/182/

18.
Gli italiani Bianchi e Naretti a corte.
Nuova udienza con sentenza di esilio.

In materia di fatti storici, dal mio ingresso nel suo paese sul principio di Agosto sino al mese di Settembre, passò il digiuno e la solennità dell’Assunzione [p. 170] di Maria Vergine Santissima, detta Felsità dagli abissini e dai Copti, da loro celebrata con gran rigore e solennità, come già è stato da me scritto altrove, nella storia di Iffagh del 1852. ma io in tutta quella quindena si aggrava il morbo, perdo i sentimenti mi trovava in uno stato di salute tale da neanche poter avere conscienza chiara di me stesso, all’infuori di alcuni fatti che mi rimasero più impressi, fra le altre cose, i brutti momenti che ho dovuto passare per causa delle pioggie ed intemperii, perché la casa della mia prigione faceva aqua e [il vento] soffiava da tutte le parti, e le persone di servizio in simili momenti, sia di giorno che di notte dovevano mettersi in gran movimento per provvedere al mio compassionevole stato, e farmi certe operazione che mi erano molto dolorose. miglioramento, conosco me stesso Circa la metà di Settembre ho incomminciato a migliorare, e ad avere una certa cognizione di me stesso, della cura che mi avevano, sia i miei cari compagni, e sia alcune persone di servizio le più affezionate alla mia persona, come pure di certi fatti che avevano luogo nella casa della mia dimora.

Fu allora che incomminciai a prendere un’avversione, sia al mio letto di dolore, sia alla casa della mia prigione, e sia ancora a certe persone che mi davano segnali di una condotta sospetta, per il pericolo massime, al quale io vedeva esposti alcuni individui della mia casa più deboli; era questa una prova evidente che la mia persona andava riaquistando la vitalità perduta, ed il mio cuore riprendeva la sua posizione nel sentire il bisogno di pensare come padre al bene dei miei figli, sia spirituale che corporale. miei nuovi bisogni Simili pensieri e sollecitudini non mi lasciavano più tranquillo ne giorno, ne notte; [p. 171] ne ho parlato quindi ai due miei cari compagni, i quali fecero tanto presso i nostri custodi, che fù finalmente deciso che si preparasse un’altro luogo vicino per me, dove io /183/ potessi essere trasportato. Le pioggie incomminciavano a calmarsi, ed il sole a riprendere un tantino di forza. sono trasportato nella tenda Una vecchia tenda, che esisteva ancor libera, fu subito aggiustata vicino alla tenda dei due compagni suddetti [per me], ed in poco tempo tutto fu messo in ordine dai nostri giovani, per esservi trasportato circa la metà del mese di Settembre. Incomminciavano allora i serpenti [a] lasciare la loro pelle d’inverno; si vedevano queste or qua or là abbandonate sul suolo ridente della primavera etiopica, mentre il rettile, cangiato il suo colore si vedeva guizzare ardito fra le erbe verdeggianti; io fui come uno di essi al cangiamento di luogo, ed al respiro di [un] nuovo orizzonte; due giorni bastarono per farmi come rinascere a nuova vita, e farmi cangiare di colore, e di aspetto.

nuova mia condizione Il respiro di aria più pura mi fece rinascere l’appetito; si rallegrarono i miei di casa ed i vicini; latte ed ova in abbondanza mi viene dagli occulti amici. Con ciò ho potuto prendere un poco di forza da potermi movere, accompagnato ora dal mio Coadjutore, ora dal mio Segretario, ed ora da qualche giovane dei più fidi di casa. Dal conversare or cogli uni, ed or cogli altri di casa ho potuto conoscere molti detagli di cose avvenute dopo il nostro arrivo in Devra Tabor, che sarebbe troppo lungo riferire. Mi contenterò di narrare quì alcuni fatti più importanti per la storia presente. arrivo di Gust[av]o Bianchi Il più importante è stata la venuta dall’Europa di Gustavo Bianchi portatore [p. 172] di lettere dalla S. C. di Propaganda, e dal Papa. Quelle lettere erano già state consegnate al mio Coadjutore secretamente per mezzo dei suoi domestici trovatisi coi miei alumni al mercato. Il Signor Bianchi era arrivato [20.5.1879] qualche mese prima di noi a Devra Tabor per la via nord del Tigrè e di Massavah, dove si era incontrato col Signor [Giacomo] Naretti piemontese, già stabilito come artista alla corte dell’imperatore Giovanni, quasi l’unico [nel Goggiàm dal 1871] fra gli europei che abbia incontrato il genio di quel principe abissino, e che vi abbia fatto fortuna. Il buon piemontese Naretti falegname, oppure ebanista, come alcuni asserivano, di un carattere calmo, e per mancanza d’istruzione religiosa, pieghevole non solo alla politica, agli usi, ma alla stessa religione del paese, prese moglie, ebbe figli, e fatta sufficiente fortuna, ottenne dal principe la facoltà di rivedere la sua patria. [fine 1878]
[Giuseppe]
Nel ritorno condusse in Abissinia anche un suo fratello germano.

