/22/

3.
Cristianesimo scioano: «Devra-Libanos»
e «Karra». Orari e conferenze religiose.

si sollevano due questioni Ritornando ora alla nostra storia: la nostra venuta aveva sollevato nel paese due questioni, tutte [e] due gravissime, una civile e l’altra religiosa. Benché noi osservassimo una gran riserva in materia politica, e per forza dovesse anche essere riservato il Signor Mekev, pure non così erano i giovani sì nostri che di Mekev, e con maggiore ragione tutti gli uomini della carovana venuta con noi; tanto più che gli uomini di Abu beker, avendo portato [p. 274] molti fucili da vendere, conveniva loro aggravare la questione politica per mantenere i loro prezzi favolosi ed esaggerati (1a) la questione politica, e la religiosa Non tardò il paese ad essere travagliato da una grande agitazione: alcuni accostumati a vedere sempre Teodoro [a] trionfare presagivano la perdita degli inglesi, e dopo Teodoro [sarebbe] ritornato in Scioha contro Menilik. Altri all’opposto vedevano gli inglesi trionfanti e tutta l’Abissinia divenuta loro schiava; fra questi non mancavano alcuni, i quali spargevano sospetti contro di noi, come emissarii mandati dagli inglesi per disporre il paese in loro favore. Una gran parte poi, poco occupandosi della politica e di Teodoro, e dell’avvenire della guerra inglese, non vi vedevano altro che l’avvenire religioso. Morto [† 25.10.1867] Salama cattivo Vescovo, [sussurravano questi,] il quale colla forza volle farci tutti Karra o Copti, il nostro Re Menilik ha fatto venire Abuna Messia da Roma per stabilire la fede di Abuna Tekla Hajmanot, detta dei Sost Ledet, o di Devra Libanos che è la fede dei suoi Padri, e l’antica fede di Scioha; in tutti i circoli [religiosi] non si parlava di altro.

la politica durò poco Per ciò che riguarda la questione civile e politica di quel giorno, questa prese una gran proporzione in quel momento, e non lasciò anche di /23/ agitare il popolo, di spaventare anche in certo modo quel giovane Re, il quale, per questa unica ragione, nella spedizione summentovata mandò l’armata [20.3.1868] dando il comando della medesima ad Ato Govana, [p. 275] ma egli non osò [di] andarvi, non che diffidasse dell’armata inglese, come piaque ad alcuni d’interpretare, ma piuttosto per timore di Teodoro, per ogni caso che avesse trionfato. Comunque la questione da questa parte ebbe una vita di pochi giorni, poiché, vinto Teodoro, e partiti gli inglesi, essa cadde da se stessa. la religiosa più grave La questione religiosa all’opposto, che in Abissinia suole vestire sempre una seconda natura politica da agitare la ristretta diplomazia del paese, e produrre anche molte volte delle crisi di guerra, era di sua natura una questione molto più delicata e da maneggiarsi con gran prudenza per evitare disordini nel paese da compromettere la pace, e la stessa missione cattolica nel suo avvenire.

la storia delle sette religiose Io qui per rischiarare un poco l’orizzonte per la persona che leggerà questo mio scritto dovrei presentargli un compendio della storia delle diverse sette religiose, come hanno incomminciato e come si trovano attualmente; tanto più che in seguito occorrerà soventi di vederle comparire in scena. Ma il lavoro diventerebbe troppo prolisso, e confesso candidamente che mi sarebbe molto difficile, perché i pochi documenti che si possono trovare in quel povero paese sono tutti incompleti, e per lo più anche contradditorii fra [di] loro. Lo scrittore abissino scrive di un soggetto secondo le sue passioni, e lo sviluppa isolato senza tener conto ne di epoca ne di tempo, che accidentalmente [p. 276] solo farà conoscere citando o certe persone conosciute, o certi fatti classici dominanti nella storia. Per questa ragione, in queste mie memorie non oso gettarmi nel campo della storia troppo incerto, e troppo vasto, ma dirò solo ciò che ho sentito dalla tradizione vivente, e dalla storia dei fatti veduti.

