Storia dell’antica Abbazia e del Santuario
di Nostra Signora di Vezzolano
Del Sac. Cav. Antonio Bosio

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Descrizione della Chiesa.

Sorge questa vetusta chiesa, già abaziale, quasi al piede dell’ameno, vitifero colle, sul quale in bell’ordine si schiera l’allegro villaggio d’Albugnano, dalla cui piazza detta della Torre (da una torre demolita nel 1861, che ancora rimaneva in parte, ad indicare il sito del suo forte castello) ammirabile pel suo antichissimo e grosso olmo, che di lungi si scorge; si gode colla purezza dell’aere uno dei più vasti orizzonti del Monferrato e dell’Astigiano, essendo questo colle uguale in altezza a quello di Superga che ben si misura di 345 tese, ed alto come il cospicuo borgo di Cocconato, da cui poco dista.

Innanzi a questa chiesa si apre una solitaria valletta che si protende vicino all’antico castello di Pogliano, verso Moncucco.

La facciata di questo tempio monumentale s’innalza /7/ maestosa e gentile, tutta formata di duri e lisciati mattoni, intersecata da fascie di pietra arenaria, estratta forse dal vicino colle che sovrasta al rivo dello Stormo, alcune di queste pietre sono composte da ammassi di conchiglie fossili marine, che potrebbero appartenere alla collina del non lontano Pino d’Asti, od essere state estratte dalla cava che trovasi presso a S. Pietro di Zucca, detta anche la Cappella dei morti, già una delle chiese del vicino Castelnuovo d’Asti (1a).

Ammirasi in essa il puro stile lombardo di graziosissimo effetto. La porta maggiore ha tutti gli stipiti in pietra tufacea, con ricca cornice, colonne e pilastri, uno dei quali di bianco marmo, stranamente rabescati con teste d’animali fantastici e fogliami; sopra i capitelli vi sono gli emblemi degli Evangelisti Luca e Marco, cioè la testa del bue e quella del leone. Quasi in mezzo all’arco della porta ossia nella lunetta, si osserva in basso rilievo di pietra dolce S. Gregorio Magno Papa con tiara, o corona reale all’antica sul capo, differente molto dall’attuale triregno, che pure da molti secoli usano i Sommi Gerarchi, da osservarsi specialmente per la singolarità della forma, utile per /8/ la storia e per l’arte pittorica; la borchia del piviale e la corona sono ornate di gemme cristalline: il Sommo Pontefice è assiso sul faldistorio inspirato dal divino Spirito in forma di colomba, e viene assistito alla destra da un angelo, e dalla sinistra dal suo segretario Pietro (1b).

/9/ Sulla porta laterale, dalla parte del Vangelo, murata in principio di questo secolo, si vede un altro bassorilievo alquanto guasto rappresentante S. Ambrogio Arcivescovo di Milano con lo staffile nella destra per quanto pare, e col bastone pastorale nella sinistra; l’altra porta è formata con un grand’arco acuto in mattoni, murata da più secoli, se pure fu mai aperta. Sopra l’arco della porta di mezzo ed inferiormente alla finestra bifora, vi è una serie di sei colonnette in pietra di tutto rilievo, alcune poligone, altre (1c) /10/ rotonde, ed una a spira coi capitelli tutti a diversi fogliami. Ai disopra di queste colonne si apre la grande finestra bifora con piccoli vetri a disegno, si vede in mezzo della stessa la statua in pietra di grandezza quasi al naturale del divin Redentore in atto di benedire, e lateralmente quella dei due arcangeli, Michele, che colla spada sconfigge l’angelo rubelle, colui che primo suscitò lo scisma in cielo, e Rafaele che uccide col bordone il mostro marino assalitore del giovane Tobia.

Accanto a queste tre statue vi sono altre sei colonnette, tre per parte. Sopra li due archi della stessa finestra vi sono due Angeli in figure più piccole; tiene ciascuno una torchia nelle mani; lateralmente ai medesimi vi sono tre patere, o piatti, in terra cotta, verniciata a diversi colori e disegni; quello di mezzo è alquanto più grande: piatti uniformi si veggono nella facciata, alquanto simile a questa, del bellissimo duomo di Casale, che tanto deve all’immortale suo concittadino Canina ed al dottissimo conte Mella, se fu ridonato alla pristina sua forma. Simili patere si veggono nella facciata di S. Antonio di Ranverso, nel campanile di S. Maurizio a Pinerolo, nel duomo di S. Pietro in Cherasco, e si possono dire i primi saggi dell’arte ceramica o sia figulina che risorge nelle nostre contrade, forieri delli stupendi lavori di Luca della Robbia, il quale portò tale arte a bella fama. I suddetti due ordini di colonnette sono architravati in piano, il terzo posto sopra è archeggiato obbliqua- /11/ mente nel senso della pendenza del tetto da ambe le parti.

In quest’ultimo si trovano in mezzo alle colonne due serafini, o cherubini, anche in pietra, coperti da sei ali, e stanti ciascuno sopra una ruota, come li descrive Ezechiele; essi sono un poco guasti nel capo. Nel centro del frontone, e sotto la cornice, in mezzo ad una angustissima finestra o foro si vede una testa con busto, il quale rappresenta il Padre eterno, od il Redentore in atto di benedire: questo busto dovea far parte d’una statua altrove collocata (1d). Dalle statue di Angeli e di Santi che si veggono nella facciata, e nell’interno del tempio, si scorge quanto sia antico il culto loro prestato nei nostri paesi. La piazza o sacrato avanti la chiesa è cinta da un basso muro, già forse adorno di cornice in pietra, e chiuso con cancello in legno, il qual sacrato serviva, come in allora usavasi, di cimitero; vi sorge ancora un antico ed alto cipresso. Vi è lateralmente una casipola, che, riattandola, potrebbe servire per un custode o romito che vegliasse, come ben sarebbe conveniente, alla conservazione di così prezioso cimelio d’antichità, tenesse pulita la chiesa, si prestasse alla onesta curiosità dei divoti visitatori, e impedisse i guasti degli ineducati.