storia di Naretti e Bianchi
[giunto a Massaua: 14.12.1878]
Il Signor Naretti, arrivato in Massawah ha trovato là il Signor Gustavo Bianchi con alcuni altri europei in viaggio per l’Abissinia, i quali avevano missione di unirsi alla Spedizione geografica italiana di Scioa già partita per Kafa, della quale molte notizie contradditorie erano arrivate in Europa. I compagni di Bianchi, arrivati in Adoa, per certe difficoltà /184/ che ben non conosco, si separarono da lui, ed egli solo, unitosi a Naretti, [20.5.1879]
[partenza: nov. 1878]
arrivarono al campo dell’imperatore Giovanni. Bianchi partendo da Roma erasi procurato lettere di raccomandazione per me alla Propaganda ed al Vaticano, sperando nella mia protezione di poter continuare [p. 173] il suo viaggio per Kafa in cerca di Cecchi e di Chiarini, ma, arrivato al campo imperiale di Giovanni, e conosciuta dal compagno Naretti la disgrazia della missione cattolica, forze prima di noi, e da lui consigliato, tenne secrete le sue lettere di raccomandazione, il Bianchi si limitò ad un’amicizia secreta e prudente, come quella di Nicodemo narrata dal vangelo, amica della notte, per non compromettere la sua persona, pago di domandare di noi per vie indirette, e secrete. tentativi suoi in Goggiam
[5.2.1880]
[30.4.1880]
[20.1.1881]
Il Bianchi, vedendo che nulla più gli restava [d]a sperare da noi, fedele alla sua missione, lasciato il paese di Scioa, colla protezione del Re Giovanni, si recò in Gogiam, dove fece l’amicizia di Ras Adal, l’anno dopo proclamato re del Gogiam col nome di Tekla Haimanot, col quale trattò la causa di Cecchi e di Chiarini, e fece trattati di commercio nominali, e direi ridicoli progetti di un ponte sul Nilo azzurro in favore di quel principe, con grave pericolo di compromettere l’interesse e l’onore italiano in un’impresa impossibile e politicamente pericolosa.

scritti di Bianchi Basti questa mia breve narrazione sul proposito del Naretti e di Gustavo Bianchi; chi ne bramasse di più potrebbe consultare le memorie dello stesso Bianchi, state publicate in Milano dai Fratelli Treves di questo [1884] medesimo anno in cui scrivo, nelle quali Bianchi fa conoscere abbastanza il suo carattere, e quello del suo amico Naretti suddetto. massacro di Giulietti
[25.5.1881]
e di Bianchi
[7-8.10.1884]
Nel mentre scrivo queste mie memorie la nostra Italia ed il suo governo si trova dominata da una specie di vertigine, ed una sua nominale armata si trova in via per il mare rosso [p. 174] con missione supposta di vendicare il massacro di Bianchi, che coronò il massacro di Giulietti e compagni avvenuto due anni prima, commesso dalla stessa tribù Dankali, e quasi nello stesso luogo. una mia scusa Qui io come semplice scrittore [io] dovrei dire il mio parere sopra questi due fatti, i quali, dopo altri egualmente, ed anche più gravi, avvenuti sotto la risponsabilità di altre nazioni rispettabili, rimasti sempre impuniti, i quali in tutta l’Etiopia han fatto gran male, sia per avere disonorato i popoli così detti civilizzati, e sia molto più per aver gonfiato d’orgoglio tutte quelle razze da noi chiamate barbare, e considerate fuori del diritto delle genti, e non più padrone di se. Io come il più vecchio viaggiatore avrei anche il diritto ed il dovere di parlare, perché posso dire di aver passata la mia vita a studiare da vicino tutte quelle povere razze. Ma io credo più prudente [di] non parlare, perché sono missionario cattolico, e sotto l’influenza /185/ dell’impero massonico, oggi unico padrone [unico] nel mondo della diplomazia, la mia voce non sarebbe più di moda, e sarei poco ascoltato; il teatro oggi è in tempo di ballo scenico, bisogna lasciar ballare fino a tanto che siano passate le maschere, e ritorni il tamburro a mettervi l’ordine, e facia passare il capo giro sociale. Lascio perciò la questione per fare ritorno all’ordine storico interrotto.

