/85/

8.
Congresso «Karra»-«Devra-Libanos»:
coatta unità religiosa in Etiopia.

impressioni di Menilik Il Re Menilik era talmente persuaso di questa moralità, delicatezza, e fedeltà del suo zio Ras Derghè, che in tutte quelle feste celebrate per la vittoria da lui riportata in Derrà, ed in tutti quei trasporti entusiastici del paese per lui, sia come valoroso militare, e sia ancora, come il più fedele difensore della fede di Devra Libanos, il Re Menilik si trovava certamente travagliato dalla passione di gelosia, come stato più valoroso di lui, e dello stesso imperatore Giovanni, ma non aveva sopra di lui il menomo dubbio di rivolta; anzi tutto all’opposto il Re Menilik conosceva come certo che il suo zio Ras Derghè sarebbe stato fedele a costo di dare il suo sangue per lui e per il suo regno. Non così [era lo stato d’animo] dell’imperatore Giovanni: non mancavano in Liccè le sue spie, le quali raccoglievano giornalmente quanto cadeva dalla lingua entusiasta dei festanti e ne informavano l’imperatore in Devra Tabor; egli perciò era furioso contro le feste di Liccè, e contro il Ras vittorioso. brighe del partito eutichiano, e Ras Adal Il partito Karra eutichiano della sua corte, lavorava [p. 14] indefessamente nel campo religioso ad indisporre sempre più il cuore dell’imperatore Giovanni, già per se molto inclinato a farla da settario; l’unità del vostro impero sarà sempre una chimera senza l’unità della fede religiosa, gli dicevano gli oracoli del partito eutichiano. Ras Adal principe del Gogiam, il quale notriva un’odio inveterato contro il Re Menilik, e contro la sua armata da due anni, quando [1876] il Re Menilik colla sua armata entrò in Gogiam, come è stato detto a suo luogo, egli vedendo la sconfitta di Derrà, e la vittoria riportata da Ras Derghè contro quel principato, il quale era per lui il baluardo contro l’imponente forza dell’armata di Scioa: questo Ras Adal, bracio destro dell’imperatore Giovanni, gettatosi anche egli nel campo religioso, bisogna finirla una volta con questo regno di Scioa, e colla sua fede di Devra Libanos: tutti questi trionfi di Ras Derghè, e tutto quest’entusiasmo del paese per lui, cognito nemico della pace, e dell’unità dell’impero, significa qualche cosa, /86/ egli diceva all’imperatore; noi, fermi sul terreno della pace stabilita col Re Menilik, non parliamo di guerra, basta per noi l’argomento della fede: l’unità della fede perciò, sia la gran questione del giorno.

il triumviro degli eutichiani L’imperatore Giovanni, preso nel suo debole, acettò il piano di Ras Adal, divenuto capo del partito eutichiano, a fronte che il suo paese, nella fede non convenisse col medesimo (1a); unitosi egli coll’Ecciecchè capo dei monaci di tutta l’Abissinia, e come unico capo della gerarchia abissina, benché nella [p. 15] sua carica egli fosse il vero successore di Abuna Tekla Haj̈manot, epperciò capo nato della fede di Devra Libanos, (1b): uniti questi due ad alcuni altri oracoli del partito eutichiano, fecero un gran congresso per presentare all’imperatore Giovanni un piano di operazione. secreti appunti del medesimo La questione religiosa del regno di Scioa è una questione delicata, dicevano questi, e bisogna maneggiarla con dissimulazioni, simulazioni, ed anche finzioni, onde evitare la rottura della pace stabilita; convennero quindi in alcuni appunti curiosi e degni della solita camorra degli eretici, e dei partiti rivoluzionarii dei nostri paesi. Prima di tutto si eseguisca al più presto il congresso già stabilito dall’imperatore, essi dissero, ma affinché il vasto e potente partito di Devra Libanos non si allarmi, e beva la pilola che deve vincerlo ed ucciderlo, si finga nell’ordinario la massima calma ed indifferenza, anzi una vera disposizione di abbraciare anche noi la fede delle due nature in Cristo, se questa sarà riconosciuta dal congresso degli alaca o dotti di tutto l’impero, dopo un serio esame, per il quale si prometterà tutta la libertà d’azione.

