Manoscritto Sélestat 22

Traduzione

Questa traduzione è da intendersi semplicemente come ausilio alla lettura del testo.

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6 Ottobre

Latino → Passione di Santa Fede, vergine e martire

Santa Fede era originaria della citta di Agennum, splendida figlia di genitori illustrissimi; figlia generata di quel luogo, morendo nella passione ne divenne patrona. Era nobile per l’antica e generosa stirpe dei genitori, ma divenne per dono di Cristo ancora più nobile, poiché vestita dalla candida stola della verginità, splendente per la fede nel Signore Gesù Cristo emanò dolcissimo odore. Per prima nella città di Agennum fu per tutti i discepoli di Cristo ornamento ed esempio di grande martirio. Volle perdere la vita temporale, per avere quella eterna, poiché fin dalla prima infanzia amò il signore Gesù Cristo e lo proclamò sempre suo creatore. Al tempo della passione era giovane di età, ma aveva l’assennatezza e il comportamento di un vecchio. Era bella nella figura, ma più bella nella mente, luminosa del candore della verginità, serena nella gioia del volto.

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Latino →2.

In quel tempo un governatore scelleratissimo di nome Daciano1, per ordine degli imperatori pagani Diocleziano e Massimiano, che allora avevano il potere supremo dell’Impero Romano, entrò nella città di Agennum, istigato dall’inganno del demonio che sempre promette ricompense ai sacrileghi; e minacciava pene atrocissime ai cristiani che per timore si erano nascosti. Subito chiese che la beatissima vergine Fede fosse arrestata e condotta al cuo cospetto. Ma lei stessa si offrì spontaneamente alle guardie, e facendo il segno della Croce come unica difesa del suo corpo, pregava il Signore dicendo: Signore Gesù Cristo, che soccorri sempre in ogni circostanza i tuoi fedeli, assisti ora la sua serva, e dà alla mia bocca un discorso adeguato, in modo che io possa rispondere a questo tiranno. E armata del vessillo della Santa Croce, con la fronte, la bocca e il petto rafforzati dallo Spirito Santo, si fece avanti con animo sereno. Quando si trovò di fronte al governatore, questo le parlò con parole dolci. Come ti chiami? Senza nessun timore Santa Fede risponde: Mi chiamo Fede, di nome e di fatto2. Dice il governatore: A quale religione sei devota, qual è la tua fede? E Santa Fede risponde: Fin dalla prima giovinezza sono Cristiana, e servo con tutta la devozione della mia mente il Signore Gesù Cristo, e proclamo il suo nome; mi affido interamente a lui. Il governatore simulando astutamente calma le dice con maggiore indulgenza: Accetta, o fanciulla, il consiglio opportuno per la tua bellezza e la tua giovinezza, e lascia questa confessione; sacrifica alla santissima dea Diana, poiché ti è simile per sesso, e io ti arricchirò con molti doni.

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Latino →3.

Mostrando di non tenere in nessun conto questa promessa, la vergine di Cristo risponde così: Dalla tradizione degli antichi ho imparato che tutti gli dei dei pagani sono demòni, e tu con lusinghe mi vuoi convincere a offrire loro sacrifici? Il governatore spinto dall’ira le dice: Come osi chiamare demòni i nostri dèi? O ti prostrerai a sacrificare agli dei, oppure ti farò morire fra diversi tormenti. Allora Santa Fede, sicura del premio che avrebbe conseguito, facendosi forte dell’esempio dei grandi martiri, sentite queste minacce, desiderando salire dalla vita terrena alla gloria dei cieli, proruppe in queste parole: Io non solo sono preparata a patire diversi tormenti per il nome del mio Signore Gesù Cristo, ma desidero affrontare la morte per la mia fede in lui. Allora il governatore ardente di grande ira ordinò ai suoi sgherri di mettere la santa vergine in un letto di bronzo, di legarvela sopra da quattro lati e di accendervi sotto un fuoco, perché le sue tenere membra fossero straziate in un così crudele supplizio. Così la santissima vergine sale spontaneamente sulla graticola incandescente, le sue membra vengono tirate in quattro direzioni, e viene legata con ceppi di ferro sulla grata ardente; con pale di ferro i feroci esecutori vi gettano sotto carboni ardenti, e aggiungono di lato del grasso perché le fiamme salgano più in alto. Coloro che erano presenti gridarono ad una voce: Che crudeltà, che ingiusta sentenza! Una fanciulla devota a Dio, e della più elevata nobiltà, perché viene sottoposta ad un atroce supplizio senza alcuna colpa? Sono molti coloro, di cui ignoriamo il nome, che in quello stesso giorno, vedendo la costanza di santa Fede, si tolsero dal collo il sacrilego giogo del demonio, credettero in Gesù Cristo e ottennero la gloriosa corona del martirio.

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Latino →4.