La chiesa è a tre navate, di tre grandi archi, cia- /12/ scuno dei quali ne comprende due minori, la navata a diritta entrando, fu annullata ab antiquo, per formare il quarto lato dell’annesso chiostro, e solo si lasciò il minore del primo arco, ove si trova un altare con ornati in legno del secolo XVII ed un bel quadro di S. Maurizio, duce della Legione Tebea. I palliotti della mensa di quest’altare, e degli altri due posti sotto il nartece sono di tappezzeria in cuoio, rabescati a fiori ed uccelli di diversi colori su fondo dorato, di piacevole effetto. Sul principio del secondo grand’arco, un muro in pietra di color bigio oscuro traversa tutta la larghezza della nave maggiore, ciò che ivi è detto ambone o cantoria, ma che più propriamente è il nartece delle primitive chiese, detto in architettura transept, tramezzo. Esso serviva a separare, secondo l’antica liturgia della Chiesa, i catecumeni dai battezzati, non potendo i primi assistere a tutto il mistero della santa messa, e vi rimanevano anche i penitenti pubblici.

Questo nartece è composto di cinque graziosi archi a sesto acuto sostenuti da esili colonnette con capitelli di vario e bellissimo disegno (1e).

/13/ Due per parte di questi piccoli archi danno adito a due cappelle; quella del lato del vangelo è dedicata a S. Catterina, la grande filosofessa Alessandrina, come si vede dalla leggenda scritta sul muro con caratteri detti gotici: Capellæ S. Catharinæ Virg. et Mart. che potrebbero essere del secolo XV, sopra antichissima tela vi sono dipinte la suddetta Santa Catterina, Santa Margarita, Santa Colomba e S. Antonio abate: sopra l’altro altare vi fu dipinto sul muro nel secolo scorso un crocifisso. L’arco di mezzo poi dà adito al rimanente della chiesa per mezzo di una porta di pietra con rabeschi, fra ai quali si vede un serpe, simbolo dell’eternità.

Sopra li archi, verso la porta della chiesa, vi è un lungo bassorilievo a due fascie, od ordini in marmo dolce, o pietra colorata, o forse anche di forte scagliola; nella inferiore vi sono scolpiti tutti i patriarchi antenati della Vergine Maria, o meglio di S. Giuseppe, come si usava di fare presso gli ebrei la genealogia del marito, il quale dovea essere della medesima tribù della moglie: e questa serie è, secondo il vangelo dell’Apostolo S. Matteo, cominciando da Abramo sino al casto Sposo della Vergine Nazarena, Giuseppe; essi sono tutti sedenti in numero di 36 oltre 5 altri che, non bastando il marmo, furono dipinti sopra un pilastro da una parte e sopra la colonna che sorge in faccia dall’altra, si distinguono i /14/ patriarchi pastori per la berretta frigia, che hanno in capo, dai re, che sono adorni di corona; gli altri sono col capo scoperto; ciascuno porta il suo proprio nome scritto sopra un cartello (1f).

/15/ Queste figure sedenti sono alte circa 50 centimetri. La lunghezza del bassorilievo è di metri 6, centimetri 22. L’altezza delle fascie unite 1 metro, centimetri 22. La larghezza del nartece, o cantoria è di metri 3, centimetri 16.

A Vienna nel Delfinato vi è una chiesa con facciata simile a questa di Vezzolano, ma con più figure, ed un bassorilievo posto sopra la porta internamente, in luogo dell’orchestra. Nella antichissima basilica di S. Ambrogio in Milano, si vede in bassorilievo la lega lombarda con scoltura quasi coeva. Sotto la suddetta genealogia di Cristo, secondo la carne, vi è la seguente iscrizione rimata in versi detti leonini in due linee scritte coi pennello a olio, o con qualche vernice, sopra la pietra: i caratteri sono parte semigotici, o germanici, parte romani, e propri del tempo in cui furono fatti. Le dette parole sono alquanto svanite, e quasi non si possono vedere a occhio, ma per po- /16/ terle leggere, bisogna inumidirle con una spugna bagnata d’acqua: ecco la leggenda:

hec series sanctam produxit in orbe Mariam
que peperit veram sine semine munda Sophiam.
anno ab incarnatione Bni m.° c.° lxxx° viii° regnante
Frederico Imp.re completu e op istud sub ppo Vidone.

Cosi devesi leggere la suddetta epigrafe:

Hec series sanctam produxit in orbe Mariam
Quæ peperit veram sine semine munda Sophiam.
Anno ab incarnatione Domini MCLXXXVIIII
Regnante Frederico imperatore completum est opus istud
Sub Præposito Vidone (1g).

Si può tradurre in lingua italiana in questo modo:

Questa serie (dei Patriarchi) produsse nel mondo Maria, la quale monda (immacolata e Vergine) generò senza concorso umano, la vera Sofia (cioè la Sapienza, il Verbo divino incarnato).

/17/ Questo lavoro fu completo nell’anno dell’incarnazione del Signore 1189, regnando l’imperatore Federico I. (Barbarossa), sotto il Preposito Vidone.

Nella fascia superiore alle due estremità si veggono gli emblemi dei quattro Evangelisti col loro rispettivo nome, cioè le figure che li distinguono, come sono descritte dall’inspirato di Patmos Nel testo: Apocalisse, dal vedi Correzioni nell’Apocalisse, e dal Dottore della Chiesa S. Girolamo nel libro che scrisse contro Gioviniano. Matteo compose il suo Vangelo cominciando a considerare il Redentore come uomo: Liber generationis Iesu Christi filii David, filii Abraham, ed il suo emblema è di un uomo, a significare la genealogia umana, al quale uomo si aggiunsero le ali, e qualche volta l’aureola, perchè il significato di questo e degli altri è santo e celeste.