arriva un’ambasciatore
[Mitzakis, console greco in Alessandria: 3.10.1879]
Sortito dalla mia prigione, io stava facendo qualche passo fuori della tenda per accostumare le mie gambe, come paralizzate dal lungo decubito, ho veduto il campo imperiale in gran movimento: il cannone sparava certi colpi insoliti che facevano tremare la terra, perché in quei paesi il cannone è come [p. 175] un’istromento di semplice parata, fatto più per spaventare che per battere i nemici, mancando i cannonieri capaci a manovrarlo. Domando al compagno che mi reggeva cosa era accaduto? È arrivato, mi rispose, un ambasciadore europeo, alcuni dicono dalla Russia, altri dalla Grecia: si trattava di ricevimento solenne, di quelli che io aveva veduto molte volte alla corte del Re Menilik all’arrivo di viaggiatori classici. Della venuta di quel forestiere multi multa dicebant, ed i nemici della missione, e fra gli altri il framassone Masciascià Workie per umiliare me povero Vescovo cattolico spargeva [la diceria:] essere questione di far venire alcuni vescovi esibiti dalla Russia o dalla Grecia. Tutto era possibile, ma io nella mia qualità di prigioniero sorvegliato, colle semplici notizie di trafugo, [non] ho potuto nulla comprendere sulla diplomazia in discorso. mio incontro con lui in Cairo
[9-25.2.1880]
Solamente circa cinque mesi dopo, trovandomi in Cairo nel gran convento di Terra Santa, quello stesso ambasciatore di ritorno venne a visitarmi; mi fece le sue scuse per non avermi visitato in Devra Tabor, impedito dalla politica imperiale. Da lui ho potuto capire alcuni misteri che prima non sapeva, come dirò in seguito. Da quanto ho potuto penetrare: è stata quella una manovra dell’imperatore Giovanni, il quale con ciò voleva far un contratto col patriarca copto eretico per avere altri vescovi a buon prezzo (1a), e nel tempo stesso spaventare le potenze cattoliche d’Europa, supponendole più favorevoli alla Chiesa di quello che siano.

Da questo medesimo così detto ambasciatore, ora Russo, ora greco, ho potuto sapere il Papa ed i governi
[dic. 1879]
[per] la prima volta, che il Papa al sentire la nostra prigionia in Devra Tabor alla corte dell’imperatore Giovanni, aveva fatto /186/ ricorso ai governi [p. 176] di Francia e d’Inghilterra per la nostra liberazione. Da quanto mi risulta il governo della republica francese [non] ha fatto nulla per noi. La sola Inghilterra, da quanto mi si disse, aveva raccomandato [il nostro caso] al Generale Goldon, in quel tempo governatore del Sudan, e di tutte le coste d’Africa, incomminciando da Soakim sino a Gardafui, rappresentante il governo Egiziano. alcune nostre pratiche Difatti, circa la metà di Settembre, avendo noi fatto alcune pratiche presso la corte dell’imperatore Giovanni, onde conoscere la nostra destinazione al cessare delle pioggie; secondo i segnali ottenuti, tutto pareva deciso per farci partire dalla parte del Nord per la via diretta alla volta di Massawah, la quale era la più breve, la più diretta, e la più salubre, ed anche la più sicura da ogni pericolo di rivoltosi. La nostra guida già era stata fissata, prese già molte precauzioni, ed anche fatti vistosi regali ad alcuni grandi di corte, onde assicurare che la nostra carovana ottenesse raccomandazioni da rendere meno penoso il nostro lungo viaggio di esilio, divenuta sentenza irreparabile. Tutto pareva aggiustato, solamente si aspettava che io avessi aquistato forze sufficienti per fare il viaggio.