Arriva in Etiopia ciò che arriva nei nostri paesi protestanti, anzi in tutti i paesi, dove è stato violato il controllo della Chiesa, e mancano i custodi della mistica città di Dio, straripa l’errore, e si moltiplicano le sette religiose all’infinito. Verrà il tempo in cui la massoneria, il positivismo, il darvinismo, e tutte le stravaganze filosofiche antiche e moderne saranno altrettante sette protestanti, così in Etiopia sono infinite le sette, e gli errori inundano il paese chiamato cristiano. Tuttavia in mezzo a questa boscaglia di errori possono distinguersi due [sette] principali, le quali si battono fra [di] loro da secoli (1b) La principale è quella dell’eu- /24/ tichianismo puro, che si chiama quella dei la setta «karra» carra (coltello o spada); essa è la padrona del paese che regna colla spada. Questa, come il nostro protestantismo, contiene nel suo ventre tutte le altre [sette] non nominate, e che non presentano una personalità a parte. La seconda sua competitrice, sempre battuta dall’eutichianismo, e mai vinta, perché contiene il germe di verità e di giustizia, e rappresenta imperfettamente come può il cattolicismo, è la setta chiamata di Devra Libanos, [p. 277] oppure dei Sost Ledet, cioè delle tre generazioni, perché oltre le due generazioni eterna e temporale proprie delle due nature in Cristo, crede di più che Cristo nella sua umanità ha ricevuto lo Spirito Santo, cosa che non confessa la sua nemica.

setta «devra Libanos»
[metà sec. IV]
Questa setta Devra Libanos propriamente non si può chiamare setta, perché è niente altro, secondo il mio parere, senonché il deposito dell’insegnamento di S. Fromenzio sopra il mistero dell’incarnazione, conservatosi per molti secoli nelle scuole indigene, a fronte di tutti [gl]i sforzi dell’eutichianismo dominante, si può dire in quasi tutta l’Abissinia. Come però la gerarchia fu sempre una sola, cioè l’eutichiana, che esercitava il suo ministero sopra tutti indifferentemente, coll’andare del tempo, non solo il basso popolo, ma anche il ceto un poco più colto si accostumò alle formole eutichiane insinuate dai vescovi eretici venuti di Egitto, a segno che nell’epoca del famoso apostolo Abuna Tekla Haïmanot quasi non si vedeva più vestigio della setta di cui è questione.

Iddio nella sua paterna providenza, come ha sempre proveduto alla sua Chiesa uomini con delle [doti] particolari secondo le circostanze ed i bisogni della medesima. Così possiamo dire dell’Abissinia convertita al cristianesimo [p. 278] come per metà da S. Frumenzio, non ancora adulta ed organizzata, in meno di un secolo dopo, caduta in mani dell’eresia egiziana di Eutiche, quella povera Chiesa trovatasi in bocca del lupo, nella maggior parte, in buona fede, Iddio ebbe compassione di essa, affinchè totalmente la sua fede non si perdesse, se non altro, aspettasse un ministero apostolico più fedele per coltivarla e ricondurla alla gran famiglia cattolica, sollevò in quel povero paese il abuna Tekla Haïmanot
[1200-1300]
così detto abuna Tekla Haïmanot, uno di quegli uomini misteriosi e di grandi virtù, di cui gli stessi suoi contemporanei non seppero trasmetterci una /25/ storia abbastanza chiara, ma che pure con un’apostolato di fatti, ed anche di miracoli, seppe sollevare in quasi tutta l’Abissinia un fuoco tutto nuovo da richiamarla a nuova vita.