In quel tempo, mentre accadevano quelle cose, il prescelto da Dio e futuro martire san Caprasio3, per sfuggire alla persecuzione del sacrilego governatore se ne stava nascosto con altri Cristiani nella parte settentrionale della città, in una caverna di una rupe, da dove poteva vedere chiaramente tutto quello che succedeva dentro la cerchia delle mura. In quello stesso giorno, volgendo lo sguardo dall’apertura della grotta verso la rocca della città, vide la santa martire arsa sopra i carboni accesi dalla crudeltà dei pagani. Elevati gli occhi al cielo rivolgeva accorate preghiere a Dio, affinché questi rendesse la sua serva vincitrice in quel combattimento. E di nuovo quel campione di Cristo innalzava gli occhi al cielo, poi guardava avidamente, e prostrato al suolo chiedeva al Signore di mostrargli la potenza del cielo. Così ottenne infine la soddisfazione del suo desiderio, poiché vide scendere dal cielo una colomba bianca come la neve, e porre sul capo della gloriosa martire una corona, splendente di gemme lucenti più del sole, e brillante di perle celesti. Poi, guardando la serva di Dio ormai vestita di uno splendido abito candido come la neve, vide che la stessa Madre di Dio le dava il premio della perpetua salvezza, e stette ad ammirarla arricchita di un così grande dono celeste. Intanto si racconta che quella colomba scesa dal cielo come segno di grazia divina volava intorno alla santa Madre, e con leggero moto d’ali e battito delle penne faceva scendere umida rugiada che spense la vampa delle fiamme; volando in quel modo come fonte irrigua spense il rogo rovente. E quel sant’uomo vide anche la beatissima Fede che si ergeva illesa dagli assalti dei carnefici come lottatrice vittoriosa; non era non bruciata dal fuoco, né ferita nel corpo, ma s’ergeva riscattata con celesti ornamenti.

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Latino →5.

Come vide con gli occhi dello spirito una virtù così illustre e mirabile, il servo di dio Caprasio comprese che ella sarebbe stata degna delle gioie superne. Allora sicuro che per meriti non diversi avrebbe ottenuto la stessa gloria, colpì con la mano destra la rupe sotto la quale si trovava, e subito ne sgorgò una fonte d’acqua, che continua a scorrere ancora ai giorni nostri, e per volontà di Dio ristabilisce la salute a tutti coloro che le si accostano. E così si sentì ristorato da quel noioso languore che lo affliggeva, e appena ebbe gustato della corrente di quella rupe si sentì pronto a ricevere la desiderata salvezza che è premio al santo martire. Sereno in volto, determinato nell’animo, intrepido nel cuore, senza informare gli altri rifugiati si presentò all’improvviso al luogo dove la gloriosissima vergine e martire Fede sosteneva il tormento del fuoco, predicando Cristo con voce che tutti udivano. L’empio tiranno, informato, ordinò che fosse portato al suo cospetto per essere interrogato. E quello gli stette di fronte senza paura. Il governatore gli chiese il nome, la patria e la famiglia. San Caprasio rispose: Per prima cosa confesso di essere un illustre Cristiano; e nel lavacro di rigenerazione ho avuto dal sacerdote il nome Caprasio. Udite queste parole, il governatore prese a circuirlo con parole lusinghiere: Vedo che sei un distintissimo giovane, e se vorrai accondiscendere alle mie parole, potrai avere a palazzo l’amicizia dei sommi principi, e ricevere grandi ricchezze. Ma San Caprasio, spinto da celeste ispirazione, ponendo per l’esempio della santa martire Fede tutte le sue speranze nella superna corona, rispose così: Io desidero abitare in quel palazzo che ho desiderato fin dal giorno del mio battesimo, e sempre riconobbi come redentore di tutti coloro che credono in lui. Il governatore disse: Io vorrei, o giovane, poterti allontanare da quest’insana ostinazione, per arricchirti con grandi dotazioni di beni. Ma il santo Caprasio rispose: Io credo di conseguire una ricchezza che non viene mai meno da colui che è fedele nelle sue parole e santo in tutte le sue opere.

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Latino →6.

Il governatore, come lo vide immutabile nella sua mente, e irremovibile nelle parole, disse ai suoi: Ho timore a venire più a lungo a contesa con quest’uomo, non vorrei cedere di fronte alle sue argomentazioni. Quindi ordina i suoi servitori di prenderlo e di straziarne le carni. Ma mentre ciò avveniva, egli sopportava con forza i dolori, e con volto fermo non cessò di predicare costantemente il nome di Cristo di fronte a tutti gli astanti. E questi presi da compassione piangevano la sua sorte, e alzavano alte grida, dicendo ad una voce: Che crudeltà e che inaudita sentenza, perché volete far perire in modo così crudele un santo di Dio ornato di ogni bontà? Era infatti il beato martire caro a tutti, ed appariva un vero angelo in mezzo allo strazio della tortura. Pieni di ammirazione per quella costanza che nessuna offesa sapeva superare e nessun tormento, neanche il più raffinato, poteva abbattere, due fratelli, Primo e Feliciano, che erano tali non solo nel nome ma anche nei meriti, col cuore pieno d’amore divino, subito vollero unirsi a lui nella fede e nell’azione, ed affrontarono coraggiosamente il pericolo mortale. Quando quel crudele carnefice li vide uniti ad affrontare la stretta della morte, tentò di addolcirli con lusinghe e di terrorizzarli con le minacce, ma non poté in alcun modo piegarli. Così, pieno d’ira, non riuscendo in alcun modo a prevalere su di loro, ordinò che fossero tutti condotti con la beata vergine e gloriosa martire Fede al tempio, dove o avrebbero sacrificato agli dei, oppure avrebbero piegato tutti il capo alla sentenza capitale.