Ciò fatto, onde ottenere la tranquillità del paese, e la conservazione dello stato di pace tra l’imperatore ed il Re Menilik, allora incommincieranno le nostre operazioni dirette, onde ottenere la realizzazione del congresso, e preparare nel tempo stesso gli oracoli principali del medesimo affinché lavorino nel senso nostro, onde ottener[ne] lo scopo da noi voluto. Una commissione di persone [p. 16] una commissione politico-religiosa di loro fiducia, tutte /87/ appartenenti alla loro setta eutichiana, fu instituita, i membri della quale dovevano fare il giro di tutte le Chiese centrali dell’impero, per preparare i chiamati al Congresso, nel senso voluto dall’imperatore, e dai triumviri. Per il regno di Sciova, dove si trovava maggior pericolo, furono mandati uomini molto astuti, sotto la direzione del già più volte notato frammassone Masciascià Workie, persona di gran capacità allo scopo della missione sua, perché in materia di fingere e simulare ne sapeva più del diavolo, di cui era servo fedele. Fra le istruzioni ricevute dai triumviri, una era quella di lasciare in pace la missione cattolica in Scioa, come composta di esseri stranieri, coi quali i dotti del paese non potevano competere. La commissione suddetta in Scioa doveva dissimulare affatto lo scopo principale del congresso, e [i componenti] presentarsi solo come incaricati di diplomazia col Re Menilik, e coll’eroe del giorno Ras Derghè, al quale erano portatori dei complimenti imperiali per la Vittoria di Derrà.

Quando arrivò la commissione anzidetta a Liccè io mi trovava in Fekerie ghemb tutto occupato nel catechizzare ed istruire; le carovane venute da lontano per l’inoculazione del vaivolo assorbivano anche esse una parte della mia giornata. Io sono rimasto attonito nel sentire le nuove notizie venute dal campo imperiale, portate dalla nuova commissione venuta, e dovetti far violenza al proprio mio criterio formatomi per credervi. belle notizie dal campo imperiale Da quanto i suddetti dicevano, l’imperatore Giovanni era un vero convertito, tutto entusiasmato per Ras Derghè non solo, ma per la fede [p. 17] di Devra Libanos, ed anche in favore della missione cattolica, e principalmente verso di me. Da quanto si vociferava l’imperatore passava il giorno a contemplare il volume delle immagini da me regalato. Lo stesso frammassone Masciascià nel dare simili notizie si mostrava tanto entusiasmato, che egli stesso si diceva un convertito. i due alaka cattolici Assatù ed Esscietù Io stentava [a] credere, ma un bel giorno venuto [d]a me un certo Esscietù (1c) Alaca del Santuario di Mariam di Ankober nostro antico cattolico, il quale aveva molto conversato col suddetto Masciascià, dovetti dichiararmi convinto, quando mi presentò una sua lettera piena di proteste e di scuse per la sua condotta passata, colla quale mi prometteva monti per /88/ l’avvenire. Mi sono persuaso ancor più dopo un’altra lettera ricevuta alcuni giorni dopo da Alaka Assatù mio sacerdote semi secreto, ed abbate Alaka del monastero e Santuario di Emmanuele, dove Masciascià suddetto si era recato a bagnarsi nelle aque miracolose di quel monastero per certe malattie secrete, nella quale lettera il mio stesso prete mi raccontava poco presso la stessa leggenda.