Io non m’intendo di descrivere le gesta di Abuna Tekla Haïmanot, venerato oggi come Santo in tutta l’Abissinia odierna, e dagli stessi eutichiani, e conosciuto anche in Roma, perche sarebbe questa per me un’impresa troppo difficile, e troppo prolissa, ma il certo si è, che fu da lui che incomminciò [2a metà se. XIII]
la dottrina sua
il famoso monastero di Devra Libanos che diede nome a tutta questa setta, o meglio gran famiglia di cattolici in voto; fu da lui che prese una nuova vita l’insegnamento [p. 279] così detto delle tre generazioni ossia Sost Ledet nel quale Cristo è confessato vero Dio e vero uomo in quasi tutti i centri d’insegnamento di quasi tutta l’Abissinia fino ai giorni nostri. Nell’epoca ancora del mio arrivo in Abissinia, [ancora] seguivano Devra Libanos nella loro totalità, pochissime [chiese] ecettuate. La gerarchia copta eretica, che regna sempre ancora in Abissinia secondo l’antico sistema di levante tut[to] palatino, da mezzo secolo in qua, appoggiata al governo ha intimato una persecuzione allo stesso insegnamento suddetto, e nell’ordinazione dei sacerdoti fa precedere il giuramento di seguire l’insegnamento eutichiano della setta Karra. Il Re di Scioha Sela Salassie avo di Menilik fù il solo che prese [fine 1845] un’iniziativa ostile contro il Vescovo eretico persecutore, e lo costrinse a lasciare la capitale di Gondar e rifugiarsi in Tigrè, di dove ritornò poi nel tempo dell’imperatore Teodoro, quando [nov. 1855] il vescovo persecutore suddetto, dietro le conquiste di lui, poté arrivare allo Scioha, ed allo stesso monastero di Devra Libanos (1c) dove si trova il sepolcro di Tekla Haimanot già mentovato.

Con ciò io non voglio dire che i seguaci di questa scuola fossero cattolici; anzi sostengo l’opposto, perché essi non avendo una gerarchia cattolica [la setta] si era abituata alla gerarchia eretica eutichiana, dalla quale aquistò molte [p. 280] formole eretiche; rigori degli eretici massime dopo la persecuzione contro la missione portoghese, venne soppressa severamente la formola[:] due nature come nestoriana, confondendo il nome natura col nome persona [termini] in quei paesi non abbastanza categoricamente conosciuti. Sopratutto fu proibito sotto gravi pene il nome di Roma, del Papa, e del cattolicismo. Anzi contro di essi si inventarono delle calu- /26/ nie, e delle favole anche ridicole per renderne il nome antipatico e ridicolo con tutta la furberia e l’audacia dei nostri protestanti contro la Chiesa. Dejacobis e la sua brecia Il primo missionario che diede di nuovo l’attacco all’Abissinia in questi ultimi tempi fu il [non] mai abbastanza venerato fù Monsignore Dejacobis figlio di S. Vincenzo de Paoli, ed egli stesso mi confessò, che unicamente per distruggere i pregiudizii suddetti, ed accreditare la sua persona, onde rendere possibile la brecia, dovette passare circa tre anni nelle Chiese abissinesi sempre pregando come un romito, e senza esercitare un ministero diretto, invocando sempre il gran numero di martiri che versarono il sangue loro dopo [espulsi: 1633] l’espulsione dei Padri Gesuiti portoghesi (1d), all’intercessione dei quali io riconosco il poco bene da me fatto, mi diceva egli nel 1846.; dopo tutto ciò, riaquistata la confidenza, ho potuto scoprire il tesoro nascosto degli elementi cattolici sopra mentovati.