movimento alla corte
[2.10.1879]
Tutto all’improvviso si manifestò nel governo un gran bisogno di accelerare la partenza nostra; visite sopra visite si moltiplicavano per accertarsi, se io mi trovava in caso di poter partire; io mi trovava un poco meglio, ed incomminciava tutto solo a fare qualche passo; una seconda guida, o meglio custode, non mi abbandonava più, si parlava persino di voler sapere se io era capace di montare a cavallo, e di camminare sopra il mulo. Pare [p. 177] che la questione venisse dall’imperatore medesimo, e molte cose si dicevano in proposito; alcuni gettavano alcune proposizioni di supposto viaggio verso lo Scioa, ed altri all’opposto; tutto era per sapere l’ultimo pensiero del mio cuore. Alcuni di mia casa e frà i miei amici medesimi, mi consigliavano a fingere di non poter camminare, mentre altri parevano di parere contrario. Tutto si presentava come un gran mistero. esame di equitazione Non tardò un bel giorno a presentarsi una commissione di persone venuta dalla corte, la quale voleva vedermi montare sopra il mulo, e camminare. Mentre si sellava il mulo, sopra la vetta Nord-Est del villagio detto Iffat, luogo, dove anticamente, in tempo di Teodoro esistevano le fabriche di cannoni, e dove esisteva la casa del gran monaco Ecciecchè, un gruppo del gran mondo imperiale, stava osservandoci da lontano. I miei erano tutt’occhio per vedere, e tutte orecchie per ascoltare quello che si diceva dagli uni e dagli altri.

consigli secreti Finito lo spettacolo della cavalcatura, io stanco mi sono ritirato: si ritirarono pure sopra la vetta di Iffat gli spettatori della corte imperiale, /187/ probabilmente ut consilium facerent scribi et pharis[a]ei ut nos perderent. Anche i nostri amici tanto occulti che publici, al vedere tutto quell’impegno andavano a gara per profetizzare chi pro e chi contro. Venuta la sera, molti dei nostri avrebbero voluto parlare, ma le guardie non ci abbandonarono più, e conveniva osservare silenzio. [p. 178] timori di Giovanni Tutta questa rigorosa custodia delle nostre persone non era tanto [per] il timore che si avvicinasse a noi il partito dei nostri amici cattolici di spirito, perché sul principio del nostro arrivo, il supposto partito nostro cattolico, che non mancava, era stato soggiogato dai primi rigori contro alcuni, i quali tentarono di avvicinarsi. Era piuttosto il timore che si sentisse da noi qualche notizia sull’eco che aveva prodotto il nostro imprigionamento in Europa, e ciò che [pareva] sperarsi da noi dalla politica europea: Se Abba Messias sentirà d’avere qualche ajuto, egli fingerà di non poter camminare, e cercherà un ritardo. Così dicevano alcuni, ed altri non mancavano di andare più avanti con dire che gli europei si trovavano già in strada. Tutte queste dicerie secrete, che noi non conoscevamo, erano conosciute dai pochi europei che si trovavano al campo imperiale, motivo per cui temevano di mettersi in relazione con noi, e [se] ne stavano lontani.

suoi ordini Quindi l’imperatore Giovanni, accertatosi del mio stato di salute, sufficiente da poter partire, non perdette il suo tempo, e della stessa sera del sopra narrato esame, mandò l’ordine di preparare la partenza per l’indomani mattina senza dire dove e per quale via dovevamo andare. Si passò la notte a preparare il bagaglio. fummo condotti alla corte
[3.10.1879]
L’indomani, appena levato il sole, arrivarono ordini dalla corte imperiale, secondo i quali sul momento abbiamo dovuto partire, lasciando ai nostri giovani l’incarico del bagaglio. Credevamo di essere condotti [p. 179] per la via del nostro esilio, invece fummo condotti una seconda volta alla corte dell’imperatore Giovanni per riceverne la sentenza e per fare una seconda amenda, come nel giorno del nostro arrivo da Scioa. Da quanto pareva, non era un’ordine imperiale, ma del solo Ecciecchè capo dei monaci, e capo del partito eutichiano colla sola intenzione di avvilirci in facia al publico. L’imperatore Giovanni, sentito il nostro arrivo, ed inteso col capo dei monaci, ci mandò a dire di aspettare nel cortile in mezzo alla plebaglia. Dopo aver aspettato più di un’ora fummo condotti in una capanna, nella quale abbiamo aspettato un’altra buon’ora prima di essere chiamati.