false speranze di Scioa Dopo tutti questi giri e finzioni è chiaro come il Re Menilik ricevesse la commissione, venuta dal campo imperiale, alla sua corte, e la lasciasse liberamente circolare in tutto il suo regno senza il menomo sospetto; è chiaro ancora come la maggior parte dei grandi personaggi di quel regno approvassero di buon grado il piano fatto dall’imperatore Giovanni di un congresso di tutti gli Alaka delle Chiese principali del regno di Scioa, sperando [p. 18] che in esso avrebbe trionfato la loro fede di Devra Libanos, [si] sarebbe così ristabilita la pace al loro gran Santuario di Abuna Tekla Haj̈manot, e ritornati i monaci al loro monastero. Molti degli stessi amici della Missione cattolica speravano, che essa, se non altro, avrebbe ottenuto una maggiore libertà nell’esercizio del suo ministero. Passarono così alcuni mesi tranquilli, ingannati da speranze vane di pace religiosa. Quando la commissione imperiale ebbe terminato le sue operazioni, e che l’imperatore Giovanni vidde arrivato il momento di radunare il congresso, egli, lasciato Devra Tabor, ritornò ai Wollo Galla sulle vicinanze di Magdala, e spedì al Re Menilik l’ordine di trovarsi con tutti gli Alaka delle Chiese principali del suo regno al campo imperiale per l’ideato congresso sulla fede religiosa, lasciando tranquilli Abba Messias e tutti i suoi missionarii europei.

si ordina il congresso
[a Buru-Meda: apr. 1878]
la questione dei due cattolici
Il Re Menilik, appena ricevuto l’ordine [l’ordine] dell’imperatore Giovanni lo diramò a tutti gli alaka delle Chiese principali di tenersi pronti, e di recarsi a suo tempo in Liccè per la partenza con lui. Due sacerdoti indigeni del mio clero, i quali, dopo la loro Ordinazione da me ricevuta, conservarono la loro carica di alaka, Tekla Tsion alaka di S. Giorgio in Fekerie Ghemb, ed Assatu abbate ed alaka del monastero e santuario di Emmanuele, secondo l’ordine dell’imperatore Giovanni, essi pure, come tali avrebbero dovuto partire, ma aspettavano [p. 19] il mio permesso nella qualità di preti cattolici. Io, trovandomi in Liccè, dove era stato chiamato precedentemente, ne ho parlato al Re, esternandogli il mio desiderio di non lasciarli andare: essi gli dissi, voi sapete che sono miei sacerdoti, stati da me ordinati col vostro permesso; non andando io, ne nessuno dei miei sacerdoti europei, essi pure non dovevano andare; come essi dovrebbero andare unicamente, perché sono alaka /89/ di chiese, io a preferenza ordinerò loro di rinunziare all’impiego. Il Re si oppose energicamente a questo mio piano di astenzione, adducendo per ragione, che i miei due preti erano i più dotti di tutto il paese, che [per] la rinunzia alla carica era troppo tardi. Sia pure, risposi io, ma potete voi assicurarmi che nel congresso avranno luogo delle dispute o delle discussioni in materia di fede, per conoscere da che parte sta la verità? Sarà difficile, rispose il Re, perché poi mancherebbe un giudice più dotto per finire la contro versia, non potendo, ne l’imperatore, ne io, ne tampoco l’Ecciecchè conoscere da qual parte sta la superiorità frà i disputanti.

una mia scoperta Dopo questa ultima risposta del Re io non ho stentato a pronosticare un cattivissimo esito del prossimo futuro congresso: era facile comprendere, come la chiamata dei dotti e degli alaka dell’impero, non era per aggiungere una luminaria per conoscere meglio il vero nell’opera dell’eterno, ma bensì per appoggiare lo spirito di rivolta già impadronitosi del potere, cioè, per servirmi del linguagio oggi tanto usitato dai nuovi sistemi della rivoluzione, era piuttosto per armare il partito di rivolta contro Dio, facendo parlare [p. 20] il cieco popolo schiavo. un grande inganno Il famoso congresso comandato dall’imperatore, non sarebbe stato [organizzato] per discutere la questione della fede, ma solo per dare il voto voluto dal partito. Secondo il mio calcolo, non solo i miei due preti, ma tutto il fiore del clero di Scioa, ingannati da una simulata conversione dell’imperatore, dovevano recarsi al congresso per dare un voto di fiducia all’imperatore, il quale gli avrebbe tutti condannati. tutti presi nel lacio Tutti erano stati presi nel lacio, e si trovava preso lo stesso Re Menilik. Io era intimamente persuaso di questo, ma pure [io] non poteva parlare, anche solo per ritirare i miei due sacerdoti, senza figurare in facia a tutti come un capo banda che solleva un partito; io stesso perciò mi viddi inviluppato nel lacio, come sogliono trovarsi inviluppati molti deputati delle nostre camere e dei nostri senati della rivoluzione a sancire leggi contro la Chiesa, vinti da una maggioranza. Vedendomi così preso alle strette, io mi sono limitato a domandare al Re il semplice salva condotto per i miei due sacerdoti, in caso di bisogno. Noi speriamo di essere vittoriosi, disse il Re, ma per questo, ad ogni caso di bisogno, contate sopra di me.