mie conferenze col re
[12.3.1868; 14.3.1868; 21.3.1868; 29.3.1868; 1.4.1868; 2.4.1868]
Ciò tutto premesso, riprendo il filo delle mie conferenze fatte col Re Menilik al primo mio arrivo in Scioha, ed il mio primo contatto cogli oracoli del clero indigeno di quel regno, dove ancora non si era fatto sentire il missionario cattolico, [p. 281] ma solo era arrivato l’eco del fu Monsignore suddetto, ed [era noto] il progresso della nostra missione Galla ottenuto, incomminciando dal Gudrù sino a Kafa. Senza dubbio che il Re Menilik entrò con me parecchie volte nella questione religiosa; ma io aveva già abbastanza esperienza del paese per dargli una grave risposta dottrinale che poteva istruirlo, e poi finiva sempre la questione con replicargli la mia domanda di partire per i miei Galla, ricordandogli la promessa che mi aveva fatto di farmi [solo] passare [per lo Scioha]; io mi ricordava di un proverbio del mio paese, il quale diceva: fingerai di negare al ragazzo il boccone che vuoi fargli mangiare, se non vuoi che te lo getti in facia. conferenze coi dotti
[primo incontro: 2.4.1868; con il superiore di Devra-Libanos: 23.5.1868]
Perché anche i grandi di quei [paesi] sono ragazzi nei loro appetiti, e nelle loro passioni. Menilik per venire nel suo intento tuttavia lasciò intendere per mezzo di qualche suo oracolo, per via indiretta, che non si conoscesse il suo desiderio, che cioè avrebbe gradito che tutti gli oracoli religiosi del paese mi frequentassero, onde conoscere meglio i miei progetti e le mie qualità personali. Tanto bastò che la mia casa ogni giorno era piena di gente, e diventò subito un luogo di publica adunanza ecclesiastica.

/27/ misure prese dal re Io intanto non tardai a comprendere l’aguato tesomi dal Re, ed ho compreso altresì la bella occasione che mi si presentava, per esercitare il mio ministero della parola. Per me era questa una gran fatica trovarmi tutta la giornata seduto senza potere avere [p. 282] un momento di riposo, tanto più che la mia salute aveva molto sofferto nel viaggio; ma Iddio misericordioso suole fare miracoli nelle cose da lui volute; la mia salute andava migliorando ogni giorno, ed invece di soffrirne, quel movimento di mondo che andava e veniva mi fece dimenticare tutte le pene del viaggio, e direi quasi rinascere a nuova vita. Il Re per parte sua di soppiatto ne godeva e largheggiava di mezzi, ed io [non] aveva nessuna sollecitudine per il mantenimento della casa, il Re pensava a tutto ed anche al servizio di casa. Un giovane maturo e disinvolto era stato destinato come mastro di casa sotto i nostri ordini; due altri servi sotto i suoi ordini andavano e venivano alle officine per portare il necessario vitto; due altri ragazzini schiavi [erano addetti] per i nostri bisogni interni; Anche il Signor Mekev fù di parola nel consegnarci subito il suo ragazzo Tessamà per l’educazione. La casa perciò fù formata dal primo giorno del nostro arrivo.

si stabilisce l’ordine di casa
distribuzione delle ore
[ritiro pasquale: 8-12.4.1868]
Restava [d]a mettervi un poco di ordine e di disciplina. La mattina alle quattro, e ancora di notte si celebrava la S. Messa nella piccola tenda preparata ad hoc, alla quale da principio non intervenivano che i due giovani venuti con noi da oltre mare. Dopo la Messa, e dopo un breve ringraziamento nella casa grande si facevano le preghiere [p. 283] ed il catechismo in lingua amarica, e dopo io faceva una piccola conferenza a tutta la famiglia nella stessa lingua. Dopo di ciò i miei compagni facevano un poco di scuola. Verso le nove incomminciavano le visite, eccettuati i giorni festivi, ed i giovedì, giorni riservati a noi. Le visite duravano sino dopo le due pomeridiane, ora del pranzo, perché eravamo in quaresima, ed eccettuati i ragazzi, gli adulti non mangiano prima di detta ora. Come il Re mandava cibi in grande abbondanza parecchj fra i visitanti erano invitati a pranzo; dopo questo, mentre mangiava la piccola famiglia si continuava la conversazione sino alle quattro, quando il nostro Ayelo mastro di casa ordinava lo sgombro. Dopo le quattro facevasi di nuovo un poco di scuola ai giovani di casa, la quale terminava colle preghiere della sera, catechismo e conferenza. Nel farsi della notte, quando gli alti impiegati si licenziavano dalla corte, era l’ora delle visite [di] secolari, condotti per lo più da Ato Waldeghiorghis nostro vicino e custode, e la conversazione durava cir[c]a un’ora.