una nuova berlina In quella capanna io conobbi alcuni delle mie antiche conoscenze, figli delle diverse corti scomparse dal teatro dell’antica Abissinia, ed ho sentito molti discorsi secreti che si facevano a mio riguardo, da persone /188/ vicine le quali mi supponevano come addormentato, dai quali discorsi avrei potuto argomentare il seguito o esito dell’udienza. In quel momento io mi trovava così stanco, che nulla più mi faceva impressione. I miei compagni, che pure qualche cosa dovevano sentire, essi, venuti dal Sud, non conoscendo il centro ed il Nord dell’Etiopia, stato teatro delle mie vicende passate, non potevano dare importanza a ciò che si diceva. Così molte cose passarono inosservate, ne essi erano in caso di soccorrere la mia memoria in seguito, motivo per cui andarono perdute. nostro incontro col re Giovanni Poco prima di mezzo giorno fù aperta l’udienza, e fummo introdotti alla presenza dell’imperatore, poco presso coll’istesso [p. 180] e medesimo cerimoniale, col quale eravamo stati ricevuti al nostro arrivo da Scioa. La sala era la medesima, il trono imperiale allo stesso luogo, la sua corte visibile anche la stessa, ma l’invisibile [celata] dietro le scene chi può saperlo? Noi [stavamo] come prima, ed in piedi, come altrettanti rei di lesa maestà, vicini alla porta, assistiti da guardie di sicurezza che ci obligavano ad un certo cerimoniale il più umiliante. Una sol cosa era nuova, l’oscurità della sala, affinché io non potessi vedere chiaro la figura di sua maestà imperiale, ed egli non potesse ben vedere il mio stato di salute da moverlo a compassione. ultima sentenza In questo stato di passività assoluta l’imperatore, senza aspettare che io parlassi, prese egli la parola: io scrissi, disse, una lettera a Ras Arrià mio zio, da lui riceverete le necessarie istruzioni per la vost[r]a partenza. Ciò detto, da una persona, come maestro di cerimonie fummo costretti a fare una riverenza, e quindi [fummo] accompagnati fuori della porta.

ultima berlina Siamo sortiti dall’udienza poco soddisfatti, senza conoscere ancora per quale via noi dovevamo partire. Ricaduti nelle mani dei nostri custodi, fummo condotti fuori del campo imperiale, in una vasta prateria dalla parte sud ai piedi di una collinetta, sopra la quale l’imperatore radunava molta gente, e faceva fabbricare una nuova Chiesa. I nostri custodi ci fecero sedere in mezzo ad una pianura alquanto inclinata verso i lavori della nuova Chiesa suddetta, dove noi potevamo vedere il gran mondo occupato nella costruzione della Chiesa suddetta, ed essere anche veduti da tutti. Gli europei e forestieri della corte, con tutti i cortigiani passarono poco lontano collo stesso [p. 181] imperatore Giovanni e molti suoi principi. [Vi] siamo rimasti in quel luogo circa un’ora per aspettare che i nostri servi rimasti nel villagio coi nostri muli e col nostro bagaglio arrivassero. In quel frattempo molti curiosi giravano intorno a noi alla distanza di circa cento passi senza avvicinarsi. Gusta[vo] Bianchi Fu allora che alcuni dei nostri mi fecero vedere in lontananza il Signor Gustavo Bianchi con Naretti e suo fratello con alcuni altri; essi, come /189/ mi dicevano, vorrebbero venire a vederci ma sono proibiti dalle nostre guardie.

nostra partenza
[3.10.1879]
Dopo circa un’ora di berlina in mezzo a tutto quel gran mondo, arrivarono finalmente i nostri giovani con tutto il nostro bagaglio dal villaggio di nostra prigione, e circa il mezzo giorno di quella famosa giornata siamo partiti dalla citta o campo imperiale di Iffat vicino a Devra Tabor, tenendo la via nord-nord-ovest, senza nulla sapere ancora circa la via dove eravamo diretti, fuori di quanto disse l’imperatore Giovanni nel congedarci, che cioè dovevamo andare al campo di Ras Aria suo zio. Noi sapevamo che Ras Aria era capo del Dembea, ma non sapevamo dove fosse accampato. false speranze I miei due compagni Monsignor Taurin, ed il Padre Luigi Gonzaga venuti con me da[l] regno di Scioa al sud, non conoscendo ancora il paese del Centro, cioè né Gondar, ne il lago di Dembea, ne la strada del Tigrè si lusingavano ancora che il nostro viaggio sarebbe stato da quella parte. Io stesso non ne aveva perduta la speranza. La nostra guida principale portatore della lettera, interrogato, seguitava [p. 182] a mantenere il più geloso secreto sopra le istruzioni ricevute dall’imperatore Giovanni: epperciò noi camminavamo sempre ancora sull’incerto della strada che ci sarebbe toccata.


(1a) Nel dire[:] a buon prezzo mi sono servito del linguag[g]io popolare abissino che suol chiamare il loro Vescovo[:] uno schiavo comprato a caro prezzo, mediante una contribuzione forzata [imposta] a tutta la nazione. [Torna al testo ]