Così terminata la questione dei due miei sacerdoti sopradetti, essi dovettero mettersi in fila con tutti gli altri alaka del regno di Scioa, e partire col Re per il campo dell’imperatore Giovanni, muniti però dei miei consigli per ogni caso di disputa, oppure di finta votazione. [fine mag. 1878] Essi partirono, [p. 21] colla carovana medesima del Re, il quale vi andava /90/ senza armata, accompagnato solo dalla compagnia di fucilieri indivisibili della sua solita scorta. Gli alaka di tutto il regno di Scioa, che accompagnavano il Re, erano circa i[n] 50., dei quali più di trenta appartenevano alla fede di Devra Libanos, e, fatto un calcolo di tutti gli altri che dovevano trovarsi al congresso, venuti dal Goggiam, dal Beghemeder, da Gondar, e da tutti gli altri paesi del nord, erano forze il doppio, dei quali anche più della metà appartenevano alla medesima fede. un’immaginato trionfo Il viaggio quindi per i nostri di Scioa fu un viaggio di un’imaginato trionfo; coronava il trionfo dei nostri la presenza del nostro sacerdote indigeno Tekla Tsion, persona che godeva in tutta l’Abissinia [di] una riputazione tale, che nessuno avrebbe osato ripetergli parola. Difatto il trionfo non avrebbe mancato, se il congresso avesse avuto luogo per via di discussione, e di disputa; ma nessuno sapeva, che la sentenza contraria era già [stata] pronunziata prima, ed era stata decisa, probabilissimamente per causa del cattolico Tekla Tsion, che tutti temevano.

Dopo pochi giorni di viaggio la carovana del Re arrivò al campo, ricevuta colle più segnalate acclamazioni. Prima della carovana di Scioa, da tutte le parti del centro dell’impero, e del nord del medesimo erano già arrivati gli alaka. L’imperatore Giovanni aveva già diviso i dotti in altrettante decurie, le quali erano pres[c]iedute da nominati decurioni. Prima [p. 22] le due prime sessioni che si trattassero le questioni di fede, l’imperatore ordinò che si trattasse la questione di un giudice inappellabile in tutte le decine, e che il capo della decina portasse all’imperatore il voto secreto. Da questo primo scrutinio sortì per acclamazione l’imperatore stesso come giudice supremo. Tre scrivani in particolare ricevevano le deposizioni venute dai capi decina, e le registravano. Nel secondo scrutinio l’imperatore propose che si trattasse in tutte le decine la questione dell’unità della fede obligatoria in tutto l’impero; questa questione trovò molte opposizioni, ma il capo decina, persona scielta allo scopo voluto, sapeva mitigare ed ungere la difficoltà con belle promesse, che alla fine pare che passasse con certe riserve, le quali poi non furono ne riferite, ne tanto meno registrate.