detagli sopra la liberalità del re Narrato l’ordine di casa la storia sarebbe incompleta se non seguissero detagli della generosità di Menilik; essendo questo un punto interessan- /28/ te per un viaggiatore, sia che egli sia missionario, sia che sia un secolare, poiché nel paese [p. 284] etiopico per il forestiere non si trova altra locanda che possa riceverlo, se non [che] la casa reale, oppure di qualche gran capo di Provincia di suo ordine. Menilik adunque usò con noi di una liberalità senza pari; egli, come già ho notato, ci diede schiavi e servi per tutti i servizii di casa; ma ciò che più importa ci fissò un dorgò da gran signori; egli ci passava ogni [giorno] 50. tavita (1e) ciascheduna di una libra, cioè 25. di prima qualità per noi e per le persone di riguardo, ed altri 25. per il servizio e per i poveri: oltre di ciò mandava tutti i giorni un grosso pane rotondo e spesso sette o otto centimetri, circa sei kilò di peso, detto in paese dabbo, fatto quasi come il nostro pane europeo con pasta dura, e poco presso con il medesimo gusto; questa è una specialità di Scioha, e non si usa nell’Abissinia settentrionale. Dopo di ciò ci mandava ogni giorno sei vasi di birra, ed altri sei d’idromele, contenenti ciascuno circa 12. litri. Nei giorni di digiuno ci mandava pietanze di legumi condite all’olio, almeno sei piatti. In giorno di grasso ci venivano sei piatti di carne di pecora dalla cucina reale, e poi un bue ogni tanto da scannarsi in casa, per la carne cruda.

Questo era l’ordinario, ma vi era poi molta aggiunta straordinaria a titolo di regalo o dalla cucina del Re, oppure da quella della Regina Bafana, ora in pietanze, ora in idromele, ed ora anche in pecore o bovi. Con ciò ognuno [p. 285] può invaginarsi, se noi non avevamo in abbondanza per vivere, non solo [per] una gran famiglia, ma per trattare gli amici; tanto più che ato Valdeghiorghis aveva ordine generale di somministrarci tutto ciò che ci sarebbe occorso. Ogni sera si raccoglievano gli avvanzi e [li] portavano ai poveri che in gran quantità aspettavano alla porta. Tutto ciò era accordato dal Re, non solo per noi, ma ancora, affinché aquistassimo una popolarità cogli inviti, e colle limosine. gran concorso: cosa delicata È chiaro perciò, come nei giorni e nelle ore d’udienza vi concorressero gli ecclesiastici distinti delle due sette, epperciò quegli stessi della setta detta Karra degli eutichiani. Questa mescolanza però [rappresentava] una cosa molto delicata e pericolosa da maneggiarsi con gran prudenza, affinché non producesse un’effetto contrario alla missione, con pericolo di precipitare una crisi contraria alle stesse mire forze intese dal Re stesso. Il Re era giovane e mancava di esperienza[:] io doveva perciò /29/ supporlo guidato da un consiglio, nel quale non vi stesse nascosto un tranello per rovinare ogni cosa. Io perciò mi trovava in presenza di gravissime difficoltà.

Da una parte il mio sacro dovere mi imponeva di non respingere la palla che mi veniva al balzo; dall’altra poi io aveva troppa esperienza, e conosceva abbastanza il carattere scaltro [p. 286] e furbo degli abissini ed in particolare del partito Karra eutichiano molto diffidente ed inclinato alla rissa. sistema nel conferire coi dotti Subito da principio perciò io ho voluto trattenere il mio mondo con discorsi generali fatti più per acaparrare il mio uditorio, che altro. Io sono confuso per le grandi cortesie ricevute da questo Re Menilik, come sono confuso vedendo voi così assidui [alla mia casa] e pieni di rispetto per me e per i miei compagni, io soleva ripetere loro; sono qui per poco tempo, ed aspetto con grande impazienza il giorno in cui il Re sia commodo e preparato per farmi accompagnare ai cari miei paesi Galla, dove ho figli che mi aspettano; oh là non sono più ricco come mi trovo qui, all’umbra di questo Re generoso, come vedete che sono; là non ci sono grandi chiese con molti terreni, là non si trovano grandi tascar (1f) e grandi speranze di mondo; là una piccola capanna basta per il nostro buon Gesù; là Gesù e la grazia sua basta per farci ricchi; là si gode la pace, perché nessuno invidia la nostra sorte.