S. Luca comincia il Vangelo dal Sacerdozio di Zaccaria, e viene espresso dalla faccia ossia testa del vitello o bue, a cagione del sacerdozio, perchè tale animale veniva immolato a Dio nei solenni sacrifizi.

Il terzo Evangelista S. Marco porta la faccia del leone, la voce del quale fa rimbombare il deserto: Parate viam Domini, rectas facite semitas eius.

Giovanni poi, il prediletto apostolo del Divino Maestro, quasi Nel testo: aqnila
vedi Correzioni
aquila che vola nelle più alte regioni, ed arriva allo stesso Padre dicendo: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum, ha per simbolo la testa dell’aquila, che sola può fissare i suoi occhi nel sole dell’Increata Sapienza.

Dal lato del Vangelo sono scolpiti i mesti apostoli, che depongono in un avello la salma della Beata Madre del loro Divino Maestro avvolta in un funereo lenzuolo, e vi è scritto sulla tomba:

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virginis ad funus mestus
stat grex duodenus.

Che si può tradurre in volgare cosi:

«Il gregge (ossia Collegio) dei dodici (apostoli) mesto assiste al funerale, o sepoltura, della Vergine.»

Nel lato dell’Epistola vi è la stessa Vergine, che risorgendo dalla tomba è portata dagli Angeli in Cielo, due tengono gl’incensieri, e così leggesi:

Surge parens Xpi
Te vocat quem genuisti.

Lo scritto si può interpretare così:

«Sorgi, o madre di Cristo, ti chiama colui che hai generato.» Nell’originale le virgolette sono chiuse dopo Christi Il Xpi è abbreviazione in greco, e vuol dire Christi.

Nel mezzo di questa scoltura si vede Cristo che colloca alla sua destra Maria, la quale tiene nella mano un scettro gigliato, Gesù tiene alta la destra quasi in atto d’incoronarla, ed ambedue madre e figlio siedono sul trono celestiale; accanto poi alle Divine Persone, vi sono due Angeli, i quali coi loro turiboli stanno in atto di incensare: sopra le due figure predette vi è il verso così scritto:

Nel testo: pia; ma l’errore è ripetuto anche nelle Correzioni
Collocat ecce piam Xps sup astra
MA
RI
AM.

Cioè: «Ecco Cristo colloca sopra gli astri la pia Maria. Collocat ecce piam Christus super astra Mariam.»

Parimenti qui il Xps greco equivale a Christus latino.

Questo nartece, o ambone, serve ora, come dissi, di /19/ cantoria per li musici, essendo sufficientemente largo. L’ambone, propriamente parlando, sarebbe il pulpito o pergamo, su cui nei tempi antichi i Diaconi ed i Lettori annunziavano il Vangelo, e leggevano l’Epistola e le sacre Carte al popolo congregato. La scala laterale ed alquanto antica per salirvi, trovandosi nel chiostro, se ne fece un’altra in chiesa dal lato del Vangelo; ma credo che ne’ tempi più lontani vi si ascendesse di dietro il muro verso l’altar maggiore, il quale muro è in pietra, e solamente nelle parti laterali superiori è costrutto in mattoni.

Entrando poi nella successiva parte della chiesa, si presenta in faccia l’altare maggiore distaccato dal muro, sul quale altare vi è un bel gruppo di figure in terra refrattaria o pietra non molto dura, o meglio in stucco colorato, rappresentante cioè, la veneratissima Vergine Maria seduta e vestita di rosso, tenente col braccio diritto il suo divin Pargoletto, nudo, sedente sulle materne ginocchia: ambedue le figure sono coperte da serico, movibile manto di seta rossa, ricamato in oro: le loro teste sono ornate di argentee corone con alcune pietre di diversi colori; i capelli delle medesime, come pure delle altre figure, sono di un giallo dorato: sul capo della Vergine sembra che vi fosse un’altra corona di stucco dorato. Alla diritta vi è un monaco od eremita con veste rossa, e mantello di colore oscuro che presenta alla Madonna ed al suo divin Figlio l’imperatore Carlo Magno inginocchiato ed in atto devoto, il medesimo è vestito con tunica o veste lunga, rossa, avente la clamide, o imperiale manto, azzurra, tempestata di fiordalisi d’oro e foderata d’ermellino; la corona che tiene in capo, è di rame dorato, movibile, non chiusa, ma a fioroni o trifogliata con /20/ Vedi le → Aggiunte piccola aquila in mezzo: aurea collana con conchiglie, forse l’ordine di S. Michele, gli orna il collo. Sta sul pavimento, accanto a quel sovrano, lo scudo di Francia dai tre gigli d’oro, però col fondo rosso, mentre dovrebbe essere azzurro. Chi ha fior di senno facilmente s’accorge, che qui lo scultore vestì Re Carlo Magno, come era vestito il Sovrano di Francia nel secolo XV in cui viveva, per quanto sembra, uso questo praticato soventi volte dagli artisti, come nel secolo scorso sul teatro si vedeva Didone, e le sue ancelle vestite alla Pompadour. Dall’abito, con cui è rappresentato qui Carlo Magno si può argomentare che il gruppo fu scolpito nel secolo predetto, piuttosto che dai gigli, mentre questi sono antichissimi nelle armi e nelle bandiere dei Re Francesi; senza prestar fede a chi li vuole recati da <da> un eremita a Clodoveo primo Re Cristiano, dopo che S. Remigio Vescovo di Reims lo battezzò, altri poi attribuiscono i gigli allo stesso Carlo Magno. Alcuni li credono introdotti posteriormente, ma anteriori a Luigi VIII, figlio di Luigi il Grosso, morto ai 2 di agosto nel 1137. Molti gigli si vedevano negli appartamenti regii per la consecrazione di Filippo Augusto fatta a Reims nel 1179. Si vuole che Carlo VI fosse il primo a ridurli al numero di tre. Ma è certo che si trovano tre fior di ligi nel sigillo di Filippo il Bello in una carta del 1287.