terza sessione Dopo venne il terzo scrutinio sopra la fede. L’imperatore permise che si discutessero i punti controversi in materia di fede, ma solo infra la decina, e proibì che le discussioni passassero da una decina all’altra sotto gravi pene, sotto pretesto di buon’ordine. In questa sessione che ebbe luogo nel quarto giorno dopo l’arrivo del Re Menilik, molti incomminciarono a pronosticare male sull’esito finale del congresso vedendo tanti raggiri e tante restrizioni: il mio sacerdote Tekla Tsion ad- /91/ ducendo il motivo del quassò (1d), se ne astenne. Il sacerdote Assatu si trovava in altra decina, egli vi andò, ma vedendo la demarcia della disputa (2a), anche egli con qualche titolo di bisogno personale se ne sortì, e non vi ritornò più. Anche alcuni altri in altre decine se ne sortirono [p. 23] un poco disgustati. Due monaci di Devra Libanos, i quali senza essere cattolici, a nostra imitazione esercitavano un’apostolato nel paese di Ras Derghè, predicando il matrimonio evangelico e la frequenza dei sacramenti, ciascheduno nella decina dove si trovava inscritto, avendo sollevato alcune questioni in diffesa della natura umana di Cristo, ed avvanzato alcune proposizioni odiose contro gli eutichiani, furono espulsi dalla decina. Questo fatto cagionò un poco di rumore ed agitazione nel publico. La sera, chiuso che fù lo scrutinio i capi decina riferirono i fatti e furono registrati.

proclami dell’imperatore
[1a metà di giu. 1878]
L’indomani quinto giorno del congresso vennero sospese le adunanze delle decine ed i nuovi scrutinii. Alla presenza del Re Menilik, di Ras Adal principe dei Gogiam, e di tutti i grandi dell’impero, furono letti gli atti dei tre scrutinii. Fu proclamata l’autocrazia dell’imperatore sopra tutte le questioni religiose dell’impero, e si spararono dieci colpi di cannone. Si parlò quindi dell’unità della fede obligatoria in tutto l’impero, compresi i musulmani ed i pagani. Si accordarono due anni di tempo ai cristiani dell’impero [per aderirvi]; tre anni di tempo ai musulmani o turchi; cinque anni a tutti i galla ed altri pagani. Anche questo punto fu sanzionato e publicato collo sparo del cannone. Rimaneva a decidersi il terzo punto, quale cioè dovesse riconoscersi come fede obligatoria fra le diverse sette riconosciute. i due monaci di devra libanos Si lessero tutte le discussioni e gli atti del terzo scrutinio, e si parlò [p. 24] in modo speciale dei due monaci di Devra Libanos che sollevarono delle questioni, e si erano appellati all’imperatore per essere stati espulsi dalla loro rispettiva decina in tempo dello scrutinio. Fino a quel momento l’imperatore aveva bensì prese molte misure tendenti a favorire il partito eutichiano, ma rispettò sempre tutti gli individui stati chiamati al congresso. Avendo lette certe espressioni, o proposizioni state registrate negli atti dello scrutinio sopra le due nature di Cristo, forze esaggerate dal capo deci- /92/ na, oppure dai scrivani eutichiani. rigori di Joannes con loro Furono chiamati i due monaci a dare ragione di certe loro espressioni. L’imperatore che aveva già conosciuto quei due monaci in Devra Libanos, quando fece la visita a quel santuario, e che già gli aveva trattati con rigore per certe loro risposte meno rispettose, fece loro certe interrogazioni da mettere sul bando il loro zelo, benché giusto nel fondo dogmatico, [ma] poco rispettoso alla sua autorità, ed alla natura umana di Cristo abbassandola con certe espressioni, nella sostanza vere, ma piarum aurium offensivæ; allora Sua Maestà, che in Devra Libanos, fuori di casa sua, seppe raffrenarsi, si lasciò trasportare dalla collera, e senza altro ordinò che fossero legati e ben custoditi.