predica della pace fra due sette eretiche Ma perdonate ad un Padre che sogna i suoi figli generati a Cristo; io oggi mi trovo qui onorato e beneficato dal vostro Re, circondato da voi maestri di questo popolo; lasciamo perciò i Galla e parliamo di questo vostro paese. Qui tutto [p. 287] [è] bene; un Re grande e generoso, molte chiese e tutte ricche; molti tascar, molto bene; una sola cosa però lascia a desiderarsi nel vostro paese ed è l’unione. Qui una parte dei cristiani si dicono Karra, ed un’altra parte sì dicono Sost Ledet; fratelli miei, forze che due sono i Cristi? forze che due [sono] i vangeli? forze che due [due] sono i paradisi che pur dovete sperare? Ora, se Cristo è un solo, una sola è la fede di tutta necessità; una sola cosa è da vedere, fra le due parti con chi si trova Cristo, perché dove non vi è Cristo, senza dubbio vi è il diavolo, e chi va con questo si perde. Io non ho, ne titolo, ne forza per finire la questione; il Re medesimo potrà deciderla colla forza, ma questa agisce all’esterno, ma non arriva sino al cuore, e non arriverà mai a finirla; Iddio solo potrà condurci alla grande vittoria di una pace sincera, l’unica che ci aprirà le porte del cielo.

/30/ sopra la fede La questione della fede è questione di vita, e notate bene, non di vita temporale, ma di vita eterna. Per la vita di questo mondo basta il pane, o tutto ciò che si dice cibo e bevanda, ma non è così per la vita eterna. Chi cerca la vita eterna deve sortire un momento da questo miserabile mondo, e cercarla unicamente da Dio, perché la vita eterna è la verità, e questa è Dio stesso, epperciò, mondo, onore, fortuna, parentela [p. 288] e la stessa scienza [non] servono a nulla; [un] millione di martiri la trovarono col prezzo del loro sangue, e della loro vita. condizioni essenziali pella disputa Ciò [sia] detto una volta per sempre, dissi ai molti che si trovavano nel circolo, io sentirò volentieri le difficoltà che loro signori vorranno farsi reciprocamente, ma sappiano che per discorrere con frutto in materia di fede si richieggono molte condizioni. 1. Rinunziare al partito preso. Nessuno dica nel suo cuore[:] io sono Karra, io sono Sost Ledei. [Piuttosto dica:] Sarò come meglio mi farà conoscere Iddio. 2. La disputa deve essere [fatta] unicamente per conoscere la verità e seguirla, ma non per l’onore d’aver portata la vittoria, e di aver umiliato un’emolo. 3. Dire con calma le proprie ragioni, e quelle che crede verosimili nel suo cuore soltanto, e non le inventate con mala fede: quindi pure sentire [pure] con calma e rispetto le ragioni altrui. 4. Non calcolare gli interessi del mondo, ma solo quelli della verità, e della salute eterna.

mie riserve nella disputa Con queste e simili condizioni solamente io sentirò volontieri [a] parlare delle difficoltà che si oppongono a questa pace dei due partiti. Io poi protesto che non dirò mai il mio sentimento in publico, per la sola ragione che non avendo io un titolo per mischiarmi nei vostri affari, io non farei [p. 289] altro che espormi ad offendere una parte ed irritarla di più. Tuttavia io non mancherò di pregare Iddio, affinché vi accordi questa pace nel senso da lui voluto, e più vantaggioso per le anime. Nel tempo stesso poi qualunque in particolare bramasse i miei consigli, io sarò sempre disposto a riceverlo nei giorni e nelle ore di libertà, e mi presterò per quanto potrò per ottenere la pace voluta da Dio. buon’esito delle conferenze Fu con questi patti e condizioni che si continuarono le nostre conferenze con grande soddisfazione di tutti. Lo stesso Re Menilik, il quale non mancava di essere giornalmente informato di tutto ciò che si diceva e si faceva in casa nostra, ne parlava ogni giorno coi suoi grandi di corte e coi suoi consiglieri e dimostrava tutta la sua contentezza; mi rincresce solo di una cosa, soleva dire, la sua casa e troppo piccola per tanta gente che vi concorre, e per molti che vorrebbero sentire le parole di questi nuovi apostoli. Ma cosa posso farci? Nell’interno non ho altro luogo riservato; se gli do un’appartamento fuori, sarebbe troppo lontano da me, e la folla gli ucciderebbe in pochi giorni. Prese solo il partito di farci un’oratorio a parte.