Dall’altra parte, cioè dal lato dell’epistola vi è la statua del gran Dottore S. Agostino, Vescovo d’Ippona fondatore dei Monaci Vezzolani; (alcuni credono che sia S. Ambrogio, Dottore e Arcivescovo di Milano, poichè si trova anche sopra la porta laterale nella facciata): esso tiene un libro aperto in mano, e nella sinistra un grosso bastone ornato e dorato, non ricurvo, ha veste, /21/ e piviale di color rosso, con mitra bianca tempestata di perle rosse in capo: le mani sono coperte da chiroteche, o guanti, nei Nel testo: quattro diti
vedi Correzioni
diti estremi di ciascuna vi sono anelli.

Sopra la Madonna vi è un gran baldacchino, parimenti di stucco, e due minori sopra le figure laterali: essi sono di disegno detto gotico fiorito, come si usava in quel secolo con fregi dorati. Questo gruppo di figure è della lunghezza di metri due e centimetri diciotto, e dell’altezza di metri due e centim. cinquantacinque. La statua della Madonna è di centimetri 102, quella dell’Eremita, e del Santo 82, minore è quella di Carlo Magno, perchè è inginocchiata.

Questo gruppo, come quello dell’Abbadia di Staffarda, è in forma di tritico, era chiuso da due valve dipinte da ambe le parti; queste due tavole o quadri in legno, nei quali è rappresentatala nascita del Redentore, la sua Crocifissione, la sua Ascensione, e l’Assunzione della Beata Vergine si trovano appese in fondo della chiesa, accanto alla porta; sono buone pitture con qualche ornato d’oro di scuola Vercellese, per quanto mi sembra, del secolo XV. Uno di questi quadri chiude una porta con iscala, per cui si va nel sottotetto, ove trovasi anche una cameretta, creduto da taluno, luogo che servisse d’asilo a coloro, che erano ricercati dalla giustizia.

Nel 1863 per cura dello scrittore di queste memorie fu fatto il disegno di questa Madonna colle altre figure dall’ornatissimo giovane, dilettante di disegno, avvocato Giuseppe Camerana, ed a spese del benemerito professore di teologia nella regia Università Torinese D. Angelo Serafino d’Albugnano, ufficiale mauriziano, fu ridotto in litografia.

/22/ Ora un’invetriata con dorata cornice non molto antica, difende queste figure dalla polvere, ma impedisce di vederle meglio.

La mensa dell’altare fu fatta modernamente in istucco a colonnette, con disegno creduto gotico. Nel presbiterio vi sono appoggiate ai muri laterali ed a sostegno dell’arco alte colonnette, due sole, e due binate di pietra sovrapposte ad altre, nei capitelli delle quali sono rozzamente scolpiti Angeli con istrane pose, i quali suonano diversi stromenti, e per piedestalli vi sono teste d’animali fantastici. Dal lato dell’epistola vi è una portina ornata di colonnette in pietra, che dava adito ad un’assai ampia sagrestia, ora chiusa come faciente parte della fabbrica del monastero venduto, nella quale sagrestia vi sono due graziose finestre ad archi tondi, ciascuna divisa da due piccole colonne, una delle quali attortigliata, che prendono la luce dal chiostro annesso. Dal lato del Vangelo una cameretta posta sotto il campanile serve ora di sagrestia e fu forse già cappella, come si scorge dalle fondamenta dell’abside recentemente scoperto. Nell’abside (1h) o coro dietro l’altare maggiore vi sono tre finestre ad arco tondo, quella di mezzo, più larga, è decorata di due figure in basso rilievo di pietra coi panni, o vesti di colore rosso e verde oscuro, e capelli gialli, di disegno bisantino, alquanto duro: esse rappresentano l’Arcangelo Gabriele, che annunzia l’ineffabile mistero dell’incarnazione del divin Verbo all’umile vergine Nazarena, che vi acconsente col taumaturgo fiat, la medesima ha una specie di tiara o mitra in capo: le altre due finestre ornate di /23/ colonnette a forme variate coi capitelli rappresentanti case e torri; lo scultore intendeva così di mostrare la casa della Vergine ed il paese di Nazaret, ove ebbe principio la salutifera nostra redenzione. Queste finestre hanno le cornici in pietra dipinte.

Non è a dire come queste colonnette, del pari che quelle della facciata sono variate, con tutti i capitelli differenti, quantunque consoni; così quelle delle altre colonne e dei pilastri della chiesa sono diversamente rabescati, ed uno rappresenta Sansone, che doma un lione, un altro, guerrieri che combattono, armati di scudi, altri poi bellissimi ornati. Domina in tutta la chiesa, e nei chiostri una vaga dissimetria propria degli antichi tempi, a cui risale la costruzione di questo monumento d’arte.

Le pareti interne della chiesa erano state imbiancate, ma essendosi ottenuto dall’economato un piccolo sussidio di L. 300, e coll’offerta di L. 100 di pia persona, si riparò il tetto, si tolsero i muri che guastavano il nartece, e si diede la tinta più consona, che ora si vede; e come già dissi, sarebbe ottima cosa se, ottenendo altri sussidii, poichè la chiesa non ha redditi, si potesse ristorare il pavimento e fare altre riparazioni.