Se quei due monaci fossero stati più calmi, e si fossero rassegnati, l’avrebbero forze aggiustata con pochi giorni di prigione, ed avrebbero ottenuto la loro libertà. Ma tutto all’opposto, invece di umiliarsi si irritarono di più. dicerie pro e contro Qui non mancarono di quelli che gli difesero, asserendo che essi parlarono per puro zelo, desiderosi anche di morire per la fede; altri all’opposto, anche dell’istesso loro [p. 25] partito, sostenevano che i detti due monaci passarono tutti i limiti di convenienza e di rispetto, non solo verso l’imperatore, ma verso l’istesso Cristo nostro Signore nel diffendere la vera causa della sua natura umana discendendo a certe bassezze che la decenza doveva loro far risparmiare. Ma lasciando per il momento da una parte la realtà di questa questione, per continuare la storia di cui è caso, il fatto si è che l’imperatore Giovanni, avendo chiamato a se una seconda volta quei due monaci, dopo ritornata la calma del suo spirito, e forze disposto di graziarli, come assicuravano alcuni se essi si fossero moderati; vedendo che, invece di ricredersi, divennero più petulanti, non seppe anche egli contenersi, taglio della lingua loro ed ordinò che sul punto fossero presi a parte, e che fosse loro tagliata la lingua in tutta la sua parte visibile, dove poté arrivare il ferro dell’esecutore, come fu eseguito.

persecuzione religiosa
[arrivo a Finfinnì di Saheli e altri: 16.6.1878;
di Tekla Tsion: 29.6.1878]
Questo fatto ha sparso un vero terrore nel campo. Molti seguaci della fede di Devra Libanos se ne fugirono; fra gli altri i nostri due preti Tekla Tsion, ed alaka Assatu. Dopo questo fatto calarono la visiera e presero coraggio i seguaci di Eutiche, ed incomminciò una specie di persecuzione contro i figli di abuna Tekla Haj̈manot, e cessarono le dissimulazioni e le ipocrisie. L’imperatore medesimo che fin là lasciò sempre sperare ancora una certa libertà di discutere, prese la sua posizione di eutichiano settario fanatico. Furono cercati i miei due sacerdoti cattolici suddetti, ma il Re Menilik, che mi aveva promesso il salva condotto in loro favore, nella notte gli aveva fatto fugire, probabilmente /93/ d’accordo coll’imperatore medesimo, il quale per allora, non credè [p. 26] prudente spiegarsi troppo direttamente contro la missione cattolica, sia per un certo riguardo verso il Re Menilik, e sia ancora, perché fù accordata all’unità della fede obligatoria la latitudine di due anni. Benché l’imperatore Giovanni non abbia aggiunto altre crudeltà, pure il partito eutichiano vedendosi trionfante non lasciò di vessare molti. I deboli quindi indotti dal timore defezionarono frà i seguaci di Devra Libanos. Anche la missione cattolica ebbe qualche defezione in quella crisi: defezioni però non costanti, ad eccezione di alaka Escettu suddetto.

Così terminò per allora il congresso riguardo ai cristiani. L’imperatore stesso, pago di avere ottenuto la sanzione dell’unità di fede eutichiana, dichiarò nuovamente che l’obligazione esterna e formale dell’unità della fede s’intendeva colla latitudine di due anni, epperciò fece cessare tutte le vessazioni, ed il campo riprese un tantino di calma. i musulmani ed i pagani Lasciato in pace i Cristiani, l’imperatore Giovanni si occupò dei musulmani e dei pagani. leggi a loro riguardo Anche per questo l’imperatore dichiarò che nessuno poteva essere punito o per avere creduto ed anche professato l’islamismo o turkismo, come noi diciamo, prima dei cinque anni. Tuttavia in tutti i paesi sotto la dominazione dell’imperatore da quel giorno erano obligati a fabbricare chiese e pagare le decime ai preti stabiliti nei rispettivi distretti; quindi nessuno poteva sperare impieghi se non era battezzato, e gli impiegati fra tre mesi dovevano considerarsi come destituiti dal loro impiego [p. 27] se non si erano fatti battezzare. alcuni battesimi di musulmani Fino da quel giorno però si vidde il gran spettacolo di molti impiegati correre a farsi battezzare senza conoscere Cristo ed il suo vangelo, ed anche professando secretamente la fede di Maometto; e protestando di non essere cristiani. Io conobbi alcuni, i quali, sortiti dalla Chiesa dove erano stati battezzati andarono dallo stesso giorno alla loro moschea a farsi levare il battesimo dai loro focara o fakir. Come la legge imperiale non aveva parlato delle donne, queste restavano come erano [nella loro religione] con tutta la famiglia.