/31/ viaggio di Ankober
[6.4.1868]
Frattanto, avvicinatosi il tempo della Pasqua, secondo gli usi antichi della dinastia reale, la corte doveva [passare la quindena] passare la quinde[ci]na pasquale in Ankober, [p. 290] in seguito ad alcune mie conferenze fatte col Re, egli avrebbe bramato che noi andassimo con lui, ed arrivò anche ad esternarmi alcuni suoi desiderii che io avessi fatto qualche funzione nella gran chiesa del Salvatore di Ankober... Un’entusiasmo forze momentaneo sollevatosi dopo il nostro arrivo, avrebbe agito troppo fortemente sopra il suo cuore giovanile che io ho dovuto contrariare per non correre troppo presto dall’osanna al crucifige; tutto questo, è un fuoco di paglia, dissi io, andiamo adagio, e così con bella grazia ho rifiutato il progetto, il quale per altro avrebbe certamente incontrato delle gravi difficoltà, anche in facia ai canoni [cattolici].


(1a) prima del nostro arrivo un fucile si pagava dal Re 50. talleri. Ma poi il Signor Mekev avendo fatto conoscere al Re il vero prezzo della costa e del[l’]Europa, i fucili venuti con noi furono pagati solo 20. talleri caduno; prezzo ancora esaggerato, ma non sufficiente per l’ingordo Abubeker. [Torna al testo ]

(1b) Si potrebbe aggiungere ancora una terza setta che prese molto sviluppo, e dominò nel Gogiam in modo particolare detta dei Kavat (dell’unzione) perché da principio questa setta insegnava /24/ che Gesù Cristo era stato unto dallo Spirito Santo, forze in senso cattolico. Ma poi questa medesima setta si fuse coi Karra eutichiani, spiegando l’unzione coll’unione della divinità del Verbo. In questo caso la spiegazione sarebbe contro la stessa dottrina eutichiana di una sola natura divina in Cristo. Già si sa che gli eretici pensano ad ingannare, e far partito, epperciò uniscono anche i contrarii, e ripugnanti. [Torna al testo ]

(1c) Il monastero di Devra Libanos fu così detto dal monte Libano, dove alcuni suppongono che Abuna Tekla Haïmanot abbia passato qualche tempo in un monastero in un pellegrinagio che fece a Gerusalemme. Altri attribuiscono questo ad un monaco suo compagno, adducendo per ragione che Tekla Haïmanot, essendo zoppo non poté fare detto pellegrinagio. [Torna al testo ]

(1d) Io ho publicato la storia dei due martiri cappuccini Agantangelo da Wandome, e Cassiano da Nantes colla speranza di poter ottenere la loro beatificazione; ma debbo confessare candidamente che i martiri di quell’epoca sono stati molti riferiti dagli storici. Vorrei vedere la causa di tutti, perché sono certo che la loro intercessione farebbe molto per la conversione di quel paese. [Torna al testo ]

(1e) La così detta Tavita, di cui già parlai altrove, è un pane fermentato fatto di pasta leggiera, come il latte quagliato, e cotta sopra la piatta forma abissina come una focacia.
Quella di prima qualità è fatta con farina di tieffe, e molto sbattuta. Quella di seconda qualità è fatta con ogni specie di farina. [Torna al testo ]

(1f) Taskar ossia pranzo mortuario. Già altrove è stato scritto il gran conto che suol farsi di questo pranzo mortuario in Abissinia come [rito] espiatorio, e la sua immoralità. [Torna al testo ]