Nel muro a destra vicino al nartece dalla parte della chiesa vi è dipinto a fresco un sepolcro: lateralmente vi sono due stemmi uguali, cioè scudo d’argento ad un castello di rosso con tre torri merlate, attorniato da due rami fruttati di uva spina, detta Grisella, passati in croce di S. Andrea, arma propria della nobile e vetusta famiglia Monferratese Grisella, estinta sul principiare di questo secolo, signora dei vicini castelli di Pogliano, Moncucco, Montaldo, /24/ Vergnano, Rosignano ed altri (1i). In mezzo a queste due armi vi è la seguente iscrizione a distici, che pubblico come si trova:

1558 nobilis et prudens thomas grisella quiessit
hic positum corpus. spiritus ante deum:
vendicat ossa sibi præscripto tempore tellvs
zcohy xcxi ψxvhy vindicat ipse deus.
cur igitur defles felici morte peremptum
nil nisi mortales pulvis et umbra sumus.
hoc quia percelebris periit spes optima nobis.
lapsaq est pogliane firma columna domus.
Die 7
Ianua-
rii

Il pittore sbagliò diverse parole, e specialmente le greche, le quali vogliono significare l’anima spirituale; sono pure occorsi altri errori nella sottoposta iscrizione del canonico Della Porta, di nobile famiglia Novarese.

Nella genealogia dei marchesi Grisella trovo contemporanei due Tommasi, cugini, figli, uno di Ludovico e l’altro di Carlo, e non saprei dire quale sia l’indicato nell’iscrizione, e quivi sepolto nel 1558.

Già sin da tempo antico, vi era il mal vezzo dei visitatori di scrivere il loro nome sui muri, poichè si vede fra gli altri nomi, scritto su questo pitaffio così; 1567 10 7ris Carolus Pass.ni scripsi il che vorrà indicare certamente che un Carlo di Passerano della nobile famiglia dei Radicati visitò in quel giorno ed anno la chiesa di Vezzolano. Ora con buon consiglio fu attaccato alla parete un libro bianco per iscrivervi /25/ i nomi dei visitatori, con preghiera di non imbrattare le pareti.

Incastrata nello stesso sepolcrale monumento vi è un’altra iscrizione del già nominato canonico prevosto della cattedrale di Novara, morto, probabilmente mentre villeggiava colla famiglia Grisella nei vicini castelli di Pogliano o di Moncucco nel 1520, e qui deposto temporariamente, lo scritto dice così:

Nel testo: intecerrimus
vedi Correzioni

octavianus de la porta vir integerrimus venerandi
collegii ecclesie magioris novarie ppt. ac canoni
cvs benemeritus sexagenarius modi huius
miseris solutus hic pro tempore quiessit
m° quincentessimo xx° quinto calendas.
Aprillis D. M. S.

Il detto monumento sepolcrale sembra appeso con quattro anelli ai rispettivi chiodi dipinti sul muro. Questa pregievole chiesa, una delle più antiche e meglio conservate del Piemonte, e forse unica pel suo nartece, nei tempi dell’invasione francese, sarebbe stata venduta, e forse rovinata, come fu venduto l’unito monastero, cogli annessi bellissimi chiostri, se non si fosse ricorso, in tempo al primo Napoleone a Parigi, quando da quel governo furono venduti e consumati i beni ecclesiastici, e ciò ad istanza del benemerito Prevosto d’Albugnano teologo Marco Aurelio Mureto da Sciolze, (morto Nel testo manca la parentesi di chiusura; vedi Correzioni nel 1833); per buona ventura adunque e per saggia disposizione di quell’imperatore fu risparmiato questo tempio, come insigne monumento d’arte e concesso alla comunità d’Albugnano.

Per viemmeglio custodire e conservare questo monumento artistico sarebbe cosa ben fatta che si riattasse la piccola casa, che si trova nel sacrato e d’ac- /26/ canto alla chiesa e ad essa appartenente, per mettervi un custode che all’uopo aprisse la porta ai visitatori e ne spiegasse le memorie, come già accennai; ma pur troppo i tempi non corrono a ciò propizi (1j).

/27/ Quantunque li chiostri siano di proprietà privata, come formanti parte dell’annesso monastero, detto an- /28/ che Castello di Vezzolano, nulla meno per cortesia del nuovo acquisitore, Commendatore Giacomo Serafino, /29/ Presidente di Sezione nel Consiglio d’Appello in Torino, magistrato sapiente ed integerrimo, fratello al prelodato professore di teologia speculativa, si possono tuttavia visitare (1k). Anzi dal gentile e studioso avvo- /30/ cato Edoardo, figlio del prelodato Commendatore, si cerca con grande amore la maniera di conservare le pitture che ancora rimangono, riparando i tetti, e sgombrando dal giardino o cortile le piante che possono recar danno alle pitture dei chiostri. Il medesimo abilmente copia a fac simile quelle parole che ancora si possono in qualche modo leggere, attorno alli dipinti, per vedere se si possa venire a capo di qualche elocuzione con vantaggio della storia: il medesimo gentil signore mi fece pure graziosamente il fac simile delle iscrizioni del nartece. Per risanare la chiesa egli fece sgombrare il fosso che gira esteriormente attorno all’abside ed alla sagrestia, che ora si trova sotto il campanile, e scoperse dietro quest’ultima una cornice semicircolare in pietra, la quale sembra servisse di base ad un’altra abside o coro d’una cappella paralella all’altare maggior, che si ergeva al luogo della sagrestia attuale, come sembrano dimostrarlo eziandio i resti del coperto che vi sovrastava. Quivi trovò un cucchiaio di bronzo di forma romana od almeno dei bassi tempi, alcuni frammenti di anfore, e di vetri antichissimi.

Altrove trovò capitelli, cornici assai ampie, e moltissimi ornati in pietra, che attestano l’esistenza di altre fabbriche da lungo tempo scomparse, che certamente molto più ampio esser dovea questo monastero quando, gli Agostiniani coi loro Prepositi l’abitavano. /31/ Si trovarono persino alcuni mattoni che sembrano di fabbrica romana; il tutto viene gelosamente custodito. Il medesimo sig. proprietario fece togliere nei chiostri l’intonaco di calce che copriva alcune porticelle di grazioso disegno. Insomma egli si dimostra diligente conservatore di così vetuste e degne memorie, e cercherà d’impedire che il Nel testo: il tempo cede
vedi Correzioni
tempo edace ed ancora più la mano distruggitrice dell’uomo non continuino la loro barbara impresa.