legge di Sela-selasie
[24.11.1841]
Riguardo ai pagani non era la prima volta che si vidde in Scioa publicata una legge che obligava i galla ad abbraciare la religione cristiana. Il Re Sela Salassie avo del Re Menilik, circa 50. anni addietro, quando quel gran Re incomminciava[a] estendere le sue conquiste frà i galla del Sud, per consolidare le sue conquiste fra quei galla, aveva publicata una simile legge, con modi più simpatici, e meno crudi, che distinguevano quel gran uomo conquistatore, e direi anche rigeneratore. Si fecero allora molte Chiese, e si fecero molti battesimi di persone grandi in tutti quei paesi, incomminciando dal fiume Ciàcia, sino all’Akaki al di /94/ là di Antotto, e possiam dire anche sino all’Awasce. Ma bisogna confessare che la legge indicata sopra fù non solo inutile, ma nociva allo scopo voluto da quel principe, e possiamo dire che produsse un’effetto affatto contrario, indisponendo sempre più quei popoli [p. 28] a ricevere il Cristianesimo. missione eretica in confronto colla missione cattolica La ragione è, che il cristianesimo è essenzialmente opera divina, per la quale è necessaria la missione divina e la grazia concomitante che ne è la virtù o forza reattiva contro le inclinazioni viziose del uomo, cose che mancano agli eretici. I nostri eretici protestanti hanno potuto fare molto contro la Chiesa di Dio, perché la loro opera era opera di demolizione e predicavano il libertinagio lavorando a scatenare le passioni brutali. Tutto l’opposto è il caso della nostra Etiopia, dove era questione di piantare il cristianesimo sopra il paganesimo. Là i poveri eretici abissini dovendo lavorare non a demolire, come fra noi i protestanti, ma nell’edificare, si trovarono colle mani vuote, senza materiali di fede, e senza stromenti di grazia. È chiaro perciò che il loro lavoro doveva finire per essere sterile e di nessuno effetto. Come però frà quei poveri galla furono fatte delle Chiese, e stabiliti dei preti, lavoranti evangelici pieni di passioni e di bisogni, il tentativo finì per diventare un tributo enorme a quei poveri popoli, da rendere insopportabile, ed odioso l’imposto cristianesimo.

prova di fatti Il lettore di queste mie memorie leggendo la storia da me scritta sopra i lavori della missione cattolica incomminciando dal 1852. frà i Zellan pagani sulle rive del lago di Tsana nel Dembea, poscia nel Gudrù, Lagamara, Nonno, Ennerea, Ghera, e Kafa, sino all’anno della mia uscita dall’Abissinia 1863., ha potuto formarsi un’idea della differenza [p. 29] tra il ministero cattolico munito di missione cattolico apostolica, dalla missione eretica in questione. Di quei lavori apostolici frà i galla sud-ovest di Scioa lo stesso Re Menilik nelle sue relazioni diplomatiche col Gudrù nel 1870. [ne] ha avuto delle prove. Nel 1878. Ras Govana alla testa di una spedizione in Lagamara, già da me citata altrove, nella [3.11.1878] strage che fece colà dei miei cattolici ne ebbe altre prove, ed alcuni avvanzi portati in Scioa furono l’ammirazione della sua armata. Poco presso [6.2.1879] dello stesso anno la Società geografica italiana arrivata sino a Ghera, trovò ancora in vita una chiesa da me fondata colà nel 1859. Questi fatti provano che non sono esaggerazioni le cose da me narrate frà i galla suddetti.

