di viaggio. Lettere di Roma e di Marsilia mi obligarono a fare una seconda apparizione in Europa. Per altra parte non tardò molto ad arrivare dall’Egitto il P. Prefetto Taurino col suo compagno P. Ferdinando. Era il mese di Maggio e crescevano di giorno in giorno i calori in Aden, dove il P. Ferdinando soffriva molto. La nostra partenza per lo Scioha non /277/ potendo avere luogo prima della risposta di Menilik, venne deciso che il P. Prefetto col P. Ferdinando [27.3.1867; 6.5.1867] prendessero la via di Massawah, e dei Bogoz paese più fresco.