(1a) Poco distante dalla Chiesa Parrocchiale di S. Andrea Apostolo nel concentrico di Castelnuovo, e nella stessa via, vi fu eretto un pilone con piccola statua di S. Pietro e vi fu posta la seguente iscrizione. Fu qui la Chiesa Parrocchiale di S. Pietro Apostolo, ed a perpetuarne la memoria i comproprietari del fondo nell’anno 1870 questo monumento innalzavano. Sarebbe da cercare, se non è identica alla suddetta, che si vuole sia stata anticamente parrocchiale, e trasportato ivi il titolo. In Castelnuovo eravi eziandio una terza Parrocchia di S. Eusebio. [Torna al testo ]

(1b) S. Gregorio I, Magno, Romano, fu creato Sommo Pontefice alli 3 di Settembre del 590, e se ne celebra la festa alli 12 di marzo, giorno del suo transito avvenuto nel 604. Questo grande Papa è annoverato fra li Dottori Latini, od è anche tenuto in molto pregio nella Chiesa Greca.

S. Pietro Diacono, che si crede comunemente nato in Vercelli dalla nobile famiglia Bolgaro, si portò a Roma, ove il Papa Gregorio apprezzando il suo ingegno, e l’integrità della sua vita, l’assunse all’alto e delicato ufficio di suo segretario, e l’onorò chiamandolo suo compagno nell’indagazione della Divina parola: col medesimo tenne i dialoghi, che in numero di quattro si leggono nelle opere di quel esimio Dottore. Le quali opere ci furono appunto conservate dal predetto nostro S. Pietro, e ciò con esempio unico al mondo, poichè il fece a costo della sua vita stessa. Si deve sapere adunque, che morto S. Gregorio, invidiosi emuli sollevarono il popolo romano contro la memoria di quel Papa, quasi che dilapidato avesse l’erario, quando invece impiegato avea tutto il danaro nel soccorrere le gravi indigenze del popolo stesso, il quale acciecato, come sempre, dalle mene dei mestatori, non potendosi contro di lui morto sfogare, ne voleva condannare al rogo gli scritti immortali. Allora il Diacono Pietro credette dovere suo ed opportuna cosa lo svelare i celestiali secreti del suo santo maestro e benefattore, e salito perciò il pergamo nella Basilica di S. Pietro, in presenza di tutto il clero ed immenso popolo, giurò sui santi Vangeli d’aver veduto lo Spirito Santo in forma di candida colomba inspirare le opere al Sommo Gerarca, ed in prova dell’asserta verità, pregò Iddio a /9/ concedergli una morte istantanea, la quale, mirabile a dire! lo colse sullo stesso pulpito con grande stupore, e convincimento degli astanti. Mossi pertanto i Romani da tale prodigio, non solamente tennero nella meritata stima gli scritti Gregoriani, ma pure con grande onorificenza deposero il santo Diacono presso il corpo del suo maestro nella Basilica stessa di S. Pietro in Vaticano.

Alcuni secoli dopo tale avvenimento, alquanti gentiluomini del casato del santo Diacono Pietro, portatisi a Roma ottennero il permesso di trasportare quelle sacre ossa a Cerrione nel Vercellese. Ora il corpo di questo S. Pietro si venera a Saluzzola nella Diocesi, e nel circondario di Biella, e ne fu approvato il culto ab immemorabili con decreto della Santità di Pio IX in data delli 3 maggio 1866 ad istanza del dotto e zelante Monsignor Pietro Losana Vescovo di Biella.

Non bisogna confondere questo Gregorio Magno con Gregorio VII, Ildebrando, da Soana, monaco benedettino di Cluny che si dipinge anche collo Spirito Santo, perchè gli comparve mentre celebrava il Sacrifizio della Santa Messa. Questi morì in Salerno nel 1085 dopo 12 anni di glorioso Pontificato. [Torna al testo ]

(1c) Queste varie serie di colonne, scrive l’erudito conte Mella, architravate in piano, sono forse l’unico esempio nel- /10/ l’antico Piemonte, che ci richiami al pensiero alcuni simili monumenti sincroni della Toscana, e massime di Lucca. [Torna al testo ]

(1d) Tutta la parte media rialzata corrispondente alla nave centrale, quanto le ali depresse corrispondenti alle minori, sono coronate con cornice di finimento, formata di materiale in cotto, scaglionata a gradini, e ornata al dissotto di fascietta a punta di diamante, caratteristica dello stile bisantino, come ben dice il conte Edoardo Mella. [Torna al testo ]

(1e) Cinquantanni fa circa cedette un poco l’arco dal lato del Vangelo ed allora si credette bene di riempirlo in parte con muro, di sostenere il nartece con due massicci sproni, e di tramezzare le due cappelle. Nel 1868 con migliore consiglio si sostennero gli archi con quattro chiavi di ferro, si tolsero i muri, che guastavano notabilmente la bellezza dei nartece, unico nel Piemonte e forse nel rimanente d’Italia, a meno che come tale si voglia considerare il grande muro nell’entrata del Duomo di Casale, il quale sembra piuttosto un vestibolo. Si deve però lamentare l’imperizia del colo- /13/ ritore che colorì la pietra di questi archi, come pure altri capitelli e colonne del rimanente della chiesa, mentre dovea solamente limitarsi a colorare il muro della volta e delle pareti laterali che prima era bianco, in forma di rossi mattoni, per seguire il disegno originale dell’abside e del presbiterio. [Torna al testo ]