[il] ministero eretico indispone Ma ho detto sopra, che il ministero di sacerdoti eretici, indispone anzi i popoli a ricevere il cristianesimo, rendendolo ad essi odioso. Anche questo è un fatto che il mio lettore potrà vederlo nella storia precedente di Gudrù, di Lagamara, e di Kafa, dove è conosciuto il prete eretico. /95/ In Scioa nel 1868. il mio coadiutore, recatosi a Finfinnì vicino ad Entotto per stabilire una missione cattolica. Da principio trovò grandi difficoltà, perché il popolo ci credeva preti eretici del paese, ed il ministero apostolico non fece brecia, che dopo alcuni anni, quando quei popoli poterono accertarsi dell’opposto. Ciò per ora potrà bastare, affinché il mio lettore possa essere in gradi da poter giudicare l’esito che potrà avere la legge promulgata dall’imperatore Giovanni, della quale è questione [p. 30] attualmente. il vero ed il falso apostolato Un lettore poi più serio, il quale volesse studiare davvero la storia più in grande dell’apostolato nel mondo cristiano, egli non avrebbe [d]a fare altro che studiare l’oriente, culla del cristianesimo, paragonando il vero clero cattolico dei primi tre secoli, vera epoca dei Padri della Chiesa, col clero eretico dopo il dominio dell’arianesimo, quando questo, per salvarsi dalla disciplina della Chiesa, fece causa comune coll’impero bisantino per battersi contro Roma. In questo paragone egli troverà tutta la ragione, per la quale il primo ha potuto battere il paganesimo, mentre il secondo ha preparato la strada all’islamismo, il quale è un paganesimo più terribile del primo, perché con un titolo di una teocrazia tutta pura ed isolata dal uomo stabili il culto del proprio senso, ed il dominio delle più brutali passioni a Cristo opposte ed al suo Vangelo. Troverà nel Cristo dell’ipocrita Eutiche l’abbassamento del Cristianesimo abissino, equivalente all’islamismo dell’arabo profeta, sollevando Cristo alla sola natura divina per togliergli la qualità di vittima, e di specioso modello frà i figli del uomo.


(1a) Il Goggiam, paese di Ras Adal, nella sua maggior parte era eutichiano nel fondo; ma di una scuola particolare chiamata dei Kavat, ossia dell’unzione, la quale faceva un partito religioso a parte. Una parte, anche notabile, dei goggiamesi non era eutichiana, ma appartenente alla fede di Devra Libanos, la quale riconosceva le due nature in Gesù Cristo. [Torna al testo ]

(1b) Anticamente, al mio arrivo in Gondar nel 1849. nella casa dell’Ecciecchè ho veduto io stesso la cattedra di Abuna Tekla Haj̈manot venerata come una reliquia. In quel tempo l’Eccecché, sempre capo di tutti i monaci abissini, era considerato come capo della setta di Devra Libanos. Ha incomminciato Teodoro a mettervi in questa carica uno della fede eutichiana: da allora in qua l’abbate di Devra Libanos si rese indipendente da Gondar. [Torna al testo ]

(1c) Esscietù non deve confondersi con Assatù, benché nella pronunzia sia facile confondersi, massime da noi europei poco accostumati, alle lettere dell’alfabeto indigeno. L’Etimologia di Esscietù è questa, il suo frutto nuovo, nome dato dalla madre nella nascita dell’alaka della Chiesa Mariani. Assatù significa[:] la sua bugia, nome dato dalla madre nella nascita dell’alaka del Santuario di Emmanuele. Le due madri così chiamandoli intendevano fare un complimento ai padri dei neonati; il secondo era figlio di un monaco abissino... [Torna al testo ]

(1d) Il quassò, o forze meglio qussò [è un] rimedio conosciuto del tenia o verme solitario. Secondo l’uso adottato in Abissinia, quando ad una persona si è reso visibile il tenia, essa ha diritto di separarsi dal consorzio della società come immonda, fino alla presa del rimedio suddetto, e scarica del verme. [Torna al testo ]

(2a) Nella formazione delle decine si ebbe riguardo a non mettere molte persone dello stesso partito o fede religiosa nella stessa decina per evitare le questioni e le scissure. Per questa ragione i miei due sacerdoti furono collocati in diverse decine. [Torna al testo ]