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Latino →7.

Quei soldati di Cristo sono quindi condotti, con la beata Fede, a quel luogo, dove nessuna violenza potè indurli a sacrificare; col capo troncato, in quella stessa ora di quello stesso giorno con trionfo del martirio meritarono di pervenire insieme alla corona della gloria. E come ebbero bella e venerabile comunanza nella fede, fu ancora più bella ed eccellente la loro comune felicità nel martirio. Pertanto giudichiamo degna e felice la città di Agennum, che fiorì per aver dato origine ai martiri, per la loro gloriosa impresa si rese degna della fede in Cristo, e dopo il combattimento ricevette l’onore di tumularne i corpi. Cristo accolse i martiri oranti nel consorzio degli spiriti beati fra il giubilo delle schiere angeliche; qui, indossata la stola dell’immortalità, e cinta la corona incorruttibile della gloria, godono di uno splendore inenarrabile, e con Dio e l’Agnello regnanti in eterno si abbeverano della gloria della divina visione. Dunque noi godiamo e celebriamo la loro passione il giorno prima le none di Ottobre per volontà del Signore nostro Gesù Cristo, a cui col Padre e lo Spirito Santo siano onore e gloria nei secoli dei secoli, amen.

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Latino →8.

I loro corpi, straziati da miserabili tormenti, e mutilati del capo, furono abbandonati dalla plebaglia infedele sulla pubblica piazza, e solo di nascosto il piccolo gregge dei cristiani li raccolse con grandissima venerazione, ne lavò con panni pulitissimi l’effusione del sacro sangue e li affidò ad un luogo di sepoltura degno di tanta santità, dove però apparivano più nascosti che sepolti. Si era infatti oppressi dal grave timore che i corpi santi venissero trasferiti per malvolere altrove, o quel che è peggio venissero sommersi nei tetri gorghi del vicino fiume; e che così venissero perfidamente sottratti al santo popolo cristiano. Ma per provvidenza divina i fedeli fecero sì che la città che aveva avuto l’onore di ospitarne la nascita, la passione e la sepoltura meritasse anche di averli come patroni per guadagnarsi la grazia di Dio onnipotente. In quel luogo i corpi santi giacquero per lungo volgere di anni, finché, spazzata via l’empietà pagana, San Dulcidio ricoprì l’episcopato ed assunta la cura pastorale vegliò sulla salvezza di tutti. Quel presule volle prima di ogni altra cosa togliere da un luogo indegno le reliquie dei santi martiri; fece sorgere una nuova basilica costruita appositamente per la loro venerazione, che dedicò al titolo della santa vergine affinché quel celebre nome portasse salvezza alla patria. Per lungo tempo esitò ad aprire un così gran tesoro, non per mancanza di fede, ma per timore e reverenza; infine, spinto da una visione notturna, si risolse a non trascurare ciò in cui fermamente credeva, e convocata la folla dei monaci e degli altri ecclesiastici, svelò a tutti il suo segreto proposito, riuscendo così a portarlo ad effetto con l’aiuto di tutti. Con il concorso del clero e di tutto il popolo spostano le reliquie dei santi da un luogo indegno a un onorevole monumento e li collocano in posto sacro, in modo che i loro meriti ottengano dal cielo innumerevoli segni miracolosi per la salvezza di tutti, per l’autorità del signor nostro Gesù Cristo, che vive e regna unico Dio in perfetta trinità per tutti i secoli dei secoli. Amen.

[Note]

1. Il nome di questo praeses compare negli Atti di San Vincenzo di Saragozza Martire e di Santa Eulalia di Mérida. Non è citato in fonti di altro genere. Torna al testo ↑

2. È una delle pochissime attestazioni della corrispondenza tra il nome della Santa e il nome della virtù teologale. Vedi Liber Miracuolorum I, 34. Torna al testo ↑

3. Secondo alcune fonti, Caprasio sarebbe stato vescovo di Agennum, mentre qui non si fa menzione di questa carica. L’associazione di Caprasio ed altri al martirio di Santa Fede è abbastanza tarda, e non compare nelle redazioni più antiche della Passio. L’estraneità delle due narrazioni sembra confermata dal fatto che la celebrazione liturgica di questi altri martiri cade il 20 ottobre. Torna al testo ↑