(1f) Ecco la genealogia di Cristo secondo la carne, colla quale l’Evangelista ed Apostolo S. Matteo comincia il suo Vangelo. Si noti che da principio dice Cristo figliuolo di Davidde, figliuolo d’Abramo, per risvegliare l’idea della grandezza di Colui, del quale prende a scrivere la storia, accennando, com’Egli è quel figliuolo promesso tante volte a Davidde, e del quale lo stesso Re Profeta celebrò divinamente i misteri e le glorie; promesso ad Abramo, cui era stato detto da Dio medesimo che nel seme di lui sarebbero state benedette tutte le tribù della terra. Genesi 49-10. Gen. 26-4. come ben nota Monsignor Antonio Martini nelle note: Seguono le parole del Vangelo predetto: Libro della generazione di Gesù Cristo figliuolo di David, figliuolo d’Abramo, Abramo generò Isacco; Isacco generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli. Giuda ebbe di Tamar Phares e Zara; Phares generò Esron; Esron generò Aram; Aram generò Aminadab; Aminadab generò Naasson; Naasson generò Salmon; Salmon ebbe di Raab Booz; Booz ebbe di Ruth Obed; Obed generò Iesse, e Iesse generò David Re. David Re ebbe Salomone di quella che era stata (moglie) d’Uria. Salomone generò Roboamo; Roboamo generò Abia; Abia generò Asa; Asa generò Giosafatte; Giosafatte generò Ioram; Ioram generò Ozia; Ozia generò Gioatam; Gioatam generò Achaz; e Achaz generò Ezechia; Ezechia generò Manasse; Manasse generò Amon; Amon generò Giosia; Giosia generò Gieconia e i suoi fratelli, imminente la trasmigrazione in Babilonia. E, dopo la trasmigrazione di Babilonia, Gieconia generò Salatiel; Salatiel generò Zorobabel, Zorobabel generò Abiud; Abiud generò Eliacim; Eliacim generò Azor; Azor generò Sadoc; Sadoc generò Achim; Achim generò Eliud; /15/ Nel testo: Aliud;
vedi Correzioni
Eliud generò Eleazar; Eleazar generò Matan; Matan generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuseppe sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù chiamato il Cristo. La traduzione dell’Evangelio suddetto è di Monsignor Martini, come pure è la nota seguente: «È da osservarsi, che l’Evangelista comprende nella genealogia di Giuseppe quella di Maria, e per conseguenza quella ancora di Gesù Cristo suo figliuolo; imperocchè era comandato agl’Israeliti di non imparentarsi se non con persone della stessa tribù, e della stessa famiglia. Num. 36. 6. 7. 8. Ed essendo perciò la genealogia della Vergine la medesima, che quella di San Giuseppe, era conveniente e conforme all’uso delle Scritture lo stabilire l’origine di Giuseppe per mostrare quella di Gesù Cristo, benchè questo non fosse vero figliuolo di Giuseppe, ma solo di Maria». [Torna al testo ]

(1g) Nel testo: I. Federico Barbarossa Imperatore
l’errore non è notato nelle Correzioni
Federico I Barbarossa Imperatore in quest’anno 1189 per rimediare in qualche modo ai gravi danni recati alla Chiesa, ai 25 aprile prese la croce e si portò in Oriente a combattere il sultano Saladino. Dopo aver preso Iconio passò in Armenia, ma bagnatosi nel fiume Salef, per il gran caldo, vi lasciò la vita il 10 Giugno 1190 in domenica. Principe che a molte virtù accoppiò moltissimi vizi, morì dopo un impero di 35 anni. Gravi danni recò all’Italia, maggiori ne avrebbe recati, se i Papi non l’avessero protetta ed aiutata. Riconoscenti le città della lega Lombarda intitolavano al Sommo Pontefice Alessandro III, Rolando Bandinelli di Siena, la novella città che innalzavano nella pianura che si estende tra la Bormida ed il Tanaro, non lungi dal luogo dove questo fiume versa le sue acque nel Po. [Torna al testo ]

(1h) Si dice anche apside dal greco, tondo, o volta. [Torna al testo ]

(1i) La famiglia Grisella avea per motto o grido d’arme le seguenti parole:

Servi a Dio e non fallire:
Grida Grisella, e lascia dire
.

[Torna al testo ]

(1j) Vedi le → Aggiunte Sarebbe desiderabile, che con ogni cura si conservassero quei pochi monumenti, che in tanta ruina del tempo e molto più degli uomini, rimangono ancora nel Piemonte sia per l’antichità, che per l’arte pregievoli, come ad esempio la vetustissima ed ora in parte diroccata chiesa a diversi piani di S. Ilario vicino a Revello, almeno in quella parte, che contiene per anco pitture a fresco, forse del mille, e la cappella del già magninco ed ora distrutto castello dei Marchesi di Saluzzo nello stesso Revello, fatta costrurre dalla celebre Marchesana Margarita di Fois, è considerevole per l’affresco della Cœna Domini, della Scuola, come si crede, di Leonardo da Vinci. Un rispettabile monumento di antichità è anche la Chiesa vetusta di Santa Fede presso Cavagnolo in Monferrato. Sono degni d’essere osservati i molti ornati in pietra arenaria della porta di questa chiesa, nella lunetta della quale vi è la mezza figura del Redentore che benedice in un ovale sostenuto da due angeli rozzamente scolpiti, e nel semicircolo che serve di cornice; oltre il bue ed il leone, emblema degli Evangelisti, si veggono scolpiti molti animali per indicare che la Chiesa è l’arca della salvezza, come fu quella di Noè; lateralmente vi sono i busti di Adamo ed Eva: sopra li medesimi si veggono due ippogrifi; i nodi, gl’intrecci, i fogliami degli altri ornati sono pregievoli come pure lo sono alcuni capitelli.

Intorno a questo bel monumento d’arte si può consultare il Cenno Storico Artistico sull’Abbazia e Chiesa di Santa Fede, presso Cavagnolo di pagine 5 in 8° dei Conti Edoardo e Federico Mella, estratto dal Politecnico Giornale dell’Ingegnere Architetto Civile ed industriale anno XVIII che si stampa in Nel testo: Milauo
vedi Correzioni
Milano 1870, recentemente uscito, ove il prelodato egregio Conte Edoardo fece gli accennati disegni della /27/ facciata, della sezione traversale e longitudinale, e della pianta della chiesa, della lunetta della facciata e di otto capitelli in tre tavole litografate.

Da questa bella memoria si vede la grande scarsità delle notizie che riguardano questa Chiesa; l’incertezza quindi dell’origine di questo monumento d’arte, e che sebbene sia stato costrutto nell’ultimo periodo dello stile, nondimeno è ancora perfettamente romanico-lombardo, tanto nella struttura, quanto nella decorazione.

«Certe esili finestre ad uso feritoie come dice il Mella e la volta cilindrica della nave maggiore; cosa non comune, siccome caratteri di architetture anteriori al mille, potrebbero anticipare l’esistenza di questo monumento che noi abbiamo attribuito alla seconda metà del secolo XII.»

Fece opera patriottica il dotto Mella nei conservare co’ suoi disegni la memoria d’un monumento interessantissimo, quale è quello, di Santa Fede, prossimo forse all’irreparabile sua totale rovina, dappoichè il governo colla vendita fattane lo abbandonò, come suol dirsi, alla pubblica vendetta, come ben disse il sullodato Signore.

«Questa chiesa fu trovata dagli speculatori atta a trasformarsi in... in una... in una stalla! Il governo col totale abbandono dei monumenti ne avvilisce a tal punto la considerazione, che sconforta ed amareggia chi ha ancora il buon senso d’apprezzarli. Possibile che il nostro Piemonte debba perciò figurare sempre quale Vandalo, quale Nel testo: Ostro goto;
vedi Correzioni
Ostrogoto al cospetto di quelle nazioni, donde quei barbari ebbero culla e ci vennero regalati! Ed è perciò che noi veniamo, ora più che mai a giusto titolo, segnalati nei loro giornali quali distruttori di quanto interessa la storia, l’arte, l’onor del paese, la civiltà.»

Giuste e saggie riflessioni, le quali non mi son potuto /28/ trattenere di trascrivere, e che dovrebbero chiamare la considerazione di chi potrebbe impedire tanta rovina, ed ancora per quanto si può conservare ciò che rimane.

Già da secoli il Priorato S. Fede fu concesso in commenda: alla morte del Priore Paolo Coardi avvenuta nel 1728, passò a far parte della Mensa d’Acqui; ultimamente lo possedeva il Vescovo di Casale, alla cui mensa fu assegnato nel 1797.

Alle poche memorie che sinora si sono trovate riguardanti Santa Fede e pubblicate nel Cenno suddetto posso aggiungere che un Bertino de S. Fide Canonico di Torino si trova nominato in un istrumento di conferma di fitti in Chieri ai 13 di settembre 1309, pergamena esistente negli Archivi dell’Arcivescovado. Fra li commendatari perpetui trovo che Augusto Filiberto Scaglia figlio di Vittore dei Conti di Verrua, Abate di S. Giusto di Susa, di S. Stefano d’Ivrea, e di Selve, Consigliere e Ministro di Stato, Ambasciatore a Luigi XIV Re di Francia, Cancelliere dell’Ordine Supremo, morto li 27 gennaio 1697 rifabbricò le due case coloniche di S. Fede dette il Quarino bianco ed il rosso. Al medesimo Abate erano stati dedicati nel 1673 da D. Pietro Antonio Arnaldo Gli ossequi di Parnaso, inseriti nel Giardino del Piemonte.

Nella chiesa di S. Fede dal lato del Vangelo vi esisteva un cippo di marmo roseo pallido coll’inscrizione seguente:

C. AVLIO
OPTATO

III. VIR. A. P.
L· LVCRETIVS
PRIMI. F.

L’Abate Eugenio De Levis da Crescentino pubblicò questo /29/ monumento, che ora trovasi nelle gallerie inferiori della R. Università nel lato che guarda a levante, con alcuni errori, nella Raccolta di diverse antiche iscrizioni e medaglie epitalamiche ritrovate negli Stati di S. S. R. M. il Re di Sardegna, ecc. Torino MDCCLXXXI Stamperia Reale, a pag. 7. figura V.

In un capitello di una delle minori colonne vi è un meraviglioso intreccio di figure alquanto logoro, che potrebbe prendersi per la danza macabra, se lo scultore non vi volle più probabilmente esprimere il combattimento dell’Arcangelo Michele cogli angeli ribelli. Nel muro in pietra vicino a questa colonna ancora Nel testo: vi lessi nel
vedi Correzioni
vi lessi

XI KL NOVEMBRIS OL.....
ROLANDUS F.

Questo monastero era un antico priorato dell’Ordine Benedettino, che si dice, non so con quale fondamento, eretto da S. Prospero d’Aquitania. Si vuole pure che vi si sia fermato S. Mauro Abate, proveniente da Vercelli, ove avea operato un miracolo a favore di uno della sua comitiva addì 17 di marzo nel 543, come narra il Prof. Gio. Antonio Ranza nel suo Opuscolo: Del miracolo fatto in Vercelli da S. Mauro. Tipografia Patria, Vercelli MDCCLXXXIV in 8°. [Torna al testo ]

(1k) Erano già stampate queste poche linee, quando in seguito a non lunga malattia, quest’ottimo signore mancò ai vivi addì 23 novembre 1870 con tutti li conforti religiosi nella bensì provetta, ma tuttora florida età d’anni 71, e lasciò in un profondo lutto tutta la sua amata famiglia e gli amici. Ammirabile per la sua dolcezza, per la sua sapienza, per la sua dottrina, e sopratutto per la sua giustizia, sarà /30/ lungamente fra li magistrati e nel foro ricordato, e la sua memoria vivrà per molti anni non solo nel paese nativo di Albugnano, ma pur anche nei circonvicini, essendone il gratuito consultore di quanti a lui ricorrevano per consigli e pareri legali. [Torna al testo ]